7.2.14

Carducci senza enfasi. "Pianto antico"

     

Carducci senza retorica è il titolo di uno dei più bei saggi di Luigi Russo, forse la monografia più importante del critico deliano, dopo quella su Giovanni Verga. 
Il titolo e l’approccio nascevano da un preciso contesto storico, quello del fascismo, che del poeta ottocentesco tendeva a valorizzare primariamente l’elemento patriottico e nazionalistico. Al termine retorica Russo dava il valore non positivo che era tipico delle poetiche romantiche, intendendo il ricorso a figure, costruzioni, tecniche espressive, in origine tipiche dell’oratoria, in grado di affascinare e trascinare l’uditorio, spesso senza autenticità e sincerità: insomma un’arte che denuncia l’artificio e che alla fine è d’ostacolo alla poesia. 
Oggi c’è meno diffidenza verso la retorica, verso la parola e verso la cosa: s’è diffusa la consapevolezza che tecniche e artifici sono ineliminabili, connaturati all’espressione letteraria e che, generalmente, il rifiuto della retorica esprime un altro tipo di retorica, cioè altre tecniche, altri artifici, anch'essi finalizzati alla persuasione.  
Dagli eccessi della retorica classicista bisognerà comunque liberare Carducci, “poeta professore” che spesso gode del suo stesso tecnicismo, del suo linguaggio altisonante. E, nello stesso tempo, bisognerà liberarne l’opera da un difetto che non gli si può addebitare interamente e che proviene dalle letture scolastiche.
Mi riferisco in particolare al dire gonfio ed esagerato, all’enfasi che maestre e maestri di scuola aggiungevano a quella già presente nel poeta. Il ridicolo che promana dal “T’amo pio bove” per esempio deriva assai più dal “t’amo” strascicato e dal vocativo isolato ed evidenziato dalla voce recitante che dalla poesia in sé e per sé.
Così anche per Pianto antico, dove certo la retorica non manca, ma è quella misurata di Orazio. In quel tipo di retorica si iscrive la costruzione simmetrica dell’antitesi tra l’albero e il figlio morto, peraltro assai efficace a comunicare il disagio per il reale che è una delle prime molle del fare poetico. Da una parte c’è il mondo vegetale che sembra partecipare del tempo ciclico assai più di quello umano, per cui il risveglio primaverile può apparire illusoriamente una rinascita, come accade nel verde melograno; dall’altro l’irreversibilità del tempo lineare che prevale nella vita dell’uomo e dentro di essa lo scandalo e l’assurdo della morte delle persone care, che distrugge ogni consolatoria illusione.
Io oggi, in minimetrò, ho provato a recitarmela quella poesia, tra me e me, depurandola da ogni gesticolazione visibile o invisibile, da ogni enfasi. Nessuna mano levata a indicare l'albero, nessuna sottolineatura dell’apostrofe “tu”, quella che nella recitazione elementare diventava “tuuuu”, nessuna valorizzazione delle altre anafore. Lettura a bassa voce, monotona, asciutta, secca, materialistica come il messaggio implicito nel breve testo. La retorica allora risulta del tutto funzionale alla comunicazione e Pianto antico, liberato dal peso della tradizione scolastica, appare per quello che è: un piccolo capolavoro. E commuove fino alle lacrime. (S.L.L.)

Pianto antico
L’albero a cui tendevi
La pargoletta mano,
Il verde melograno
Da’ bei vermigli fior,

Nel muto orto solingo
Rinverdí tutto or ora
E giugno lo ristora
Di luce e di calor.

Tu fior de la mia pianta
Percossa e inaridita,
Tu de l’inutil vita
Estremo unico fior,

Sei ne la terra fredda,
Sei ne la terra negra;
Né il sol piú ti rallegra
Né ti risveglia amor.

6.2.14

Carlo Magno tra Roma antica e l'Europa moderna (Alessandro Barbero)

Il sottotitolo scelto per questa traduzione italiana del Charlemagne di Georges Minois (Primo europeo o ultimo romano, Salerno, 2012) è tratto dal capitolo conclusivo del libro, e riflette un problema con cui la storiografia non ha smesso da un secolo di confrontarsi: l'età di Carlo Magno rappresenta il punto d'arrivo della tarda antichità, o il momento d'inizio della moderna storia europea? Carlo Magno, quanto a lui, non avrebbe avuto esitazioni: viveva in un mondo in cui l'unica lingua scritta era il latino, l'unica teologia esistente era quella tardoantica, gli autori dell'ultima romanità occupavano gli scaffali delle biblioteche, e lui stesso era stato acclamato Augusto dai Romani, in quell'Urbe che , benché decaduta era ancora la più grande metropoli dell'Occidente.
E in verità, da un certo punto di vista Carlo Magno è proprio l'ultimo imperatore romano. Come Vespasiano o Traiano, fa raffigurare sulle monete il suo faccione coronato d'alloro; e pazienza se è ornato da un bel paio di baffi, che sarebbero sembrati tremendamente barbari ai senatori dei vecchi tempi. Mettere il proprio ritratto sul recto delle monete, su un piano di parità con la croce del verso, è un'audacia che dopo l'età carolingia i sovrani cristiani del Medioevo non avranno più; bisognerà aspettare il Rinascimento perché con qualunque moneta si possa giocare a «testa o croce».
Certo, quello di Carlo Magno è un impero cristiano: ma così era già la Roma degli ultimi secoli. Al pari di grandi imperatori come Costantino o Giustiniano, Carlo dichiara la sua profonda deferenza per la Chiesa, nel momento stesso in cui di fatto la dirige: convoca concili ecumenici di cui detta l'agenda teologica, proprio come aveva fatto Costanti no a Nicea, e stabilisce per legge quali colpe sono da considerare inaccettabili per un sacerdote (fra l'altro, avere più di una moglie, «perché sono peggiori dei laici»).
Ma Carlo Magno è anche uno dei creatori dell'Europa moderna. Si deve alle sue riforme monetarie se ancora i nostri nonni parlando di 5 centesimi (cioè un ventesimo di lira) li chiamavano «un soldo», e se fino a pochi decenni fa la sterlina era divisa, in modo apparentemente così bizzarro, in 20 scellini, e ogni scellino in 12 pence. Si deve alle sue scelte politiche e culturali se in tutta Europa la nobiltà si è articolata in una gerarchia di duchi, marchesi, conti e baroni; se tutti i monaci d'Occidente sono benedettini; e se la stampa, che pure fu inventata più di seicento anni dopo la sua morte, utilizza i caratteri che state leggendo, discendenti diretti della minuscola carolina.
Georges Minois è uno di quegli storici francesi […] con una camaleontica capacità di impadronirsi degli argomenti più diversi: ha scritto una vita di Galileo, una storia dell'ateismo, una della depressione, una del suicidio, una dell'omicidio politico, una dell'avvenire, una della vecchiaia e una dell'inferno. Non è dunque così strano se il suo libro non appare sempre al corrente del dibattito più specialistico: ad esempio dove presenta la tonalità economica dell'epoca carolingia, di cui oggi non si dà più una valutazione così pessimistica. Ma è un libro ottimamente scritto, densissimo di informazioni, ideale per l'appassionato di storia che voglia imparare e divertirsi approfondendo la vita di uno dei personaggi più celebrati del Medioevo.

E non solo del Medioevo: uno dei capitoli più succosi è quello dedicato ai tanti modi in cui Carlo Magno è stato reinventato dalla politica, da Napoleone a Hitler, fino all' attuale Prix Charlemagne assegnato ad Aquisgrana dall' Unione Europea. L'autore rievoca fra l'altro la storia della divisione SS Charlemagne, in cui i nazisti radunarono i loro sostenitori francesi per mandarli a combattere sul fronte orientale. Il nome sembrava la scelta perfetta per celebrare la comune ascendenza di francesi e tedeschi; ma il contingente bretone, al comando dell'Ober-sturmbannfuhrer Le Coz, dichiarò che non intendeva farsi inquadrare in una divisione dedicata a Carlo Magno, per la buona ragione che milleduecento anni prima i bretoni avevano combattuto contro di lui per l'indipendenza della Bretagna. Nel nostro mondo, in cui la storia è spesso fonte di divisione più che di unione, ognuno può trovare un motivo per schierarsi con Carlo Magno o contro di lui: e c'è perfino da stupirsi che in Italia i discendenti dei Longobardi, così accaniti nella difesa di un'identità immaginaria, non abbiano ancora pensato di boicottarlo.

"Tuttolibri - La Stampa", 31 marzo 2012

La vita (di Walter Binni)

... mi sono persuaso, per sempre, che la vita val solo leopardianamente a «spregiarla», se ai falsi valori del potere e della ricchezza non si preferiscono quelli, veri, della le­altà («bella come una pura fron­te» scriveva ispirato Capitini), dell'autenticità, della giustizia, della verità, del «bene comune», senza di cui la vita non è solo, per sua natura, infelice (l'infelicità è par­te e limite essenziale della condi­zione umana, e la vita alla fine è più «crudele che vana» per dirla con Montale) ma indegna poiché essa «vale» solo per usarla corag­giosamente, per terminarla senza viltà e senza stolte speranze.

da Perugia nella mia vita. Quasi un racconto, GEI, Pisa-Roma, 1998

5.2.14

La libbertà de pensiero. Una poesia di Trilussa

Un Gatto bianco, ch'era presidente
der circolo der Libbero Pensiero,
sentì che un Gatto nero,
libbero pensatore come lui,
je faceva la critica
riguardo a la politica
ch'era contraria a li principi sui.
- Giacché nun badi a li fattacci tui,
- je disse er Gatto bianco inviperito - 
rassegnerai le propie dimissione
e uscirai da le file der partito: 
che qui la pòi pensa libberamente 
come te pare a te, ma a condizzione 
che t'associ a l'idee del presidente 
e a le proposte de la commissione!
- È vero, ho torto, ho aggito malamente... -
rispose er Gatto nero.
E pe' resta ner Libbero Pensiero
da quela vorta nun pensò più gnente.

da Le favole,1922

Come è forte... Una poesia di Sandro Penna

Come è forte il rumore dell'alba!
Fatto di cose più che di persone.
Lo precede talvolta un fischio breve,
una voce che lieta sfida il giorno.
Ma poi nella città tutto è sommerso.
E la mia stella è quella stella scialba
mia lenta morte senza disperazione.

In Poesie, Garzanti, 2000 

Banche ebraiche? (stato di fb)

La banca Rothschild nella City di Londra
Ci sono compagni che in rete giustamente denunciano con parole fortissime l'operazione che privatizza la Banca d'Italia, svendendo alle grandi banche private e alla finanza internazionale e nazionale un pezzo fondamentale di sovranità. In taluni di loro leggo la sottolineatura "banchieri ebrei" o "banche ebraiche". 
Non capisco cosa esattamente significhi "ebrei". Razza? Non credo che esista una "razza ebraica". E ho l'impressione che anche "razza" sia un concetto scientificamente improbabile. Religione? Hanno fatto un'indagine sulla circoncisione del "management" delle grandi banche? o sul rispetto, al suo interno, del sabato e dei digiuni rituali? Nazionalità? Ma non esiste una nazione ebraica, caso mai "israeliana"; ma non mi risulta che tra azionisti e capi delle grandi banche esista una maggioranza di cittadini israeliani. E' semmai lo stato di Israele ad essere forte debitore e prigioniero delle grandi banche, ma questo è un altro discorso. 
Ho l'impressione che il meccanismo di attribuzione della qualifica di "ebrei" ai banchieri e di "ebraiche" alle banche segua lo stesso procedimento del "Mein Kampf" hitleriano, che attribuiva indiscriminatamente agli ebrei la colpa di aver fondato - oltre ad alcune banche - il socialismo e il comunismo per dominare il mondo, collocando così anche Marx nel "complotto universale" tra i "savi di Sion". 
Una domanda. Sarebbe meglio se a impadronirsi della Banca d'Italia fossero banchieri e banche "ariane", di pura razza indo-europea e, volendo, di religione cattolica romana? (31 gennaio 2014)

La riforma elettorale di Renzi e Berlusconi (S.L.L. - Stato di fb)

Democrazia e agibilità politica (??) non c'entrano niente con la riforma elettorale di Renzi e Berlusconi. L'unico asse è la governabilità: il paese deve avere un governo, fosse anche nettamente minoritario e perciò tendenzialmente antipopolare. E il parlamento dev'essere asservito al governo. Questa "governabilità", peraltro, non manca di caratteri autoritari. L'aspetto più odiosamente antidemocratico è l'esclusione dei "piccoli" perfino dal diritto di tribuna. Una volta garantito che, al primo o al secondo turno, un governo sarà eletto ed avrà una maggioranza non condizionata da accordi, che bisogno ci sarebbe di sbarramenti così alti, che neppure la legge Acerbo prevedeva? Essi soltanto significano il volere negare anche il diritto di parola a quelle minoranze critiche, di rompiscatole controcorrente, che sono spesso il sale e il lievito della democrazia. (2 febbraio 2014)

La borghesia mafiosa e il sicilianismo (di Giuseppe Carlo Marino)

Che il “sicilianismo” fosse l’ideologia della “borghesia mafiosa” siciliana fu un’argomentata intuizione di Mario Mineo, quando questa categoria inventò, già negli anni Sessanta. Ancor prima Leonardo Sciascia aveva fornito una plastica rappresentazione delle origini del “sicilianismo” nel suo magnifico Consiglio d’Egitto. Giuseppe Carlo Marino è stato infine lo storico che più accuratamente ha studiato questa relazione nel suo costituirsi e nel suo divenire a cominciare da L’ideologia sicilianista (Flaccovio, 1988), passando per L’opposisizione mafiosa (Flaccovio, 1996), per giungere alla Storia della mafia (Newton Compton, 1998), la cui ultima edizione riveduta e aggiornata è stata pubblicata nel 2013. 
A Marino si deve l’utilizzazione della categoria gramsciana di “egemonia” come strumento di interpretazione del fenomeno mafioso. In questa luce questo cessa di essere oggetto di “storia criminale” e diventa una chiave della storia politica e sociale della Sicilia. 
Di Marino è uscito nel 2011 per i Tascabili Bompiani Globalmafia - Manifesto per una internazionale antimafiosa, un libro che avrebbe meritato molta più attenzione da parte della sinistra culturale e politica e dello stesso associazionismo antimafioso. Il libro, composito (contiene un ampio contributo di Antonio Ingroia che – al tempo – era un magistrato antimafia di prima linea e importanti appendici di documentazione), ha come base un saggio storico-teorico sulla mafia globalizzata, una verifica di come dalla Sicilia Cosa nostra espanda nel mondo la sua presenza criminale, di come in questo percorso si incontri con altre “mafie”, che sono anch’esse in molti casi una “forma d’egemonia”, di come l’accumulazione mafiosa condizioni sempre più fortemente l’economia e la finanza internazionale, componente fondamentale di un potere che gli Stati e le organizzazioni interstatuali non sanno o non vogliono controllare. Il lavoro di Marino parte dalla Sicilia e contiene alcune pagine in cui lo studioso efficacemente sintetizza le acquisizioni dei suoi studi precedenti su sicilianismo e borghesia mafiosa. Il termine “sicilianismo” non c’è, ma esso vi appare compiutamente definito.(S.L.L.)

[…] La mafia non è venuta dal popolo siciliano ma dai suoi indigeni oppressori. Non consiste in un mero fenomeno di criminalità più o meno organizzata; ma in un'originale prassi del potere (ben visibile e analizzabile nelle sue forme e nelle sue dinamiche) con la quale i ceti dominanti hanno fomentato e alimentato, nel popolo, la moltiplicazione di un illegalismo diffuso, funzionale alla salvaguardia dei loro privati interessi e privilegi.
Ben lontani - come già aveva rilevato a fine Settecento il grande storico Rosario Gregorio - da una convinta condivisione del diritto pubblico e quindi di solito ostili a ogni ipotesi di statualità, i ceti dominanti siciliani raramente hanno espresso dal loro seno individualità innovatrici e durature correnti progressiste. Adusi a una valorizzazione estrema, persino a prescindere e al di là dei vincoli imposti dalle leggi, delle pretese individuali e di clan per la conquista e la conservazione della "roba" (un atteggiamento che potrebbe persino dirsi anarcoide ed "eversivo", seppure temperato da una rituale riproduzione di comportamenti ancorati a schemi tradizionalisti di vita sociale considerati intoccabili e quasi fuori e al di là del tempo), hanno elaborato e alimentato una sorta di religione del conservatorismo, di cui c'è ampia traccia nelle rappresentazioni letterarie, da Capuana, Verga e Pirandello a Tornasi di Lampedusa. E con la giustificazione ideologica di una siffatta "religione di classe" che sempre loro, i ceti dominanti, hanno coltivato l'astuta presunzione di rappresentare in toto, per una sorta di investitura storica fondata sulle tradizioni, i cosiddetti diritti e valori della cosiddetta "nazione siciliana". Ed è stata proprio tale presunzione l'anima del loro tenace impegno a difesa di privilegi invocati anche a nome del popolo, sempre con le arti dell'astuzia, senza peraltro escludere che l'opposizione intransigente a ogni potere statale che non si fosse mostrato condiscendente nei loro confronti potesse, all'occorrenza, sfociare nella violenza aperta delle strumentali rivolte popolari da essi stessi, come si è già detto, fomentate e dirette.
Mai propensi a cedere quote benché minime del loro potere su terre e uomini allo Stato, essi hanno piuttosto evidenziato la tendenza ad avallare e a fomentare un astuto illegalismo, nelle forme di volta in volta utili ad assicurare che ogni Stato che fosse riuscito a costituirsi e a tentare di strutturarsi nell'isola potesse essere efficacemente paralizzato e costretto a sottomettersi alle "ragioni" private ovvero a un sistema di privilegi ritenuto caratteristicamente siciliano e rivendicato come di per sé legittimato da una sorta di intangibile diritto naturale alla diversità.
Tale ceto di potenti - costituito in vari tempi da latifondisti ("baroni"), e da affittuari di latifondi (grandi "gabelloti"), regi intendenti e burocrati di rango, politicanti, preti e monsignori, notai, azzeccagarbugli, notabili e paglietta, evolutosi nel Novecento, con crescente evidenza rispetto al passato nella cosiddetta "borghesia mafiosa" - non ha mai accettato benevolmente altra legge se non quella funzionale ai suoi interessi.
Ceto, pertanto, sempre diffidente dello Stato, di qualsiasi Stato, esso ha conseguito e mantenuto un potere sociale nell'isola affidato a un particolare metodo bizantino di confronto-ricatto con i poteri pubblici: il metodo di un' "ubbidienza condizionata", nel senso che condizione ritenuta necessaria per ubbidire sarebbe stata ogni volta la disponibilità dei poteri statuali a governare il meno possibile la Sicilia, ovvero a non ingerirsi negli intrighi degli "affari" e dei misteri siciliani, a non attentare alle cosiddette "libertà" dei cosiddetti "siciliani" e a lasciarsi adulare e strumentalizzare ogni volta che l'appello alla legge risultasse ai potenti dell'isola concretamente più utile e conforme a tali "libertà" e agli "interessi siciliani" di qualsiasi manifestazione di ostilità o di aperta opposizione.
Un ceto di "gattopardi" cinici ed estraniati dal tempo storico, convinti di essere degli dei, così lo definiva con ben comprensibile orgoglio di appartenenza un loro coltissimo esponente, il principe Tornasi di Lampedusa. Meglio sarebbe dire, un ceto di servi-padroni, data la sua tendenza a una prassi astuta e untuosa del servire per meglio esercitare e difendere un pacifico dominio sull'isola e sul suo popolo: vigilare sulle forme e sui ritmi della vita sociale, sì da garantirne una costante riproduzione senza scosse; addolcire le sofferenze dei poveri e degli oppressi con un'offerta di sonno collettivo, inducendo una dolce passività conforme a un andamento delle cose descritto e contemplato come ineluttabile; ma con tutte le arti di una sofisticata vocazione al potere da mettere a profitto con tenacia circuendo, al fine di renderli domestici e inoffensivi, i poteri statali, salvo a reagire duramente con mobilitazioni separatistiche e richieste di indipendenza ogni volta che il pacifico dominio fosse seriamente minacciato da una qualche volontà statuale di non accondiscendere all'esautorazione o da sue temute inefficienze o esitazioni nell'uso della forza repressiva dinanzi a impreviste e incontrollabili rivolte popolari o a movimenti progressisti comunque pericolosi per la tenuta dei privilegi.
Così avvenne, per esempio, già in età preunitaria, con speciale evidenza nel 1820, contro i rivoluzionari napoletani che avevano conquistato una Costituzione di cui si temevano gli effetti liberali sui privilegi siciliani. Così, in seguito, appena all'indomani dell'Unità, nel 1866, strumentalizzando i disagi delle plebi e aizzandole contro le rigidità del nuovo potere dei "piemontesi" intenzionato, con evidenti lacune quanto alla conoscenza del contesto siciliano, a imporre un'immediata estensione all'isola degli ordinamenti dello Stato liberale; così, a fine Ottocento, contro il movimento popolare dei Fasci e ottenendone la violenta repressione da parte del governo retto dal siciliano Francesco Crispi; così, nei primi anni venti del Novecento, contro i contadini tornati dalla guerra che occupavano i latifondi, presto adattandosi ad assumere come propria, a difesa dei beni e dei privilegi, la salvifica "legalità" dell'ordine fascista; così nel secondo dopoguerra, con il separatismo rilanciato contro il "vento del Nord" e i governi di unità antifascista nei quali i comunisti e i socialisti stavano avviando, per poi animarle e dirigerle, le lotte contadine per la riforma agraria.

da Giuseppe Carlo Marino, Globalmafia, Bompiani 2011

4.2.14

Marx a Londra (1852-53). Rapporto di un agente alla polizia prussiana

La spia della polizia prussiana che compilò il rapporto che qui “posto”, conservato negli archivi di stato, doveva essere un intellettuale di qualche spessore, ma ancor più si rivela un attento osservatore e un valente scrittore. Il ritratto di Karl Marx, come del resto la descrizione della sua casa, è vivido e convincente, soprattutto per il gusto del particolare, spesso illuminante. (S.L.L.) 

Il capo di questo partito (dei comunisti) è Karl Marx; i sottocapi sono Friedrich Engels a Manchester, Freiligrath e Wolff (detto Lupus) a Londra, Heine a Parigi, Weydemeyer e Cluss in America; Burgers e Daniels lo erano a Colonia, Weerth ad Amburgo. Ma la mente attiva e creatrice, la vera anima del partito è Marx; perciò voglio informarla anche della sua personalità.
Marx è di media statura; ha trentaquattro anni; malgrado l'età, i suoi capelli sono già grigi; la sua corporatura è vigorosa; i tratti del volto ricordano notevolmente quelli di Szemere (Bertalan Szemere, poeta e nazionalista ungherese, primo ministro durante la rivoluzione del ’48 - ndr), a parte il colorito più scuro e i capelli e la barba nerissimi; porta la barba completa; i suoi occhi grandi, focosi e penetranti, hanno qualcosa di sinistro, di demoniaco. Tuttavia si nota in lui al primo sguardo l'uomo di genio e di energia. La sua superiorità intellettuale esercita un'influenza irresistibile su chi lo circonda.
Nella vita privata è estremamente disordinato e cinico; è un pessimo amministratore, e conduce una vera esistenza da zingaro. Lavarsi, pettinarsi, cambiare la biancheria sono per lui delle rarità, alza volentieri il gomito. Spesso se ne sta tutto il giorno stravaccato, ma se ha molto da fare lavora giorno e notte con una resistenza inesauribile; il sonno e la veglia non sono distribuiti nella sua vita in modo regolare; molto spesso rimane sveglio tutta la notte, poi verso mezzogiorno si getta vestito sul canapè e dorme fino a sera, senza preoccuparsi di chi gli gira intorno, in quella casa in cui tutti vanno e vengono liberamente.
Sua moglie, la sorella del ministro prussiano von Westphalen, è una signora colta e gradevole, che per amore del marito si è abituata a una vita zingaresca e ora si sente perfettamente a suo agio in quella miseria. Ha due bambine e un bambino, tutti molto belli e con gli stessi occhi intelligenti del padre.
Come marito e padre di famiglia Marx, a dispetto del suo carattere altrimenti irrequieto e violento, è l'uomo più tenero e mansueto di questo mondo. Marx abita in uno dei peggiori quartieri di Londra, e di conseguenza anche dei più economici. Occupa due stanze; quella che guarda sulla strada è il salotto, quella che dà sul retro è la camera da letto. In tutta la casa non si trova un mobile pulito e in buono stato; tutto è rovinato, logoro, a pezzi, ricoperto da uno strato di polvere spesso un dito; ovunque regna il massimo disordine. In mezzo al salotto si trova un grande tavolo di età veneranda, ricoperto da uno spesso strato di cera mai rimossa. Qui si ammonticchiano i manoscritti, i libri e i giornali di Marx, i giocattoli dei bambini, i lavori di rammendo della moglie, tazze di tè dagli orli sbreccati, cucchiai sporchi, coltelli, forchette, candelieri, calamai, bicchieri, pipe di terracotta olandesi, cenere di tabacco: tutto gettato alla rinfusa su quell'unico tavolo.
Quando si entra in casa di Marx il fumo del carbone e del tabacco è così denso che al primo momento si brancola come in una spelonca; poi, a poco a poco, lo sguardo si abitua al fumo, e si comincia a scorgere qualche oggetto, come attraverso una nebbia. Tutto è sporco e ricoperto di polvere, sedersi è veramente un'impresa pericolosa. Qui una sedia si regge solo su tre gambe, là i bambini giocano ai cuochi su un'altra sedia, casualmente rimasta intera. Naturalmente la sedia intera viene offerta al visitatore, ma senza ripulirla dalla cucina dei bambini, e chi si siede rischia un paio di pantaloni. Ma tutto ciò i non procura a Marx e a sua moglie il minimo imbarazzo. L'accoglienza è la più amichevole; la pipa, il tabacco e tutto quello che si trova in casa viene offerto con la massima cordialità. Una conversazione intelligente e piacevole sopperisce finalmente alle deficienze domestiche, rendendo tollerabile ciò che al primo impatto era solo sgradevole. Allora ci si può perfino riconciliare con la compagnia, e trovar l'ambiente interessante e originale. Ecco il ritratto fedele della vita familiare di Marx, il capo dei comunisti.


In Colloqui con Marx ed Engels (a cura di Hans Magnus Enzensberger), Einaudi, 1977

3.2.14

La poesia del lunedì. Alessandro Ricci (Garessio 1943 – Roma 2004)

Il dolore ti parla, ma non è
concesso riferirlo,
meno che mai alla persona
che te lo dà.
Per esempio i Romani decisero
di bruciare i cadaveri
e disfarsene fuori le mura.
La cenere non rimprovera come
un corpo che si decompone,
non azzanna.

~

Forse per questo, quando finisce
un amore, vorremmo sostituire
il telefono, ardere i mobili
della stanza, cambiare casa.

~

Il dolore paga tre monete:
una di ferro, ed è il vuoto;
una d’argento, ed è la memoria,
atroce e cortese, della semplicità;
una d’oro, ed è il pensiero
della morte, bianco come Venere
al mattino, come il clamore
mancante che subissa
in una marina che
non si sa.

da La confessione in Quaderni n.61

2.2.14

Gramsci disabile ( di Alain Goussot)

Antonia Gramsci a 15 anni
Antonio Gramsci è noto come fondatore del partito comunista italiano, antifascista che pagò con la vita la sua lotta contro la dittatura, intellettuale critico e marxista creativo. Quello che si sa meno è che Gramsci era gobbo, camminava a malapena e non superava il metro e cinquanta; era quello che oggi verrebbe chiamato un disabile fisico e motorio. Eppure quel piccolo gobbo, affetto da nanismo, fu un uomo di una grande tenacia e una figura morale ed intellettuale esemplare per tutto il movimento progressista in Europa e in Italia. Scrittori come Romain Rolland e André Gide presero le sue difese durante i suoi anni di detenzione nelle carceri fasciste. Ma chi era il piccolo disabile di Ghilarza?

Fin da piccolo
Racconta Nennetta Cuba, coetanea e vicina di Antonio a Ghilarza:”Nino non è stato sempre ...diciamo gobbo. Anzi, era un bel bambino, da piccolo. Delicatissimo, magari.(...) Poi, non so la causa, era cominciata a venirgli sulla schiena una specie di noce, e lui non cresceva, se ne stava bassettino, piccoletto. Tia Peppina, poveretta, le provava tutte, per combattere il male. Era confusa, e sempre con quest'aria di spavento. Lo metteva sdraiato per fargli lunghi massaggi con tintura di jodio, e nulla. La noce ingrandiva ogni giorno di più. Così decisero di andarlo a far vedere a Oristano. Lo fecero vedere anche a Caserta: tiu Gramsci lo aveva portato da uno specialista. Al ritorno, la cura consigliata era di tenerlo appeso a un trave del soffitto. Gli avevano combinato un busto con anelle. Nino indossava il busto, e tiu Gramsci e Gennaro lo mettevano agganciato al soffitto lasciandolo sospeso in aria. Si pensava che fosse questo il modo giusto per raddrizzarlo. Ma l'ingrossamento sulla schiena e poi anche davanti aumentò, e mai c'é stato rimedio. Sempre Nino ha continuato ad essere piccoletto. Anche da grande non passava il metro e cinquanta”.
Il piccolo Antonio conobbe subito la sofferenza di chi ha un deficit; non si seppe mai esattamente quale fosse la causa della malformazione: la madre affermava che la domestica lo aveva lasciato cadere neonato mentre lo stesso Antonio Gramsci ci spiega qualcosa di diverso: “Da bambino, a quattro anni ho avuto delle emorragie per tre giorni di seguito che mi avevano completamente dissanguato, accompagnate da convulsioni. I medici mi avevano dato per morte, e mia madre ha conservato fino al 1914 circa una piccola bara ed il vestitino speciale che dovevano servire a seppellirmi”.
Il piccolo Gramsci conosce il dolore fisico, ma anche la solitudine, nonostante l'affetto materno e la solidarietà dei fratelli e delle sorelle. La malformazione rispetto agli altri bambini lo aveva reso più chiuso; faceva fatica a partecipare ad alcuni giochi nei campi anche se si fece degli amici con i quali andava ad osservare la vita degli animali: in particolare dei ricci e della volpe. A questa situazione occorre aggiungere l'assenza del padre, impiegato al catasto, che fu incarcerato e per anni fu assente facendo precipitare la famiglia nella miseria. La madre Peppina si ritrovò ad occuparsi da sola dei sette figli; dimostrò molto coraggio e questo aiutò il piccolo Antonio. Non impedì mai ad Antonio di uscire e di andare a scuola, anzi lo spinse a frequentare la scuola elementare. Questo atto di fiducia nei suoi confronti fu molto importante e lo spinse a sviluppare le sue capacità di resistenza al dolore fisico e psichico; Antonio si sentiva tuttavia tagliato fuori da alcuni giochi all'aria aperta, giochi movimentati che amavano fare i ragazzi e i suoi compagni di classe.
Un suo compagno di scuola elementare, Chicchinu Mameli ricorda: “Era della corporatura che lei sa, e naturalmente la deformità gli impediva di partecipare a certi nostri giochi. I ragazzi ora e sempre, lottano , si sfiatano: i nostri giochi preferiti erano prove di valentia fisica e di resistenza, e lui, Nino, al più poteva starsene a guardare. Veniva di rado, per questo, con noi. In genere rimaneva in casa, occupato a leggere, a disegnare figure colorate, a metter su costruzioni di legno, e giocherellare in cortile. Oppure se ne andava a girare in campagna”.
Girava spesso da solo, talvolta accompagnato da un amichetto; si era appassionato alla lettura di Robinson Crusoe: “Non uscivo - scrive Gramsci - di casa senza avere in tasca dei chicchi di grano e dei fiammiferi avvolti in pezzettini di tela cerata, per il caso che potessi essere sbattuto in un'isola deserta e abbandonato ai miei soli mezzi”. La sua sorellina preferita dichiarava: ”Certo anche quel suo essere così, fisicamente infelice, può aver influito sulla formazione del carattere di Nino. Era un po' chiuso, s'appartava. Ma anche senz'essere espansivo, perché espansivo proprio non era, aveva tuttavia per noi tante manifestazioni di tenerezza: io che ero la sorellina di quattro anni più piccola, mi viziava, spendeva i suoi pochi soldi per comprarmi i giornali”.
Ma Antonio soffriva di non essere come gli altri e di essere spesso messo ai margini nei momenti di gioco dove si correva e saltava; per di più provava spesso dolore fisico; tutto questo lo chiudeva in se stesso; lo faceva sentire diverso dagli altri:”Sono da molti, da molti anni abituato a pensare - egli scriveva in carcere - che esiste una impossibilità assoluta, quasi fatale, a che io possa essere amato... Da ragazzo, a dieci anni, ho incominciato a pensare così dei miei genitori. Ero costretto a fare troppi sacrifici e la mia salute era così debole che mi ero persuaso di essere un sopportato, un intruso nella mia stessa famiglia. Sono cose che non si dimenticano facilmente, che lasciano tracce molto più profonde di quanto non si possa pensare”.

Un ricercatore permanente e disinteressato
Ma come reagì Antonio a questa situazione? Come riuscì a superare queste difficoltà? Intanto il piccolo Antonio ha una madre che lo spinge ad andare a scuola; di questo gliene sarà grato per tutta la sua vita: ”Mi è riapparso - scriverà dal carcere - chiaramente il ricordo di quando ero in prima o in seconda elementare e tu mi correggevi i compiti: ricordo perfettamente che non riuscivo mai a ricordare che “uccello” si scrive con due C e questo errore tu me lo hai corretto almeno dieci volte... Prima ci avevi insegnato molte poesie a memoria; io ricordo ancora Rataplan e l’altra “Lungo i clivi della Loira/ che qual nastro argentato/ corre via per cento miglia/ un bel suolo avventurato”. Ricordo anche quanto ammirassi , dovevo avere quattro o cinque anni, la tua abilità nell’imitare sul tavolo il rullo del tamburo quando declamavi Rataplan”.
Questa spinta lo porterà a divorare libri e ad osservare con grande attenzione tutti i fenomeni della natura e della campagna che circondava Ghilarza; Gramsci imparò ad osservare le cose della natura, se stesso e i comportamenti umani; divenne un ricercatore permanente e disinteressato - ecco questa parola torna come una ossessione in tutti i suoi scritti della maturità - sul piano intellettuale. Il piccolo Gramsci voleva comprendere: comprendere quello che gli stava succedendo, comprendere il mondo degli uomini e comprendere il perché di tante cose che gli sembravano ingiuste. Un suo compagno di gioco racconta:”Stava settimane senza farsi vedere e quando gli chiedevo il motivo, rispondeva d’aver passato tutti quei giorni a leggere”. Ma Antonio non si arrendeva ed era molto abile sul piano pratico; anzi la sua curiosità, il suo spirito di ricerca e di osservatore acuto lo portava ad essere un inventore; inventava quello che oggi si potrebbero chiamare degli “ausili poveri” per migliorare le sue condizioni fisiche, esercitare le sue abilità fisiche e sviluppare le sue capacità di concentrazione ed attenzione; costruiva da sé, con l’aiuto dei fratelli, i suoi giocattoli: aveva fatto una vasca dove faceva galleggiare delle navi di legno costruite da lui; aveva anche fabbricato un carretto che si divertiva a portare in giro per il paese. Ma la cosa più interessante è che il piccolo Gramsci, spinto dal desiderio di non essere troppo diverso dagli altri, esercitava la sua forza di volontà per compensare il deficit fisico; si era costruito degli attrezzi per fare ginnastica.
La sorella Teresina racconta come avesse fabbricato, con i suoi fratelli, sei sfere di pietra per tre manubri di peso diverso: “le coppie di sfere - racconta la sorella - erano unite da bastoni, manici di scopa. Il ferro costava molto allora, e metterci l’asta metallica non si poteva. Del resto, anche con l’asta di legno il manubrio serviva bene allo scopo. Con regolarità, tutte le mattine, Nino faceva gli esercizi. Desiderava irrobustirsi, avere più muscoli nelle braccia, e impegnandosi al massimo tirava su i pesi fino a quando le energie non lo abbandonavano. Ricordo che una volta arrivò sino alle sedici flessioni di seguito”. Quindi Antonio si esercitava in continuazione con la consapevolezza che questo gli avrebbe consentito di vivere in mezzo agli altri e di esprimere tutto quello che sentiva: non vi erano né psicomotricisti né operatori della riabilitazione ma un contesto familiare e sociale inclusivo e accogliente che lo supportava moralmente; inoltre i suoi fratelli si dimostravano disponibili ad aiutarlo in una ottica di partecipazione ai suoi giochi.


Autoeducazione e verità
Antonio voleva fare da sé, non accettava la compassione di nessuno, voleva essere considerato per se stesso e per quello che era. Questo tratto del carattere di Gramsci è importante per comprendere il coraggio con il quale affrontò il carcere fascista e come seppe resistervi, ma spiega anche le sue concezioni pedagogiche: era convinto che i ragazzi andassero trattati con serietà e responsabilità e non condivideva gli accenti infantilizzanti di certe correnti della cosiddetta “scuola nuova”. L’educazione della volontà attraverso l’autoapprendimento e l’autodisciplina era alla base della sua visione dell’educazione ma anche dell’azione politica. Antonio aveva anche condiviso con grande serietà la miseria nella quale si era trovata la famiglia dopo l’arresto del padre; ma non accettò mai il fatto che la madre e i parenti gli avessero nascosto la verità sulla detenzione del padre; venne a conoscenza della verità per vie traverse e questo lo fece molto soffrire; da quel momento Gramsci fu un accanito sostenitore della dimensione etica dell’azione politica: per lui solo la verità era rivoluzionaria.
Spiega bene questa sua concezione del rapporto tra etica e educazione in una lettera alla cognata Tatiana che li aveva raccontato come la sua detenzione era stata nascosta al figlio Delio a Mosca: “Io penso – scrive - che sia bene trattare i bambini come esseri già ragionevoli e coi quali si parla seriamente anche delle cose più serie; ciò fa in loro una impressione molto profonda, rafforza il carattere, ma specialmente evita che la formazione del bambino sia lasciata al caso delle impressioni dell’ambiente e alla meccanicità degli incontri fortuiti. E’ proprio strano che i grandi dimentichino di essere stati bambini e non tengono conto delle proprie esperienze: io, per conto mio, ricordo come mi offendesse e mi inducesse a rinchiudermi in me stesso e a fare vita a parte ogni scoperta di sotterfugio usato per nascondermi anche le cose che potevano addolorarmi; ero diventato verso i dieci anni, un vero tormento per mia madre, e mi ero talmente infanatichito per la franchezza e la verità nei rapporti reciproci da fare delle scenate e provocare scandalo”.
Gramsci pensava che l’azione educativa era necessariamente intenzionale e direttiva; che questo era la condizione per fornire gli strumenti interiori di auto-controllo e auto-disciplina nonché per sviluppare la ragione critica, la coscienza per affrontare la vita come un uomo o una donna libero/a cioè consapevole delle proprie responsabilità verso gli altri prima che verso se stesso. Questo rigore non significava assenza di sensibilità, anzi Antonio imparò ad esprimere i suoi sentimenti e ad ammirare la bellezza delle cose della vita; imparò il senso profondo della vita; il suo sacrificio, il suo impegno intellettuale disinteressato, la sua ricerca costante della verità, il suo amore per i più deboli e gli oppressi ne fece una delle figure più belle della storia politico-culturale del Novecento. Il piccolo disabile di Ghilarza avrebbe insegnato a generazioni di militanti democratici e progressisti in giro per il mondo cosa significava vivere con dignità; lui che pensava che ogni uomo era potenzialmente un filosofo e un poeta.


da laletteraturaenoi.it - 27 Novembre 2013

1.2.14

Gli amori di Mandela (Letizia Magnani)

Johannesburg – “Sfioro il tuo naso con il mio per catturare il flusso della vita che mi fai scorrere nel sangue quando stiamo assieme”. Anche Madiba, l’eroe di una nazione e del mondo, la leggenda di umanità che ha lottato e vinto per rendere liberi uomini e donne di tutti i colori sa parlare d’amore.
“Mio padre era poligamo - ha dichiarato Mandela anni fa alla BBC - aveva 4 mogli. Per me erano tutte madri e i loro figli miei fratelli. Quando ero giovane non pensavo fosse un errore avere tante donne. Forse è per questo che ho amato le donne, perché imitavo mio padre”.
Il ritratto privato di Madiba, che in Sudafrica è per tutti Tata Madiba, contemporaneamente figlio e padre di una nazione, è affollato di grandissimi amori, di donne, di figli, di nipoti, di bisnipoti, ma anche di dolori, enormi e laceranti.
Racconta tutto questo Long walk to freedom, biografia autografa di Madiba, da cui è tratto l’omonimo film che uscirà in Italia il 3 gennaio. Racconta del carcere, ovviamente, di quei 27 anni terribili passati in parte (18 per la precisione) nell’isola dell'inferno, Robben Island, a spaccare pietre, quando “solo il pensiero e lo studio mi hanno tenuto in vita”. Poi della lotta politica, degli ideali, della necessità di rendere i neri del Sudafrica, e poi tutti, liberi. Infine dei tanti amori. Dell’ultimo, enorme ed emozionante, per Graca Machet Mandela.
La sua con Madiba è una lunga, bellissima storia d’amore. Lei, “la gazzella che guarda il sole”, come la chiamano in Sudafrica, per il sorriso del suo Mutaba - così parla di Nelson Mandela, l’eroe che ha dato speranza e libertà ad una nazione e al mondo - ha perso letteralmente la testa. “Non volevo sposarmi” confessa Graca Machel Mandela “Temevo che i miei figli perdessero anche la madre oltre al padre. Ma un mito non può avere macchie e così ho sposato Mutaba”. Vedova di Samora Machet, presidente del Mozambico, Graca Mandela è stata accanto a Tata Madiba “negli anni della maturità”, come dice lei. “Lui ora è più fragile - aveva confessato in un incontro riservato che si è svolto nel 2008 in Italia, quando è intervenuta al convegno sulla povertà come ospite d’onore del Centro Pio Manzù - e io lo amo con tenerezza. O amo del tutto o non amo per niente. Così fa lui”.
A sposarli è stato Desmond Tutu. Altra icona del Sudafrica e dell’Africa, premio Nobel per la pace come Madiba e suo vicino di casa nella enorme township a Soweto. “Grazie Graca per aver reso quest’uomo vulnerabile e felice come un teenager che ha appena ricevuto il suo primo bacio” ha affermato l’arcivescovo emerito celebrando le nozze di Madiba e Graca nell’ottantesimo compleanno di lui.
La donna, che è rimasta accanto al leader del Sudafrica negli ultimi tre lustri, è anche la vera anima della Fondazione Mandela, che da anni si batte contro una delle emergenze del paese e dell’Africa, l’Aids. Quella dell’Aids è una vera tragedia, che ha colpito la stessa famiglia di Mandela. Uno dei figli del primo matrimonio, Mkatho, è infatti morto prematuramente perché affetto da Aids. Sorte simile è toccata ad altri due figli di Madiba, entrambi morti molto giovani.
La vita di Mandela è puntellata di dolori e da grandi amori. I dolori di quel “lungo cammino verso la libertà” e quelli privati, dei lutti e dei conflitti famigliari. Gli amori di tre donne che sono state accanto a Mandela in momenti diversi. Evelyn Ntoko Mase, prima moglie del leader nero, madre di quattro figli, scomparsa da poco tempo, Winnie Mandela, seconda moglie, icona della lotta contro l’apartheid e compagna di Mandela nei lunghi anni del carcere. “Ero essenzialmente la meno sposata delle mogli, così non c'è stata molta differenza quando poi abbiamo deciso di separarci. Farlo con un pezzo di carta di fronte ad una corte bianca è stato doloroso. Rimane l’uomo che ho amato e amo”. La figura di Winnie è tuttavia controversa, anche se è ancora popolarissima fra gli abitanti delle township. In Sudafrica è normale vedere una foto che ritrae Winnie, Graca e Madiba assieme. Sono i protagonisti di una lunga storia d’amore che appartiene a tutto il Paese.


laletteraturaenoi.it – 8 gennaio 2014

Luna Qualcuno Fiume. Tre haiku di Stefania Bortoli

Luna d’inverno.
Il silenzio lima le betulle
la volpe attraversa la neve

Qualcuno ha bussato?
Il battito del tuo cuore
in cerca della mia poesia

Fiume carsico
l’acqua scorre sotto
nella profondità la mia inquietudine

da Voci d’assenza, Editrice Artistica Bassano, 2012

Canzone. Una poesia di Elio Pecora

Posso anche dire che l’amore è eterno,
che dura sempre se sta acceso dentro;
e vale anche l’amore di domani
e quello che chiamammo ieri amore.

Ed è amore andarsene in un treno
incontro al cielo che si veste d’ombre,
il vento che respira nelle foglie,
archi di luce a una festa lontana.

Ed è amore la voce nel telefono,
il ricordo improvviso che dispare,
il gesto, il giuramento che non vale
se tutto corre, muta, si tramuta.

Così ripeto che l’amore è eterno
perché ognuno ha bisogno d’amore,
mai smette di cercarlo il desiderio,
lo chiama nell’attesa che non cede:


amore che ogni giorno ci accompagna

L'arcivescovo Bassetti "creato" cardinale. Odore di pecora (S.L.L.)

Bergoglio con Bassetti
L’annuncio del papa cattolico, domenica 12, della nomina di nuovi cardinali (16 elettori in Conclave più 3 emeriti) conteneva un regalo per gli umbri: nell’elenco, tra i pochi italiani (4 in tutto), figura Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia.
Il gerarca, faentino di nascita, fiorentino di formazione, è vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana e pertanto la scelta non può dirsi sorprendente; ma – in tanti lo hanno fatto notare, Bassetti incluso – non è accaduto spesso che un vescovo perugino fosse nominato cardinale. L’ultima volta fu nel 1853, quando fu rivestito della porpora Vincenzo Gioachino Pecci, di una famiglia di cardinali: era in carica a Perugia durante la repressione del 20 giugno 1859, ma non vi è prova che vi abbia avuto parte. Tacque, tuttavia, e il silenzio incoraggiò, dopo la strage operata dalle truppe del papa sui popolani della città, una dura reazione clericale. Nel 1878, ascese col nome di Leone XIII al soglio di Pietro, che occupò fino agli inizi del Novecento, ricordato, oltre che per l’esorcismo breve (una sorta di rito “fai da te” per cacciare i diavoli nei casi meno gravi), per la Rerum Novarum. La cosiddetta “enciclica sociale” è in realtà un testo ferocemente antisocialista; non sarebbe male rileggerla, nella oltranzistica difesa della proprietà privata e nelle accuse capziose dirette ai socialisti d’ogni tipo, invece di limitarsi a citarla come segnale d’attenzione alla questione operaia. Bassetti ha dichiarato di volere imitare Pecci, perché “era un grande pastore” e perché i “principi li ha maturati qui, a Perugia, fra la gente… Lui chiedeva: va a scuola il tuo figliolo, quante ore lavorate? Come sono i rapporti col padrone? Lo stesso faceva con gli operai... lui si rendeva conto”.
Le reazioni umbre alla nomina di Bassetti, che otterrà formalmente la porpora nel Concistoro del 22 febbraio, sono state entusiastiche. Tutti contenti: politici, giornalisti, rettori delle Università, frati; La porpora a Bassetti esalta l’Umbria francescana – così scrive “La Voce”. Qualcuno, tentando un forzato collegamento con l’operazione “capitale della cultura”, ha immaginato che fosse anche un premio a Perugia e all’Umbria. Bassetti ha detto che sì, è “un segno d’affetto per questa piccola regione”, ma per il fatto che “ha dato tanto alla Chiesa coi suoi santi”. Ha masticato amaro Paglia, l’ex vescovo di Terni, il wojtiliano doc che si considerava porporato in pectore ai tempi del papa polacco. I suoi fans avevano salutato la presidenza del Pontificio consiglio della famiglia (“di solito è un cardinale” – dicevano), ma a bloccare ogni residua velleità è arrivata la disastrosa eredità lasciata nella diocesi che reggeva.
Quanto a noi la prima reazione sulla nomina riguarda le indecenti genuflessioni di fior di laici e democratici verso una istituzione che si fa chiamare Chiesa, cioè “assemblea”,  retta da una casta sacerdotale che si riproduce, sceglie i suoi capi per cooptazione e delega la loro nomina a un autocrate, proclamato infallibile sul piano dogmatico, le cui scelte di governo sono indiscutibili.
La seconda è una serie di domande: chi è Bassetti? cosa pensa? che cosa ci dice la sua nomina sugli orientamenti del papato?
La biografia ufficiale del prelato dà qualche risposta: ha diretto a lungo il Seminario di Firenze, è stato vescovo a Piombino, Arezzo e infine a Perugia. Tra gli incarichi pontifici spicca quello di delegato ai seminari d’Italia. Insomma le sue specialità sono il governo locale, esercitato con una certa sensibilità sociale, e la formazione dei quadri, pardon dei preti.
A differenza del Paglia, Bassetti è sobrio nell’apparire e nello scrivere. L’immagine che vuole trasmettere nelle omelie e nelle pastorali è di prossimità e di attenzione. Bassetti si considera più in linea con il papa attuale che con i precedenti, lontano com’è sia dal dottrinarismo di Ratzinger, che da Wojtila, immagine della Chiesa trionfante. Il nuovo papa è mediatico come Giovanni Paolo II, ma vuol fornire – attraverso la propria - un’immagine dimessa della gerarchia e del clero: i preti non devono identificarsi con il potere economico e politico, né ostentare superiorità e privilegi, piuttosto mostrare spiritualità e umiltà; essi devono occuparsi dei problemi vitali della gente comune con uno sguardo vigile anche sugli più deprivati.
Non so se scritto da Bassetti ma certamente ispirato e approvato, il Direttorio per la vita dei presbiteri (cioè dei preti) prodotto dalla diocesi di Perugia,  alla “crisi del ministero sacerdotale” reagisce con due parole d’ordine: “essere pastori con l’odore delle pecore” e “vale l’unzione, non la funzione”. Non è difficile riconoscere, perfino nella terminologia, il richiamo alla stagione post-tridentina, evidente peraltro in tutto l’agire del papa gesuita. Essa non fu solo “Controriforma”, ma anche “Riforma cattolica” ed in primis riforma del clero, che non deve ostentare altra potenza, se non quella che viene dall’unzione.

In una società che torna a chiudersi in stratificazioni oligarchiche la casta sacerdotale cattolica pretende più peso dentro il potere nazionale e mondiale perché depositaria di valori etici, garante di solidarietà, vicina agli “scarti”. Bassetti è in linea: sta continuando la sua visita pastorale in tutta la diocesi per odorare di pecora. Domenica 19 ha incontrato in cattedrale i rappresentanti dei migranti e ha promesso una visita ai carcerati, appena nominato cardinale.

micropolis, gennaio 2014 

Camorra. Cervantes e l’onorevole Confraternita (Hans Magnus Enzensberger)

Anni 50 del Novecento. Arresto di un camorrista
Il brano che segue è tratto da una relazione che Enzensberger lesse per due emittenti radio della Germania meridionale nel 1960 e pubblicò nel 1961 sulla rivista “Merker” di Stoccarda. La relazione, dal titolo Pupetta o la fine della nuova Camorra, ha al suo centro una donna campana, Pupetta Maresca che aveva vendicato, lei donna, l’assassinio del proprio marito, Pasquale Simonetti detto “Pascalone ‘e Nola”, appena 11 settimane dopo il matrimonio. Pupetta partorì in carcere e il processo, sui cui atti si fonda il lavoro dello scrittore tedesco, al tempo assai giovane, ebbe una enorme risonanza. Il saggio poi entrò a far parte della raccolta Politik und Verbrechen (1964), tradotta e pubblicata in Italia con il titolo Politica e gangsterismo nel 1979. La parte qui postata è una sorta di digressione sull’origine ispanica della camorra. (S.L.L.)
 
Miguel Cervantes
La parola Camorra deriva dallo spagnolo, lingua in cui significa sia contesa che rissa, ed è anche dalla Spagna che viene la prima testimonianza letteraria della criminalità moderna provvista di una organizzazione centrale. Ce la dà un maestro, Miguel de Cervantes. Nel romanzo Rinconete e Cortadillo, un futuro ladro riceve il seguente insegnamento: « Se vossignoria è un furfante, perché non ha pagato il suo diritto d'entrata? Consiglio a vossignoria di venire con me dal Gran Maestro della nostra onorevole confraternita e di non permettersi di rubare senza il suo consenso: ciò le costerebbe troppo caro, immagina forse che il furto è un'arte che si pra­tica liberamente, senza imposte e canoni? »
L'«onorevole confraternita» che descrive Cervantes è una associazione ben regolata, un'impresa che dispone di un'esatta contabilità, dove si può comprare tanto l'omicidio e l'assas­sinio dei propri nemici quanto la propria sicurezza. Una col­tellata costa cinquanta talleri, delle bastonate dodici talleri la dozzina, il barare ai giuoco e gli incendi dolosi sono egual­mente organizzati; i salari sono distribuiti secondo regole fisse. La satira di Cervantes non era affatto campata in aria: si basava su dei fatti concreti. Fin dal XV secolo si sapeva in Spagna dell'esistenza della Confraternitad de la Garduna. Questa «onorevole Confraternita» era stata organizzata sul modello degli ordini monastici e, come questi, anticipava certi elementi strutturali della società capitalistica. La Confraternita poggiava su basi strettamente gerarchiche. Il suo gran mae­stro, il «Gran Fratello», veniva eletto dall'assemblea dei guappi: un elemento progressista, si sarebbe tentati di dire, democratico, della costituzione che la banda si era. data. La sua struttura razionale, la rigidità della sua direzione, i suoi severi principi professionali le avevano procurato un enorme vantaggio sulle vecchie bande di ladri, che la mancanza di strategia, una composizione casuale e delle concezioni professionali anarchiche destinavano a un rapido tramonto L’«onorevole Confraternita» acquistava invece senza sosta più stima e più popolarità nel corso del XVI e XVII secolo. Al riguardo lo storico spagnolo Manuel de Cuendias ha scritto: « La Confraternita accettava da tutti e a prezzi ragionevoli degli ordini per la cui esecuzione offriva ogni garanzia. Die­tro ordinazione distribuiva percosse e bastonature, eseguiva omicidi, provocava annegamenti. Un omicidio costava certa­mente caro ed era accettato, solo su richiesta di personalità ben note. Una volta concluso l'affare, si poteva star sicuri che sarebbe stato condotto a buon fine...
«Il Gran Maestro della Confraternita viveva a Corte e occupava spesso una carica importante. Al tempo di Filippo III era addirittura segretario privato del monarca, intimo del confessore reale e inquisitore generale Padre Francisco de Aliaga, un gesuita... La Confraternita aveva una sua propria giustizia e disponeva di spie, agenti, scrivani, di monaci e di dame che si chiamavano sirenas, che la aiutavano a raggiun­gere i suoi scopi... Gli incassi erano distribuiti nel modo seguente: al confratello incaricato dell'esecuzione toccava un terzo della somma riscossa, un altro terzo spettava alla cassa della Confraternita, amministrata dal Gran Maestro, l'ultimo terzo veniva destinato alle "spese per la giustizia", ovvero serviva a comprare la polizia, i funzionari e i giudici. Questo fondo contribuiva anche a pagare le messe che la Confrater­nita faceva celebrare per i propri defunti» (Citato da Alberto Consiglio, La Camorra, Milano, 1969).
Lo storico spagnolo si basa, tra l'altro, su un documento del 1420, dove sono raccolti gli statuti dell'«onorevole Con­fraternita». Quattrocento anni dopo, il 12 settembre 1824, la Camorra di Napoli si dette una costituzione che riproduce, fino al minimo dettaglio, il modello medievale spagnolo. Ecco qualcuno dei suoi principali paragrafi:
« Art. 1 - L'onorevole Società del Silenzio, sotto altro no­me la Bella Società Riformata della Camorra, raccoglie tutti gli uomini di coraggio perché possano, in determinate cir­costanze, venirsi reciprocamente in aiuto sia dal punto di vista morale che materiale.
« Art. 10 - Al di fuori di Dio, dei santi e dei loro superiori i membri della società non riconoscono nessuna autorità laica o ecclesiastica.
« Art. 24 - Le somme raccolte saranno versate ai capi della società. Un quarto dell'ammontare spetta al Gran Maestro, il resto va alla cassa della società e sarà ripartito il più co­scienziosamente possibile tra i membri attivi inabili al lavoro e tra quelli che i capricci del governo avranno mandato in prigione »  (Ibidem)
Pupetta Maresca
La straordinaria stabilità di società criminali come la Gar­duna, la Mafia e la Camorra non è difficile da spiegare. Ave­vano interesse alla loro esistenza tanto le corti reali quanto la Chiesa. Si aveva certamente a che fare con dei volgari ladri e assassini, ma questi criminali erano organizzati, su di essi si poteva contare e con essi era possibile trattare. C'erano ogni sorta di ragioni per far affidamento sull'associazione: anzi, poteva essere usata come un'alleata politica, persino come una seconda polizia che funzionava spesso meglio di quella ufficiale. Nel XVIII secolo Napoli aveva 600.000 abitanti. Una popolazione miserabile, affamata dalle sue stesse di­mensioni, serrata nell'angusto spazio di una sola città, era quasi impossibile da disciplinare con i mezzi di cui disponeva il viceré, sia sul piano amministrativo che su quello polizie­sco. La Camorra, essa stessa formazione anarchica, rappre­sentava l'unica forza su cui potevano appoggiarsi le autorità. L'anarchia non poteva essere combattuta che con l'anarchia, la criminalità non poteva essere repressa che con l'aiuto della criminalità. Così a Napoli la Camorra era divenuto uno dei principali pilastri su cui poggiava e si manteneva lo Stato. Essa era uno Stato nello Stato, riscuoteva le imposte e i dirit­ti doganali, aveva i suoi tribunali e assicurava a chi era in­difeso una protezione che peraltro estorceva. Il popolo di Napoli riconosceva la sua autorità: anzi, la preferiva all'auto­rità di un regime impotente e corrotto, che anch'esso non era altro che una banda di ladri vestiti di ermellino. La Camorra diede a Napoli un ordine in cui la città si riconosceva. I guap­pi parlavano il linguaggio delle strade, il loro codice d'onore era quello del volgo dei bassifondi; si poteva contare su di loro più che sui re, i principi della Chiesa, i funzionari e i giudici. Ecco perché ha prosperato per secoli, stimata dai go­verni, ammirata dal popolo, trasfigurata dalla leggenda, la Bella Società Riformata, una povera caricatura della cosa pubblica, della res publica, della legittima società libera che non era mai esistita a Napoli, fiore parassita di una città parassita, in cui i due terzi della popolazione vivono senza edu­cazione, senza mestiere, senza lavoro, alla giornata, oggi come cento, duecento anni fa.
— Ancora oggi? In pieno XX se­colo, dopo due guerre mondiali, dopo il fascismo, nell'Italia democristiana? La vecchia Camorra, con i suoi pittoreschi riti d'iniziazione, il suo gergo fiorito, le sue curiose concezioni dell'onore? L'Italia intera si pose con incredulità questa do­manda quando Pupetta Maresca, la graziosa sposa, uccise a Napoli l'assassino di suo marito…


da Politica e gangsterismo, Samonà e Savelli, 1979

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