12.2.12

Angelo Musco interprete di Pirandello (di Antonio Gramsci)

«Sai che io, molto prima di Adriano Tilgher, ho scoperto e contribuito a popolarizzare il teatro di Pirandello? Ho scritto sul Pirandello, dal 1915 al 1920, tanto da mettere insieme un volumetto di 200 pagine e allora le mie affermazioni erano originali e senza esempio: il Pirandello era o sopportato amabilmente o apertamente deriso».
Così scrive dal carcere Antonio Gramsci alla cognata Tatiana il 19 marzo 1927. In effetti Antonio Gramsci fu critico teatrale dell' “Avanti!” da Torino per quattro anni, dal 1916 al 1920, e in quel ruolo recensì diverse commedie di Pirandello, talora in maniera assai acuta, sempre con grande giornalistica vivacità. Le cose, tuttavia, non stanno esattamente come Gramsci le racconta. Il cerebralismo pirandelliano, negli anni della Grande Guerra, era sì oggetto di derisione e satira, ma anche di ammirazione e imitazione e qualche estimatore non mancava anche tra i critici teatrali. Non si spiegherebbero altrimenti le tante rappresentazioni. 
Questo post riprende la recensione gramsciana su A’ berritta ccu li ciancianeddi (Il berretto a sonagli nella sua trascrizione dialettale) rappresentata al teatro Alfieri di Torino nel febbraio del 1918. L’analisi del dramma pirandelliano, che a Gramsci evidentemente non piacque, mi pare superficiale e ingenerosa: non sono convinto che si tratti di un sottoprodotto di altri più riusciti testi e che nella piéce ci sia la problematicità ma manchi il dramma, come sostiene il recensore socialista. Tuttavia c’è un passaggio dell’articolo che merita una sottolineatura: riguarda la messa in scena e, in particolare, la performance di Angelo Musco.
 Da alcune testimonianze familiari, prima fra tutte quella di mio padre, ho netta l’impressione che le storie del teatro sottovalutino la figura dell’attore catanese, da qualcuna ridotto ad attore dialettale, una specie di Gilberto Govi o di Cesco Baseggio, se non ad un caratterista. Gramsci aveva “scoperto” il grande attore catanese già qualche anno prima e nel marzo 1917, in occasione della rappresentazione all’Alfieri di Pensaci Giacomino, aveva scritto:“La commedia ha avuto molto successo, Angelo Musco ha fatto della figura del prof. Toti una creazione scenica ammirevole per sincerità, per misura, per efficacia rappresentativa”. Ora, raccontando lo spettacolo del 1918, precisa le qualità di Musco, della sua peculiare e potente comicità, tutt’altro che spontanea e nativa, ma costruita con sapienza e genialità, specie quando deve confrontarsi con testi impegnativi e difficili come quelli pirandelliani.
Voglio qui avanzare un’ipotesi: che sia stata la grandezza di Angelo Musco, in quella serata di guerra, ad oscurare quella di Pirandello. Sopraffatto dalla grandezza dell’attore forse Gramsci non trovò per il testo tutta l’attenzione che richiedeva. (S.L.L.)
«A’ berritta ccu li ciancianeddi » di Pirandello all’Alfieri.
È una parentesi nel teatro di Luigi Pirandello, un episodio, un abbozzo. Rientra nel suo genere, è prodotto autentico del temperamento personalissimo dell’autore, ma non è stata elaborata, e rifinita come le altre commedie. Lo spunto stesso ridiventa comune. Nelle altre commedie il motivo non esce certo dalle esperienze del passato, siano esse intellettuali, siano sentimentali, ma l’autore svecchia il motivo antico, lo presenta rivestito di peculiarità caratteristiche, i personaggi sono suoi, della sua fantasia, le parole che dicono hanno una vita nuova, di stile e di passione. In questi due atti c’è poca intensità: la dimostrazione soverchia l’azione, la diluisce, la svanisce. A’ berritta ccu li ciancianeddi continua la serie delle altre commedie, è un residuo delle altre commedie: continua la rappresentazione esemplificata delle contraddizioni tra l’essere e il voler essere, tra l’apparenza e la realtà, tra l’immagine e il vero, che hanno avuto due momenti drammatici nel Così è (se vi pare) e nel Piacere dell’onestà. Ma in questi due atti il sofisma, il paradosso non acquista pregio nel dialogo, non suscita dramma originale: qualche battuta, qualche piccola scena, la vita è solo nell’interprete, in Angelo Musco, che riesce a far superare il tedio delle lunghe parlate non più interessanti spesso di quelle del più melenso scrittore di teatro.
C’è qui il marito tradito, marito vecchio, brutto e innamorato, che non vuole diventare lo zimbello del paese, che non vuole sul suo capo la berretta coi sonagli della beffa, dello scherno. Egli sopporta il tradimento per conservare la donna, poiché è sicuro del segreto. Teorizza lo sdoppiamento dell’uomo in quanto intimità e in quanto termine di relazione sociale: vuole il rispetto umano, vuole la tranquillità. Il segreto viene propalato con uno scandalo clamoroso. La moglie viene colta in flagrante adulterio. Un tranello è stato teso dalla moglie gelosa dell’adultero, e l’arresto dei due colpevoli rovinerà l’esistenza di don Nuccio, se egli non riesce a far credere che si tratta di una pazzia, che l’accusatrice è stata una pazza. Così si chiudono i due atti: il marito becco pone un dilemma: o la strage dei due colpevoli sua, moglie e l’amante, o la finzione della pazzia nell’accusatrice nella donna gelosa che non ha pensato che a se stessa e ha rovinato un quarto innocente. E don Nuccio ottiene questa finzione indirettamente, facendo esasperare la donna, traendola a urlare, a inveire incompostamente goffamente contro di lui, facendosi chiamare becco dalla signora che diventa una furia, che perde la sua apparenza civile e lascia senza freni la vena di follia che esiste in ogni umano.
La commedia si impernia tutta su Angelo Musco, che riesce colla sua comicità misurata, fluida nel lungo discorso, ossessionata, irresistibilmente trascinatrice nel momento culminante a destare l’interesse degli spettatori, che si raccoglie nei due atti  per dilatarsi ed espandersi nella risata finale.

“Avanti!” – Edizione di Torino - 27 febbraio 1918

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