15.12.10

Dopo la fiducia il regime? Si può ancora impedire. Dipende da Bersani.

L’abilità del Cavaliere, la sua capacità di corruzione, l’amplificazione mediatica del voto sulla mozione di sfiducia trasformato in una “Ora x” sembrano essere riuscite a trasformare la prevista sconfitta in una grande vittoria. I numeri contano assai poco, conta assai più l’effetto di potenza che l’esito del voto diffonde in un paese stremato dalla crisi, disamorato della politica, rincretinito dall’imbonimento e pronto a consegnarsi a un uomo o a un potere forte. Temo che la crisi di regime sia vicina a chiudersi a destra, con conseguenze che neppure i più pessimisti riescono a calcolare sulle stesse libertà di espressione, di organizzazione, di opposizione politica e sociale.
Al di là delle diversioni tattiche - l’apertura a Casini per esempio - lo scenario più probabile  continua a sembrarmi quello che disegnavo domenica: una campagna elettorale imminente, in cui Berlusconi e i suoi alleati leghisti (che intanto avranno incassato il “federalismo fiscale”) schiereranno tutti i mezzi a disposizione, dalle massicce assunzioni clientelari ovunque sia possibile alle sfide alla piazza con incidenti se non provocati agevolati, dai terrorismi veri o finti con arresti numerosi ed emblematici alle regalie e ai favori d’ogni tipo per le gerarchie vaticane, dagli sconti e le agevolazioni per le categorie “amiche” al totale asservimento del sistema mediatico, con zeppe pesanti e ostacoli di ogni tipo alla circolazione delle idee nella rete.
La novità vera, benché fin qui sotto traccia, è costituita dall’ipotesi di riforma della legge elettorale, ma solo di quella del Senato, con la speciosa motivazione che con quella legge non si riesce ad ottenere la piena governabilità. Immagino che i legulei siano all’opera per trovare un marchingegno che riesca a salvare capra e cavoli: cioè il carattere regionale dell’elezione del Senato e un premio di maggioranza di carattere nazionale. Non ci riusciranno, giacché sarebbe come conciliare l’acqua col fuoco, una legge tuttavia la proporranno, conta poco il fatto che sia o no conforme alla Costituzione. Essi la faranno passare con voti di fiducia e maggioranze parlamentari blindate che tenderanno a rafforzarsi: mentre a Casini e all’Udc arriveranno d’Oltretevere sollecitazioni a partecipare al governo per moderarne gl’istinti belluini sui deputati finiani meno esposti continuerà “l’offensiva di persuasione” e non è escluso che pressioni e ricatti continuino ad esercitarsi in ogni settore dello schieramento parlamentare. Poi arriveranno le elezioni che Berlusconi spera di fare con la nuova legge per il Senato che darebbe ai suoi e ai leghisti il pieno controllo del Parlamento.
E non si conti su una caduta verticale del consenso. Le prevedibili difficoltà economiche e finanziarie saranno trasformate dal sistema mediatico in corpo contundente e rinfacciate ai “traditori”, che hanno voluto indebolire “l’Italia” in un momento difficile. Le prevedibili proteste di pezzi importanti di mondo popolare saranno intanto sempre più criminalizzate e trattate come questioni di ordine pubblico. Esploderà qualche bombetta qua e là e saranno scoperte (se ne necessario, inventate) cellule terroristiche che progettano attentati al Cavaliere. Non è escluso che nel conflitto sociale entrino in scena gruppi destrorsi di intimidazione per aggiungersi agli apparati repressivi pubblici, qualcosa che rammenti le squadracce di un tempo.
Mutatis mutandis le elezioni di primavera, con la nuova legge per il Senato, potrebbero essere simili a quelle del 1924, quelle sancirono la grande vittoria del listone mussoliniano in cui confluirono quei liberali conservatori e popolari che si piegarono: un plebiscito pro o contro l’asse Berlusconi-Lega, svolto nel disprezzo di ogni regola.
Credo che Casini, con il suo partitino cattolico centrista, tenterà di entrare nell’alleanza berlusconiana con liste autonome, ma gli verrà impedito. Gli offriranno un limitato numero di posti nelle liste berlusconiane e, in caso di rifiuto, cercheranno di recuperare uno per uno i notabili dell’Udc, favorendo la costituzione di piccoli, labili aggregati di policanti cattolici da inglobare, se non bastano quelli, già attivi, di Giovanardi o di Cuffaro. Berlusconi favorirà invece la presentazione di una lista “sudista”, frutto dell’aggregarsi di movimenti come quelli di Miccichè, Scotti e Poli Bortone, per differenziare al Sud l’offerta elettorale, per ostacolare il richiamo meridionalista di Vendola e per frenare lo strapotere bossiano.
Se questo disegno riuscirà, le possibilità di chiusura autoritaria della crisi di regime, sia sul piano istituzionale che sul piano sociale, sono molto alte. Non si speri troppo in una Unione Europea in preda a convulsioni autodistruttive e percorsa anch’essa da populismi e razzismi; né si conti troppo nelle contraddizioni che pure vi sono fra Berlusconi e la Lega. Il successo rende più facili gli accordi e da qui a due anni potrebbe cambiare l’amministrazione americana e potrebbero spirare più forti venti di guerra che incoraggerebbero la sacra unione di tutte le destre.
La domanda è: è possibile una risposta efficace e credibile a quest’offensiva “definitiva” della destra?
Le risposte possibili sono due.
Una è da Cln. Di fronte a un’ipotesi di legge che affidi a una minoranza elettorale un potere esorbitante, eliminando il piccolo cuneo rappresentato dal Senato, potrebbe e dovrebbe esserci uno schieramento ampio a difesa delle libertà di tutti, dalla destra di Fini alla sinistra di Ferrero, passando per tutte le forze intermedie disponibili (Pd, Idv, Sel, Udc, Radicali, Rutelliani, Pli, etc.). Questo comporterebbe di necessità un programma limitato, di ricostruzione democratica, di bonifica delle istituzioni pubbliche dall’infezione berlusconista. Sarebbe assai difficile, invece, che queste forze siano in grado di proporre qualcosa di unitario sul piano delle politiche economiche e sociali. Questo le renderebbe poco credibili e favorirebbe la propaganda ostile contro “l’Armata Brancaleone”. Inoltre, mentre la cosiddetta Federazione della Sinistra si dichiara disponibile ad un alleanza elettorale “antifascista” con chiunque i casiniani, i rutelliani e i finiani non sembrano altrettanto disponibili e arretrano di fronte ad accordi con Vendola o Di Pietro.
La seconda risposta che, secondo me, è praticabile si fonda sulla distinzione.
Bisogna intanto che tra moderati e centrosinistra si raggiungo comunque un accordo chiaro per la bonifica democratica delle istituzioni. Il pilastro dell’accordo è una nuova legge elettorale che ricostruisca il rapporto tra elettori ed eletti e, per questa via, l’autorevolezza del Parlamento che il berlusconismo concepisce come Parlamento dei “nominati”, come elemento decorativo, come luogo di ratifica di decisioni prese altrove. L’intesa dovrebbe estendersi alla regolazione del conflitto di interessi, al sistema mediatico, alle autorità di garanzia, alla riforma della magistratura e impegnare tutti i contraenti, qualunque sia la loro posizione nello schieramento del nuovo parlamento. Un accordo siffatto comporterebbe un grande vantaggio per tutti i contraenti: la restaurazione della preferenza (o del collegio uninominale - ma su quello l’accordo è più difficile) è una bandiera democratica riconoscibile e darebbe forza all’ostruzionismo parlamentare contro una legge liberticida per l’elezione del Senato. Offrirebbe pertanto a Fini, Casini e Rutelli l’opportunità di caratterizzare in senso liberale il loro moderatismo e di cercare su questa base un successo nella battaglia parlamentare e, poi, consensi nel voto popolare.
Nel centrosinistra, nello stesso tempo, bisogna fare le primarie, senza drammatizzarle. Bisogna partire dalla consapevolezza che la scelta tra Bersani e Vendola comporta sì opzioni diverse sul piano programmatico e politico, ma anche un quadro di proposte fortemente unitario. Bisogna che sia chiaro a tutti che, qualunque ne sia l’esito, le primarie non comporteranno fratture, rancori o irrigidimenti.
La campagna per le primarie, del resto,  non dovrebbe essere rivolta tanto all’interno quanto all’esterno, trasformandole in uno strumento di resistenza di massa all’offensiva liberticida e sostanzialmente golpista e di coinvolgimento dei lavoratori e dei giovani in un dibattito ampio sul futuro dell’Italia. Nei partiti che vogliono essere democratici e non “personali” le primarie (e le lotte contro la destra che le accompagnerebbero) sarebbero anche lo strumento concreto per la selezione di un personale politico che dovrebbe essere rinnovato e ringiovanito, ma non attraverso quelle forme di cooptazione fiduciaria che oggi danno accesso al Parlamento ai coniugi, ai cugini e altri parenti stretti.
Credo che un centro-sinistra di questo tipo avrebbe la possibilità di spostare dal non voto al voto quote consistenti di elettorato, di recuperare pezzi importanti di consenso popolare, di ottenere la maggioranza e il premio alla Camera.
Sogno? Forse sì. Sono troppe le pigrizie mentali, le resistenze, le convenienze, le posizioni di potere che, nel centro sinistra, si oppongono alle scelte che comportino una rottura con tran tran. Il bandolo della matassa è nelle mani di Bersani. Dipendono da lui sia l’accordo “democratico” con i moderati sia la scelta delle primarie. Se, su una linea siffatta, avrà il coraggio di sfidare l’accoppiata della sconfitta, il duo D’Alema-Veltroni origine di tanti disastri, questo l’aiuterà anche nella “partita amichevole” che dovrà giocare con Vendola.

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