10.6.13

Verneland. Le macchine di Nantes (di Silvia Veroli)

Cosa hanno in comune Jules Verne, James Herbert George Wells e Ray Bradbury? Un cratere sulla luna. A ciascuno dei tre ne è stato infatti intitolato uno, anche se nel caso dell'autore di Fahrenheit 451 la dedica era non diretta a lui personalmente ma a uno dei suoi libri: Dandelion wine. Tutti e tre sono letterati, dunque eccezioni alla consuetudine di battezzare le depressioni lunari con il nome di scienziati; del resto, è ben spiegato da Jeff Spender nel racconto di Cronache Marziane - And themoon be still bright: «La scienza non è che la spiegazione di un miracolo che non riusciamo mai a spiegare e l’arte è un’interpretazione di quel miracolo». Inoltre tutti loro si sono occupati di fantascienza in modo anomalo, hanno immaginato alieni prima di Rambaldi (grande ritorno tra le stelle anche il suo, dopo Bradbury, in questo 2012 in cui più che finire la terra si popola il firmamento) e abitato Marte prima di Curiosity.
Il pioniere è Verne, viaggiatore di suolo, sottosuolo e spazio tempo interstellare oltre che autore di libretti d'operetta e svogliato giurista; con il poco più giovane H.G. Wells ha condiviso, oltre che la primogenitura del genere fantascienza (volendo ignorare altri antichi precursori: su tutti, parlando di Selene e Seleniti, Luciano di Samosata), la passione per biologia e geografia e soprattutto la lungimiranza ai confini della preveggenza tipica di certe potentissime fantasie ed intelligenze.
Verne e Wells (il secondo al centro dei divertimenti radiofonici di Welles Orson) sono stati entrambi oggetto d’amore delle arti visive compresa la settima, e fin dai suoi albori. Georges Méliès (anche lui, come Wells e i Fratelli Lumière figlio degli anni 60 dell’incredibilmente fertile e immaginifico ’800 europeo) cineasta, inventore, illusionista ha condensato nel suo Le voyage dans la Lune le poetiche dei due scrittori e i sogni di molte giovani generazioni successive. Il film a quadri è noto: l’immagine della faccia facciosa della luna (presa in prestito dall'attore Victor Andrè) con il razzo conficcato nell’occhio è a sua volta impresso nell’immaginario collettivo di cinefili e non; il genere è fantascientifico e parodistico, poiché fa gentilmente il verso a Dalla Terra alla Luna di Verne e ai Primi Uomini sulla luna di Wells. Il viaggio sulla Luna compie quest’anno 110 anni (come Zavattini, anche lui autore di fantascienza - a fumetti) anche se festeggiamenti cinematografici importanti sono stati celebrati già nel 2011, quando a Cannes è stata presentata la versione restaurata del nastro e Scorsese gli ha reso un lungo omaggio nel suo Hugo Cabret. Epigono naturale di George Méliès e interprete talentuoso dei sogni dell’800 è stato il ceco Karel Zeman (classe 1910), autore dei film dedicati al Fantastico Mondo di Jules Verne, lavori a metà tra animazione e live action dove, tra fondali dipinti, tableaux vivant e stop motion, prendono vita le bellissime incisioni che illustrano i preziosi volumi della serie dei viaggi straordinari di J.V.
L'arte che gira attorno a Verne è anche meccanica, invenzione, artigianato; Méliès (anche attore nel Voyage dans la Lune, nei significativi panni di un Merlino capo astronomo) maestro del cinema delle attrazioni finì la sua carriera a fabbricare giocattoli, alla maniera dello zio Philip del Magic Toyshop di Angela Carter in pieno realismo magico. Karel è immerso nella stessa scuola di Jiri Trnka, legato alla tradizione boema del teatro di marionette, cui pure si rifà un poco noto Marco Ferreri quando realizza - per la tv francese - quella gigante di Gargantua nel biopic Faictz ce que vouldras.
E meccanici e artistici sono anche gli artefici della più recente interpretazione del sogno proto-fantascientifico europeo che è avvenuta, non a caso, a Nantes, proprio davanti al museo dedicato a Verne, nel luogo dove un tempo sorgevano i cantieri navali della città prima di essere trasferiti a Saint-Nazaire, una delle patrie di Tin Tin. Dal 2007, infatti, l'ile de Nantes è stata riqualificata col visionario, perfetto e fruttuoso progetto delle Machines, immaginate dagli artisti Francois Delarozière e Pierre Orefice (nomen omen tanto per cambiare) sulle rive della Loira. Macchine, fatte di legno, acciaio, pelle, legno, lamine d'oro e d'argento, con bulloni e ingranaggi a vista che incarnano i disegni di Leonardo da Vinci (sepolto nella non lontanissima Amboise) e le suggestioni avventurose di Verne. Per rilanciare l’area urbana dismessa i francesi non hanno messo limite alla portata dei sogni cui dare vita: a partire dall'idea maturata in seno alla compagnia di teatro di strada La Machines, è stato realizzato, per cominciare, un elefante alto 12 metri, di legno e metallo, che, spinto da 60 cilindri idraulici, pneumatici e a benzina, porta a spasso per l'île de Nantes fino a 49 turisti per volta percorrendo dagli 1 ai 3 km orari. C'è una galleria di macchine dal sapore botanico preistorico, dove convivono vegetali veri e riproduzioni meccaniche e dove si può fare un'esperienza di volo su pterodattilo, o cavalcare enormi bruchi, salire a bordo di macchine ascensionali e pedalare indietro nel tempo su biciclette d'antan. L’atelier artistico, artigiano e ingegneristico è sempre all’opera e sotto gli occhi di tutti: ospitato anch’esso nella grande struttura degli ex cantieri è visibile per tutti i visitatori che possono affacciarsi dalle grandi balconate di legno che lo circondano. L’intera location, la Galleria delle macchine meravigliose e gli spazi che la circondano, è diventata un centro di aggregazione e proposta culturale con calendari di iniziative stagionali serrate che vanno oltre gli speciali natalizi: solo tra ottobre e novembre c’è in programma una ricca Etè indien con eventi internazionali di arte varia e di qualità, dal teatro (quello catalano della Fundacion Collado che porta in scena La Vida del Lazaro) alla musica dei Tuareg e del sud alegrino (coi Kel Assouf e gli Aicha Lebgaa) e la clownerie dell’artista francese Emma. L'ultima attrazione è una ciclopica giostra di mostri e mondi marini, inaugurata la scorsa estate. È alta 25 metri e larga 22, popolata da creature che neanche Jack Sparrow ai confini del mare ha mai visto: granchi giganti, razze abissali, calamari titanici; la super giostra è accessibile anche per chi è costretto in carrozzella, e in grado di issare 300 persone (84 possono girare in groppa ai mostri) dentro un universo strabiliante, che pure si riesce a esplorare in meno di 80 giorni e senza scendere d’una lega sotto i mari.

“alias” 10 giugno 2012

Oratori del Novecento. Thomas Sankara, il redentore.

La figura di Thomas Sankara (1949-1987), leader del Burkina Faso ed esponente di punta del panarabismo, fu e resta controversa. Marxista o democratico radicale, cattolico o ateo, per esempio? E’ evidente, in ogni caso, nella sua oratoria un forte afflato di redenzione. Così in questo discorso, ripreso da un numero di “alias” dell’ottobre 2012. (S.L.L.)

Oggi, secondo anniversario della nostra rivoluzione, il mondo intero e il popolo burkinabè  possono constatare che il primo slancio rivoluzionario dell’agosto 1983, frutto di uno sforzo che ci rende  fieri e ci consola, era necessario: ci ha condotto verso più luce, ci ha permesso di affermare la nostra dignità e la nostra indipendenza. Ora abbiamo ragione d’essere risolutamente ottimisti. Non si tratta semplicemente di fare bilanci che non abbiamo nessuna voglia di sbandierare. Ciò che è accaduto in
Burkina Faso è la prova evidente che un mondo nuovo è possibile, a condizione di volerlo edificare su quei cambiamenti radicali giudicati sino ad ora inimmaginabili e di riuscire a coinvolgere, in queste trasformazioni, la maggioranza delle persone.
È evidente che il Faso è diventato un vasto cantiere e mentre vi parlo, da qualche parte donne, uomini e bambini, mobilitati nei loro comitati di difesa della rivoluzione, stanno iniziando o finendo di costruire una scuola, un dispensario o un bacino d’acqua. Vengono aperte le città del 4 agosto, si inaugurano i negozi popolari Faso Yaar, si fanno lavori di interesse comune. Il lavoro produttivo e liberatore comincia a essere accettato e compreso come condizione primaria e garanzia essenziale del miglioramento concreto delle nostre condizioni di vita. Abbiamo il diritto e il dovere di esserne fieri. Abbiamo il diritto e il dovere di esigere di più da noi stessi e osare realizzare ancora di più, per
trasformare le nostre condizioni materiali di vita. Ogni burkinabè sa che oggi lavora e produce per sé stesso, per i suoi bambini e per la sua patria. Quel che è stato fatto e quel che dobbiamo fare sono il test della nostra determinazione a rifiutare definitivamente l’ideologia di sottomissione, mendicità, attesa, fatalismo, tipici di una società dominata.
Fino a che punto i nostri principi e le nostre idee di giustizia, di amore, di libertà e di onestà nella ricerca legittima del benessere, sono penetrati nelle nostre coscienze? Fino
a che punto questi principi e queste idee rivoluzionarie si esprimono nella nostra vita quotidiana, privata o pubblica? Fino a che punto questi principi si traducono effettivamente nelle nostre relazioni sociali e professionali, nella strada, in ufficio, in caserma e nei cantieri?
Rispetto a tutti i regimi del passato, ciò che abbiamo realizzato in due anni di lavoro popolare va al di là di ogni aspettativa.
Nel Discorso di Orientamento Politico, nel capitolo dedicato al «processo rivoluzionario di tutti i settori della società burkinabè» diciamo: «la Rivoluzione di agosto non mira ad instaurare un regime di più in Alto-Volta. Essa rompe con tutti i regimi conosciuti finora. Ha come obiettivo finale l’edificazione di una società voltaica nuova nella quale il cittadino voltaico, animato da una coscienza rivoluzionaria, sarà l’artefice della sua stessa felicità, all’altezza degli sforzi che egli avrà consentito.
Per questo motivo, la rivoluzione sarà, non si dispiacciano le forze conservatrici e retrograde, uno sconvolgimento totale e profondo che non risparmierà nessun campo, nessun settore dell’attività economica, sociale e culturale. Il processo rivoluzionario in tutti i campi, in tutti i settori di attività, è la parola d’ordine che corrisponde al momento attuale. Forte della linea guida così liberata, ogni cittadino, a qualsiasi livello si trovi, deve intraprendere il processo rivoluzionario all’interno del proprio settore di attività».
La missione è tracciata. È chiara. Che cosa ne è stato della sua attuazione? Al nostro attivo abbiamo
esperienze non trascurabili. Passiamone in rassegna qualcuna:
- La riforma agraria e fondiaria ha scardinato lo sfruttamento feudale e ha ristabilito il diritto del popolo alla sua terra e quello di disporre dei frutti della sua produzione.
- Campi collettivi sono stati recentemente creati dagli impiegati della pubblica amministrazione; là, seppur partecipando anche in modo inesperto, uomini e donne apprendono o ri-apprendono il lavoro
della terra. Ne scoprono le gioie nascoste di cui godranno anche quando saranno in pensione.
- I burkinabè hanno compreso che sono vitali per l’economia la conservazione della natura e la salvaguardia dell’ambiente naturale, in particolare il rimboschimento più ampio possibile, l’abbandono della pratica distruttiva dei fuochi nella savana e il vagare degli animali che distruggono i nostri orti.
- Il mondo contadino è sempre più coinvolto e partecipa sempre più direttamente all’esercizio del potere economico, in modo particolare determinando i prezzi dei prodotti agricoli.
- Sul fronte sociale, per rispondere al problema abitativo, abbiamo costruito città e disposto la lottizzazione di terreni su grande scala in tutta la superficie del territorio.
- Nel campo della salute sono state create strutture decentrate per promuovere il benessere delle comunità di base. L’operazione «vaccinazione commando» rimane impressa nella nostra memoria come uno sforzo gigantesco per vincere le malattie. La vaccinazione commando e la grande battaglia per la costruzione della ferrovia sono iniziative audaci che solo la rivoluzione permette.
- Sul piano finanziario, in alcuni servizi è stato operato uno sforzo di risanamento. In particolare in riferimento alla dogana. Lo Stato si fa carico sempre più integralmente dei suoi obblighi finanziari interni ed esterni grazie ai sacrifici consentiti da tutti, ma anche grazie a un più grande rigore nella gestione.
- Sul fronte della giustizia, i Tribunali popolari rivoluzionari hanno promosso una nuova etica adeguata agli interessi del popolo. L’amministrazione penitenziaria è stata riorganizzata per permettere ai detenuti, forza potenziale, di diventare produttivi e di emendarsi nei confronti la società. A Baporo 40 detenuti lavorano brillantemente 50 ettari di terreno, confermando in questo modo che è possibile costruire una morale di progresso.
- Abbiamo riannodato i fili con lo sport, con il senso dello sforzo e abbiamo dimostrato la nostra volontà di rivalutare il nostro patrimonio culturale.
La nostra società sta maturando la coesione e i Burkinabè cominciano a comprendere e ad accettare la necessità della solidarietà al di là del piccolo nucleo familiare, tribale o di villaggio. Si sentono sempre meno voci pigre, abituate a tendere la mano verso gli altri paesi per ottenere il cibo, spesso oggetto di vergognose speculazioni e di ricatti meschini, sia al nostro interno che tra noi e i paesi stranieri. Qualunque fossero state le misure da prendere e per quanto dure esse fossero, per la felicità di tutti queste misure andavano prese. Noi le abbiamo prese. Ma quanta sofferenza abbiamo provato durante l’anno nei confronti di centinaia di famiglie scosse nelle loro abitudini, spinte a cambiare la loro mentalità e obbligate ad operare adeguamenti psicologici dolorosi, per vivere al livello reale del nostro paese.
La società nuova esige mentalità nuova. Ed è per questo motivo che occorre dedicarsi coraggiosamente ad un esame dei nostri due anni di Rivoluzione democratica e popolare senza compiacenza. Che cosa merita d’essere cambiato nelle nostre abitudini, nel nostro modo di essere rivoluzionari? Innanzi tutto il potere popolare: il diritto principale della rivoluzione non viene esercitato abbastanza correttamente.
Come conseguenza dei vari gradi di maturità politica, sono rapidamente comparsi il soggettivismo e gli abusi. È così che le vessazioni, le frustrazioni, le varie contrarietà, hanno macchiato il dialogo di costruzione nazionale tra i Cdr e le persone che ancora esitavano nei confronti della rivoluzione. Occorrerà estromettere dai ranghi dei nostri Cdr gli avventurieri, gli impostori, gli opportunisti, i situazionisti ; essi sono incapaci di una lotta conseguente. È da lì che escono gli amanti del neo-feudalesimo, gli ambiziosi che esercitano il potere come un diritto dinastico, poiché la loro preoccupazione rivoluzionaria si riduce ad assicurarsi strette relazioni a livello dei dirigenti più altolocati. Specialisti dello slalom gigante, non hanno esitato a cambiare furbescamente capi tante volte quante è loro servito per ritrovarsi nelle istanze dirigenziali. Bisogna denunciare apertamente il loro equilibrismo e la loro abilità a mascherare gli appetiti piccolo-borghesi.
Alle forze dell’ordine militare e paramilitare, occorre dire con insistenza che l’agente di sicurezza rivoluzionario non ha più niente a che fare con il barbaro ubriacone repressivo e disumano di ieri. Al contrario, la cortesia, l’amabilità, la generosità e l’assenza di vanità spazzeranno via definitivamente l’immagine negativa delle nostre forze di sicurezza pubblica, senza diminuirne in alcun modo fermezza e vigilanza.
Nella nostra amministrazione, malgrado i successi incontestabili, troviamo qua e là burocrazia neocoloniale, pigrizia, ritardi, assenteismo, incompetenza e mancanza di spirito d’iniziativa che si traduce nell’ossessione per i regolamenti. Invece dimettere i regolamenti a servizio del popolo, alcuni funzionari pongono il popolo al di sotto dei regolamenti.
Ci sono ancora molti difetti, carenze e anche comportamenti molto gravi nella gestione del potere popolare. Bisogna smascherarli. I rivoluzionari non hanno paura di riconoscersi debolezze e difetti, anche di fronte ad avversari e nemici. Esistono ancora compagni che sfruttano in modo disonesto la fiducia del Consiglio nazionale della rivoluzione per dedicarsi a tangenti e intrallazzi, per piazzare in qualche posto una sorella, una cugina o un amico personale. Questo non è normale. Dobbiamo denunciare coraggiosamente simili pratiche se vogliamo avanzare nella via rivoluzionaria, riuscire nel nostro lavoro di trasformazione delle mentalità e costruire una società nuova.
La battaglia per un Burkina verde, subito partita con un’intensa mobilitazione, dovrà proseguire. La
vittoria nelle tre lotte - contro il divagare degli animali allevati e contro il taglio selvaggio della legna, e per la riforestazione - si otterrà e si garantirà solamente se ogni Burkinabè acquisisce la protezione della natura come propria caratteristica onnipresente. È per questo motivo che invito ciascuno a intraprendere una produzione agricola; che ogni casalinga faccia un orto a casa, per quanto piccolo sia. Il riuso delle acque per innaffiare permetterà la produzione di verdure aggiuntive e offrirà ad ogni bambino delle città la possibilità di occuparsi e curare le piante.
Ricordo a tutti la parola d’ordine «un bosco ogni villaggio» e le pianificazioni di spazi verdi urbani. E nelle nostre città invito tutti all’uso massiccio di calce bianca che, oltre al suo potere asettico, ha il vantaggio di abituare molto velocemente lo spirito di ognuno al rispetto della pulizia, del candore e dell’ordine.
Per far sì che le nostre donne, le nostre sorelle smettano di soffrire per i comportamenti disordinati degli uomini, gli stipendi devono diventare un reddito di tutta la famiglia. Lo stato non costringe nessuno al matrimonio, ma esige che chi fonda una famiglia si assuma le sue responsabilità. Ci sono uomini che trasformano le loro donne in serve, rifiutando loro tuttavia persino una paga di domestica e dissipando in futilità il denaro che deve servire alla famiglia. Tutto ciò è amorale, e inaccettabile in una rivoluzione democratica e popolare. Per questo motivo abbiamo elaborato l’idea del «salario vitale» per le donne.
Compagne e compagni militanti della Rivoluzione democratica e popolare, in questo secondo anniversario della nostra rivoluzione vorrei dire al mondo intero, a nome di tutti voi, gli ideali di pace, di libertà e di amicizia che ci animano. Siamo impegnati in un vicinato dinamico e positivo e per questo moltiplicheremo i passi fraterni e privilegeremo il dialogo per fare fallire le manovre divisioniste e la neo balcanizzazione.
La nostra fede nell’unità africana si consolida ancor più in rapporto ai problemi politici, socioeconomici e ci dimostra che, nei confronti dell’imperialismo, noi in Africa abbiamo una sola scelta: morire ciascuno per suo conto o resistere, sopravvivere e vincere insieme. La nostra rivoluzione comunica con tutte le altre rivoluzioni sorelle, preparandosi a fare la sua parte nell’internazionalismo liberatore.
E in seno alle Nazioni Unite, durante il nostro mandato di membro di turno del Consiglio di sicurezza, non verremo mai meno alla missione: la rivendicazione del diritto dei popoli contro la barbarie e la ferocia cieca della confraternita internazionale di Belzebù.
Compagni, per noi si tratta di far nascere l’uomo della libertà contro l’uomo del destino.
La patria o la morte, vinceremo.

*Selezione dal discorso del 4 agosto 1985 del Presidente Thomas Sankara,
ritrascrizione di un file audio di Ulysses Perez, ricercatore francese

9.6.13

"Glaphyria". L'eleganza degli antichi Greci (Roberto Calasso)

Sin dall'origine, l'eleganza, in Grecia, si oppone alla sontuosità asiatica, che mescolava senza ritegno solennità e sovrabbondanza. Per i Greci, l'eleganza nacque dallo scavare, dalla cavità. Glaphyrós, «cavo», parola che Omero usava per le navi e le grotte, passò insensibilmente a designare quella politura, quel nitore, che sono della superficie scavata e levigata. O l'incisione asciutta del segno, o la superficie compatta e vibrante: questo era desiderabile, e in entrambi i casi da raggiungere togliendo, rastremando il materiale.

L'epidermide delle statue greche si distacca con tanta nettezza dal circostante perché è scavata nell'aria, mentre la statuaria mesopotamica o egizia si offre come cresciuta dal suolo. L'intensità che abita il verso di Omero è tale innanzitutto perché la parola si staglia sul vuoto dei molteplici dettagli che il poeta ci vieta, schegge divelte dalla parola. Poi la glaphyria, abbandonando il regno delle superfici palpabili, si aprì un passaggio verso l'interno, verso la nettezza della mente. E infine si annidò in una superficie priva di appigli, quando Giamblico parlò di glaphyria per definire «l'eleganza» delle dimostrazioni matematiche.

Le Nozze di Cadmo e Armonia, Adelphi, 1988

"E' tanto tempo...". Canto popolare emiliano


E' tanto tempo che desideravo
D'aver n'amante bello e colorito;
Ringrazio Dio che me l'ha mandato
moltopiù bel del persico fiorito
(Rigoso)


da Pier Paolo Pasolini Canzoniere italiano, Garzanti, 1972

5.6.13

Luigi Ciotti, detto don Ciotti: “Deriva etica. Lavoro umiliato e offeso”

Ritrovo e rileggo oggi le parole di adesione alla manifestazione FIOM di metà maggio di Luigi Ciotti (detto don Ciotti). A me sembra che l’analisi del fondatore del Gruppo Abele e di Libera sia assolutamente condivisibile, soprattutto perché semplice e senza sconti per nessuno. (S.L.L.)

Caro Maurizio e cari amici della Fiom, anche se non fisicamente, il 18 maggio sappiatemi con voi con il cuore e l’impegno.
Già nel titolo, la manifestazione pronuncia la parola chiave per uscire da questo drammatico frangente: diritti.
Prima che economica, questa è infatti una crisi dei diritti, una crisi etica e culturale.
Culturale, perché ha corroso l’ideale che ha ispirato la formazione e lo sviluppo delle moderne democrazie: il riconoscimento del nostro essere diversi come persone e ugnali come cittadini.
Etica, perché ne ha affievolito – o ridotto a mera formula retorica – l’ingrediente essenziale: la responsabilità, la consapevolezza che le nostre vite si alimentano l’un l’altra in un progetto collettivo a cui tutti siamo chiamati a contribuire.
Gli effetti di questa deriva etica e culturale li tocchiamo oggi con mano, e la vostra iniziativa li denuncia tutti: aumento delle disuguaglianze, diffusione della povertà, smantellamento dei servizi sociali, riduzione drastica delle risorse necessarie a garantire la qualità della scuola e dell’assistenza sanitaria, cioè i capisaldi della democrazia. E – a rendere il quadro ancora più scoraggiante – la crescita impetuosa della disoccupazione.
In palese contrasto con l’orientamento della Costituzione, il lavoro è stato umiliato e offeso, spogliato da tutta una serie di garanzie che – ci veniva detto – impedivano di stare sul mercato e conseguire, superate alcune turbolenze, un più diffuso benessere. Che cosa è accaduto lo sappiamo: non solo le turbolenze non sono state superate, ma si sono aggravate al punto da cancellare l’occupazione o degradarla a prestazione occasionale quando non servile. 
Voltare pagina significa allora certo dare all’economia una diversa direzione, a partire da quelle misure che la vostra iniziativa richiede con forza: una più equa distribuzione della ricchezza, una lotta sistematica all’evasione fiscale, un reddito di cittadinanza, una riconversione industriale nel segno delle energie pulite e rinnovabili. Ma al contempo è necessario un grande investimento educativo e culturale. La parola “crescita” non può infatti essere solo sinonimo di ripresa dei consumi e del prodotto interno lordo. Una società cresce, diventa adulta e responsabile, quando diventa capace di prevenire le sue sofferenze, quando sa includere e riconoscere, quando si libera dalla peste della corruzione e riduce le “zone grigie” tra mafie e politica, quando fa della legalità uno strumento di giustizia e non di potere, quando capisce che la prima delle ricchezze è quella che deriva dalla cura e dall’affermazione dei diritti: l’istruzione, la salute, la casa e, appunto, il lavoro.
Voi siete una delle espressioni più belle di questa società che vuole crescere, essere adulta e generosa, mettere l’interesse generale prima di quello individuale e impedire che il diritto di tutti diventi il privilegio di pochi.
Perciò bisogna dirvi grazie, perciò dobbiamo camminare insieme.
Vi sono accanto con Libera e il Gruppo Abele.

(16 maggio 2013)

Caso Ilva, Riva non è l’eccezione (di Guido Viale)

Per capire di che cosa parliamo quando parliamo di privatizzazioni guardiamo l’Ilva. Riva ha comprato l’Italsider di Taranto (un «ferrovecchio», secondo lui che lo ha comprato; un gioiello, secondo Prodi che ne ha predisposto la vendita) una ventina di anni fa per una manciata di miliardi (di lire: cioè di milioni di euro). Da allora, ha instaurato in fabbrica un regime dispotico, che gli è valso due condanne per discriminazione (ma ne avrebbe meritate decine), ma che è costato agli operai centinaia di morti sul lavoro. Ha appestato la città con emissioni, reflui e rifiuti nocivi che hanno provocato migliaia di malattie e centinaia di morti. Ha macinato profitti per miliardi di lire, ma poi anche di euro, e ne ha imboscati molti in paradisi fiscali, rimpatriandone una parte esentasse grazie allo scudo fiscale di Tremonti. Ha sfruttato gli impianti senza investire se non lo stretto necessario per tenerli in funzione, mettendo in conto di abbandonarli, insieme a operai e città inquinata, quando non sarebbero più stati redditizi.

Riva non è un’eccezione: il resto dell’Italsider ceduta a privati come Lucchini e ora prossima al fallimento non è stata da meno. Ma le privatizzazioni degli anni ’90 hanno riguardato ben altro: le tre Banche di Interesse Nazionale e con loro quasi tutto il sistema bancario, compresa la Banca d’Italia (che, grazie al «divorzio» dal Tesoro, che da allora non la «controlla» più, oggi è «proprietà privata» delle banche che dovrebbe controllare…). Le quali, ingrossate e ingrassate, si sono dedicate soprattutto ad acquisizioni e a speculazioni fallimentari (grandi immobiliaristi alla Ligresti, grandi opere tipo Tav, titoli dello Stato, che si dissangua per loro). Se oggi il tessuto produttivo sta naufragando per il credit crunch lo dobbiamo a quelle privatizzazioni. Quanto al manifatturiero dell’Iri, oggi resta solo Fincantieri che è un covo di (presunti) delinquenti, vive di commesse militari e ha liquidato tutto il settore civile, motore di gran parte del settore metalmeccanico del paese. E Telecom prima è stata regalata a Fiat, poi a Bernabè, poi ai «capitani coraggiosi» di D’Alema, poi a Tronchetti Provera (che l’ha usata, sembra, per integrare il suo reddito con lo spionaggio; chi controlla i telefoni controlla tutti), poi di nuovo a Bernabè che ora la smembra con l’aiuto della Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) cioè dello Stato nascosto dietro a una banca fintamente privatizzata. Ma anche Telecom era il motore di tutta la microelettronica italiana (un «gioiello» tecnologico avanzatissimo), che da allora è stata prima svenduta a multinazionali estere, poi svuotata del suo know-how e poi liquidata insieme, ovviamente, ai lavoratori del braccio e della mente che impiegava (sono storie di oggi: Jabil, Nokia-Siemesn, Lucent-Alcatel, ecc.). La chimica dell’Eni non ha avuto sorte diversa. Per non parlare della Fiat, che ha campato per decenni con gli aiuti di Stato e che oggi emigra negli Usa o in Serbia a seconda delle convenienze. E potremmo continuare…

Ma perché privatizzare tutte quelle imprese? E perché lo Stato non può rinazionalizzare l’Ilva, che è l’unica strada per bonificarla e non farla chiudere? «Ce lo chiede l’Europa» è la risposta falsa allora e falsa oggi: il «divorzio» tra Banca Centrale e Tesoro – poi trasferito a livello europeo, ciò che oggi ci inchioda a un’austerità paralizzante – ha preceduto quello di tutte gli altri paesi dell’Ue (e in quelli non-euro non è mai avvenuto). E in Italia sono state privatizzate tutte le banche pubbliche (che erano il 70 per cento del settore bancario), mentre Germania e Francia ne hanno privatizzato solo il 10 per cento. In Francia il settore elettrico è rimasto tutto in mano pubblica (e questo è un bene, visto che si tratta di impianti nucleari); ma è pubblico, molto più che in Italia, anche in Germania. E il Regno Unito, antesignano delle privatizzazioni all’epoca della Thatcher (poi superato dalle svendite del nostro paese) ha rinazionalizzato la rete ferroviaria di fronte alle pessime performances dei privati che l’avevano comprata. E potremmo continuare…

Ora è il turno dei servizi pubblici locali: le ex-municipalizzate su cui la finanza, dopo l’assalto a salari e pensioni, ha messo gli occhi per appropriarsene a spese della popolazione. Con un meccanismo semplice: il patto di stabilità interno strangola gli Enti locali – sui quali ricade l’80 per cento dei tagli della spesa pubblica – e costringe i Comuni, per «salvare i bilanci e non venir commissariati, a svendere le loro partecipazioni nelle ex-municipalizzate, ormai trasformate in Spa. I comuni non hanno più accesso al credito anche perché la Cdp, creata più di centocinquant’anni fa per finanziare a tassi agevolati gli investimenti degli Enti locali con il risparmio dei piccoli risparmiatori, è stata anch’essa privatizzata (all’italiana, cioè in modo fittizio). Ora non fa più credito ai Comuni, ma in compenso finanzia la privatizzazione delle loro «partecipate», o la loro concentrazione, per «portarle in borsa» e sottrarle definitivamente al controllo delle amministrazioni locali e della cittadinanza. Portarle in borsa significa renderle redditizie, cosa che si può fare soltanto aumentando le tariffe: cioè a spese degli utenti. Cent’anni fa le municipalizzate erano state create, con la legge Giolitti del 1903, e finanziate con la fiscalità generale, per portare acqua, fogne, elettricità, gas e trasporti in quartieri popolari dove gli abitanti non avrebbero potuto accedere a quei servizi se avessero dovuto pagarli a tariffa piena. Oggi quegli stessi servizi – più altri – vengono privatizzati perché ai Comuni non vengono più date le risorse per finanziarli. Ci pensano, con l’aiuto della Cdp e i soldi dei piccoli risparmiatori, i privati. Ma per finanziare i loro profitti con l’aumento delle tariffe: di chi può pagare. Perché agli utenti che non pagano il servizio viene sottratto: le linee di trasporto pubblico (bus e treni) che non sono redditizie vengono tagliate e la fornitura di beni essenziali come l’acqua viene bloccata, come insegna l’esperienza della società Acqua Latina…

«È l’Europa che ce lo chiede» continuano a blaterare i nostri governanti. Falso. Non ce lo chiede affatto l’Europa (altri paesi si comportano differentemente), ma ci viene imposto dai patti finanziari scellerati che i nostri governanti hanno sottoscritto. Patti che come sono stati firmati possono venir revocati; soprattutto se a pretenderlo fossero non un solo governo, ma tutti quelli dei paesi che da quei patti vengono trascinati verso la catastrofe.

Ma che cosa c’è dietro quei patti? All’inizio, la volontà di bloccare spesa pubblica e salari, accusati di essere la causa dell’inflazione: è la grande svolta degli anni ’80 che ha aperto l’era del liberismo e del pensiero unico, quello del «Non c’è alternativa». Da quella svolta molti (il 99 per cento forse no; ma quasi) ci hanno perso, e parecchio; ma qualcuno ci ha guadagnato, e ancora di più. A guadagnare è stata la finanza, la forma che il potere del capitale ha assunto nell’epoca della globalizzazione.

Ma guardiamo le cose un po’ più da vicino, per esempio nei consigli di amministrazione e nel management delle società: private, privatizzate o ancora (formalmente) pubbliche, o di organismi di indirizzo e controllo. Scopriamo che ciascuno dei membri di questa élite è presente, contemporaneamente o in successione, in molte di queste imprese o di questi organismi; anche se sono tra loro concorrenti o in un rapporto di controllore e controllato. Di più: il loro curriculum non è fatto di saperi e competenze (come ci hanno dimostrato, per esempio, il prof Monti, la prof. Fornero o il prof. Profumo nella passata compagine governativa: la loro incompetenza in tutto ciò di cui si sono occupati è addirittura proverbiale; e ne portiamo tutti le conseguenze), bensì del cumulo dei loro incarichi: che è ciò che permette loro di agire «in rete»; di consolidare reciprocamente il loro potere e di coprire a vicenda le loro responsabilità (che cosa non hanno fatto Monti, Passera e Clini per coprire le responsabilità dei Riva; o dei dirigenti di Finmeccanica, di Fiat, di Eni, ecc!).

Insomma, rinazionalizzare, o riportare comunque sotto una gestione pubblica, è in molti casi – e non solo in quello dell’Ilva – indispensabile. Ma non basta (anche l’Italsider prima dei Riva non è cosa da rimpiangere; come non lo sono molti servizi pubblici locali ancora sotto un formale controllo dei relativi Comuni). Ci vuole un controllo dal basso della gestione di queste società: da parte delle maestranze, ma anche della cittadinanza attiva e delle loro associazioni; e di amministrazioni locali a cui si imponga di assumersi responsabilità dirette nella loro gestione. Dobbiamo puntare, e in fretta, alla creazione di una nuova classe dirigente in grado di aprirsi – quando verrà il momento; e non è lontano. In molti casi è già arrivato – a nuove forme di gestione democratica e partecipata. Perché le classi dirigenti attuali sono inemendabili e ci stanno conducendo al disastro.

"il manifesto", 29.5.2013

4.6.13

Emilio Sereni. “Mettere radici nella realtà delle cose” (Michele Nani)

Nel corso del 2007 molte iniziative hanno ricordato il centenario della nascita di Emilio Sereni, dirigente comunista, studioso marxista, grande storico dell'agricoltura. Se ne attendono i frutti, ma intanto sono finalmente usciti da Doppiavoce gli atti del convegno che si è tenuto, appunto quattro anni fa, tra Napoli e Portici (Emilio Sereni, ritrovare la memoria, a cura di Abdon A1inovi, Emma Buondonno, Alessandro Santini, Francesco Soverina e Luciano Volpe
Proveniente da una famiglia della borghesia ebraica romana, nella sua giovinezza Sereni operò una doppia «conversione»: da sionista convinto cominciò a lavorare alla tesi di laurea, non a caso dedicata a La colonizzazione agricola ebraica in Palestina (ora riedita nella seconda parte del volume), ma nel 1927, quando la discusse presso l'Istituto superiore agrario di Portici, aveva già maturato una seconda svolta, al marxismo e al comunismo. Quest'ultimo itinerario è documentato dallo splendido carteggio con il fratello Enzo, sionista-socialista emigrato in terra d'Israele, ma accorso in Italia per combattere i fascisti e morto a Dachau dopo essere stato catturato (Politica e utopia, a cura di David Bidussa e Maria Grazia Meriggi, 2000).
Intelletto prodigioso, dalla capacità di lavoro e vastità di interessi che impressionava chiunque lo incontrasse (leggeva un numero incredibile di lingue, inclusi l'ebraico, il russo e il cinese), dopo la laurea la sua vita prese una piega avventurosa, forse oggi nota soprattutto per le pagine della figlia Clara (Il gioco dei regni, 1993), ma già al centro delle memorie della moglie Xenia-Marina (I giorni della nostra vita, 1955). Nel 1930 fu arrestato come esponente di spicco del Pcdi napoletano e condannato a quindici anni di carcere. Amnistiato nel 1935, andò esule in Francia, a lavorare al centro estero del partito. Accusato di non essere abbastanza anti-trockista, nel 1937 fu convocato a Mosca, ma si salvò con l'usuale autocritica indirizzata direttamente a Stalin. Contribuì alla resistenza francese e nel 1944 passò sei mesi nel braccio della morte delle SS: ne uscì rocambolescamente e la Liberazione lo vide dirigente del Cln-Alta Italia. Costituente, ministro nei governi unitari fino al 1947, poi parlamentare, fu uno dei principali dirigenti del nuovo Pci negli anni duri del dopoguerra.
Mentre sulle questioni agrarie ebbe un atteggiamento teso all'apertura, per tessere un'alleanza fra i braccianti e i mezzadri «rossi» e la piccola proprietà coltivatrice, nelle politiche culturali fu espressione dell'ortodossia più rigida. Tuttavia la conoscenza diretta dei testi originali di Marx e Lenin fece del Sereni degli anni Sessanta un direttore di «Critica marxista» aperto al dialogo. In un saggio del 1968, qui opportunamente riedito, si serviva di pagine allora poco conosciute (e non ancora tradotte in italiano) dei Grundrisse per connettere l'«immenso potere dirompente» dell'insubordinazione studentesca globale alla rivoluzione tecnico-scientifica che aveva fatto della scienza una «forza immediatamente produttiva» e dell'istruzione/informazione diffusa un «capitale intellettuale» responsabile di buona parte degli aumenti di produttività, ma anche «primo spiraglio sulla dialettica di un mondo nuovo».
Studiava di notte e nei ritagli di tempo concessi da un impegno politico totalizzante, vergando le oltre trecentomila schede di lettura, poi ordinate in faldoni con l'ausilio delle figlie, che oggi fanno parte dell'archivio, custodito assieme alla ricca biblioteca di Sereni dall'Istituto Cervi di Gattatico. Ad esempio qualcuno lo ricorda intento alla scrittura prima di tenere un comizio a Torre Annunziata: non rivedeva il testo del discorso, ma traduceva frammenti micenei utili alla storia dell'agricoltura antica. Da storico seppe coniugare l'ispirazione marxista, la formazione economica e agronomica, con la curiosità per le fonti allora meno considerate, come i canti popolari o l'iconografia del territorio. In quegli anni, come ha ricordato Paolo Favilli, la storiografia marxista fu al centro di una vera innovazione culturale, fra i cui protagonisti Sereni occupò un ruolo di spicco: Il capitalismo nelle campagne, uscito nel 1947 ma steso negli anni di esilio, fece discutere una generazione di storici del Risorgimento per la tesi della «mancata rivoluzione agraria» e resta tuttora una lettura istruttiva; nel 1961 la Storia del paesaggio agrario italiano (alla quale sono dedicati molti dei contributi del volume) dialogava con Bloch e con le «Annales» e, considerando il paesaggio come un documento della prassi umana, apriva un filone di studi originale e ancor vivo.
Uomo del Novecento, per Sereni politica e ricerca erano, nelle parole con cui lo ricordò dopo la morte nel 1977 l'amico Manlio Rossi-Doria, espressione dello stesso bisogno, «andare alle radici delle cose» e «mettere personalmente radici nella realtà delle cose».

“il manifesto”, 1 marzo 2011

Andreotti. Il clericale adulto e il potere romano (Gianpasquale Santomassimo)

Così come esiste la categoria del "cattolico adulto", esiste anche quella del clericale adulto. Dove l'accento deve cadere più sull'aggettivo che sul sostantivo. Perché di clericali ce ne sono tanti, ma il clericale adulto sa che morto un papa se ne fa un altro, che non c'è nulla di eterno salvo l'istituzione in sé, da servire con coerenza consapevole ma senza eccessi di zelo e fanatismi controproducenti. La vita politica e culturale di Giulio Andreotti si è svolta all'interno di questo perimetro, proprio di un'Italia papalina che aveva ancora memoria vivida dello Stato della Chiesa, ma era altresì consapevole, in quanto adulta, che la fine del potere temporale aveva costituito una liberazione e una grande opportunità per la Chiesa.
Tutta la produzione parastorica del personaggio, cospicua e non banale, mostra la convinzione che nell'interesse della Chiesa è molto meglio che governino i laici in spirito di laicità, dove l'eroe per caso e martire suo malgrado è il ministro Pellegrino Rossi, e anche Pio Nono è sì certamente un sant'uomo, come tutti i papi, ma che ebbe il grave torto di buttarsi in politica senza comprendere i tempi mutati, e trascinando con sé la Chiesa in un gorgo che minacciò di inabissarla.
Entrato giovanissimo in politica nella Fuci, fu al governo quasi ininterrottamente a partire dal 1947, prima come sottosegretario dei governi De Gasperi, dal 1954 ministro in quasi tutti i dicasteri in stagioni diverse e che parvero interminabili ai contemporanei. Fu Presidente del Consiglio in sette governi dal 1972 al 1992, per 2226 giorni, con maggioranze politiche diverse o addirittura contrapposte. Poi senatore a vita già dal 1991, e negli ultimi anni sempre più distante dalla politica.
L'incontro con De Gasperi fu quello con una cattolicità e una laicità molto diverse dalle sue. Montanelli scrisse che «quando andavano in chiesa De Gasperi parlava con Dio, Andreotti col prete». In effetti l'orizzonte del cattolico Andreotti era rivolto assai più che a Domineddio, concetto di per sé distante e inconoscibile, alla Chiesa operante nelle cose piccole e minute, che sole possono sostanziare quelle grandi. Ma Andreotti condivise l'amarezza di De Gasperi per i tentativi (a volte brutali) di condizionamento da parte di Pio XII, e probabilmente rinsaldò il suo convincimento nell'autonomia politica dei cattolici, sempre praticata in silenzio, non sbandierata o proclamata. Non si infervorò più tardi nella battaglia contro il divorzio, che doveva considerare causa persa.
Una rete di rapporti ampi (fin troppo, e tante volte discussa) lo portò a sapersi rivolgere con spirito di affabile praticità a tutti. Fortebraccio sull'Unità derise con asprezza per lunghi anni tutti i capi della Dc, tranne lui, l'unico che avesse avuto parole di amicizia al momento della sua espulsione da quel partito. Lo troveremo abbracciato al generale Graziani ad Arcinazzo, e moltissimi anni dopo al capezzale di Renato Guttuso morente. Non fu uomo di pace nel senso alto e mistico di un La Pira, ma certamente ebbe l'indole di un pacificatore, senza grandi visioni ma col pragmatismo della diplomazia. Il suo lungo ministero degli Esteri, durato con insolita continuità nell'arco degli anni Ottanta sotto governi diversi, fece emergere una visione coerente di una politica mediterranea e mediorientale dove l'Italia si ritagliava un margine ampio di autonomia all'interno della fedeltà atlantica. Nel corso degli anni Settanta guidò sia il governo che chiudeva ai socialisti, sia quelli che aprivano ai comunisti. Elaborò la "teoria dei due forni" alla fine di quella esperienza, per reagire al principio di esclusione reciproca che i due grandi partiti popolari tornarono ad assumere dopo la chiusura della solidarietà nazionale.
Ovviamente cultura e attitudine portavano Andreotti a muoversi tra disincanto e cinismo. In politica come nel rapporto con la società. E soprattutto con gli apparati dello Stato, che conosceva come pochi e che si riteneva fosse in grado, più che di governare, di tenere a bada e controllare: di qui forse il ricorso inevitabile alla sua persona nei momenti più delicati e tortuosi. La sua esperienza attraversa tutto il fittissimo filone dei cosiddetti "misteri d'Italia", dalle stragi a Sindona, a Pecorelli, ai capimafia siciliani, con ricadute giudiziarie che lo videro rispettoso della magistratura e infine prescritto, più che assolto, con sentenza imbarazzante rispetto ai rapporti con la mafia. E infatti nel tempo tutto si è detto e si è potuto dire di Andreotti, tranne che fosse un uomo ingenuo. Cosa fosse la sua corrente in Sicilia era noto a tutti e la qualità del personale politico di cui si serviva nella sua vera roccaforte laziale era altrettanto evidente. Perché un uomo avveduto, prudente e colto si è circondato del peggio che la Democrazia Cristiana potesse esprimere? E' forse il vero mistero che l'uomo porta con sé.
E' stato anche l'unico politico a cui in vita è stato dedicato un film controverso e di grande successo, premiato a Cannes nel 2008. Nel Divo di Paolo Sorrentino il geniale monologo di Toni Servillo, sulle strade tortuose che il bene per realizzarsi deve percorrere anche attraverso l'esperienza del male, si avvicina forse a intuire il grumo di pensieri inespressi e inconfessati che l'uomo ha sempre tenuto per sé.

“il manifesto”, 7 maggio 2013

Il "fulgore" degli Ateniesi (di Roberto Calasso)

Armodio e Aristogitone
Negli affari ateniesi si mescola sempre il «fulgore», lamprótes. Non perché la tirannia dei figli di Pisistrato fosse insostenibile si rivoltarono Armodio e Aristogitone, modelli per ogni riflessione sul complotto e il tirannicidio; ma perché il corpo di Armodio era nel «fulgore della giovinezza» e Ippia, figlio di Pisistrato, lo desiderava. Altrettanto però lo desiderava Aristogitone, cittadino medio e amante di Armodio. La ragione dell'attentato fu una «pena d'amore».
E quando gli Ateniesi scesero a frotte, sin dall'alba, al Pireo, in quello che non sapevano essere il loro ultimo giorno di ebbrezza comune, congiunta all'angoscia, quando la flotta di Alcibiade prese il mare verso la Sicilia, anche allora, in una prospettiva di audacia, conquista e morte, l'attenzione si fermava sul «fulgore alla vista» di quelle navi cariche di ornamenti, finché l'araldo fece squillare la tromba, fu silenzio e i soldati e i capi alzarono le coppe d'oro e d'argento nel gesto della libagione. Questo ci racconta Tucidide, il più sobrio fra gli Ateniesi.

Le nozze di Cadmo e Armonia, Adelphi, 1988

Vidocq (di Ernest Mandel)

L'archetipo della guardia rappresentata nella letteratura moderna è modellato sul primo poliziotto celebre della storia, Vidocq, il socio di Fouché. Egli stesso ex bandito condannato al bagno penale, Vidocq reclutò un gran numero di criminali, in qualità di informatori per il ministero dell'Interno di Napoleone. Vidocq costruì la propria leggenda non soltanto con l'infamia dei suoi atti, quasi senza limiti, ma anche scrivendo Memorie menzognere che furono pubblicate nel 1828. È chiaro che il Bibi-Lupin di Balzac e l'ispettore Javert di Victor Hugo sono stati creati sul modello di questo personaggio furbo e terribile, le cui azioni e la cui mentalità portavano i germi di ciò che, un giorno, avrebbe dato i natali a personaggi tanto diversi ma ugualmente disgustosi come J. Edgar Hoover, Heinrich Himmler e Beria.

da Delitti per diletto. Storia sociale del romanzo poliziesco, Interno Giallo, 1990

L'anomalia italiana. Andreotti e l’andreottismo (Giuseppe Di Lello)

Ripropongo il commento di Peppino Di Lello alla scomparsa di Andreotti pubblicato sul “manifesto” ai primi del maggio scorso, molto acuto sul perdurare dell’andreottismo. (S.L.L.)
Giulio Andreotti ha rappresentato, per una lunga fase storica dalla Costituente, sino a quel conclusivo giugno 1991 in cui venne nominato senatore a vita, la più spiccata anomalia italiana: la normalità della coesistenza di vizi e virtù pubbliche in capo ad uno stesso rappresentante delle istituzioni, inconcepibile in un altro paese soggetto al controllo di una decente opinione pubblica.
In un altro paese non avrebbe nemmeno avuto una storia giudiziaria come quella che l'ha coinvolto perché, specie dopo l'affare Sindona, le vicissitudini di Baffi e Sarcinelli, l'omicidio di Giorgio Ambrosoli e il forte legame con la Sicilia di Lima, sarebbe uscito di scena e sarebbe stato dimenticato, almeno dalla cronaca.
E invece ne è uscito sempre rafforzato, tanto da essere nominato senatore a vita e poter poi dire con molta nonchalance che Ambrosoli "se l'era cercata", con relativa fastidiosa alzata di spalle generale e trasversale verso i pochi che protestavano per tanta protervia.
Non c'è dubbio che il potere andreottiano in Sicilia è stato pervasivo e che i suoi luogotenenti locali, Lima in primis, erano interamente calati in quell'area grigia funzionale agli interessi mafiosi. Che fosse mafioso o meno, almeno secondo il codice penale, lo si può desumere da una sentenza passata in giudicato che ha "spacchettato" in due parti la sua compromissione con l'organizzazione criminale: fino ad un certo periodo sì, no per il resto dei suoi giorni. Che Lima non fosse mafioso in senso tecnico-giuridico era convinzione profonda di Giovanni Falcone ed è da presumere che la stessa convinzione l'avesse, di conseguenza, per Andreotti, tanto da risolvere rapidamente il caso di un millantatore spedito in carcere per calunnia per averlo indicato come mandante di un omicidio politico eccellente.
E' certo comunque che la mafia faceva grande affidamento su Lima e le sue connessioni romane, tanto da fargliela pagare quando la sentenza della Cassazione chiuse inesorabilmente il primo maxi processo con lunghe condanne e molti ergastoli.
Rimane, però, in tutta la sua valenza politica ancorché priva di conseguenze giudiziarie, quella compromissione che tanti lutti e tanta sofferenza ha inflitto alla società siciliana e alle istituzioni.
La giustificazione formale di questa santa alleanza, per un lungo periodo, è stata la guerra fredda, la difesa dal comunismo, la fedeltà del Pci all'Urss e, quindi, la necessità di accogliere nel proprio campo un ampio pezzo di borghesia che inglobava anche gruppi criminali. Peccato che sparavano, ma erano effetti collaterali ineliminabili e non si poteva andare troppo per il sottile se si volevano salvare i valori dell'occidente democratico: in buona sostanza, seppur protetta dalla lupara, era pur sempre una democrazia da preservare. Una tal giustificazione pelosa non poteva più reggere dopo l'acquisizione formale e sostanziale del Pci al campo occidentale, con l'accettazione dell'ombrello atlantico come garanzia per la tenuta democratica e buona parte della Dc ne trasse le conseguenze con decise prese di posizione contro la mafia. Il meccanismo, però, era abbastanza collaudato e altri pezzi della politica, delle istituzioni, dell'imprenditoria, della finanza continuarono, e continuano, a farlo marciare a costo di abbattere quanti, come Piersanti Mattarella, volevano cambiare. Emblematica è stata la battaglia di Pio La Torre che aveva compreso sino in fondo la forza distruttiva di questo meccanismo di potere, l'intima relazione tra mafia, affari, istituzioni, controllo del territorio con la militarizzazione: non ci poteva né ci può essere democrazia senza la pace e con la mafia.
Affievolitosi fino all'irrilevanza il potere andreottiano, ne è rimasto il modello come lascito pesante su una società costretta a farci i conti. Intendiamoci, questo è il vero pericolo e non si può semplicisticamente puntare il dito contro i singoli Andreotti, Lima o Ciancimino per poi, comodamente, assolvere tutti gli altri: del resto si è visto come, scomparsi questi attori primari, prontamente ne è stata raccolta l'eredità dai nuovi gruppi che hanno prontamente riempito i vuoti. Da una breve fase di distacco strategico, dovuto alla rivolta morale e politica prodotta dalle stragi del '92, si è passati ad un presente fatto di compromissioni palesi, di accettazione dell'intermediazione mafiosa in tutti i campi degli affari e della finanza, di contiguità rivendicate come irrilevanti o addirittura virtuose - lo stalliere di Arcore eroe - che fanno della mafia un potere ancora più forte e della compromissione con la stessa un modello tuttora vincente.
Morto Andreotti, ora bisogna liberarci dell'andreottismo.
“il manifesto”, 7 maggio 2013

3.6.13

Donne sempre pronte alla faccenda (Poggio Bracciolini)

Una donna, alla quale il marito spesso chiedeva per quale ragione, se uguale nell'uomo e nella donna era il piacere del coito, fossero piuttosto gli uomini che seguivano e sollecitavano le donne di quello che queste gli uomini, rispose: «Questo è stabilito con molto senno, che noi non siamo che cerchiamo gli uomini. È provato che noi donne siamo sempre pronte alla faccenda, voi uomini no. E noi pertanto chiederemmo invano agli uomini quando questi non fossero all'ordine».
Acuta e graziosa risposta.

Liber facetiarum, 46.

Potere e disprezzo. La barbarie che avanza (Paolo Favilli)

Rileggo il commento di Paolo Favilli pubblicato poco più di un mese fa, il primo maggio, con il titolo È tornato il signore della corruzione. Mi pare attualissimo. (S.L.L.)   
Paolo Volponi, ne Le mosche del capitale, (1989) osserva un paesaggio italiano ancora «bello e pingue, ma svagato e stracco come se aspettasse una passata di peste e una notte da Medioevo». Il romanzo è ambientato nel 1980 ed è, nella sua lucidità, un premonizione ragionata della barbarie che stava arrivando. I suicidi «per cause economiche», episodi estremi, si manifestano come indicatori, spie dei modi di declinazione della barbarie nei tempi dell'inversione del progetto democratico.
Il progetto democratico, infatti, è del tutto compenetrato dalle logiche di uno svolgimento intrinsecamente opposto a quello della barbarie: un percorso in cui si declinano le forme storicamente possibili dell'uguaglianza, scandite dall'ampliamento progressivo della sfera dei diritti.
La dinamica regressiva dell'ultimo trentennio, le sue cause strutturali, non sono purtroppo elemento essenziale del discorso politico. Non è un caso. Da tempo ormai la politica ha scelto l'irrilevanza. Questo non è un problema per le parti politiche organiche alle classi dominanti. Il pilota automatico (si fa per dire, la scelta politica è implicita) che gestisce economia e società è garanzia di funzionamento adeguato per logiche e interessi cui tali parti politiche sono organiche. Per le parti la cui funzione storica era stata quella dell'emancipazione dei subalterni, si è trattato, invece, della catastrofe. Catastrofe di quella funzione storica, non certo dei destini personali dei molti che, di quella parte, provengono dal ceto politico dirigente. Anzi mai come negli anni dell'inversione del progetto democratico i loro destini sono stati contrassegnati da onori e privilegi.
Si è avverata la profezia di Leonardo Sciascia che ne Il contesto fa dire ad un leader del partito di governo sollecitato ad «aprire» nei confronti del partito di Enrico Berlinguer: «Questo paese non è ancora arrivato a disprezzare il partito del signor Amar quanto disprezza il mio. Nel nostro paese il crisma del potere è il disprezzo». Ora disprezzo e potere si sono alfine pienamente coniugati. Ecco allora che dell'orrore in cui siamo immersi possiamo dare conto solo prendendo le distanze dal luogo della narrazione dei giochi incrociati tra i poteri, per immergersi nel luogo della narrazione delle punte estreme dell'orrore quotidiano, della banalità dell'orrore. D'altra parte sappiamo bene, ormai, come in genere sia proprio l'analisi dei «margini» a darci conoscenza sulla verità del «centro».
La microstoria del triplo suicidio «per povertà», avvenuto recentemente a Civitanova Marche, non è altro che la riduzione di scala di problemi di ben più ampia dimensione. Vanno affrontati con analisi politiche e socio-economiche a quello stesso livello. Una microstoria innervata del senso profondo della storia generale che stiamo vivendo.
Romeo Dionisi e Maria Sopranzi, i due coniugi che si sono impiccati in un garage di Civitanova, avevano interiorizzato la lezione sulla dignità dell'uomo che ha caratterizzato la storia dell'emancipazione dei subalterni, e non hanno retto alla vergogna del suo attuale naufragio.
La vergogna è paralizzante, distrugge le risorse interiori proprio perché è la condizione prodotta dalla perduta dignità. Romeo Dionisi e Maria Sopranzi si trovavano a giudicare degradante una situazione economico-sociale degradata. L'identità va in pezzi. Se gli esiti suicidali rimangono marginali, tuttavia il processo descritto riguarda ormai milioni di persone. La povertà diventa miseria proprio perché la povertà è indotta da un ulteriore ciclo di modernizzazione. Il ciclo dell'invenzione della scarsità, della scarsità socialmente costruita.
La modernizzazione della povertà, la sua riduzione a miseria, è uno dei parametri fondamentali su cui si articola l'analisi del capitalismo nell'età contemporanea. Nei cosiddetti «trenta gloriosi» (fine anni Quaranta, fine anni Settanta), si era avviata un'inversione di tendenza, un ciclo opposto: quello del percorso democratico; poi uno nuovo di modernizzazione. La banalizzazione del moderno, ma insieme la sua riduzione a senso comune dominante, la si può cogliere bene nell'affermazione lapidaria di una delle firme del “Corriere della Sera” relativamente al merito maggiore della Thatcher: «Ha costretto l'Inghilterra a diventare moderna» (Severgnini, 22/04/'13). La tragedia sociale dei subalterni come indice di modernità.
Alla banalizzazione della modernità si accompagna, in particolare nel caso italiano, la banalizzazione del nesso tra questione politica, questione morale e questione criminale. Il braccio destro (o sinistro) di Berlusconi è stato condannato in via definitiva per corruzione in atti giudiziari. La corruzione è avvenuta con l'utilizzazione di fondi riconducibili al suo datore di lavoro ed a vantaggio dello stesso. Il suo braccio sinistro (o destro) è stato condannato in primo e secondo grado (cioè nel giudizio di sostanza) per concorso in associazione mafiosa. In particolare nel suo ruolo di interfaccia (protettiva o meno) tra tale associazione e il solito datore di lavoro. È necessario ricordare che la lunga fase politica in cui siamo ancora immersi è cominciata proprio con il tridente d'attacco Berlusconi, Previti, Dell'Utri, cioè la triade fattuale di ciò che è stato provato: intreccio di questione politica, questione morale, questione criminale.
Il corpo a cui appartengono il braccio sinistro ed il destro, dopo una breve parentesi, è ritornato ad essere uno dei signori della politica italiana. Si tratta di un fenomeno obbiettivamente mostruoso («che suscita stupore e meraviglia, straordinario» ), ma ancora più mostruoso il fatto che non sia avvertito come tale da chi ancora, qualche volta, evoca Enrico Berlinguer, sia pure in riferimenti del tutto retorici.
Tale mostruosità ha a che vedere con i lineamenti lunghi di una tipicità italiana. Lineamenti che si manifestano in maniera carsica, ma che tendono sempre a ritornare in superficie nei momenti in cui le risposte alle crisi emergono dalla decomposizione di climi caratterizzati da forte tensione etico-politica. Per dirla con il fulminante incipit tolstoiano di Anna Karenina: «Le famiglie felici si rassomigliano tutte. Ogni famiglia infelice, invece, lo è a modo suo». E nella famiglia Italia la crisi fa emergere componenti di lungo periodo che si coniugano agevolmente con la tradizione, anch'essa di lungo periodo, della politica come luogo privilegiato della coltivazione raffinata della pianta cinismo. Il fatto che lo scioglimento del nodo rappresentato dalla suddetta triade, vero e proprio paradigma della politica alta, sia stato sterilizzato, tolto dal campo della politica, dimostra come quella pianta sia divenuta rigogliosa.
«Intese non sono orrore...», ha tuonato Napolitano divenuto il presidente di una Repubblica con una nuova costituzione materiale. L'affermazione è un'ovvietà. Le intese figlie di un cinismo tanto profondo e radicato sono invece proprio l'orrore. Un indicatore preciso di barbarie politica. Solo la presa di coscienza degli aspetti fondamentali di questa barbarie, delle loro radici profonde, della necessità di una discriminante netta, sia etico-politica che analitica, nei confronti del vasto fronte della banalizzazione cinica, può costituire il punto di riferimento unitario di una sinistra divisa e dispersa.

"il manifesto", 1 maggio 2013

La poesia del lunedì. Amalia Rosselli

Propongo un incontro col teschio,
una sfida al teschio
mantengo ferma e costante
chiusa nella fede impossibile
l'amor proprio
delle bestie.

Ogni giorno della sua inesplicabile esistenza
parole mute in fila.

da Documento (1976)

2.6.13

La strana morte del compagno Magri (S.L.L.)

Martedì scorso a Perugia, in un incontro senza giovani, Luciana Castellina e Renato Covino ragionavano del libro sull'altro comunismo di Lucio Magri, che raccoglie una antologia dei suoi scritti politici e una lunga conversazione con Garzia e Crucianelli. Sia Luciana che Renato hanno rigorosamente evitato il tema del suicidio. E invece era proprio da lì che bisognava partire. Quel suicidio è stato un atto politico.
(Stato di fb venerdì 31 maggio)
Luciana Castellina e Lucio Magri
E' una cosa che voglio studiare e verificare, ma la mia impressione è che il suicidio - almeno nelle intenzioni di Magri - non fosse (soltanto) una risposta privata a una vita divenuta per più ragioni insopportabile o la sanzione di una sconfitta personale e politica, ma una forma estrema di protesta pubblica e che contenesse (contenga ancora probabilmente) un messaggio. Credo che oggi, di fronte a suicidi con un alto tasso di politicità, anche dichiarata, quelli paradossalmente interclassisti di operai e piccoli imprenditori vittime della crisi, la strana morte del compagno Magri risulti più comprensibile.
Non guasterebbe, peraltro, andare a rileggere gli intensi dibattiti sul suicidio e sul suo valore etico politico nei primi decenni dell'Ottocento, quando il bonapartismo prima e la restaurazione dopo sembravano aver seppellito la spinta liberatrice della Rivoluzione. In particolare bisognerebbe riprendere in mano le poesie e le riflessioni di Leopardi sul tema: il Bruto minore, l’Ultimo canto di Saffo e il Consalvo; alcune pagine dello Zibaldone, alcuni dei Pensieri; e tutte, dico tutte, le Operette morali perché di quello parlano anche se sembrano parlar d’altro. 
(Successivo commento e poscritto)

L'ideologia comunista motore dello sviluppo capitalistico (Otto Bauer)

Non pochi, in Italia e nel mondo, ricordano l’articolo con cui Antonio Gramsci salutò l’assalto al Palazzo d’Inverno di Pietrogrado e l’affermarsi del potere sovietico in Russia nel novembre del 1917: La Rivoluzione contro il Capitale. Il “Capitale” di cui Gramsci parlava non era quello dei capitalisti, ma quello di Karl Marx, il cui pensiero sembrava smentito da una rivoluzione nata non nei punti avanzati dello sviluppo economico, ma nella Russia zarista e semifeudale.
La diffidenza verso quella “strana” rivoluzione fu comunque grande nel socialismo europeo, in particolare nei paesi di lingua tedesca, ove nelle lotte politiche e sociali del movimento operaio era ben presente l’elemento teorico e forte restava il riferimento all’opera di Marx ed Engels. Esemplare, a questo proposito, è la posizione antibolscevica di sinistra dei cosiddetti “austromarxisti”: primo fra tutti Otto Bauer (1881-1938), che ne fu il leader. Bauer, teorico di valore, fu il portabandiera di una tendenza socialista avanzata, di cui sono testimonianza, tra gli anni Venti e Trenta, le conquiste e le realizzazioni sociali di “Vienna la Rossa” e la resistenza sanguinosa della città del Karl Marx Hof alla dittatura di Dolfuss, premessa dell’annessione hitleriana.
Il brano che segue, ripreso da una prestigiosa storia documentaria del marxismo, efficacemente sintetica, quella di Iring Fetscher, risale al 1921 ed è parte di un più ampio scritto sulla NEP sovietica. Bauer non dava molto credito alla tenuta ideologica dei capi bolscevichi e prevedeva che lo sviluppo industriale in Russia su larga scala si sarebbe verificato sulle basi della NEP, cioè attraverso una accumulazione in parte buona privata (come sarebbe accaduto diversi decenni dopo nella Cina del dopo-Mao). I fatti l’avrebbero smentito. I principali eredi di Lenin, Trotzkij per primo e, qualche anno dopo, il suo trionfante antagonista Stalin si sarebbero schierati per una decisa collettivizzazione, anche in agricoltura. E tuttavia, se valutata sul lungo periodo, trova una sua forza anche per la Russia la paradossale tesi di Otto Bauer, per cui – nei paesi arretrati – l’ideologia comunista, abbattendo le strutture feudali, sarebbe premessa e strumento dello sviluppo capitalistico su nuove basi allargate.  (S.L.L.)
Otto Bauer a un congresso socialista negli anni Venti
L'ideologia comunista della rivoluzione russa fu una di quelle ideologie entusiastiche, illusorie ed utopiche, in cui ricade sempre la rivoluzione borghese nella sua fase plebea e dittatoriale.
Nel corso dello sviluppo della rivoluzione russa essa ha lo stesso significato che ebbero una volta l'ideologia del "regno d'Israele" nella rivoluzione inglese e l'ideologia giacobina dell'eguaglianza in quella francese. Il comunismo russo non è il socialismo di un proletariato sviluppatosi e formatosi sulla base del capitalismo ad alto livello e ormai in grado di condurre la lotta reale per la socializzazione della produzione e dello scambio dei beni, socializzazione che lo sviluppo stesso del capitalismo ha ormai preformato e reso obiettivamente possibile. Il comunismo russo fu piuttosto l'illusione delle masse plebee in un paese appena giunto a liberarsi dal giogo del feudalesimo, masse le quali, sospinte temporaneamente al potere dalla rivoluzione borghese, cercano vanamente di realizzare i propri ideali, per naufragare infine contro Io scoglio costituito dal basso livello delle forze produttive. Esse hanno dovuto rendersi conto che il loro dominio non può realizzare gli ideali comunisti, ma è solo il mezzo scelto dalla storia per abbattere tutti i resti del feudalesimo e creare così le premesse dello sviluppo capitalistico su una nuova base allargata. [Der neue Kurs in Sowjetrussland, Wien, 1921, p. 31]

In Iring Fetscher, Il marxismo. Storia documentaria, Vol.I Filosofia, Ideologia, Feltrinelli, 1969

1.6.13

La luce del Sud. Alberto Savinio e il Mezzogiorno d'Italia

È una scoperta leggere i brani che Alberto Savinio ha dedicato in tanti anni al Mezzogiorno d’Italia. In un articolo che si intitola La luce viene dal Sud, del 1951, si può leggere il brano che segue, ove il Sud diventa una metafora, di adesione al mondo, di partecipazione alle cose e alla vita degli uomini, un luogo dove potrebbe ancora esistere il sentimento. (S.L.L.)
 
Alberto Savinio
Formiamo alcuni equivalenti: mondo antico, mondo meridionale, mondo chiuso, mondo conchiuso. E, dall'altro lato: mondo moderno, mondo settentrionale, mondo aperto, mondo sconfinato.
Il mondo moderno, o settentrionale, o aperto, o sconfinato, è forse in fallimento? In un certo senso sì. Causa prima: orrore dell'aperto, dello sconfinato. E si capisce. Mia moglie ha orrore non solo di una porta aperta, ma di un armadio aperto. E se si trattasse delle porte del mondo, dell'universo?...
Ritornare al mondo antico, o euclideo, o meridionale, significa tornare a un mondo le cui porte tutt'intorno sono chiuse. Significa non vivere più nell'ossessione dello sconfinato. Il mondo moderno ha molte qualità, ma anche un grandissimo difetto: manca di anse, di manichi, e si è scelto come forma poetica l'illimitato. (...)
A salvarsi dallo 'sconfinato' del settentrionalismo e a rientrare nel conchiuso del meridionalismo, gli Italiani non faranno fatica. Sempre gli Italiani hanno preferito il pane di grano alla chimica, specie alla chimica mentale. È la loro saggezza. E a questa saggezza, ora anche gli altri popoli si voltano. Sarà bello, fra poco, vedere i disprezzati Südmänner esaltati come maestri di vita.

In Opere scelte a cura di Leonardo Sciascia e  Franco De Maria, Bompiani, 1989

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