6.2.10

Vivrai nel dolore (Ilaria Bonaccorsi - da Left 27 novembre 2009)

Sul numero 47 del 27 novembre 2009 di "Left-Avvenimenti" un'intera sezione intitolata E così sia è stata dedicata al peso del cattolicesimo romano nella legislazione, nella politica, nella vita quotidiana degl'italiani. Tra gli altri articoli quello di Ilaria Bonaccorsi che qui riproduco si occupa dei presupposti dottrinari dell'interventismo clericale. Il taglio è giornalistico-divulgativo e perciò il pezzo merita problemazizzazioni e approfondimenti, ma  mi pare tuttavia indicare le questioni fondamentali.


VIVRAI NEL DOLORE
Durante l’incontro con gli artisti del 21 novembre monsignor Ravasi, annunciando la presenza della Santa sede alla Biennale di Venezia 2011, ha dichiarato: «Vorrei rivolgermi a sette-otto artisti di altissimo livello e di tutto il mondo, a cominciare dall’Africa. E dare loro come spunto i primi undici capitoli della Genesi perché lì si trovano già tutti i temi fondamentali: la creazione, il male, la coppia, l’amore, la violenza familiare e sociale, la decreazione e la rovina...».
Il lupo, evidentemente, non perde né il pelo né il vizio. Il cristianesimo infatti, fin dalle origini, più che rivoluzionare la vita degli esseri umani, “presidiò” i momenti topici della loro vita: la nascita, la vita, l’amore, la malattia e la morte divennero “il pane” per i denti del cristianesimo. Vennero costruiti apparati simbolici, liturgici, rituali e agiografici. Fu cambiata persino la misurazione del tempo: dall’origine del mondo si passò alla natività del Cristo. Fu inventato un tempo “ante” e un tempo “post”. L’inizio, il cardine del tempo, divenne la nascita di Gesù: quel dio incarnato che era morto e risorto per noi esseri umani, tutti uguali perché tutti peccatori. E ogni cosa, valore, affetto subì un ribaltamento, una trasfigurazione: la fiducia divenne fede, la malattia divenne male, la morte divenne la vera vita, e così via.
Ripercorriamo i passaggi fondamentali.

La nascita
Il cristianesimo è la religione del peccato originale che rende, ancor prima di essere nati, “non umani”. La nascita infatti, sino alla somministrazione del rito del battesimo, per il cristiano è un fatto meramente biologico. Nasciamo tutti uguali, tutti peccatori, è il battesimo a renderci “umani”. Bene dice Ezechiele: «Vi prenderò di mezzo alle genti... Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli io vi purificherò; vi darò un cuore nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne». È il battesimo che regala l’anima all’uomo e che lo include nella comunitas christiana immettendolo in un preciso percorso di “redenzione”.

La vita
E' un dono di Dio. Solo lui te la dà, ed è “umana” solo se c’è l’anima nel corpo. Il problema quindi fu quello di capire se l’anima preesistesse al corpo o lo animasse successivamente. Vi fu un primo cristianesimo, ancora aristotelico, nel quale si teorizzava un’evoluzione progressiva dell’embrione, caratterizzata da un primo stadio vegetale, un secondo stadio legato al nascere delle sensazioni e uno finale, nel quale compariva l’anima razionale. Ancora sant’Agostino (354-430 d.C.) sosteneva l’animazione successiva al concepimento. Il soffio dell’anima entrava nell’embrione maschio al 40° giorno dalla fecondazione, e in quello femminile al 90°. E così San Tommaso (1225-1274 d.C.): «Dio introduce l’anima razionale solo quando il feto è un corpo già formato». Tre secoli dopo il vento girò, quando Thomas Fyens, medico e filosofo di Lovanio (1567-1631) negò la teoria aristotelica dei tre stadi sostenendo che l’anima razionale veniva infusa da Dio non oltre il terzo giorno dal concepimento. L’anima, dunque, preesisteva al corpo. Questa tesi portò a conseguenze estreme, come quella del 1658 di procedere al battesimo obbligatorio di tutti i feti abortivi, trasformati a quel punto in homines dubii. Il Sant’Uffizio con Innocenzo XI (1676) stabilì che il concepito doveva essere considerato “persona” fin dal primo momento. L’idea “cristiana”, da sempre e per sempre, di uomo e di vita è di un essere sub (o non) umano (non possiamo dire animale, perché gli animali non hanno il peccato originale), malvagio perché peccatore, salvato solo dalla discesa dell’anima, dono di Dio che lo rende umano.

L’amore
Forse il capitolo più doloroso, se pensiamo a cosa ha fatto il cristianesimo all’amore, alla sessualità, alle donne, osservatorio privilegiato dei crimini commessi dal cristianesimo. Le radici più profonde dell’ideologia dell’inferiorità della donna sono già nella Bibbia, con la storia della “costola”: Eva non è diversa, è parte dell’uomo. E, cosa ben più grave, è responsabile della cacciata dall’Eden, colpevole di quel “peccato originale” che divenne perno fondante del cristianesimo. La costruzione di una discriminazione/distruzione esercitata sulle donne passa, ancor prima che nei fatti, nello stesso lessico. In particolare nei Vangeli, quando si descrivono gli stati emotivi delle donne, il latino traduce in senso peggiorativo termini e verbi a loro riferiti. Ciò è dovuto al fatto che la percezione patristica della donna rispondeva ai criteri abitudinari della società classica e di quella giudaica: la donna era e rimaneva un essere inferiore, perché più lontana dal modello divino. Con Paolo di Tarso questa concezione venne portata all’estremo. Eva, e con lei tutto il femminile, diviene l’autentica ianua diaboli, la porta attraverso cui il male fa irruzione nel mondo. Non molto tempo fa Adriano Prosperi scriveva: «Il corpo della donna resta ancora per questa Chiesa un contenitore passivo di seme maschile, un condotto di nascite obbligatorie, segnato dal marchio biblico della maternità come sofferenza». La sessualità fu relegata alla sola “riproduzione biologica” e ingabbiata in un rigidissimo concetto di famiglia. E l’amore divenne, nel migliore dei casi, carità e assistenza. Quella dei preti buoni che accolgono e consolano.

La malattia
“La” novità del cristianesimo fu proprio la resurrezione. A partire da quella di Cristo. Con essa si superava il problema annoso della morte, o meglio, della paura della morte. Perché nel cristianesimo, unico caso, la resurrezione avviene nello spirito e nella carne. Una delle conseguenze più evidenti di questa novità fu quella di bloccare, per secoli, qualsiasi intervento medico sul corpo. Autopsie vietate, lo studio della medicina ostracizzato, il medico, i suoi obiettivi e le sue procedure (ottenere la guarigione con una serie ordinata di atti terapeutici) impediti. Il corpo per secoli non si toccò nel nome di una possibile resurrezione. Venne stravolta la concezione di malattia, trasformata in male, che non ha possibilità di cura. Il male viene da fuori, è una punizione, o meglio, è la “giusta correzione” di Dio. Il malato diviene un “esempio” per gli altri e la malattia/male, oltre a essere per tutti “un avvertimento dell’infermità umana” e della caducità del corpo, viene inserita in un percorso tutto religioso, non fatto di diagnosi e ricerca della cura ma di pentimento e redenzione. Viene teorizzata una vera e propria pedagogia della sofferenza: il malato deve divenire consapevole gestore della propria salvezza spirituale accettando in silenzio la malattia/male. «Se ami ciò che Dio fa, amerai anche la sferza della disciplina con cui Dio ti percuote. Sei stato colpito dal flagello di Dio? Sei travagliato dalla tosse? Ti manca il respiro? Lo stomaco rifiuta il cibo? Sei consumato dalla tisi? Sei straziato dalla dissenteria? Sei tormentato da ogni sorta di malattia? Bada: anche questi, se sei avveduto, sono doni di Dio. Non disprezzare figlio la correzione del padre. Non vi è figlio che il padre non castighi» (Agli Ebrei, 12.5). A tanta sofferenza il cristianesimo offrì un’unica grande consolazione/soluzione: il miracolo. E una schiera di esecutori: i martiri e i santi. Il fedele non poteva guarire ma poteva ricevere il “miracolo”, che divenne l’arma più forte del cristianesimo, la più spettacolare. I miracoli erano la manifestazione somma della misericordia e della potenza di Dio. «Io, il Signore, sono colui che ti guarisce» (Esodo, 15.26). E la vita, bisogna ricordarlo sempre, è sofferenza. Addirittura «la virtù si perfeziona nell’infermità» (Seconda lettera ai Corinzi, 12.9). Ancora oggi il cardinal Ruini candidamente afferma che: «Una cultura in cui il dolore non ha senso, la sofferenza viene negata, la morte emarginata, non può comprendere il cristianesimo. Che resta pur sempre la religione della croce».

La morte
La più forte delle idee del cristianesimo. Perché se la vita è un dono, lo è anche la morte. Dio ci regala la vita e ci regala la morte, che altro non è che la “porta” d’accesso alla vita “vera” del cristiano, quella nel Regno dei cieli. Pensate che sollievo davanti a povertà, epidemie, invasioni. Tanta morte e tanta paura della morte vengono battute da un’idea duplice: la resurrezione e il Regno dei cieli. E la creazione di un esercito di morti speciali, i santi, di cui si adorano e conservano i “corpi” morti, i cadaveri. Il morto “santo” è incorruttibile e profuma. Ed è proprio su questi “morti eccezionali”, come definisce Peter Brown i santi, che si edifica la Chiesa. Il primo martire del cristianesimo è proprio Gesù e sul suo esempio la Chiesa costruirà la sua armata di morti santi o santi morti. Di cui si trafugano i resti sacri, le reliquie e si festeggia l’anniversario della dipartita come loro dies natalis, giorno della nascita alla vera vita, la vita eterna. La morte dunque non è la fine di niente, tanto meno della vita. Anzi, per il cristiano è nascita a vera vita. E vale per tutti, perché per tutti “è aperto il Regno dei cieli”.

5.2.10

La rivolta di Albert Camus.

Poco più di cinquant'anni fa, il 4 gennaio 1960, moriva in un incidente d'auto Albert Camus, l'autore de La peste, l'intransigente avversario di ogni totalitarismo. Aveva 46 anni e solo tre anni prima aveva vinto il Nobel per la letteratura. In Francia Sarkozy vorrebbe trasferirne nel Pantheon le spoglie. Sperava di poterlo fare il 4 gennaio, ma gli è andata male. Uno dei figli vi si è opposto, teme una gigantesca strumentalizzazione. Poche le celebrazioni sui giornali e nell'editoria . Paolo Flores D'Arcais ha mandato alle stampe per l'editrice Codice un libretto dal titolo L'assurdo e la rivolta. Albert Camus filosofo del finito. Dell'opera e dell'attività intellettuale di Camus Flores esamina peculiarmente l'aspetto politico, in particolare la critica energica ed impietosa di una democrazia parlamentare che è sempre più "formale" e sempre più esclude i cittadini e dei partiti politici che la sorreggono, apparati di potere per il potere. Contro di essi si erge il motto dello scrittore "Solitaire-Solidaire", emblema di un agire politico che valorizza la politica dei non politici e che si dà come scopo quello di atti e scelte che giorno dopo giorno riescano a "diminuire aritmeticamente il dolore del mondo". Per sollecitare una riflessione più organizzata, colloco qui lo splendido incipit de L'uomo in rivolta e un brano dal libro di Flores D'arcais.


Un no che è anche un sì
Che cos’è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no.
Ma se rifiuta, non rinuncia tuttavia: è anche un uomo che dice di sì, fin dal suo primo muoversi. Uno schiavo che in tutta la sua vita ha ricevuto ordini, giudica ad un tratto inaccettabile un nuovo comando. Qual è il contenuto di questo “no”? Significa, per esempio, “le cose hanno durato troppo”, “fin qui sì, al di là no”, “vai troppo in là” e anche “c’è un limite oltre il quale non andrai”. Insomma questo no afferma l’esistenza di una frontiera.
Si ritrova la stessa idea del limite nell’impressione dell’uomo in rivolta che l’altro “esageri”, che estenda il suo diritto al di là di un confine oltre io quale un altro diritto gli fa fronte e lo limita. Così, il movimento di rivolta poggia, ad un tempo, sul rifiuto categorico di un’intrusione giudicata intollerabile e sulla certezza confusa di un buon diritto, o più esattamente sull’impressione, nell’insorto, di avere il “diritto di…”.
Non esiste rivolta senza la sensazione d’avere in qualche modo, e da qualche parte, ragione. Appunto in questo lo schiavo in rivolta dice ad un tempo di sì e di no. Egli afferma, insieme alla frontiera, tutto ciò che avverte e vuol preservare al di qua della frontiera. Dimostra, con caparbietà, che c’è in lui qualche cosa per cui “vale la pena di…”, qualche cosa che richiede attenzione. In certo modo, oppone all’ordine che l’opprime una specie di diritto a non essere oppresso al di là di quanto egli possa ammettere. (da Albert Camus - L'uomo in rivolta)


Un uomo di verità

Il pensiero di Camus e il suo agire politico sono tra i più coerenti del nostro tempo.

Camus non è stato mai uomo del “giusto mezzo”, uomo di mediazione tra “opposti estremismi”, uomo di “moderazione”. Anzi, e al contrario, ha cercato di essere un uomo di verità, sempre e senza riguardi per messuno.

Camus è stato uno dei più grandi intellettuali tra quelli che si sono impegnati nella lotta antitotalitaria. E questo senza mai utilizzare la lotta contro il totalitarismo come un alibi per sottrarsi alla critica radicale della società nella quale viveva. Camus ha addirittura rovesciato l’argomento che il comunismo occidentale (in Francia come in Italia) utilizzava per delegittimare e bloccare in anticipo ogni critica dell’Urss in quanto totalitarismo realizzato. La logica di questo argomento è nota: non si deve parlare di quello che succede davvero in Urss, non si devono chiamare le cose con il loro nome, perché altrimenti si fa un regalo alla borghesia reazionaria e, come si diceva un tempo “si toglie la speranza a Billancourt” (si toglie la speranza agli operai sfruttati). Camus demolisce questo argomento sbagliato sostenendo addirittura che se non si è totalmente antitotalitari, dunque radicalmente critici verso le società che si pretendono socialiste, si finisce proprio, malgrado ogni apparente paradosso, per fare un regalo all’establishment. Scrive infatti: “Il giorno in cui la liberazione del lavoratore è accompagnata da luridi processi farsa, e una donna porta in tribunale i suoi figli per subissare di accuse il loro padre e chiedere per lui una punizione esemplare, quel giorno l’avidità e la viltà della società borghese rischiano d’impallidire, e la società della sfruttamento riesce a perpetuarsi non più in forza delle sue virtù ormai scomparse, ma grazie ai vizi impressionanti della società rivoluzionaria”.

Infine: Camus non vuole rappresentare una sorta di “terza via” tra un socialismo che non è socialista – come ripeterà infinite volte – e un liberalismo americano che non è affatto liberale. La sua è una concezione della politica che rifiuta i realismi e non ha paura di far riferimento ai grandi valori (libertà, giustizia, lotta contro la menzogna), ma che con un’azione coerente cerca di restituire a queste parole – troppo spesso logorate e troppo spesso utilizzate in modo ipocrita - il loro significato più semplice e autentico. (da Paolo Flores D'Arcais - L'assurdo e la rivolta. Albert Camus filosofo del finito)

Pillitteri insulta Di Pietro: agente segreto e doppiogiochista.

Il cognato di Bettino Craxi, l'ex sindaco di Milano Paolo Pillitteri, ha preso spunto dalla foto di Di Pietro e Contrada pubblicata dal Corsera, per un articoletto sull'ex magistrato oggi capo dell'Italia dei Valori. Lo ha pubblicato sul quotidiano semiclandestino, "L'opinione".
La foto è, con tutta evidenza, un falso scoop: Di Pietro non aveva mai negato di conoscere Contrada, al tempo dirigente di primo piano della Polizia di Stato, e di avere avuto con costui frequentazioni di lavoro. Ma l'articolo del famoso cognato lascia pensare che sia stato proprio il celebre inquisitore di "Mani pulite" ad "incastrare" il poliziotto. Contro Di Pietro, infatti, Pillitteri scatena un vasto repertorio di accuse che vanno dall'infiltrato al doppiogiochista, dall'agente segreto al burattino. La mia impressione è che Pillitteri non volesse fermarsi lì e che volentieri avrebbe apostrofato il populista molisano con gli epiteti di "sbirro" e di "infame". Qualcuno o qualcosa deve averlo fermato.


L'eroe di una falsa rivoluzione

(un articolo di Paolo Pillitteri da "L'opinione", 5 febbraio 2010)

La famosa fotografia in prima pagina sul "Corrierone" non è la semplice istantanea di una cena conviviale: è un racconto, una narrazione, una storia che, da sola, illumina la vicenda che va sotto il nome di "Mani pulite", la falsa rivoluzione incarnata dall'eroico Pm (delle manette).

Costui ha sempre avuto intorno a sé, sull'abbrivio dell'inchiesta che si giovava di un impressionante fuoco di sbarramento mediatico giudiziario a proprio favore, un doppio alone: dell'eroe chiamato a fare pulizia e del personaggio ambiguo e doppiogiochista con tendenze ai giochi sporchi e con dietro qualche burattinaio.

Per questo la fotografia del "Corriere" parla da sola e racconta il doppio Di Pietro, il Pm amico degli agenti segreti italiani e americani in una comunità d'intenti, al di là della cena, che manifesta una comune professione da nascondere.

Troppe volte il Pm ha dato più che l'impressione, la certezza di comportarsi come un agente, non della Ps, ma di qualche Servizio Segreto sia nei suoi viaggi all'estero, sia nelle sue frequentazioni, sia nel fare "bassi" servizi per qualcuno sotto il sole dei Tropici sia nei diversi comportamenti in quella che "dopo" chiamò sprezzantemente Milano da bere, ma che "prima" amava frequentare, ne conosceva la piacevole way of life con tanto di fringe benefits, ne praticava i vizi e le virtù.

Tecnicamente: faceva l'amicone in un gruppo di persone per infiltrarsi, frequentandoli in cene conviviali, in salotti, a casa sua ecc. Dopodichè cominciava a prender le "misure per qualcuno", un lavoro che comprendeva la richiesta di favori, di case, di introduzioni, di segnalazioni e promozioni di amici importanti nel settore dei Servizi Segreti (erano il suo debole) che, talvolta, avevano come contropartita delle problematiche connesse all'ambito giudiziario.

La sua disponibilità esprimeva una spergiurata lealtà che menti un po' più raffinate avrebbero catalogato sotto la voce: falsi d'autori, e, del resto, l'agente infiltrato sorprende e colpisce proprio quelli che ha fatto diventare amici in virtù di un'arte affabulatoria funzionale a scambi vicendevoli, ma anche a tradimenti repentini, trasformando gli amici in vittime, quando accorgersene è troppo tardi.

Diventato l'eroe manettifero col coro assordante dei mozzorecchi, proclamava di non guardare in faccia a nessuno perchè applicava la legge. Mentiva: perchè alcuni furono dannati da lui, altri salvati. Per questo fallì "Mani pulite". Quanto alla legge, aveva certamente il potere di applicarla, ma arbitrariamente, il che terrorizzava tutti, compresi certi giudici.

Che miracoli può fare l'amore di un poeta! Il furto della Gioconda e il tradimento di Picasso.


Il 21 agosto del 1911 dal Louvre portano via La Gioconda. La polizia si dà un gran da fare. Il 29 agosto un tale Gery-Pieret, avventuriero belga, confessa sul “Paris-Journal” di aver rubato tre statuette al grande museo parigino. Due – dice – non le ha più, la terza la restituisce tramite il giornale, che accompagna la rivelazione e la notizia della riconsegna con un editoriale di fuoco sulla pessima sorveglianza del grande museo parigino. La riconsegna e la confessione del furto rendono al ladro una cifra assai modesta, 250 franchi.
Chi aveva le altre due statuette era Picasso. Gery-Pieret glielo aveva presentato Guillaume Apollinaire, che lo aveva avuto anche come segretario. Con l'intermediazione del poeta Picasso aveva comprato le statuette, due teste di origine iberica, nel 1907, per soli 50 franchi. A quanto scrive Blaise Cendrars tutto era nato per scommessa: il ladro belga aveva nascosto il maltolto sotto il paletot e, andando via, aveva addirittura stretto la mano alle guardie del museo.
Qualche tempo dopo Apollinaire aveva tentato di convincere Picasso a restituire le teste. Invano, ché Picasso se n’era invaghito al punto da usarle come fonte di ispirazione per un quadro celeberrimo, le Demoiselles d’Avignon.
Dopo la restituzione della terza statuetta rubata, Picasso e Apollinaire si sentivano in pericolo. Cendrars racconterà del vano tentativo del pittore e di sua moglie Fernande di liberarsi delle teste, gettandole nella Senna dentro una valigia. Non ci riescono, presi da una sorta di terrore. Useranno anche loro il “Paris-Journal” come tramite per la restituzione. Il quotidiano ne ricaverà uno scoop, garantendo in cambio il silenzio.
Ma non per questo le indagini si fermano e il 7 di settembre in casa Apollinaire arriva la polizia. Vengono ad arrestare il poeta, per ricettazione. Il giorno dopo il giudice istruttore convoca Picasso e gli spiega che un amico poeta lo ha in qualche modo tirato in ballo. Pablo trema di paura, teme che lo caccino dalla Francia. Dice: “Non conosco poeti”. Il magistrato non deflette, organizza un confronto, ma il pittore finge di non conoscere l’amico: “Non ho mai visto questo signore”.
Apollinaire resta in carcere, alla Santé. Il poeta, figlio illegittimo di una baronessa polacca, di francese ha (forse) il padre, ma non la cittadinanza, ed è noto per le sue operette anticonformiste. La stampa xenofoba e nazionalista pertanto esulta. Il giornale “L’Oeuvre” scrive infatti:

Uno dei ladri del Louvre, il segretario del pornografo ebreo, o polacco che sia, è un belga. Quando si sapranno tutti i particolari su questa banda si saprà che è composta da stranieri o meticci.
Apollinaire verrà liberato qualche giorno dopo e prosciolto nel gennaio del 1912. La Gioconda sarà ritrovata solo nel 1913. Il furto era opera di un italiano che aveva lavorato al Louvre, tal Vincenzo Perugia (o Peruggia) che, dopo aver tenuto nascosto il dipinto a lungo, lo consegnò per la restituzione a un antiquario fiorentino. Diceva di aver compiuto il furto per spirito nazionale. Aveva “liberato l’opera dalla prigione del Louvre” e le aveva fatto respirare un po’ di aria patria, in Italia.
Ad Apollinaire rimase un grande cruccio per il tradimento di Picasso e non è escluso che nel 1914 sia corso ad arruolarsi nell’esercito francese per riscattarsi dalla disavventura.
A cagione dell’arresto e delle accuse era stato lasciato anche dalla benpensante e infedele fidanzata, la pittrice Marie Laurencin. Ne traccerà un malizioso ritratto nel suo programmatico romanzo (Il poeta assassinato), indicandola con lo pseudonimo di Tristouse Ballerinette:

Ero una sconosciuta – pensava – e Cronamantial mi ha reso celebre in tutto il mondo. Tutti mi trovavano brutta per la mia magrezza, per la bocca enorme, i denti storti, la faccia asimmetrica, il naso trasversale. Ed ecco che sono diventata bella. Me lo dicono tutti gli uomini. Mi prendevano in giro per la mia andatura scattante, da maschiaccio, per i gomiti appuntiti che quando cammino paiono zampe di gallina. Adesso mi trovano così graziosa che altre donne mi imitano. Che miracoli sa fare l’amore di un poeta.

4.2.10

Innocenza. Un ricordo-racconto dell'infanzia.

Questo ricordo-racconto dell'infanzia, se non ricordo male, l'ho scritto nel 1978. E' inedito.


Innocenza

E’ trubbu, nella parlata girgentana, la creta d’argilla e il vocabolo si lega a trubbulu, torbido. Era, il trubbu, un nostro innocente gioco infantile e aveva certamente un fondo torbido. Torbida è l’innocenza.

Trubbu, poi, ricorda tubbu, tubo, e un tubo c’era nel nostro gioco; non si toccava e non si vedeva, neppure la nostra fervida immaginazione riusciva a collocarlo in un luogo preciso, e tuttavia c’era, nella sua ambigua simbologia erotica. Il tubo è rigido, lungo, ben tornito, ma è anche cavo, profondo, oscuro. Non a caso il gioco si svolgeva la domenica mattina nel letto di mamma.

Penetravamo nell’incavo delle coperte e, ficcati lì sotto, con pazienza si scavava fino a squarciare i rimbocchi da ogni lato e a farne scomparire le tracce. Poi, sepolti in quella cavernosa montagna di coltri e lenzuola, lungo le linee diagonali del letto ci scontravamo e ci scornavamo, fino a farci male. Una volta, nella foga della battaglia, capitò un incidente: Vittorio batté la fronte sullo spigolo della trabacca e dovettero dargli tre punti di sutura; io finii con la testa dentro l’orinale pieno. A lui rimase il vanto dello sfregio, a me tutto il disonore.

Dopo la colazione, non so per quali vie, il gioco si trasferiva sul pianerottolo della scala. C’era come una feritoia lunga e stretta, senza vetri, solo due barre di ferro verticali. Da lì si scorgeva una porzione di strada, si vedeva passare la gente, qualche lambretta, rarissime automobili. Ogni tanto arrivava il pallone di un mio cugino, che giocava nello spiazzo vicino, si sentivano le grida e gli armeggi di Senzaligna che, tutti i giorni, sabato, domenica e feste comandate, aggiustava biciclette. Quasi a voler ampliare la nostra visuale, vorrei dire il nostro possesso, talvolta con arnesi appropriati, un martello, più spesso con qualsiasi oggetto pesante che ci capitasse tra le mani, sasso, tenaglia, batticarne, demolivamo pezzetti di muro e allargavamo la feritoia. C’era tutto in quel gioco: l’amore e la guerra, la gara e il lavoro, il letto e il mondo.

Barzellette sovietiche (da "Lavoratori di tutto il mondo, ridete" di Moni Ovadia)


Nel 2007 Moni Ovadia pubblicò per Einaudi sotto il titolo Lavoratori di tutto il mondo, ridete le barzellette sovietiche che aveva pazientemente ricercato e raccolto per anni, barzellette nate nell'Urss e nel mondo comunista nel corso dei suoi 70 anni di vita che ne smontano la propaganda e la retorica. Alcune valgono come documento storico, se non addirittura archeologico, altre fanno tuttora ridere, adattabili come sono ad altri soggetti, ad altre latitudini, ad altre ideologie.


Anniversario

In occasione dell'anniversario della Rivoluzione d'Ottobre, in un villaggio si tiene una riunione del Soviet locale, il cui presidente prende la parola. "Cari compagni, guardate quante strepitose conquiste ha ottenuto il nostro partito dopo la rivoluzione. Per esempio ecco davati a noi Marja. Chi era prima? Una contadina analfabeta, con un solo vestito e senza scarpe. Adesso è un esempio di lavoratrice della mungitura, nota in tutta la regione. E guardate Ivan Andreev. Era il più povero del villaggio: non aveva cavalli, non aveva mucche, non aveva neanche un'oca. Ora guida un trattore e ha due paia di scarpe. E guardarte Semen Alekseevic. Cos'era costui? Un orrendo teppista, un ubriacone schifoso, uno sporco fannullone. E adesso guardatelo: è il segretario del partito".


Stalin 1

Stalin ha ricevuto la delegazione delle Repubblche caucasiche dell'Unione sovietica. Congedati i delegati cerca la pipa per farsi una fumata, ma non riesce a trovarla. Alza il telefono, chiama Berija, il capo del Kgb, e gli dice: "Laurent Pavlovic, non trovo più la mia pipa. Fate qualcosa". Il giorno dopo Stalin richiama Berija e gli dice: "Laurent Pavlovic, mi dispiace avervi disturbato, ma stamattina, aprendo un cassetto della mia scrivania, ho trovato la pipa". E Berija, con tono di rincrescimento: "Che peccato, compagno Iosif Vissarionovic, avevo già arrestato venti persone e tutte avevano confessato".

Stalin 2
Stalin convoca il compagno Karl Bernardovic Radek e gli dice: "So che mettete in giro storielle su di me. Ciò è intollerabile". "E perchè?". "Come perchè? Io sono il grande leader, maestro e fratello di tutti i popoli". "Ah, no, compagno Stalin - dice Radek - questa non l'ho messa in giro io".


Botta e risposta
"Andrà sempre peggio" - grida il pessimista. "Non può andare peggio" - risponde l'ottimista.

Breznev 1

Dopo aver tenuto un discorso ai quadri del partito, Leonid Breznev si infuria con il compagno che gli prepara i discorsi. "Compagno, vi avevo chiesto un discorso di 15 minuti e invece è durato un'ora. Il compagno si giustifica: "Be', Leonid Ilijc, io del discorso ve ne ho dato 4 copie".

Breznev 2
Leonid Ilijc Breznev tiene un discorso di saluto agli atleti del mondo che partecipano alle Olimpiadi di Mosca nel 1980: "O... O...O...O...O...". L'assistente gli sussurra: "Compagno Leonid Ilijc, quelli sono gli anelli olimpici... Il testo è un po' più in basso".

Breznev 3
Breznev chiama un gruppo di cosmonauti sovietici e dice loro in un tono serio e compreso: "Compagni astronauti, gli americani sono sbarcati sulla Luna. Non possiamo permetterci un simile smacco. Abbiamo deciso che voi prenderete parte a una missione per sbarcare sul sole". Terrorizzati, i cosmonauti rispondono: "Ma, compagno Leonid Ilijc, se andremo sul sole, ci carbonizzeremo". "Non preoccupatevi - dice serio Breznev - il partito ha pensato a tutto. Sbarcherete di notte".

Adamo ed Eva
Di che nazionalità erano Adamo ed Eva? Quasi sicuramente sovietici. Solo i sovietici possono camminare a piedi nudi, le chiappe nude, senza un tetto sopra la testa, avendo da mangiare solo una mela in due e continuare a gridare che vivono in Paradiso.

3.2.10

Il nucleare in Sicilia. Il gioco delle parti.

L'Arcivescovo che non sa
La seconda settimana di gennaio due articoli, uno di Elio Di Bella sul settimanale "Grandangolo" (La Chiesa agrigentina ama il nucleare?), l'altro di Gerlando Gandolfo sul giornale online "Agrigentoweb" (Perché mons. Montenegro?) denunciavano l'inserimento in allegato al settimanale della diocesi di Agrigento "L'amico del Popolo" di un inserto redazionale dal titolo Energie per il futuro, in realtà un opuscolo in appoggio al nucleare. I due articoli esprimevano stupore e disagio per quello che pensavano essere un orientamento pronucleare della Curia, che coinvolgeva anche il vescovo Montenegro. La diffusione dell'inserto appariva ancora più discutibile in un momento in cui il governo prospetta la costruzione di una centrale nucleare a Palma di Montechiaro, a 20 kilometri da Agrigento.
Su "Agrigentoweb" si è potuta leggere la pronta replica di Carmelo Petrone, il prete che dirige "L'amico del popolo" che così, più o meno, rispondeva: "Quando mai? Il mio settimanale non è la voce ufficiale del Vescovo, ma l'aspressione del pluralismo ecclesiale. Il Vescovo non c'entra, non ha mai preso posizione a favore nucleare. Il giornale che dirigo, quando ha parlato della costruenda centrale ha espresso forti dubbi e dissensi". Le affermazioni di Di Bella ("la Chiesa diventa il primo sponsor della centrale nucleare") e di Gandolfo ("l'opuscolo è una sorta di benedizione della Chiesa agrigentina, con in testa il suo Pastore") sarebbero pertanto "gratuite e prive di fondamento", fondate su "personalissime deduzioni", e assurda sarebbe "la pretesa, addirittura, di coinvolgere nella vicenda l'Arcivescovo". Come mai, allora, allegato al giornale, che va nelle case dei fedeli, c'era il contestato opuscolo? Niente di strano, spiega Petrone: "L'opuscolo è uscito contemporaneamente in tutta Italia allegato ai giornali della Fisc (Federazione italiana dei settimanali cattolici), come contributo all'informazione. Il committente è esterno la MAB.q, e per di più dichiarava di voler lasciare al lettore il giudizio sul ritorno al nucleare". Con questi giri di parole il prete giornalista lascia intendere che si tratta di pubblicità, più o meno mascherata, e non del punto di vista della Curia, del Vescovo o del giornale. La MAb.q, infatti, pur proclamandosi "secondo la tradizione celtica la regina delle fate", è una società che fa promozione e organizza eventi; alla pubblicazione dell'opuscoletto devono aver contribuito il governo e/o le società interessate al nucleare.
Gandolfo e Di Bella non se la sono tenuta e hanno replicato, il primo su "Agrigentoweb", il secondo su un'altra testata online "AgrigentOggi". Al Petrone hanno detto, grosso modo: "Non fare il finto tonto". "AgrigentOggi" il 18 gennaio premette alla replica di Di Bella una nota redazionale in cui tra l'altro si legge: "L’Arcivescovo che per puro caso abbiamo incontrato stamattina, ha ribadito che non era a conoscenza dell’inserimento dell’opuscolo all’interno del settimanale". Risposta classica e classicamente agrigentina: "Nenti sacciu".



Il vicerè combattivo



Un paio di giorni dopo sulla centrale di Palma di Montechiaro si pronuncia l'Assemblea regionale siciliana votando unanime un ordine del giorno contrario al nucleare lì e in tutta l'isola. La prima firma è di un deputato regionale (così si chiamano in Sicilia i membri dell'Assemblea legislativa) del Pdl ufficiale, quello di Berlusconi e di Alfano: Nino Bosco. L'uomo pare fortemente motivato e si produce in dichiarazioni assai combattive:"Ci opponiamo alla possibilità che la città di Palma di Montechiaro possa essere candidabile quale sede per una centrale. Siamo impegnati a salvaguardare la nostra Regione, nella particolare fattispecie la provincia di Agrigento, da un ennesimo tentativo di scaricare in Sicilia i rischi di un intervento gravato da costi ambientali altissimi, di sicuro nocumento per tutta la nostra comunità". Aggiunge: "Tutti sanno che in primavera si avvieranno i lavori per la costruzione del rigassificatore di Porto Empedocle. Questa infrastruttura, ritengo che esaurisca ampiamente il contributo di una provincia martoriata, come quella agrigentina, verso l'intera comunità nazionale".
Tutta la vicenda, a questo punto, finisce con il ricordarci il titolo di una commedia dell'agrigentino Pirandello, una delle più significative, se non delle più belle: Il gioco delle parti. Ci pare proprio un gioco di ruolio quello in cui mentre la Fisc (in altri termini la Cei) diffonde pubblicità filonucleare l'arcivescovo Montenegro dichiara di non sapere nulla, quello in cui, mentre Alfano a Roma sostiene lealmente la politica energetica del governo Belusconi il suo vicerè ad Agrigento, Bosco, si opponga al nucleare.
Abbiamo letto che, in una affollatissima assemblea organizzata dal Comune di Palma di Montechiaro, è stato votato un forte e motivato documento antinucleare. Vi si valorizzavano le prese di posizione dell'Ars. E' una cosa ben fatta: nel momento in cui si inizia la lotta bisogna cercare tutte le possibili solidarietà. Ma i cittadini di Palma di Montechiaro e tutti i siciliani contrari a far diventare l'isola una pattumiera atomica faranno altrettanto bene a non fidarsi troppo di boschi e di arcivescovi e, nella difficile lotta che si prospetta, a contare soprattutto sulle proprie forze.

Palestina e Israele. Foto di Tano D'amico.

Dal blog di un grande fotografo (e grande compagno) Tano D'Amico ( http://altronline.it/tano) ho riprodotto alcune immagini dalla Palestina e da Israele.

Madri al campo di Deisha
Gerusalemme: la fontana dei mamelucchi
Ragazzi che rialzano gli alberi abbattuti
Ebron
La bandiera di Palestina

2.2.10

Anarchia feudale ad Agrigento. L'Angelino incoronato, le camarille e le cosche.


Nella città dei Templi si stampa settimanalmente un foglio, "Grandangolo", diretto da Franco Castaldo, che si proclama "Il giornale di Agrigento". Ne ho comprato una copia per capire di che cosa si tratti. Si tratta del numero 3, datato sabato 16 gennaio. La più importante chiave di lettura del giornale e della sua complessiva impostazione la offre il fondo di prima pagina, incarcerato ed evidenziato da uno sfondo verdino, dal titolo I dolori del giovane Angelino.
L'Angelino di cui si parla è il ministro Alfano, l'agrigentino più potente, almeno in apparenza. "Grandangolo" esordisce, tuttavia, con l'affermazione che per lui "non è un buon momento politico". Le radici di questa sfavorevole congiuntura non starebbero nè nella "prescrizione breve" nè nella situazione carceraria, quanto nell'insidiosa guerra intrapresa da Gianfranco Miccichè con il suo Pdl Sicilia contro i colonnelli alfaniani nell'isola e nelle crepe che già adesso l'ascesa del suo concittadino Cimino alla vicepresidenza della Regione avrebbe aperto nel suo sistema di potere.
L'articolo racconta di malumori sempre più diffusi "dentro la base elettorale e dei capopopolo", parla dei "troppi amici e parenti collocati in posti ambiti", delle lamentele tra consiglieri comunali e provinciali per incarichi "finiti nelle mani di chi con il Pdl rapporti non ha", delle pretese dei "deputati regionali, nazionali ed europei ... investiti da sovrumani poteri (sempre Angelino)".
"Grandangolo" esemplifica raccontando gli altalenanti rapporti tra il ministro e il sindaco di Agrigento, Zambuto. Forse i non agrigentini (e persino qualche agrigentino) non ricordano la storia di costui, davvero divertente, quasi da spiscio. Io la farò corta. Zambuto era uomo di Cuffaro, che, a sua volta, al momento del voto comunale agrigentino era presidente della Regione e stretto alleato di Forza Italia. I berlusconidi pretesero la sindacatura, ma Zambuto si tirò fuori dall'accordo. Vinse le elezioni come candidato di una lista civica e del centrosinistra, anche grazie al voto disgiunto di non pochi cuffariani. Una volta eletto lasciò passare un annetto e tornò a destra, lasciando gli alleati di centro-sinistra in mezzo a una strada. Diceva di farlo per Agrigento: "Solo Berlusconi può salvarci". Cercò un collegamento proprio con Alfano, ma per i problemi del Comune - raccontano su "Grandangolo" - ha dovuto bussare ad altre porte. Si aspettava almeno gratitudine; e invece ha appreso che a guidare il Pdl locale per conto di Alfano non sarebbe stato lui, ma un deputato regionale, tal Nino Bosco.
Per "Grandangolo", insomma, dopo "l'incoronazione politica di Silvio Berlusconi", Alfano avrebbe fatto "troppe rinunce ad esercitare sul territorio il potere che ne discende" e adesso sarebbe costretto a correre ai ripari "per il bene di tutti: Agrigento, la politica, i bisogni della gente e lo stesso Angelino".
L'articolo è di per sè preoccupante: vi si parla di incoronazioni, di investiture, di capibastone (pardon capiopopolo), di amicizie e parentele. Ne esce l'immagine di una società feudale ove il notabile di peso, che ha ricevuto cariche e remunerazioni, ha il compito di garantire al sovrano la fedeltà delle clientele locali, i cui conflitti deve gestire senza troppi malumori.
Se leggiamo il resto del giornale la preoccupazione aumenta. In prima pagina c'è un articolo contro il consigliere comunale, storico dirigente di Lega Ambiente, Giuseppe Arnone, dal titolo Peppe A.: prove di ricatto ai magistrati. E' un attacco personale violento, in cui lo si accusa di essere, per motivi e rapporti oscuri, una specie di calunniatore di professione e di minacciare la magistratura che lo avrebbe incriminato per diffamazione. Il pezzo è pieno di allusioni e obliqui riferimenti , incomprensibili non solo per me che, pur nato nell'agrigentino, so poco di quel che vi accade nel sottosuolo, ma probabilmente anche per tanti che, vivendovi, non appartengono alla consorteria che lega politicanti, burocrati e affaristi nella gestione del potere locale. Non saprei dire perciò se l'Arnone, un tempo protagonista di epiche ed encomiabili battaglie contro l'abusivismo, sia da allora così profondamente mutato o se sia vittima di un killeraggio mediatico in stile mafioso. Ad Arnone e all'imprenditore Miccichè, un tempo nemico e oggi amico dell'esponente ambientalista, proprietario di Teleacras, è dedicata gran parte della pagina 2. A pagina 4 si può leggere un altra sparata dal titolo: Arnone: c'è o ci marcia? La firma, nella qualità di Presidente di un Comitato Legalità e Trasparenza, l'avvocato Salvatore Patti. Vi si racconta una complicatissima storia di presunte intimidazioni, di presunte estorsioni, in cui "il cattivo" è sempre Arnone.
Le cronache mafio-giudiziarie occupano quel che resta della pagina 2 e l'intera pagina 3. Sono basate su atti processuali. A pagina 2 un pentito, tal Rizzuto, deponendo a Milano sembra ridimensionare le responsabilità di un tal Sala e di un tal Davilla. "Grandangolo" ci costruisce il titolo, Rizzuto: "Sala e Davilla non fanno parte della famiglia mafiosa". A pagina tre c'è una selezione delle dichiarazioni del pentito Giuffrè su tangenti e appalti. E' piena di nomi. Ho netta la sensazione che la scelta non sia innocente.
Concludo che, se l'editoriale-appello, diretto ad Alfano, segnalava una regressione dalla politica all'omaggio vassallatico, l'intero di "Grandangolo" mette in luce una sorta di anarchia feudale, una guerra senza quartiere e senza regole, senza moralità e senza eroismi, in cui si usano le armi più proibite e inquinanti, e a cui partecipano clientele, camarille, caste e, soprattutto, cosche.

Il Duce e la Croce


Il 31 ottobre 1926 a Bologna, mentre in automobile, tra due ali di folla plaudente, transitava da piazza del Nettuno per inaugurare lo stadio Littorio, Mussolini fu colpito da un colpo di pistola che gli lacerò la giacca. Il presunto colpevole, un giovane anarchico non ancora sedicenne, Anteo Zamboni, fermato dall’ufficiale di fanteria Carlo Alberto Pasolini (padre del più noto Pier Paolo), fu linciato sul posto dagli squadristi bolognesi di Leandro Arpinati.
Sulla sua effettiva colpevolezza rimangono tuttora ampi margini di dubbio. Ernesto Rossi (Il manganello e l’aspersorio) ed altri storici hanno riportato la voce, al tempo ampiamente diffusa, che l’attentato fosse stato organizzato da Farinacci o da altri gerarchi e che i loro scherani avrebbero linciato sul posto il malcapitato ragazzino per stornare i sospetti.
Due anni dopo fu celebrato dal Tribunale speciale uno dei suoi processi più ignominiosi, contro il padre e una zia di Anteo Zamboni, condannati a vent’anni di carcere senza alcuna prova. Negli atti istruttori di quel processo (vedi Il Tribunale Speciale di Cesare Rossi) si può leggere la dichiarazione di Mussolini, secondo il quale l’attentatore, che egli aveva con nettezza distinto, era “un giovane di media statura, vestito di chiaro, con un cappello floscio che, superati i cordoni, aveva fatto un passo verso la vettura”. Il ragazzo linciato invece era vestito di scuro, con la camicia nera e – a sentire altri testimoni - aveva sparato da dietro il cordone dei militari.
Certo è che Mussolini e i suoi usarono l’attentato per accelerare la costruzione del Regime con l’istituzione del Tribunale speciale e la soppressione delle residue libertà.
Curiosa la reazione del giornale ufficiale del Vaticano, l’“Osservatore romano”. Il due novembre pubblicò una cronaca dove non si usò una riga per condannare il linciaggio, che intanto “Il popolo d’Italia”, il giornale del Duce, aveva definito “la forma più salutare di vendetta”. L’articolo del quotidiano delle curia non si limitava peraltro ad esprimere i sentimenti di esecrazione “del Santo Padre e dell’episcopato italiano” verso l’attentato, ma anche la “viva e lieta riconoscenza verso la Divina Bontà che aveva provveduto a renderlo vano”: “Il popolo vi ha scorto la mano del cielo e ha reso unanime grazie al Signore”.
Il giornale si spingeva oltre: “L’attentato alla vita di chi ne regge le sorti, colpirebbe oltre alla sua persona tutto il popolo italiano”. Si tratta solo di un esempio della valanga di attestati di ammirazione verso il Duce da parte della gerarchia cattolica, nel tempo in cui insieme alle Leggi speciali si preparava il Concordato tra Stato e Chiesa.
Pio XI, papa Ratti, aggiunse al tutto una nota personale il 20 dicembre, nel corso di una allocuzione concistoriale. Ricordando “la tempesta di indignazione, di orrore per l’insano attentato alla vita dell’uomo, il quale con tanta energia governava le sorti del Paese da far giustamente ritenere periclitare il Paese stesso ogni qualvolta periclita la sua persona”, parlò di “quasi visibile intervento della Divina Provvidenza”.
Intanto, ai primi di novembre, si era celebrata la ricollocazione in Colosseo di una grande e pesante croce all’uopo restaurata. La rievoca un volantino (di cui il presente post contiene copia) ripreso da un recente libro dell’antropologa Clara Gallini (Il ritorno delle croci, Manifestolibri), che era stato stampato per l'occasione e mostra Mussolini mentre saluta romanamente il crocifisso.
Il testo così recita:
LA CROCE che i passati Governi bandirono dalle scuole e dagli ospedali, togliendo così ai nostri Figli il culto della fede e ai morenti l’ultimo conforto fu per volere del DUCE ricollocata nelle aule e nelle doloranti corsie ed è oggi trionfalmente riportata nel Colosseo di dove cinquantaquattro anni or sono era stata rimossa. La domenica VII Novembre MCMXXVI una devota moltitudine di popolo si [parola incomprensibile] nel vetusto anfiteatro per rendere grazie alla CROCE che aveva pochi giorni avanti salvata all’Italia la preziosa esistenza del DUCE invitto. Un pio sacerdote, dopo il solenne Te Deum, pronunciava fra la più intensa commozione del popolo nobili e sante e patriottiche parole, così concludendo: LA CROCE CHE IL NOSTRO DUCE ONORA ED ESALTA È QUELLA CHE LO PROTEGGE ”.
Il prete, evidentemente, si riferiva al fallito attentato. Ma ancora più significativo mi pare l’accenno del volantino al fatto che i crocifissi erano stati in precedenza rimossi da aule ed ospedali, contrariamente alla vulgata che circola attualmente, interessata a mettere in rilievo la continuità di quella presenza.

1.2.10

"E gli anni passano" (quattro racconti di vita di Liliana Genovese)


Liliana Genovese è mia madre. E gli anni passano è il titolo, ricavato dal verso di una canzonetta degli anni 50, che ha scelto per raccogliere in un volumetto i suoi racconti di vita. Uno dei miei fratelli lo ha messo insieme per amici e parenti corredandolo con qualche foto. Il mio, pertanto, non è un giudizio imparziale. Ma sono convinto che i testi della Genovese, delicati, ingenui ed ironici, siano assai belli e che la loro lettura potrebbe dare gioia a molte persone. Ancora più gioia ha dato, a quanti ne hanno avuto il privilegio, ascoltarne la lettura dalla sua voce. E' una raccontatrice nata, ha la gioia del narrare, a voce e per iscritto, e, se i lettori restano ad oggi pochi, non le sono mai mancati ascoltatori esigenti ed entusiasti, primi fra tutti i 12 nipoti. Le due femmine, oggi apprezzate donne di scienza in campi assai diversi, dicono che la loro vita sarebbe assai più povera e fredda senza le storie, i racconti di vita e le favole della nonna Liliana. Ho pertanto buone ragioni per sperare in una accoglienza affettuosa e in un gradimento dei testi da parte dei ventiquattro frequentatori di questo blog.

*

Fratello e sorella

29 luglio 1947. Ho immagini molto sfocate del mio matrimonio, però ricordo molto bene la sera prima che avvenisse. La mia casa era completamente trasformata. La camera da letto dei miei nonni, attigua al salotto, sembrava una chiesa. La mia madrina Clementina, sorella di padre Muratore, aveva fatto lì un altare bellissimo, c’era perfino l’organo e le sedie: si sarebbe svolto in casa il mio matrimonio.

In quel periodo si usava così nelle famiglie che se lo potevano permettere. La mattina il mio fidanzato era andato a Caltanissetta a prendere tutti i vestiti che mi aveva fatto confezionare da una bravissima sarta, la Capizzi, così si chiamava. Il mio abito da sposa si poteva immaginare solo nelle favole e c’erano tutti gli accessori che servivano. L’usanza del paese era che il fidanzato vestisse di tutto punto la fidanzata. Io non riuscivo a credere che tutto ciò fosse reale.

La sera vennero a trovarmi le mie amiche. In casa era un viavai di persone, parenti, e a tutti si offrivano dolci. Di cosa avvenne l’indomani non so raccontare niente. La cerimonia, le persone che intervennero, non me le ricordo. So solo che, quando apparvi al braccio di mio padre, il mio fidanzato aveva gli occhi pieni di lacrime.

Erano le quattro del pomeriggio quando mi tolsero l’abito bianco e indossai un vestito da viaggio. Era di lino celeste scuro, la giacca aveva le tasche tutte lavorate a punto inglese traforato, la camicetta sotto era senza maniche con un gran collo anch’esso ricamato. La gonna era lunghetta, scarpe e borsa di cuoio chiaro. Partimmo sul calesse con due cavalli e l’ombrellino, tra i baci e i saluti di tutti. I miei genitori non mi fecero alcun discorso. Arrivati che fummo alla stazione prendemmo il treno che portava a Palermo. Io purtroppo non potevo sopportare i grandi viaggi, mi veniva il mal d’auto. In treno era un po’ meglio e avevamo deciso di fermarci in quella città. Con la testa mi appoggiavo alla spalla di mio marito e fu così che arrivammo. Siamo andati all’Hotel del Sole (mi pare che si chiamasse così), con la tessera che diceva “coniugata”.

Che dirvi? Per mio marito ero una persona preziosa, credeva che potessi rompermi o scomparire da un momento all’altro. Siamo stati assieme 56 anni.

Palermo è una città splendida. Io c’ero stata da signorina, ma da sposata era tutt’altra cosa. C’era in quel periodo la Stagione Lirica all’aperto. Non ne abbiamo persa una di opera. A mattina ci svegliavamo e cantavamo i vari pezzi che avevamo sentito e che ci erano piaciuti. La sera alla Sirenetta, a Mondello. Giravamo per i negozi. Insomma tutto era bellissimo, mi ero perfino un po’ ingrassata.

Ma tutte le cose finiscono, si doveva tornare al paese, dove avevamo arredato un bell’appartamento e io dovevo occuparmi di tutto. Quando arrivammo, salutai i miei genitori, i miei fratelli, i miei nonni e fu come se io arrivassi dall’America, tanto mi erano mancati ed io ero mancata a loro. Mia suocera c’invitò a pranzo, pollo ruspante ripieno; a pensarci riesco a risentirne il sapore.

Il pomeriggio andavo da mia madre e poi da mia suocera, mi davo da fare a fare la signora. In quel tempo non c’erano i telefoni in casa; io avevo una ragazza che mi aiutava nelle cure domestiche e scrivevo bigliettini che mandavo a mia madre: “Come si fa questo? come quell’altra cosa?”.

Il tempo passava. Un giorno che mi trovavo in casa dai miei, una parente mi si avvicinò e, con fare confidenziale, cominciò a farmi delle domande: mi piaceva mio marito? stavo bene con lui? “Raccontami – mi diceva – voglio sapere tutto”. Oggi le ragazze parlano con molta disinvoltura, non ci sono tabù, io invece mi sentivo terribilmente a disagio. Ho pensato un poco e poi, con voce sicura, ho detto: “Ma che vuoi sapere? Io e mio marito siamo come fratello e sorella”. E lei ad insistere: “Fratello e sorella?”. “Certo”- risposi - e di quest’argomento non voglio più parlarne”. Ma invece se ne parlò eccome…

La tipa andò da mia madre e cominciò a dire che mi avevano rovinato: un uomo che si comportava come un fratello che uomo era? Bisognava approfondire, parlare con me, forse magari fare annullare il matrimonio dalla Sacra Rota.

Mia madre cadeva dalle nuvole. Pensava: se era vero, perché confidarmi con una estranea e non con lei? Che forse non mi avrebbe capita? I miei avevano sotto casa un magazzino e in un angolo c’era un forno a legna. Mia madre stava facendo le focacce e il parlare di quella cornacchia l’aveva fatta impallidire, ma era nell’impossibilità di dire qualcosa. Erano le quattro del pomeriggio, era l’estate di san Martino, il sole di novembre era caldo, ma il vento piacevole e fresco. Mia madre non stette a pensarci neppure un momento, me la vidi arrivare con il fiatone, tanta era la fretta di parlare con me. In quei giorni, non so perché, ma avevo sempre la nausea e, qualsiasi cosa mangiassi, mi veniva da vomitare, stavo proprio male. Quando vidi mia madre la gioia fu grande: lei sapeva i rimedi per tutte le cose e bastava vederla perché io mi sentissi meglio.

“Cara – mi disse – stai tranquilla, questi malori vengono quando si aspetta un bambino”. Mi coccolò, mi fece distendere e mi preparò l’allorata (come diceva lei), mi disse che dovevo essere felice, come era felice lei di diventare nonna: “La maternità è l’evento più bello nella vita di una donna”. Andò via leggera come una piuma. Cara mamma mia.

*

Latte e biscotti

Era l’anno del Signore 1961. Era un venerdì di febbraio, pioveva e il vento soffiava forte. Finalmente il dolore era passato. Erano le sette del mattino ed io stavo immobile nel letto per fare in modo che non potesse tornare. Soffrivo da alcuni anni perché avevo dei calcoli nella cistifellea e, quando si muovevano, mi provocavano delle coliche. Ma adesso aspettavo il mio quarto bambino e quei disturbi erano molto frequenti.

Mio marito stava accanto a me e, guardandolo dolcemente, gli dicevo: “Lillo, ti ricordi l’anno scorso?”.

“L’anno scorso!? E che è successo?”

“Ti ricordi quanto ti volevo bene?”.

“E ora?”.

“Che c’entra? Si parlava dell’anno passato”.

Sorrideva e rideva il mio amatissimo marito. E, quando cominciava a vestirsi, io continuavo: “Lillo, non davanti a una signora” — Lui voltava la testa di qua e di là — “E dov’è la signora? dov’è?”.

Ma non c’era molto da scherzare, io stavo molto male e mio marito era preoccupato. Eravamo stati da diversi specialisti, ma i pareri non erano tutti uguali. Chi diceva “si deve operare”, chi no (“il bambino ne potrebbe risentire”). Ma mio marito non si fermava. A Palermo c’erano il professore Turchetti, clinico, e il professore Latteri, chirurgo, due luminari; sicuramente avrebbero fatto la diagnosi giusta. Avevamo una Fiat 1100 special, e una mattina si partì. Io mi sentivo come Anita Garibaldi colpita dalla malattia, che seguiva il suo uomo e non era in grado di pensare.

Arrivati che fummo, andammo prima alla clinica privata di Latteri. La visita era prenotata e ci ricevette presto. “La signora si deve operare, e subito”. Ce ne andammo dal prof. Turchetti e quello disse, sebbene non fosse un chirurgo, che la cistifellea doveva essere tolta”.

Fu stabilito il giorno dell’operazione. Mio marito aveva grande fiducia, dal momento che “due menti capitali” come Turchetti e Latteri avevano detto sì.

I miei figli sarebbero rimasti da mia suocera e mia mamma sarebbe venuta con me. Ma la mattina in cui si doveva partire mio figlio Salvatore aveva la febbre a 39. La mia dolce suocera disse che era un segno del destino: bisognava rimandare. Partimmo per Palermo 8 giorni dopo.

La clinica privata era bella; oltre alla stanza avevamo un bagno personale, un altro piccolo locale e una terrazza. Un giorno di digiuno e l’indomani pronta per i ferri.

“Meno male che è capitato a me.” — dicevo con grande incoscienza — Se fosse toccato a qualcuno dei miei avrei sofferto troppo”.

Mio marito mi raccontò che, quando il Prof. Latteri era uscito dalla sala operatoria, sembrava un macellaio, tanto era sporco di sangue. “Tutto a posto – aveva detto – la signora si rimetterà e potrà cominciare una nuova vita”. Quando mi svegliai, attorno a me, mia madre e mio marito piangevano.

Passò il primo giorno. Non avevo un filo di grasso e perciò il taglio cominciava a rimarginarsi. Il chirurgo guardando diceva “che bella ferita!”. Il giorno appresso domandai se per caso non avessero dimenticato di portarmi la colazione. “Stia tranquilla - mi disse Latteri – domani mangerà latte e biscotti”.

L’indomani si presentò l’infermiera e mi chiese se avevo dormito bene.

“Certo” – risposi.

“Per la colazione dovrà ancora aspettare”.

“No – dissi - vada a prendere un po’ di latte e qualche altra cosa. Me l’ha detto il professore”.

Avevo mangiato e finalmente mi sentivo a posto.

Verso le 11 c’era la visita del Prof. Latteri col seguito di medici. Quando mi vide, disse che tutto andava per il meglio e che l’indomani avrei certamente mangiato qualcosa.

“Io l’ho già fatto” – risposi.

Successe il finimondo. Dicevano che ero in pericolo. Medici, infermieri, flebo, tutti addosso a me. Chi mi aveva portato la colazione senza il permesso? L’unica colpevole ero io.

Ma il cielo aiuta le persone ingenue e io me la sono cavata solo con la protezione degli Angeli. Qualche mese dopo è nato Cesare. Bello e sano.

*

Il sacrificio

Anno del Signore 1940. L’Italia era entrata in guerra. Eravamo a Petralia Sottana e nella nostra famiglia nulla era cambiato. La nostra cerchia familiare era abbastanza ristretta: mio nonno era anziano, mio padre maresciallo dei carabinieri, mio fratello Cesare, il più grande di noi, aveva tredici anni. Così nessun soldato in partenza. Ricordo l’entusiasmo delle mie compagne ed amiche: chi il padre, chi il fratello, chi lo zio, qualche cognato, e ognuna di loro parlava della grande esperienza che avrebbero fatto i loro cari per l’onore della patria.

Già la partenza aveva il potere di emozionarmi fino alle lacrime. Mi raccontavano del treno che si muoveva, dei fazzoletti sventolati, di questi giovani baldi che sicuramente sarebbero diventati eroi. Io piangevo, la mia nonna mi consolava e mi diceva che ero fortunata. Ma per me non era così. Nella mia famiglia la radio era un elemento importantissimo; si ascoltavano i giornali radio, poi trasmettevano un programma con le canzoni di guerra. “Caro papà – faceva una – ti scrive la mia mano, quasi mi trema, lo comprendi tu. Son tanti giorni che mi stai lontano, e dove vivi non lo dici più”. Mi commuovevo e non riuscivo più a cantare.

Io e il mio diletto fratello Gigi amavamo molto la musica, bastava che sentissimo una canzone e subito dopo ne imparavamo musica e parole. Ma quelle del regime ci affascinavano. Le conoscevamo tutte; e anche ora le ricordo alla perfezione. Mia nonna era la signora della radio (così la chiamava mio nonno) e, ricordando quel periodo, mi viene in mente che questi nonni così particolari ci hanno trasmesso l’amore per tutte le cose. Mio padre era l’autorità, ma i nostri problemi solo il nonno li comprendeva.

La guerra che doveva essere lampo invece durava e faceva morti. Si parlava di autarchia, c’erano le tessere per prelevare zucchero, pasta, farina e anche le stoffe non si potevano comprare a volontà. Mia nonna rivoltava i cappotti, da un lenzuolo di lino faceva per me e mia sorella vestiti da sogno, con quattro grandi fazzoletti faceva dei capolavori e nessuno indovinava da dove venissero quei colori e quei modelli che la nonna inventava.

Venivano in casa nostra a fare visite le mogli dei subalterni; quella del brigadiere, poi, era un’amica carissima di mia madre. Un giorno venne a trovarci piangente e si chiuse in una camera con mia madre. Noi ascoltavamo da dietro la porta. Diceva : “Se n’è andato. Non torna più, me lo ha detto, e se fa qualche sciocchezza, mi aiuti il signore… Io non so dove trovarlo. La prego, venga con me, può darsi che lo troviamo”.

Il grande cuore di mia mamma non resse a tanto dolore. Improvvisamente si alzò e andò a sistemarsi: “Venga, signora, usciamo”.

Mia madre disse che sarebbero tornate subito e che noi intanto potevamo fare un disegno. Passarono le ore e non si vedeva nessuno. Finalmente la porta si aprì ed entrarono il brigadiere, la moglie e mia madre. Lo avevano trovato e ora si trattava solo di mettere un po’ di pace. Si chiusero in salotto e la signora gridava: “Io non lo voglio, non mi capisce, non so più da che verso prenderlo”.

Allora mi venne una grande idea. Se non lo voleva nessuno, il poveretto, me lo sarei preso io il caro brigadiere. Entrai là dove c’erano i grandi e con molta serietà dissi: “Me lo prendo io!”.

“Chi?” – chiesero.

“Il brigadiere”

Non capii perché tutti ridevano e poi si abbracciavano.

*

L’infermiere

Si era nell’anno del Signore 1998.

La primavera era arrivata con tutti i colori della natura e con i profumi dei fiori, ma la mia famiglia era in una grande angoscia. Mio marito (buonanima) soffriva da sempre di stitichezza, ma da un po’ di tempo le cose erano peggiorate. Pillole, supposte, sciroppi non servivano a niente. Lui stava a letto smaniando e soffrendo.

Al nostro medico curante venne una grande idea: perché non fare un clistere? Bisognava cercare un infermiere, ma noi eravamo fortunati, avendo a Licata una nostra parente medico. Alla telefonata rispose subito: “Che problema c’è? Manderò io un infermiere di Licata e voi non dovrete pensare a niente. Arriverà con tutti gli attrezzi adeguati”. Parlammo all’ammalato con le dovute cautele, preparandolo bene anche mentalmente.

Il giorno tanto atteso finalmente era arrivato. In casa c’era fermento, mio marito attendeva con ansia il momento della liberazione. Il telefono suonò: “Sono l’infermiere. Sono davanti al distributore di benzina. Che faccio?”. Rispondemmo: “Il distributore è proprio di fronte a casa nostra. Guardi su e ci vedrà”. Intanto mio marito, da immobile che era prima, ora saltava da una finestra all’altra. Io, al balcone, vedendo un uomo e credendo che fosse lui, gli gridai a voce alta: “E’ lei l’infermiere del clistere?”. Quel maleducato mi fece un gestaccio e io chiusi il balcone.

Ma tutte le cose hanno una fine e quell’infermiere intelligente trovò la nostra casa. Finito che fu l’intervento, eravamo tutti molto sollevati. Il poveruomo ci salutò e cominciò a scendere le scale. Ma risalì tutto agitato: “Non trovo la chiave della macchina. Come parto?”. Allora tutti alla ricerca della chiave, io non intendevo tenermelo in casa.

Si era nella camera da letto, ma non si trovava niente. “Avete una stanza da pranzo?”. E tutti a cercare. Bagni, uno, due, e tutti appreso a lui. Salotto, altre stanze, ma invano, la chiave non c’era. Posata su una sedia c’era una giacca. L’uomo guardò nelle tasche. “Eccola dove si era nascosta”.

Un sospiro di sollievo: era finita l’attesa. Ai saluti mi guardai bene dal dire arrivederci. Lui cominciava a scendere le scale, quando mia nuora Mariella gridò: “Fermatelo! Non fatelo andare via!”.

Che era successo? Si era presa la giacca nuova di mio marito ed aveva lasciato la sua, quella da cui aveva tirato fuori la chiave. Risalì, mi porse la giacca di Lillo e addolorato mi disse: “Sa, signora, è la prima volta che mi prendo una giacca come questa”.

Tre poesie di Sandro Penna


*
Era la mia città, la città vuota
all'alba piena di un mio desiderio.
Ma il mio canto d'amore, il mio più vero
era per gli altri una canzone ignota.
Da Poesie Inedite (1927-1955)

*
Felice è stata oggi la mia casa.
Cani giovani e belli l'hanno invasa.
Ogni cosa hanno messo a soqquadro
di loro a me lasciando il più bel quadro.
Da Poesie inedite (1927-1955)

*
Entro l'azzurro intenso di un meriggio d'estate
denso è il fogliame e assorto sotto il lucido sole.
Tutto è maturo e pieno. Non sono minacciate
le cose. E nondimeno, lontano come il sole,
e vicino, in sé vive - di sé solo - il mio amore.
Da Appunti (1938-1949)

La poesia del lunedì. Alejandra Pizarnik.

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Non è la poesia della tua assenza,

solo un disegno, una crepa in un muro,

un che d'amaro, qualcosa nel vento.


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