12.6.13

Marx e Darwin. “Sono un vostro sincero ammiratore” (Aldo Natoli)


Darwin in un disegno dell'Ottocento
Da uno speciale di “Repubblica” riprendo un articolo del nostro compagno Aldo Natoli che – oltre a fare il punto sui rapporti diretti tra Marx e Darwin – sgombra il campo da alcuni equivoci accumulatisi nella storia del socialismo europeo. (S.L.L.)
Marx in una caricatura del Novecento

Che Marx sia stato un seguace convinto delle idee di Darwin, che «il socialismo marxista non sia (stato) che il complemento pratico e fecondo, nella vita sociale, della moderna rivoluzione scientifica darwiniana» e di questa perfino «una filiazione diretta», fu leggenda creata dal movimento scientista e positivista degli ultimi venticinque anni del secolo scorso e, in Italia, particolarmente da Enrico Ferri, dalla cui opera Socialismo e scienza positiva. Darwin, Spencer, Marx (1894) ho citato le frasi messe sopra fra virgolette. Certo, a dare un fondamento «scientifico» alla leggenda contribuirono non poco sia l'amico di tutta la vita, Federico Engels, sia il discepolo di questo, Karl Kautsky, ai quali, se pure in diversa misura, deve farsi risalire quell'«inquinamento» del pensiero di Marx che svolgerà un ruolo fondamentale nei marxismi successivi della Seconda e della Terza Internazionale, e che dura imperterrito fino ai nostri giorni.
Tanto dure a morire sono le risonanze lontane di quel gemellaggio fra l'opera di Darwin e quella di Marx, cui così efficacemente doveva contribuire lo stesso Engels nella sua orazione in morte dell'amico al cimitero di Highgate, quando affermò che Marx era stato «lo scopritore della legge fondamentale che regola il corso e lo sviluppo della società umana», esattamente come Darwin, che aveva scoperto «la legge di sviluppo della natura organica sul nostro pianeta». Di questa analogia, oratoriamente efficace, fu fatto disgraziatamente un uso che non doveva giovare né al pensiero di Marx, né alle scienze naturali.
Cerchiamo dunque di vedere come storicamente si collochi l’interesse di Marx per l'opera scientifica di Darwin, come pure il rapporto fra i due.
Evitiamo anzitutto di caricare di oscuri significati suggestivi la mera coincidenza della comparsa contemporanea nell'anno 1859 della Origine delle specie e della Critica dell'economia politica. Poco dopo (lettera del 12 dicembre '59) Marx veniva sollecitato da Engels alla lettura dell'opera di Darwin. Il tono è entusiasta: «stupendo ... la teleologia sgominata ... tentativo grandioso per dimostrare uno sviluppo storico nella natura».
Marx ci metterà un anno prima di decidersi a leggere Darwin, «fra l'altro». Naturalmente non gli sfugge «che il libro contiene i fondamenti storico-naturali del nostro di modo vedere» (lettera del 19 dicembre 1860). Però, nel complesso, e pur accentuando la critica al «goffo» metodo inglese, ne dà una valutazione più sobria e stringata, che precisa ulteriormente in una lettera a Lassalle del gennaio successivo (1861). E' rimasto fortemente colpito dalla scoperta di processi evolutivi nell'ambito della natura, conferma di ipotesi già in circolazione nella cultura scientifica del tempo; ipotesi che lui stesso solo qualche anno prima (1857) aveva adombrato nell'indicare una possibile analogia fra i processi di sviluppo della società e quelli fra le specie naturali: «L'anatomia dell'uomo», aveva scritto, «è una chiave per l'anatomia della scimmia». Giustamente ha notato Valentino Gerratana come in questa affermazione non si possa ravvisare alcun accenno finalistico; infatti «solo a posteriori può essere compreso lo sviluppo superiore di una precedente forma meno evoluta», negando così «ogni disegno preordinato della natura».
Il vivo interesse di Marx alla prima lettura di Darwin è dunque tanto più comprensibile in quanto egli deve avere avvertito di essersi imbattuto nella dimostrazione scientifica di precedenti sue intuizioni circa la storicità del rapporto fra l'uomo e la natura. Tuttavia Marx non giungerà mai ad esprimere un giudizio favorevole motivato nell'insieme sull'opera di Darwin.
Anzitutto le sue valutazioni e i suoi richiami saranno sempre ben delimitati e circoscritti a questioni particolari. Per esempio nella nota alla IV sezione del I libro del Capitale, quando noterà ancora una analogia fra l'evoluzione della tecnologia industriale nella filatura e le osservazioni di Darwin sulla «tecnologia naturale», cioè sulla formazione degli organi vegetali e animali come strumenti di «produzione della vita». Ma ciò che qui sembra essenziale è la preoccupazione di Marx di far seguire tale analogia da un avvertimento (chissà quanto presago?) a non dedurre da essa un «materialismo astrattamente modellato sulle scienze naturali, che esclude il processo storico». Questo avvertimento, come è noto, rimase largamente sconosciuto e, comunque, inascoltato. In particolare da parte dei «goffi», anche se non tutti inglesi, progenitori del cosiddetto «darwinismo sociale».
D'altro canto, Marx non si impegnò mai (come invece farà Engels), nello studio approfondito delle scienze naturali, e nemmeno delle stesse opere di Darwin. Continuerà a leggerle, è vero; ma sarà piuttosto uno sfogo alla sua inesauribile curiosità intellettuale, mentre si andranno sempre più precisando in lui taluni elementi di critica alla interpretazione che lo stesso Darwin provava a dare dei risultati empirici delle proprie ricerche. Interessantissima è per questi due aspetti la lettera a Engels del 18 giugno 1862: «Mi diverto con Darwin», scrive, «al quale ho dato di nuovo un'occhiata». Le due notazioni dicono efficacemente la distanza alla quale Marx ha già posto il suo oggetto.
Di più, ciò che adesso particolarmente lo interessa è la pretesa di Darwin di «applicare la teoria di Malthus anche alle piante e agli animali». In realtà, dice Marx, Darwin non fa altro che trasferire al regno animale le contraddizioni della società inglese e il bellum omnium contro omnes di Hobbes. Severo giudizio sulla capacità dello stesso Darwin di dare una spiegazione razionale, cioè scientifica, delle proprie scoperte.
Fra Marx e Darwin intercorsero limitati rapporti personali; anzi, come da qualche anno è stato accertato, più limitati di quanto non sia stato tendenziosamente tramandato. Nel 1873 Marx inviò in omaggio ai Darwin la seconda edizione, allora uscita, del II volume del Capitale. La dedica autografa diceva: «Al signor Charles Darwin da parte del suo sincero ammiratore Karl Marx». Darwin rispose con un biglietto di ringraziamento cortese e sottolineò (fu solo un caso?) non solo la propria ignoranza in fatto di economia politica, ma la diversità dei campi di studio nei quali lui e il suo interlocutore erano impegnati. La corrispondenza non ebbe seguito.
Senonché dopo la morte di Engels, fra le carte di Marx fu trovata una lettera di Darwin (1880) il quale declinava, sempre cortesemente, l'offerta che gli venisse dedicata un'opera di imminente pubblicazione.  Questa lettera, senza indicazione del destinatario, è servita per molti anni ad accreditare la versione che Marx avrebbe avuto l'intenzione di dedicare a Darwin il II volume del Capitale. Solo recentemente è stato esaurientemente dimostrato che la lettera era indirizzata a Edward Aveling, compagno di Eleanor Marx, il quale effettivamente aveva chiesto a Darwin di consentire a che gli venisse dedicato un suo volumetto di volgarizzazione dell'opera darwiniana, pubblicato a cura di una associazione di liberi pensatori. Ma l'interessato non consentì, non volendo in nessun modo essere coinvolto in «attacchi contro la religione». Ciò era del tutto coerente con il suo professato agnosticismo; ma forse aiuta a comprendere meglio l'evasiva cortesia con cui aveva lasciato cadere il gesto gentile compiuto dal radicale Marx nel 1873.

“la Repubblica”, 31 gennaio 1982

Perché il socialismo? (di Albert Einstein)

Nel mare di retorica, bugie e falsa coscienza che accompagna spesso le celebrazioni einsteiniane nei convegni scientifici e soprattutto nelle pagine di tutti i giornali benpensanti è annegata, non a caso, ogni traccia del ruolo e delle posizioni politiche di Einstein, il suo pacifismo, il suo internazionalismo, le sue lotte contro il fascismo e il nazismo, le sue dure critiche al sistema capitalistico e infine la sua esplicita opzione, in vecchiaia, per il socialismo. Mi sembra utile pertanto riportare alla memoria alcuni brani di Einstein, scritti in piena guerra fredda, a cominciare da questo che trovò posto nella più importante rivista marxista degli Usa, quando il marxismo Usa, come diceva Sweezy, entrava tutto intero in un taxi di quelli grandi ed era non solo ostracizzato ma perseguitato. (S.L.L.)
«...In nessuna parte del mondo abbiamo superato quella che Thorstein Veblen chiamò la "fase predatoria" dello sviluppo umano. I fatti economici che ci è dato osservare appartengono a tale fase, e le stesse leggi che possiamo applicare a tali fatti non sono applicabili ad altre fasi.
Dato che il vero scopo del socialismo è precisamente quello di superare e di procedere oltre la fase predatoria dello sviluppo umano, la scienza economica, al suo stato attuale, può gettare ben poca luce sulla società socialista del futuro... dovremmo stare attenti a non sopravvalutare la scienza e i metodi scientifici quando si tratta di problemi umani; e non dovremmo ammettere che gli esperti siano gli unici ad avere il diritto di pronunciarsi su questioni riguardanti l'organizzazione della società».

Da Perché il socialismo?, «Monthly Review», numero 1, 1949, in “il manifesto”, 14 marzo 1979

Tartarin. Un comico profeta di Provenza (Gian Carlo Roscioni)

Flaubert lesse Le prodigiose avventure di Tartarino di Tarascona, ancora fresche di stampa, una notte del 1872. Mentre il suo occhio percorreva velocemente le pagine del romanzo, tra mezzanotte e le due e trenta, l'autore di Madame Bovary si sorprendeva a ridere ad alta voce, da solo. Avrebbe poi scritto a Daudet che il suo libro era un puro e semplice capolavoro. Che pensare di questo giudizio, a un secolo di distanza? Credo che per apprezzare Tartarino (anzi, I tre libri di Tartarino: con questo titolo, nella collana Scrittori tradotti da scrittori, Einaudi pubblica pagg. 610, lire 24.000 la versione di Aldo Palazzeschi dell' intero ciclo tartarinesco) si debba oggi superare qualche ostacolo. I tre titoli, come altri dello stesso autore (in italiano, Cosino, Le lettere del mio mulino, ecc.) sono legati nella nostra memoria a ricordi scolastici; e si sa come una simile associazione possa provocare nel lettore adulto reazioni e resistenze paragonabili a quelle che risvegliano certi cibi, troppo generosamente propinati agli adolescenti di una volta. Basta però riprendere in mano Tartarino per rendere giustizia al suo inventore. Alphonse Daudet non è l'amabile e un po' zuccheroso affabulatore che credevamo di ricordare: nonostante qualche caduta, qualche intenerimento di troppo, la sua prosa è sorvegliatissima, il lessico sofisticato, il ritmo impeccabile. Solo per civetteria l'autore disse di Tartarino: La grana della scrittura non è molto fine né molto compatta. Anche il programma di una letteratura in piedi, gesticolata, dai modi esuberanti come quelli del suo eroe non va preso alla lettera. Sotto la vernice realistica, provenzale, c'è molta, fin troppa letteratura. Lo spettacolo è allestito con l' ausilio delle vecchie, collaudate ricette dell' eroicomico e del burlesco, sotto la tutela, qua e là un po' ingombrante, di Cervantes e di Dickens. E lo spunto di partenza la caccia a mostri immaginari che non compaiono mai si deve, nientedimeno, alla Leggenda aurea di Jacopo da Varagine, dove figura la storia della Tarasca, un drago più grosso di un bue e più lungo di un cavallo che infesta le rive del Rodano. Ma se le avventure di Tartarino risultano ancora oggi prodigiose, non direi che questo si debba alla statura e alla ricchezza del personaggio. Il tipo del meridionale estroverso e sbruffone, bonariamente aggressivo e simpaticamente codardo, assomiglia troppo a un cliché; l' inventiva, l' ironia e il garbo di Daudet non bastano a riscattare il sapore di convenzione e di repertorio degli atteggiamenti del suo protagonista. Il vero pregio delle avventure che egli ci racconta sta nella rappresentazione, questa sì profondamente realistica, dei paesi in cui esse si svolgono. Il realismo di cui parlo è di un tipo molto particolare, e non s'incontra di frequente in letteratura. E' un realismo che non si appaga di mettere in scena il presente, ma intravede, presagisce il futuro: e ha un nome speciale, si chiama profezia. Il risultato più singolare in questa direzione si registra nelle pagine dedicate, in Tartarino sulle Alpi (1885), alla Svizzera, un paese che non c' è, non esiste più. L' industria turistica ha trasformato la patria di Guglielmo Tell in un gigantesco Guglielmo Hotel: “La Svizzera non è altro che un grande Casinò aperto dal giugno a settembre: un Casinò di panorami al quale si viene per distrazione dalle cinque parti del mondo, e sfruttato da una Compagnia internazionale ricchissima per centinaia e centinaia di milioni, e che ha la sua sede Ginevra e a Londra (...): inoltratevi nei paesi e non troverete un cantuccio solo che non sia artefatto, che non sia tutto un meccanismo come il palcoscenico di un teatro d' opera. Cascate illuminate a giorno, porte girevoli all' ingresso dei ghiacciai, e per le ascensioni delle ottime ferrovie idrauliche o funicolari. E i crepacci dove si può anche mettere un piede in fallo? Le vette da cui, a leggere i giornali, ogni tanto precipita una cordata di inglesi o di americani? Non è vero niente, tutta una montatura. Se cadete in un crepaccio, c' è sempre un groom o un portiere d' albergo pronto a raccogliervi, che vi chiede: Il signore è senza bagaglio?”. Quanto alle cordate che precipitano, sono messinscene per attirare i turisti assetati di emozioni: “Sopra una montagna dove nessuno si fosse mai rotto l'osso del collo gli inglesi non verrebbero, e tanto meno gli americani”.
Altro emblematico semaforo della progressiva adulterazione d'ogni società e d'ogni costume è, al polo opposto, questa misteriosa e stramba Algeria francese, dove ai profumi del vecchio Oriente si aggiungono quelli non meno forti dell' assenzio e della caserma. Granaio senza grano, l'Algeria è irrimediabilmente imbastardita dalla contaminazione con l'Europa. Gli occupanti francesi fanno scorpacciate di montone arrosto in mezzo a un popolo che muore di fame, e che noi inciviliamo aggiungendogli i nostri vizi. Il quadro che ne risulta ha qualcosa di stonato e di tragicomico, come una pagina del Vecchio Testamento raccontata da un sottufficiale alla tavola di un' osteria.
So di forzare un po' la mano a Daudet con questa lettura: ma mi vien fatto di vedere nei travestimenti di Tartarino da turco, da alpinista, da colonizzatore non solo il frutto della mitomania del personaggio, ma la metafora d' altre meno allegre e soprattutto irreversibili metamorfosi di cui il suo tempo comincia a essere testimone.
Nell' estrosissima traduzione Palazzeschi si prende con il testo originale ogni libertà: sviluppa, semplifica, precisa, stravolge. La sua lingua, toscaneggiante, evoca implicitamente un paesaggio umano molto diverso da quello della Provenza, e con esso mimiche più sobrie, comportamenti più guardinghi. Ma di questa incongruenza sarebbe sbagliato fare appunto al traduttore: se la partitura di Daudet perde, nelle sue mani, qualche cadenza provenzale, acquista d' altro canto nuove, fantasiose sonorità. Penso soprattutto a certe interiezioni e onomatopee di stampo inconfondibilmente palazzeschiano: ora è il cràcchete tràcchete che accompagna l'atto d'innestare una baionetta, ora il colorito Pan! Pum! Bum! Tum! che sostituisce il dimesso pan pan dell'originale francese. E' come un pizzico di allegria futurista, linguaiola e artificiale, sparso sul pathos agrodolce della comicità di Provenza: buffonerie sovrapposte ad altre buffonerie, in una farsa capace di superare i limiti di spazio e di tempo entro cui sembrava dovesse restar confinata.

“la Repubblica”, 7 novembre 1987

Ottocento bifronte (di Michele Nani)

Marzo 2009. La rievocazione delle Cinque Giornate al Castello Sforzesco di Milano
«Ora la fede se ne va e la scienza viva e completa non è venuta ancora. Perché dunque glorificare tanto questi tempi che i più ottimisti chiamano di transizione?»: poco prima dell'Unità italiana, così si interrogava Ippolito Nievo per mezzo del suo alter ego Carlino Altoviti, uno fra i tanti che «non credono più e pur vogliono ancora pensare in questo secolo di transizione». Sottolineandone il carattere bifronte, di quell'epoca «in transizione» offre ora un profilo di sintesi Salvatore Lupo con Il passato del nostro presente. «Il lungo Ottocento è il passato che più ha influenzato il nostro presente»: perché è stata l'epoca di un «grande mutamento», profondo e accelerato, se messo a confronto con i tempi graduali delle trasformazioni dei millenni precedenti. Si è trattato di un cambiamento durevole, destinato a segnare una svolta irreversibile nella storia dell'umanità, a partire dalle grandi rivoluzioni in America e in Francia, dall'industrializzazione e dalla diffusione della «nuova politica» (liberalismo, democrazia, nazionalismo, socialismo). Ciò non significa, ricorda però Lupo, che gli uomini e le donne del XIX secolo vivessero in un mondo simile al nostro: le loro vite furono segnate da «oppressive continuità» con i secoli precedenti, dalla fame come dal dominio della religione, dal peso di rapporti sociali tradizionali come da ostacoli all'emancipazione giuridica di donne, lavoratori, minoranze e sudditi coloniali destinati a persistere fino al nuovo secolo.

Un lascito ambivalente
Ai vecchi imperi (russo, asburgico, ottomano) si affiancarono nel corso dell'Ottocento imperialismi di tipo nuovo, come l'esperienza napoleonica, il dominio su buona parte dei mari e delle terre emerse che rese possibile l'egemonia economica britannica (e lo stesso «modello» politico inglese), ma anche l'espansionismo statunitense ai danni dei nativi e del Messico. Al cuore del secolo Lupo colloca il 1848, la più grande ondata rivoluzionaria della storia europea, alla quale fece seguito il primo boom capitalistico e una serie di conflitti armati che ridisegnarono la carta politica europea (le guerre per l'unificazione tedesca e italiana) e segnarono il destino di una nuova potenza extraeuropea (la guerra civile americana).
La seconda metà del secolo fu animata dalla dialettica fra globalizzazione (commerciale, coloniale, ma anche migratoria) e rafforzamento degli Stati e delle economie nazionali. Lo scontro internazionale si dispiegò sul piano delle politiche di potenza, ma soprattutto su quello della forza economica, per giungere a un punto critico quando Germania, Stati Uniti e Giappone minacciarono il primato industriale britannico. Analogamente, sul piano delle ideologie e delle culture diffuse, si affermarono prospettive universalistiche (su tutte l'«internazionalismo proletario» socialista), che vennero però contrastate da reazioni aggressive, come il nazionalismo xenofobo, il razzismo coloniale e contro gli immigrati, l'antisemitismo.
Il «lungo» XIX secolo finì con la più tragica delle esperienze, la prima guerra mondiale, una strage di dimensioni mai viste fino ad allora. Lupo rifiuta la contrapposizione fra un pacifico Ottocento e un buio Novecento, ma invita comunque a considerare il lascito del «migliore» Ottocento. Lo sviluppo economico, l'accesso alla cittadinanza, la fine del colonialismo, l'egualitarismo dei diritti sociali rappresenterebbero il prolungamento novecentesco di processi avviati nel secolo precedente. Per questo il libro si chiude con un invito a far nostra la «fede nel progresso» caratteristica dell'ormai lontano XIX secolo e, viene da aggiungere, oggi minata dalla consapevolezza della distruzione sociale e ambientale portata dal capitalismo dei consumi.
Genere ingrato, la breve sintesi di «storia generale» deve fare i conti con scelte drastiche. Lupo esplicita chiaramente le proprie: si concentra sulla storia dell'attuale Occidente e riserva un quarto circa dello spazio alla storia d'Italia; preferisce dar conto di «eventi» e «idee» e rivolge minor attenzione alla storia economica e sociale, al lavoro, alla famiglia e alle donne; sottrae pagine alla narrazione per renderla più articolata, inserendo paragrafi dedicati alla storiografia sull'Ottocento (nei quali la revisione di Furet si alterna a quelle post-coloniali e globali di Said, Anderson e Bayly), al «discorso politico» (da Montesquieu a Marx e Engels) o ad alcune opere letterarie dell'epoca (come i Miserabili di Hugo e Cuore di De Amicis).
La tirannia dello spazio si allenta, invece, quando si affrontano studi più circoscritti, che presentano anche l'altro, prezioso vantaggio di introdurre il lettore nelle dinamiche più minute delle società del passato, come nel caso di due avvincenti ricerche sull'Ottocento italiano.
Il patriota traditore di Gianluca Albergoni si sofferma su una vicenda apparentemente «minore», quella di Pietro Perego, un uomo del Risorgimento che finì i suoi giorni fra i sostenitori dell'Impero asburgico. L'itinerario del milanese Perego prese le mosse da una famiglia piccolo-borghese, che riservò al figlio unico la migliore educazione e un supporto continuo. Precocemente attivo nel campo letterario, appena diciottenne Perego prese parte al Quarantotto milanese come giornalista e militante, poi partecipò ai tentativi insurrezionali nel Comasco e, ancora, fu tra i protagonisti del dibattito politico nel Piemonte del 1848-49.
Con la sconfitta dei sogni patriottici anche un mazziniano fu costretto a fare i conti con la realtà: fece così ritorno nella città natale, ove sfruttò la relativa tolleranza della nuova restaurazione asburgica. Ma nel 1851 Perego era di nuovo a Torino e, a causa di una pubblicazione colma di livore contro i repubblicani federalisti, si ritrovò emarginato anche dagli ambienti più radicali del fronte patriottico e dovette incamminarsi sulla strada dell'esilio.

Traiettorie intellettuali
La disillusione e le difficoltà materiali, che lo portarono anche all'arruolamento mercenario nella legione anglo-svizzera, lo convinsero poi a rientrare ancora a Milano nel 1857, sfruttando l'amnistia imperiale. Deluso dalla politica risorgimentale, rimase attivo nel giornalismo e nella letteratura, assumendo posizioni apertamente contrarie al moto unitario e politicamente sempre più conservatrici. Morì nel 1863, consumato da molteplici frustrazioni e dall'alcol, forse avvelenato da sicari del partito clericale, con il quale era entrato in rotta di collisione.
Per quanto lo scavo nelle peregrinazioni, nelle prese di posizione e negli scritti di un personaggio di secondo piano sia incredibilmente approfondito e testimoni delle straordinarie possibilità offerte da un buon uso degli archivi ottocenteschi, Il patriota traditore non è una biografia tradizionale. La traiettoria di Perego rappresenta infatti, negli intenti dell'autore, un caso particolarmente efficace per ritornare criticamente su importanti problemi storiografici. Al di là del racconto «eroico» o «romantico», molti intellettuali della generazione risorgimentale si dedicarono alla politica e alla letteratura come leve di affermazione sociale. L'inerzia del quadro nel quale si muovevano non sminuisce, anzi ci fa comprendere la forza delle loro aspettative e ambizioni, le ragioni per cui scelsero di farsi «patrioti».

Successi e fallimenti
Albergoni mostra come i contesti ci aiutino a capire le variegate modalità di appropriazione del discorso nazionale. Nelle quotidiane lotte dei patrioti per quel riconoscimento pubblico capace di dar senso alla loro vite, la duttile retorica nazionale si piegò infatti a molteplici usi. Come mostra esemplarmente la vicenda di Perego, a volte il discorso patriottico sottolineava la dimensione culturale, comunitaria e prepolitica della nazione, altre volte si faceva strumento di lotta politica (anche interna fra patrioti), mentre in casi estremi poteva giungere a negare l'unità stessa della nazione (nel repubblicanesimo antiaristocratico) o a riconciliarsi con le istituzioni imperiali asburgiche, rinunciando all'indipendenza politica. Quegli usi e, più in generale, i diversi esiti politici della generazione risorgimentale non furono frutto di scelte astratte, ma risultarono influenzati dal profilo dei singoli, dalle distanze sociali che li separavano, dai campi nei quali scelsero di operare: elementi che condizionarono pesantemente il successo personale o, come nel caso di Perego, il fallimento politico ed esistenziale dei patrioti.
L'ultima ricerca di David Kertzer porta ancor oltre il tentativo di una storia sociale dell'Ottocento italiano: La sfida di Amalia racconta, con felice taglio narrativo, le vite di una famiglia di contadini, nel contesto delle relazioni fra le diverse classi sociali del Bolognese di fine secolo. Alle origini del volume si trova un processo scaturito dalla denuncia di Amalia Bagnacavalli, contadina di Oreglia di Vergato, contro l'Ospizio degli Esposti. Seguendo una consuetudine secolare, le famiglie contadine integravano i propri redditi accogliendo sin dalla più tenera età gli «esposti», cioè i bambini abbandonati a migliaia nelle città dell'epoca e accolti nei primi giorni di vita dai brefotrofi. Nell'Italia postunitaria questi ospizi divennero pubblici e alla cura degli esposti era destinata una delle più alte spese sociali dell'epoca. Oltre che di madri non sposate, molti di questi bimbi erano figli di prostitute e alcuni di loro nascevano già malati di sifilide, che trasmettevano alla balia nell'atto stesso di succhiare il latte.
Questa modalità di contagio, nota da secoli, destinava le nutrici a cure dolorose a base di mercurio e, generalmente, alla morte, destino che sovente condividevano con qualche famigliare. Nel 1890 un bambino trasmise la sifilide ad Amalia, il medico condotto del paese le diagnosticò il male e la indirizzò allo studio di un giovane e intraprendente avvocato bolognese. Di origini borghesi, Augusto Barbieri era fortemente critico della politica e dell'amministrazione postunitaria. Colse l'occasione per tentare di farsi un nome, ergendosi a difensore della giustizia e sferrando un attacco alla gestione degli ospedali e alla figura del suo presidente, il conte Francesco Isolani, uno dei più importanti membri dell'aristocrazia locale.

La contadina e il conte
Isolani e la dirigenza medica erano accusati di negligenza e di non essersi presi cura della sicurezza di una persona legata a loro da un rapporto di lavoro. Avevano un fondamento queste accuse? Gli esiti negativi delle sperimentazioni con latte vaccino ponevano i brefotrofi nella drastica alternativa fra due rischi: rimandare l'affido, per attendere qualche mese le manifestazioni piene della sifilide, mettendo così a repentaglio, per l'inevitabile malnutrizione, le vite di centinaia di bambini; oppure, dopo una precoce visita medica, consegnare i nuovi nati alle balie e indennizzare sommariamente, in cambio del silenzio, quelle che si fossero ammalate. Quest'ultimo era generalmente ritenuto il male minore. Una soluzione vera e propria sarebbe venuta solo con il nuovo secolo, con l'identificazione del batterio responsabile della sifilide e la messa a punto di nuove cure, ma soprattutto dopo la prima guerra mondiale, con la pastorizzazione e il latte artificiale. Tuttavia già ai tempi di Amalia esistevano specifiche direttive nazionali per prevenire il contagio alle quali l'ospizio bolognese non si era attenuto.
 Fra perizie, controperizie e ricorsi, il processo si trascinò fino al 1897 e incoraggiò le denunce di altre nutrici, oltre che un fitto dibattito pubblico. Lasciamo al lettore la curiosità sull'esito giudiziario e sul percorso di Amalia e dei suoi famigliari. Le loro vicende sono potute emergere grazie agli atti processuali, che restano una delle fonti privilegiate per la storia delle classi subalterne, ma anche grazie al mutamento storico ottocentesco: che una contadina analfabeta portasse in giudizio un conte era reso possibile dal contesto postunitario, dalla costruzione di uno Stato di diritto e dalla crisi dell'egemonia ecclesiastica e nobiliare a opera di una nuova e aggressiva borghesia urbana. Con indubbia maestria - e con l'aiuto di uno studioso «indigeno», Giancarlo Dalle Donne - Kertzer si è mosso fra numerosi fondi d'archivio ed è riuscito nell'impresa di ripercorrere alcune fragili vite contadine ottocentesche e di renderle accessibili a un pubblico più vasto di quello degli studiosi di storia.

“il manifesto”, 29 marzo 2011

Il ladro e chi l'ha preso. Una lettera al "Messaggero" di Primo Tenca

Il nostro amico e compagno Primo Tenca, artigiano orafo, ha subito a fine maggio un furto nella sua bottega di via Cesare Caporali in Perugia. La lettera che ha inviato al “Messaggero” il 2 giugno, di denuncia e riflessione, mi pare esemplare di una atteggiamento giustamente indignato, ma niente affatto forcaiolo. (S.L.L.)

Sono il titolare di un laboratorio per la lavorazione e la vendita dell'oro, situato in via Caporali, vittima domenica scorsa di un furto di grave entità, operato da due delinquenti, praticando il classico buco nel muro.
Lunedì vado a bottega. Appena alzata la saracinesca mi si gela il sangue. Tutto devastato, i vetri frantumati delle vetrine sparsi dappertutto, oro, pietre preziose, collane, alcuni lavori dei clienti, tutto arraffato. Mi reco di corsa verso la cassaforte ma è ancora chiusa, l'allarme li ha fatti fuggire per mia fortuna, ma il danno rimane comunque pesante, quello materiale ma soprattutto quello psicologico. D’un colpo ti senti fragile, perduto in un orizzonte di sofferenza e depressione. Alzo il telefono e chiamo i carabinieri, la voce dall'altra parte mi passa la polizia perché la mia zona è di loro competenza, dopo un po’ arrivano, si fanno tutte quelle cose che si devono fare in questi casi, poi mi dicono che verrà anche la scientifica, niente impronte, hanno usato i guanti. Il giorno dopo mi reco in questura per la denuncia, una fila continua di gente, ognuna con le sue sventure, quando tocca a me entra una donna massacrata di botte dal marito, la faccio passare avanti, di fronte a quella sofferenza il mio oro perde il suo valore. Rimane dentro quasi due ore, non so come andrà a finire, il calvario delle donne è la faccia più feroce della crisi che viviamo, alle due e mezzo del pomeriggio ho finito la mia denuncia. Vado a pranzo ma non ho fame, ricevo messaggi di solidarietà da tanta gente, aiutano molto, mi sento meno solo, il tam tam si diffonde. Entro in contatto con un amico carabiniere, incominciano le domande, le riflessioni, alla fine troviamo un filo sottile, nessuno lo avrebbe seguito, ma lui è testardo. Si va avanti, andiamo al comando di via Ruggia, si incominciano a vedere foto segnaletiche: può essere lui il sospetto? Sì, può essere, incomincia una certa animazione, come quando il cane sente l'odore della lepre, tutti al lavoro, tanti volti conosciuti, affetto e rispetto per la tua sofferenza, per me è già tanto.
Giorno seguente, tre del pomeriggio, una telefonata, stiamo andando a casa del sospetto, ore sei altra telefonata, vieni in caserma ti dobbiamo parlare. Arrivo di corsa, entro in una sala grande. Sopra i tavoli un mare di refurtiva, in uno di questi quasi tutta la mia roba, ci guardiamo felici, mi prende un attimo di commozione, non per l'oro ritrovato, sì anche quello certo, ma soprattutto perché quei ragazzi mi hanno fatto sentire cittadino di uno Stato verso il quale molti di noi hanno perduto la loro fiducia, non certo per colpa dei carabinieri, ma per una serie infinita di motivi ormai a tutti palesi che non vale la pena ricordare. Vorrei esprimere a questi ragazzi e anche a quelli un po’ più grandi tutta la mia gratitudine, grazie di cuore per l'impegno e l'intelligenza con cui avete lavorato.
Sappiamo io e voi che questa non è una storia a lieto fine: il delinquente autore del mio furto e di tanti altri, è uscito dalla caserma prima di me nella rabbia generale, il magistrato non ha autorizzato il suo arresto, questa mattina l'ho incontrato per strada, immaginate con quale stato d'animo. Ecco è di questo tipo di Stato che faremmo tutti volentieri a meno, poi magari mettiamo dentro il pensionato che ruba lo stracchino per fame, o un ragazzo che si fa uno spinello, ma si sa la legge è uguale per tutti, forse quella del padre eterno, ma certo non la nostra, un caro abbraccio a tutti.
Primo Tenca

Rossana Rossanda e l'orrore della società pacificata (Simonetta Fiori)

Riprendo qui una parte significativa dell’intervista pubblicata qualche giorno fa su “Repubblica”.(S:L.L.)

Nel settembre scorso ha lasciato il giornale da lei fondato con un articolo molto polemico: è mancata una riflessione su chi siamo, su cos'è diventato il quotidiano, sul rapporto con le origini e con il presente. Su cos'è oggi la sinistra. Insieme a Rossanda, se ne sono andati anche Valentino Parlato e diverse altre firme.
"Non siamo noi ad essercene andati. È il ‘Manifesto’ ad averci cacciato. L'abbiamo perso. Non voleva più saperne di noi, e noi ci siamo ritirati. Anche stupidamente, perché dovevamo essere noi a far tacere i più giovani. C'è stata una grandissima cesura, tra la nostra generazione e quella successiva. Mossi da una sorta di risentimento, non fanno che dirci: soltanto un mucchio di macerie, ecco quello che ci avete lasciato. Voi, con le vostre certezze e le vostre idee granitiche. È la frase più stupida che abbia mai sentito".
Macerie, certezze, noi e loro. Nessun errore, nessun ripensamento?
"Il mio errore è stato non tenere unito il gruppo. E anche non capire che, se per la nostra generazione è stata dura, per quelli nati negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso lo è ancor di più. Ma non dovevamo farci portare via il giornale. Come in un refrain, ci ripetono: è cambiato tutto, niente è più uguale a prima. Ma cosa vogliono dire? Cos'è questo tutto che è cambiato?".
Il mondo le appare più ingiusto che mai, tra privilegio e povertà, sfruttatori e sfruttati, management superpagato e lavoratori affamati.
"Non c'è mai stata tanta ineguaglianza nella storia. Però si passa sopra tutto questo, non importa. È stato assorbito anche dai giovani il bisogno di abolire il conflitto, come se lo scontro sociale fosse una roba del secolo scorso. Anche il ‘Manifesto’ ci ha rinunciato da tempo, mescolando confusamente beni comuni ed ecologismo. Sì, certo, di queste cose non me ne importa niente anche per miei limiti. Ma sento il bisogno di chiedere un ritorno al conflitto di classe. E non penso a un estremista assetato di sangue, ma alle analisi di Luciano Gallino, che io ricordo all'epoca di Adriano Olivetti".
Le fa orrore una società pacificata, "l'assurda intesa benedetta da Napolitano tra Berlusconi e quel po' di sinistra che resta". E non ha grande fiducia nei movimenti, generosi e vitali ma impotenti.
"Prevale ovunque l'antipartito, che mi sembra profondamente sbagliato. I partiti hanno avuto molti difetti, ma ciascuno da solo non combina niente. L'alternativa rischia di essere Grillo, il quale è riuscito a condensare i peggiori vizi dei partiti - l'autorità del Capo - senza esercitarne la funzione più nobile, ossia tenere insieme le persone, impegnarle in un progetto comune. Poi lo stile: quello che ha fatto con Rodotà è al di sotto di ogni decenza".
No, ora non le interessa più tornare al ‘Manifesto’, confondersi "in quel chiacchiericcio insensato". Preferisce scrivere "su un sito di economisti intelligenti come ‘Sbilanciamoci’". Ma non è una rottura personale, solo politica. Lo ripete più volte, come se ci volesse credere.
"Almeno per me è così. Non mi pesa aver litigato con qualcuno, umanamente faccio la pace subito. Io non faccio pace con le idee, che è cosa molto diversa. Ma i giovani ragionano in altro modo. E forse io voglio più bene a loro di quanto loro ne vogliano a me".
Ora che è finita, quella storia può essere raccontata, cominciando dall'inizio. Là dove chiude Una ragazza del secolo scorso, con la nascita del ‘manifesto’ e il tentativo di far da ponte tra il Sessantotto e la vecchia sinistra.
"Non funzionò e vorrei tentare di capire cosa è successo. Il libro l'ho già in testa, si tratta di scriverlo. Più che l'attuale divisione da Norma Rangeri, mi pulsano gli antichi contrasti con Pintor, Magri e Natoli".
Bisogna capire tante altre cose, anche perché il paese s'è ridotto in questo stato.
"Lucio è stato quello che dal fallimento politico ha tratto le conclusioni più pesanti, scegliendo di morire. La perdita della moglie amata ha coinciso con una perdita di senso più generale. E ha preferito andarsene".
Perché volle accompagnarlo nell'ultimo viaggio?
"Era il minimo che potessi fare. Nel nostro gruppo, ero la persona che l'aveva più ferito. All'epoca del Pdup, gli portai via il giornale, sottraendogli la carta più forte nella discussione con Berlinguer. Naturalmente lo rifarei da capo, ma è sicuro che gli feci male. E avendogli voluto molto bene, mi è parso il minimo stargli vicino nel momento della fine. Stava male da anni, non era una malinconia passeggera. Abbiamo fatto di tutto per dissuaderlo, ma non ci siamo riusciti. Allora gli ho chiesto: "Lucio, vuoi che ti accompagni?". Speravo mi dicesse no. Invece lui mi ha detto sì. E io l'ho fatto".
Aveva immaginato una morte serena, "come accadeva nell'antichità". E invece no, non è andata così.
"Un'esperienza terribile. Però è una scelta che rispetto, e capisco. Vivere per vivere non ha molto senso. Se non ci fosse Karol (ndr il marito malato che l'aspetta a Parigi) non avrei alcun interesse a vivere".
Accompagnare qualcuno verso la morte - disse una volta in un dialogo con Manuela Fraire - vuol dire addomesticare il pensiero della propria fine.
"Il dolore ti fa capire molte cose, ossia il dolore stesso. Noi rifuggiamo dall'esperienza negativa, dall'annullamento, mentre il dolore ti sbatte sul muso questa roba, e allora lo capisci. Non credo invece che tu possa uscirne migliorato, perché è un'esperienza pesante, che può schiacciarti. Così come non penso che il lutto si possa elaborare, ma rimane parte di te, incancellabile".
Tutte le persone perdute se le trascina dietro, anche qui, davanti allo strano lago che assomiglia al mare. Il lago nero della sua gioventù partigiana, quello dove i tedeschi buttarono i corpi martoriati.
"Oggi vivo nel presente, ma non è più il mio, essendone venuti a mancare gli elementi costitutivi. Un presente che si restringe nel tempo e nella frequentabilità. Prima potevo dire domani vado a Berlino o salgo in montagna. Ora non lo posso dire più".
Prevede l'obiezione, gli occhi s'accendono d'ironia.
"No, non mi piace invecchiare. Sono entrata nel novantesimo anno, ma non ne faccio motivo di vanto. Norberto Bobbio ci scrisse sopra uno splendido libro, De Senectute. Ma io non appartengo a questa categoria. Sono rimasta esterrefatta quando mi sono trovata un ictus addosso, e vorrei liberarmene. Cosa che non avverrà. Noi del corpo non sappiamo nulla. Le mie amiche femministe dicono che le donne siano più vicine all'organismo, ma non è vero. Ora provo cosa vuol dire avere mezzo corpo, ed è terribile. Il corpo o è integro, o non è. Non si è un po' paralizzati, un po' malati. Lo si è completamente".
Ma la mente è lucida e affilata come prima dell'imboscata.
"Un'aggravante. Non ti puoi distrarre da quel che sei. Non mi sono accorta di niente, quando mi è venuto l'ictus. Non ho provato dolore, non sono caduta. Guardavo la tv, nella mia casa di Parigi. E all'improvviso sono diventata una medusa, una creatura gelatinosa e impotente. Ha presente un grosso medusone?".
Ti guarda e scoppia a ridere, come se l'improbabile mostro marino appena evocato potesse portarsi via le paure.
"Davvero, è così. Allora bisogna avere un carattere energico, e dirsi: io vado avanti. Ma non ho questo temperamento eroico".
Doriana, l'amica che non l'ha mai lasciata, le porta il tablet per leggere. Rossanda è divertita e perplessa, "chissà se mi ci abituo". Eterna sorella maggiore, quella che ne sa sempre di più, e s'addolora se gli altri non la seguono, forse è lei oggi a desiderare una sorella più grande.
"No, sono prepotente. E non potrei sopportarla".
Le "ragazze del secolo scorso" sono fatte un po' così.
"Sì, certo appartengo al Novecento. Anche al giornale mi hanno guardato come una donna di un tempo lontano. Ma è stato un grande secolo, cosa che l'attuale non ha l'aria di essere. Abbiamo vissuto una storia terribile, ma una grande storia. Ora siamo nelle storielle".

“La Repubblica”, 7 giugno 2013

Le carezze di André Gide (di Gian Carlo Roscioni)

C'è un episodio nella vita di Gide che s'imprime nella memoria anche di chi non appartiene alla schiera, una volta numerosa, dei suoi assidui, appassionati lettori. La racconta lui stesso in Et nunc manet in te, il libro che nel 1939 dedicò alla moglie da poco scomparsa. Parlando del viaggio di nozze, che risaliva al lontano 1896, Gide evoca un particolare inquietante. In treno, nello scomparto situato alle spalle di quello dove sedevano i due sposi, c'erano tre studenti che, accaldati (la scena si svolge in Africa, vicino ad Algeri), si erano quasi svestiti; tendendo il braccio fuori del finestrino lo scrittore si accorge di poter toccare la spalla di uno dei ragazzi, e poco a poco trasforma il gesto in una carezza. Lo studente, probabilmente per gioco, cede il posto prima all'uno poi all'altro dei suoi compagni, e Gide a ogni sosta del treno ripete l'operazione. La moglie Madeleine, fingendo di non accorgersi di nulla, rimane impassibile; ma, una volta ad Algeri, non si trattiene dal manifestare al marito il suo profondo sconcerto: “Sembravi un criminale o un pazzo”.
Perché Gide ha voluto raccontare, e non solo in questa occasione, una storia del genere? Il precedente di Rousseau c'insegna che bisogna diffidare degli scrittori troppo sinceri. Se è consigliabile praticare con moderazione qualsiasi virtù, nel caso della sincerità la misura e la circospezione non sono mai troppe. Chi non rispetta questa regola corre il rischio del giocatore di poker che, alzando molto la posta, suscita nei compagni il desiderio di vedere: così, avendo Jean-Jacques solennemente dichiarato di voler dire nelle Confessions tutta la verità su se stesso, qualcuno si è preso la briga di fare una minuziosa, puntuale verifica, ed è venuto fuori che quella verità era condita da molte piccole e grandi bugie. A Gide non è andata in modo molto diverso. Essendosi anche lui professato fautore della sincerità ad ogni costo, i suoi biografi (e gli amici di Madeleine) hanno attentamente esaminato e vagliato certe affermazioni; e, per quanto riguarda la storia del treno, sono arrivati alla conclusione che i fatti si sono svolti più o meno come Gide li racconta in Et nunc manet in te, non però nel 1896 ma alcuni anni più tardi […]

“la Repubblica”, 20 giugno 1987

Marguerite Yourcenar. Gli antichi come noi (di Gian Carlo Roscioni)

Capita di rado che un coccodrillo (di solito l’elogio di una grande personalità che se ne è andata) sia una stroncatura.
Così accade invece in questo vecchio articolo da “la Repubblica” (seguito da un'essenziale cronologia), che espone – con qualche cautela - una tesi davvero discutibile: quello della Yourcenar sarebbe un umanesimo regressivo, incapace di fare i conti con la modernità.
Leggere il pezzo può invogliare a riletture che davvero consiglio. La Yourcenar, infatti, non è una classicista, ma proprio un “classico” e le sue opere non smettono mai di dire ciò che hanno da dire. (S.L.L.)
La scrittrice da giovane
Marguerite Yourcenar (morta giovedì sera in un ospedale del Maine a 84 anni) non aveva interesse per il nostro tempo, non amava parlarne. In anni in cui tutti credevano, e credono, di aver qualcosa da dire sulle esperienze che attraversiamo, questo silenzio la singolarizzava, creando tra la sua opera e noi una distanza che pare incolmabile. Non alludo al quadro esterno dei suoi racconti, le cui vicende si svolgono, per lo più, secoli o millenni prima di noi, ma piuttosto al modo con cui quei fatti vengono osservati e narrati. Alla Yourcenar gli antichi sembravano sostanzialmente simili ai suoi contemporanei (anche loro, come noi, sgranocchiarono olive, bevvero vino, si impiastricciarono le dita di miele): nutrita di letture classiche, umanista lei stessa, rifiutava fermamente lo spirito anti-umanistico della nostra cultura, al punto di non avvedersi che viviamo in un mondo in cui sempre più raramente capita di sgranocchiare olive o di impiastricciarsi le dita di miele. La distanza della Yourcenar da noi non sta, in altri termini, nel suo parlare di Adriano, ma nel parlare di Adriano come se la nostra cultura fosse quella di Adriano. L' impresa, teoricamente, è possibile: bisogna però rendersi conto che la vera difficoltà non è calarsi nel personaggio e nel suo tempo così profondamente da restituire nella loro integrità la psicologia di un uomo e il tono di un'epoca. La posta è molto più grossa: si tratta, niente di meno, di riproporre, all'interno di una cultura anti-umanistica come la nostra, una visione e una letteratura antropocentriche come quelle, non dirò di Adriano, ma della grande tradizione umanistica europea. La Yourcenar ha scritto un bel libro, anzi diversi bei libri, ma non sono sicuro che abbia vinto la sua scommessa. Certo è, in ogni caso, che ha dovuto pagare, per questo azzardo, un prezzo piuttosto alto. Se infatti il successo della sua opera ha raggiunto negli ultimi decenni le dimensioni di una vera e propria popolarità, testimoniata da molte ristampe e traduzioni, la critica più avvertita, e più ascoltata, ha continuato a lesinarle quell' attenzione che il pubblico, in misura sempre crescente, le ha prodigato. E' vero che questo si deve, almeno fino a un certo segno, all' estraneità della scrittrice alle battaglie ideologiche e anti-ideologiche, alle teorie, alle petizioni di principio, in una parola agli ismi che hanno divampato sulla scena letteraria francese e internazionale lungo tutto il secolo (si può anzi ravvisare qui un punto di contatto tra la Yourcenar ed alcuni scrittori, dei più illustri del nostro tempo, che si sono sempre mostrati poco sensibili alle sollecitazioni e alle provocazioni delle scuole). Ma io credo che la scelta, per certi versi troppo semplice, cui accennavo in principio, abbia avuto la sua parte in questa disgrazia. Si aggiunga che l' elezione della Yourcenar all' Académie Francaise nel 1981, se ha avuto il risultato di far figurare il suo nome sui titoli dei giornali di mezzo mondo, non ha certo contribuito a rinsaldare il suo prestigio né in Francia né altrove. Non è un segreto che il venerando istituto vive da tempo una sua, parrebbe, irrimediabile decrepitezza; e che, a giudicare dalle ammissioni e dalle esclusioni, uno scrittore il quale voglia trovarsi in buona compagnia debba preferire non essere insignito di tanta distinzione. Anche il più vistoso effetto editoriale dell'elezione, l'ingresso dell' opera narrativa della Yourcenar nella collana della Pléiade, non sembra sia stato sufficiente a modificare l'atteggiamento dei lettori più esigenti: la letteratura critica sulla scrittrice resta senza rapporto con le tirature raggiunte dai suoi libri.
A chi non voglia lasciarsi influenzare da queste fortune e disavventure, la Yourcenar appare anzitutto come una narratrice di solidissimo mestiere e di prodigiosa versatilità. Ha scritto romanzi, saggi, commedie, poesie, memorie; ha potuto ambientare i suoi racconti nella Roma del II secolo, nelle Fiandre del XVI, nell' Italia del XVII, in India, in America, in Cina, muovendosi sempre con disinvoltura e competenza in mezzo a situazioni, paesaggi e personaggi diversissimi. La straordinaria cultura e uno scrupolo quasi filologico nella documentazione non hanno mai soffocato la trama e le invenzioni: la popolarità, sotto questo profilo, è venuta a premiare la capacità di tener sveglio l'interesse del lettore anche tra divagazioni filosofiche e analisi psicologiche talvolta sostenutissime. Come i romanzieri del passato, la Yourcenar ama raccontare, magari brevemente, intere esistenze, accompagnando i suoi eroi dalla culla alla tomba: solo il completo percorso di una vita può, ai suoi occhi, illuminare il destino di un individuo, e le sue prove più convincenti sono spesso in certi sommessi inizi, o desolate code, in cui rende conto di quanto è accaduto ai personaggi prima e dopo gli eventi intorno a cui la storia s'impernia. Le situazioni che predilige sono, in genere, alquanto torbide: la lezione di Gide manifesta soprattutto nelle opere giovanili o nelle prime stesure di quelle della maturità si rivela nella tensione morale che accompagna la rappresentazione di conflitti legati all'omosessualità e all'incesto (il suo racconto più bello, Anna soror, è la storia dell' amore di due fratelli). Il tema di fondo è sempre l'immensa angoscia dell'uomo, che le suggerisce pagine eloquenti, riflessioni in cui si avverte l'eco della parola di Montaigne o di La Bruyère. Sapienti modulazioni trasformano la sua prosa penso soprattutto all'Opera al nero, ai racconti lunghi in una musica provvista di un, indiscutibile, alto decoro, anche se un po' fredda, lontana, come già ascoltata. Colpiscono nella Yourcenar, o nei suoi personaggi, certi improvvisi accostamenti tra volti, situazioni, oggetti apparentemente irrelati. E' come se una luce, accendendosi subitamente, rivelasse verità nascoste, drammatici confronti. Se queste illuminazioni fossero state più frequenti e meno istantanee, la Yourcenar sarebbe forse potuta andare più lontano, riuscendo magari a parlare di Adriano con più vigile consapevolezza della distanza che ci separa dall'imperatore e scrittore; ma l'ideale umano da lei costantemente perseguito non avrebbe, secondo ogni verosimiglianza, retto alla prova.
 

Appendice
Cronologia di Marguerite Yourcenar
1903 - L' 8 giugno nasce a Bruxelles Marguerite de Crayencour, da padre francese e madre belga. Trascorre l' infanzia fra Lille, Bruxelles e la Provenza, con brevi soggiorni a Parigi.
1919 - Dopo aver studiato privatamente, consegue a Nizza il baccalaureato in latino e greco.
1921-1927 - Comincia a scrivere e a pubblicare poesie e brevi prose, firmandole con lo pseudonimo di Marguerite Yourcenar (anagramma del suo vero cognome).
1929 - Esce il suo primo romanzo, Alexis o il trattato della lotta vana.
1930-1939 - Viaggia molto per tutta l' Europa e negli Stati Uniti. Inizia molti romanzi, ma spesso ne interrompe la stesura.
1939 - Si trasferisce negli Stati Uniti, stabilendosi a Hartford nel Connecticut, dove rimane per undici anni.
1951 - Torna in Europa (in Svizzera e a Parigi), e pubblica Memorie di Adriano, romanzo accolto da un successo clamoroso.
1968 - Esce L'opera al nero, che le vale il Prix Fémina.
1974-1977 - Escono le prime due parti (Care memorie e Archivi del Nord) della sua autobiografia. 1980 - Viene eletta fra gli Immortali dell' Académie Francaise. E' la prima (e per ora unica) donna cui sia mai toccato tale onore.
1983 - Pubblica Il tempo, grande scultore, che raccoglie una parte della sua produzione saggistica. 1987 - Esce La voix des choses, che raccoglie scritti sparsi. Termina la stesura del terzo volume dell' autobiografia. Il 18 dicembre muore a Bar Harbor (Maine) negli Stati Uniti.

“la Repubblica”, 21 dicembre 1987

11.6.13

Guardia di finanza. Una battutaccia degli anni Ottanta del Novecento

Il generale Raffaele Giudice, Comandante della
Guardia di Finanza al tempo dello "scandalo petroli"
per il quale subì condanne e prescrizioni.
«Se un finanziere vuol svolgere il proprio dovere, può anche farlo. Nessun ufficiale gli può imporre di commettere un'illegalità».
Pare che la battuta abbia riscosso molto successo, sia diventata cioè una sorta di senso comune dopo lo choc provocato all’interno del corpo dallo scandalo dei petroli, sette anni fa circa.

da un articolo di Paolo Andruccioli su “il manifesto”, 23 febbraio 1989

Carabinieri. Una barzelletta degli anni Ottanta del Novecento

A un posto di blocco, un carabiniere ferma un'auto, un'Alfetta, dal comportamento un po' troppo disinvolto. E, avvicinatosi all'autista, chiede con tono deciso: «Documenti!». Dall'interno dell'auto sporge lentamente la testa del guidatore, che con l'aria un po' complice, risponde: «Digos». Ma il carabiniere non si rassegna, e, con una punta di impazienza, ripete a voce più alta: «Documenti!!». L'autista dell'auto, anch'egli un po' spazientito, è costretto a replicare il suo ammiccante «Digos». A questo punto il militare si prende una piccola pausa, vistosamente contrariato; ci pensa un po' su, alza gli occhi al cielo e finalmente capisce tutto: «Documentos!».

da Sandro Medici, Ma perché fa ridere il carabiniere? in “la talpa giovedì – il manifesto”, 23 febbraio 1989

Assisi. Beati i costruttori... (S.L.L. - E.S.)

Da "micropolis" del 28 maggio 2013 riprendo questo articolo-intervista siglato da me e da Enrico Sciamanna. (S.L.L.)
Un milione di metri cubi.
A colloquio con Paolo Marcucci, ingegnere e consigliere comunale
Ci siamo imbattuti sfogliando il libro-DVD che la Società Umbra di Storia Patria ha dedicato a Pietro Scarpellini (Perugia, 2012) un vecchio articolo dello storico dell’arte, fondatore di Italia Nostra, pubblicato nel maggio 1959 sul “Ponte”, la rivista fiorentina diretta da Piero Calamandrei, dal titolo emblematico, La Torta del Poverello. L’articolo si collocava in un momento preciso della storia di Assisi: una Legge Speciale per la serafica città, infatti, aveva fatto crescere gli appetiti edificatori, laici e clericali, e l’Amministrazione Comunale democristiana li incoraggiava tentando di bloccare e svuotare il Piano Regolatore (il celebre Piano Astengo) che essa stessa aveva commissionato. All’avanguardia del progresso, come spesso in Assisi, i geometri. Il testo del professore Scarpellini, di cui riprendiamo qui a fianco uno stralcio vivamente consigliando la lettura dell’intero, ci pare attualissimo. L’amministrazione comunale odierna, guidata da Claudio Ricci, infatti, nella redazione, approvazione e sostegno del nuovo Piano Regolatore Generale della città, sembra aver ripreso le ipocrisie e le doppiezze di quell’antico democristianume.
Ce lo conferma l’ingegner Paolo Marcucci, consigliere di opposizione della lista civica di sinistra “Buongiorno Assisi”: “Il territorio di Assisi è unico per la sua valenza ambientale, storica e culturale, tanto da essere stato riconosciuto come Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Ma al sindaco Ricci non interessa affatto la tutela reale di questo Patrimonio Mondiale, quanto piuttosto di poter sbandierare ai quattro venti per la sua personale pubblicità la finta valenza di atti effimeri: le Linee Guida di Restauro del Paesaggio e il Piano di Gestione del sito Unesco, infatti, non hanno alcun valore normativo, perché non sono né cogenti né prescrittive ma soltanto delle mere “indicazioni” che potranno essere, all’occorrenza, prese in considerazione secondo l’adagio “per gli amici si interpretano, per gli altri si applicano”. Marcucci esemplifica: “In barba alle sbandierate Linee Guida e al Piano di Gestione, il nuovo PRG prevede un’ampia edificabilità non solo in zona agricola ma anche nelle zone collinari quali, ad esempio, quelle dei Castelli e di Capodacqua, e nella fascia di rispetto del Colle Storico. In realtà il PRG non coniuga affatto la ‘tutela dell'ambiente con uno sviluppo equilibrato’, come Ricci cerca di farci credere”.
Marcucci, ripercorrendo la storia dell’approvazione del PRG, denuncia le tante piccole furbizie che la caratterizzano: “Intanto, in spregio alle norme (e al buon senso) è stata del tutto omessa la fase partecipativa al nuovo PRG, come previsto anche dalla Convenzione di Aarhus. Avevano chiamato una grande personalità dell’architettura, il professor Cecchetto, ma costui – di fronte alle pressioni – saggiamente si è tirato indietro. Il suo nome tuttavia figura ancor oggi in bella evidenza tra i consulenti dell’Amministrazione per la stesura del PRG”.
Il piano fu reso pubblico nel 2010 e fu approvato nel marzo del 2011 in una seduta fiume del Consiglio Comunale alla vigilia del suo scioglimento vi fu l’approvazione definitiva: “Il PRG è stato volutamente adottato di gran fretta in periodo di campagna elettorale, accogliendo ben 326 osservazioni di privati tutte con aumento di volume o con trasformazione di zone da agricole in edificabili, per circa 6 mila ettari”. Insomma un sindaco “Sisì”, incapace di dir no a chicchesia: “se la vedano insomma gli organi di controllo e tutela, la Provincia, la Regione, la Sovrintendendenza”. 
Marcucci, facendosi portavoce di numerosi comitati mobilitati fin dall’inizio contro il tentativo di violentare il territorio di Assisi, ha rivolto a fine aprile un appello alla Conferenza Interistituzionale cui è demandata la finale approvazione, trovando risposte interessate in Provincia e in Regione. Ci fa leggere da “Rocca” del gennaio scorso una pagina di Giannino Piana sui “beni comuni”, per comunicarci il suo disagio per il degrado etico che si nasconde dietro la formula oggi prevalente di “interesse generale”: “Il nuovo PRG, anche per il modo come è stato costruito, contiene messaggi indecenti, dando sfogo ad ogni aspirazione limitata e parziale, ed intanto espunge totalmente grandi temi di rilievo collettivo: l’allocazione di nuovi edifici scolastici e i vani vuoti (pubblici e privati) del centro storico. La cosa più scandalosa è la teoria che falsa i presupposti del piano. La legge fissa nel 10% la soglia massima per la nuova edificazione, il PRG di Ricci fa i suoi calcoli non sul costruito, ma sul “concepibile”; il risultato è che gli aumenti toccano il 27%. La stima della volumetria prevista per le zone residenziali è di oltre 473 mila metri cubi che si vanno poi a sommare con la volumetria residua del vecchio PRG (tutta riconfermata) per arrivare alla spaventosa cifra di 1.190.000 metri cubi di nuova edificazione residenziale”.
Niente bene comune insomma, ma il territorio come preda. L’apologo della gallina dalle uova d’oro peraltro appare addirittura superato, in quanto il bene di cui si va alla caccia, l’edificio, non è un bene richiesto, visto l’enorme invenduto degli ultimi anni di soprusi edilizi. Saccheggiando e cementificando ammazzi il pennuto e ti ritrovi con un pugno di pepite senza valore.

10.6.13

La poesia del lunedì. Velso Mucci (1911 - 1964)


OTTO DOZZINE DI VERSI
PER IL COMPAGNO VENUTO
A TENERE LA RIUNIONE
I
Il compagno è senza un soldo
Senza un soldo di lontano
È venuto con la pioggia
Con la pioggia e per le strade
Di collina e poi del piano
Con la moto e con la giubba
Con la giubba sua di cuoio
Che è solcata dalla pioggia
Come a marzo una vallata
Il compagno è qui venuto
E ha tenuto
La riunione.

II
Ha tenuto la riunione
Han parlato dei bollini
Dei bollini delle tessere
Han discusso dei problemi
Dei problemi del Comune
Hanno messo insieme i soldi
Per la rata che si deve
Che si deve al fornitore
Che ha fornito il ciclostile
Poi qualcuno ha detto andiamo
Ché alle cinque
Debbo alzarmi.

III
Alle cinque hanno da alzarsi
Per andare a lavorare
Al padrone non puoi dire
Questa notte ho fatto tardi
Nel Partito Comunista
Per discuter dei problemi
Dei problemi del Comune
Dei bollini delle tessere
Delle rate da pagare
Se poi dice il ciclostile
Cose invise
Al padrone.

IV
Ma quest'anno è un mostro il tempo
Se pioveva un'ora fa
Marzo adesso è freddo e nevica
Il compagno che è venuto
Pioggia e fango ha già passati
Con la giubba e con la moto
Fango e pioggia può passare
Ma se nevica è un disastro
E’ un disastro da finire
Da finire dentro un fosso
Con la neve
Nei due occhi.

V
Con la neve nei due occhi
Nei due occhi che hanno sonno
Il compagno resta qui
Resta qui ma senza un soldo
A dormire dove va
La locanda che fa credito
Ma il portone già sprangato
Sulla via che è bianca, è nero
Il portone, è nero il muro
Il compagno senza un soldo
Non può andare
Nell'Hotel

VI
Non può andare nell'Hotel
Questo è chiaro a tutti quanti
Tutti quanti son persuasi
Che il compagno che è venuto
Non può andare non può stare
E continuano a parlare
Dei problemi del Paese
Della guerra della pace
Del Congresso del Partito
Del Partito dell'Unione
Della Cina
Della vita.

VII
Della Cina della vita
Nelle strade che son bianche
Lungo i muri che son neri
Questi qui vanno parlando
Come un tempo già i poeti
I poeti che ora stanno
Chiusi e freddi e muti e stanchi
Senza un soldo dentro il cuore
Con la resa dentro gli occhi
Con la stizza sulla pelle
Di domani
Non si sa.

VIII
Di domani non si sa
Ma lo sanno questi qui
Questi qui lo sanno, che
Ogni giorno un po' lo fanno
Il domani un po' lo fanno
Anche adesso che si parla
Del lavoro e della vita
Mentre portano il compagno
A dormire sopra un tavolo
Del Partito, con la testa
Appoggiata al
Ciclostile.

Pubblicata su “Rinascita” n.5-6, 1956.

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