18.3.18

XVI secolo, il libro dei vestiti. Quel “fashion blogger” a pennino e acquerello (Fabiana Giacomotti)


Se i fashion blogger vi sembrano una fatua deriva del mondo digitale a dispetto dei fatturati a sei zeri che alcuni di loro generano, e la smania di postare selfie con il look del giorno un sottoprodotto della società dell’apparire, è perché non avete ancora incontrato Matthäus Schwarz e il suo Trachtenbuch. Un “libro dei vestiti”, in cui questo contabile tedesco del Cinquecento, sodale dei celeberrimi mercanti Fugger, si fece ritrarre ogni volta in cui sfoggiava un nuovo abito, tenendo nota dell’occasione e aggiungendovi qualche dettaglio autobiografico.
Centotrentasette vignette a pennino e acquerello raccolte in un libriccino in pergamena di sedici per dieci centimetri, eseguite lungo un arco di tempo di oltre quarant’anni a partire dal 1520: l’equivalente rinascimentale di un lungo, e costosissimo, account instagram. Non a caso, Bloomsbury Publishing lo pubblica solo ora per la prima volta in forma completa, liberandolo dal geloso riserbo in cui gli storici del costume lo hanno secretato per centinaia di anni e dimostrando, con un’edizione sontuosa, che i BryanBoy e i Giacomo Berardi con i loro cellulari sempre accesi sono dei dilettanti rispetto a Schwarz. Più di cinquecento anni fa questo ragazzo dalle lunghe gambe sottili combinava infatti tessuti e fogge come loro non sapranno mai anche per l’oggettiva difficoltà di farlo in una società che ne limitava al possesso a seconda del rango, ma che, esattamente come loro, sapeva servirsi dell’apparenza per farsi largo nel mondo.
«In questo 20 febbraio del 1520 io, Matthäus Schwarz di Augusta, ho appena compiuto 23 anni e questo è il mio volto. Mi è sempre piaciuto parlare con persone più anziane di me, (…), anche su argomenti come l’abbigliamento, che cambia quotidianamente. Talvolta mi hanno mostrato disegni di abiti che hanno indossato 40 o 50 anni fa, e che mi hanno molto stupito (…) farò lo stesso, per capire che cosa sarà dello stile del vestirsi fra 5, 10 o più anni». L’acquerello che accompagna il testo mostra un giovane dal volto allungato ma piacevole con una ricca camicia bianca e un farsetto di broccato rosso in tinta. È il primo abito riprodotto, intestato come un glifo sul manifesto programmatico, ed è anche l’unico non accuratamente descritto da questo libriccino che è al tempo stesso trattato vestimentario e autobiografia.
Da bravo suddito di Massimiliano I, Matthäus segue fedelmente le indicazioni dell’imperatore, che nel romanzo cavalleresco Der Weisskunig, invita ogni uomo a lasciare traccia del proprio passaggio sulla terra. Quella di Matthäus mostra anche un’insopprimibile vanità e una passione per lo sfarzo tenuta faticosamente a freno dalle leggi suntuarie che, all’epoca, sono molto rigide: non gli è permesso di indossare brache riccamente decorate, appannaggio della nobiltà? E lui arricchisce le maniche del farsetto e della veste con un trionfo di tiracche «bordate di taffetta», come nel magnifico abito «in seta e velluto rosso» sfoggiato in occasione del matrimonio di Antonio Fugger, il 4 marzo 1527.
In quegli stessi anni, a poche centinaia di chilometri, Martin Lutero ha pubblicato il De servo arbitrio in risposta ad Erasmo e il Libro della messa, e governa come meglio può gli attacchi di Roma e le derive estremiste dei suoi seguaci, ma Matthäus sfoggia sempre al collo un rosario con il crocifisso e ogni possibile insegna papale. I Fugger sono i banchieri del Vaticano, i finanziatori della Guardia Svizzera Pontificia, e il loro fidato contabile mostra chiaramente di non voler perdere i privilegi acquisiti per seguire un prete di campagna. Affida un centinaio di ritratti a un pittore locale, Narziss Renner, che ne esegue una buona parte a memoria e su sua indicazione: il primo lo ritrae infatti e addirittura come una morbida curvatura sotto la veste in broccato e pelliccia della madre incinta, nel 1496.
Il Trachtenbuch segue l’infanzia di Matthäus, il suo primo Carnevale nell’ anno 1504, nel costume a righe di paggio del conte von der Rosen («da me non cavò niente di buono», si duole), gli studi di teologia interrotti per dichiarata, quasi divertita incapacità, e quelli contabili abbracciati con entusiasmo, le prime “vasche” dei dì di festa adolescenziali in brache di seta a strisce bianche e nere, giustacuore in seta e borsello a forma di cuore al fianco. Per Matthäus, la moda che in quegli anni fatica ancora a essere definita tale ma che già le poesie dileggiano (La nave dei pazzi, bestseller del 1494, fa a pezzi «i dandy effeminati» che rifiutano di portare la barba per «arricciarsi i capelli con la chiara d’uovo»), è espressione di riuscita professionale ma anche simbolo e metafora di idee, posizioni politiche, e soprattutto presenza ai grandi eventi del suo tempo.
Come un qualunque blogger di oggi, ma con un intento che supera la mera ricerca di sponsor dei nostri contemporanei, non manca mai agli eventi importanti, e studia con attenzione le pose più efficaci per farsi ritrarre, ispirandosi ai quadri famosi dell’epoca. Nel 1515 è a Milano, apprendista contabile in quella che è considerata una delle principali piazze finanziarie, e in memoria della battaglia di Marignano, dove sposa la causa francese accanto ai Visconti di cui è entrato nell’orbita, si fa ritrarre ex post in una tenuta equestre, di gusto Valois anche nella scelta della «lana a righe blu e gialle» invece della seta.
È compiaciuto di sé, ma è anche onesto: non finge, non occulta, ma anzi accetta di farsi ritrarre nei tratti e nel peso che, con gli anni e una dieta molto ricca, inevitabilmente cambiano. Ne dà addirittura testimonianza in un nudo frontale e di terga da far impallidire Michael Fassbender: «1 luglio 1526. Questa è la mia figura correttamente rappresentata da dietro. Sono diventato grasso e tondo…E questa è la mia figura di fronte. I tratti del volto (sic) sono colti con accuratezza». Il figlio, Veit Konrad, tenterà di seguirne le orme, ma il suo Trachtenbuch, incompiuto, non mostra la metà dell’arguzia del padre. Blogger di successo si nasce.

Pagina 99, 26 marzo 2016

Cinquant'anni fa la Primavera di Praga. Una corrispondenza per “l'Unità” (Silvano Goruppi)


Dal nostro corrispondente
PRAGA,16

Intervenendo alla conferenza cittadina dei comunisti di Brno. Alexander Dubcek, primo segretario del PC cecoslovacco ha dichiarato che il Partito dalla seduta di gennaio del Comitato Centrale è andato molto avanti e ha registrato un ritorno di attività mentre la popolazione ha espresso la sua fiducia con il risultato che tutti igruppi sociali e gli strati della società cecoslovacca nella stragrande maggioranza, sia comunisti che senza partito o di altri partiti, si sono espressi a favore dello sviluppo degli avvenimenti.
Dubcek ha inoltre aggiunto che il Partito conserva la sua funzione di direzione nel paese ma deve trovare metodi, forme nuove e più efficaci per poter organizzare questa sua funzione dirigente Perciò deve prevedere, prendere in considerazione anche le opinioni della cittadinanza, in particolare ai coloro che sono fuori del partito, perché il processo da democratizzazione esige che il lavoro del partito possa essere giudicato apertamente anche da coloro che non ne fanno parte.
Riferendosi a quelli che dubitano che la situazione sia indirizzata in modo giusto Dubcek ha rilevato che l'attuale situazione complicate è determinata dal fatto che ancora non è stato portato a termine il programma di azione dei Partito che esige la massima serietà nella sua elaborazione. Parlando del processo di democratizzazione il primo segretario del PCC ha sottolineato l'azione meritevole svolta dalla stampa, dalla radio e dalla televisione che hanno suscitato l'interesse dei più larghi strati della popolazione per gli avvenimenti di queste settimane.
Quello di Brno è uno dei cinquantanove congressi distrettuali del Partito che si sono iniziati oggi e che dovrebbero concludere i loro lavori domani. Ai congressi partecipano i massimi dirigenti del Partito.
Molto commentata è oggi la risoluzione - riportata con evitanta da tutto la stampa — nella quale la Presidenza del PCC ha fatto il punto sull'attuale situazione. Nel documento vengono affrontati tutti i problemi che in questi giorni sono al centro del dibattito generale. In primo luogo sarà data a tutti i comunisti la possibilità di conoscere lo svolgimento e il contenuto delle ultime riunioni del Comitato Centrale. Ciò contribuirà indubbiamente a chiarire la posizione di certi dirigenti e renderà ancora più evidente la necessità di sostituire alcune persone — che hanno funzioni direttive nel Partito e nello Stato — e che sarà affrontata nella riunione del Comitato Centrale prevista per la fine del mese (il 28) dove saranno presentate delle proposte concrete.
Le elezioni, secondo la Presidenza del Partito dovranno essere un momento in cui viene sviluppata la democrazia socialista. Per questo motivo tutte le organizzazioni sociali e dello Stato sono state invitate ad avanzare le loro proposte e ad adottare le misure necessarie. È stata espressa la piena soddisfazione perché l'esercito e le forze di polizia si sono espressi per il rinnovamento, dichiarando di essere al servizio del popolo.
Sull'affare Sejna la Presidenza ha ascoltato un rapporto della commissione incaricata dell'inchiesta e questa è stata invitata a condurre a termine le indagini nel più breve tempo possibile.
Per le riabilitazioni sono state adottate tutte le misure necessarie perché sia riesaminata la situazione di tutti i cittadini colpiti ingiustamente. La Presidenza del Partito considera la conclusione del processo di riabilitazione come un obbligo morale e politico.
Il Consiglio nazionale slovacco ha approvato una risoluzione io cui esprime il pieno appoggio alle conclusioni di gennaio. Il Consiglio ba avanzato la richiesta che nel paese si attui un sistema federativo e che si elabori una nuova Costituzione. È stato proposto pure che il Consiglio abbia sul territorio della Slovacchia pieni poteri giuridici fatta eccezione per quanto costituzionalmente è di pertinenza del Parlamento.
L'Associazione dei giuristi cecoslovacchi ha inviato invece al Comitato Centrale del PCC una risoluzione in cui si chiede il rinvio delle elezioni amministrative previste per il 19 maggio, l'aggiomamento della Costituzione, la modifica della legge elettorale e la piena riabilitazione di tutti coloro che sono stati ingiustamente colpiti durante gli anni cinquanta.
Da Bratislava si apprende che a Netra. in Slovacchia, oltre mille studenti hanno manifestato ieri sera per le vie della città in appoggio alla nuova politica del Partito. Con le fiaccole gli studenti hanno raggiunto la casa del rettore con il quale hanno avuto un colloquio. La manifestazione, che è stata salutata con simpatia dalla popolazione, si è conclusa la scorsa notte alle 2 al Castello della città.
A seguito della sua nomina a responsabile della Sezione Istruzione del Comitato Centrale, decisa dalla Presidenza dei Partito, l'ambasciatore a Bucarest Cestomir Cisar è stato richiamato dal Presidente della Repubblica. Si prevede che Cisar ritornerà quanto prima a Praga da dove Novotay l'aveva allontanato nel 1965 esonerandolo da ministro dell'Istruzione.

“l'Unità”, domenica 17 marzo 1968

Preludio della primavera. Una poesia di James Thompson (Scozia, 1700-1748)


Il Grecale consuma la sua rabbia; rinchiudendolo
nella spelonca ferrea, s’alza l’esuberante Mezzogiorno
a riscaldare l’aria, e per i cieli vuoti
soffia le maestose nubi gonfie di piogge primaverili.
Dapprima paiono levare un anello fosco,
che stinge l’etere; ma in rapidi passaggi,
cumulo su cumulo, lesto il vapore percorre
il cielo greve e va a stemperarsi
lungo il tenebroso orizzonte:
non come rigida tempesta che s’abbatte sui rifugi umani,
soverchiando la vita; ma soave, dolce e gentile,
colmo di ogni speranza e d’ogni gioia,
l’anelito della natura. Scema lentamente la brezza
nella quiete perfetta; non un sospiro
anima i boschi rigogliosi, non un alito
invita a stormire le lucide foglie
degli alti pioppi. I rivi placati, disciolti
in pozze cristalline, paiono dimentichi,
per fallo illusorio, del loro corso. Tutto è silenzio,
e deliziosa attesa.

In I capolavori della poesia romantica, a cura di Guido Davico Bonino, Oscar Mondadori, 1986

Servono più migranti per salvare le nostre valli (Pietro Pruneddu)


Recupero un ampio stralcio di un articolo vecchio di due anni, ma sempre attuale – a me pare – nonostante il diffondersi e il crescere della xenofobia. Concretamente mostra che esiste la possibilità, con l'immaginazione e l'iniziativa politica, di governare in una sua parte significativa l'immigrazione e di renderla - più che un problema (o un dramma) - una risorsa. (S.L.L.)

Dani non aveva mai visto la neve. Una vita di spostamenti l’ha catapultato dall’Africa equatoriale alle cime imbiancate del Trentino. In fuga dalla povertà e dalle guerre, ha trovato tra i boschi di abeti e pini la sua nuova heimat, una seconda piccola patria. Dani, protagonista del film La prima neve di Andrea Segre, è un personaggio inventato ma decisamente reale. Gli immigrati stanno riscrivendo la demografia delle montagne italiane, abbandonate in massa dagli autoctoni, e si stanno rivelando come il più efficace vaccino contro la desertificazione e la scomparsa di intere comunità.

***

Uno straniero su cinque in Italia vive e lavora nelle zone montane. Circa 890 mila persone (sul totale di poco più di 5 milioni che abitano nel Paese) hanno scelto di stabilirsi nelle aree interne, che rappresentano il 60% del territorio nazionale e circa 4 mila Comuni. Secondo i dati elaborati dalla Fondazione montagne Italia, gli stranieri nelle aree montane rappresentano il 6,23% della popolazione, una quota inferiore alla media nazionale, pari all’8,25%.
La distribuzione è molto disomogenea. A livello quantitativo la Lombardia è la regione con più stranieri nei Comuni montani, circa 103 mila persone, ma se si considera l’incidenza sui residenti i picchi si registrano in Umbria (10,45%), Marche (10,12%), Emilia-Romagna (9,94%) e Trentino (9,11%). Tra le province spicca Grosseto, nei cui Comuni montani c’è una media di immigrati del 13,33%.
Lo squilibrio è dato dalla bassissima penetrazione degli stranieri nelle montagne del Sud: l’incidenza in Sardegna, Basilicata e Puglia si attesta a meno del 3% della popolazione. Il Meridione che soffre di uno spopolamento cronico – oltre 450 mila giovani se ne sono andati negli ultimi 10 anni – ha anche un tasso di immigrazione molto inferiore al resto d’Italia.
I dati nazionali dicono che, tra il 1951 e il 2001, sono 2.283 i Comuni italiani che hanno perso “potenziale insediativo”, ovvero la capacità di attrarre nuovi abitanti. Di questi, 1.678 sono montani. Se la tenuta complessiva della popolazione nelle aree interne sta reggendo è solo grazie agli immigrati. Mentre il tasso di natalità complessivo in montagna non raggiunge l’8 per mille, tra gli stranieri supera il 14. Ma nonostante il boom, questi numeri sono destinati a mutare ancora.
Enrico Borghi, deputato Pd e presidente nazionale dell’Uncem (Unione dei Comuni e degli Enti montani), è convinto che se si incentivasse l’integrazione con azioni concrete, gli immigrati potrebbero rivelarsi una straordinaria risorsa per questi territori in costante spopolamento. Il ragionamento di base è semplice: se la percentuale di stranieri in montagna crescesse in linea con la media nazionale, ci sarebbero circa 280 mila persone in più da impiegare nella cura dei luoghi, nell’ospitalità e nei lavori agricoli.
«L’assorbimento di stranieri nei territori montani è inferiore del 2% rispetto alle aree metropolitane», spiega Borghi a “pagina99£. «I dati dicono che siamo ben lontani dall’idea di invasione. Ci sono ottimi esempi di integrazione: gli immigrati stanno rimpiazzando la manodopera autoctona che non svolge più determinati mestieri. Si sono integrati nelle filiere agroalimentari, come i sikh nell’Appennino emiliano che si occupano della produzione di parmigiano reggiano. Sono fondamentali nelle manutenzioni ambientali e l’afflusso demografico ha permesso di mantenere o ripristinare servizi alla comunità, per esempio le scuole tenute aperte grazie all’arrivo dei figli di immigrati».

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Borghi è in prima linea nell’intergruppo parlamentare per lo Sviluppo della montagna, che si è dato l’obiettivo di individuare politiche specifiche e incentivi per facilitare la presenza dei migranti nei territori montani.
Una prima mappatura parziale della situazione è stata presentata alcuni mesi fa in una conferenza a Montecitorio. I casi positivi di integrazione vanno dalle Alpi agli Appennini. A Ceres, tra le valli piemontesi di Lanzo, sono nate una squadra di calcio e un coro composti da richiedenti asilo provenienti dall’Africa occidentale che cantano in dialetto piemontese. A Maresca, sui monti del pistoiese, i profughi sono impiegati in progetti sportivi, mentre a Malegno, in quella Val Camonica ribattezzata “la valle accogliente”, si dedicano ai lavori socialmente utili. Qui, nonostante alcuni episodi di razzismo, sono stati avviati diversi progetti che hanno visto i richiedenti asilo trasformarsi da presunto problema a risorsa. «In fondo, la storia stessa dei montanari è fatta di migrazioni, di scambi, di integrazione», spiega Marco Bussone di Uncem.
Altri esempi arrivano dall’associazione Dislivelli, che riunisce ricercatori e giornalisti specializzati nel settore della montagna. Nella loro analisi il fenomeno migratorio in corso viene definito dei “montanari per forza”, per riprendere una definizione di Enrico Camanni. Solo attraverso politiche mirate d’inserimento comunitario, la necessità lavorativa si trasformerà in passione. Facendoli diventare “montanari per scelta”. Come i boscaioli serbi nell’appennino piacentino o i cinesi nelle Alpi. Nelle vallate toscane ci sono insediamenti di albanesi che da ormai più di dieci anni hanno trovato lì casa e lavoro. Nelle foreste del Casentino, territorio di Arezzo, si sono invece radicati in modo particolare i romeni provenienti dal distretto di Bacau. La loro terra d’origine è una zona rurale che ha incredibili similitudini con quella in cui si sono stabiliti in Italia. Tanti di loro sono impiegati nel settore forestale e le loro competenze in materia, che derivano proprio dalla somiglianza naturalistica tra i due luoghi, sono molto apprezzate. I loro figli rappresentano circa il 20% degli alunni nelle scuole locali.
«La sfida dell’integrazione la vinciamo se i migranti possono contribuire allo sviluppo del Paese», spiega Borghi. «Se tutti gli stranieri rimanessero in città si verrebbero a creare delle banlieue, mentre i territori abbandonati rischierebbero anche conseguenze idrogeologiche».
Questo scenario si sta concretizzando rapidamente. Se nel 1961 il 90% del territorio verde era in mano ad aziende agricole, oggi siamo scesi al 57%. La perdita è addirittura drammatica in zone come la Liguria, dove il 75% del territorio è stato abbandonato. Non va molto meglio in Lombardia, le cui montagne hanno visto aumentare gli stranieri residenti dai 40 mila del 2002 agli oltre 100 mila di oggi. La maggior parte vive tra le Prealpi bresciane e la zona dei laghi bergamaschi.
Lo spopolamento e il ricambio generazionale sono impietosi, soprattutto in ambiti lavorativi come la pastorizia. Nel nord Italia il 70% dei pastori è straniero, proprio perché gli autoctoni hanno lasciato il settore. Sarà per questo che alcune settimane fa la Regione (attraverso l’Ersaf, l’azienda pubblica che si occupa dei servizi per l’agricoltura) ha annunciato un bando per offrire la gestione di 32 malghe. Un’opportunità di lavoro destinata soprattutto agli under 30 affinché si trasferiscano nei vari alpeggi sparsi tra Sondrio e l’area bergamasca. [...]

Pagina 99, 26 marzo 2016

Una veduta. Una poesia di Franco Fortini



Grande tempesta, ampia, vediamo di quassù.
Dall’Appennino al Tirreno che nero e che lampi
i fulmini e come tuona sulle Apuane.
Senti la pioggia sulle pietre e sui rami.
L’acqua gorgoglia nello zinco della grondaia.
Vivere sembra meraviglioso e strano.
Abbiamo una casa, una lampada incerta, anni ancora
per aspettare e comprendere le tempeste.

Da Una volta per sempre. Poesie1938 – 1973, Einaudi, 1978

Nuovi tabù. Il corpo – coi suoi fluidi e odori – è diventato sconveniente (Anna Belardinelli)


Chi di noi, sentendosi ben lontano non solo dai burqa ma anche dai gonnelloni delle proprie nonne e dai colletti inamidati dei loro sposi, non se ne rallegra? A più riprese dal dopoguerra, al sessantotto, agli anni del femminismo, ad oggi, abbiamo festeggiato il trionfo del corpo liberato da vecchi pudori. Finalmente ciascuno può portarlo come un abito disinvolto non da nascondere ma da mostrare.
Oggi più che mai, di fronte alle ballerine televisive in tanga, o a cartelloni che pubblicizzano jeans sapientemente slacciati sulla pelle nuda, o alle magliette corte della vicina di casa che scoprono il piercing all'ombelico, sembra paradossale parlare del corpo come di un oggetto tabù.
Eppure sappiamo bene che segnali piccoli, come il comparire di una parola di nuovo conio o la sparizione di una parola, sono a volte rivelatori. A questo proposito viene allora da chiederci in che modo e perché, in tempi tanto spregiudicati, sia avvenuta la scomparsa di un'espressione come andare di corpo. Come mai sia diventata per lo meno imbarazzante da pronunciare e da ascoltare, e venga sostituita eventualmente dalla forma: andare in bagno. Un salto dalla funzione fisiologica, corporea appunto, alla tecnologia igienica. Dall'evocazione dello svuotamento delle viscere, all'immagine molto più asettica di sanitari luccicanti, di ambienti piastrellati, di attività di lavaggio a scroscio.
Alla stessa maniera un'altra parola derivata: «corporale», è caduta in disuso. Quelli che erano bisogni corporali, castighi corporali, difetti corporali, esercizi corporali, diventano bisogni, castighi, difetti, esercizi fisici.
Nell'appoggiare la mano sul ventre: «Ho il corpo pieno»; «Ho il corpo vuoto»; «Ho mal di corpo...», si identificava addirittura il corpo umano con la sua parte più materica, più indomabilmente animale, meno «nobile»: la pancia. Era, questo, un buon esempio di sineddoche, quel modo di dire che scambia il tutto con una sua parte e sembra così voler significare che questa parte ne è l'essenza più vera. Così si poneva al centro, e non solo geometrico, del corpo, quel laboratorio di carne in cui la materia si impasta, si trasforma, si riproduce, e produce scorie.
Oggi «corpo», o meglio ancora «body», vuol dire muscolatura da esposizione, pelle levigata, silouette. Insomma superficie. In questa accezione sì, che il «corpo» è ben presente. Presente e soprattutto presentabile. «Presentabile»! Non mi aspettavo che riflettendo sull'atteggiamento che abbiamo oggi verso il corpo avrei utilizzato un'espressione che suonerebbe bene in una conversazione da salotto vittoriano. È impresentabile, invece, se richiama troppo da vicino la propria materialità. Sconveniente qualsiasi traccia dei suoi fluidi, scarti, deiezioni.
Eppure è poco più che cinquantenne chi ha visto in uso oggetti che lascerebbero increduli i più giovani: le sputacchiere nei luoghi pubblici o i vasi da notte che troneggiavano dentro i comodini di qua e di là dal letto coniugale. Anche chi a quei tempi già c'era, stupisce al riemergere del ricordo. Anche a lui sembrano cose d'altro mondo. Con che strani contenitori si misura quanta acqua è passata sotto i ponti! Non li cito per una bizzarra nostalgia della sputacchiera o dell'urinale, ma perché possono essere un buon indice della distanza. Distanza da allora, e distanza che abbiamo preso dalla materia.
Dagli odori oggi patiti, ma abbondantemente lamentati, solo quando ci tocca, ahimè, subire l'inevitabile promiscuità del tram. Dal proprio sudore tollerato solo se è di jogging. Dal grasso prodotto dalla propria pelle, che viene tolto accuratamente e rimpiazzato con grassi di laboratorio. Dalle persone che, non ancora abbastanza incivilite, ti parlano troppo a ridosso. Dalla carne che si deve pur mangiare, ma che non ci ricordi in niente la bestia che è stata. Dal sangue, anche solo di un foruncoletto scorticato, su cui ormai grava l'ombra sospettosa di contagio innominabile. Dal proprio pianto e moccio che non si riporta in tasca fino a casa ma si getta insieme col fazzoletto usa e getta, appunto, senza traccia.
Distanze. Come se fossimo altro e altrove. Ma cosa e dove? 
Tutto contribuisce alla perdita di consapevolezza di quell'osmosi fra dentro e fuori che fa di un corpo un corpo vivo. Osmosi che è scambio, trasformazione, e implica anche la morte. Ho detto di non nutrire bizzarre e, aggiungo, neanche più poetiche nostalgie per il buon tempo andato. So quanto dolorosamente quella consapevolezza passava, sì, proprio attraverso lacrime, sudore e sangue, e il più spesso delle volte senza nessuna poesia. Vedo anche però che oggi, insieme alle scorie fastidiose, rinneghiamo ognuno di quei segni che in maniera costante, quotidiana, concreta, ci ricordavano il divenire del corpo, la sua immersione nel mondo, la connessione dei corpi fra loro. Che facevano apparire il mondo intero come un unico corpo fatto di corpi.
Anche un ragazzino nato in città aveva conosciuto in casa il pollo con tanto di zampe, collo spiumato, becco aperto. Ne aveva visto estrarre le viscere che riempivano la cucina di odore nauseante, togliere con cura senza romperla la vescichetta del fiele dal fegato, aprire lo stomaco ancora pieno di granaglie e di insetti mezzo digeriti. A pranzo se lo ritrovava nel piatto.
In famiglie religiose c'era a questo punto una pausa. Si chiedeva la benedizione su quel corpo che si stava per «assumere» affinché ritornasse ad essere carne e sangue vivi nel corpo dei commensali. Forse in quei momenti a qualcuno, come a me, sarà passata in testa la parola «Incarnazione», sentita tante volte in chiesa: «Il Dio incarnato... Questo è il mio Corpo...». Magari l'avrà subito scacciata sembrandogli blasfema davanti ad una coscia di pollo.
Oggi, dal versante laico in cui sono, se mi fermo a considerare questa parola: incarnarsi, farsi carne, farsi corpo, sento tutta la reverenza che si ha per un Mistero. Un mistero che ci portiamo addosso. Di questo ringrazio quella pausa davanti al piatto; chiedo perdono a mia figlia a cui non ho saputo insegnare un' attenzione simile
Se tanto avveniva in città, è inutile dire quanto in campagna il richiamo all'impasto corporeo della vita fosse presente in ogni cosa e in ogni parola. Nelle bestie gravide quando era la loro stagione, nei vitelli che si attaccavano alla poccia, nelle uova prese dalla cova e bevute lì ancora calde. Nei racconti eroicomici in cui nemici malintenzionati erano sbaragliati e messi in fuga da peti fragorosi. Nella concimaia dove andava a finire ogni scarto dei corpi a diventare nutrimento per la terra e per i suoi frutti e quindi di nuovo per i corpi: un mondo ciclico e continuo. Nell'accudimento del morto, che non prevedeva addetti alle pompe funebri, ma figli, nuore, cognate, vicine di casa.
Anche con quest'ultimo atto il corpo spogliato, lavato e rivestito, chiudeva il cerchio. Tornava all'affidamento totale della prima infanzia. Affidamento a mani quasi sempre di donna, che sapessero trattare la carne indifesa. Mani rese forti dalla lunga dimestichezza con la vulnerabilità dei corpi.
Toccare il freddo dei morti, annusare il sudore dei vivi, mangiare corpi sapendo di mangiare corpi, combattere a suon di scorregge, andar di corpo... Tutte cose che, per usare un'espressione anche questa caduta in disuso, oggi «farebbero senso», ribrezzo. Cioè si appellerebbero troppo da vicino ai nostri sensi: tatto, odorato, udito, gusto. Non a caso dei cinque sensi quello a cui adesso sembriamo affidare di più la fruizione dei corpi e del mondo è la vista; quello che permette di restare a maggiore a distanza. Visti attraverso le telecamere, i corpi dilaniati o le pance gonfie di fame ci guastano la digestione sicuramente meno di come farebbe un vicino di tavolo che si lava poco o che biascica. Eppure la repulsione per un vicino di tal fatta vorrebbe dimostrare come i nostri sensi e le nostre anime siano diventati più acuti, più sensibili.
Insomma: la principessa sul pisello, quella che nella favola non riesce a dormire perché sente il fastidio di un pisello sotto dodici materassi, è davvero tanto nobile e sensibile? Oppure è una questione di distanza: dodici materassi sono ancora troppo pochi per lei?

l'Unità 28 gennaio 2002

17.3.18

Da “l'Unità”. Leonardo Sciascia e Paolo Bufalini in morte di Girolamo Li Causi

Palmiro Togliatti e Girolamo Li Causi

Leonardo Sciascia:
“Anche se negli ultimi anni si era ritirato dalla politica attiva senza retorica possiamo dire che la sua morte segna una perdita insostituibile, una pena che si aggiunge alla pena: quella per l'amico che non c'è più, quella per l'uomo che ci ha dato una delle più grandi e durevoli lezioni di vita morale”.

Paolo Bufalini:
“Anche Mommo Li Causi ci ha lasciati. Aveva da poco compiuto 81 anni. Fino all’ultimo si era sforzato di combattere i suoi malanni con ferma volontà, con quel coraggio e con quella fiducia e gioia nella vita che costituivano forse il tratto più profondo della sua personalità. Nel pomeriggio, era uscito a passeggiare con la figlia, il genero e la nipotina, a godersi un poco di sole. Qualche ora dopo lo ha raggiunto rapidamente la morte, senza malattia, come uomo che nella lunga vita, impegnata nel combattimento e nel lavoro, abbia ormai adempiuto il suo compito particolare.
Non è facile dire di Li Causi, in breve, e con l'animo turbato per la scomparsa di un maestro e di un amico affettuosissimo ed amato, accanto a cui si è lavorato e vissuto in anni tesi e importanti, in Sicilia, e poi ancora, lungamente, nella vita del partito. È quasi impossibile dire oggi di Girolamo Li Causi cose adeguate, tanto forte e ricca è stata la sua personalità, tanto avventurosa e coerente è stata la sua vita ed alta la sua statura di rivoluzionario, di dirigente politico e di massa, di parlamentare, di uomo di cultura. scrittore ed oratore, di maestro di vita.
Li Causi è stato prima di tutto un siciliano, ricco di passione, di umanità, di poesia”.


l'Unità, 15 aprile 1977

Il nostalgico, un cliente ideale

Irene Huang Xun

Stimolare nostalgia nei clienti, ad esempio con una musica evocativa in sottofondo durante lunghi tempi di attesa, può aiutare le aziende a rendere più sopportabili eventuali disservizi e a ridurre le conseguenze sfavorevoli di esperienze di consumo negative o frustranti. È quanto emerge da uno studio condotto da un gruppo di ricerca coordinato da Irene Huang Xun della Nanyang Business School e appena pubblicato sulla Harvard Business Review.
La ricerca, che ha coinvolto un campione di 1.227 persone negli Stati Uniti e in diversi Paesi asiatici, fornisce evidenze empiriche di quanto i sentimenti positivi associati alla nostalgia di esperienze gradevoli del passato siano in grado di rendere il consumatore molto più ben disposto verso chi gli sta fornendo un prodotto o un servizio. In un caso i partecipanti all’esperimento – un gruppo di clienti sottoposti a un’attesa di 20 minuti prima di essere fatti accomodare in un ristorante – sono stati divisi in due gruppi: a uno è stata consegnata una cartellina con delle domande da un lato e dall’altro un foglio grigio con scritta la frase «Nostalgia – Memoria dei bei giorni passati insieme»; all’altro la stessa cartellina con il foglio grigio, ma senza alcuna scritta. Alla fine a entrambi i gruppi è stato chiesto di stimare il tempo di attesa fuori dal ristorante: il primo, quello sottoposto allo stimolo nostalgico, ha risposto in media 5,80 minuti, l’altro 8,33 minuti.
In un altro esperimento, a 80 studenti universitari è stato prima chiesto di ricordare un evento che suscitava loro nostalgia oppure una giornata tipo, e poi di scegliere tra due potenziali premi in denaro estratti a sorte: uno più esiguo, ma immediato, l’altro più sostanzioso ma dilazionato nel tempo. Gli studenti che avevano richiamato alla memoria un episodio nostalgico hanno mostrato maggiore propensione all’attesa, scegliendo il secondo premio. Altri esperimenti hanno testato le capacità di aspettare, ad esempio per il caricamento di siti web lenti o per la fornitura di prodotti o servizi, e le persone “nostalgiche” risultavano sempre quelle più pazienti e positive verso l’esperienza d’acquisto.

Pagina 99, 12 novembre 2016

“V'arcordate l'Umbria roscia?”. Una poesia in dialetto perugino (il Bartoccio)

Il Bartoccio

V'arcordate l'Umbria roscia?
mò me pare tanta moscia,
cla sinistra che s'affloscia
e la lega sguazza e 'ntroscia.

Ma benzì per dilla tutta
sta sinistra era a la frutta,
che 'gni idea l'éva distrutta
de lottà ta chi ce sfrutta:

ataccata a la poltrona
maneggiona e fanfarona,
mo' 'n facesse la fregnona
si la gente l'abandona.

Ma si aguardo i vincitori
già me vengono i gricciori,
ntra nostalg'chi e legatori
tu vedrè saròn dolori!

Dal sito La Tramontana. Aria nuova a Perugia

15.3.18

Fragmento. Una poesia di Ramón López Velarde (Messico 1888 - 1921)


Lluvia eterna
¡cómo azotas
el cristal de mi ventana!
si parece
que tus gotas
son el llanto
de una pena sobrehumana!

Pioggia eterna
come flagelli
il cristallo della mia finestra!
Sembra quasi che le tue gocce
siano il pianto
di una pena sovrumana!

Dal sito Poemas de alma nella rete. Traduzione S.L.L.

Femmine e maschi. L'eccezione della vacca (Aristotele)


Un brano, piuttosto noto ma di utile rilettura, sui caratteri sessuali delle femmine negli animali. La chiave di lettura della differenza sessuale all'interno dei “generi” è fondata sulle antitesi più/meno e presenza/assenza.(S.L.L.)

La femmina è meno dotata di tendini e ha articolazioni meno robuste, ha pelo più sottile negli animali che hanno pelo, e cosi dicasi per la parte ad esso analoga in quelli che ne sono privi. Le carni della femmina sono più umide di quelle dei maschi, le ginocchia più ravvicinate, le gambe più sottili, i piedi più delicati, s’intende negli animali che hanno queste parti.
Quanto poi alla voce, tutte le femmine l’hanno più sottile e più acuta, tra tutti gli animali dotati di voce; fanno eccezione le vacche che emettono suoni più profondi dei buoi.
Le parti destinate naturalmente alla lotta, quali i denti, le zampe, le corna, gli sproni e le altre siffatte, in alcuni generi, sono presenti nei maschi e affatto assenti nelle femmine: ad esempio, la cerva non ha corna. In altri generi, invece, tali parti toccano sia al maschio che alla femmina, però più e meglio al maschio: così le corna dei tori sono più forti di quelle delle vacche.

Dalla Historia Animalium in Campese – Manuli – Sissa, Madre Materia, p.95, Boringhieri 1983

Da Constantin von Economo a oggi. Il sonno ha le sue ragioni che la ragione non conosce (Nico Pitrelli)


Visioni doppie, tremori, difficoltà di movimento, un bisogno irresistibile di dormire in qualsiasi momento e, in quasi la metà dei casi, paralisi e morte. Subito dopo la prima guerra mondiale un morbo inquietante, l’encefalite letargica, flagellò prima l’Europa e poi il resto del mondo. Decine di migliaia di persone, secondo alcune stime addirittura un milione, furono colpite da una sonnolenza persistente contro la quale all’epoca non esistevano rimedi. Durò circa dieci anni, poi praticamente più niente: la “malattia del sonno” misteriosamente tolse il disturbo così come quasi dal nulla era comparsa. Se si escludono alcuni casi sporadici è infatti dal 1924 che non ne viene segnalata la comparsa in forme epidemiche. Eppure, come descritto in un articolo apparso su “Scientific American” all’inizio di questo mese, l’encefalite letargica, provocata da un virus tuttora sconosciuto, ci ha insegnato molto di quello che sappiamo oggi sul sonno, attività che riguarda indistintamente tutto il regno animale ma su cui rimane aperta la questione centrale: perché dormiamo.
Fu soprattutto l’acume di un aristocratico neurologo di origine greca, Constantin von Economo, formatosi nella tradizione culturale asburgica, a fornire in una monumentale monografia la migliore descrizione dell’encefalite come un’infiammazione del cervello. «L’impatto dei suoi studi sulla nostra disciplina», commenta a pagina99 Ugo Faraguna, neurofisiologo del sonno all’Università di Pisa, «si può paragonare a quelli di Einstein nella fisica». Così come continuiamo a trovare conferme sperimentali della teoria della relatività – vedi ad esempio la recente rilevazione delle onde gravitazionali – «decenni di lavori istologici non hanno fatto altro che confermare quanto von Economo aveva ipotizzato analizzando la sede dell’encefalite letargica, in particolare l’esistenza di interruttori del sonno e della veglia».
Nonostante siano passati circa novant’anni dai lavori del neurologo viennese, sono ancora tutt’altro che chiare le ragioni per cui dormiamo. Di sicuro sappiamo che il sonno fa bene, ma al momento attuale disponiamo solo di ipotesi riguardanti i meccanismi con cui agisce, con non poco disagio da parte degli studiosi. Nicola Cellini, ricercatore all’Università di Padova esperto del rapporto tra sonno e memoria, afferma che «per alcuni dei maggiori esperti a livello internazionale la funzione del sonno è oggi la domanda più imbarazzante per le neuroscienze». Secondo Cellini, che interverrà la prossima settimana sia a Padova che a Trieste alla Settimana del Cervello, una ricorrenza annuale con eventi in tutto il mondo per aumentare la consapevolezza pubblica nei confronti della ricerca nel settore, «probabilmente il sonno svolge più funzioni contemporaneamente, dalla rimozione delle neurotossine accumulate nel cervello durante il giorno, alla ristrutturazione delle memorie. Questo approccio è differente rispetto al passato. Per diverso tempo si è pensato ad esempio che dormire servisse a conservare o recuperare le energie cerebrali spese durante il giorno. Nel sonno però il nostro cervello non è affatto meno impegnato. Anzi, consuma quasi le stesse risorse usate quando siamo svegli».
Negli anni il quadro della ricerca sul sonno è cambiato sensibilmente. Le ipotesi sono aumentate e diventate più complesse. Una delle possibilità accreditate più di recente è quella secondo cui il sonno funzionerebbe da “spazzino”, servirebbe cioè a liberare il cervello da scorie potenzialmente neurotossiche, in particolare certi residui di proteine, accumulate durante la veglia. La funzione di ripulitura del cervello è stata mostrata nei topi in uno studio pubblicato sulla rivista “Science” nel 2013 a firma di un gruppo di ricercatori dell’Università di Rochester, negli Usa, guidati dalla neuroscienziata danese Maiken Nedergaard. Se un simile meccanismo dovesse agire anche nell’uomo si potrebbe capire meglio l’associazione tra i disturbi del sonno e malattie neuro-degenerative come il morbo d’Alzheimer, in cui l’accumulo di una proteina chiamata beta-amiloide sarebbe il principale sospettato del danneggiamento e della morte delle cellule nervose.
Una seconda tendenza molto considerata attualmente vede come protagonisti due ricercatori italiani, anche se da tempo trasferitisi negli Stati Uniti. Si tratta di Chiara Cirelli e Giulio Tononi, dell’Università del Wisconsin, che nel corso degli anni hanno messo a punto la cosiddetta ipotesi dell’“omeostasi sinaptica”. In un importante lavoro di rassegna della letteratura presentato sul giornale specialistico Neuron nel 2014, i due autori hanno prospettato che, diversamente da quanto affermato da teorie più tradizionali, il cervello dormiente non consolida le connessioni neurali utili ad esempio a fissare quanto di importante abbiamo imparato nella fase di veglia. Anzi, quando dormiamo le connessioni neurali si indebolirebbero, perché viceversa il cervello si affaticherebbe troppo. Come spiega Faraguna, per diversi anni collaboratore di Tononi negli Usa, «questa ipotesi postula la necessità del sonno come momento in cui le sinapsi, vale a dire i punti di contatto tra le cellule nervose, vengono potate. Se durante la veglia le sinapsi fioriscono, durante la notte vengono tagliate. Si eliminano così le informazioni che non servono più e si liberano spazio ed energie per l’apprendimento di nuove informazioni il giorno seguente». Il sonno sarebbe il dazio necessario per lo svolgimento di questo processo. Perché dormire non è privo di inconvenienti. Anzi. «Da un punto di vista evolutivo», continua Faraguna, «il sonno è pericolosissimo poiché espone le prede a rischi facilmente immaginabili. Ma tutti gli animali dormono, senza eccezioni. Come ha affermato Allan Rechtschaffen, uno dei pionieri della ricerca in questo campo, se il sonno non avesse alcuna funzione allora si tratterebbe del più grande errore dell’evoluzione. Ma non è così. Dormire è il prezzo da pagare per imparare. E questo è in fondo un punto che su cui diverse ipotesi possono concordare».

Pagina 99, 12 marzo 2016

La poesia del lunedì. Ramón López Velarde (Messico, 1888-1921)


A mezzodì obbedisco
al buon precetto di sentire messa
la domenica; e a queste messe da zenit
ci sei anche tu, acuto profilo; chioma
tormentosa, nuca bruna, occhi fissi;
bocca flessibile, avida di ciò che è coscienzioso,
fatta per dare i baci prolissi
e articolare la sillaba lenta
di un minuscolo idillio, e anche
per persuadere un moribondo
a dire amen.

Figura tagliente e svelta, fuggita
da una assemblea di oblunghe vetrate
o dall'ampolla di un alchimista:
non sai che in queste messe zenitali
al vedere, di soprassalto,
gli occhi tuoi annebbiarsi a una sequenza
del Vangelo, sono stato vicinissimo al tuo pianto
con sollecita condiscendenza,
né sai che sei un pericolo
armonioso per la mia filosofia
petulante... Come le rosee dita
di un bambino per la torre inconsistente
di carte o dadi.

In Poeti ispanoamericani del '900, a cura di F. Tentori Montalto, Bompiani, 1987 – Traduzione S.L.L.

Scelta lunedì 12 marzo 2018 e postata il giovedì successivo per cause di forza maggiore

9.3.18

Le chat. Una poesia di Guillaume Apollinaire


Je souhaite dans ma maison:
Une famme ayant sa raison,
Un chat passant parmi les livres,
Des amis en toute saison,
Sans lesquels je ne peux pas vivre.

Nella mia casa desidero:
una donna dotata di ragione,
un gatto che passa tra i libri,
amici in ogni stagione,
senza i quali io non posso vivere.

Da Le Bestiaire ou Cortège d'Orphée,1911, in Poesie, Dall'Oglio, 1959 – Traduzione S.L.L.

6.3.18

Severino Cesari. La cerimonia degli addii e il libro della vita (Salvatore Lo Leggio)

Severino Cesari in una foto degli anni Novanta

Il pomeriggio di martedì 12 febbraio, a Perugia, nell'Aula magna pienissima dell'Università per Stranieri, si è svolta una singolare cerimonia. L'occasione era un omaggio a Severino Cesari, giornalista, scrittore, ideatore e curatore di collane editoriali, intellettuale prestigioso, che nel capoluogo umbro aveva vissuto gli anni decisivi della giovinezza, di cui si presentava l'ultimo libro, Con molta cura, pubblicato da Rizzoli nello scorso dicembre, a poche settimane dalla morte dell'autore. 
La si sarebbe potuta chiamare la “cerimonia degli addii”, con un titolo preso in prestito dal libro che Simone de Beauvoir dedicò agli ultimi anni di Sartre: l'addio postumo di Cesari a quella che aveva definito la sua città, l'addio degli amici e dei compagni di “Seve” a una persona che con la sua presenza significativa aveva attraversato le loro vite, spesso lasciando un segno.
E tuttavia, per le modalità del suo svolgimento, per l'incantamento che letture, ricordi e testimonianze riescono a creare, addio non è la parola giusta per il rito che alla Stranieri si è svolto: Cesari, la cui immagine di quando in quando compariva sul fondale, mentre la folla degli amici compiva il miracolo di dare corpo, carne, sangue e parola a quella presenza, sembrava dire a tutti – con le parole della canzone - “vi dico arrivederci e non addio”.
Del libro, nell'occasione, si è parlato poco e la sua promozione è stata soprattutto indiretta. Si sono certamente fornite notizie essenziali sulle circostanze e i tempi della stesura, si è dato conto della forma peculiare forma diaristica (il sottotitolo è La vita, l'amore e la chemioterapia a km zero. Un diario 2015-2017) e sono state lette due belle pagine: la prima, l'interpretazione di una parabola dai Vangeli apocrifi, della donna che doveva fare il pane e che perde per strada tutta la farina dalla fenditura della brocca che la contiene, con il giusto tono, basso; la seconda, sul tema – ricorrente nel libro - della cura, con qualche eccesso d'enfasi.
La vita di Cesari è stata una vita bella, luminosa: come tale almeno lui e i suoi amici la raccontano e tale appare a chi legge o ascolta il racconto. Nato a Città di Castello, da famiglia povera, è fin da ragazzo innamorato del leggere, dello scrivere, dei libri. Dopo le medie è studente al “Mariotti” dal 1966 al 1972, negli anni della ribellione studentesca e operaia. Vi partecipa con la dedizione pressoché totale che era tipica di quegli anni, portando dentro le lotte un di più di attenzione per la ricerca culturale ed artistica, per il racconto, la poesia, la parola e un modo di porsi mite, disposto all'ascolto, un po' fuori dal comune in quel tempo di turbolenze. Da militante di Avaguardia Operaia entra nella redazione del “Quotidiano dei lavoratori”, poi al “manifesto”: Vi resta una decina di anni: cura le pagine culturali e la “talpa libri”, dirige “la domenica”, una sezione del quotidiano molto d'avanguardia in tutti i sensi, piena di racconti, saggi, riflessioni, segna una tappa nella storia del “quotidiano comunista” aprendo la strada a una grande varietà di collaborazioni.
Esce dal giornale sul finire dei pessimi anni Ottanta con il progetto di fare libri. Prima cura la collana Ritmi per Theoria, poi con Paolo Repetti inventa e dirige la collana più innovativa di Einaudi Stile libero, giocata sulla varietà dei livelli, con una speciale attenzione al noir, alle sperimentazioni e al mercato. Aveva già pubblicato un libro di racconti con Sellerio e per Theoria un libro intervista con Giulio Einaudi, l'editore più innovativo e aperto dell'Italia repubblicana. Qualcuno vi volle vedere una sorta di investitura, di passaggio del testimone. In verità il ruolo di Cesari all'Einaudi, peraltro attratta nell'orbita della Mondadori e di Berlusconi, era semmai più simile a quello degli grandi editor della casa editrice: Vittorini, Pavese, Bollati, Calvino, Fruttero e Lucentini. Ma Cesari negava validità alla comparazione, diceva trattarsi di “figure oggi improponibili”, che “non solo decidevano quali libri pubblicare, ma spesso erano essi stessi dotati di una voce narrativa straordinaria”. E individuava la differenza più forte nel ruolo del mercato: “Con Paolo Repetti abbiamo costruito Stile Libero nell’idea di conservare una dimensione artigianale senza prescindere dal mercato e dalle sue ragioni industriali. Per noi un autore è uno scrittore che, fatte salve tutte le sue prerogative, va aiutato a stare sul mercato”.
A questa creatività piena di successi si accompagnava da lungo tempo una salute malferma. Sottoposto per anni alla emodialisi per una disfunzione renale, cinque anni fa sembrava rinato a nuova vita con il trapianto di un rene ottimamente riuscito (lo chiamava confidenzialmente “Emilio”). Ma non era finita: un cancro che costringe alla chemioterapia, un'ischemia che riduce funzioni importanti.
Infine, anche su sollecitazione di Emanuela Turchetti, la perugina che gli era già compagna al tempo della contestazione, entra in Facebook e trasferisce nella pagina social una sorta di diario, nel quale racconta in primo luogo la sua resistenza e la sua cura, arricchendole con memorie, racconti di esperienze recenti, riflessioni su fatti di cronaca e su letture vecchie e nuove. Nasce da qui Con molta cura, che non può propriamente definirsi un libro postumo, visto che Severino Cesari, Seve per gli amici, ne accompagna la fattura fino all'ultima revisione e alla scelta dell'illustrazione di copertina, proprio nel momento in cui stanno mancandogli le forze. Morirà alcuni giorni dopo.
Di questo, della genesi a suo modo eroica del libro, hanno parlato nel pomeriggio alla Stranieri Emanuela Turchetti e Michele Rossi che dirige la narrativa di Rizzoli e ha curato l'edizione del libro. Per uno di quegli strani giochi della sorte egli è nativo, come Cesari, di Città di Castello. Turchetti, poi, ha voluto sottolineare con forza il carattere dialogico del libro, il suo nascere in un contesto, un social network, che sollecita adesioni e consensi, prevede commenti e discussioni, costituisce relazioni. La pagina fb di Cesari è stata seguita da migliaia di persone, una sorta di comunità, e sembra prefigurare un possibile uso alternativo dei social, in controtendenza rispetto alla deriva della semplificazione banalizzante, dello slogan o dell'insulto.
Poi del libro si parla meno e, attraverso le testimonianze, sempre più si materializza la straordinaria persona che Severino Cesari era e continua ad essere. Serena Innamorati racconta della prima occupazione del “Mariotti” e degli esami di maturità, con il rischio concreto che Seve, troppo impegnato nella rivoluzione culturale, non fosse neanche ammesso. Maurizio Di Giovanni, uno dei “suoi” scrittori (tra tanti altri Aldo Nove, Tommaso Pincio, Niccolò Ammaniti, i Wu Ming, Giancarlo De Cataldo ecc.), esemplifica il suo modo di fare i libri e ne documenta l'ingenuità che accompagna la profondità. Carla Mantovani che lo ebbe alunno per un solo anno al ginnasio, ripetente e vittima di pregiudizi sociali (era figlio di un bidello), legge un suo tema sui Promessi Sposi che egli svolge in modo geniale e racconta dell'amicizia asimmetrica che legò poi, per molti anni, l'insegnante e l'ex allievo. Vanni Capoccia racconta la nascita di Avanguardia Operaia. L'ex senatore Leonardo Caponi, imparentato con Cesari e seguace fin da ragazzo dell'ortodossia Pci, riferisce dei convivi familiari, delle discussioni e del Seve grande mangiatore e buongustaio. Nella sala colma di amici del Liceo, parenti, compagni di Avanguardia operaia e delle altre avanguardie l'emozione era vivissima. È perfino accaduto che una persona tra quelle che gli erano state più vicine fosse colta da un malore, una specie di svenimento che ha richiesto l'intervento di uno dei medici presenti.
Fin qui la cronaca dell'evento. Il più resta in verità da dire, perché il libro, per la sua stessa costruzione dialogica, è coinvolgente, sollecita commenti e interventi. La scrittura che vi prevale è paratattica: molte le pause e brevi proposizioni, piene di allusioni e di risonanze. Frase corta e pensiero lungo. Il percorso di resistenza che vi viene rappresentato è segnato da una metafora prevalente, quella della luce, ma non si tratta di luce interiore o metafisica, la voce narrante la cerca piuttosto nelle strade e nelle case, negli oggetti e nelle persone. E guarda la luna. Di sicuro c'è una tensione religiosa. Vanni Capoccia convincentemente parla di una religiosità capitiniana, che si esprime nella compresenza, dei vicini e dei lontani come dei morti e dei viventi (“il corteo degli amici” scrive Cesari utilizzando lo stilema caro a Roland Barthes), ma anche nel sovrapporsi dei tempi diversi che realizza una sorta di contemporaneità del non contemporaneo. La molta cura che il malato riserva alla sua persona è perciò il contrario del narcisismo individualistico, del solipsismo: è all'altro che tende la parola, la scrittura, il libro. Nella mia scaletta per raccontare Con molta cura trovo appunti come “poesia”, “molluschi”, “la copertina di Ragazzi di vita”, “Crystomidis, Faletti e Veronesi”, “Regeni”, “le stragi di Lampedusa”, “Moby Dick e Pinocchio”, “Fortini e Rossanda”, “la biblioteca di Leopardi” eccetera. L'elenco è ancora piuttosto lungo, ma risulta enumerazione caotica solo nella mia lista, nel libro di Cesari esperienze, cognizioni e relazioni in apparenza sconnesse riescono a trovare un senso, una collocazione. La chiave di tutto è forse l'amore. Su un libro siffatto bisognerà tornare.

"micropolis", febbario 2018

5.3.18

La poesia del lunedì. Toti Scialoja

La corriera che arriva
lungo il mare ha due note
arrochite - la riva
stride sotto le ruote.

Appari dietro il vetro
trasandata maestra.
Sollevi e mostri tre
dita della tua destra.

da LE SILLABE DELLA SIBILLA 1983 - 1985 Libri Scheiwiller, Milano 1988 

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