15.3.11

Il Pd e i referendum di giugno

Nel Pd sono preoccupati per la scadenza referendaria del 12 giugno. Sui referendum avevano deciso la classica linea del “pesce in barile”: scarso impegno, ampia “libertà di coscienza” concessa anche agli elettori più affezionati, libertà di voto e di non voto. La speranza, fino all’altro ieri fondata, era che i referendum non facessero il quorum. Ora non è più così. La catastrofe giapponese ha messo sotto gli occhi di tutti i rischi terrificanti delle presenza di centrali, specie in regioni a grande rischio sismico com’è l’Italia. E dopo questo evento che resterà all’attenzione per mesi il quorum sul referendum nucleare è assicurato e, come si sa, un referendum tira l’altro. Sono diventate perciò involontarie macchiette i Chicchi Testa e gli Umberti Veronesi. Dovevano presentarsi in tv a fare confusione, spingendo il comune cittadino a chiedersi “chissà chi ha ragione” e a disertare le urne; e invece risultano assolutamente fuori tempo e fuori luogo, con l’anacronismo e lo spaesamento tipico di certa comicità surreale.
Ma spaesati sono anche i capi del Pd che pagano le contorsioni e le incertezze di un partito che sui contenuti non è quasi mai in grado di scegliere una posizione ampiamente condivisa. Così abbiamo un partito che sull’abrogando “legittimo impedimento” era contrario alla legge, ma non ha, se non marginalmente, partecipato alla raccolta di firme. La base Pd, peraltro, è ampiamente favorevole all’acqua pubblica, in quanto bene comune, ma il suo quadro dirigente, specie nelle amministrazioni locali, non ha intenzione di negare agli imprenditori amici i profitti sperati e perciò si contorce in bizantine distinzioni tra sorgenti e reti, tra proprietà e gestione. Sul nucleare il Pd ha votato contro in Parlamenta, ma, come si dice, senza farne una “questione ideologica”, cioè dichiarandosi nei fatti disponibile a trattare con i nuclearisti, specie quelli dell’Udc, che fino all’altro ieri erano particolarmente decisi nella difesa del ritorno all’atomo.
Sul referendum nucleare, tuttavia, oggi non è facile per il partito di Bersani, D’Alema, Fioroni, Veltroni assumere un atteggiamento rinunciatario, “di basso profilo” – come si usa dire. Sono costretti dai fatti ad impegnarsi. E anche sull’acqua dovranno dare una indicazione univoca e ad alta voce. Sono nelle spine. E sarebbero felici se il Cavaliere tentasse il colpo di mano, scippando il referendum che più tira con una leggina che, bloccando per qualche tempo la costruzione delle centrali, eviti il responso popolare. Il Cav ha qualche problema a fare questa operazione, perché intorno al nucleare c’è tanto “affarismo bunga bunga”, ma sa anche che rischia la sopravvivenza e perciò credo che questa leggina arriverà ed avrà in Parlamento più di un aiutino dal Pd.

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