22.1.11

Il rischio da correre (di Roberta Carlini)

Sul numero di gennaio 2011 de “La Rocca” di Assisi, il bel mensile della “Pro civitate cristiana”, si può ritrovare un articolo della carissima Robertina Carlini dal titolo Da Daghenham a Mirafiori. La parte centrale del “pezzo” è costituita dalla riflessione su un film inglese recente, di Nigel Cole, Wi want sex ed è quella che qui ripropongo. Il film, se diamo retta a quello che Carlini scrive, è senz’altro da vedere, ma le sue riflessioni vanno oltre e sono da valutare e discutere (S.L.L.)

Rosamund Pike in Wi want sex

Dagenham, Inghilterra, 1968. Centottantasette operaie, addette alla cucitura dei sedili delle Ford, entrano in stato d’agitazione. Vogliono essere pagate come operaie specializzate visto che lo sono, e inoltre vorrebbero qualche miglioria al loro capannone, dentro il quale gocciola acqua in caso di pioggia e si soffoca in caso di caldo. In breve tempo la loro lotta si trasforma in qualcosa di più: chiedono di avere lo stesso salario dei colleghi maschi. La parità retributiva. “We want sex equality”, diceva il loro striscione piazzato sotto Westmister, ma per sbaglio non l’avevano srotolato tutto dunque era rimasto solo “we want sex”, suscitando ilarità, ammiccamenti e entusiasmo nei passanti londinesi. Mentre mandano in tilt i piani alti della Ford: poiché sono solo loro a fare i sedili delle auto, con il loro sciopero riescono a bloccare la produzione, mettere sotto scacco la multinazionale e tenere a casa 40mila operai inglesi – maschi.
C’è un punto di questa storia che vale la pena ricordare qui. Quello in cui si fronteggiano Barbara Castle, ministra del lavoro, che sta per ricevere una delegazione delle donne in sciopero, e l’emissario della multinazionale americana, che piomba nel palazzo del governo e le dice a brutto muso: se lei cede, se queste donne vincono, noi ce ne andiamo. Lasciamo l’Inghilterra. Non possiamo permetterci – è il ragionamento – di pagare le donne come gli uomini, la nostra competitività crollerebbe. Dunque: “o così o ce ne andiamo”, fa sapere l’uomo della Ford al governo laburista di Wilson. Dopo aver incontrato le operaie e sorseggiato uno scotch, la ministra torna da lui che aspetta nell’altra stanza: “Correrò il rischio”, gli dice.
Chissà quanti, vedendo questo film nelle sale italiane nell’anno 2010, hanno pensato a quel intanto andava succedendo tra Mirafiori e Pomigliano. Certo la vicenda delle donne di Dagenham è imparagonabile, lontana anni luce: allora c’era il grande stabilimento (per l’appunto) fordista, nel quale bastava fermare una linea per bloccare tutto, oggi la produzione è spezzettata, diffusa, spesso esternalizzata; allora c’era la fase nascente delle lotte operaie, e l’emissario della Ford girava come un matto per il mondo a tamponare scioperi e rivolte, oggi la classe operaia è reduce da un ventennio di sconfitte e i salari hanno perso enormi quote del prodotto a vantaggio dei profitti, tornando a una situazione simile a quella degli anni Cinquanta; allora le scelte di localizzazione produttiva della Ford – o delle altre multinazionali – erano comunque limitate all’area del mondo occidentale, oggi le alternative a disposizione per la delocalizzazione sono molte di più; allora c’era un’industria forte e consumatori in aumento in Inghilterra e in tutt’Europa, oggi non più. E però, nonostante tutte queste ovvie lontananze, la differenza più forte, che salta agli occhi dello spettatore, è quella ravvisabile nelle parole della ministra: correrò il rischio. Quanti politici, nell’Italia del 2010 ma anche in tutto il mondo occidentale, sono disponibili a “correre il rischio” di contrastare, rifacendosi all’interesse generale che rappresentano, l’interesse particolare di un’industria, un gruppo finanziario, o di tutta l’industria e tutta la finanza? Quanti avrebbero oggi il coraggio di dire all’emissario Ford: il mio paese ha bisogno di voi, ma questo non vuol dire che potete fare tutto quel che volete? Quanti pensano che ci sia, nella politica, un punto di vista più alto e più forte, e anche più imparziale, di quello che c’è in una parte del gioco dell’economia? Pochi. E’ l’economia che è diventata più forte, o la politica che è diventata più debole?
Nella storia della Ford di Dagenham c’è il lieto fine: le operaie vincono, con una mediazione governativa assai accettabile, la Ford non se ne va, il parlamento inglese promulga la prima legge per la parità retributiva tra uomo e donna. Gli anni di distanza e lo stile soft dell’opera cinematografica non nascondono che comunque di una lotta dura e dolorosa si è trattato; ma resta nello spettatore (almeno è rimasta in me) la sensazione di un happy end irripetibile al giorno d’oggi, tanto quanto quello della fiaba di Cenerentola che ritrova principe e scarpetta.
E’ la legge della globalizzazione che non consente obiezioni e cancella le favole, dicono all’unisono i commenti del mondo politico, economico ed anche giornalistico italiano: chiunque si appelli a una remota possibilità di dire un “ma” o un “se” di fronte alle richieste Fiat è un irriducibile nostalgico, uno che non vuole prendere atto del fatto che i tempi sono cambiati, non siamo più agli anni Settanta, che è meglio perdere qualche diritto che l’intera industria. Tali argomenti – che comunque andrebbero presentati nella crudezza della loro realtà, ossia ammettendo che siamo di fronte a un ricatto a cui non ci si può sottrarre, insomma un male da sopportare, non un bene da accettare con entusiasmo – sembrano però oggi un po’ datati. Possibile che solo ora scopriamo la globalizzazione? 

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