11.3.17

Alla Scuola di Francoforte tra grand hotel e molotov (Giorgio Fontana)

Marcuse durante una sua lezione a Vincennes negli anni Sessanta
Di fronte alla catastrofe in arrivo, nel 1940 Max Horkheimer disse che il compito della Scuola di Francoforte – di cui era un esponente di spicco – era di affidare il pensiero al futuro: un messaggio nella bottiglia. A distanza di decenni, il messaggio resta intatto e interessante; cosa fare della bottiglia è tutt’altro discorso. Durante il Sessantotto, alcuni la riempirono di esplosivo e decisero di attaccare frontalmente il sistema. Nello stesso periodo, l’altro grande nome della Scuola, Theodor Adorno, fu molto contestato dai suoi studenti. Su una lavagna scrissero: «Se Adorno venisse lasciato in pace, il capitalismo non morirà mai». Lui si lamentò: «Ho creato un modello teorico di pensiero. Come potevo sospettare che la gente lo implementasse con delle molotov?». Fino all’ultimo ritenne che pensare fosse l’unico atto di resistenza radicale. Proteste e barricate non servivano a nulla contro «chi amministra la bomba».
Ma gli studenti avevano ragione almeno su un punto. La teoria critica inaugurata dai marxisti francofortesi era opposta al capitalismo e al conformismo: ma non prendendo parte attiva contro il mondo che disprezzava, non finiva per cedere all’ipocrisia? Secondo György Lukács, era proprio così. Per lui i membri della Scuola di Francoforte avevano una stanza nel metaforico Grand Hotel Abyss: potevano dedicarsi a commentare l’abisso sotto di loro – la crisi della modernità, i vecchi e nuovi fascismi – comodamente seduti in poltrona, «fra pasti eccellenti e intrattenimenti artistici».
E proprio Grand Hotel Abyss è il titolo del bel saggio di Stuart Jeffries sulla storia del movimento, pubblicato di recente da Verso Books. In effetti, il sarcasmo di Lukács coglie nel segno. Tutti coloro che gravitarono attorno all’Istituto per la ricerca sociale di Francoforte (e poi di New York), vissero in una contraddizione evidente. Rovesciando l’undicesima tesi su Feuerbach di Marx, si limitarono a interpretare diversamente il mondo invece di trasformarlo; a una fede socialista accompagnarono uno stile di vita piuttosto borghese.
Jeffries mostra come le origini dell’incoerenza affondino in una storia di padri e figli. Tutti i membri principali della Scuola, a parte alcune eccezioni, provenivano da ricche famiglie ebraiche contro il cui stile di vita si erano ribellati, salvo trarne tutto ciò che gli serviva per vivere. Il grande Walter Benjamin, nume tutelare del movimento, pretese sempre che i genitori gli versassero una diaria; e a quarant’anni non sapeva prepararsi il caffè da solo. Lo stesso edificio dell’Istituto testimonia questa dinamica: fu finanziato dal ricco padre di Felix Weil, e per di più costruito dall’architetto nazista Franz Roeckle. Lo stesso Horkheimer, direttore negli anni dell’esilio americano, evitò di turbare i suoi finanziatori evitando con cura la parola “marxista” nei vari articoli pubblicati. Ciò non gli impedì, insieme ad Adorno, di commentare con asprezza il conformismo repressivo degli Stati Uniti; ma nemmeno gli impedì di vivere del danaro che ne proveniva.
Si può obiettare che una filosofia così compromessa sia interamente da rigettare; e che per di più non abbia alcuna presa oggi, in tempi di quietismo e fine delle ideologie. Tutt’altro: l’aspetto interessante di Grand Hotel Abyss è che Jeffries svela queste contraddizioni, ma non le usa per liquidare la produzione francofortese. Anzi. La storia della Scuola fu ricca anche di amicizia, di sincero impegno, e il gruppo creò nuove categorie con cui possiamo misurare la temperatura del presente: «Riconcettualizzarono il marxismo introducendo elementi della psicanalisi freudiana, per comprendere meglio come il movimento dialettico della storia verso un’utopia socialista sembrava essersi bloccato. Si impegnarono contro l’ascesa di ciò che chiamavano “industria culturale”, esplorando così una nuova relazione fra cultura e politica, dove la prima fungeva da lacchè del capitalismo eppure aveva il potenziale, per lo più irrealizzato, di seppellirlo. In particolare, rifletterono su come la vita di ogni giorno potesse diventare il teatro della rivoluzione e invece ne era per gran parte l’opposto».
Meriti non da poco, e ancora attuali: riletti oggi, i Minima Moralia o la Dialettica dell’Illuminismo non sembrano affatto invecchiati. Del resto viviamo in un mondo dove la libertà è spesso «libertà di scegliere ciò che è sempre stato uguale», e che si regge su diseguaglianze inique; dove il razzismo è tutt’altro che un ricordo del passato, e l’effetto uniformante dell’industria culturale appare quanto mai pervasivo.
Jeffries teme, in particolare, gli effetti degli algoritmi delle grande piattaforme digitali, che creano un mondo apparente fatto su misura di ciascuno e «trasformano la liberazione dell’uomo in una prospettiva terrificante».
Ma se il capitalismo è tutt’altro che sepolto, lo stesso si può dire della sua critica. Per tutti questi motivi la Scuola di Francoforte ha molto da dirci: innanzitutto perché inocula il sospetto nei confronti di facili celebrazioni dell’esistente, ricordandoci il valore di un pensiero davvero radicale. Le osservazioni di Adorno sull’alienazione della società tardo-industriale e sui pericoli delle teorie del progresso, gli spunti di Marcuse sulla civiltà repressiva o le teorie dell’amore di Erich Fromm conservano ancora tutta la loro forza.
Ma, in questa appassionante cavalcata nel Novecento e oltre, Jeffries non elude mai l’eterno problema: appunto cosa farne in concreto di questa fertilità di pensiero. Come fu per i francofortesi, c’è sempre il rischio di prendere una stanza nel Grand Hotel Abyss e dimenticare che un mondo ingiusto andrebbe non solo criticato, ma anche cambiato.

Pagina 99, 26 novembre 2016

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