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16.8.19

Virus e storia. Dalla lebbra alla sifilide: quando epidemie e contagi segnano i grandi mutamenti (Sandro Modeo)

Lebbroso

È una rimozione naturale, perché l'impulso adattativo ce la impone: ma là in fondo - dietro il velo rassicurante delle nostre abitudini - la vita biologica viene incessantemente scolpita e plasmata dalla morte. E questo sia a livello individuale, con l'apoptosi (in greco «caduta delle foglie») che programma la morte cellulare selettiva del nostro organismo (già nell'embrione le piccole mani vengono discriminate dalla membrana palmare proprio grazie a tale processo); sia a livello di specie, con virus e batteri che perforano a ondate le nostre corazze immunitarie e rimodellano il nostro assetto genetico. Ora un libro ormai classico di Andrew Nikiforuk (Il quarto cavaliere Trad. Elena Sciarra Mondadori la prima versione è del 1991) ci esorta a rimuovere la rimozione e a osservare il paesaggio senza filtri, evidenziando nell'azione del Quarto cavaliere (quello, richiamato nel titolo, cui l'Apocalisse delega le folate epidemiche) uno dei co-fattori decisivi nel farsi e disfarsi della storia dell'Homo sapiens. Farsi e disfarsi perché l'onninvadenza dei microrganismi (molto più antichi dell'uomo, come mostra una semplice spora di 25 milioni di anni fa nell'intestino di un'ape conservata nell'ambra) non è solo distruttiva: senza il loro invisibile brulichio attivo non ci sarebbe la fotosintesi, gli stomaci dei ruminanti non convertirebbero l'erba in zuccheri e il formaggio non potrebbe stagionare. Il punto è che le loro linee evolutive non sempre sono compatibili con quella umana, soprattutto a causa della nostra evoluzione culturale. La collisione inizia più o meno tra 10 e 7 mila anni fa, con la duplice rivoluzione dell'agricoltura e della domesticazione animale: le zolle rimosse per seminare grano e orzo e la convivenza dell'uomo con pecore e maiali portano a un métissage di Dna inedito e al dilagare di virus, batteri e funghi in villaggi densamente popolati e quindi a elevato rischio di contagio. Da lì in poi - come si vede nella progressione serrata, quasi allucinata di Nikiforuk - ogni epidemia ha marchiato a fondo caratteri etnici, economia e costumi delle società umane, con i germi che hanno trovato di volta in volta congeniali situazioni geografiche e ambientali per deflagrare e mostrificare i nostri corpi e i nostri volti, magari dopo aver convissuto con noi in altri contesti per periodi più o meno lunghi. La malaria nella sua forma grave, il Plasmodium falciparum - comparsa in Africa nell'acqua tra i solchi di terreno per le patate dolci, dopo vaste deforestazioni - viene portata dalla zanzara anofele nella rete idrica romana, contribuendo alla decadenza dell' impero. La lebbra - micobatterio ospitato in origine dal bufalo indiano o dall'armadillo - produce, con l'isolamento degli infetti, la nascita di lebbrosari e lazzaretti, cioè di archeo-ospedali. La peste - veicolata dalle pulci mongole ed esplosa in Europa come «Morte Nera» nel 1348 - è decisiva nel crollo del feudalesimo (con la servitù della gleba falcidiata - 30 milioni di contadini morti in due anni - e con i superstiti riconvertiti in ascendente borghesia commerciale) e nella scomparsa del latino, senza più monaci a insegnarlo. Il vaiolo - planato in Europa dal Medio Oriente intorno al X secolo d.C. - ha scatenato quell'«Apocalisse biologica» alla base della colonizzazione del Nuovo Mondo (100 milioni di amerindi morti in meno di 100 anni). La sifilide - importata dai marinai di Cristoforo Colombo - ha sollecitato l'invenzione sia delle parrucche (per ovviare alla calvizie provocata più dal mercurio che dal morbo) sia delle «protezioni» nei rapporti sessuali (in lino ruvido o interiora di pecora). E la tubercolosi - il cui batterio risalirebbe addirittura a tre milioni di anni fa - è di fatto la prima epidemia «industriale», con i duri orari di lavoro ad accentuare predisposizioni ambientali (malnutrizione e luoghi insalubri) costitutivi della fragilità immunitaria alla base di ogni epidemia. Notevole la zoomata sulla visione sociale e culturale volta a volta indotta da ogni epidemia sui contemporanei. I lebbrosi (con i guanti, la veste marchiata a «L» e il campanello o l' intonazione del De Profundis per annunciarsi) sono emblemi di uno «stigma» virato in capro espiatorio (Filippo V il Lungo ne porta al rogo migliaia, Edoardo I d'Inghilterra li fa seppellire vivi) che ritroveremo nella colpevolezza sessuale di sifilitici e malati di Aids. Se la Morte Nera mina l'autorevolezza del credo cattolico, favorendo l'affermarsi delle eresie e poi delle Chiese riformate, il vaiolo - a rovescio - scuote la fede dei «nativi» americani nei loro totem e li spinge tra le braccia dei missionari spagnoli. E alcuni tratti della Tbc - sguardo spento e consunzione - strutturano il mito romantico del «genio malato», da John Keats a Frédéric Chopin. Senza dimenticare le implicazioni classiste e razziste di tante epidemie, dato che per esempio i patrizi veneziani fuggono la peste nelle loro dimore di campagna, mentre la tratta dei neri è stata a lungo legittimata dall' «indisponibilità» per il lavoro schiavistico degli indiani via via falcidiati. Scontando qualche topica (il grande storico e pensatore francese Hippolyte Taine presentato come «turista americano»), qualche passaggio datato (sull'Ebola e sui virus attuali) e un ossessivo pregiudizio antimedico (è vero che vaccini e farmaci - salvo il caso del vaiolo - sono stati fallimentari, ma ogni misura igienico-sanitaria lo sarebbe stata altrettanto senza la descrizione dei microrganismi e delle loro modalità di trasmissione), il lavoro di Nikiforuk ci conduce con rigore davanti a due aspetti decisivi. Da un lato insiste sulla necessità di estendere la qualità della vita a livello globale: un morbillo o una diarrea sono oggi innocui per i bambini occidentali, ma possono essere ancora mortali in uno slum messicano. Dall'altro, ci ricorda spietatamente l'irriducibile e velocissimo trasformismo dei microbi, dimostrato da tanti ceppi farmaco-resistenti, specie agli antibiotici. In assoluto, nessuna profilassi è una garanzia: il nostro corpo e il nostro genoma non sono monadi isolate, ma forme del vivente sempre in coabitazione e in competizione con altre.

Corriere della Sera, 23/07/2008

25.7.19

Nelle zone industriali e di frontiera degli USA. L’epidemia degli oppioidi e le colpe di Big Pharma (Gabriele Genah)



L’origine, l’evoluzione e la portata della catastrofica epidemia degli oppioidi negli Usa sono appena diventate più chiare. Inizia così il lungo articolo di inchiesta del “Washington Post”, che si basa su centinaia di migliaia di dati, ottenuti dopo una lunga battaglia legale condotta dal giornale, e resi per la prima volta disponibili la settimana scorsa.
Il quadro che ne esce è desolante e può essere riassunto così: l’industria farmaceutica - dai produttori, ai distributori ai rivenditori - ha trovato profitto nell’inondare di antidolorifici alcune delle comunità più vulnerabili d’America. Medici e agenzie governative non sono riusciti a prendere contromisure adeguate, neanche quando diventò chiaro che queste pillole creavano dipendenza e molte finivano spacciate per le strade. Il flusso di oppioidi si è riversato soprattutto nelle zone industriali e di frontiera, dove l’economia si basa sui lavori pesanti, portando molti a cercare il conforto degli antidolorifici. Dal 1996 sono oltre 200 mila i morti a causa di overdose per questi farmaci.
I dati ottenuti dal “Post” mostrano una tendenza nella distribuzione di oppioidi che non può passare come un trattamento medico ragionevole: l’epidemia non è mai stata un fenomeno oscuro, era in piena vista. Semplicemente, secondo il giornale, qualcuno non poteva o non voleva fermarla. Dal 2006 al 2012 (il periodo cui si riferiscono i dati) il numero di pillole consegnate è schizzato da 8,4 a 12,6 miliardi, senza alcuna gradualità. La legge impone alle industrie di autoregolarsi e di riferire su eventuali ordinativi sospetti, ma molte non si sono adeguate: una di queste aziende per esempio, la Teva, dal 2013 al 2016 ha riportato solo 6 ordini sospetti su 600 mila. Il problema è che anche quando la legge rileva queste anomalie, le sanzioni sono ampiamente alla portata: nel 2017 uno dei più grandi distributori, la McKesson, venne multata per 150 milioni di dollari. I suoi ricavi netti di quell’anno ammontarono a 5 miliardi.

Rassegna “Corriere della sera”, 22 luglio 2019

10.7.19

Sieropositivi. Novità rassicuranti sull'attività sessuale.


Qui posto due articoli: il primo del 2017 da "Pagina 99", che dà conto di una ricerca americana sui rapporti sessuali di “sierodiscordanti” (un partner sieropositivo e l'altro no) che riguardava i rapporti sessuali in vagina e rimandava ad una ricerca in corso per i rapporti con rischio maggiore (anali). Il secondo del maggio di questo 2019 è tratto dalla rivista on line della LILA (Lega Italiana per la Lotta contro l'Aids). Il linguaggio è tecnico, ma se l'ho capito io lo possono capire molti altri non specialisti.
So bene che la novità susciterà la reazione di certi moralisti in casa d'altri per i quali la sicurezza dei rapporti agevolerà la prostituzione e il peccato omosessuale. Peggio per tutti quelli che odiano la libertà e la gioia degli altri. (S.L.L.)


Chi è in cura non trasmette il virus (Antonio Michienzi)
Se vi dicessero che dopo 58 mila rapporti sessuali non protetti intercorsi tra persone sieropositive e partner non affetti da Hiv non si è verificato nessuna trasmissione del virus, ci credereste?
Eppure è così. I dati sono quelli di un ampio studio denominato Partner che ha monitorato oltre mille coppie sierodiscordanti (così vengono definite le coppie in cui solo uno dei partner ha contratto l’infezione). I risultati sono stati pubblicati lo scorso anno sul Journal of the American Medical Association e non ritraggono un’eccezione, ma la quotidianità in cui vivono migliaia di coppie in cui uno dei due membri ha l’Hiv. «È un’informazione di cui forse non si ha sufficiente consapevolezza», dice Adriana Ammassari, infettivologa all’Istituto nazionale per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma e tra gli autori della ricerca. «Lo studio Partner e altri prima di questo ci confermano che quando l’infezione è ben controllata per lunghi periodi di tempo le probabilità di trasmissione sono vicine allo zero».
Ben controllata significa che la quantità di virus presente nel sangue è così bassa da non poter essere rilevata dagli strumenti di analisi di cui oggi disponiamo. Una condizione per niente rara, vi-sto che in Italia riguarda circa il 90 per cento delle persone sieropositive.
Per questa ragione, spiega l’infettivologa, «se fino a qualche anno la terapia dell’Hiv era pensata a scopo di beneficio individuale, dal 2014 sono cambiate le linee guida e si riconoscono al trattamento anche benefici collettivi».
Si tratta di una scoperta epocale che ha avuto un forte impatto sulla vita delle persone sieropositive. «L’immagine del soggetto sieropositivo nella società è sempre stata quella di colui che può trasmettere l’infezione. L’idea di non essere in una condizione di rischio è stato un potente elemento di destigmatizzazione con enormi conseguenze personali e sociali», dice il direttore del Dipartimento clinico dello Spallanzani Andrea Antinori.
Ora si attendono i risultati dello studio Partner2 per avere la conferma definitiva che la trasmissione in coppie sierodiscordanti non si verifica neanche con comportamenti a elevato rischio (come i rapporti anali).
Anche se ciò non deve indurre ad abbassare la guardia, sembra però ormai chiaro che l’utilizzo combinato di strategie diverse potrebbe in un prossimo futuro dare un colpo mortale all’epidemia di Hiv, anche senza avere a disposizione il tanto agognato vaccino che da anni si attende invano. (Pagina 99, 21 aprile 2014)

U=U, le conclusione di PARTNER 2: otto anni di studi, oltre 100mila rapporti sessuali senza condom, zero contagi. ( Laura Supino)
Il 2 maggio sono state pubblicate su “The Lancet” le conclusioni dello studio PARTNER 2, già anticipate lo scorso luglio, in occasione della Conferenza Internazionale sull’ AIDS di Amsterdam. Lo studio fornisce evidenze scientifiche definitive sul principio U=U, Undetectable= Untrasmittable, ossia le persone con HIV in trattamento ART (antiretrovirale), con carica virale non rilevabile (inferiore alle 200 copie per ml), non trasmettono sessualmente il virus. Se la prima fase dello studio aveva escluso con certezza rischi di trasmissione nei rapporti sessuali vaginali, la fase 2 ora li esclude definitivamente anche per i rapporti anali.
Condotta in 75 centri di 14 paesi europei, la prima fase dello studio PARTNER si è svolta tra il settembre 2010 e maggio 2014 su 888 coppie sierodifferenti in cui il/la partner con HIV era in ART (terapia Antiretrovirale) e in stato di soppressione virologica e l’altro/altra partner era sieronegativo/a e non assumeva PrEP (profilassi Pre-Esposizione). Questa prima fase includeva sia coppie eterosessuali (548) che omosessuali (340). I risultati erano stati sorprendenti: su 58mila rapporti sessuali segnalati, senza l’uso del preservativo, di cui 36mila tra coppie eterosessuali e 22mila tra coppie gay, non si era verificato nessun contagio. I rigidi (e scientifici) requisiti di follow-up previsti, consentirono, nella prima fase, di raggiungere la certezza scientifica della non trasmissibilità del virus solo per le coppie eterosessuali.
Per questo PARTNER 2, partito nel 2010 e proseguito fino al 30 aprile 2018, ha poi reclutato e seguito soltanto coppie gay, portando quasi a mille il numero di coppie omosessuali protagoniste dello studio. Anche in questo caso il risultato è incontrovertibile: su 77mila rapporti sessuali non protetti, cioè senza preservativo, non si è verificato nessuno caso di trasmissione dell’HIV. Si colma così quel gap di evidenze scientifiche che separava, quanto a supporti scientifici sulla non trasmissibilità dell’HIV, le coppie gay dalle coppie eterosessuali. Le conclusioni dello studio danno dunque ancora più forza al messaggio, U=U, in grado di cambiare profondamente la qualità della vita delle persone con HIV e di assestare un duro colpo allo stigma e ai pregiudizi che ancora pesano su chi è affetto dal virus: le persone con HIV in terapia Antiretrovirale possono raggiungere un livello di virus nel sangue talmente basso da bloccarne la trasmissione per via sessuale, qualsiasi essa sia. Le conclusioni dello studio PARTNER sono rivoluzionare non solo per le persone con HIV ma per tutta la collettività in quanto una terapia ART di successo è in grado di interrompere la catena dell’infezione con evidenti vantaggi per la prevenzione generale.
Per incrementarne l’efficacia in termini di salute pubblica è tuttavia necessario incoraggiare, non solo la prevenzione primaria ma anche il ricorso al test per l’HIV, tuttora gravato da troppe barriere: richieste di documenti, prescrizioni dei medici di base, mancanza di anonimato. Le statistiche ci dicono che oggi gran parte delle nuove infezioni sono dovute alla mancata consapevolezza del proprio stato sierologico e, secondo UNAIDS e OMS, almeno una persona con HIV su quattro non sa di aver contratto il virus. Il nostro paese non fa eccezione, lo dimostra anche il fatto che, in Italia, oltre la metà delle nuove diagnosi giunga molti anni dopo il contagio (diagnosi tardive), quando lo stato di salute delle persone è già molto compromesso o addirittura in fase di AIDS conclamata. Questo fenomeno ha pesanti conseguenze sulla salute dei singoli e sulla collettività perché aumenta il periodo in cui si rischia di trasmettere inconsapevolmente il virus ad altre persone. Un tempestivo accesso alle terapie consente, invece, a chi ha l’HIV di raggiungere un livello di salute e qualità della vita simile a quello della popolazione generale ma anche di raggiungere una condizione clinica di non-trasmissibilità. Una maggiore informazione, che consenta una corretta percezione del rischio, aiuterebbe le persone a prevenire la trasmissione o a rendersi conto di aver corso dei rischi e, dunque, ad effettuare il test. Sapere di potere raggiungere una condizione di non infettività può incoraggiare le persone a conoscere il proprio stato, la lotta a stigma e pregiudizi è fondamentale per vincere questa cruciale battaglia di salute pubblica.
Tornando allo studio PARTNER 2 nei due anni di follow-up richiesti si sono verificati quindici casi di infezione da HIV ma gli esami filogenetici previsti dai protocolli hanno escluso con certezza che la trasmissione sia avvenuta all’interno delle coppie arruolate.
Tali infezioni sono pertanto da attribuire a rapporti non protetti avvenuti all’esterno della corte. Gli anni di follow-up accumulati per ciascuna coppia sono 2072 di cui 556 durante Partner 1. L’età media dei partecipanti è stata di trentotto anni per i/le partecipanti HIV negativi/e e di quaranta per quelli positivi, tre le persone transessuali che hanno partecipato. La media di rapporti sessuali per coppia senza condom è stata di quarantatrè volte l’anno. Il 97% dei/delle partecipanti aveva una carica virale (RNA) soppressa con meno di 50 copie/ ml e il 99% una carica virale soppressa inferiore ai 200 ml. Tra le coppie osservate ma non arruolate si sono verificati tre casi di trasmissione nei primi sei mesi di ART a causa della soppressione virale incompleta nel sangue e nei compartimenti genitali. Lo studio suggerisce dunque l’importanza di utilizzare il preservativo o la PrEP fino a quando la soppressione virale nel sangue non sia stata raggiunta in modo stabile e completo.
È risaputo che le persone HIV+ che si trovano in terapia ART, con soppressione della carica virale nel sangue, possono avere una RNA rilevabile nello sperma e altri fluidi del tratto genitale. Nello studio questo fenomeno è stato riscontrato anche nel 6% dei campioni raccolti tra uomini con più di sei mesi di ART. Tuttavia, il rilevamento di piccole quantità di carica virale nello sperma non sembra essere correlabile a rischi di trasmissione qualora la carica virale nel sangue risulti comunque soppressa. Questo potrebbe suggerire che il virus residuo nel liquido seminale possa non essere integro o adatto alla replicazione o presente in livelli sufficienti per causare la trasmissione. Nel corso degli studi non si è verificata nessuna trasmissione da persone con una carica virale rilevabile nel tratto genitale ma soppressa nel plasma. L’efficacia della ART come prevenzione dipende dunque dal mantenimento di una completa soppressione virologica nel sangue, fattore che mostra l’importanza di un monitoraggio regolare della RNA e di supportare un’aderenza ottimale e a lungo termine alle terapie. Nello studio PARTNER sono state osservate le pratiche in vigore in Europa con test a sei mesi o anche annuale, nel caso di buona aderenza e carica virale stabile. Altri studi hanno già dimostrato come, con una RNA soppressa e una buona aderenza al regime terapeutico, il rischio di un rimbalzo viremico sia molto basso.
Lo studio pubblicato su “The Lancet “non manca di far notare come la conoscenza dello straordinario impatto che la soppressione della carica virale può avere sulla prevenzione stia passando molto lentamente dalla comunità scientifica all’opinione pubblica e risulti sconosciuta anche a molte persone con HIV. La pubblicazione riferisce come nel 2016, quando erano già usciti tutti i principali studi sulla non trasmissibilità, compreso il primo PARTNER, il 90% dei 1800 partecipanti allo studio ACTG A% sui farmaci fossero convinti di essere infettivi nonostante il 91% di loro avesse una carica virale al di sotto delle 50 copie ml. Per questo, sostengono gli autori, è importante il sostegno che l’esito di questo studio può dare alla campagna lanciata nel 2016 da Prevention Access Campaign con il messaggio U=U, oggi approvato da 780 organizzazioni (pubbliche, private, ONG) di novantasei paesi, incluse le principali istituzioni scientifiche e mediche internazionali.
La diffusione di questo messaggio –concludono gli studiosi- è necessaria per promuovere i benefici di un più ampio ricorso al test, dell’accesso tempestivo alle terapie ART e del contrasto alle leggi che stigmatizzano, criminalizzano e colpiscono le persone con HIV. (LILA News dal mondo Aids, Sabato, 4 Maggio 2019)

3.7.19

Sanità. L'Italia impara dagli USA


Ho trovato nel mio archivio un ritaglio dal “manifesto” di quasi 25 anni fa. Un breve articolo dà notizia di certe voluminose guide, made in USA, che suggeriscono alle Compagnie assicuratrici, soprattutto a quelle delle assicurazioni sanitarie più diffuse, legate ai rapporti di lavoro, e ai datori di lavoro, le strategie e le strade per l'efficienza, o – più esattamente – per il taglio della spesa sulla pelle degli assicurati e dei lavoratori. Ho il sospetto che i manager sanitari italiani, in questo venticinquennio, abbiano molto imparato dagli Stati Uniti nell'escogitare trappole per ridurre le coperture del servizio sanitario nazionale. E – adesso che ci avviamo verso il mostruoso federalismo differenziato – ancor di più terranno presente quella lezione nelle regioni del Centro, del Sud e delle Isole maggiori. (S.L.L.)


Parti, infarti, operazioni, guide al risparmio. Sui malati (Giulia D’Agnolo Vallan)
A trecento dollari a volume e con vendite anuali intorno alle seimila copie, sono gli assoluti best seller del genere. Si tratta delle guide McMillan, cinque volumoni di suggerimenti per compagnie di assicurazione e datori di lavoro su come rendere più efficienti (vedi economici) i vari piani di copertura sanitaria a disposizione. Una horror story come tante nello spaventoso panorama della sanità americana.
Prodotte da una compagnia di consulenza sanitaria di Seattle, la McMillan and Robertson, le guide (rispettivamente dedicate a visite mediche, ammissioni all’ospedale, medicine, dentisti e pazienti al di sopra dei 65 anni) stanno scatenando l’ira dei medici, ma sono la delizia degli assicuratori. «Crediamo che la qualità dell’assistenza e la sua efficienza debbano convergere», è il pragmatico credo di Richard Doyle, il principale autore dei libroni. Servendosi per la consulenza di (18) dottori e infermiere, piuttosto che di ricercatori, e di statistiche ricavate dalla cartelle cliniche e ospedaliere, MacMillan produce quello che, i membri della American Medicai Association hanno definito con disprezzo «medicina da libro di cucina».
Secondo Doyle e la sua equipe, per esempio, un piano di assicurazione non deve concedere una seconda operazione alla cataratta se non si tratta di pazienti giovani e in grado di dimostrare che hanno bisogno degli occhi per il lavoro. Un’operazione di tonsille non è permessa a meno che non ci sia un sospetto cancro o sei casi ben documentati di tonsillite all'anno. Per trattare l’epilessia basta un medico generico, non un neurologo e, se ti viene un infarto, non puoi stare all’ospedale più di tre giorni anche se hai bisogno di una sedia a rotelle per farti portare fuori. Scordarsi il bypass a meno che le condizioni non siano disperate e, per un trapianto di cuore..., a casa dopo una settimana. Rilascio dall’ospedale dopo 24 ore anche per la maggioranza dei parti. Due giorni di degenza sono ammessi in caso di cesareo, la metà esatta di quelli raccomandati dall'American College of Obstetrician and Gynecologists. Perché, allora, non avere bambini senza scendere dall’automobile, come quando si va da MacDonald?, ha commentato sarcastico Robert McGhee, uno dei dottori che conducono la lotta contro la McMillan, sulla rivista della American Medical Association.
Ma le vendite della guida salgono velocemente (solo 600 copie nel 1990, quando è nata) e le soluzioni efficientiste di Doyle, che eliminano fino a due terzi dei costi d’ospedale (senza, dice lui, alterare la qualità dell’assistenza), vengono usate regolarmente da megacompagnie come la General Electric. Più grave ancora il fatto che piani di assistenza sanitaria a costi ridotti, come «Blue Cross», «Blue Shield» e persino «Medicare» stiano iniziando a considerare le stesse equazioni.

“il manifesto”, 25 marzo 1995

19.6.19

Il business del dolore (Alessandra Coppola e Gianni Santucci)

La dipendenza da oppioidi è la più devastante crisi di salute pubblica degli Usa: 70 mila morti di overdose nel 2017. Sotto accusa la Purdue Pharma e la prescrizione di OxyContin. 
Per la prima volta in Europa, a Parma, è stata aperta un’inchiesta che ha portato a 19 arresti. Figura chiave un medico, all’epoca ordinario di Anestesia e «padre» della legge sulle cure palliative.


Il letto matrimoniale è a poppa, comodini a specchio, armadi di legno, forno a microonde, frigo grande in cucina e pure a pozzetto nel gavone, scarico del Wc silenziato, scafo di un elegante color crema a mollo nel porto di La Spezia. Un bello yacht, il Pasimafi V, non c’è che dire. A consultare l’elenco delle dotazioni nella scheda di «Nautipedia» lo capisce anche un profano. Vale parecchie migliaia di euro e il dottore Guido Fanelli lo esibisce compiaciuto. Il sodale fa una battuta: sulla prua andrebbe stampigliato il logo della Mundipharma. Il medico replica altezzoso che piuttosto dovrebbero essere le sue iniziali, «G.F.», a comparire sul conto di un dirigente della casa farmaceutica per tutti i milioni che è riuscito a portare in cassa.
I carabinieri sono in ascolto: rappresentazione plastica dei profitti illeciti a danno dei malati, «Pasimafi» diventa il nome di un’inchiesta che a maggio del 2017 porta all’arresto di 19 dirigenti, imprenditori e medici (in corso le udienze preliminari per decidere il rinvio a giudizio). Tra gli indagati, Guido Fanelli, all’epoca ordinario di Anestesia, direttore della struttura dedicata alla terapia antalgica all’Ospedale Maggiore di Parma. «Re» della lotta al dolore; «padre» della legge sulle cure palliative: ma anche — secondo l’accusa — dominus di un sistema perverso per spingere il consumo di farmaci «pesanti» (oppioidi) anche in Italia.
Fino a qui, sarebbe solo un capitolo di presunta corruzione nella sanità italiana. Nelle pagine di quell’inchiesta c’è però un filo che si collega a un’ecatombe: i 70 mila morti di overdose negli Usa (anno 2017), la più imponente strage di droga nella storia del mondo occidentale. Tutto è iniziato dai farmaci. Gli stessi farmaci: curano il dolore, ma possono creare una dipendenza pari a quella dall’eroina. L’agenzia americana« Associated Press» ha appena riletto le carte del procedimento di Parma per mettere in luce un aspetto finora sottovalutato: non si tratta solo di una grossa indagine della Procura e dei Carabinieri del Nas; «Pasimafi» è il primo caso conosciuto fuori dagli Stati Uniti in cui viene implicata (tra le altre) la Mundipharma, ramo europeo della Purdue Pharma, l’impero farmaceutico della famiglia Sackler, sotto accusa per aver innescato l’«epidemia degli oppioidi».
Quella che è in corso in America è la più devastante crisi di salute pubblica degli ultimi decenni, peggiore del contagio da Hiv negli Ottanta. Per due anni di seguito si è abbassata l’aspettativa di vita della popolazione: non accadeva dalla Seconda guerra mondiale. La causa è in un numero spropositato di overdose. Il disastro è maturato in meno di vent’anni e in tre ondate: punto uno, il dilagare delle prescrizioni di antidolorifici oppioidi (parenti da laboratorio di morfina ed eroina) che ha creato una base di dipendenza nella popolazione; su questo, i trafficanti di droga hanno iniziato a inondare le strade di eroina; infine, hanno mescolato all’eroina il Fentanyl, la più potente medicina di quella famiglia. In tre anni i morti sono triplicati.
L’atto di incriminazione della Purdue Pharma davanti alla Corte del Massachusetts (pubblicato a gennaio dal «New York Times») racconta origine e progressione dell’epidemia: «Le case farmaceutiche hanno creato questa tragedia ingannando medici e pazienti sugli effetti dei farmaci». L’innesco è legato allo sbarco sul mercato dell’OxyContin, medicina contro il dolore con la molecola quasi identica all’eroina. «Da maggio 2007, Purdue ha venduto più di 70 milioni di dosi di oppioidi nel Massachusetts, guadagnando oltre 500 milioni di dollari. Per la Purdue, le prescrizioni nel Massachusetts sono state una miniera d’oro. Per i pazienti è stato un massacro. Allo scopo di guadagnare, l’azienda ha studiato una strategia illegale e mortale per ingannare medici e pazienti». In pratica: un esercito di rappresentanti/informatori per visite continue (e spinte) ai medici; convegni e raduni; diffusione di opuscoli, saggi e articoli medici a proprio vantaggio; contrasto «scientifico» ad ogni allerta diramata dalle autorità sull’uso eccessivo di oppioidi.
Lo scenario italiano è completamente diverso, ma è interessante mettere a confronto i meccanismi, che rivelano una strategia globale simile. «La Lettura» lo ha fatto studiando il lavoro del procuratore di Parma, Alfonso D’Avino, e del pubblico ministero Giuseppe Amara, che ha seguito le indagini e che ora è co-delegato per la fase del giudizio assieme alla collega Paola Dal Monte.
L’inchiesta spiega che è lo stesso Fanelli, intercettato, a vantarsi del «sistema»; usa esattamente questa parola: «Io ho creato un sistema, io solo rispondo di quello, che è tutto “il business del dolore”, e lì mi sembra che le cose le abbiam sistemate». E proprio quando riceve l’incarico di coordinatore del gruppo di lavoro per la stesura della legge (2009), convoca le case farmaceutiche e salda una rete di relazioni, una sorta di gruppo di lavoro clandestino che con ironia nera battezza Pain League («lega del dolore» in parallelo alla Champions League di calcio). Niente di paragonabile agli Stati Uniti, anche grazie al sistema italiano molto più severo sulle prescrizioni. Ma se quei farmaci hanno un valore riconosciuto per alleviare il dolore in caso di malattie drammatiche, è comunque sconcertante ascoltare frasi di questo genere: «Io ho convocato le aziende, gli sto spiegando le cose, cioè il ministro è incazzato sugli oppioidi, cioè questi qui devono capire che devono affidarsi alle nostre amorevoli cure per uscire dalla crisi».
Quando la struttura della Sanità pubblica frena e individua il rischio nell’uso disinvolto di alcuni antidolorifici, la rete tessuta da Fanelli appare pronta alla controffensiva, per invertire la rotta e ingrassare le case farmaceutiche. «Intanto abbiamo messo su un sistema parallelo molto forte in questo momento». C’è anche una parte di vanteria, che discende probabilmente dal rilievo della posizione del medico, fino a quel momento stimato luminare: «Noi siamo quelli che decidono la tipologia di ricerca e di applicazione tramite i Ptda (Percorso diagnostico terapeutico assistenziale, ndr) della legge sul dolore, questo è il concetto».
Nell’inchiesta statunitense esiste un passaggio analogo, che però arriva nella fase ultima, quella di degenerazione. Quando nel 2016 il Center for Disease Control dirama un’allerta ai medici per contenere le prescrizioni di alte dosi di oppioidi, l’azienda calcola quanto perderebbe se i medici si attenessero alle indicazioni: solo nel Massachusetts, 24 milioni di dollari l’anno. Le strategie di marketing dell’azienda puntavano ad alzare le dosi dei farmaci, per prolungare il periodo di utilizzo: l’investimento migliore, stando ai documenti sequestrati, era una sorta di «carta fedeltà» che assicurava sconti sul primo periodo di prescrizione, con l ’obiettivo di portare l’uso dell’OxyContin sopra i 90 giorni (a quel punto sarebbe stata la dipendenza a tenere il cliente «attaccato» al farmaco).
«Per ogni milione di dollari “perso” con gli sconti, Purdue avrebbe guadagnato oltre 4 milioni perché i pazienti usavano per più tempo la medicina». L’azienda ha pubblicato e distribuito anche degli articoli in cui si parlava di «pseudo-dipendenza», una condizione definita non come anticamera di una dipendenza, ma come disagio per «oppioidi prescritti in dosi inadeguate».
L’inchiesta italiana indica che Fanelli avrebbe agito su questa linea, minimizzando gli effetti e asservendo la propria attività pubblica alle industrie del farmaco in vario modo: ricerca scientifica in conflitto di interessi, condivisione delle scelte manageriali delle aziende, pubblicità del farmaco, sperimentazioni cliniche senza autorizzazioni, spinte alle prescrizioni terapeutiche anche ai medici ospedalieri. «Io sono pronto a far quello che volete, nel mio piccolo abbiamo scritto articoli scientifici», dice in un’intercettazione. Ma diventa poi aggressivo in caso di dissidi: «Io vi sposto 10 milioni di euro di fatturato in due secondi, perché io sparo due siluri e abbatto tutto il sistema».
Durante l’indagine, un rapporto dell’Osservatorio sull’impiego dei medicinali evidenzia una tendenza alla crescita nell’uso di antidolorifici oppioidi e poco dopo il ministero (all’epoca guidato da Beatrice Lorenzin) richiama i medici alla vigilanza contro abusi o situazioni di dipendenza. Nel 2015 Fanelli partecipa a un convegno dell’Onu a Vienna dove gli Stati Uniti prendono una posizione critica: «Gli oppioidi non sono la giusta opzione per la gestione del dolore cronico». «E poi gli sono andati dietro i tedeschi», commenta il medico deluso. «È gravissima ’sta roba», risponde il suo interlocutore. Fanelli si affretta ad assicurare di aver difeso il «sistema»: «Ma io ero in minoranza eh...».
In risposta a un’email de «la Lettura», la Mundipharma precisa che «gli individui indagati (incluso il general manager) sono stati immediatamente sospesi e non lavorano più per l’azienda». Aggiunge che un’inchiesta interna non avrebbe riscontrato pagamenti di mazzette ma altre irregolarità e che comunque sono state prese misure a riguardo. Soprattutto, sottolinea: «Mundipharma ha interrotto la promozione di oppioidi in Europa». Il che, però, sottintende anche che in passato sì li ha «promossi».

La lettura - Corriere della Sera, 9 Giugno 2019

3.6.19

Nomina sunt ... (S.L.L.)



A Perugia, nell'ambito dell'inchiesta sui concorsi nella Sanità, hanno sospeso per un anno un medico dell'Azienda sanitaria ospedaliera regionale, noto in città per essere il cardiologo del PERUGIA CALCIO.
I giornali riferiscono di un'intercettazione della telefonata tra due importanti medici, di cui uno presidente di una commissione di concorso. Parlerebbero di domande consegnate al cardiologo, onde favorirne un parente nella prova d'esame.
In città circola una storia, della cui veridicità sono tutt'altro che certo, sulla risposta del medico sospeso alla contestazione degli inquirenti. Avrebbe detto: "Ma no! Era tutto uno scherzo!" .
Il cardiologo si chiama Faleburle. (Stato di fb, 1/6/2019)

8.4.19

In Umbria se non ti sbrighi a guarire paghi (Francesco Pallante)

Trovo nel bel sito di “Volere la luna” un articolo di Francesco Pallante, professore associato di Diritto Costituzionale a Torino, che sul “manifesto” mi era sfuggito. Denuncia non solo la crudeltà, ma anche l'incostituzionalità di certe politiche sanitarie. Situazioni come quella descritta, infatti, non sono infatti presenti solo in Umbria. (S.L.L.)


Per quanto nota, la ferocia della dittatura del denaro non cessa di stupire.
Ne giunge riprova dalla Regione Umbria, dove il ricovero delle persone anziane malate croniche non autosufficienti nelle residenze sanitarie assistenziali (RSA) a carico del Servizio sanitario regionale è, per ragioni di costo, prefissato in massimo 90 giorni, decorsi i quali il paziente «deve rendersi pienamente disponibile alla dimissione» (così si legge nelle comunicazioni rivolte ai malati), a prescindere dalla circostanza che sia o meno guarito – e, anzi, persino nel caso in cui le stesse strutture sanitarie ragionali dovessero accertarne la persistente condizione di malattia.
Un caso recente è particolarmente significativo.
Riguarda il quasi novantenne signor G.S., che, raggiunti gli 88 giorni di ricovero – peraltro non continuativi – in una RSA di Terni, si vede recapitata una lettera in cui gli viene intimato di prepararsi alle dimissioni, mentre, nel contempo, l’Equipe Centro di Salute 1 di Terni (appartenente alla Usl Umbria 2) ne certifica il disastroso quadro clinico.
A leggere la documentazione c’è da rimanere senza parole: il signor G.S. «è invalido al 100%» ed è afflitto da patologie quali «scompenso cardiaco con fibrillazione arteriale persistente», «insufficienza respiratoria cronica», «spondiloartrosi diffusa», «frattura vertebrale», «esofagite erosiva con grave anemizzazione», «litiasi vescicale con idroureteronefrosi bilaterale», «trombosi venosa profonda all’arto inferiore sinistro», «gozzo tossico», «attacchi ischemici transitori ricorrenti», «lesioni da decubito», «declino cognitivo», «depressione». Dato il quadro, la conclusione è scontata: «il signor G. S. non è autonomo né nei trasferimenti né nell’utilizzo della sedia a rotelle», «è completamente dipendente nell’igiene personale e nella vestizione», «necessita di controlli accurati alla diuresi» con «corretta gestione del catetere» e «sostituzione periodica dello stesso», «necessita di cibo adeguatamente preparato per la somministrazione», «non è in grado di assumere farmaci autonomamente», «necessita di prelievi periodici» per determinare il dosaggio dei farmaci stessi. In poche parole: «necessita di assistenza continua nelle 24 ore».
Come possa il sistema sanitario pubblico pretendere di dimettere un paziente in queste condizioni – assicurandogli, oltre all’assistenza infermieristica strettamente necessaria, l’assistenza domiciliare per appena un’ora al giorno e per soli sei giorni a settimana – è incomprensibile.
L’articolo 2 della legge n. 833 del 1978, attuativa dell’articolo 32 della Costituzione, individua quali compiti della sanità «la diagnosi e la cura degli eventi morbosi quali che ne siano le cause, la fenomenologia e la durata». La precisazione sulla durata non è senza significato, perché – come nel caso del signor G. S. – esistono malattie che non sono guaribili, ma rimangono pur sempre curabili.
La sanità umbra viene consapevolmente meno al dovere di cura, se è vero che nel medesimo documento le sue strutture affermano che il paziente ha necessità di assistenza continua nelle 24 ore e s’impegnano a intervenire per un’ora al giorno e nemmeno tutti giorni della settimana. E per le restanti 23 ore giornaliere? Evidentemente dovranno pensarci i parenti, che – pur non avendo obblighi di prestare cure sanitarie e socio-sanitarie – dovranno rinunciare a lavorare e dar fondo ai propri (eventuali) risparmi.
A fronte dell’opposizione alle dimissioni presentata dai congiunti del signor G.S., l’USL Umbria 2 ha inviato loro la fattura delle spese derivanti dal prolungamento della degenza nella RSA, pari a 135 euro al giorno. Per un anno si raggiunge la cifra di 49.275 euro. L’assistenza domiciliare sarebbe meno onerosa, ma costerebbe comunque decine di migliaia di euro all’anno. C’è di che mandare in rovina una famiglia.
A questo siamo giunti? Al punto che per curare un congiunto malato le famiglie devono rovinarsi? Spinta alle estreme conseguenze, l’aziendalizzazione della sanità divora il diritto alla salute, invertendo l’ordine delle priorità costituzionali, che – come recentemente ribadito dalla stessa Corte costituzionale (sentenza n. 275 del 2016) – alle esigenze dei bilanci antepone quelle dei diritti.

In “il manifesto”, 3 aprile 2019 e nel sito “Volere la luna”

2.4.19

Ricerca scientifica. Frodi, truffe e manipolazioni (Franco Carlini)

Gregor Johann Mendel

Il libro Falsi profeti di Alexander Kohn (Zanichelli, 1991) è stato pubblicato per la prima volta, in inglese, nel 1986. Ma già l’anno successivo l’autore, virologo all’università di Tel Aviv, era costretto ad aggiungervi precipitosamente un altro capitolo di aggiornamenti. E oggi, a quattro anni di distanza, si sentirebbe addirittura il bisogno di raddoppiare il numero delle pagine. Non è colpa di Alexander Kohn il cui saggio mantiene intatto il suo interesse, ma del fatto che il fenomeno che egli illustra, con ricchezza di esempi e un analisi meticolosa, ha conosciuto un’accelerazione improvvisa. Falsi profeti tratta infatti di «inganni e errori nella scienza», come recita il sottotitolo. O, a essere più crudi, le frodi, le truffe, i comportamenti scorretti e le manipolazioni dei risultati scientifici, a opera dei ricercatori. Così oggi al libro di Kohn si dovrebbe aggiungere, almeno: 1) il caso della dottoressa Teresa Imanishi Kari e del professor Baltimore, già premio Nobel per la medicina; 2) la presunta «memoria dell’acqua» del professor Benveniste; 3) il caso dei professori Pons e Fleischman e dei loro esperimenti sulla cosidetta «fusione nucleare fredda»; 4) i falsi fossili del paleontologo indiano professor Gupta; 5) gli ultimi sviluppi, tuttora in corso, della penosa storia del professor Gallo e del professor Montagnier a proposito della scoperta del virus dell’Aids. L’elenco è incompleto per difetto e giusto per non tediare il lettore: le riviste scientifiche degli ultimi tre anni sono piene di altri episodi del genere.
Il fenomeno, va detto, è sempre esistito. Anzi, molte delle storie ricostruite con puntiglio da Kohn affondano le radici ben indietro nel tempo. Come i dati sperimentali del monaco Mendel, lo scopritore delle legge dell'ereditarietà, che esaminati con più attenzione, risultarono troppo belli per essere veri. L'ipotesi è che fosse stato il suo assistente di laboratorio, anzi di giardino, ad aggiustarli un po’, di modo che la trasmissione ereditaria dei caratteri genetici dei piselli risultasse ben provata. Ma si può classificare come frode, truffa, violazione dell'etica scientifica un caso del genere in cui i dati scorretti sostengono una teoria poi dimostratisi vera? Oppure i casi, assai più frequenti di quanto sembri, in cui un ricercatore, convinto a priori della bontà della sua teoria o del suo modello, inconsapevolmente aggiusta i risultati di un esperimento, senza nemmeno rendersene conto?
Il dolo, ovvero l’intenzione esplicita e consapevole di barare, è uno degli elementi distintivi delle frodi scientifiche propriamente dette. Molti casi, anche apparentemente minori, li racconta lo stesso Kohn, che ha attinto a una bibliografia enorme. Altri fanno parte della cronaca scientifica più recente. Quasi sempre la spinta a violare consapevolmente le regole non scritte dell’etica scientifica viene dall’abbinamento ambizione-pressione ambientale. L’ambizione del ricercatore non è un male in sé; si può anzi pensare che senza una certa dose di essa, molte scoperte non sarebbero mai avvenute. La pressione ambientale deriva da quell’insieme di meccanismi interni alla macchina della ricerca scientifica che collegano la carriera con il numero delle pubblicazioni scientifiche. È l’unico criterio «oggettivo» di cui la comunità scientifica si è dotata per valutare il merito (la comunità scientifica seria, naturalmente, non quella italiana che nei concorsi a cattedra sorvola con disinvoltura i meriti e fa valere invece le parentele, i legami di cordata o politici; le ultime scandalose bocciature nei concorsi italiani, raccolte anche dai quotidiani, sono lì a testimoniarlo). Ma è un meccanismo assai pericoloso, tuttavia: lì infatti stanno le ragioni pratiche di molti articoli scientifici a firma multipla, dove l’autore vero (e magari anche l’autore degli aggiustamenti fraudolenti) è il giovane ricercatore che deve sfondare a tutti i costi, e le altre firme sono di colleghi più anziani che lo coprono, magari avendo discusso con lui solo la filosofia generale dell’esperimento e nulla più. Se tutto va bene, nessuno se ne accorge e tutti i firmatari riscuotono il loro vantaggio. Se invece qualche collega si accorge della frode, allora ci si imbatte in penose lettere di scuse alla comunità della scienza, come quella scritta dal Nobel David Baltimore sul numero di Nature del 9 maggio scorso.
L’atteggiamento di Kohn rispetto al fenomeno non è moralista a oltranza: realisticamente egli dà per scontato che i casi di manipolazione o di alterazione dei risultati sperimentali siano più diffusi di quanto si pensi. Specialmente nelle scienze biologiche o in quelle psicologiche dove la riproducibilità degli esperimenti non è così semplice. Non nasconde tuttavia un certo ottimismo, basato sulla convinzione che in fondo, se la truffa riguarda una scoperta veramente importante, essa verrà inevitabilmente smascherata, dato che molti altri «colleghi» si butteranno su quella tecnica o su quel fenomeno, per ripeterli o migliorarli. Si può dare per scontato invece che nel caso di pubblicazioni marginali, o di scarso interesse, nessuno mai tenterà di nuovo la prova, e gli autori del falso (o della manipolazione) potranno vivere tranquilli: quel loro lavoro infatti è un tassello del tutto secondario, e cadrà assai rapidamente nel dimenticatoio; il suo unico effetto sarà di aiutare la carriera degli autori, senza produrre un danno sociale particolarmente alto (se non quello di portare finanziamenti e carriera a chi non se lo merita).
È un atteggiamento realistico, anche se poco allegro: i quattro cardini dell’etica della ricerca, dettati a suo tempo da Robert Merton, uno dei pionieri della sociologia della scienza, appaiono davvero in disuso. Essi erano universalismo, disinteresse, scettiscismo e comunanza. Tutti sono stati intaccati anche profondamente, dall’intreccio tra scienza e mercato e dal mercato delle carriere. Non c’è forse da strapparsi i capelli, né da condannare in blocco tutta la scienza moderna. Ma occorre saperlo, per non attribuire agli uomini e alle istituzioni di scienza delle virtù che non si meritano più di tanto.

"il manifesto", 6 dicembre 1991

22.2.19

Una guerra infinita. La storia millenaria del cancro (Franco Voltaggio)

Cancro al colon

Il cancro, indipendentemente dal sito e della parte, organo o sistema dell'organismo investito, è una patologia dei tessuti specifica e sempre identica a se stessa, contrassegnata da abnorme proliferazione di cellule irregolari che danno origine a una nuova formazione (neoplasia maligna o carcinoma) e, se il processo morboso progredisce, da una graduale dislocazione (metastasi) delle cellule maligne in siti relativamente distanti dal focolaio principale. La sua malignità è tale da farlo percepire come il principe incontestato di tutte le malattie, un essere vero e proprio la cui storia può essere ricostruita alla stregua della biografia di un eroe malvagio. È quel che ha fatto Siddharta Mukherjee, medico e oncologo indiano, docente nella Columbia University di New York, Premio Pulitzer 2011, in un libro per molti versi straordinario: L'imperatore del male. Una biografia del cancro, Neri Pozza, 2011, pp. 736, euro 19.

L'ipotesi di Galeno
Il cancro era conosciuto già nel XIII secolo a.C. dell'Egitto faraonico, ma solo nel V secolo a.C. i medici greci della Scuola di Cos, fondata da Ippocrate (460-370 a.C.), ne dettero una descrizione precisa e fu, pare, lo stesso Ippocrate a chiamarlo karkínos (alla lettera «granchio» - donde il nostro «cancro» - per la forma assunta nel suo sviluppo). Proprio dalla scuola di Cos comincia l'indagine sulla causa della malattia per mettere a punto la cura, ma l'indagine è disperante. Il tumore maligno non appare come un morbo epidemico, tale da ipotizzarne la genesi in un male esogeno di natura divina che «visita» una popolazione (il termine greco epidemía significa, per l'appunto, «visita a un demo»), ma piuttosto come una patologia degenerativa apprezzabile soprattutto in individui anziani e perciò quasi una malattia rara data l'allora modestissima attesa media di vita alla nascita (24-30 anni).
I tratti degenerativi tipici del cancro vengono così ricondotti a un fattore endogeno che, parecchi secoli dopo, il grande medico greco Galeno (128-200 d.C.), crede di cogliere nella condotta di uno degli umori, la bile nera (mélaina cholé) che, sovrabbondante, ristagna in una parte del corpo provocando ora la depressione o melanconia ora il cancro, ma, talvolta l'uno e l'altra, al punto che, per paradossale che possa essere, il secondo finisce con l'essere considerato (nella tarda tradizione galenica) una conseguenza della prima. L'ipotesi di Galeno si dimostrò comunque del tutto fantastica quando nel Rinascimento i progressi dell'anatomia evidenziarono la totale inesistenza della bile nera. La correlazione da lui stabilita tra cancro e «umor nero» aveva tuttavia un forte potenziale esplicativo. Metteva infatti in chiaro una verità che sarebbe emersa solo in epoca recentissima: la causa del terribile morbo va infatti ricercata non fuori, ma dentro il corpo umano.
A partire dalla seconda metà del '700 i casi di cancro presero a moltiplicarsi rispetto al passato. Come oggi sappiamo, a causa dell'ambiente degradato dei centri urbani nella prima rivoluzione industriale, il cancro era ormai diventato una minacciosa presenza. Questa situazione rinverdì, da un lato, l'immagine medievale del morbo come quella di un mostro che dall'esterno si avventa sul corpo umano, dall'altro l'adozione, da parte della medicina istituzionale nel suo complesso, di una condotta cui si ricorre sempre a fronte di mali la cui eziologia è sconosciuta: pensare ai rimedi e poi, sulla scorta delle esperienze terapeutiche, rifarsi a queste per trovare la chiave per scoprire la causa.

Danni collaterali
A fronte dell'impellente esigenza sociale di una risposta tagliata sul bisogno, la medicina istituzionale rispose mobilitando la chirurgia che, ormai non più arte di barbitonsori, formava chirurghi degni di esser definiti "mani pensanti". Protagonista di questa svolta fu tra gli altri il chirurgo scozzese John Hunter (1728-1793) che, acquisita una grande competenza di anatomo-patologo, asportò numerosi cancri (solidi) operando una sapiente distinzione tra quelli amovibili e quelli ormai diffusi nell'organismo (metastatici).
Sulla scorta di Hunter e di altri grandi chirurghi, all'inizio soprattutto inglesi e francesi, poi tedeschi e americani, la chirurgia nel XIX secolo fu a lungo la principale, se non addirittura l'unica arma strategica contro il cancro. Un'arma che affinava le sue tecniche rendendole sempre più efficaci come quando l'americano William Stewart Halsted (1852-1922) introdusse la mastectomia radicale, una procedura avverso il cancro del seno che oltre a comportarne l'ablazione totale, implicava altresì l'asportazione dei muscoli sottostanti e dei linfonodi relativi. In buona sostanza, tuttavia, la chirurgia non eliminava il cancro, ma si limitava ad estirparlo, con l'aggravante che la sua natura invasiva era pagata a caro prezzo dai pazienti in termini di danni collaterali, nonché di vere e proprie (e spesso inutili) mutilazioni. Una procedura innovativa cruciale come l'introduzione dell'anestesia, pur migliorando certamente la fattibilità e la tollerabilità degli interventi, non ne ridusse il carattere invasivo. L'adozione dei raggi X per l'estirpazione del cancro, in sostituzione della chirurgia, anche se spesso a questa associata, portò tuttavia all'attuazione di strategie concluse spesso con remissioni..
Negli anni immediatamente precedenti la Seconda Guerra Mondiale il cancro costituiva tuttavia un problema irrisolto. Nel 1937 la rivista americana «Fortune» pubblicava un articolo in cui se ne riassumeva la situazione nel mondo e in particolare negli Usa: crescita esponenziale dei casi, incertezza diagnostica, concentrazione esclusiva della cura nella chirurgia e nella radioterapia. Di lì a poco, tuttavia, le cose presero a cambiare e l'epicentro del cambiamento furono proprio gli Stati Uniti. La sanità americana fu investita da un inedito interesse da parte del Governo e contemporaneamente cominciarono a intervenire decise novità nella ricerca. Attenzione governativa e della classe dirigente americana in generale, da un lato, e innovazioni terapeutiche corsero in parallelo avvitandosi in un circolo virtuoso. A dare l'avvio all'opera di contrasto fu, indirettamente, la vicenda di un'epidemia infettiva e di un suo illustre malato, Franklin Delano Roosevelt, presidente degli Stati Uniti dal 1933 al 1945, anno della sua morte. Roosevelt, già vittima nel 1921 della violenta epidemia di poliomielite che infuriava soprattutto tra i bambini (conosciuta perciò come paralisi infantile), candidandosi nel 1936 per la prima conferma del mandato, contro il parere dei suoi consulenti si presentò in pubblico in carrozzella e, una volta confermato, promosse nel 1937 una fondazione nazionale per sostenere la ricerca sulla paralisi infantile. Mostrando un'indubbia genialità politica, volle dimostrare agli Americani come per lui battersi per sconfiggere una malattia dei grandi numeri era una impresa non meno politica della lotta coraggiosa sostenuta per contrastare la Grande Depressione, essa stessa visualizzabile come una malattia dell'economia e della società.
L'esempio dato da Roosevelt nell'avviare un processo collettivo di contrasto di una grave tabe infettiva non restò senza conseguenze. Si cominciò a pensare che quanto si era fatto per la polio era fattibile anche per i tumori maligni. Fu così che il cancro divenne oggetto di un crescente coinvolgimento dei privati nell'organizzazione e nel finanziamento della ricerca che per sua parte cominciò a presentare novità positive. Uno dei massimi oncologi americani, Sidney Farber (1907-1973) attivo nel Children's Hospital di Boston dove seguiva i bambini malati di leucemia, lavorando nel laboratorio dell'ospedale, nell'estate del 1947 ebbe, per così dire, la sua «mela di Newton»: nell'assenza di una diagnostica strumentale (ecografia, TAC, risonanza magnetica) che permettesse di «vedere» la patogenesi e lo sviluppo del cancro in generale, la leucemia, tumore contrassegnato da una proliferazione patologica dei globuli bianchi (leucociti) nel sangue, si rendeva visibile al microscopio e poteva così essere quantificata. La stessa cosa si poteva fare con i tessuti di altri cancri.
A questo punto diventava possibile pensare a farmaci in grado di aggredire e distruggere le cellule maligne al modo stesso in cui si procedeva nel trattamento delle malattie infettive, ma c'era un problema: come discriminare nella distruzione le cellule malate da quelle sane? Stabilito così l'obiettivo della sperimentazione, il paradigma di riferimento fu il principio dell'affinità specifica, già scoperto dall'immunologo tedesco Paul Ehrlich (1854-1915), vale a dire la proprietà di alcune sostanze di «legarsi» con i veleni del tessuto canceroso e di distruggerli, in una parola il principio base dell'immunità cellulare che fa sì che la tossina della cellula malata sia una sorta di serratura disposta a essere aperta, come da una chiave, unicamente da un'antitossina specifica per quella tossina. Come dire che per ogni tossina andava ricercata l'antitossina - più tardi ribattezzata anticorpo - congenere. Una volta individuata l'antitossina specifica, si trattava di produrre la molecola giusta e poi passare all'applicazione terapeutica.

Campagne di stampa
Era nata così la chemioterapia che, traendo origine dalle pionieristiche esperienze di Ehrlich, ebbe tuttavia il suo pieno sviluppo in America a partire dagli anni Cinquanta. L'affermazione della chemioterapia richiedeva un enorme impegno di risorse finanziarie e umane non solo per la produzione industriale, ma anche per formare un personale in grado di organizzare e condurre la sperimentazione clinica. Per sensibilizzare il governo e i privati sul problema del cancro, si mobilitarono divi del cinema, imprenditori di successo e due filantropi milionari, i coniugi Albert e Mary Lasker che, sul finire della Seconda Guerra Mondiale rilanciarono una vecchia associazione per la ricerca sul cancro con una capillare campagna di stampa, appoggiandosi, per la necessaria copertura scientifica, a Farber, l'insuperato campione della lotta contro la leucemia. La cosa ebbe un successo tale da fare dell'associazione il referente privilegiato del Congresso per tutte le questioni relative al morbo. Ebbe luogo una sorta di americanization of cancer che toccò il culmine durante la presidenza di Richard Nixon quando nel 1970 il «New York Times» pubblicò un appello a prima pagina, a firma di Farber e di Mary Lasker, in cui si invitava il Presidente a sostenere la «Guerra contro il cancro».
Al pubblico americano questa guerra, di cui si faceva intravedere la vittoria, veniva presentata come l'impresa di una grande nazione (meglio, della «Grande Nazione» per antonomasia) che avrebbe aggiunto un nuovo trionfo a quello dello sbarco sulla Luna nel 1969 e al «sicuro» esito della guerra in Vietnam.
La vittoria sul cancro per i Laskeriti poteva esser ottenuto perfezionando la chemioterapia, il che implicitamente incoraggiava Nixon a privilegiare il sostegno della ricerca applicata a tutto discapito della ricerca di base. Se in linea di principio è sempre auspicabile che questa non venga sacrificata, va aggiunto che la trasformazione di una malattia in un'entità tale da farne un nemico pubblico «numero 1», finì con l'avere conseguenze misurabili ad almeno due livelli: sotto il profilo operativo, perché venne indebolita l'opera di persuasione del pubblico ad adottare i corretti comportamenti di prevenzione; sotto il profilo etico, perché indusse a pensare che il cancro, alla stregua di un moderno diavolo, si impossessasse del malato colpevole di comportamenti illeciti e quindi quale peccatore suo complice (è del resto quanto è puntualmente successo negli Stati Uniti con il Sarcoma di Kaposi associato all'Aids allorché agli inizi degli anni Ottanta si conobbero i primi casi della terribile malattia: la Sindrome da Immunodeficienza Acquisita venne definita Gay syndrome, «malattia dell'omosessuale», dal Center for Disease Control di Atlanta).

Crociata internazionale
A misura che il XX secolo si avviava alla fine, la cura del cancro, dei tumori solidi in particolare, prevedeva (e ancora prevede) un iter rituale: intervento chirurgico, chemioterapia, radioterapia. Certo non mancano i successi: le recidive sono meno frequenti e le remissioni prolungate spesso sino alla definita guarigione. I progressi clinici sono agevolati da una conoscenza più approfondita dell'epidemiologia, da una prassi sofisticata nell'allestimento e nella conduzione dei trials, dal monitoraggio degli stress ambientali e delle abitudini di vita (che investono soprattutto i costumi alimentari e notissime dipendenze come quella dal fumo), nonché dalle campagne mediatiche di prevenzione alle cui indicazioni il pubblico si mostra ora sempre più sensibile.
Nel frattempo comunque molte cose stanno cambiando. Per cominciare la «guerra contro il cancro» non è più una delle tante «crociate» americane. L'America resta certo la mecca della ricerca, ma una mecca decisamente internazionalizzata dalla presenza di cervelli in fuga dall'Europa e dall'Asia. Costoro non si limitano a diffondere conoscenze acquisite nella loro formazione remota, ma comunicano un modo diverso di considerare il cancro in sé. A molti di loro, come ad Howard Martin Temin (1934-1964) e David Baltimore (1934), allievi di Renato Dulbecco (1914), si devono ricerche genetiche che hanno prodotto un mutamento di prospettiva.
Il cancro non va studiato come una malattia (anche se ovviamente lo è) ma come un processo di crescita cellulare che sembra seguire un suo progetto consistente nell'attivare gli oncogeni e disattivare i geni oncosoppressori, agendo su meccanismi molecolari che agiscono da regolatori. Attivazione e disattivazione conseguono da mutazioni fuori dal nostro controllo. Come l'organismo normale è esso stesso un organismo in via di sviluppo e le sue cellule paiono programmate per produrre una vita «diversa» parassitaria. È per questa ragione che il paziente lo avverte come un ingombro, un peso (è questo, d'altronde, il significato della parola greca ónkos che Mukherjee riconduce al radicale indoeuropeo nek).

La morale della compassione
Questo peso, tuttavia, al di là di un problematico intervento di ingegneria genetica inteso a «scaricarlo», si presta a essere declinato diversamente: o è una vita che tenta di sostituirsi a quella presente secondo scansioni che sono al tutto imprevedibili e che, pertanto, ci invita ad abituarci a convivere con il cancro invincibile come lo è il bíos, tenendo altresì conto del fatto che viviamo di più e meglio, per cui abbiamo maggiori occasioni di avere a che fare con i tumori maligni; oppure è un'occasione per vivere con una maggiore intensità, da medici in particolare, le disavventure non solo sanitarie dell'altro. Nell'aura di affetti evocata dal medico e ricercatore indiano, un'aura nella quale la medicina si volge in un'austera morale della compassione, sembra davvero, come suggerisce Ingmar Bergman nel Posto delle fragole, che «il primo dovere del medico è quello di chiedere perdono».

BOX
Da un dialogo con una paziente l'idea che ha dato avvio al libro
Come tanti libri, L'imperatore del male è nato per caso. Racconta infatti l'autore, l'oncologo indiano ( trapiantato negli Stati Uniti) Siddharta Mukherjee che l'idea di scrivere una «biografia del cancro» gli è venuta parlando con una paziente affetta da tumore allo stomaco: «Sono pronta a combattere - ha detto la donna al medico - ma devo conoscere bene quello contro cui mi sto battendo». «È stato un momento imbarazzante», ha commentato poi Mukherjee, «perché mi sono reso conto che non avrei potuto indicarle nessun titolo adatto». Così l'oncologo, che è professore associato alla Facoltà di medicina della Columbia University, ha cominciato a scrivere il libro mancante, seguendo una pratica che lui stesso definisce «di totale indisciplina», cinque minuti un giorno, dieci l'altro, finché il testo non è stato chiuso. Con risultati più che soddisfacenti, visto che «L'imperatore del male» gli ha fatto vincere il Pulitzer.

il manifesto, 10 novembre 2011

7.2.19

Animali «guaritori» di uomini: gli insetti alchimisti (Mirella Delfini)



Se durante un viaggio in Sud America o in Uganda ci capitasse di vedere un indigeno che si fa mordere dalle formiche per purificarsi il sangue e stimolare - come dicono per esempio gli indios boliviani - il piacere di vivere in buona salute penseremmo che è gente selvaggia e piena di superstizioni. Invece hanno ragione loro: un morso di formica al giorno ti leva il medico di torno.
Grazie a una ricerca che ha impegnato per cinque anni un gruppo di studiosi dell'Università di Sydney, in Australia oggi sappiamo per esempio che la terribile formica detta bulldog toro, bisbetica e grossa quanto una vespa secerne almeno venti sostanze diverse capaci di sconfiggere miceti e batteri e quindi molti agenti responsabili di malattie anche umane.
Il problema che ci può affliggere è come facessero a saperlo i contadini australiani o gli indios della Guyana o gli ugandesi delle rive del Nilo bianco i quali si curavano cosi già da parecchi secoli magari con altre formiche brave anche loro a produrre antibiotici (lo sono tutte, benché usino formule diverse). Prima o poi dovremo ammettere che la tradizione popolare ha acquisito col tempo molte verità anche senza servirsi di quei metodi che noi, giustamente, consideriamo razionali e scientifici.
Il fatto è che provando e riprovando oggi con un erba, domani con la cera d'api e poi ancora dopodomani con la muffa e con qualche altra diavoleria, se uno per caso azzecca la strada giusta sopravvive, e la insegna agli altri. Quello che ha sbagliato è facile che vada invece al Creatore e del suo rimedio non se ne fa più nulla. Le formiche, evidentemente, avevano dato buoni risultati.
Infatti nelle antiche ricette si trovano infusi impacchi, distillati vapori puree macerazioni e spesso anche morsi di formica suggeriti come cura. Nel famoso Tesoro degli Arcani Farmacologici scritto da un religioso bergamasco nel XV secolo, frate Felice, si consiglia una certa Acqua di Magnanimità, ossia un vino medicato con estratto di formiche e addolcito con miele. Massimiliano d'Asburgo ne beveva sempre un bicchiere quando gli toccava andare in battaglia e mostrarsi coraggioso. Poi, nel 1670 lo studioso tedesco Fischer scoprì che la formica ruta produce l'acido formico, che non è solo disinfettante, ma ha molte altre virtù. Lo elaborano anche certe piante come le ortiche ed è presente negli aghi d'abete.
Nel secoli passati si conoscevano motte sostanze fabbricate dagli insetti per esempio la pericolosa cantaridina (isolata da Robiquel nel 1810) che si era fatta una fama come afrodisiaco. Qualcuno ricorderà che un tale un paio di anni fa, si è lasciato convincere a prendere polvere di cantaride per passare una “notte brava” ed è motto tra atroci dolori. Applicata sulla cute, e con cautela, sembra invece che la sostanza sia utile in caso di perdita dei capelli. Nella farmacopea dell’antica Cina esistevano molti medicamenti costituiti in parte da insetti essiccati e polverizzati, oggi esposti in preziose bottigliette nel Museo di Storia naturale di Pechino.
La medicina popolare, campagnola ha sempre usato il veleno delle api contro i reumatismi, la seta con cui il ragno fabbricala sacca delle uova come emostatico e il povero odiato pidocchio per bocca, come cura nelle epatiti acute e croniche. Secondo studi recentissimi il pidocchio, o meglio la modificazione dell'emoglobina umana compiuta dal pidocchio, che si nutre di sangue, stimolerebbe gli interferoni capaci di inibire la moltiplicazione dei virus all'interno delle cellule Ma siamo ancora all'abbicì di questa ricerca.
I gentiluomini del Settecento mettevano dentro le loro tabacchiere polvere di Aroma moschata, un coleottero verde con lunghe coma, deliziosa mente profumato, per migliorare il gusto del tabacco Oggi sappiamo che l’Aroma produce sostanze capaci di combattere molti batteri, e sicuramente quei nobili signori fiutando il loro tabacco aromatizzato si difendevano anche dai germi del raffreddore e del mal di gola.
In realtà la scienza non sa ancora un granché di queste sostanze animali, ne conosce pochissime e neppure troppo bene. Facciamo un ipotesi, immaginiamo che i misteri della biologia molecolare siano riuniti in cento volumi, grandi ognuno come un comune dizionario. No, non sono troppi. La biologia molecolare fonde insieme due scienze la biochimica, che studia le sostanze costitutive degli organismi viventi e le loro complesse interrelazioni e la biofisica che studia le forze fisiche e i fenomeni implicati nei processi biologici. Anzi, è probabile che cento volumi non bastino
Finora l'uomo ha decifrato poche frasi qua e là e non è riuscito neppure a capire l'indice che gli darebbe almeno un'idea del piano dell'opera. Ogni tanto, come in un rebus, qualcuno afferra una parola. Ma come in un rebus le parole isolate non bastano. Ed ecco che gli studiosi della facoltà di Scienze biologiche di Sydney, diretti dal professor Andrew Beattie, hanno decodificato qualche altra frase. Il capitolo nel quale sono andati a frugare non era proprio un campo vergine. Diciamo che è demivierge: sono almeno cinquant'anni che naturalisti e ncercatori curiosi, con l'aiuto di nuovi e sofisticati mezzi come il microscopio elettronico, stanno indagando sui misteri dell'ultrastruttura e della biochimica cellulare, e cercano di apprendere qualcosa di più sulle innumerevoli sostanze prodotte dagli invertebrati,
Nel 1947 lo studioso Mario Pavan, oggi direttore dell Istituto di entomologia dell Università di Pavia, aveva trovalo una sostanza chimica nuova per la scienza nella termica argentina, la piccola e insopportabile Iridomyrmex humilis che invade sempre le nostre case Si trattava del primo antibiotico e insetticida di origine animale, e fu battezzato iridomirmecina. Non ha nulla a che vedere con l'acido formico, che la Indomyrmex non produce. Pavan e Nascimbene si accolsero che l'estratto mostrava una notevole attività antibatterica verso numerose specie di microbi come quelli del tifo, paratifo, carbonchio, melitense, colera e tubercolosi, ma soprattutto era efficacissimo come insetticida.
La struttura completa della indomirmecina venne poi pubblicata nel 1955 e in pochi anni centinaia di specie di insetti e di altri artropodi cominciarono a essere studiate inn Italia e all'estero Valcuroni e Vita Finsi recensirono verso la metà degli anni Settanta circa 500 lavori di biòlogi che si erano dedicati a questa ricerca, e oggi sappiamo che le sostanze nuove, oltre agli iridoidi (simili all'iridomirmecina), sono moltissime.
Negli stesti anni Pavan aveva studiato la secrezione delle formiche della specie Dendrolasius fuliginosus che nella cavità degli alberi fabbrica grandi nidi scuri con centinaia di cunicoli e «stanzette». La sostanza, detta poi dendrolasina, serve probabilmente alle formiche per difendere e disinfettare le loro case. Là dentro intatti non si formano mai le muffe, nonostante l'umidità e l'ambiente favorevole, e nessun seme o spora può germogliare, perché le formiche sanno come bloccarne l'attività. Perfino le aggressive formiche razziatrici di schiave (tra le formiche lo schiavismo esiste ancora) scansano quel fortilizi con molta cura. Se per caso un operaia di altra specie dovesse venire contaminata con quel «profumo», al ritorno in patria verrebbe assalita dalle consorelle, che non la riconoscerebbero più come una di loro. In pratica, l’odore estraneo fungerebbe come una divisa da soldato nemico». Bisogna ammettere che le formiche ci battono sempre: una guerra così diabolica non l'avevamo ancora pensata. Allora perché non usare anche noi questi insetticidi, che non sono affatto tossici per gli animali a sangue caldo?
Quello delle sostanze prodotte da invertebrati di terra e di mare è un campo sterminate ed A un lavoro al quale un gterane ricercatore potrebbe dedicarsi con successo. Tutto è nuovo, e tutto è possibile, specialmente con I mezzi che la tecnica oggi ha a disposizione.
Pochi sanno, per esempio, che due ospedali del nord Italia (l'ospedale Maggiore di Novara e Arciospedale di Reggio Emilia) usano già una sostanza ricavata da un insetto per guarire piaghe resistenti a qualunque trattamento. Si tratta di un «veleno, capace di provocare dermatiti con necrosi che può Invece - se utilizzato in dosi inferiori al milionesimo di grammo - guarire anche grandi ulcere persistenti da anni, Su questa linea stanno lavorando gruppi di scienziati in Giappone, Inghilterra e Usa. Ma per il momento la sostanza - chiamata pedenna dal Paederus fuscipes, un coleottero che la produce - non si può ancora riprodurre in laboratorio. In natura, dicevano gli antichi, c’è proprio tutto. Basterebbe cercarlo.

“l'Unità”, 3 febbraio 1989

16.1.19

Malattia di Alzheimer: l’epidemia silenziosa della nostra epoca (Armando Genazzani)

Alois Alzheimer

Quando nel 1906 Alois Alzheimer descrisse a Tubingen le sue scoperte sulle demenze, l’indifferenza dei suoi colleghi certo non faceva presagire che di lì ad un secolo la malattia di Alzheimer sarebbe stata una delle principali epidemie silenziose della nostra epoca. La malattia di Alzheimer, che formalmente è caratterizzata da alterazioni del cervello che si possono rilevare solo per via autoptica, riduce progressivamente la nostra capacità di colloquiare con il mondo esterno, di essere auto-sufficienti e di utilizzare quanto di più nobile abbiamo: la nostra mente. Quante persone colpisce non è facile da dirsi con esattezza, ma le stime conservative suggeriscono che vi siano almeno cinquanta milioni di ammalati oggi sul nostro pianeta, che la possibilità di ammalarsi aumenti con l’età e che l’incidenza più alta si verifichi tra gli 80 e gli 85 anni. La nostra volontà e ambizione di vivere più a lungo, quindi, si controbilancia con la volontà di vivere in buona salute, con il tremendo spauracchio della demenza.
Negli ultimi cento anni gli antibiotici, le vaccinazioni e un significativo miglioramento dei presidi igienici molto hanno fatto per ridurre la mortalità infantile, e poi la chirurgia, la medicina, la farmacologia (ad esempio per le malattie cardiovascolari e per il diabete) molto hanno fatto per portarci in buona salute nella terza età. Gli ultimi vent’anni hanno visto anche notevoli passi avanti nella nostra lotta ai tumori, non certo sconfitti ma arginati in molti ambiti (si pensi ai tumori della prostata e del seno). Rimane quindi la malattia di Alzheimer che con il costante aumento dell’aspettativa di vita, aumenta nella sua prevalenza, e quindi ben vengano libri divulgativi che ce la spieghino.
Quello di Arnaldo Benini (La mente fragile. L’enigma dell’Alzheimer, Cortina, Milano 2018) è un libro breve (un centinaio di pagine, se si escludono i riferimenti bibliografici), di facile lettura, che fornisce i rudimenti della malattia di Alzheimer, dalle possibili cause ai problemi etici legati all’eutanasia. Il background dell’autore, neurologo e neurochirurgo, sono facilmente identificabili nelle pagine più belle del libro: la descrizione della malattia, i diversi stadi dell’invecchiamento cerebrale e la possibile trasformazione in demenza, i problemi pratici ed etici che la malattia comporta. È quindi rassicurante in alcune parti e diretto in altre, come dovrebbero essere le parole di un medico che ha a cuore i propri pazienti ma non li tratta in maniera paternalistica. Forse leggermente meno penetranti sono i capitoli dedicati alla eziopatogenesi della malattia, in cui l’autore reitera più volte che la direzione presa dalla ricerca moderna è plausibilmente sbagliata. L’affermazione è forse un po’ troppo tranchant e non prende in considerazione gli argomenti della controparte, ma a onor del vero serve all’autore per ben comunicare che i farmaci basati sulle attuali ipotesi non hanno portato ai risultati attesi e che la diagnostica per immagini che al momento si vorrebbe proporre per identificare gli stati prodromici (prima dell’insorgenza della malattia) al momento non è sufficientemente supportata dalle evidenze scientifiche circa la sua utilità e accuratezza. Affermazione, questa, importantissima, in un mondo di banalizzazione della comunicazione, in cui talvolta vengono vendute per certezze quelle che certezze non sono. Di particolare impatto vi è la non banale affermazione che la malattia di Alzheimer, in quanto malattia dell’età involutiva, in cui la funzione di riproduzione della specie è oramai superata, non è soggetta a selezione naturale e il breve accenno al testamento biologico in questo ambito.
La mente fragile quindi fa quello che ci si aspetterebbe da un libro divulgativo. Fornisce i rudimenti della materia, affronta la maggior parte dei problemi fornendo la possibilità di andare ad approfondire quei temi che più gli sono vicini altrove. Certo fornisce il singolo punto di vista dell’erudito autore, con il limite che, ove vi siano controversie, una prospettiva richiede sempre più punti di vista. La mente fragile è scritto per lettori interessati a capire la malattia, comprendere alcune delle correnti di pensiero che caratterizzano la direzione intrapresa dalla comunità scientifica e clinica, e prendere spunti per ulteriori riflessioni. È un libro di divulgazione scientifica e quindi non intende spaventarci, ma informarci ad esempio comunicando che l’unico presidio al momento conosciuto per ridurre la possibilità di demenza risiede nello stile di vita. Una delle più belle conclusioni del libro, parlando alle angosce di ciascuno di noi, è che è inutile preoccuparsi prima del tempo.
L’Alzheimer non ha ricevuto, negli ultimi anni, così tanto spazio nel panorama editoriale quanto altre malattie quali il cancro. Forse il motivo di questo è che tutte le risorse riversate nella sua comprensione al momento non hanno dato i frutti sperati. Aspettando quindi un prossimo libro che ci racconti i progressi che faremo, ci possiamo informare sul passato leggendo il bellissimo libro di Matteo Borri, Storia della malattia di Alzheimer (il Mulino, Bologna, 2012). È sempre affascinante la prospettiva di uno storico della medicina, perché intreccia scoperte, retroscena, errori, e debolezze umane. Certo questo non è un libro di facile lettura, ma ci fa vedere come nella ricerca biomedica due sono gli elementi essenziali: porsi le domande corrette e trovare risposte idonee a queste domande. Le domande cruciali sulla malattia di Alzheimer sono state poste ripetutamente da Alzheimer in poi. Malgrado l’enorme mole di ricerca sviluppata in questo campo nell’ultimo secolo, le risposte tardano ad arrivare. (...)

Da “L'Indice”, gennaio 2019.
Armando Genazzani insegna farmacologia all’Università del Piemonte orientale.

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