25.2.13

Grillo è un mitomane? In dialogo con Elisabetta Piccolotti (S.L.L. - da fb)

Elisabetta Piccolotti, una giovane compagna folignate che fa l’assessore nella sua città ed è candidata di Sel alla Camera in posizione eleggibile, di fronte allo strabordare di Beppe Grillo non ha potuto più tacere, ha preso penna e ha diffuso una sorta di invettiva contro l’uomo politico genovese.
Scrive, tra l’altro, che “Beppe Grillo è un mitomane che pensa di essere in guerra contro il mondo. Condottiero di un esercito tutto da costruire, raccoglie di tutto, mescolando mercenari o incazzati di tutte le parrocchie di destra e di sinistra. Per questo il suo discorso evita tutti gli argomenti scomodi e si concentra sulla guerra, le milizie, il nemico comune: 'arrendetevi tutti', 'bombe sul parlamento', 'generali senza esercito', sono solo alcune delle espressioni militari ricorrenti. Ma chi è il nemico? Sostanzialmente è in guerra contro chiunque sia colpevole di non pensarla esattamente come lui. Non importa cosa pensi e cosa faccia: per Grillo non fa differenza, chiunque può essere un problema per il solo fatto di avere dei dubbi sulle idee di Grillo stesso. E infatti ecco l'elenco dei nemici: tutti gli altri partiti, nessuno escluso, tutti i giornali e i giornalisti, nessuno escluso, tutti i sindacati, nessuno escluso, tutte le pubbliche amministrazioni dai Comuni all'Europa, nessuna esclusa, tutte le banche, nessuna esclusa - anche se ne è stranamente azionista -, e infine tanto per non rischiare è in guerra contro il sistema, così dentro ci può infilare all'ultimo minuto chiunque osi ribellarsi, come tutti i militanti del M5S che osino disobbedire al 'capo politico' e che per questo vengono chiamati traditori e venduti, e infine espulsi senza nemmeno una sentenza. Come in guerra: i disertori si fucilano e basta.
È in guerra anche contro di me, che ho 30 anni, non ho mai rubato niente a nessuno e ho chiesto l'introduzione del reddito minimo garantito e la rifiuti zero 10 anni prima di lui. Il suo sogno sarebbe che persone come me non esistessero, che il mio partito -cioè la mia comunità di uomini e donne pensanti - potesse essere chiuso per legge. Ci odia, e non è dato sapere perché...
”.
Aggiunge: “Ci chiama 'malati di mente', ma di malato di mente io ne vedo uno solo”.
Conclude: “Fermare le guerre di uno contro tutti e cominciare la ricostruzione. Ce la faremo: non temete!”.
Ho abbozzato stanotte una risposta, che – riletta – mi pare un po’ abborracciata, ma che tuttavia “posto”, con poche correzioni puramente formali, giacché mi pare che i nostri compagni politicanti, inclusa lei che è ragazza di testa e di cuore, non riescano a capire che cosa stia accadendo.
"Forse ce la faremo, per ora, Elisabetta, ma il mitomane dell'"arrendetevi tutti" ha già conseguito una vittoria e si prepara all'assalto finale. Intanto otterrà una valanga di voti e non solo da sprovveduti, qualunquisti o gente di destra. Dario Fo - per esempio - non è uno sprovveduto e non è qualunquista.
Ciò avviene perché è proprio su quel "tutti" che ti scandalizza, che fa leva. Fermiamoci ai partiti. C'è un partito, uno solo anche piccolo, tra quelli in lizza anche in liste di coalizione, che abbia detto "basta" in forme clamorose al saccheggio di risorse da parte del ceto politico o che abbia fatto tutto il possibile per farsi sentire quando l'ha detto? Che abbia detto che tremilacinquecento (o anche 5000 contro gli 8.900 attuali) netti più i rimborsi di spese effettivamente sostenute per viaggi e soggiorni bastano e avanzano per un parlamentare? C’è qualcuno tra i parlamentari, o tra gli altri nababbi della politica, abbia rinunciato al di più, anche demagogicamente e provvisoriamente come fanno i Grillini nell'Assemblea Regionale Siciliana? Che abbia proposto di tagliare i vitalizi da subito (anche quelli già maturati), come s'è fatto con le pensioni, facendo atti clamorosi di protesta a sostegno della proposta? Che si sia opposto alla retribuzione (o quasi) dei consiglieri comunali? Alla moltiplicazione delle consulenze? delle partecipate? dei manager strapagati, spesso scelti dalle segreterie dei partiti o dalle cordate di partito? Potrei continuare a lungo con gli esempi.
Se Grillo e i suoi tanti elettori pensano "tutti" è perché “troppi” si sono giovati di questo “magna magna”, mentre tanti di quelli che lavorano duro guadagnano 700-1000 euro al mese e devono considerarsi fortunati.
Cara Elisabetta, non è solo Grillo che odia indistintamente tutto il ceto politico e non crede alle battaglie giuste che qualcuno può aver fatto 10 anni prima di lui, è “il popolo” che lo odia. Se Grillo fosse (soltanto) uno psicopatico, non sarebbe tanto pericoloso. E invece, mentre ti faccio un "in bocca al lupo" sincero per la probabile elezione, ti prego di tenere presente, in qualsiasi ruolo, le ipotesi di scenario che seguono, secondo me non peregrine.
Se, com'è possibile, la legislatura s'incartasse, se la crisi economica e finanziaria continuasse, se non si fermasse l'impoverimento e continuassero i tagli allo stato sociale; se intanto non ci fossero drastiche misure, ma davvero drastiche, a dimostrare come i politici di mestiere facciano anche loro qualche sacrificio, Grillo alle prossime elezioni, verosimilmente anticipate, potrebbe avere un trionfo da salvatore della patria e l'“arrendetevi tutti” non sarebbe solo metaforico: le tendenze autoritarie e militariste che già adesso mostra si accentuerebbero. E poco gioverebbe dire che i suoi non possono governare perché non sono esperti, perché dell’incapacità e dell’ingordigia degli altri saremmo tutti ancora più esperti di quanto non siamo già adesso. Un abbraccio”.

L'etichetta ingannatrice delle Praline Condorelli (S.L.L.)

Per Natale sono solito a mia figlia Leila in Danimarca qualche sapore siciliano. Quest’anno, nel negozio di Lillo Falsone (affiliato CONAD), a Campobello di Licata, ho trovato qualcosa che di certo Leila, Lotta e i ragazzi avrebbero apprezzato: le praline del Cavaliere Condorelli in bustine da 130 grammi facili da infilare dentro le buste della Posta Prioritaria. Alla Crema di Arancia di Sicilia, alla Crema di Limone di Sicila, alla Crema di Pistacchio di Sicilia. La produzione di tipo industriale (e la pubblicità televisiva) poteva in verità un po’ scoraggiarmi dall’acquisto, ma il marchio è davvero rinomato e nel retro delle bustine c’era una informazione pubblicitaria accattivante.  
Vi era narrata la seguente storia:
“Nell'inverno dei 1933 il Cavaliere Condorelli partì alla ricerca di ingredienti eccezionali per la sua pasticceria.
Prima a Palermo, da un importatore di ottime Fave di Cacao,
■ poi a Siracusa per scoprire i Limoni migliori e infine tornando a casa
■ le Arance della provincia di Catania
■ e i famosi Pistacchi di Bronte.
Nacquero così le favolose Praline della Pasticceria Condorelli, ancor oggi preparate secondo la ricetta di famiglia”.

Più in basso una cartina della Sicilia indicava con quadratini colorati i luoghi d’acquisizione degli ingredienti sopra citati: marrone per il cacao a Palermo, verde per il pistacchio a Bronte, arancione per le arance a Catania, giallo per il limone a Siracusa.

Il commento alle praline dalla Danimarca è stato entusiasta: “Squisite”. Peraltro ho tenuto per me una di quelle bustine (di praline al pistacchio) e condivido il giudizio, avendo anch’io assaggiato insieme ad amici e parenti il dolce prodotto della mia isola. Tale almeno lo credevo 

E invece, scritte in caratteri assai piccoli, su uno dei lati della busta ho trovato le seguenti indicazioni di fabbrivazione:
“Prodotto e confezionato da / Made and packed by / Fabriqué et emballé par I.D.B. S.p.A, contrada Timpa Magna – 95032 – Belpasso (CT)
Nello stabilimento di / In the establishment of / Dans réglement de: Via Serravalle, 99 – 15061 – Arquata Scrivia (AL) – Made in Italy”.

Insomma le praline siciliane, orgoglio della Sicilia, prodotte con ingredienti pregiati di Sicilia, vengono preparate tra le nebbie nel Nordovest, in provincia di Alessandria. E non si tratta solo di praline dirette in continente, in Francia, Germania o Scandinavia, ma destinate proprio alla Sicilia, la terra onde provenivano verdi pistacchi, arance arancione e gialli limoni.

Non ho trovato nessuna spiegazione sensata a questa scelta produttiva e distributiva di un’azienda che – a leggere il suo sito – si vuole radicata in Sicilia ed esalta la capacità produttiva e la tecnologia dello stabilimento di Belpasso, paese di origine del Cavaliere Condorelli. Qualche amico con cui ne ho ragionato, ricordandomi che di Belpasso è il “malupassotu”, boss mafioso tristemente famoso, ha voluto collegare questa scelta produttiva alla volontà di sottrarsi al pizzo e ad altre criminali sopraffazioni. Non mi convince. Sotto c’è qualche altra cosa, che non intravedo.

Non mi aiuta neanche il fatto  che  oramai solo una parte della produzione con marchio Perugina si fabbrica a Perugia. Condorelli e Perugina non sono entità confrontabili per target e quantità nella produzione ed esportazione. Oltre tutto i dirigenti Nestlé agiscono assai diversamente dai padroni dell’I.D.B., che vuol dire “Industria Dolciaria Belpasso”: i primi, mentre lasciano a Perugia una parte significativa della produzione con marchio Perugina, hanno spostato a Milano prima e in Svizzera poi i centri decisionali, i secondi, siano essi gli eredi del Cav. Francesco Condorelli o rappresentanti di una nuova proprietà non siciliana, hanno mantenuto a Belpasso la sede principale dell’azienda.

Forse c’è dietro qualche provvidenza della Regione Siciliana (a statuto speciale).

Continuo a non capire, comunque. E mi sento ingannato. 

Scongiuro contro la colica degli animali da stalla (Giuseppe Pitré)


Si prende una padella, si riscalda e si applica alla pancia dell'animale recitando la preghiera:
Arretu lu scanaturi
Ce'è l'apostulu maggiuri
Santu 'Middiu fici la dogghia
Santu 'Middiu si l’arricogghia .
(Acicatena)
 
Versione:
Dietro la spianatoia/ c'è l'apostolo maggiore / Sant'Emilio fece la doglia / Sant'Emilio se la porti via.

Da Gli scongiuri del popolo siciliano, Antares, 1996

24.2.13

La rifondazione della sinistra secondo Pier Luigi Bersani.

Dal discorso al Meeting di Comunione e Liberazione
Rimini, 23 agosto 2003

Se vuole rifondarsi, la sinistra deve ripartire dal vostro retroterra ideale. La vera sinistra non nasce dal bolscevismo, ma dalle cooperative bianche dell'Ottocento. Il Partito socialista è venuto dopo le cooperative, il Partito comunista dopo ancora, e i gruppi nati col '68 sono tutti spariti. Solo l'ideale lanciato da Cl negli anni Settanta è rimasto vivo, perché è quelli più vicino alla base popolare. E lo stesso ideale che era anche delle cooperative: un fare che è anche un educare. Quando nel 1989 Achille Occhetto volle cambiare il nome del Pci, per un po' pensò di chiamarlo «Comunità e libertà». Perché tra noi e voi le radici sono le stesse.

23.2.13

Togliatti. Una "doppiezza" confutata dalla storia (di Luciano Canfora)

Nel rapporto al Quinto Congresso del Pci, il 29 dicembre del 1945, Palmiro Togliatti inserisce, là dove prende a parlare dei problemi della politica estera, una piccola lezione di «Geopolitica». Spiega che, «in genere, le ideologie non vengono prese in considerazione quando si tratta della politica estera».
E chiarisce «che l'Italia deve fare una politica di amicizia verso l'Unione sovietica non per motivi ideologici», bensì «per motivi nazionali, e per tenere fede a una tradizione di difesa dei nostri interessi». La grande figura della storia d'Italia che aleggia nel suo discorso è Cavour: Cavour che persegue il fine dell'unificazione (sabauda) della penisola giocando la carta francese ma non solo quella. Rievoca il tradizionale favore della politica russa (zarista) per l’unificazione d’Italia, in evidente collisione con l’opposta politica austriaca ed in funzione anti-austriaca. Ticorda la nota di Gorciakov all’Austria nel 1859, che avallava le annessioni al regno sardo degli stati dell’Italia centrale, e l’ammassarsi di truppe russe al confine con l'Austria, dopo Villafranca, quando il disimpegno francese metteva il Regno di Piemonte in una posizione assai delicata e fragile nei confronti dell'impero austriaco. E conclude: «Questi sono fatti che dobbiamo tenere presenti perché indicano non correlazioni ideologiche, ma coincidenze d'interessi e posizioni nazionali che nella storia tendono a ritornare ». (Opere scelte a cura di G.P. Santomassimo, Editori Riuniti, pp. 432).

Il problema di Trieste
In quell'importante Rapporto al Congresso, Togliatti pone costantemente l'accento sugli «interessi nazionali» dell'Italia e rende omaggio a De Gasperi, «il quale - dice - per la prima volta, nelle recenti dichiarazioni di politica estera, ha chiaramente detto che uno degli obiettivi della nostra politica nazionale è quello di riacquistare la facoltà di regolare noi stessi i nostri scambi con l'estero, di discutere liberamente del finanziamento eventuale estero delle nostre industrie e di trattare liberamente con tutti i paesi le condizioni della nostra emigrazione».
E poiché in quei mesi uno dei problemi più spinosi, in particolare per il Pci, in ragione dei rapporti «di partito» con la Jugoslavia di Tito, era quello di Trieste, Togliatti non esita ad indirizzare una vigorosa reprimenda, appena camuffata con toni diplomatici, ai comunisti triestini inclini all'annessione di Trieste alla Jugoslavia: «L'appartenenza di Trieste all'Italia è considerata dalla maggioranza - così si esprime - come una questione vitale per la nazione. La classe operaia non può pensare di risolvere la questione della vittoria della democrazia e nemmeno quello della vittoria del socialismo staccandosi dalla comunità nazionale». E conclude sarcastico: «Non si rende democratico un paese così come si mangia un carciofo, staccandone una foglia dopo l'altra per aggregarla ad una comunità più democratica».
Antifascismo come fondamento della nuova Italia, democrazia progressiva come orizzonte, mantenimento dell’alleanza tra le forze popolari artefici della caduta del fascismo, politica estera di amicizia verso Occidentali e verso Sovietici, nessuna politica «di blocco». Questo è il Togliatti del '45-'46, ma ancora dei primi del '47, quando è la scelta americana fatta propria da De Gasperi ad allontanare le sinistre dal governo italiano: avvio della guerra fredda. (Non va dimenticata la cronologia elementare: la cacciata delle sinistre precede il «colpo» di Praga, così come la nascita della Repubblica Federale Tedesca - iniziativa unilaterale e di rottura - precede la nascita del Ddr, così come la Nato nasce svariati anni prima del Patto di Varsavia).

Tra Urss e Usa
Che l'orientamento del Pci di quegli anni fosse appunto nella direzione di una equidistanza, in politica estera, tra Anglo-americani e Sovietici, non viene ricordato molto spesso. Eppure è un dato di notevole rilevanza storica. Su di un piano diverso da quello di partito, si pone in quegli stessi anni ed è sintomatica del personaggio, la riflessione di Bianchi Bandinelli, direttore del Gramsci e intellettuale di punta del «partito nuovo». E’ una pagina del '47 pubblicata nel Diario d'un borghese (Mondadori 1948), dove l'accento di Bianchi Bandinelli è fortemente «europeistico», o per meglio dire allarmato per i destini dell'Europa, stretta tra Usa e Urss: «I due organismi che la stringono da Oriente e da Occidente, nei quali sono andate sviluppandosi due concezioni di vita diverse da quelle tradizionali dell'Europa» (cito dalla seconda edizione, Saggiatore 1962, p.216). Questo progetto fu sconfitto dalla guerra fredda, dovuta in primo luogo al prevalere in Occidente delle forze che consideravano strumentale l'alleanza anti-tedesca con l'Urss: Truman che modifica radicalmente la strategia rooseveltiana.
Il saggio recente di Roberto Gualtieri (Togliatti e la politica estera italiana, Dalla Resistenza al Trattato di pace, 1943-1947, Editori Riuniti) tratta appunto di quegli anni cruciali, in cui gli esiti possibili erano assai diversificati e per nulla predeterminati. Questo libro ha il merito di non accordarsi al cretineto antitogliattiano, esploso in Italia con particolare virulenza al tempo di Craxi e dei suoi scrivani, ma proseguito più o meno stancamente in questi ultimi anni, pur dopo la catastrofe del craxismo.
Teatro di questo cretineto sono in genere i cosiddetti «grandi quotidiani», dove il giornalismo para-intellettuale celebra i suoi fasti di pressappochismo e di ignoranza. Dal saggio di Gualtieri - i cui tre temi principali sono la «svolta di Salerno», la questione di Trieste e il Trattato di pace - emerge, com'è giusto, un Togliatti interlocutore attivo di Stalin: interlocutore alla pari, che, per esempio sulle questioni italiane, porta al successo la propria veduta e, fino a che le circostanze politiche internazionali lo consentirono, la propria strategia.

Il mito della doppiezza
A dir vero alcuni momenti che Gualtieri illustra con competenza e documentazione erano già emersi nella giusta luce dalla biografia dedicata a Togliatti da Bocca (Laterza 1973), un libro che allora fece indignare i tutori dell'ortodossia e parve colpevole di «lesa maestà» (gran parte di costoro si è poi accodata al mediocre occhettismo), mentre invece a distanza di anni appare come un monumento all'intelligenza politica di Togliatti.
Nella prefazione al saggio di Gualtieri, Procacci fa una giusta osservazione: questo libro disfa alla radice il mito della doppiezza togliattiana (democratico-nazionale in politica interna, filosovietico in politica estera). Osserva anche, con intento critico, che l'orizzonte nazionale di Togliatti prescindeva dalla grande novità del secolo: l'interdipendenza di tutti da tutti. Forse c'è troppo "senno di poi» in questa critica. Basti pensare che quelli erano gli anni di ferrei nazionalisti come Churchill e De Gaulle. L'equidistanza togliattiana era ben più lungimirante.

“il manifesto”, 21 dicembre 1995

Felicità. Pensierini d'autore

Theodor W. Adorno
«La felicità è come la verità: non la si "ha", ci si "è"» (Theodor Wiesengrund Adorno).

«Esercitare liberamente il proprio ingegno, ecco la vera felicità» (Aristotele).

«La felicità materiale riposa sempre sulle cifre» (Honoré de Balzac).

«Una sola cosa è più tragica del dolore: la vita di un uomo felice» (Albert Camus).

«Alla vista di un uomo felice si impossessò di me un sentimento penoso, vicino alla disperazione» (Anton Cechov).

«La vera felicità costa poco: se è cara, non è di buona qualità» (Francois René de Chateaubriand).

«Coloro che non furono mai sventurati, non sono degni della felicità» (Ugo Foscolo).

«La felicità dell'uomo moderno: guardare le vetrine e comprare tutto quello che può permettersi, in contanti o a rate» (Erich Fromm).

«Assicurare la propria felicità è un dovere, perché il fatto di non essere contenti del proprio stato potrebbe facilmente diventare una tentazione di mancare ai propri doveri» (Immanuel Kant).

«Non si è mai né così felici né così infelici come si pensa» (Francois La Rochefoucauld).

«Chiedetevi se siete felici, e cesserete di esserlo» (John Stuart Mill).

«Bisognerebbe tentare d'essere felici, non foss'altro per dare l'esempio» (Jean-Jacques Prévert).

«Quel prolungamento, quella moltiplicazione possibile di se stessi che è la felicità» (Marcel Proust).

«Un'intera vita di felicità! Nessun uomo potrebbe sopportarla, sarebbe l'inferno in terra!» (Bernard Shaw).

«Ogni felicità è un capolavoro» (Marguerite Yourcenar).

Nel pallone. Storie di calcio (di Eduardo Galeano)

Bolivia, un calcio alla miseria. Donne giocano al pallone
C'è un luogo in cui gli ultimi diventano primi e chi comanda su tutto arriva ultimo. E' il calcio, dove capitano strane cose: la squadra palestinese vince in Israele, quella cecena in Russia
Nell'anno 2002, Clint Mathis, stella del calcio degli Stati uniti, annunciò che la sua squadra avrebbe vinto il campionato del mondo. Era logico, era ovvio, spiegò lui, «perché noi siamo il Paese leader in tutto». Il Paese leader in tutto arrivò all'ottavo posto. Nel calcio accadono strane cose. In un mondo organizzato per la quotidiana conferma del potere dei potenti, non c'è nulla di più strano dell'incoronazione degli umiliati e dell'umiliazione dei potenti; ma nel calcio, a volte, questa stranezza succede.

Ceceni e palestinesi
Senza andare tanto lontano, nel 2004 una squadra palestinese è diventata campione in Israele, per la prima volta nella storia, e per la prima volta nella storia una squadra cecena è diventata campione in Russia. E alle Olimpiadi in Grecia, la squadra di calcio dell'Iraq, con la guerra in atto, ha vinto varie partite ed è arrivata a disputare le semifinali del torneo, di sorpresa in sorpresa, contro tutti i pronostici e contro ogni logica, ed è stata la numero uno nell'entusiasmo popolare.
La squadra araba Bnei Sakhnin e la squadra cecena Terek Grozny, campioni nuovi di zecca d'Israele e della Russia, hanno alcune cose in comune con la nazionale irachena.
Si tratta di squadre che, in qualche misura, rappresentano popoli che non hanno il diritto di essere quello che vogliono essere, che subiscono la maledizione di vivere sottomessi a bandiere altrui, privati della loro sovranità, bombardati, umiliati, spinti alla disperazione.
E come se non bastasse, tutte e tre sono squadre modeste, sconosciute o quasi, senza nessun giocatore famoso, e povere. In realtà non hanno nemmeno uno stadio. Non giocano mai in casa, non sono mai ospiti. Sono squadre erranti, condannate a giocare in terre straniere e di fronte a tribune vuote. Nel villaggio di Sakhnin, in Galilea, non c'è mai stato uno stadio o qualcosa di simile, sebbene il governo israeliano lo abbia promesso varie volte. Il Terek giocava nello stadio di Grozny, che è chiuso da quando gli indipendentisti ceceni vi collocarono una bomba sotto la poltrona del presidente imposto dai russi. E in Iraq ci sono solo campi di battaglia. Non ci sono più campi di calcio. Le truppe di occupazione, che ormai hanno dimenticato i pretesti della loro invasione criminale, hanno trasformato gli spazi sportivi in ospedali o in cimiteri. Dove c'era lo stadio di Baghdad, adesso c'è una base militare che ospita i carri armati degli Stati uniti. La squadra irachena si è allenata in campi dove pasturavano greggi di pecore.

L'ultima identità
Un simbolo potente, una faccenda misteriosa: non si sa perché, anche se le teorie non mancano, ma il fatto è che nel mondo d'oggi, molta gente trova nel calcio l'unico spazio d'identità nel quale riconoscersi e l'unico nel quale credere davvero. Comunque sia, quali che siano i motivi, la dignità collettiva ha molto a che vedere con il viaggio di un pallone che va per le vie dell'aria.
E non mi riferisco solo alla comunione che il tifoso fa ogni domenica con la sua squadra dalle tribune dello stadio, ma anche e soprattutto al gioco giocato nei pascoli, nei campetti, sulle spiagge, nei pochi spazi pubblici non ancora divorati dall'urbanizzazione impazzita. Enrique Pichon-Rivière, psichiatra argentino, appassionato studioso del dolore umano, aveva constatato l'efficacia del calcio come terapia delle patologie derivate dal disprezzo e dalla solitudine. Questo sport condiviso, che si gode nel gioco di squadra, contiene un'energia che può aiutare molto coloro che sono disprezzati a imparare ad amarsi e coloro che sembrano condannati all'incomunicabilità perpetua a salvarsi dalla solitudine.
È assai rivelatrice, in tal senso, l'esperienza in Australia e in Nuova Zelanda. Là le lingue native non conoscevano la parola «suicidio», per la semplice ragione che il suicidio non esisteva nella popolazione aborigena. Dopo alcuni secoli di razzismo e di emarginazione, la violenta irruzione della società dei consumi e dei suoi implacabili valori ha fatto sì che gli indigeni decidano di impiccarsi. In questi ultimi anni, i loro bambini e i loro giovani hanno registrato gli indici di suicidio più alti del mondo.

Radici spezzate
Di fronte a questo panorama spaventoso, dalle radici così profonde, dalle radici così spezzate, non ci sono formule magiche di cura. Ma non è un caso che le testimonianze della brava gente che lavora contro la morte coincidano. Sono sorprendenti i risultati di questa terapia capace di restituire i perduti sentimenti di appartenenza e di fratellanza: lo sport, e soprattutto il calcio, è uno dei pochi luoghi che funzionano come rifugio per coloro che non trovano posto nel mondo, e contribuisce molto al ristabilimento dei legami solidali, spezzati dalla cultura della disgregazione che oggigiorno predomina in Australia, in Nuova Zelanda e nel mondo.
Non è un miracolo chimico. Sono dopati dall'entusiasmo e dall'allegria. Per meglio dire: dopate. Gli undici giocatori di ogni squadra sono ben più di undici. Per meglio dire: le undici giocatrici. In loro gioca una folla. Per meglio dire: in esse. Questi sono rituali di affermazione degli umiliati. Per meglio dire: le umiliate.
Poco a poco, il calcio delle donne è andato guadagnandosi uno spazio nei media dedicati alla diffusione di questo sport di maschi per i maschi, che non sa cosa fare di fronte a questa imprevista invasione di così tante signore e signorine.

Nessuna eco
A livello professionale, lo sviluppo del calcio femminile trova, oggigiorno, una certa risonanza. Ma non trova nessuna eco, o suscita echi nemici, nel gioco che si pratica per il puro piacere di giocare.
In Nigeria, la squadra femminile è un orgoglio nazionale. Disputa i primi posti al mondo. Ma nel nord musulmano gli uomini si oppongono, perché il calcio invita le donzelle alla depravazione. Tuttavia finiscono per accettarlo perché il calcio è un peccato che può dare la fama e salvare la famiglia dalla povertà. Se non fosse per l'oro che promette il calcio professionale, i genitori proibirebbero quegli abiti indecenti imposti da uno sport satanico che lascia le donne sterili, per lesioni da gioco o per castigo di Allah.
Nello Zanzibar e nel Sudan i fratelli maschi, custodi dell'onore familiare, castigano con le botte questa pazza mania delle sorelle, che si credono uomini capaci di prendere a calci un pallone e che commettono il sacrilegio di scoprire il loro corpo. Il calcio, cosa da uomini, nega alle donne i campi di allenamento e di gioco. Gli uomini si rifiutano di giocare contro le donne. Per rispetto alla tradizione religiosa, dicono. Può essere. Inoltre, ogni volta che giocano, perdono.
In Bolivia, dall'altra parte del mare, non c'è problema. Le donne giocano a calcio, nei villaggi dell'altipiano, senza togliersi le loro gonne numerose. Si mettono sopra una maglietta colorata e su due piedi si mettono a fare goal. Ogni partita è una festa. Il calcio è uno spazio di libertà aperto alle donne piene di figli, oppresse dalla schiavitù del lavoro dei campi e del telaio, sottoposte alle frequenti botte dei mariti ubriachi. Giocano scalze. Ogni squadra trionfante riceve in premio una pecora. La squadra sconfitta, pure. Queste donne silenziose ridono a crepapelle durante tutta la partita e dopo continuano a ridere come matte durante tutto il banchetto. Festeggiano insieme, vincitrici e vinte. Nessun uomo osa metterci il naso.

"il manifesto", 9 dicembre 2004 
(trad. Marcella Trambaioli)

Parola di luogo: "Fornace". Vampe di luce ribelle (di Sandro Portelli)

Nell’agosto del 1989, “il manifesto” – com’è d’uso nel mese delle vacanze – dedicò tutti i giorni una delle pagine culturali ad una lettura più ampia dell’ordinario. Quell’anno il titolo della serie di ampi articoli era Parola di luogo ed ogni pezzo, affidato ad un collaboratore prestigioso, aveva come tema un luogo, visitato nei suoi riscontri filosofici e letterari, definito nella sua complessa significazione.
La parola Fornace venne affidata a Sandro Portelli, figura poliedrica di intellettuale, storico, musicologo, americanista, che usò come materiale di riflessione alcune tra le opere più importanti della narrativa nera degli Usa. (S.L.L.)

«Fissò la caldaia. Una nuova idea lo fece tremare. Poteva - poteva - poteva metterla, poteva metterla dentro la caldaia. Bruciarla! Era la cosa più sicura. Si accostò alla caldaia e aprì lo sportello. Un immenso letto rosso di carboni s'infiammò e si scosse con liquida furia».
E' la «scena madre» di Native Son (Paura), di Richard Wright (1941), e una delle scene madri di tutta la letteratura afro-americana. Bigger Thomas, ragazzo del ghetto, è stato appena assunto come autista dalla ricca famiglia Dalton (ma un altro suo compito è di tenere in funzione la fornace del riscaldamento in cantina). Accompagna fuori Mary, la figlia dei padroni, e quando questa torna a casa è troppo ubriaca per tornare in camera da sola; Bigger la porta su ma, mentre è nella sua stanza, sta per essere sorpreso dalla madre di lei. Per impedire che Mary lo tradisca, le mette un cuscino in faccia e - accidentalmente, ma fino a un certo punto - la soffoca. E, in una delle scelte più intenzionalmente sanguinose della letteratura nera, ne fa sparire il corpo bruciandolo nella fornace (e decapitandola a colpi d'accetta per farcela entrare). A lungo Bigger riuscirà a sviare le indagini: in quanto nero, creatura sotterranea e invisibile, è letteralmente al di sotto di ogni sospetto.
Caldaie, fornaci, cantine, tombini: nella tradizione afroamericana, sono un luogo deputato, metafora della collocazione sociale dei neri, ma anche del loro segreto potere di amministratori delle tenebre e del fuoco, della loro invisibilità alienante e minacciosa.
All'altro estremo della gamma della cultura, nel cuore profondo della tradizione orale, troviamo un'altra fornace: la stiva e le caldaie del Titanic, dove si annida uno degli eroi-trickster del folklore narrativo nero urbano, Shine. L'affondamento del Titanic fu accolto dai neri d'America come una specie di punizione divina alla hubris, all'arroganza, dei bianchi, forse addirittura una compensazione per il dramma del «passaggio Atlantico», il trasporto degli schiavi dall'Africa nelle stive delle navi negriere. «Quando la nave cominciò il viaggio, i ricchi rifiutarono di stare con i poveri; perciò misero i poveri di sotto, e furono i primi ad andare...». Ma l'eroe popolare Shine - un nome che è anche uno dei modi ironici di designare i neri - è invece l'unico a salvarsi: «Il sergente e il capitano si presero a male parole quando andarono a sbattere contro l'iceberg ed ecco che sale su Shine da giù di sotto: 'Capitano capitano, guarda che abbiamo nove piedi d'acqua nella sala caldaie...'».
E’ Shine che fa andare avanti la nave, ed è Shine che potrebbe salvarla pompando via l'acqua dalla stiva. Ma, incurante degli ordini e delle implorazioni dei banchi, del capitano che gli offre soldi e della figlia del capitano che gli si offre, si butta in acqua e torna a terra a nuoto: «Verso le quattro e mezza quando il Titanic stava affondando/ Shine era a Los Angeles col bicchiere in mano». Sono sicuro che questa è la storia che aveva in mente Malcolm X, quando diceva che ai neri non interessava «integrarsi in una nave che affonda».
Una elaborazione letteraria di Shine è in un episodio centrale di Invisible Man, di Ralph Ellison (1952). Il protagonista senza nome lavora in una fabbrica di vernici, e viene assegnato alla sala caldaie sotterranea («Era uno scantinato profondo. Tre piani sottoterra spinsi una pesante porta di metallo con scritto 'Pericolo' e scesi in una stanza opaca e rumorosa»), come assistente allo scorbutico Mr. Lucius Brockway, unico nero in questa fabbrica di bianchi che produce vernice bianca per gli edifici pubblici. Quasi nessuno si ricorda neppure più della sua esistenza, ma Brockway è il solo che sappia regolare la pressione nell'intrico di tubi e manometri dello scantinato; è lui che, segretamente, mescola alla vernice bianca quella goccia di nero che le conferisce il suo splendore di ingannevole purezza.
«Lo sanno tutti che io sono qui fin da quando esiste questo posto - ho persino aiutato a scavare le prime fondazioni»: è una metafora del sapere segreto del nero, partner segreto, invisibile fondamento dell'America (Ellison e Wright spremono il massimo di significato allusivo dalla parola inglese per «cantina»: basement).
«Loro hanno tutti questi macchinari,» dice, «ma c'è qualcosa che non hanno: Siamo noi i macchinari dentro il macchinario». Quando il protagonista dimentica di girare una manopola («Quella bianca, scemo, quella bianca!» gli urla Brockway), l'intero edificio ciò salta in aria.
Nel primo racconto pubblicato di Wright, Big Boy Leaves Home, un ragazzo che ha ucciso un bianco per difendersi sfugge al linciaggio nascondendosi dentro una rudimentale fornace che con i suoi amici aveva scavato per gioco su una collina. Immerso dentro la terra, invisibile, assiste al linciaggio del suo amico a lotta disperatamente con creature infernali, un bulldog e un serpente.
La fornace è, a suo modo, un inferno personale; e all'inferno, nel posto più buio, profondo e infuocato che si possa immaginare va a finire un altro eroe popolare nero, il «bad man» Stagolee, il duro del ghetto, ambigua figura di orgoglio nero urbano. Ma i neri, creature delle fornaci e delle caldaie, all'inferno si trovano a loro agio: «Stagolee disse al diavolo, se mi tocchi col forcone, io ti buco con la mia 41. Poi prese il forcone e lo mise via dicendo, fatti indietro, Diavolo, da ora in poi in questi posto comando io».
Julius Lester, uno dei protagonisti del radicalismo nero degli anni '60, amplifica e aggiorna la canzone in un racconto: avvicinandosi all'inferno, Stagolee «sentiva l'odore delle bistecche sul fuoco e la musica dei juke boxes. Arrivò all'ingresso dell'inferno, e c'era una grande scritta: Black Power... Entrò dentro, e i fratelli e le sorelle neri avevano messo la moquette da parete a parete, luci soffuse, l'aria condizionata...».
L’inferno arredato di Stagolee ha un precedente letterario nella musica e la tappezzeria che arredano lo scantinato dove si rifugia L'uomo che visse sottoterra, un altro racconto di Richard Wright. La musica è quella di una radio rubata, la tappezzeria sono i biglietti di banca rubati da una cassaforte e incollati al muro e al pavimento, svuotati ormai di ogni valore come i diamanti di cui si impadronisce e che finiscono calpestati nel fango della fogna. L'uomo che visse sottoterra porta alle estreme conseguenze - elaborando Dostoevskij e anticipando Camus e Sartre - la figura del mondo sotterraneo delle cantine e delle fornaci come habitat metaforico del nero, creatura dell'assurdo esclusa e sempre presente, invisibile e per questo in grado di vedere ogni cosa, libero proprio in virtù della esclusione che lo fa impazzire.
Anche qui c'è una fornace, ma stavolta è un bianco che la alimenta, e il suo modo di adattarsi all'universo delle tenebre e del fuoco è diametralmente opposto a quello dei neri. Anziché figura di potere come Brockway e, a suo modo, Bigger, l'addetto bianco alla fornace è un morto vivente: «Il vecchio lavorava lì da tanto tempo che non aveva più bisogno della luce; aveva imparato a vedere in questo mondo buio come i vermi ciechi che strisciano sotto terra affidandosi al solo tatto». E infatti non ha occhi per vedere il nero nascosto, ironicamente indistinguibile su un mucchio di carbone al buio.
Il narratore di questo racconto è penetrato nel mondo sottoterra calandosi da un tombino per sfuggire alla polizia. Sfuggendo a inseguitóri diversi, neri e bianchi, l'uomo invisibile di Ellison finisce anche lui dentro un tombino, e rie fa la sua casa sottoterra. Non c'è scritto Black Power all'ingresso (Ellison non simpatizzerà mai per i movimenti radicali), ma sempre di potere si tratta: la tappezzeria di questo buco, «caldo e pieno di luce», è costituita da 1369 lampadine («Ho collegato l'intero soffitto, centimetro per centimetro. E non con le lampadine fluorescenti, ma con quelle più costose, il tipo a filamento... adesso ho cominciato con le pareti... quando avrò finito le quattro pareti, comincerò col pavimento...») alimentate dalla corrente sottratta con un allacciamento clandestino alla Monopolated Light and Power Company.
Di nuovo, Ellison estrae dalle parole tutta la loro ambiguità: «power» significa potere, e significa energia elettrica, e l'energia che lui sottrae al monopolio elettrico è metafora di una battaglia sotterranea contro il monopolio del potere e del sapere, per la luce, la visione, il calore.
E anche qui c'è musica: «Adesso ho un radio-grammofono; ho in programma di procurarmene cinque. Il mio buco è un po' sordo acusticamente, e quando sento la musica voglio sentire la vibrazio¬ne, non solo con le orecchie ma col corpo intero. Mi piacerebbe sentire cinque dischi di Louis Armstrong che suona e canta Waht Did I Do to Be so Black and Blue? - tutti contemporaneamente».
Il romanzo di Ralph Ellison condensa tutti i significati del «basement» e della fornace come metafore dell'identità nera e del potere nero. Lo spazio: nelle fondazioni, nel «basamento» stesso dell'edificio sociale. Il buio: l'esperienza dell'invisibilità e dell'assurdo, che trasforma ironicamente l'incapacità bianca di vedere, o guardare, i neri nella contromanipolazione della goccia nera che rende più bianco il bianco, nella luce sfolgorante delle 1369 lampadine sottratta (nuovo Prometeo) al monopolio del «potere». E il fuoco: potenza ctonia nella fondamenta e nelle costole stesse della terra, sapere atavico e segreto custodito da figure demoniache e grottesche come Lucius Brockway, zoppo come Vulcano, capace - come Shine - di far andare la nave e di farla saltare in aria.
E infine, per chi si illudesse che questo potere sotterraneo può bastare, il suo rovescio. Perché una cantina alla fine è una cantina, e una fogna è una fogna: e Lucius Brockway non è che un povero vecchio paranoico e sdentato, e l'Uomo Invisibile che lo sconfigge non riesce poi a uscire dalla luce e dal calore rubati del suo buco sottoterra. E per quanto «potere» lui gli sottragga, il Monopolio dell'elettricità e della luce ha alla fine la sua rivincita: e Bigger Thomas muore fulminato sulla sedia elettrica.

"il manifesto", 17 agosto 1989

Parola di luogo: "Cella". Cartesio e il prigioniero (di Paolo Virno)

Nell’agosto del 1989, “il manifesto” – com’è d’uso nel mese delle vacanze – dedicò tutti i giorni una delle pagine culturali ad una lettura più ampia dell’ordinario. Quell’anno il titolo della serie di ampi articoli era Parola di luogo ed ogni pezzo, affidato ad un collaboratore prestigioso, aveva come tema un luogo, visitato nei suoi riscontri filosofici e letterari, definito nella sua complessa significazione.
L’ultimo articolo della serie, dedicato alla cella, è di Paolo Virno, un filosofo che era stato tra i fondatori di “Potere Operaio” e nel giugno del 1979 coinvolto nella cosiddetta inchiesta del “7 aprile”. Per Virno era stata un’odissea lunga e penosa, da cui era uscito definitivamente solo nel 1988 con la conferma da parte della Cassazione della precedente sentenza (del 1987) di piena assoluzione.
Ma nel mezzo c’erano stati tre anni di carcerazione preventiva e uno di arresti domiciliari.
L’esperienza del carcere e della cella di isolamento orientò una parte degli studi di Virno e del suo impegno sociale successivo. Questo rende più denso un testo che, già di per sé, è ricco di forti riferimenti letterari, filosofici e storici, da Cartesio a Leopardi. (S.L.L.)  

«Prigione. La paglia è sempre umida. Sempre spaventosa. Una prigione deliziosa bisogna ancora trovarla». Così scrive Flaubert nel Dizionario dei luoghi comuni. Questa «voce» del dizionario sembra però troppo striminzita, avara. E' forte la tentazione di allungare a dismisura il catalogo. Perché il carcere è triviale: come una tautologia (il dolore è dolore), o una metafora spenta (il mattino ha l'oro in bocca). Innumerevoli sono gii stereotipi che incalzano a proposito di celle, segrete, cubicoli. Al punto che viene di chiedersi: non è che la prima e più autentica condanna comminata al detenuto consista nel tenerlo a mollo in una palude di ineludibili banalità? C'è qualcosa, nel carcere, che non si risolva in luogo comune?
Quanto più ci si ingegna ad affinare la descrizione della vita in cella, inseguendo coscienziosamente il dettaglio inaudito, tanto più si collabora alla riproduzione allargata di déjà vu e déjà entendu. Domina un effetto da sabbie mobili: ti agiti, rifiutandoti al tuo destino, e sprofondi vieppiù. Inutile opporre resistenze, valga piuttosto questa regola aurea: quanto al carcere, è bene ridurre al minimo l'esprit de finesse, domare da subito l'impulso all'«originalità». Il carcere è, materialmente, un dizionario di luoghi comuni. Conviene profittare di esso - o meglio, dell'elaborazione culturale cui è soggiaciuto - come di un archivio o banca-dati per identificare e criticare gli stereotipi che invece, dissimulati, gironzolano a piede libero nella nostra vita d'ogni giorno.
La cella è un ambiente umano consueto: una camera dotata dell'essenziale, non abbastanza dissimile dalle ordinarie da far pensare a un'astronave, a una caverna o a una stalla. Un ambiente consueto, ma degradato, sottoposto a una lieve alterazione caricaturale. Per meglio dire: è la versione puerile (o al più adolescenziale) delle cose e dei gesti di sempre. Il letto gareggia con quello di un collegio o di una caserma, salvo che è attaccato a terra. Quando c'è. il bugliolo ricorda un vaso da notte, seppure greve e maligno. Gli sgabelli sono di dimensioni ridotte, e di plastica. La finestra troppo alta infonde quel senso di soggezione che i bambini, appunto, conoscono a menadito. L'arredamento è lillipuziano, tutto centrato su scatole di sigarette incollate ai muri, cartoni riciclati, fortunosi bastoncini di legno. La cella ha qualcosa della casa di bambole: ma sinistra, e messa insieme con materiali raccogliticci. Comunque, suo malgrado, leziosa.
Il nesso cella-infanzia persiste inossidabile nei secoli dei secoli. Moli Flanders, l'eroina di Defoe, dopo aver molto borseggiato, è condotta a Newgate, il carcere londinese: «Che luogo tremendo! Solo a farne il nome mi si gela il sangue; il luogo dove tanti colleghi miei erano stati rinchiusi e donde erano andati all'albero fatale; il luogo dove mia madre aveva tanto duramente sofferto, do¬ve io ero venuta al mondo (...)». Moli Flanders, dunque, in cella ritorna al suo principio, al luogo dove nacque: varcando la soglia dell'«inferno», ritrova anche una radice.
La cella come infanzia replicata, o adolescenza di secondo grado: ecco un leit motiv per tutti coloro che sono stati privati del mondo, stralciati da concreti contesti e legami e travagli. Christopher Burney, un ufficiale inglese che operava in Francia in contatto con la resistenza, fu arrestato e tenuto per diciotto mesi nel carcere di Fresnes, prima di venir inoltrato a Buchenwald. Ha scritto un libro che più sobrio non si può: Cella d'isolamento (Adelphi). Egli fissa così i primi momenti in cella: «Un lieve rumore mi fece voltare. Nel mezzo della porta c'era uno spioncino, che era stato aperto. Attraverso di esso, simile a un vetro viscido, un freddo occhio azzurro mi stava osservando (...) Non c'era proprio nulla da poter scagliare. Poi lo sportello dello spioncino si richiuse e l'occhio scomparve, lasciandomi abbattuto e furente come un bambino». Come un bambino: perché restituito a una condizione di pura virtualità, di contrazione risentita, di impotenza.
D'altronde, qual è il primo gesto cui si abbandona Rubasciov-Bukarin, in Buio a mezzogiorno di Arthur Koestler, non appena è lasciato solo dagli agenti del Kgb? Appoggia la fronte febbricitante al fresco vetro della finestra, sperimentando all'improvviso antiche sensazioni dell'infanzia.
Nelle ultime cinquanta pagine de Il rosso e il nero, quelle incentrate sulla prigionia di Julien, Stendhal srotola alla rovescia la vita del suo eroe: da quel che è diventato a ciò che un tempo era stato. Il metodico scalatore sociale lascia di nuovo il posto al ragazzo appassionato. Procedendo a gambero, Julien si stacca dalla fervida e orgogliosa Mathilde, per riawicinarsi, trepidante, a quella Madame de Renal, un tempo disperatamente voluta e poi fatta bersaglio di due rivoltellate. La cella di Julien, confortevole e mondanissima (l'andirivieni di dame e preti è ininterrotto), è un fondale di cartapesta per questa marcia a ritroso verso l'inizio.
Più d'ogni altro, è Leopardi ad addurre argomenti teorici circa questo paradossale «ringiovanimento» del prigioniero. Nel «Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare» (Operette morali), la reclusione riconduce all'infanzia perché sottrae artificialmente al disincanto: «Di più, l'essere diviso dagli uomini e, per dir così, dalla vita stessa, porta seco questa utilità; che l'uomo, eziandio sazio, chiarito e disamorato delle cose umane per l'esperienza; a poco a poco assuefacendosi a mirarle da lungi, donde elle paiono molto più belle e più degne che da vicino, si dimentica della loro vanità e miseria (...) Di modo che la solitudine fa quasi l'ufficio della gioventù; o certo ringiovanisce l'animo, ravvalora e rimette in opera l'immaginazione, e rinnova nell'uomo esperimentato i benefici di quella prima inesperienza che tu sospiri».
Da cosa deriva però, il nuovo, fittizio incantamento? Da tristi ragioni: il godimento, per chi se ne sta rinchiuso, è impedito da un'obiettiva costrizione, cosicché si può credere che, ove questa cessi, quello sarà trionfalmente conseguito. In breve, la cella camuffa col sembiante di una condizione speciale e contingente la regola che Leopardi ritiene inesorabile e universale: l'impossibilità di asserire sensatamente «Io godo», potendosi coniugare tale verbo solo, e menzogneramente, al passato o al futuro. Una volta esteriorizzata in muri e grate, l'impossibilità a esser felici appare transitoria, e così è lenita.
In cella non vi sono contrattempi, né vi è un tempo opportuno per alcunché. La noia è il sentimento dominante. Tasso recrimina: «Laddove in questa prigionia, separato dal commercio umano (...) ridotto a notare per passatempo i tocchi dell'oriuolo, annoverare le correnti, le fessure e i tarli del palco, considerare il mattonato del pavimento, trastullarmi colle farfalle e coi moscerini che vanno attorno alla stanza, condurre quasi tutte le ore a un modo; io non ho cosa che mi scemi in alcuna parte il carico della noia». Ringiovanimento e noia dilagante si tengono per mano: hanno la medesima origine. Con l'azione mitigo la noia, ma perdo le illusioni; viceversa, allorché, in cella, tutto nuovamente si osa sperare, la noia non ha ostacoli.
Il tedio sconfinato, che segue al rattrappirsi della percezione sensoriale, colora il surrettizio «ringiovanimento» del detenuto con una luce agghiacciante: lo apparenta a una piccola morte. In breve, prevale una condizione di posterità rispetto a tutto quel che si è vissuto «prima». Al detenuto, gli episodi della sua propria esistenza sembrano disporsi secondo un ordine irrevocabile, si irrigidiscono in un fatto compiuto. «Il destino - scrive Burney - s'era stancato della trama che aveva tessuto attorno a me (...) aveva stracciato il copione (...) Tutte le persone cui avevo prestato solo quell'incostante attenzione spirata dallo stato d'animo mi apparivano ora tristi e neglette mentre si ritiravano dal mio mondo per passare in un altro. (...) Ed era troppo tardi per rimediare anche in piccola parte. Sulla tela della mia vita non si sarebbe mai veduto null'altro che uno scarabocchio infantile. Mi sentivo, insomma, come uno studente cui è stata concessa un'ora per svolgere un tema e che, quando il tempo è scaduto e lui ha scritto solo una frase, si rende conto all'improvviso di tutte le cose intelligenti che avrebbe potuto scrivere, e brucia di risentimento per quello stupido limite di tempo che glielo ha impedito».
Questa condizione di posterità a sé medesimi, che la prigionia variamente alimenta, è delineata in modo straordinario, seppur indiretto, da Italo Calvino nell'ultimo capitolo di Palomar, allorché questi, ben vivo e dall'intelletto quanto mai acuminato, «impara a essere morto». Ciò che conta, in siffatto addestramento, non è la rinuncia al futuro, ma la rassegnazione a non poter più «migliorare la forma del proprio passato».
Ogni gesto da noi compiuto, infatti, ridetermina i significati e i rapporti tra tutti i gesti precedenti. Ma sia Palomar da finto-morto che il carcerato devono convincersi che la vita precedente all'arresto è ormai «un insieme chiuso, tutto al passato, a cui non si può più aggiungere nulla, né introdurre cambiamenti di prospettiva nel rapporto tra i vari elementi». E' per questo che il coprotagonista gay de Il bacio della donna ragno di Manuel Puig, irride, dolcissimo, l'amico militante, che crede di stare ancora in una relazione aggiuntiva e trasformativa con il proprio passato, spingendolo piut¬tosto a intrattenersi sempre di più con quei «passati» artificiali e collettivi che sono i grandi film. Chi sta in carcere da molti anni - potete scommetterci - conosce alla perfezione le trame di tutti i film che non ha potuto vedere, mentre guarda ai propri ieri di persona libera come a un tutto compiuto e ormai inalterabile.
In cella, naturalmente, si svolgono drammi e farse come dovunque, ma, lì, i gesti danno corpo a una nuova serie - puerile e annoiata, appunto -, senza affatto riconnettersi al passato remoto. Ora, proprio perché l'esperienza che si conduce in cella è senza mondo, proprio per questo essa è stata così spesso indicata come un modello insuperabile di introspezione e di autoriflessione: insomma come un sottofondo assai adatto alla formazione di quella Soggettività in altorilievo così cara ai filosofi. Il soggetto detenuto non fa che agguantare sempre e soltanto se stesso; ogni suo protendersi si conclude in un autoriferimento. Il fatto che questa sua lancinante povertà sia trasfigurata in una virtù filosofica la dice lunga sul paradigma di «soggettività» adottato dalla nostra tradizione culturale. E' un paradigma mutuato, appunto, dalla condizione del prigioniero.
Ascoltiamo il suggerimento di un grandissimo filosofo, che funziona fin troppo bene da vademecum per chi sta in cella. «La mia (...) massima fu di vincere sempre piuttosto me stesso che la fortuna, e di voler modificare piuttosto i miei desideri che l'ordine delle cose del mondo; e in generale di assuefarmi a credere che nulla all'infuori dei nostri pensieri è interamente in nostro potere (...) E facendo, come suol dirsi, di necessità virtù, non desidereremo di esser sani quando siamo malati, o d'esser liberi quando siamo in prigione». Chiuso nella sua «cella» spirituale, Cartesio - perché è di lui che si tratta - conclude che «mentre volevo in tal modo pensare falsa ogni cosa, bisognava necessariamente che io, che la pensavo, fossi pur qualcosa. Io penso, dunque sono». Conclusione tipica di un detenuto a cui è stato sottratto quell'insieme di relazioni che fa «mondo».
Le prigioni grondano di metafisica materializzata. Nelle carceri speciali italiane, ad esempio, le guardie tolgono l'orologio ai prigionieri. Non c'è un motivo preciso, è una semplice «misura afflittiva».
E' impossibile, però, non leggere in questa privazione un tratto di obiettiva ironia. Non erano stati i comunardi a sparare sui pubblici orologi per fermare il tempo vacuo e della fabbrica e del dominio? Ora, invece, tocca agli sbirri abolire la misura meccanica dell'accadere, sospingendo forzosamente il prigioniero verso un'indesiderata «vita interiore»: arruolandolo a forza tra i «cartesiani». Per chi nelle metropoli ha imparato che «la radice è nella superficie», e la vita non vive se non nelle increspature, e che le apparenze, quelle sì, sono potenti e degne d'ogni sogno di rivolta, ebbene, proprio per questa razza d'uomini, questa si presenta come un'adeguata pena di contrappasso. Vien fatto di pensare che solo nelle carceri speciali, e ricorrendo al massimo di violenza, si riproducano parodisticamente le condizioni da serra per il beatamente defunto Soggetto autoriflessivo e senza mondo, sempre animato dalla pretesa di scorgere la propria nuca, di spiare come dall'esterno la propria condizione finita.

“il manifesto”, 1° settembre 1989.

22.2.13

Togliatti fra Stalin e Cavour (di Aldo Natoli)

Un articolo magnifico per rigore storico, onestà intellettuale, finezza di analisi.
Credo che Aldo Natoli, maestro di comunismo autentico, fornisca qui coordinate sulla grandezza e sui limiti di Togliatti (e del togliattismo) difficilmente contestabili perfino oggi, dopo tanti accadimenti che allora, nel 1984, era difficile immaginare: nell'argomentare di Natoli in verità si possono trovare chiavi di spiegazione  assolutamente convincenti per l’89 e per la fine del comunismo novecentesco.
L’Urss non regge all’urto dall’interno e dall’esterno perché la “rivoluzione dall’alto” guidata da Stalin e sostenuta dal terrore, di cui Natoli scrive, non ha saputo suscitare e costruire nei luoghi del lavoro e dello studio, le forze organizzate e le istituzioni per condurla più avanti.
Dal canto suo il Pci, che neanche col coraggioso Berlinguer aveva saputo sciogliere le aporie del “togliattismo”, non sopravviverà alla fine dell’Urss.
Da leggere per comprendere e, forse, per ricominciare. (S.L.L.)
Nel marzo del 1953, era il suo sessantesimo compleanno, Togliatti tenne un breve discorso in una saletta del palazzo di via delle Botteghe Oscure. Nella sua vita, disse, gli erano toccate «tre fortune», essere stato «allievo» di Gramsci, essere andato a scuola della classe operaia torinese, essere stato «al centro» del lavoro del Comintern, «sotto la guida diretta di Stalin». Su questo punto si fermò a lungo forse anche perché solo tre settimane prima Stalin era morto e l'evento aveva provocato commozione e turbamento nell'animo dei co¬munisti.
Ma, certo, non solo per questo. E' vero, infatti, che quelle «tre fortune» giocarono in misura diversa e disuguale nel corso complessivo e avventuroso della sua vita e della sua opera. E se l'aver partecipato alla lotta del proletariato torinese nel primo dopoguerra fu decisivo per una scelta di campo irreversibile, se il magistero di Stalin negli anni della maturità lo segnò in modo indelebile, lo stesso non può dirsi, fuori dalla mitologia di partito, del suo rapporto con Gramsci, del quale egli fu «allievo», e solo fino a un certo punto, agli albori dell'Ordine Nuovo e con il quale spartì un breve periodo di feconda collaborazione solo nella elaborazione delle Tesi per il terzo congresso del partito (1924-1925). Lo storico non deve sottovalutare 1' importanza di quel primo tentativo di delineare una strategia antifascista democratica e popolare, in tappe intermedie di lungo periodo. Ma è anche vero che, se Togliatti non dimenticherà quella esperienza, entro i cinque anni successivi egli si scontrerà aspramente con Gramsci, che aveva profeticamente intuito il sorgere dei primi segni della degenerazione staliniana e, poco dopo, accetterà, sia pure costretto, di abbandonare la linea politica gramsciana per schierarsi su quella catastrofica del VI congresso del Comintern e di Stalin. L'arresto e la condanna di Gramsci contribuirono a trasformare un distacco politico Iin una completa rottura di rapporti, che Togliatti non cercò mai di riallacciare, come forse, dopo, non sarebbe stato impossibile. Più tardi, dopo la morte di Gramsci, e ancor più nel dopoguerra, l'immagine dell'eroe occuperà ovviamente il posto d'onore nel pantheon del partito, l’«utilizzazione del suo pensiero» (l’espressione è di Paolo Spriano) sarà largamente promossa come lievito di rinnovamento culturale e Togliatti, per conto suo, gli dedicherà un saggio nel vano tentativo di inquadrarne le idee nell'ambito del marxismo-leninismo.
Ben altrimenti formativo e determinante fu il tirocinio di Togliatti presso il Comintern e Stalin. Non si dimentichi che fu, grosso modo, il decennio degli anni '30, che vide in Unione Sovietica la «costruzione del socialismo» sotto il terrore di massa, in Europa l'ascesa del nazismo hitleriano e che si concluse con la seconda guerra mondiale. Quella mescolanza di epica e di orrori va tenuta nel conto.

Legame di ferro
Che Togliatti sia stato totalmente acquisito alla dottrina e alla pratica staliniana è indiscutibile, del resto lui stesso non mancò di ricordarlo, e con fierezza, anche dopo il 1956. Era la consapevolezza di chi ha contribuito a far maturare eventi che dovevano cambiare la faccia del mondo. Fu allora che fu saldato il «legame di ferro» di cui parlerà più tardi (1956). L'identificazione totale con la causa dell'Urss, centro tolemaico della rivoluzione mondiale, la «cultura» staliniana valsero a spostare il fuoco della sua attenzione dalla dinamica delle forze sociali di classe al ruolo della forza organizzata a livello dello Stato e del partito, all'uso del potere e alla rivoluzione «dall'alto». Sarà in questo nuovo quadro (dunque assai lontano dal Gramsci del 1925) che egli riprenderà la tematica della rivoluzione democratica antifascista, prima nel Fronte popolare in Spagna, poi nell'unità nazionale al ritorno in Italia.
Questo fu tecnicamente preparato dalla diplomazia sovietica e avvenne nel quadro, già in via di comporsi, degli equilibri fra le potenze quale sarà fissato l'anno successivo a Yalta. Togliatti sapeva bene che l'Italia sarebbe rimasta fuori dalla sfera dell'influenza sovietica diretta. Tanto più ardita fu la sua iniziativa e questa, se certamente inscritta nella strategia staliniana di lungo periodo, fu tutt'altro che la ripetizione di una lezione appresa a Mosca. Si potrebbe dire che egli si mosse secondo un modello che lo ricongiungeva non estrinsecamente a un momento chiave della storia nazionale: il modello cavourriano.
L'Italia del 1944-45 era vicina ad essere ridotta ad un'espressione geografica, sia la sua indipendenza che la sua unità potevano essere messe in gioco. Bisognava reinserirla nel «concerto internazionale» come nazione indipendente. Di qui l'esigenza primaria della partecipazione alla guerra antifascista, l'esercito partigiano come l'esercito garibaldino, una base politica unitaria in un quadro di rinnovamento moderato, gestito «dall'alto», nel rispetto della continuità dello Stato. Il «cavourrismo» di Togliatti agì in senso restrittivo non certo nei confronti di una impossibile rivoluzione socialista, ma, certo, di spinte più avanzate a trasformazioni sociali e all'allargamento dei poteri democratici di base, ma esso, insieme all'originale invenzione del partito nuovo di massa, precostituì la base vittoriosa su cui la sinistra condusse, fra il 1948 e il 1956, la battaglia per la difesa delle libertà democratiche, dopo la sconfitta del 18 aprile 1948 e contro la stretta repressiva democristiana.
Di fronte a questo partito democratico e stalinista, nazionale e unito all'Urss da un legame di ferro non ancora sciolto, Togliatti ebbe allora a parlare di «doppiezza», intendendo l'incomprensione della «via italiana al socialismo» e l'attesa di un segnale rivoluzionario da Mosca, 1' una e l'altra assai diffuse nel partito. Da parte di Togliatti fu, penso, una «astuzia» propagandistica e pedagogica. Voleva, da una parte, offuscare una complessità e una confluenza provenienti dalla storia, dall'altra stimolare a combattere l'inerzia politica che poteva derivarne. Fu solo a partire dal 1956 che quel nodo cominciò ad essere sciolto, quando scoppiò la crisi provocata dalla denuncia ufficiale dei crimini di Stalin. Allora Togliatti dimostrò insieme i limiti del suo marxismo (la sua incapacità a mettere in discussione il socialismo sovietico) e la sua grandezza di capo politico nell'avviare risolutamente il partito ad una strategia democratica autonoma dall'ipoteca dell'Urss.
Io non credo che egli avesse intuito che la grande stagione del socialismo sovietico declinava verso il tramonto e che cercasse di assicurare al suo partito lo spazio politico per una lenta mutazione in una lunga marcia attraverso le istituzioni democratiche. Aveva solo scoperto che la vitalità del capitalismo si prolungava oltre i limiti presagiti dai teorici della III Internazionale e che l'Urss, per suo conto, poteva andare incontro a gravi crisi politiche. Confidava che l'Urss fosse capace di au-toriformarsi e che il suo partito doveva continuare a coltivare l'unità con essa, accentuando però la propria autonomia. Questo il messaggio del «Memoriale di Yalta», ultimo scritto prima della morte.

La rivoluzione mancata
Nei 20 anni trascorsi da allora il disegno di Togliatti non si è avverato: l'Urss si è irrigidita in un immobilismo da grande potenza, non suscettibile di riforme, chiusa nel «socialismo reale» ad ogni richiamo ideale. Per contro il partito ha spinto oltre le previsioni di Togliatti la sua capacità di connaturarsi alla realtà sociale del paese, di introdurvi un'esigenza democratica; di spogliarsi di una tradizione comunista vetusta di cui non resta che il nome. Esso è uscito dal sistema tolemaico staliniano, senza compiere una rivoluzione copernicana neocomunista, anzi ha accentuato fino a conferirle una valenza assoluta, nel bene e nel male, la pratica democratica che conduce senza più doppiezza dal 1956.
Forse il «più grande tattico del movimento comunista» (così diceva Lukàcs di Togliatti) ne divenne inconsapevolmente e suo malgrado, uno dei più grandi strateghi con la svolta del 1956, nonché, insieme, il primo esploratore di vie nuove di trasformazione per quel movimento giunto alle soglie dell'esaurimento? La fine dell'epoca staliniana, ovvero della rivoluzione «dall'alto», non portò ad uno scioglimento del tutto imprevisto del dramma che aveva avuto inizio sulla fine degli anni '20 e Togliatti che ne era stato uno dei protagonisti non si trovò di fronte ad un esito che rovesciava l'«hic Rhodus, hic salta», che egli si aspettava almeno dal 1944?
La grandezza dell'uomo deve vedersi nel suo concepire e praticare la politica come storia nel suo farsi e ciò, per non rimanere vuota genericità, ha bisogno almeno di due determinazioni:
Prima: il marxismo era per lui, anzitutto, una scelta di campo e solo dopo valse come canone interpretativo, guida per l'azione; non fu mai un ideologo e non ci ha lasciato alcun testo teorico di qualche importanza. Ma talune sue analisi politiche illuminano le epoche diverse in cui visse e rimangono saggi ineguagliati di politica reale, dell'arte machiavelliana di costruire ed usare il potere. Penso al saggio sulla natura del fascismo (1928), alle analisi sulla guerra civile in Spagna (1937-1939), alla sua diagnosi della situazione italiana fra il 1943 e il 1946 e alla sua iniziativa in essa; alla sua incredibile abilità nel rompere l'assedio in cui lo aveva stretto l'inattesa denuncia dei delitti di Stalin nel 1956. In sostanza, aveva colto pienamente nel segno Benedetto Croce quando all'apparire improvviso di Togliatti nella Napoli del 1944 ne intuì l'intima, rarissima, essenza di totus politicus.
Seconda: se questa è la dimensione politico-storica nella quale si muove il personaggio, ne deriva che il giudizio politico su di esso è anche intrinsecamente una valutazione morale, non nel senso dei moralistico senso comune per cui è deplorevole ogni pratica in cui “il fine giustifica i mezzi”; ma ben al contrario, perché è sempre moralmente e politicamente da respingere ogni mezzo che per la sua ignobiltà annulla l'altezza del fine. Cosi la corresponsabilità di Togliatti in taluni delitti di Stalin (per esempio, lo scioglimento dei partito comunista polacco e la distruzione del suo gruppo dirigente, 1938) lo è perché quei delitti contribuirono forse a rafforzare il potere di Stalin, ma alienarono certamente dalla realtà dell'Urss e del movimento comunista e mortificarono per un'intera epoca storica le alte idealità dell'utopia marxiana.

"la Repubblica", 5 agosto, 1984

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