7.3.10

I re sono nudi.


Sul supplemento culturale de “La Stampa”, “Tuttolibri” del 20 febbraio scorso Marco Aime cura una piccola bibliografia sul tema dell’integrazione. Tra i libri che presenta mi incuriosiscono di più quello di Giuseppe Caliceti, Italiani, per esempio. L’Italia vista dai bambini immigrati (Feltrinelli) e quello di Davide Zoletto Il gioco duro dell’integrazione. L’intercultura sui campi da gioco (Cortina). Dall’uno e dall’altro il recensore cita testimonianze di bambini immigrati. Le frasi riportate mi fanno venire in mente Sklowskij e Andersen. Del grande formalista russo ho in particolare presente la “mossa del cavallo”, tipica dei grandi letterati che non rappresentano la realtà frontalmente, appiattendola, ma come il cavallo degli scacchi l’avvicinano con il caratteristico movimento a L che consente di percepirne e restituirne lo spessore. Ed ho presente lo “straniamento”, la tecnica letteraria che consiste nell’osservare le cose più ordinarie da un punto di vista assolutamente insolito e che potenzia le capacità conoscitive della letteratura. L’Andersen che mi torna alla memoria è il grande favolista danese, quello de I vestiti dell’imperatore, in cui il bambino proclama quello che tutti vedono e fingono di non vedere perfino con sé stessi: “Il re è nudo”.
Dal combinato disposto del candore infantile e del punto di vista inusuale arrivano frasi come queste:
“Qui in Italia gli italiani sono molti, ma vicino a casa mia non ne vedo nessuno” (Iruwa, 6 anni, originario della Costa d’Avorio).
“Io ho capito che se tu impari a giocare e a sapere di calcio è più facile che i bambini in Italia sono miei amici perché in Italia parlano tutti sempre del calcio” (Tong, 8 anni, bambino cinese).
“Per me l’Italia è proprio come io mi ero immaginato. Infatti è piena di cose bellissime, ma anche di tanta spazzatura” (Azizi, originario del Senegal).
“In Italia ci sono due re: un re è Berlusconi, l’altro re è il Papa. Berlusconi comanda l’Italia, il Papa comanda gli italiani” (Lili, bambina cinese).
“Sono bassi, simpatici, allegri, sempre alla moda. Gli italiani assomigliano agli albanesi” (Vera, bambina albanese di 9 anni).
“Io sono nata a Montecchio, però mio papà e mia mamma sono albanesi, anch’io allora sono albanese. Io ho fatto l’asilo qui, la scuola qui. Io vorrei chiedere al maestro due cose. La prima cosa è questa: io sono italiana, albanese o tutti e due? La seconda: ma io sono immigrata o no?” (11 anni, il nome non è menzionato).

6.3.10

Frammenti di Raymond Smullyan. Tre aneddoti logico-matematici.

Raymond Smullyan è pianista, illusionista, matematico, filosofo. E' autore di una brillante autobiografia e di molti libri di logica e matematica creativa e ricreativa. Dalla sezione "Frammenti" di uno di essi, 5000 anni avanti Cristo e altre fantasie matematiche (Zanichelli 1987) sono tratti i tre brani qui sotto, di carattere aneddotico.
Molti anni fa Saul Gorn e io cenavamo a una tavola calda. Saul aveva appena terminato di mangiare quando un cameriere gli portò via il piatto al volo. "Ah!", esclamò Saul, "ho terminato appena in tempo".
***
Una cosa che mi ha sempre incuriosito è che molte persone di fede religiosa diano per scontato che Dio preferisca quelli che credono in lui. Non può darsi che il vero Dio sia un dio scientifico, poco disposto alla pazienza nei confronti di convincimenti basati sulla fede piuttosto che sulle prove?
***
A proposito di psichiatri, ho sentito una volta questo aneddoto su Freud. Qualcuno gli aveva chiesto: "Riterreste una persona responsabile di quel che sogna?". E Freud ribattè: "Chi altri riterreste responsabile".

OGM a Rai1: la realtà scompare, il ministro candidato è onnipresente.

E' sabato 6 marzo e sono le otto. Ho assistito qualche minuto fa a un brandello di trasmissione su Rai 1. Non so quale ne sia il titolo, ma era uno di quegli infernali programmi di chiacchiericcio spesso sguaiato dentro cui passano le ideologie della reazione. Il tema di stamani erano gli OGM in agricoltura che una recente deliberazione dell'Unione Europea obbligherebbe a liberalizzare anche in Italia. C'era una signora che rappresentava il "biotec" che parlava di un sondaggio, per cui due agricoltori su tre in Italia volentieri coltiverebbero il mais transgenico che, a suo dire, renderebbe 347 euri in più per ettaro. L'uomo della Coldiretti diceva: "I sondaggi lasciano il tempo che trovano. Gli agricoltori sono contrari. Lo lasci dire a noi che li rappresentiamo". A disgustare è l'approccio corporativo, l'idea che sulla questione debbano decidere i proprietari e gl'imprenditori agricoli e che tutti gli altri cittadini consumatori debbano subirne il responso. Ma c'è dell'altro: gli stessi agricoltori in carne ed ossa tendono a scomparire in questa strana democrazia dell'era berlusconiana, fondata sui sondaggi e sulle sigle.
Così per i contratti di lavoro. Prendi i meccanici. Dicono: ci sono tre sigle confederali su quattro che hanno firmato, c'è il sondaggio clandestino di Crespi che dà i favorevoli in lieve vantaggio, perchè la Cgil continua a proporre il referendum? Basta - aggiungono - con le assemblee, le discussioni, le votazioni tra gli operai per il loro contratto, sono solo una perdita di tempo; anzi basta con i contratti collettivi e basta con gli operai come esseri pensanti e deliberanti! Tutt'al più commissioneremo un sondaggio.
Così per gli OGM. Nessuna possibilità di esprimersi e decidere ai cittadini consumatori, come sarebbe giusto, e neppure ai soli agricoltori, come sarebbe sbagliato. Al massimo all'interno della corporazione si conteranno le sigle e si faranno sondaggi.
C'è un altro passaggio curioso nella trasmissione. Il tipo che la conduce commenta il breve filmato che illustra il problema. Dice: "Alcuni dicono che fanno male, altri che no. E' un problema scientifico. Meglio non discuterne, se no non ne veniamo a capo". Anche in questo caso studi, ricerche, argomentazioni passano in cavalleria. Tutto diventa opinione, cioè vacuo chiacchiericcio, a scapito della realtà.
In compenso in dieci minuti scarsi il "conducente" trova il modo di citare almeno dieci volte il ministro Zaia, che è contrario alla delibera europea. Lavora per la stessa Rai che ha deciso che non si fa "Anno zero" e non si fanno le altre trasmissioni di approfondimento politico; ma nelle trasmissioni di chiacchiericcio popolano Sposini può tranquillamente sponsorizzare i blitz antiimmigrati, le scuole confessionali e i crocifissi in tutti i luoghi pubblici. E quest'omino di Raiuno, di cui non conosco il nome, può tranquillamente fare campagna per Zaia, il quale non è solo ministro, ma anche candidato alla presidenza del Veneto. La legge non vale più quando si tratta dei signori della Lega e della destra.

5.3.10

Il poeta che ordinava ai lettori:"Non lasciatevi sedurre". Giuseppe Montesano su Bertolt Brecht.

Giuseppe Montesano è un narratore, soprattutto della sua Napoli, di cui ha raccontato le glorie e l'economia di rapina. Io ho letto, trovandolo bello, solo il romanzo Di questa vita menzognera. Ho visto che di quando in quando si occupa, pare con successo, di poeti e scrittori: ha al suo attivo un libro su Baudelaire e uno su Hesse. Cercando qualche approccio nuovo alla poesia di Brecht, mi sono imbattuto in questo suo pezzo per una pagina de "l'Unità" che il 14 agosto 2006 rievocava il poeta e drammaturgo tedesco a cinquant'anni dalla morte. Lo "posto" qui per averlo a portata di mano e per metterlo a disposizione dei visitatori. (S. L. L.)

Nessuno è come lui: a volte suscita antipatia già solo a vedere quella sua faccia ingenuamente furba e ancora più a leggere certe frasi da saccente propagandista; sembra consumato dall’uso, e dejà vu, come le città d’arte troppo fotografate dai turisti ebeti; infastidisce che un comunista convinto amasse fumare sigari avana e andare a letto con le sue attrici; si ricorda con voluttà che masse di fighetti radichic squittivano per il Brecht strehlirizzato e milvizzato, dimenticando i grandi Wedekind o Sternheim; e si ridacchia tra impietositi e supponenti sulla sua banalità di pensiero. E cosa ancora mancherebbe a un poeta per essere sepolto e dimenticato?

Eppure nessuno è come lui, non si può sbagliare, basta aprire e leggere, per esempio Contro la seduzione, nella versione di Franco Fortini: «Non vi fate sedurre: non esiste ritorno./Il giorno sta alle porte,/ già è qui vento di notte,/altro mattino non verrà.//Non vi lasciate illudere / che è poco, la vita./ Bevetela a gran sorsi,/non vi sarà bastata/quando dovrete perderla.//Non vi date conforto:/vi resta poco tempo./Chi è disfatto, marcisca./La vita è la più grande: nulla sarà più vostro.// Non vi fate sedurre/da schiavitù e da piaghe./Che cosa vi può ancora spaventare?/ Morite con tutte le bestie/e non c’è niente, dopo».

In tutto il ’900 nessun poeta ha questo tono, nessuno questa secca musica da allegra marcia funebre, nessuno questo miscuglio di sublime strozzato e di carne rotta che canta con e contro tutte le proprie fratture.

Ma di cosa parla davvero, il poeta Brecht? Come i pochissimi che hanno acceso la lirica a contatto con il suo contrario, Brecht non parla di niente che venga fuori dal meschino narcisismo dell’io, ma costringe uno sfrenato romanticismo a condensarsi in una stordente oggettività: e crea nei suoi momenti più alti una sorta di realtà suonata a tempo di allegro sfrenato inventata a partire dall’ombra, dalla notte, dal rovescio. Molti poeti moderni hanno tentato di far fluire nei loro versi il ritmo sghembo della poesia popolare, della canzone ebbramente lucida, teppisticamente raffinata: in nessuno l’incrocio tra l’azzoppato stridere di una fisarmonica immaginaria e la metrica di un Orazio cristallino è arrivato ai risultati del Brecht migliore.

Nello stupefacente Libro di devozioni domestiche, Brecht riuscì a mettere insieme la visionarietà che procede per analogie sconnesse e logicissime di Rimbaud e la feroce e tragica allegria di Villon, la salmodia biblica ridotta all’osso carnale e la canzonaccia da cabaret alla Wedekind, e spinse la poesia moderna a un bizzarro e insorpassabile crocevia dove «l’adultero miscuglio di tutto» già espressionista preconizzato da Corbière si metteva all’ascolto di una musica più segreta: «Essi fecero dei buchi nelle mie pareti/ e, di nuovo, sgusciarono via da me bestemmiando:/ dentro non c’era nulla se non spazio e silenzio… Rotolai sogghignando all’ingiù tra le case/ fuori all’aperto. Lieve e maestoso il vento/ora correva più rapido fra le mie pareti. /Nevicava ancora. In me ci pioveva dentro… Più debole delle nubi! Più leggero del vento!/ Non visibile! Leggero, abbrutito e maestoso come/ una poesia delle mie…». I nessi razionali sono manomessi dal giovane Brecht in modo subdolo, ma la sua tecnica di visione è simile a quella di Rimbaud: l’alternanza choccante, veloce e scorciata come nel montaggio di un film, tra l’astratto e il concreto; l’aggettivazione slegata anche solo di pochissimo dalla logica corrente; la costrizione imposta al linguaggio che è convenzionale di dire «altro» attraverso la sua stessa convenzionalità, spingendo i mozziconi di frasi fatte in un vortice di musica come in una giostrina da ironica Apocalisse. E questo letteralistico e ubriaco torcere il collo all’eloquenza, non verrà mai del tutto meno: neanche nel Brecht che mette in versi Il Capitale con eloquente e noiosa retorica o scrive lunghissime ballate dal ritmo da orologiaio sull’Armata Rossa o su qualunque cosa: perché in Brecht col tempo l’ironia era diventata non una forma retorica, ma un luogo segreto della visione, il luogo dove ogni cosa può essere letta al contrario.

Era forse questa dialettica ormai interiorizzata che attirò Walter Benjamin a trattare i testi «semplici» di Brecht come testi da decifrare, testi che non si esaurivano né con una lettura simbolica né con una lettura formale, ma avevano bisogno della capziosa interpretazione riservata ai testi sacri. Ma Brecht sfuggì persino alla presa di Benjamin, perché in lui ciò che alla fine diceva quello che le parole tacevano era una musica molto particolare, una disposizione sintattica

prossima alla prosa eppure vocale, canticchiata o cantata che fosse, una musica che a tratti si spingeva fuori dalla gabbia del tic-tac metronomico e riusciva a trovare un tono di canto parlato che nella versione di Fortini di Come schedarla, la piccola rosa, suona così: «Come schedarla, la piccola rosa./ Rosso viva improvvisa e giovane e vicina?/ Non eravamo venuti a cercarla./ Siamo venuti e c’era.// Nessuno l’aspettava prima che fosse qui./ Quando ci fu la credettero appena./Viene alla meta chi non è partito.../ Quasi sempre è così…», o come in Tempi duri: «Dalla mia scrivania/ vedo oltre la finestra in giardino il cespo di sambuco/ e vi riconosco qualcosa di rosso e qualcosa di nero/ e mi ricordo d’improvviso il sambuco/ della mia infanzia ad Augsburg.// Per qualche minuto considero/ in tutta serietà se debbo andare fino al tavolo/ a prendere i miei occhiali per vedere/ ancora le bacche nere sui rami rossi».

Questo cantare fatto di cose accostate quasi senza l’ausilio di legami era la lezione che Brecht aveva imparato dai poeti cinesi classici, un infinito rispetto per le cose che esistono e una attenzione sveglia, necessaria per accorgersi che esistono, lo stupore della realtà vista come per la prima volta. Ma questa sapienza estrema che non può essere detta se non nell’ellissi della poesia, in Brecht comunicava con una visione del mondo saccheggiato da una oppressione dell’uomo sull’uomo mai così capillare e interiorizzata, e proprio questa vicinanza con il suo rovescio dava alla sua poesia una estrema essenzialità: il ritornello variato all’infinito del «che tempi sono questi, quando/ discorrere d’alberi è quasi un delitto,/ perché su troppe stragi comporta silenzio» non smise di ossessionare Brecht, e lo sospinse a rendere conto della domanda più tagliente, quella sulla possibilità di fare l’amore con la lenta verità della poesia in tempi desiderosi solo della sveltina falsa dell’informazione.

La risposta fu brechtiana al massimo, perché non ci fu risposta: solo un continuo ricominciare della poesia da capo, un inventivo e insuperato sfregare alto e basso per far accendere di nuova fiamma i sensi morti, cercando di traghettare nel suo bateau ivre mascherato da scialuppa di salvataggio la sola merce che per lui contava: la vita individuale degli esseri e delle cose, il corpo e anima indissolubile in ognuno e in ognuno unico e irripetibile, e la certezza che l’ingiustizia fatta da mani umane può essere disfatta da altre mani umane. E forse, ma solo per chi fosse capace di scendere fino in fondo al buio dei tempi sempre difficili per chi sta dal lato dei sommersi, anche qualcosa di completamente diverso: «Spogliarsi di violenza,/ rendere bene per male…». Ironia dialettica o ultima rivolta possibile in vista dei disastri futuri?

Domenico di Guzman. Lettera ad Onorio III sulla crociata anticatara.


Se dobbiamo dar credito a Giuseppe Garibaldi che riporta il testo nel suo romanzo Clelia
( vedi http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2010/03/clelia-il-governo-dei-preti-un-romanzo.html ), questa terribile lettera di San Domenico, che egli desume da "La Favilla", un periodico di Mantova, era consigliata come lettura ai sacerdoti e fu addirittura inserita nel Breviario Romano approvato dal Concilio di Trento (pagina 498 sez. IV. Notturno II. edizione di Venezia anno 1740).
E' diretta al papa Onorio III e considerata dall'Eroe dei due Mondi "un ritratto ributtante ed orribile" che il santo di Guzman traccia di sè medesimo, soprattutto per la "crudeltà tanto freddamente calcolata da far inorridire". Anche a mio avviso il documento è terrificante, nè i genocidi del XX secolo attenuano l'impressione. (S.L.L.)

Pedro Barraguete Autodafè presieduto da San Domenico di Guzman, Museo del Prado
*********
Linguadoca, 7 Aprile 1217"Beatissimo Padre.
Con l'aiuto del Signore, io e miei compagni non cesseremo mai dallo sbarbicare dal campo della chiesa, quest'erba velenosa che merita il fuoco, prima in questa vita poi nell'altra.
E per consolare la santità vostra dalle cure gravissime dell'Apostolato le accennerò quel poco di bene che con l'aiuto di Dio abbiamo operato in queste infelici provincie tanto desolate dall'eresia. Affrancati dal duca di Monfort già trentasettemila di questi nemici della religione cattolica stanno a bruciare nelle fiamme dell'inferno, e così diradate le nuvole pare che il sole della retta fede cominci a risplendere in queste contrade. Tieni ben conto lettore di quell'aiuto di Dio ed aiuto del Signore che questi sacrilegi invocano ad ogni momento, facendo complice loro l'Onnipotente e l'infinito!
Il piissimo duca è tanto infervorato dallo zelo cattolico che, dovunque ha sentore si annidino di queste fiere, accorre colle sue truppe e dà loro la caccia. Essi o resistano o fuggano son sempre
raggiunti e puniti. Non si usa pietà ai corpi di gente che non ne usò alle anime fedeli, cui uccise col mortifero veleno dell'errore.
Egli li sottopone prima a tormenti per costringere la loro ostinazione a manifestare gli aderenti. È impossibile immaginare quanto lo spirito satanico s'impossessi di loro, e li renda fermi nella infernale impenitenza. Non si lasciano fuggire un accento dalla sacrilega bocca che il demonio chiude con una mano di ferro(82). Un vecchio, posto alla tortura, e quasi stritolato sotto ad una macina, rideva ed insultava i santi ministri, i quali gli ricordavano l'obbligo della fede.
Un'altra giovinetta di Belial, alla quale i soldati del Duca in punizione di aver alimentato le carni di un eretico strapparono dall'ossa con una tenaglia quelle carni maledette, sorrideva, metteva dentro le mani alle proprie piaghe e diceva di sentirne refrigerio; sicché i soldati a meglio refrigerarla seguirono per un'ora a rinnovarle quella consolazione senza poterla indurre a manifestare, dove fosse l'iniquo, che essa aveva albergato ed alimentato. I poveri soldati sono instancabili nell'opera della fede e la sera dopo la preghiera e dopo innumerevoli meriti acquistati, sono da me benedetti con la papale benedizione che V. S. mi concedette di largire nel suo nome santissimo.
Io crederei, Beatissimo Padre, che a rimunerare in qualche modo la fede ardente del sig. Duca, V. S. dovesse avere la benignità di conferire o a lui, o a suo fratello Don Rodrigo canonico della
cattedrale di Tolosa, la sacra porpora la quale egli si ha già acquistato con le sue escursioni tingendola nel sangue maledetto di quegli sciagurati.

Basta che in questi paesi si senta il suo nome perché gli eretici Albigesi tremino da capo a piedi. Il suo costume è di andare per le corte spacciando in un sol colpo i più arrabbiati. Quanti gliene capitano nelle mani costrìnge a professare la nostra fede con la formola ingiunta da V. S. Se ricusano, li fa battere ben bene mentre che si accende il rogo. Quindi interrogati se si sien pentiti ed ascoltato che no, conchiude: O credi o muori. Li mettono ad ardere a fuoco lento per dare loro tempo di pentirsi, e di meritare l'eterno perdono.
Alcuno di questi miserabili, benché assai raramente, sullo spirare ha dato segni di ritrattazione e di orrore della morte che meritamente subiva; ed io mi consolavo nel Signore osservando quegli atti che potevano essere indizio di pentimento. Quando più essi si dibattevano tanto più noi godevamo nella speranza che quelle brevi pene fruttassero loro il gaudio eterno, dove speriamo di trovarli salvi nel santo paradiso quando al Signore piacerà di chiamarci agli eterni riposi.
Intorno poi agli altri che furono sedotti, e perciò meno rei, non si costuma di condannarli subito ma per esercitare con essi quella carità, che il nostro Salvatore comanda, da principio si risparmia loro la vita ed invece si adoprano alcuni tormenti i quali per quanto siano gravi alla carne sono infinitamente più lievi degli altri riserbati allo spirito nelle fiamme eterne. Si adoprano rotelle, eculei, letti di ferro, stirature, tanaglie ed altre simili mortificazioni del corpo che secondo la legge del nostro Signor G. Cristo dev'essere macerato in terra per averlo glorioso nella vita eterna.
In altra mia mi farò un dovere di rallegrare il cuore della Santità Vostra, con più minuta narrazione di questa opera che il Signore si compiace di fare per nostro mezzo.
Intanto prostrato al sacro piede della S. V. imploro per me e per questi miei collaboratori e compagni, l'apostolica benedizione e mi dichiaro della S. V., Re dei Re e Pastore dei Pastori, l'ultimo dei servi e figli
DOMENICO GUSMAN

Clelia. Il governo dei preti. Un romanzo di Giuseppe Garibaldi.


Clelia o il governo dei preti è il romanzo che Giuseppe Garibaldi scrisse nel 1868, dopo Mentana.
D’impianto feuilletonistico, pieno di retorica romantica e patriottica, esso risente fortemente del tempo in cui fu scritto ed è dunque pervaso di giustificata acredine contro Napoleone III, ironicamente chiamato “l’uomo del 2 dicembre”, con riferimento al colpo di stato con il quale “il Piccolo” aveva tentato di imitare quello che in un celebre 18 brumaio (il 2 dicembre 1804) aveva fatto imperatore il più grande zio.
Il bersaglio principale del libro è, comunque, il “pretismo”. “In esso – aveva scritto Garibaldi – ho sempre creduto di trovare il puntello d’ogni dispotismo, d’ogni vizio, d’ogni corruzione”.
Il romanzo, ambientato nella Roma papalina contemporanea, ha un intreccio complicato in cui preti assassini e cardinali abortisti si alternano con briganti buoni, fanciulle insidiate, donne traviate e redente. Le situazioni estreme talora rappresentate condussero i primi editori inglesi (l’antibonapartismo e l’anticlericalismo impedirono di trovarne in Italia e in Francia prima del 1870) a mutare il titolo in Il governo del monaco, che richiamava Il monaco, un romanzo nero anticattolico di Matthew Gregory Lewis, grande successo editoriale del primo Ottocento britannico.
Garibaldi per primo doveva essere consapevole che nel suo libro la parte propriamente romanzesca, d’invenzione, era un po’ tirata via. Nella prefazione scrisse: “Circa alla parte romantica, se non fosse adorna della storica, in cui mi credo competente, e dal merito di svelare i vizi e le nefandezze del pretismo, io non avrei tediato il pubblico, nel secolo in cui scrivono romanzi i Manzoni, i Guerrazzi, i Victor Hugo”.
L’intenzione è, perciò, quasi esplicitamente didascalica: dentro il racconto si rintracciano in abbondanza motivi autobiografici, personaggi reali, tirate oratorie, proposte politiche. Insomma si tratta di un “manifesto”, una sorta di “Garibaldi illustrato al popolo da Garibaldi”.
Le ristampe italiane del romanzo sono poche e nessuna se ne rintraccia di grandi editori. Stranamente, ma non troppo. Non crediamo che la cosa dipenda dalla qualità letteraria dell’opera, decisamente scarsa, ma ampiamente compensata dall’interesse documentario.
La cagione è probabilmente altra: nel suo libro l’Eroe si spinge troppo avanti ed osa addirittura riportare per intero una lettera di san Domenico al papa che inneggia alla carneficina degli Albigesi. Francamente troppo per un paese come l’Italia ove, si sa, con i santi non si può scherzare. Il brano che qui riporto, dopo la prefazione in foto, è tratto dal capitolo 40 e riguarda le conseguenze negative del clericalismo. (S.L.L.)

La prava istituzione pretesca
Giuseppe Garibaldi
Anche nel matrimonio la prava istituzione pretesca semina e diffonde una diabolica influenza. Il morbo pretino, si sente in tutti i matrimoni dell'orbe in ragione diretta del numero di coloro che vengono congiunti da quegli esseri maleficamente parassiti. S'immagini poi quello che deve accadere in Roma, ove i preti, sono tanti, ricchi, sovrani, onnipossenti?
Ho già detto che Roma è la città del mondo che conta più nascite illegittime, e ciò deriva naturalmente dalla prostituzione delle nubili. Su questo dato, benché non pubblico nelle conseguenze, quale sarà la prostituzione nel matrimonio?
Tiriamo un velo sulle turpitudini e mi perdoni chi legge se per avventura lo scandalizzai. Ma quando penso ad un governo, che si disse riparatore e che per interesse e per compiacere ai libidinosi capricci di un despota s'inginocchia davanti a quel corrotto e corruttore fantoccio supplicandolo quasi di non disertare la terra che desolò per tanti secoli, il popolo grande che umiliò all'ultima delle degradazioni umane, allora non so frenarmi, e voi mi potete perdonare, potete concedermi uno sfogo di rammarico al pensiero delle miserie e delle vergogne del mio povero paese!
Pur mi si dirà: voi lamentate l'intervento dei preti e lo credete dannoso; ma fino a ieri, chi consacrava il matrimonio se non il prete, ed il prete esclusivamente?
Pur troppo è vero! La nascita e la morte, ogni più importante atto della vita, l'educazione della gioventù, tutto fu monopolio dei preti, perfino il mondo futuro che offrono agli altri, tenendosi caro per sé il presente.
Dacché la società umana ebbe impostori, sorsero preti, se già i primi non furono essi. Certo però i maggiori, i più astuti, i più fortunati impostori del genere umano furono sempre i preti. Più furbi degli alchimisti e dei ciarlatani essi posarono le basi della loro scienza in parte ov'era difficile che la luce giungesse a smascherarli.
L'alchimista cercò la formazione di pietre preziose e dell'oro con elementi di poco costo e morì, lasciando l'eredità del desiderio insoddisfatto accanto al vero tesoro delle esperienze, dalle quali partendo, i moderni chimici hanno fatto portenti.
I ciarlatani, spaccianti balsami ed elisiri miracolosi sono scomparsi, ma prepararono il posto all'utile e matematica chirurgia moderna.Il prete dura e il suo nebuloso edifizio continua a star ritto. Non monta che le antiche rivelazioni tentennino all'urto del senso comune; il prete dura benché i ciechi soltanto non s'accorgono che egli è il primo a farsi beffe delle favole che spaccia.
Vuol dire che il prete è più astuto d'ogni altro e che i non-sensi e le assurdità più grandi hanno il privilegio di una più tenace resistenza.
Non indignazione ma nausea mi sento veramente nel vedere i miei concittadini inginocchiarsi davanti a quei simulacri dell'impostura! davanti a quei detrattori di Dio!

Come schedarla, la piccola rosa. Una poesia di Bertolt Brecht tradotta da Franco Fortini.

Come schedarla, la piccola rosa

Come schedarla, la piccola rosa.

Rosso viva improvvisa e giovane e vicina?

Non eravamo venuti a cercarla.

Siamo venuti e c’era.

-

Nessuno l’aspettava prima che fosse qui.

Quando ci fu la credettero appena.

Viene alla meta chi non è partito...

Quasi sempre è così.


da Franco Fortini - Il ladro di ciliegie ed altre versioni di poesia

Bertolt Brecht. Una poesia di Peter Hacks (1928 - 2003)



Bertolt Brecht l’avete
conosciuto?
Indossava una giacchetta grigia
per essere dimesso,
perché lottava
per l’uguaglianza.
Quando un gigante si batte
per l’uguaglianza ci rende
tutti uguali a giganti.

Il rivoluzionario. Sigmund Freud parla di sè stesso.

Io mi sono sempre trattenuto al pianterreno e nel sotterraneo dell'edificio. Lei afferma che se si cambia punto di vista si riesce a vedere anche il piano superiore, dove abitano ospiti distinti come la religione, l'arte e altri ancora... In questo Lei è conservatore, io rivoluzionario.
Sigmund Freud, Lettera a Ludwig Biswanger, 1936

4.3.10

Cattolici in Umbria. Alla ricerca del bene comune. (da "micropolis" febbraio 2010)

Novembre 2008. Le gazzette regionali danno notizia che “in una villa immersa nella quiete e nel verde”, di proprietà della Curia ternana, stanno per incontrarsi alcune decine di politici, amministratori, intellettuali, imprenditori, sindacalisti, tra i più vicini alle gerarchie ecclesiali, coordinati dal “gruppo delle teste d'uovo delle otto diocesi umbre”, convocati da monsignor Vincenzo Paglia, all’epoca responsabile della Consulta per gli affari sociali della Conferenza Episcopale Umbra, con l’obiettivo di preparare un convegno ecclesiale sul futuro dell’Umbria. Il “corrierino” informa che il prelato spera di bissare a livello regionale il recente successo del recente incontro sul futuro di Terni. Qualcuna delle teste d’uovo, in verità, sottolinea una diversità tra le due iniziative: una grande affluenza di pubblico nel raduno ternano (fino a 800 persone), una partecipazione selettiva (200 invitati al massimo) per il convegno regionale, da tenere nei primi mesi del 2009 ad Assisi o a Città di Castello. L’analogia comunque c’è; ed è nell’analisi e nella proposta di Paglia. Il vescovo vorrebbe contrastare, in Umbria come a Terni, il “primato della politica” e contrapporvi la necessità di una “poliarchia”, di un concorso di poteri diversi (non escluso quello religioso), anche competitivo, per realizzare il “bene comune”, portando la regione fuori dalle secche del conservatorismo, e ringiovanire le classi dirigenti.

Il progetto di Paglia, nel frattempo designato a guidare la Ceu, in un anno assai travagliato per l’episcopato italiano e umbro ha conosciuto ostacoli e subìto rinvii. Ha potuto realizzarsi solo il 19 dicembre scorso, nel Sacro Convento di Assisi. All’incontro la Consulta per gli affari sociali ha dato come titolo L’Umbria e il bene comune e lo ha ufficialmente e trionfalisticamente presentato come “una giornata riflessione e di dialogo tra laici, cattolici, rappresentanti delle istituzioni regionali e locali, della società civile, del mondo della politica, di quello imprenditoriale ed economico, dell’università, delle associazioni di categoria e dei movimenti cattolici”.

Sul ritardato svolgimento del raduno su “La Voce” del 15 gennaio scherzava da prete l’eugubino don Fanucci, animatore della Comunità di Capodarco: “Pare che sia andata proprio così: due angeli selezionati tra le Dominazioni, travestiti da Protonotari Apostolici di Prima Fascia (38 cm), hanno incrociato mons. Paglia, neo presidente dei Vescovi umbri, mentre recitava il breviario nel cortiletto dietro la Curia vescovile di Terni, e gli hanno garbatamente ingiunto: “Questo Convegno non s’ha da fare”. Garbati, ma decisi. Educati, sottovoce, flautati, ma decisi. Alludevano al convegno Il futuro dell’Umbria del bene comune”. Aggiungeva: “Il Convegno ha avuto una gestazione talmente laboriosa che s’è dovuto tenere ad Assisi il 19 dicembre 2009… E per quel giorno i due falsi Protonotari Apostolici di Prima Fascia (38 cm), offesi perché Paglia aveva glissato sul loro… invito, hanno ottenuto dal cielo neve abbondante, loro che in cielo hanno più d’un aggancio, di quelli solidi”.

Nonostante le intemperie, tuttavia, al raduno assisiate non sono mancati i politici del Pd, masochisticamente decisi a subire come a Terni le rampogne del Vescovo e dei suoi, pur di essere accettati come interlocutori. Paglia non ha del tutto deluso le loro attese, avvolgendoli in un intreccio di citazioni bibliche, patristiche e conciliari e lasciando intendere che il perseguimento del bene comune richiede “nuove alleanze” e il superamento della vecchia identità di regione rossa: “La Chiesa si pone come anima e presidio per una pòlis sempre più aperta e poliarchica, sempre più libera da ogni pretesa di egemonia”. Per quel che se ne può desumere dai resoconti di stampa gli interventi dei politici (Lorenzetti, Melasecche) risultano generici e imbarazzati, con l’eccezione, forse, di quello di Bracco, che parla dei mutamenti demografici (“il 9,7% di umbri non italiani”).

Qualcosa tuttavia è cambiato dalla primavera del 2008. C’è meno sicumera e trionfalismo; si avvertono i segni della divisione nelle gerarchie e del disorientamento che percorre il piccolo popolo del cattolicesimo praticante e militante. Già il discorso di Paglia sembra alludere alle tensioni del dopo-Ruini, specie quando, insistentemente, chiede ai suoi oltre che agli altri “discernimento”. Dalle relazioni che vengono proposte da quattro “professori” di Chiesa, del resto, non sembrano venire indicazioni chiare e univoche né sull’Umbria del futuro né sul ruolo dei cattolici impegnati. Giuseppe Croce, economista della Sapienza di Roma, non aggiunge molto a quanto si sa già: denuncia la “stasi dell’economia umbra … segnata da un evidente squilibrio tra il capitale umano disponibile, da un lato, e lo stato anemico dei processi innovativi”. L’altro economista, dell’università di Perugia, Pierluigi Grasselli insiste sugli aspetti etici dell’agire economico, reclama dimensione identitaria e concertazione. Il giurista e politologo Francesco Clementi, anche lui dell’università di Perugia, mette i piedi nel piatto, parla di consociativismo e conservatorismo politico dell’Umbria, comodamente adagiata in un “bipolarismo debole” che è anche “confortevole” perché non conflittuale. Ma il clou del pomeriggio assisiate è rappresentato certamente dall’intervento del sociologo Diotallevi, dell’Università di Roma Tre che è tutto diretto all’interno del mondo cattolico ed è una requisitoria perfino nel titolo: Chiesa e cattolici nell’Umbria di oggi: alcuni adattamenti inutili. La domanda che rivolge a se stesso e al pubblico è: “dove mai eravamo noi, cattoliche, cattolici e Chiese umbre, quando si producevano gli eventi della storia che ci ha condotto sin qui?”. La risposta è che se in Umbria resiste una “egemonia” (il riferimento è evidentemente agli eredi del Pci) ciò si deve anche alla condiscendenza dei cattolici. A suo dire “l’Umbria rossa” si fonda su un blocco sociale a cui tutti i cattolici si sono adattati, sia quelli che sono partecipi di un governo locale “monarchico”, fondato sul “primato della politica”, sia quelli che vi si oppongono in nome del centrodestra nazionale. Bersaglio privilegiato di Diotallevi sono da una parte il devozionismo protetto, in cui si è adagiato, nella sua grande maggioranza, il clero, dall’altra un laicato timido e propenso al compromesso con il regime. Da una parte e dall’altra ci si accontenta di “nicchie”. Il risultato è un’alta “identificazione religiosa” e una “partecipazione religiosa” assai bassa. A giustificazione della sua tesi Diotallevi non porta soltanto dei dati statistici, sociologicamente rielaborati, ma la parola degli storici di sinistra: di Lello Rossi che, studiando il secondo Novecento, si interroga su dove finisca il Pci e dove cominci la società umbra; di Gallo e Covino che riducono a zero (o quasi) il contributo cattolico nella costruzione dell’identità regionale.

Non pare che la provocazione di Diotallevi che abbia sortito, ad oggi, effetti significativi e la recente legge regionale sulla famiglia, fortemente voluta dall’associazionismo cattolico di marca ruiniana (il Forum delle associazioni familiari), sembra dimostrare che le strategie fondate sull’adattamento sono tutt’altro che inefficaci, data l’acquiescenza dei cosiddetti laici.

Non stupisce peraltro che l’unica risposta di un qualche peso a Diotallevi da parte degli ambienti del cattolicesimo democratico sia venuta da uno storico, Mario Tosti, presidente dell’Isuc, che ne contesta una lettura della realtà troppo sociologica, troppo appiattita sul presente. Egli invita tutti a riflettere su un passato ecclesiale in cui l’antimodernismo nel primo Novecento e l’anticomunismo nel secondo hanno collocato parti importanti della gerarchia e del clero nel campo della conservazione. Una Chiesa ufficiale molto a lungo impegnata in battaglie interne di retroguardia - lascia intendere lo storico – consegna al presente sia quegli atteggiamenti rinunciatari che Diotallevi stigmatizza sia quei movimenti dai tratti intolleranti e integralisti che trovano a volte spazio nelle parrocchie. L’intervento di Tosti, per dirla tutta, segnala più di un elemento di resistenza alla proposta “neoconfessionalista” di Diotallevi e, indirettamente, di Paglia; e l’intero convegno, come la sua gestazione, mostrano un travaglio del mondo cattolico che non trova adeguata espressione nel dibattito pubblico, quasi sempre cifrato.

2 scimmiette e mezza. Mantovano e gli immigrati.

Un anonimo visitatore di questo blog, mi ha segnalato l’articolo di un giornale on-line “per un diverso punto di vista”. Lo ringrazio ancora dell’attenzione e lo invito, se capita da queste parti, a leggere queste mie osservazioni un po’ brusche (S.L.L.).

Sul quotidiano Web “L’Occidentale”, di area governativa, il 2 marzo tal Roberto Santoro, dopo una breve cronaca della manifestazione romana, intervistava il sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano sullo “sciopero degli stranieri”. Il cronista quantificava in “qualche centinaio di persone” la presenza a “piazza Vittorio, luogo simbolo della manifestazione” e aggiungeva: “Più italiani che migranti. Gadget, palloncini gialli, le associazioni antirazziste, qualcuno del sindacato. Sarà che i clandestini non vanno a manifestare in piazza dove c’è la polizia, fatto sta che la prima impressione non è proprio positiva, nonostante i bei colori e l'ottimismo degli organizzatori”.

Il Santoro del web ammetteva di essere andato via presto, prima dell’inizio del concerto e dell’arrivo dei “big della politica”, ma non aveva dubbi sull’esito: “Probabilmente la piazza si sarà riempita (per il concerto, non per lo sciopero), ma se paragoniamo i risultati di queste ‘24 ore senza di noi’ con il risalto dato all'avvenimento dagli organi di stampa qualcosa non torna, e diventa strumentale trasformarlo in un evento simbolico”.

Non sono stato a Roma e non sono in grado di smentire “L’Occidentale”, ma sento una forte puzza di furbata. I quotidiani hanno parlato di 5 mila persone al corteo dell’Esquilino e hanno ricordato molte altre iniziative romane, dalla pulizia di Colle Oppio al presidio davanti alla sede dell’Inps di San Giovanni. Riscontri molto positivi sull’esito delle manifestazioni sono giunti da altre città, da Bologna a Napoli e, su “La Stampa”, due foto mostravano il mercato di porta Palazzo prima con gli ambulanti stranieri e poi senza: era diventato un deserto. Insomma, ho ragione di credere che il redattore de “L’Occidentale” abbia strumentalmente generalizzato ed esagerato una sua infondata impressione estemporanea.

Più categorico è stato, nell’intervista, il sottosegretario del Cavaliere. Alla domanda, cattivella, se una manifestazione come lo “sciopero dei migranti” non potesse anticipare future sanatorie replicava stizzito: “Questa manifestazione non favorisce nulla perché è fallita”.

In verità a dare ai suoi la linea interpretativa dell’evento, prima ancora che si verificasse, era stato proprio Berlusconi, con una delle sue barzellette. Lo aveva fatto tra gli applausi parlando all’assemblea dei “promotori della Brambilla”. “Se diamo la cittadinanza agli immigrati – aveva detto - diminuisce il peso del nostro voto”. Se non era un’ovvietà (il peso del nostro voto diminuisce ad ogni nascita, ad ogni scoperta che allunga la vita) era uno dei soliti ammiccamenti reazionari. Voleva dire: “La maggioranza nella spa Italia, come nell’Alitalia, ad ogni costo deve essere italiana e di destra”.

Che di questo si trattasse lo ha riconosciuto brutalmente nell’intervista a “L’Occidentale” il suddetto sottosegretario, per il quale la manifestazione non sarebbe stata dei “migranti” ma della sinistra che, per governare, "cerca tra gli stranieri i voti che non trova più tra gli italiani”. Credo che Mantovano attribuisca ai politicanti della “sinistra governista” una lungimiranza che non hanno affatto: figurarsi se pensano a voti che, se va bene, arriveranno tra dodici o quindici anni.

Ma il sottosegretario non si è fermato qui. Con sicumera ha dichiarato: “La sinistra ha bisogno di utilizzare nuove leve. I nuovi adepti, più che gli immigrati, sono i clandestini. Ieri gli immigrati regolari sono andati a lavorare invece di lasciarsi affascinare da queste suggestioni protestatarie”. Al paggio del Cavaliere non salta in mente che in Italia lo sciopero è sottoposto a regole precise e che, se lo sciopero degli lavoratori dipendenti immigrati non c’è stato, è perché nessun sindacato lo ha proclamato. Né l’ex magistrato si è assunto alcuna responsabilità per il limbo d’illegalità, ricattabilità, mancanza di diritti in cui il suo dicastero di competenza confina per le volute inefficienze centinaia di migliaia di persone non perfettamente regolari, ma tutt’altro che “clandestine”, visto che hanno chiesto, alla luce del sole, un permesso di soggiorno, cui le stesse leggi, “cattive”, della destra danno loro diritto.

Sulla cittadinanza Mantovano nell’intervista ha ripetuto la solita solfa: “un punto di arrivo”, non di partenza, “deve inserirsi in un cammino in cui verificare anche dell’altro”. Non ha spiegato i particolari, ma lo aveva già fatto altre volte: per essere cittadino devi dimostrare addirittura di essere un “buon italiano”, cioè di destra; e a questo scopo devi accettare decenni di attesa ed esami che non finiscono mai, di storia, di religione, di cultura, di lingua. E’ una vicenda paradossale. Un “non italiano” come Bossi, che non parla italiano, non sa nulla di storia italiana e il tricolore lo metterebbe nel cesso, fa il ministro della Repubblica con la facoltà di dire “questo è italiano e quello no”. E Mantovano che lo spalleggia.

Un’altra trovata del sottosegretario è che gl’immigrati non vorrebbero la cittadinanza:“Studi basati su dati oggettivi hanno evidenziato chiaramente che il 70 per cento degli immigrati regolari presenti in Italia non hanno la prospettiva di rimanerci indefinitivamente (sic!), ma piuttosto di fermarsi per 10 o 15 anni. In questa prospettiva la cittadinanza non serve assolutamente a nulla... Dovremmo approfondire quali sono i desideri degli immigrati regolari presenti in Italia e capire come garantire le loro aspirazioni senza sovrapporre ad esse le nostre opinioni”. Il sottosegretario, insomma, in un attacco di paternalismo postfascista, pensa di poter spiegare agli immigrati quali siano le loro idee e le loro aspirazioni; non gli passa per la testa che la cittadinanza non è affatto un obbligo e ha dei costi legali per chi la chiede. Tanto meno pensa che il lavoratore straniero a lungo residente possa decidere da solo se serve o non serve.

Nell’intervista il sottoministro ha parlato anche del lavoro degli immigrati: dice che è essenziale solo quello delle badanti e che gli altri non portano alcun giovamento alla nostra economia e alla nostra società. Io non so dove viva. Forse ha scelto la politica delle 2 scimmiette e mezza: non vede, non sente e parla a vanvera. "Soprattutto – proclama - non è affatto vero che gli stranieri facciano i lavori che gli italiani non vogliono più fare". Per lui quelli -. in massima parte regolari – delle fabbriche del Nord Est, dei cantieri edili di tutta Italia, quelli che vede a pulire le strade, gli uffici, le scuole, gli ospedali, non esistono e non danno alcun contributo.

Guarda solo al lavoro nero dell’agricoltura del Sud e dice: “Lo stiamo contrastando a Rosarno e nel Reggino, ad Eboli e nella Capitanata”; i posti cioè dove intermediari mafiosi e proprietari terrieri perbene, di comune accordo, hanno sfruttato a dovere i lavoratori neri stagionali e dove ora, per nuove regole sulle provvidenze europee, non conviene più coltivare e produrre. Il contrasto di cui parla Mantovano peraltro consiste solo in spettacolari retate ed odiose deportazioni degli irregolari nei Cie.

Una domanda sorge spontanea. Perché l'hanno fatto solo dopo la rivolta di Rosarno? Forse per vendicare la rivolta? In realtà non c’è un caporale arrestato, non c’è un proprietario multato tra quelli che come negrieri per decenni hanno sfruttato i poveracci arrivati dal Sud del mondo.

La verità è un'altra: che ai Mantovano a Sud come a Nord, ad Est come ad Ovest l'immigrazione irregolare non dispiace affatto, ma la vogliono sottomessa e ricattabile.

3.3.10

Porro e i tribal. Ragionando con Sabina Guzzanti.


Sul blog di Sabina Guzzanti ho trovato alcune riflessioni nate in margine a una puntata di “Anno zero”, quella del 17 febbraio. La trasmissione di Santoro, infatti, fa riflettere e credo che sia questa una delle ragioni della sua soppressione elettorale. Qualcuno lassù vuole che si voti senza riflettere.

Vediamo dunque che dice la Sabina, che commenta in diretta: “C’è uno scontro tra civiltà e inciviltà. E poi ci sono quelli che conoscono la lingua dei civili perché hanno frequentato le loro scuole e la usano contro la civiltà. E’ Porro più che Belpietro che metterei fra i tribal o almeno più di là che di qua. Quello che dice a Travaglio: tu non puoi parlare così perché anche tu frequentavi persone che si sono rivelate colluse e non lo sapevi quando le frequentavi. Gioca sulla scarsa capacità di ragionamento dei meno fortunati, meno dotati che sono tanti. […] Travaglio più urla e più fa peggio; più cerca di evidenziare l’illogicità più si inguaia; perché il popolo tribal prima di leggere le parole legge l’odore della paura e della rabbia. Sono come le fiere a cui devi sembrare calmo per scongiurare l’attacco.

E la colpa è del nostro buonismo; trattiamo come esseri umani quelli che campano sulle sciagure, si arricchiscono col sudore degli altri e si battono il petto di fronte a uno stupro come il nostro cosiddetto presidente del consiglio. Che affermazione forte! ma cosa conta di più che sia forte o che sia vera? E’ colpa del nostro buonismo. E buonismo è una parola che fa schifo. La posso sostituire con rammollimento? Siamo come uno che vuole dare mezzo panino a un coccodrillo e farsi una foto mentre lo imbocca”.

Non scenderò nei particolari. Credo che nella sostanza la Sabina non si sbagli. La base del berlusconismo è un “popolo tribal” che le sue tv hanno allevato e cresciuto. Non sempre è tribal per mancanza di studi, ma soffre di un analfabetismo di ritorno che esprime al massimo grado nel ruolo di spettatore. Dentro ci sono fior di laureati e ci sono i componenti di corporazioni ricche e potenti; ma godono dello spettacolo della violenza e godono soprattutto nel vedere il “nemico” in difficoltà. Dice Sabina che dovremmo essere meno buonisti, meno rammolliti etc. Io credo che la soluzione vera del dilemma stia nella bella metafora finale da lei usata. Dovremmo “mantenere le distanze”, non accettare la zuffa, lo scontro ravvicinato; anzi, se ci riesce, non parlare affatto con loro, seguitare nel nostro ragionamento senza accettare l’interlocuzione e respingendo le provocazioni. Forse è questa la via per far sì che nel popolo tribal prima alcuni e poi tanti si innamorino del ragionare e del riflettere, se ne appassionino fino al punto di scegliere la civiltà e infine facciano maggioranza insieme a noi. O no?

Immigrati. Dallo sciopero dimostrativo allo sciopero vero. Cgil, se ci sei batti un colpo.


Com’è andato il cosiddetto “sciopero dei migranti”?

A leggere i giornali mi pare bene. Sessanta manifestazioni in altrettante città, di cui alcune molto partecipate, mercati vuoti di bancarelle, bancarelle vuote di merci (tranne quelli e quelle dei cinesi), visibilità delle persone e del problema dei diritti.

A livello politico si registra tanta retorica e tanta cialtroneria. Il massimo è rappresentato dalle dichiarazioni da una parte dell’ineffabile Bonaiuti e dall’altra dalla Polverini, la fascistoide di borgata arrivata ai Parioli. La candidata al ruolo che fu di Storace e di Marrazzo dice: "Sostengo la mobilitazione: il Paese è in assoluto ritardo sulla politica dell'immigrazione”; il sottosegretario del Cavaliere replica: “Le accuse della sinistra alle politiche sull’immigrazione del governo sono demenziali”. I due sono espressione della medesima maggioranza governativa. Il loro un ridicolo gioco delle parti degno di un paese da operetta; ma paradossalmente è anch’esso dimostrativo del successo delle “24 ore senza di noi”.

Ma è riuscita l’astensione dalle attività lavorative, che era all’origine della giornata di mobilitazione, non a caso chiamata “sciopero”?

Sotto l’aspetto dimostrativo è arrivato qualche segnale importante: lo svuotamento del mercato di porta Palazzo a Torino è di sicuro il più eclatante, ma manifestazioni di questo tipo si sono avute un po’ dappertutto in Italia. Quello che non è riuscito e che non poteva riuscire è lo “sciopero sciopero”, quello dei lavoratori dipendenti regolari. Non è riuscito perché la Cgil si è trincerata dietro l’impossibilità di uno “sciopero etnico” e, pur non negando un forte contributo di solidarietà, ha spinto, di fatto, gli organizzatori ad un altro tipo di protesta.

La convocazione di uno sciopero dei lavoratori immigrati resta tuttavia, a mio avviso, necessaria e possibile. Le rivendicazioni specifiche, di categoria direi (è assurdo dire "etniche" - le etnie degli immigrati sono tante), per un lotta di tipo sindacale, per un regolare sciopero con controparti e trattative, non mancherebbero: il rilascio dei permessi di soggiorno a chi ne ha il diritto (il governo è fuori dalle stesse leggi, un po’ barbariche, che ha voluto); leggi di accesso alla cittadinanza per chi la desidera e al voto amministrativo per i residenti stabili; il riconoscimento dei contributi Inps e la possibilità di goderne i frutti una volta che si sia lasciata l’Italia.

A questo sciopero degli immigrati non manca peraltro un significativo precedente: il sindacato ha già promosso una lotta di questo tipo nel lontano 2002 in un’area del Nord Est con un’alta concentrazione di immigrati tra gli operai. L’articolo che segue come appendice è stato pubblicato ieri nel sito di Edoardo Salzano (eddyburg). E’ di Oscar Mancini, che da segretario della Camera del lavoro di Vicenza fu tra i promotori di quella lotta.

***

Appendice

A Vicenza otto anni fa

La classe operaia con la faccia nera

Oscar Mancini

Allora fece molto scalpore. Eppure pochi lo ricordano e ancor meno sono quelli che l’hanno ricordato. La bella giornata di lotta di ieri dei lavoratori “stranieri” ha avuto un precedente.

Il 15 Marzo del 2002 si svolse infatti a Vicenza il primo sciopero dei lavoratori migranti. Il primo e, purtroppo, finora l’unico proclamato da CGIL, CISL, UIL.

Una giornata straordinaria. Così la descrisse il Corriere della Sera: «Trionfo di colori, babele di razze. Sfilano e cantano sulle note reggae di Bob Marley. Ma il pensiero è fisso su un altro spartito: la nuova legge sull' immigrazione Bossi-Fini, vissuta come una minaccia per le loro speranze di lavoro e integrazione. È il primo sciopero di questi nuovi Cipputi dalle facce nere, gialle e olivastre. Non era mai accaduto in Italia che lavoratori extracomunitari, regolarmente assunti, incrociassero le braccia. E invece, per otto ore, le concerie, le acciaierie e tutto quel reticolo di imprese che fa di Vicenza una delle capitali dell' immigrazione, hanno dovuto fare a meno di quella che qualcuno ha già ribattezzato la “classe operaia con la faccia nera”»

Anche allora, alla vigilia di quello sciopero, aleggiava una preoccupazione: il timore di un’iniziativa “etnica” di lotta. Ma, CGIL, CISL, UIL decisero di affrontare il rischio lavorando su due versanti. Da un lato convocando assemblee di tutti i lavoratori nei luoghi di lavoro e dall’altro decidendo di rendere visibile con lo sciopero il lavoro e il protagonismo degli immigrati. Fu un successo rimasto nella memoria di tutti, almeno a Vicenza. Forse è anche per questa ragione che ieri sera alla grande “fiaccolata” di Montecchio Maggiore (Vi) sfilavano accanto agli immigrati i rappresentanti di CGIL, CISL, UIL. Un vero miracolo! In questi tempi di divisione sindacale, anche questa è una notizia. Che l’impervia strada della ricostruzione dell’unità sindacale passi attraverso la spinta dal basso e il protagonismo dei lavoratori immigrati?

2.3.10

Indice, Teatro, Vestire gli ignudi. Tre voci da "Pirandello dalla A alla Z"


"Luigi Pirandello, il più enigmatico scrittore italiano. Leonardo Sciascia che di enigmi se ne intende. La Sicilia , terra di misteri, di umori sotterranei ma anche di grandi e luminose generosità intellettuali. Sicilia lontana e vicina all'Europa. Tre ingredienti di un affascinante cocktail di storia e cultura".
Così "L'Espresso" n.26 del 6 luglio 1986 presentava un singolare gadget per i suoi lettori, una sorta di "dizionarietto" dal titolo Pirandello dalla A alla Z interamente compilato da Leonardo Sciascia.
Il libretto è prezioso per la comprensione di Pirandello e ancora di più per la comprensione di Sciascia. La parola chiave è "cristiano", che è anche la chiave interpretativa dell'intera opera dello scrittore agrigentino, un cristianesimo naturale, non cattolico e non mafioso. Qui riporto tre delle "voci" più brevi, sostenute dalla curiosità biobibliografica del "maestro di Racalmuto": Indice, Teatro, Vestire gli ignudi. (S.L.L.)

Indice. L'indice dei libri proibiti, l' Index librorum proibitorum della chiesa cattolica: Corse voce, nell'estate del 1934, che Pirandello stesse per entrarvi. A scongiurare l'evento, Silvio D'Amico scrisse una lettera a monsignor Montini, il futuro Paolo VI: Monsignor Montini rispose: "Non ho tardato ad occuparmi dell'oggetto della Sua lettera e La posso assicurare ch'essa è stata portata alla conoscenza , con i commenti del caso, ad autorevoli persone del Sant' Offizio, e ho ragione di pensare ch'esse abbia portato loro con soddisfazione preziosi elementi di conoscenza e di riflessione. Anche per codesta opera buona La ringrazio sinceramente". Così i libri di Pirandello non entrarono tre i proibiti.
Una fantasia di Antonio Baldini - scritta, credo , intorno a quell'anno - racconta di una udienza chiesta ala papa dello scrittore Stamburè, per implorarlo di far mettere all'indice il suo ultimo romanzo. Al papa,Stamburè sembra matto ; ma Baldini è del parere che proprio matto Stamburè non poteva dirsi: era siciliano, semplicemente. Poichè anche Pirandello lo era, è da credere non gli sarebbe dispiaciuto che alla sua opera toccasse la proibizione del Sant'Offizio. Non per le stesse ragioni di Stamburè (il cui nome dice della voglia di essere stamburato), ma per il suo essere nativamente e perfettamente cristiano.

Teatro. "Cominciando si era fermato su due ignote parole; nessuno, nell'ambito dell'Islam, aveva la più piccola idea di quel che volessero dire". Le parole sono "tragedia" e "commedia"; e Borges, immagina lo smarrimento di Averroè quando, traducendo la Poetica, vi si imbatte. Come poteva penetrare il significato di quelle due parole, se tutto l'Islam non aveva nozione del teatro? Così - come ancora nell'Islam di cui Girgenti era parte - Pirandello il teatro lo inventa. Dirà Pitoeff: "Il teatro era in lui, egli era il teatro".

Vestire gli ignudi. E' stato più volte raccontato che Pirandello bambino "uscì un giorno si casa vestito domenicalmente con abito da marinaretto, appena appena estratto dal pacco portato da Palermo; e tornò dalla passeggiata seminudo, perchè aveva rivestito del suo abito un bimbo che aveva visto ricoperto di cenci". Questo precetto di misericordia corporale della chiesa cattolica, la cui pratica gli fu allora rimproverata (il cristianesimo!), divenne poi anche prfecetto di misericordia morale, spirituale: manifestamente, e con dolorosa ironia, nella commedia che si intitola appunto Vestire gli ignudi.

1.3.10

Il ritorno dell'illegittimo - da "micropolis" febbraio 2010.

Il ritorno dell’illegittimo.

La legislatura regionale chiude in bellezza: il consiglio ha approvato la legge per la famiglia. E’, lievemente modificata, quella per cui ha raccolto le firme il cattolico Forum delle associazioni familiari. L’hanno votata quasi tutti, dal Pd al Pdl passando per l’Udc. Ha votato contro l’articolo 1 e disertato il voto finale Vinti, di Rifondazione; e si sono tenuti fuori i consiglieri di Sel.

Contro l’articolato, da parte della sinistra e delle femministe, s’è levata qualche protesta, tuttavia sopraffatta dalla unanime gioia di tutti gli altri. Il Pd dice: “lavoro importantissimo… un segnale simbolico e sostanziale”; l’Udc: “a ottobre solo noi ci credevamo”; il Pdl: “ne abbiamo garantito noi l’approvazione”. Felice il relatore unico: “La legge ha un approccio laico al concetto di famiglia, al netto delle legittime visioni pluralistiche”. Guai se fosse stata al lordo!

Pillon, il coordinatore del Forum delle famiglie, “fotte e piange”: “Non è la legge che volevamo, ma fa chiarezza riguardo alla definizione di famiglia”. E’ contento, insomma, che in Umbria, per legge, le famiglie di fatto non siano famiglie. Né quelle di omosessuali, né quelle di eterosessuali. E neppure le convivenze di chi per risposarsi attende da anni il divorzio. Senza la benedizione del prete o il timbro dello stato civile, la famiglia non c’è.

Una legge bandiera, insomma? di quelle che dettano il bene e il male? Sì, ma non solo. Per finanziarla, infatti, si sono recuperati tre milioni, destinati soprattutto alle famiglie più “vulnerabili”. Per esse si prevedono agevolazioni nelle tariffe, nei canoni d’affitto, nelle spese mediche e perfino un “prestito sociale d’onore” in casi di particolare disagio o necessità. Si prospettano per questa via discriminazioni odiose. La legge, per esempio, in caso di morte o inabilità al lavoro del familiare produttore di reddito, garantirà un aiuto solo alle convivenze timbrate o benedette. O ancora: se si attende un figlio si potrà ottenere un prestito solo se sposati; in caso contrario il bimbo è da considerarsi “senza famiglia”.

Un tempo si attribuiva una qualifica orribile ai nati fuori dal matrimonio: bollati come “illegittimi”, erano inferiori in diritti e dignità. Con questa legge inaugureremo in Umbria l’epoca delle “famiglie illegittime”. Si vergognino quelli che l’hanno proposta e quelli che l’hanno votata.

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Il pezzo qui pubblicato è tratto dall'ultimo numero di "micropolis". A ulteriore commento della legge umbra ho linkato al titolo da youtube un breve spot sulla analoga legge pugliese.

Ai quattro punti del Mondo. Vincenzo Consolo sui Quattro Canti di Palermo.


Una pagina sui “Quattro Canti” di Vincenzo Consolo da Il Teatro del Sole, Interlinea, Novara. Pour n’oublier pas Palerme. (S.L.L:)
Là, dentro il teatro del Sole, la piazza Villena o Quattro Canti, il cerchio dei miti e dei simboli, la rappresentazione gerarchica dei poteri, là, ogni volta che ero a Palermo, non potevo fare a meno di sostare, leggere le quinte di quella fastosa scenografia di marmo, con le fontane, le Stagioni, i Filippi di Spagna, le Vergini sante, gli stemmi spiegati sopra i fastigi, e colonne paraste festoni volute angeli mascheroni a ogni ripiano. 
Là era il libro di storia più chiaro, il nuovo libro che i viceré avevano scritto sopra un altro più antico e consunto. La Strada Nuova o Maqueda che aprirono ortogonale alla vecchia del Càssaro creava un nuovo assetto urbanistico, delineava i quattro rioni o mandamenti, l’Albergherìa, il Capo, la Kalsa, la Loggia, difesi entro le mura, i bastioni, ma poneva soprattutto la gran croce reale e simbolica, sopra l’intrico di vie e viuzze, il labirinto di cortili e casipole del vetusto abitato musulmano: la vittoria di Lepanto e le imprese di Carlo V in Tunisia legittimavano ormai nuove visioni e nuove progettazioni. 
Lungo i bracci della croce, sugli spazi resi vuoti dalle demolizioni, i nobili e i religiosi poterono costruire i loro immensi palazzi, i loro conventi, e monasteri chiese collegi noviziati oratori. Questa piazza dei Quattro Canti divenne allora il baricentro, il fulcro, il palcoscenico di vita, di feste e parate, il punto di convergenza e di fuga. “Ai quattro punti del Mondo /muovono Arcangeli il vento e i colori” (Lucio Piccolo).

La poesia del lunedì. Asclepiade

Didima coi suoi vezzi mi ha rapito;

ahimè, mi sciolgo come cera al fuoco,

se guardo quant’è bella.

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E’ nera? Che vuol dire? Anche i carboni.

Ma se li accendi, risplendono come

dei calici di rosa.

(dall’Antologia Palatina, V, 210)

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