8.12.09

Trent’anni dopo, onore a Mao. (Rossana Rossanda - "il manifesto" 9/9/06)



Ha fatto il 70% di cose giuste e il 30% sbagliate. L’inchiesta della rete tedesca Arte aiuta a mettere in fila i passaggi che disegnano la figura di Mao.

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Con grandi ambizioni, singolarità ed errori, Mao è un comunista paradossale. Sulla sua specificità ben pochi in Italia hanno lavorato.



Nel trentesimo anniversario della morte di Mao Tsetung la rete franco tedesca Arte ha mandato in onda quattro ore di inchiesta sul personaggio che disturba la memoria dell’occidente più di chiunque altro. Mao, une histoire chinoise parte dalla omonima biografia di Philip Short, che commenta la massa di materiale iconografico raccolto anche presso l’attuale partito comunista cinese. Il Pcc non oscura gran che: se Freud fosse vivo vi vedrebbe la conferma della sua tesi sul destino dell’eroe fondatore-padre che crea viene ritualmente ucciso e poi introiettato come totem. Il volto di Mao è ancora dappertutto in Cina, dallo sfondo delle cerimonie agli stands per i turisti, mentre i pellegrinaggi affollano i luoghi della sua vita tenuti con grande cura dallo stato. E nulla delle sue opzioni rimane in piedi – in nessuno dei paesi passati dall’altra parte, reverenza e demolizione procedono così compatte assieme. A Mao dobbiamo l’esistenza della repubblica popolare, Mao ha fatto per il 70% le cose giuste e per il 30% le cose sbagliate. Grazie al suo 70% noi siamo in un giusto differente. Onore a Mao.
Ne viene probabilmente anche la problematica che questo grosso documentario sollecita. Né lo storico Short, né il regista Adrian Maben, né la redazione di Arte simpatizzano con il maoismo, ma è come se restassero senza fiato davanti all’immensità della vicenda, tutto in Cina ha dimensioni spropositate. Non sanno come afferrare le grandi opzioni di Mao, ma se cercano di rifilarcele come le solite smanie di potere d’un capo, le immagini e i dati che presentano ne fanno dubitare. Grandi ambizioni, singolarità ed errori, Mao è un comunista paradossale. Sulla sua specificità ben pochi in Italia hanno lavorato; cercammo di farlo nel manifesto, Aldo Natoli, Lisa Foa, K.S. Karol ed io. Fuori di noi, con i suoi libri, Edoarda Masi e, più lontano nel tempo, il gruppo di Maria Regis in "Vento dell’est".
Quali sono queste specificità? La persuasione che ogni rivoluzione è sempre minacciata da un ritorno a quel che l’ha preceduta. Mao lo ritiene nell’ordine delle cose “appena si cessa di remare controcorrente”.
Si tratta di un ritorno, appena travestito, ai rapporti economici e politici precedenti, il cui fascino è potente. Perciò interviene sempre per radicalizzare, puntando su una natura originariamente autentica dei più oppressi del vecchio ordine o delle nuove figure meno dotate di potere – prima i contadini, poi i giovani. Sono le “idee giuste delle masse”, una soggettività molto diversa da quella di Lenin del Che fare (e curiosamente più vicina allo spontaneismo del 1968).
Non credo che Mao su questo avesse ragione. Le masse riflettono le idee dominanti o si fermano a un confuso diniego. Ma nessuno meno di lui si è illuso che con la presa del potere, una rivoluzione sia compiuta; nessuno meno di lui ne affidava la gestione al partito, candidato per la sua collocazione a diventare una nuova “razza di signori che pesa sulla schiena del popolo”. Nessuno meno di lui ha pensato che il proletariato potesse servirsi del modello capitalistico per costruire la “base materiale” del comunismo. Mao non denunciò mai Stalin, ma non gli somiglia in nulla.
Forse per questo Mao non ha mai vinto, se non finché la rivoluzione cinese era nazionale e ammodernatrice. Ma presto, nel 1956, egli vede il verme nel frutto del sistema sovietico. Non si stacca dall’Urss, ma dalla sua bussola. Il regolatore che tutti i comunisti in crisi vedono nel mercato, Mao lo scorge nell’esatto opposto, l’accelerazione del conflitto, che si riproduce anche dove le basi materiali del capitalismo sono state abolite, nelle contraddizioni in seno al popolo, nelle differenze fra chi ancora detiene qualche mezzo di produzione e chi no e nelle idee, nell’impulso naturale al dominio. Il suo marxismo è questo, fortemente innestato nella forbice fra omologazione e rivoluzione. Gli si possono rimproverare volontarismi e semplificazioni, non l’aver puntato a un potere personale dentro a un sistema politico-burocratico. Nessuno lo ha mandato in pezzi come lui.
E’ il paradosso del documentario di Short. Delle quattro puntate la prima scorre liscia, dall’adesione prima al nazionalismo progressista di Sun Yat-Sen poi al partito comunista cinese, e infine allo scarto sia dall’uno sia dall’altro. Quando Chang Kai-shek succede a Sun Yat-Sen ed è disposto a tutto, invasione giapponese inclusa, Mao attacca con la Lunga Marcia, traversa la Cina, forma le zone liberate, vi instaura una società altra, combatterà il Giappone. I documenti sono impressionanti. E’ nella seconda puntata che le sue specificità si delineano e anche la loro conclusione fatale. Dopo una nuova riforma contadina, dopo il sangue chiesto alla Cina dall’Urss per la guerra in Corea, dopo il 1956, Mao decide di sterzare. Sul modello di edificazione socialista proposto da Mosca: priorità dell’industria a spese dell’agricoltura, priorità dell’industria pesante su quella leggera. Il suo discorso del 1957 sulle Dieci grandi relazioni non circola (neppure nel documentario di Short), ma è l’addio allo schema dell’Urss. Nel 1958 va oltre: la Cina vivrà di se stessa, non come un immenso paese verticalizzato da un comando centrale, ma come il sommarsi di migliaia di autogestioni collettive, che tenteranno, in un salto senza precedenti, di abolire la differenza fra agricoltura e industria, mettendo in comune forze, tempi e obiettivi della produzione ma della riproduzione sociale. Non solo lavorare assieme, ma mangiare, studiare e vivere assieme.
E’ un immenso sforzo e sarà un immenso scacco, dove è stato l’errore? Anche qui curiosamente, il tema d’uno sviluppo tutto locale, del tutto decentrato e autogestito, già affiorato in certe comuni del 1968, riaffiorerà in forme diverse nel movimento no-global. Certo, in un paese arretrato – straordinarie le immagini di milioni di braccia che dovrebbero sostituire la povertà tecnologica – il progetto, ammesso che altrove sia realizzabile, non funziona. E poi una cosa è lavorare la terra propria, altra quella di tutti, una cosa è puntare su un guadagno, proporzionato allo sforzo, un’altra essere pagati tutti allo stesso modo, una cosa è mangiare una povera minestra in casa, un’altra mangiare una zuppa in mensa. C’è una parte dell’io che ha bisogno d’un luogo suo, riparo di una identità immediata che non matura sulle parola d’ordine.
Mao ha messo in atto un movimento che gli sfugge, non perché sabotato, perché realizzato. E’ una legge economica che lo porta al fallimento, che non può essere infranta senza disastri? Bruscamente l’Urss ritira gli aiuti finanziari e tecnici all’industria. Il documentario non ci mostra gli ingegneri che partono in fretta, né i reparti fermi o rallentati, soltanto lo scontro fra russi e cinesi per la titolarità di alcune isole su un fiume. I rapporti sono degradati. Da allora l’Urss punterà a una condanna formale della Cina da parte di tutti gli 81 partiti comunisti. Non vi riuscirà se non parzialmente, anche per l’opposizione degli italiani. Ma l’isolamento è grande. La guerra del Vietnam lo accentua.
Mao, dopo lo scacco del Grande Balzo, non ha più incarichi nel Partito. Peserà per l’autorità che vi mantiene. Non è né si sente isolato. Ma quando, pochi anni dopo, gli studenti appendono il famoso cartello contro le autorità accademiche all’università di Pechino, Mao reitera: li appoggia appendendo inopinatamente un suo cartello alla porta del Cc che invita a bombare il quartier generale. Scommette ancora una volta, adesso sulla prima generazione acculturata gli studenti che attaccano nella burocrazia universitaria ogni incrostazione dei poteri. Mao li protegge con il suo solo appoggio, e quel movimento, e la selva dei tatzebao che lo accompagna si fa presto spietato. Il “ci avete oppressi”, diventa “siete dei borghesi, dei nemici”. Il materiale che il documentario di Short mostra sulla rivoluzione culturale fa impressione. E’ come se fosse stato toccato un impulso che diventa irrefrenabile nei volti inquieti, nello sfogo, nella furia. Più che per la violenza fisica, che c’è anche stata, ma non esercitata da un apparato, la raccomandazione che viene dal centro è alla calma, solo Mao l’incendiario consiglia di lasciare i giovani sbagliare e correggere i propri errori. Ma non andrà così. Non occorre uccidere, e tantomeno per violenza di stato. Molti, che non resistono alle umiliazioni, pesantemente simboliche, si uccidono, molti inviati in campagna non resistono, molti scompaiono nelle destituzioni a furor di popolo.
Del gruppo dirigente la prima vittima è Peng Chen, sindaco di Pechino, la più illustre è Liu Shaoqi, vecchio compagno di guerra e vecchio signore stupefatto che finirà i suoi giorni per mancanza di cure in una specie di galera-confino. A differenza dell’Urss, nessuno è messo al muro. Una sola foto di esecuzione ci è presentata, non ci è detto di quando, né di chi, né dove. Si parla di un milione di morti nella rivoluzione culturale come si è parlato di otto milioni di morti nella carestia provocata dal Grande Balzo. Ma sono rilevazioni più dei demografi, a posteriori, che basate su una documentazione, forse impossibile. Un milione di morti su quasi un miliardo di popolazione, è più o meno della Rivoluzione francese? Ma fa spavento. Una delle molte ex guardie rosse intervistate, oggi pentitissime e diventate funzionari o docenti, parla del suo, e dei suoi compagni, come di un delirio collettivo, un andar fuori di senno nella persuasione di dover abbattere un nemico e conclude d’improvviso: ma è stata la prima volta in Cina che tutti hanno potuto prendere la parola. Salvo Mao e Lin Biao si criticavano tutti. E’ stata la prima esperienza democratica di massa nel mio paese. Il giudizio sulla rivoluzione culturale non può essere univoco, tutto male o tutto bene.
Quando Mao e Zhou Enlai dichiarano chiusa quella fase, un’immensa folla di giovani in assemblea ha il viso rigato di lagrime. Nei fatti e nel documentario di Short tutto si confonde, anni ed eventi. E molto diventa scarsamente credibile. Lin Biao che cerca riparo in grembo all’Urss è verosimile, si parva licet, quanto la Rossanda che, presa a male parole perché non scrive che Mao è un criminale, cerca soccorso presso Condoleezza Rice. Poi verrà la fine del vecchio uomo, molto malandato su un letto sovraccarico di libri (oggi si dice più volentieri sovraccarico di donne). Il resto, poco prima o poco dopo, sono immagini già viste, Nixon a Pechino assieme a un ilare Kissinger. Il volto furioso di Jiang Qing al suo processo, ma non vedremo il suo cadavere di suicida in galera. Della banda dei quattro sono nominati solo due, caduti nel silenzio come la Comune di Shanghai. Impera il largo volto di Deng Xiaoping. Gli artisti cinesi di oggi dicono che Mao non è morto. Ma non sembra neanche vivo.
Non conta, è già grosso il lavoro che Arte ci offre. Conta di più che su tutta questa storia i comunisti, intendo gli ex, tacciano. Come presi da un furioso odio di quel che sono stati. E non erano guardie rosse.

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