11.2.14

Piero Ciampi. Un’alterazione cromatica (di Raffaele Rogaia)

Un uomo.
Un uomo ed una chitarra.
Un uomo, una chitarra ed il vino.
Un uomo, una chitarra, il vino ed il viaggio.
Un uomo, una chitarra, il vino, il viaggio ed un tarlo.
Il tarlo è quello più maledettamente logorante e sublime, è il tarlo della poesia. Molte storie di vita e d’arte potrebbero avere questo incipit, ma mai tale gioco lessicale è stato più adatto. La storia e la vita di Piero Ciampi si possono riassumere perfettamente con queste parole, se non fosse per la mancanza della parola fondamentale, dell’innesco, del sentimento che ha pervaso tutta la sua vita. L’irrequietezza.
Non mi interessa in alcun modo stilare un’inutile recensione musicale o una lista di canzoni, ma prima di iniziare questo articolo è d’obbligo consigliarvi l’ascolto di Ha tutte le carte in regola dove Pietro Ciampi si racconta in maniera velata e abbacinante.
Piero Ciampi era un demone, un diseredato, un vagabondo, una vera e propria mina vagante, che era pronta ad esplodere tra le mani dei suoi conoscenti, nelle orecchie dei suoi rari ascoltatori e fra le gambe delle sue innumerevoli donne. Ogni luogo da lui toccato nel corso degli anni e dei suoi infiniti viaggi è rimasto indelebilmente segnato dal suo passaggio, per lui la musica è stata solo un tramite ed un’occasione fallita (non per colpa sua). Troppo cupo il messaggio, troppo profondo l’abisso entro cui chinarsi per avvicinare la sua arte, troppo duro il senso di sconfitta e di perdizione sprigionati dalle sue canzoni. Piero era troppo per l’Italia perbenista del dopoguerra, Piero è troppo per l’Italia ignorante del nuovo millennio.
Piero Ciampi nasce nell’autunno del 1934 nel quartiere Pontino di Livorno. Una Livorno che sarà labirinto dai cui fuggire e miraggio lontano da riconquistare. Già nel 1943 dovrà abbandonare la città e il suo magico porto per i bombardamenti, e pochi anni dopo per il servizio militare che svolgerà a Pesaro, dove tra grandi bevute e risse mitologiche scoprirà la sua voglia di viaggiare e di vivere in maniera vigorosa e cruenta. Un personaggio stoico, uscito da un racconto cubano di Hemingway, oppure di ritorno dai campi sterminati di Steinbeck. Proprio a Pesaro conosce il personaggio chiave della sua carriera musicale, Gian Piero Reverberi. Tornato a Livorno suona il contrabbasso in piccoli complessini della zona, ma era chiaro che per lui non sarebbe stato facile rimanere in quella città ancora a lungo. Lo straniamento e l’irrequietezza crescevano di pari passo con il consumo di alcolici, cosi nel 1957, senza una lira in tasca, partì per Parigi vagabondando per tutto il tragitto. Oramai la molla era scattata, nulla più sarebbe stato facile per Piero, la vita prese la velocità di una giostra e il suo roteare infinito avrebbe sfocato le immagini più del vino.
A Parigi conduceva una vita “bohémien”, girovagando senza una soldo in tasca, bevendo e frequentando l’ambiente artistico. A Parigi coltivò la sua vocazione poetica e musicale facendosi un nome nell’ambiente, dove venne soprannominato "l'italianó"; qui conobbe Louis-Ferdinand Céline e divenne estimatore di Georges Brassens, di cui più di tutti in Italia incarnò poi lo spirito.
Nel 1959 tornò a Livorno dove passava le giornate ubriacandosi. Negli anni seguenti grazie all’aiuto di Reverberi uscirono le sue prime fatiche musicali, ed alcuni pezzi che scrisse per altri esecutori. Ma Piero e la sua voglia morbosa di vivere, fallire e rompere tutto ciò che aveva creato trionfavano ad ogni occasione. La vita professionale si rivela difficile, non diversa è quella personale ed affettiva. Passa gli anni sessanta tra i vagabondaggi, un ritardatario Arturo Bandini che vive tra momenti di sconforto e attimi di esaltazione. Tutti i drammi e le felicità vissuti negli anni di una vita meravigliosa e turbolenta, sono però filtrati e restituiti da un talento cristallino e dall’impronta appiccicosa di un bicchiere di vino sul tavolo dell’ennesima osteria.
Ad apprezzarlo e riconoscerne la sua grandezza di autore ed interprete sono solo alcuni amici, tra cui Gino Paoli che da tempo interpretava alcune sue canzoni. Ai concerti per lui organizzati partecipa spesso sbronzo, o insultando la platea. Nonostante la scontrosità dovuta all'abuso di alcool continuò ad incidere con il consueto insuccesso. Questo non era certamente un problema per il poeta che governava dall’interno le sue azioni, nonostante tutto era contento del calibro della sua opera (sul passaporto fece scrivere “poeta” sotto la scritta “professione”), ed è certamente impossibile dargli torto.
Il resto della sua vita continuerà tra sbronze, fughe improvvise, amori tormentati e picchi poetici elevati, raggiunti in Italia solo da Claudio Lolli e da De André in maturità.
Morì a Roma il 19 gennaio 1980 per un cancro alla gola, assistito dal suo medico, lasciando solo un pugno di canzoni e lo splendido racconto di una vita straordinaria, essa stessa vale da esempio ed opera su cui stendere il breve canovaccio dei suoi scritti.
Piero Ciampi incarna in Italia, forse per la prima volta in musica, l’ideale e lo stereotipo dell’artista girovago, dell’alcolista e del clochard (e dello stereotipo abusato e inadatto di maudit).
Il vero compagno di tutta la sua carriera sarà il vino, con cui condividerà tutte le passioni della sua vita. Attraverso lo sconvolgimento dei sensi tirerà i fili dei suoi moti interiori, regalandoci dei veri capolavori. Questa storia osserva da lontano le ombre di artisti e poeti, che traevano dagli eccessi la linfa vitale della loro arte. Eterni miti del passato riecheggiano nella storia dello chansonnier di Livorno, come Baudelaire, Rimbaud, Emilio Praga, Vittorio Imbriani, oppure tornando con la memoria a tempi più lontani, Cecco Angiolieri e Villon. Riferimenti arditi e tutt’altro che diretti, che però ci danno una suggestione e una panoramica sul rapporto tra eccessi e arte, droga ed espressione. Celeberrimi sono i riferimenti a W. Blake e al più recente Aldous Huxley (Le porte della percezione). La storia di Piero Ciampi, e le sue stesse canzoni, ci riportano con lucidità e franchezza anche una lotta e un dibattersi, rispetto ad una vera e propria piaga interiore, riportando alla mente un esempio fulgido e magnifico, il Diario di un oppiomane di Thomas de Quincey.
Piero Ciampi è stato un caso, un'alterazione cromatica nello spartito della canzone italiana, come lo fu Woody Guthrie in America e Brassens in Francia.


da Pagina99.it

10.2.14

La poesia del lunedì. Walter Cremonte

AMORE
we shall overcome

Ce la facciamo amore
il cielo è così azzurro
così cara la vista al nostro cuore
dell'orto del vicino, del convento
con la campana che accompagna il dolce
vento, non più di tramontana.
Qualche volta (basta non far rumore)
gli accadimenti, gli eventi, il nemico
sonnecchiano un poco
e si respira, dài ce la facciamo.


da Anniversario, Era Nuova, Perugia, 2009

La fine del potere pontificio a Perugia (Aldo Capitini)

Nel palazzo della Banca commerciale il pittore perugino Annibale Brugnoli ha dipinto quadri storici, uno di questi rappresenta il gruppo dei liberali perugini (Francesco Guardabassi ed altri) che il 14 giugno 1859 dichiarano decaduto davanti al delegato apostolico Mons. Giordani in una sala del palazzo dei Priori il potere pontificio. La rivoluzione e l'invasione francese avevano avuto il loro riflesso nella città. Nel 1797 furono alzati alberi della libertà, bruciato il patibolo, organizzata la «municipalità centrale», venduti beni ecclesiastici, presi molti altri provvedimenti innovatori, Perugia costituiva il dipartimento del Trasimeno. E un comitato provvisorio tornò a governare la città nel 1831, in conseguenza del moto rivoluzionario di Bologna e di altre città dello Stato pontificio. Nel 1848 poi, oltre la partenza di volontari per i campi della Lombardia, Perugia salutò con fervore l'inizio della demolizione della Fortezza paolina, perugini si trovarono anche alla difesa della Repubblica romana. Nonostante la reazione, crebbero i liberali (le farmacie Bandini, Tei, come è noto, erano punto d'incontro dei cospiratori; il farmacista Annibale Vecchi era in corrispondenza col Mazzini). Nel giugno del '59 mentre Piemontesi, Francesi e Garibaldini avanzano nell'Italia settentrionale, e le Romagne e le Marche insorgono, avviene il fatto rappresentato poi dal Brugnoli, in quell'epoca giovanetto. Verso il mezzogiorno del 14 giugno mentre mons. Giordani col maggiore Friggeri, comandante di un battaglione pontificio, sta deliberando su eventuali provvedimenti, Francesco Guardabassi, data la parola d'ordine ai suoi affinché facciano un po' di chiasso sotto il palazzo pubblico (racconta Luigi Bonazzi che era nella via) si presenta con gli altri capi liberali «ai ministri papali come mandato dal popolo sovrano». Il Giordani e le truppe si ritirarono, e la città fu retta da una « giunta di governo provvisorio» fino al tragico 20 giugno, quando circa duemila soldati svizzeri vennero alla città, entrarono, soverchiata l'animosa resistenza di cittadini male armati, da Porta San Costanzo e Porta San Pietro, ed effettuarono le famose stragi «per ricondurre la città al dominio papale».
Quando ero fanciullo, alle cinque pomeridiane di ogni 20 giugno, le due campane del Municipio cominciavano funebri, distanziati rintocchi, mentre la carrozza a due cavalli usciva dall'atrio del palazzo e recava al cimitero il sindaco e la giunta comunale a deporre una corona sulla tomba dei caduti in quel giorno memorando. Nell'animo mi scendeva una mestizia e un senso solenne: l'ammirazione per il coraggio, l'avversione alla crudeltà, la diffidenza verso l'oppressore e insieme la tenerezza per il silenzio a cui erano scesi quei morti, mi fecero germogliare e confermavano, ad ogni atteso anniversario nel fiorente, pieno giugno, il sentimento civile. L'anniversario della liberazione, avvenuta il 14 settembre 1860, mi commoveva meno, forse perché fin da fanciulli si sente che l'attuarsi di ciò che è giusto dovrebbe rientrare nell'ordine naturale delle cose, mentre l'ingiustizia più ci colpisce e ci turba, specialmente quando dietro le stanno i tiranni chiusi nella falsa dignità del loro mutismo e dei loro comandi.


Da Perugia, Tipografia Comunale Perugia, 2008

Che fai? Una poesia di Luigi Pirandello

Agrigento (già Girgenti), la Chiesa sconsacrata di San Lorenzo (o del Purgatorio)
Batte nel cuor di tutti una campana;
ma della vita nel vario frastuono
il dolce suono
nessun ne ascolta.
Pure, talvolta,
d’un tratto giunge a noi come un’arcana
voce profonda, non udita mai.
E’ la lontana
chiesa antica dell’abbandonata
nostra città…
- “Ave Maria… Ave Maria…” – Che fai
anima sconsolata?
Lagrime amare ha chi pregar non sa…

Suor Domenica e gli appestati nella Firenze barocca (di Nicola Gallerano)

Il titolo originario di quest’articolo-recensione, ritrovato su una “talpa-libri” del 1984, era diverso da quello da me scelto e poteva indurre in inganno. Santa Domenica e gli appestati fa pensare che la religiosa, al cui processo di canonizzazione l’articolo accenna, sia “santa”. E invece no: nonostante gli sforzi dei granduchi e delle granduchesse di Toscana, Medici e Lorena, suor Domenica Narducci, nativa del rione fiorentino del Paradiso, al canone dei santi della Chiesa romana non venne mai ammessa. Colpa delle sue giovanili simpatie per fra’ Gerolamo Savonarola che il papa e la curia di Roma avevano fatto bruciare vivo come eretico.
L’articolo potrebbe peraltro indurre ad un altro equivoco, lasciar credere che la Domenica in questione fosse in vita nell’anno di peste 1630. Non è così: la suora, fondatrice e badessa di un sottordine domenicano, nata nel 1473 da una famiglia di ortolani, era morta in odore di santità nel 1553, alla venerabile età di 80 anni. Quello che si sta svolgendo nel 1630, diversi decenni più tardi, è il suo processo di canonizzazione, ai cui atti ampiamente attinge Giulia Calvi, autrice del volume di cui si ragiona: Storie di un anno di peste. Comportamenti sociali e immaginario nella Firenze barocca (Bompiani, 1984).
Ciò chiarito, l’articolo è consigliato non solo per gli orientamenti che dà sulla materia specifica, ma anche perché fornisce indirettamente notizia sui temi del dibattito storiografico negli anni Ottanta del secolo scorso. (S.L.L.)

Storie di un anno di peste. L'anno è il 1630, le storie si svolgono a Firenze, investita, come Napoli o Milano nello stesso secolo, dalla terribile epidemia. Meno nota forse perché meno drammatica nei suoi effetti e più contenuta nelle sue espressioni coreografiche (niente tumulti o cacce agli untori), la peste di Firenze ci viene restituita, nella ricostruzione di Giulia Calvi, come teatro dell'agire collettivo, entro un quadro che è di vita non di morte. Il tempo immobile dell'emergenza sanitaria, i bandi che impongono di serrare e isolare, scardinano i tempi accelerati della comunicazione sociale, della normalità: la tensione che ne deriva agisce da rivelatore di comportamenti e mentalità socialmente differenziati. Popolo minuto, ceti medio-alti, professionisti della sanità, la famiglia stessa granducale vengono così messi a fuoco, definiti nei loro ruoli rispettivi e colti tuttavia anche negli intrecci asimmetrici che li collegano.
Sono dunque la trasgressione ai bandi, i processi istruiti per la loro violazione, la chiave per decifrare, come scrive la Calvi, questa peculiare «semantica sociale». I verbali restituiscono la voce del «basso»: gli imputati appartengono quasi per intero al popolo minuto o agli infimi ranghi del personale sanitario. Le loro storie sono esempi, inseriti in una calibrata griglia analitico - interpretativa, costruita induttivamente e per accostamenti.
Prendiamo il lungo capitolo dedicato alla proprietà : le storie di furti, di affrettati e furtivi trafugamenti di cose per lo più povere, suppellettili e indumenti, schiudono gli universi sociali della famiglia, del mestiere, del vicinato, del modo soggettivo in cui queste reti di relazioni vengono vissute e confermate di contro all'emergenza. Gli spazi rigidamente delimitati dai bandi, che riproducono una divisione sociale (all'aperto e fuori città i nobili e i ricchi, al chiuso i poveri e i sospetti di contagio) vengono clandestinamente riaperti: la forza delle configurazioni sociali e culturali preesistenti, del tempo normale, la vince sulla paura del contagio. I familiari, i compagni di lavoro, i vicini dei malati o dei morti sottraggono alla Sanità gli oggetti appartenuti ai loro cari e li serbano per il dopo, per la vita che riprenderà. Calvi utilizza qui la griglia analitica della community of the suffering elaborata da Victor Turner: quel tessuto connettivo informale che, coinvolgendo morti e vivi, risarcisce dalle lacerazioni psicologiche e esistenziali prodotte dall'epidemia e rende pensabile il futuro.
O prendiamo il capitolo sui corpi malati: gli esempi illustrano soprattutto le differenze socio - culturali e di genere. Tra il popolo minuto degli artigiani, ad esempio, emergono queste ultime, rivelate dalla stessa compattezza con cui il nucleo familiare reagisce all'epidemia: l'occultamento degli infetti rinvia a una concordata divisione di ruoli. Con gli uomini che si trasferiscono a vivere in bottega perché il lavoro non si interrompa e le donne chiuse in casa con vecchi e bambini a curare i malati. Ma anche i ceti medio - alti trasgrediscono ai bandi, opponendosi alle disposizioni che vietano la sepoltura nelle chiese e destinano i cadaveri alle fosse comuni.
I loro comportamenti mettono in luce una diversa cultura somatica rispetto al popolo minuto : se da quest'ultimo il corpo viene letto alla luce della coppia oppositiva forza/debolezza con referente obbligato il mestiere, per i ceti medio - alti risulta intollerabile la deritualizzazione della morte, la morte infamante. La salvaguardia della morte degna, l'inumazione nella tomba di famiglia, viene perseguita come contrassegno di status e simbolo di continuità del lignaggio.
I comportamenti risultano dunque socialmente differenziati. Ma la cifra interpretativa adottata non è quella della contrapposizione. Uno dei meriti principali della ricerca della Calvi è infatti di non isolare il «basso» ma di porre l’accento sulla circolarità di saperi e comportamenti e sulla sostanziale coesione del tessuto sociale.
E in questo risiede la storicità della sua ricostruzione. Quella coesione non è il prodotto artificioso di una particolare strategia di ricerca o un pregiudizio ideologico ma dà conto della diversità di Firenze rispetto a Napoli o Milano: una diversità su cui si è già soffermata la tradizionale storiografia politico - istituzionale. La differenza è che qui il procedimento è rovesciato; dalla microstoria dei comportamenti si risale alla densa trama di rapporti che investono la società intera e si perviene alla politica; la frammentarietà degli esempi viene reintegrata in una lettura tendenzialmente «globale».
È la funzione assolta, nel testo, dalla documentazione relativa al processo di canonizzazione di Domenica da Paradiso. Santa medicea e eroina salvifica, Domenica viene descritta e raccontata dai testimoni — medici, artistici, ceti medi, religiosi, la stessa arciduchessa Cristina di Lorena — come un modello che ci contrappone all'esperienza visibile della peste (il corpo roseo e intatto di contro al nero dei cadaveri corrosi degli appestati) e che al tempo stesso legittima, sublimandoli, i comportamenti trasgressivi e rifonda il potere sacrale dello Stato in una difficile fase di transizione.
Riferire così sommariamente dei risultati della ricerca della Calvi fa certamente torto alla quantità di acuti spunti interpretativi del volume (sulla cultura femminile, ad esempio). E tantomeno restituisce la folla di caratteri che popolano le sue pagine, e le loro storie, appunto, che ne rivelano le mentalità, le passioni, gli affanni ma anche la testarda determinazione e le complesse strategie aggiranti con cui rimontano l'esperienza di una crisi catastrofica. Ricorre spesso, nel volume, l'aggettivo «veloce», a connotare il tempo mobilissimo dell'agire sociale, della vita, cioè, di contro all'immobilità della morte: mentalità e comportamenti sfuggono così alla catalogazione fissa e ripetitiva della lunga durata cui sembra condannarli la tradizione specialmente francese che con questi temi si è misurata; e non a caso i riferimenti privilegiati dalla Calvi sono invece di preferenza anglosassoni (dal già ricordato Turner, alla Zemon Davis, a Clifford Geertz).
È una storia che pone al centro la soggettività, le opzioni individuali e collettive, i sentimenti e le passioni quali risultano dai verbali dei processi che registrano le singole vicende con minuzia di particolari e largo uso di dialettismi, quasi a restituire la vivacità e l'immediatezza del parlato. E una finzione, in parte, accentuata dalla trasparente bravura con cui la Calvi riassume e riscrive le battute dei processi. Ed è probabilmente questa, assieme allo spessore emotivo delle storie narrate, che ha fatto accostare la sua scrittura (lo ha fatto Beniamino Placido su “Repubblica”) alla scrittura di un romanzo. Certo, tra gli storici che troppo spesso mostrane di considerare la forma dell'esposizione un puro requisito esterno, una garanzia di leggibilità — è rara una così esplicita consapevolezza dell'uso e del significato della scrittura, e della storia come scienza argomentativa. Ma se la materia è in parte la stessa dei romanzi — i sentimenti, le passioni — essa viene affrontata con mezzi in parte diversi. Basta riflettere sulla voluta pluralità dei registri linguistici adottata dalla Calvi: una scrittura volta a volta mimetica, come nei resoconti dei processi, «letteraria» specie quando descrive gli ambienti domestici, ma anche «scientifica», quando si tratta di svelare la funzione che svolgono le storie in quanto esempi, come si accennava in precedenza.
Del resto c'è un luogo, nel volume, dove la stessa Calvi mette a confronto letteratura e storia. È quando racconta le storie dei viandanti — vagabondi, ciarlatani, soldati sbandati — fermati alle porte della città quali potenziali portatori del contagio e ne contrasta l'immagine con quella tramandataci dalla letteratura picaresca: ai suoi tipi e alle sue maschere immutabili, la documentazione storica, purché lo storico sappia farla parlare, oppone caratteri e soggetti, spezzando catalogazioni fìsse e assolvendo così a una funzione liberatoria. È allora solo per un riflesso corporativo che ho letto questo libro come una convinta e appassionata apologia non della letteratura ma della storia?


“la talpa libri - il manifesto”, ritaglio senza data, ma 1984.

2004. La morte di Liboni, il Lupo di Montefalco (W. Cremonte e R.Covino)

Sono passati quasi dieci anni dalla morte di Luciano Liboni, originario di Montefalco, che fu chiamato “il Lupo”. Era nato nel 1957 e già da ragazzo per la sua cattiva condotta – così si legge in Wikipedìa – aveva conosciuto la reclusione nel carcere minorile di Firenze, da cui aveva tentato la fuga. Dopo aver esercitato il mestiere di falegname e dopo la relazione con una donna di Foligno, il Lupo (cocì soprannominato o anche Cinghiale per il carattere selvatico) sembra essersi dedicato ai furti di opere d’arte e alle rapine negli uffici postali. Da latitante sembrava preferire covi nascosti tra boschi e montagne.
Nel 2002 un benzinaio riconosce nell’auto che Liboni guida, una Polo bianca, quella rubata a un suo amico. Avverte la polizia e lo segue in automobile insieme alla compagna e alla figlia, ma Liboni, sentendosi scoperto gli spara addosso, ferendolo al capo. Ormai è ricercato per tentato omicidio.
I cronisti raccontano di una caccia accanita, di una fuga disperata, anche all’estero. A Praga, all’inizio del 2004, va in carcere per 4 mesi perché in possesso di documenti falsi, ma l’Interpol lo segnala alla polizia italiana solo dopo la sua liberazione.
Il 21 luglio di quell’anno Liboni sotto falso nome, ammaccato al volto, si ricovera in ospedale a San Piero in Bagni, un paese ai margini della E7, che collega la Romagna all’Umbria. E’ da quelle parti che, dopo le dimissioni, uccide un appuntato che gli ha chiesto i documenti. Poi fugge. Si moltiplicano gli avvistamenti veri o presunti in Umbria e Lazio, fin quando a Roma il “Lupo” si scontra a fuoco con la polizia, che ha individuato l’auto rubata su cui viaggia. Circola la notizia, forse inventata, che è malato consapevole di Aids, il che lo renderebbe disperato e più pericoloso.
Il racconto della sua fine, avvenuta il 31 luglio, non senza contraddizioni, racconta del sequestro di un ostaggio e di una nuova sparatoria durante la quale è ferito a morte. I media hanno costruito intorno a lui l’immagine del mostro, ma non mancò chi ne fece una sorta di eroe, per il suo spirito ribelle.
Nel numero di settembre “micropolis”, nella rubrica “La battaglia delle idee” e sotto l’unico titolo Attenti al Lupo, pubblicò i due commenti, di Walter Cremonte e Renato Covino, che qui ripropongo con nuovo titolo. (S.L.L.) 
 
Luciano Liboni, ferito, sull'autoambulanza. Giungerà morto in ospedale.
Un sospiro di sollievo?
di Walter Cremonte
Un sabato di quest’estate Luciano Liboni veniva abbattuto in una via di Roma, povero lupo ammazzato come un cane in mezzo alla strada. Il giorno dopo, domenica, le locandine della cronaca umbra del “Messaggero” riportavano questo titolo, a grandi caratteri: Ucciso Liboni- Sospiro di sollievo soprattutto in Umbria. Ma perché? Perché il provincialismo di questa edizione provinciale si spinge fino al punto di voler interpretare la natura dei sospiri degli Umbri? Chi gliel’ha detto che il nostro (di noi Umbri) sospiro dovesse essere un sospiro di sollievo? E che avessimo sospirato? Non è più probabile che molti di noi avessero trattenuto il respiro, davanti a una vicenda così triste, così penosa?
Può anche darsi che qualcuno (ma non solo tra gli Umbri) abbia emesso qualcosa come uno sbuffo, qualcosa che assomiglia a un “finalmente questa rottura di coglioni è finita”, visto che da giorni non si parlava d’altro, in televisione. Ma nego, in ogni caso, che si sia trattato di un pensiero pulito, di quelli che si esprimono con la leggerezza di un soffio (“che va dicendo all’anima: sospira”). E che si sia trattato di un riflesso specificamente umbro, regionale, questo è davvero poco credibile: perché proprio qui, nella terra di Francesco (quello che un lupo l’aveva pure ammansito), ci dovrebbe essere un sollievo speciale per la condanna a morte e l’esecuzione di un povero Cristo? Queste cose le vediamo nei film e in televisione, dall’America: dove le esecuzioni sono accompagnate da scene di giubilo e di tifo da stadio; è anche vero, tuttavia, che quasi sempre dall’altra parte, sul marciapiedi opposto, si radunano altri, in silenzio, con candele in mano. Quelle candele che magari non dico tutti, ma qualcuno avrebbe acceso anche qui, in Umbria. L’edizione locale del “Messaggero” però non se ne accorgerebbe, tutta presa a scegliere per noi il tipo di sospiro più adatto. Ma non lo capiscono che in questo modo stanno tranquillamente propagandando la pena di morte? Se quando uno poco raccomandabile, che ha pure ucciso, viene direttamente giustiziato; e se a questo punto si pretende che la gente sia soddisfatta, anzi, alla lettera, sollevata: perché non darci allora in modo istituzionale questo conforto, questo compenso ai nostri stenti e alle nostre paure? Magari cominciando qui in Umbria, dove si sa che la popolazione è particolarmente sensibile al richiamo del taglione...
Ma davvero? E’ molto probabile che l’ispettore Callaghan, lo “sporco Callaghan” del grande Clint Eastwood, avrebbe sparato a Liboni, se non altro per salvare l’ostaggio (Liboni aveva preso una signora francese in ostaggio, ma dubito che le avrebbe fatto del male; anche se dalla disperazione tutto può venire). E poi perché è americano e crede in una giustizia da Far West, e ci ha ormai da tempo abituato a convivere con le nostre stesse contraddizioni, e a prenderle sul serio. Clint avrebbe sparato, ma poi non avrebbe chiesto alla contea di San Francisco di tirare un sospiro di sollievo. Si sarebbe ritirato in silenzio, con una sua smorfia di doloroso disincanto, riflettendo sul senso tragico di ogni agire umano.

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Il mito del fuorilegge
di Renato Covino
Non vale la pena di soffermarsi ulteriormente sulle dinamiche del caso Liboni, né sull’esecuzione annunciata del bandito di Montefalco. E’ già stato scritto tutto e, in maniera esemplare, qui accanto Walter Cremonte rende conto della qualità informativa della stampa locale.
Quello che è passato in sottordine, invece, è il tifo sotterraneo che ha attraversato il paese a favore del fuorilegge umbro. Non si tratta solo di marginali forze politiche di destra e di sinistra che lo hanno esaltato come simbolo della ribellione al potere. Sui muri delle città, sui treni, nei cessi di stazioni e d’università sono apparse scritte inneggianti alla sua fuga, alla sua imprendibilità, alla sua reazione nei confronti della polizia. Riemerge il mito dell’irregolare, del fuorilegge che tiene in scacco lo Stato e i suoi rappresentanti. Ricompare lo spirito sovversivo che segna l’estraneità e l’avversione di una parte non insignificante della società nei confronti delle autorità costituite.
E’ questo il sintomo di due fenomeni concomitanti e paralleli. Il primo è che mai come in questi ultimi anni si è diffusa la convinzione che la politica e lo Stato siano estranei alla vita dei comuni cittadini, anzi che essi rappresentino uno strumento d’oppressione. L’idea della democrazia come momento di partecipazione e di coinvolgimento appare, se non tramontata, in difficoltà. Il secondo è la crisi della rappresentanza, l’idea che partiti ed eletti non siano più espressione della realtà sociale.
E’ questa la fine dell’ipotesi su cui il Pci si costruì, nel secondo dopoguerra, come partito di massa. Il tentativo, in parte riuscito, era quello di rendere protagoniste le masse popolari, toglierle dalla subalternità, inserendole nella storia nazionale, rigettando appunto quello spirito sovversivo tipico di settori operai e non dall’Unità al fascismo. Questo disegno è oggi tramontato con la fine del partito operaio di massa, visto come comunità organizzata, come solidarietà strutturata, come strumento – se non di conquista - di partecipazione alla vita dello Stato.

Negare a lavoratori e popolo organizzazione e rappresentanza, costringe settori consistenti di società alla marginalità e alla subalternità, fa risorgere culture ribellistiche e sovversive. Allora anche un bandito piccolo piccolo come Luciano Liboni diviene un simbolo, un ribelle, un “eroe del nostro tempo”.

Santi. Fra' Giacomo della Marca e il disco rosso (Alfonso Di Nola)

Quando nel 1422 il giovane francescano Giacomo della Marca fa la sua prima predica nel convento delle Croci, fuori San Miniato, sui colli fiorentini, aprendo una carriera apostolica che lo porterà sulle vie di molta parte di Europa, le folle di ascoltatori erano ancora immerse nel caos di credenze magiche e stregoniche. Ai livelli dell'aristocrazia intellettuale, monastica e laica, si maturavano i grandi ideali dell'Umanesimo, la improvvisa fioritura comunale  sembrava aver sepolto le strutture feudali e aperto gli uomini alla concezione pragmatica della politica e dei traffici, e tuttavia persisteva, al di là dei modelli celebrati dalla storia illustre, un'altra Europa, che ci è rivelata dai documenti minori, proprio i testi delle prediche, le decisioni dei sinodi provinciali, i pochi tratti di origine popolare insinuatisi nelle trattazioni dotte. 
Il frate, nella sua lunga predicazione itinerante, incontrerà i personaggi di questo mondo sotterraneo e dimenticato: per esempio una donna che portava nascostamente addosso, per i suoi incantesimi, carboni e ossa di teschi mescolati con l'ostia eucaristica; o una vecchia di Arquata del Tronto che andava in giro reggendo un aspo sul quale aveva avvolto, come in un trofeo, gli intestini dei suoi nemici; o ancora un'altra donna dello stesso paese che strappava le visceri agli uccisi e le divorava. Dalle relazioni sulla vita del santo redatte dal suo fedele biografo, il frate Venanzio da Fabriano, vengono fuori le immagini del tempo: in un uso di Visso, nelle Marche, si facevano celebrare, a scopo stregonico, nove messe su un altare coperto di escrementi di gallina, di cane e di rospo, mentre, nella strana turba di astrologi, indovini, oniromantici, cartomanti, incantatori e fattucchiere, non mancavano le maliarde che pretendevano di «andare in corso (cioè in volo) de nocte et bevere il sangue dei mammoli et simili pazzie».
Giacomo nasce a Monteprandone, presso Ascoli, nel 1393, forse nel 1394, da una famiglia povera di contadini. Da fanciullo è costretto a fare il pastore di pecore, ma anche il mandriano di porci, un mestiere tanto emarginato che ai mandriani non veniva concesso l'ingresso in chiesa. Ma il fanciullino, costretto ad una vita brutale, in una famiglia abituata alla violenza contadina (il fratello maggiore, punito divinamente con la morte, prende a feroci sassate la madre), fugge da casa dopo essere stato terrorizzato più volte da un lupo rabbioso che assalta lui e il gregge. Si ricovera nella casa di un parente prete a Offida, a una ventina di chilometri da Monteprandone, e dal prete apprende i rudimenti della scrittura e della lettura, passando poi ad Ascoli dove nel 1404, a dieci anni, è già buon grammatico. Inizia così un iter scolastico, cadenzato secondo l'ordine medioevale del trivio e del quadrivio, che avrebbe dovuto portarlo alle scienze del diritto. 
Studia a Perugia facendo da precettore in casa di un gentiluomo, che lo porta poi con sé a Firenze, dove probabilmente ricopre un ufficio pubblico notarile. Ha ormai i suoi vent'anni e, trovandosi a Bibbiena, presso i Francescani e in prossimità della Verna, sul quale San Francesco aveva avuto le stimmate, decide di abbandonare il mondo. 
La certosa fiorentina non lo accetta, ma il giovane, già fervente nella pratica religiosa, tornando nelle Marche, si ferma a Santa Maria degli Angeli, nella valle di Assisi, ed è accettato nell'ordine dei Minori, per celebrare dopo il noviziato la prima messa a vent'otto anni, nel 1422.
La sua è una scelta di pratica rigorosa ed ascetica in quella via dell'osservanza che, nella diversità delle correnti francescane, volle rappresentare un ritorno alla severità della prima regola, più volte addolcita ed addomesticata. Immerso nella via ascetica, piegato alla durezza di digiuni aspri e alla rinunzia ad ogni comodità, afflitto negli ultimi decenni da molti mali fisici, da una tisi divorante, dalla podagra, da difetti circolari, Giacomo divenne, anzitutto, un predicatore focoso e tenace, che si caratterizzava, nelle memorie del suo biografo, per voce risonante, acuto ingegno e straordinaria memoria.
Si scontrerà con i molteplici mali del secolo in una posizione talvolta violenta e intrasigente contro coloro che alla sua mentalità apparivano i peccatori e gli eretici. Sono i tempi di una chiesa, intimamente corrotta e mondana, che si scatena in una persecuzioni insensata e contrastante con ogni principio evangelico contro quanti non accettano i modelli della sua teologia e del suo potere secolare. Giacomo aggredisce subito i cosiddetti Fraticelli, i gruppi di frati francescani mendicanti che si opponevano alla corruzione del clero, proclamando il puro evangelo e pretendendo di essere i soli autentici seguaci di Francesco di Assisi. Giacomo predica contro di loro nelle Marche, dove essi si erano eletti, nel sogno apocalittico di una riforma del mondo, un imperatore, un papa, una papessa. Contro questi poveretti, che gli appaiono «aggravati di peccati con le donnastre», «scellerati fornicatori di sodomiti», in apparenza di spiriti celestiali, lancia i suoi strali e scrive un trattatello teologico.
Poi, partecipe in pieno della mentalità della sua epoca, Giacomo diviene uno dei più feroci polemisti contro le comunità di Ebrei tollerate nei comuni cristiani. Riesce, per esempio, a ottenere, nonostante le opposizioni di personaggi dotati di maggiore carità, l'inserzione dell'obbligo di portare un disco rosso per gli Ebrei negli statuti del comune di Recanati nel 1427. A Brescia nel 1462 è al centro di una delle solite accuse di infanticidio ebraico e risuscita un fanciullo cristiano che era stato infornato vivo da un bambino ebreo. Partecipa, poi, a quella lunga lotta francescana per la istituzione dei Monti di Pietà che si sarebbero dovuti sostituire ai prestatori ebrei, e mai vi riuscirono concretamente. 
A distanza di secoli il frate francescano, Piccaluga, che ne ha scritto la biografia ufficiale per il quinto centenario della morte, osserva, come se vivesse fuori dal tempo, che del resto l'odio antiebraico di Giacomo è ben spiegabile, perché gli Ebrei organizzano tuttora una congiura universale anticristiana, come «è documentato nei Protocolli dei Savi Anziani di Sion» (sic, nel 1973!).


“il manifesto”, 3 dicembre 1989

La mano... Da una poesia di Alessandro Ricci

La mano ozia nel nido delle tue cosce,
è sera, e la sera rinnova la pioggia,
mai cessata di fremere. 

Passa la nave mia... Una poesia di Giosué Carducci

da H. Heine’s Verschiedene.
Passa la nave mia con vele nere,
Con vele nere pe ’l selvaggio mare.
Ho in petto una ferita di dolore,
Tu ti diverti a farla sanguinare.
È, come il vento, perfido il tuo core,
E sempre qua e là presto a voltare.
Passa la nave mia con vele nere,
Con vele nere pe ’l selvaggio mare.


20 Agosto 1882.

9.2.14

Clericalismo cattolico. Troppi preti in Paradiso (settembre 2000)

Quando, nel 2000, scrivevo per “micropolis” le cronache giubilari, poi diventate un pamphlet, mi meravigliai della sovrabbondanza di preti e suore negli elenchi dei beatificati o dei santificati. Sono passati 14 anni e due papi, ma non mi pare che la musica sia cambiata. Del cattolicesimo è componente fondamentale il primato della casta sacerdotale ed è normale che ad essa appartengano quei morti a cui si vuole assegnare un valore esemplare ed una funzione protettiva.
Il guaio è che di questo clericalismo oramai in troppi fanno finta di non accorgersi. Togliamo dal computo quanti credono davvero al fatto che ci sia un dio onnipotente che protegge la struttura di potere che dal Vaticano si dirama in tutto il mondo (e che sull'Italia fortemente insiste), quelli che s’immaginano colombe svolazzanti nel conclave. Di sicuro ce ne sono, ma non so dire quanti: sospetto che tra gli stessi cattolici siano in molti a non volersi fare domande e ad accettare senza fiatare le favole sulla provvidenza e il primato del prete. Ma perfino tra i laici e tra i razionalisti se ne trovano troppi che lo tollerano in silenzio.
So bene che la Chiesa cattolica è grande, che nel suo seno allignano pulsioni diverse e contrastanti, che il potere papale non può fare a meno della mediazione. So che tra i preti ce n’è di buoni, i quali osano addirittura battersi sulla terra per la giustizia sociale; con qualcuno mi capita di collaborare in battaglie che mi sembrano giuste, senza pensare di strumentalizzarli e senza timore di essere strumentalizzato, e ne apprezzo il coraggio e le capacità. So che la liberazione dall’umanità dall’oppressione sociale da una parte e la demistificazione delle illusioni religiose dall'altra sono processi l’uno all’altro connessi, ma distinti. Ma il materialista, se coerente con le proprie convinzioni, ritiene di dover partecipare all’uno e all’altro, sente come propria l’una e l’altra battaglia e non molla in nessuno dei due terreni.
“Dixi et salvavi animam meam”, proclamò una volta Karl Marx, citando non so quale epistola di Paolo di Tarso. Credo di aver salvato la mia e di aver spiegato le ragioni di questo post, che riprende un frammento delle mie vecchie cronache. (S.L.L.)
Il prete Probo Vaccarini
Nelle beatificazioni del 2000 c'è un aspetto che è stato sottaciuto. I beati del 2 settembre erano tutti preti, frati e suore; tra i tanti di quest'anno è probabile che i laici non manchino, ma non sono quelli a cui si dà importanza. Insieme ai due papi spicca Padre Pio.
In occasione del Giubileo degli Anziani, il cardinale Tonini, che faceva da commentatore televisivo, indicava a modello di religiosità senile tre persone: il papa, un arcivescovo e una madre superiora. Forse per umiltà taceva il quarto, lui stesso.
In Umbria è accaduto che anche per le famiglie si additino a modello i chierici. In occasione dell’inaugurazione della chiesa Nuova di Assisi, ricostruita dopo il terremoto, sabato due settembre, è stata anche celebrata la festa della famiglia, in cui annualmente si premia con medaglia di riconoscimento una famiglia esemplare. 
Quest'anno è stata insignita la famiglia del parroco della Comunità di San Martino in Venti a Rimini, don Probo Vaccarini. L'uomo, già ateo convinto, è stato convertito da Padre Pio e, dopo la morte della moglie, si è fatto prete. Dei suoi sette figli tre sono parroci. Giovanni a Viserba Monte (Rimini), Francesco a Marmore (Terni), Giuseppe in Albania. Il quarto figlio maschio, Gioacchino, è seminarista. Delle tre figlie Maria Luisa è monaca, Maria Celeste consacrata laica, la terza, Maria Pia, battezzata dal beato di Pietrelcina, è l'unica sposata e ha quattro figli. Ho il timore che almeno tre finiranno in convento o in seminario. Anche da questo piccolo fatto risulta evidente il rischio che la percentuale di preti e suore in Paradiso continui a essere molto alta. Una buona ragione per non andarci.

da Salvatore Lo Leggio, Cronache giubilari, Giada 2001


8.2.14

L'Omo indipennente (da una poesia di Trilussa)

C'era una vorta un Omo indipennente
che s'era ritirato in un deserto
lontano da le cose e da la gente
ar punto tale che per esse certo
de nun vedé la faccia der cristiano,
invece de tenesse un servitore,
ciaveva 'no Scimmiotto ranguttano,
secco, spelato e brutto,
che je faceva tutto...

da Lo Scimmiotto in Le favole, 1922 

Filastrocca filastrocca (di Lina Schwarz)

Filastrocca filastrocca,
Nino mette il dito in bocca,
dito in bocca non sta bene
filastrocca non mi viene.
Ma se Nino è un buon bimbetto
filastrocca vien di getto,
scende vispa per la china
come l'acqua zampillina.
Via pei prati in mezzo ai fiori...
Oh che splendidi colori!
Giallo rosso verde azzurro...
qui un bisbiglio, lì un sussurro,
qui un gorgheggio, lì un bel trillo...
un uccello, un'ape, un grillo.
Oh sei tu, grillo sapiente?
T'ho trovato finalmente!
Sta' un po' fermo, qui, da bravo,
tanto tempo ti cercavo
per saper almen da te
la risposta al gran perché!
Perché qui, perché lì?
Lo domando tutti i dì.
Lo domando ad ogni uccello:
perché questo, perché quello?
Lo domando ad ogni ramo:
come mai non lo sappiamo?
Lo domando a tutte l'onde:
ma nessuna mi risponde!
Perché qua, perché là? 
Anche il grillo non lo sa! 
Grillo dice: "Il gran perché
se lo cerchi ognun da sé,
ma lo trova il girasole,
perché sempre guarda il sole".

Tra letteratura e politica. Le scelte di Walter Binni (di Salvatore Lo Leggio)

E’ uscito nei giorni scorsi per Morlacchi Editore (Perugia) il volume Walter Binni 1913-2013 che raccoglie per la cura di Lanfranco Binni e Chiara Scionti gli Atti del Convegno di Studio ne centenario della nascita (Perugia, 4 maggio 2016). Traccia principale del convegno era il volume La protesta di Walter Binni. Una biografia, di Lanfranco Binni (Il Ponte Editore, 1913), volume composito, contenente un accurato profilo, arricchito da importanti testi autobiografici, e una sezione di lettere a Walter Binni. Recupererò per il blog alcune delle relazioni e comunicazioni, quando saranno immesse in rete attraverso il Fondo Walter Binni. Qui riprendo, con un titolo abbreviato, la mia relazione. (S.L.L.) 

La protesta di Walter Binni. Una biografia, di Lanfranco Binni (Il Ponte Editore, 1913), nella sua prima parte, riprende, approfondisce e rimaneggia il profilo contenuto nella raccolta di scritti politici pubblicata due anni fa dallo stesso editore, La disperata tensione. Ma è il tono che – come si dice – fa la musica e qui a dare il tono sono novità importanti, come i brani autobiografici che fanno da cornice alla narrazione e i frammenti che la inframmezzano.
Un piccolo “romanzo di formazione” è per esempio l’inedito di Walter Binni sulla sua nascita, genealogia, infanzia e adolescenza che apre la narrazione biografica e la radica nel tempo e nello spazio. Una sorta di bilancio e testamento morale risulta invece lo scritto su Perugia che la conclude, definito nel sottotitolo “quasi un racconto”. Grazie a questa scelta è possibile seguire, in parallelo alla biografia in terza persona, una sorta di “vita scritta da esso” in prima, vagamente ispirata a quella dell’Alfieri, aristocratico ribelle, che era stato assai persuasivo nella rappresentazione plastica della propria tensione etica e intellettuale, anche se poi banalizzato dalla retorica del “volli, sempre volli”. Non deve stupire la scelta di modelli, anche lontani, cui si restituisce la potenza di persone vive, in chi considerò Leopardi non mero oggetto di studio, ma presenza attiva e dialogante; sono la poesia e la letteratura il “mathema” di Walter Binni e di certo condivideva ciò che Leonardo Sciascia scrisse ne La strega e il capitano: “Nulla di sé e del mondo sa la generalità degli uomini, se la letteratura non glielo apprende”.
L’altra fondamentale novità della Protesta è la sezione documentaria, non appendice ma parte integrante della biografia: un montaggio cronologico di lettere a Walter Binni, realizzato dal figlio Lanfranco in collaborazione con l’archivista Chiara Scionti, che pone lo scrittore perugino al centro di una fitta rete di relazioni e ne segnala il ruolo di protagonista nei momenti cruciali del dibattito culturale e politico.
In un libro così strutturato alla voce narrante del biografo fanno da controcanto quella del protagonista e quelle di tanti suoi sodali e interlocutori, che introducono in un contesto “oggettivo” il soggettivo delle scritture autobiografiche ed epistolari. Ne sortisce un doppio effetto: l’“interiorizzazione” del percorso  e la possibilità di raccordare sistematicamente l’individualità eccezionale al mondo con cui convisse e conflisse.

Le vite non svolgono un disegno prefissato né si possono con facilità, a posteriori, ridurre a schema. Vale per le persone comuni come per le grandi personalità: rotture, salti, involuzioni non mancano quasi mai, la vita è complicata. Il motto che Sciascia volle per la propria lapide, Contraddisse e si contraddisse, vale probabilmente anche per Binni: i maestri controversi spesso esprimono e producono tensione e inquietudine, non acquisizioni dogmatiche e definitive. La protesta di Walter Binni mostra come in una vita splendida, a fasi di apparente stagnazione, di ripensamento o di preparazione, si alternino, periodi di eccezionale concentrazione e produttività intellettuale e illumina i momenti di scelta, talora di svolta.
“Anno decisivo” (lo scrive lo stesso Walter Binni) è il 1931, quello dell’incontro con Aldo Capitini, di poco più anziano, maestro, amico, interlocutore di tutta la vita: il giovane, conclusi gli studi liceali, rifiuta il destino di notabile e le professioni che ad esso si confanno per seguire una vocazione letteraria nata tra i banchi di scuola e corroborata dalle libere e disordinate letture degli adolescenti di genio. Superato l’esame, il Nostro entra alla Normale di Pisa, di cui Capitini è segretario, luogo cruciale della sua formazione, con maestri e compagni di valore che stimolano interessi, sollecitano ricerche. E’ stagione di grande felicità, di studi appassionati, incontri e confronti, esperienze vitali: l’amore per Elena, la cospirazione antifascista, la “scoperta” e rivalutazione dell’ultimo Leopardi, la prima elaborazione della nozione di poetica, in un libro sul decadentismo che colloca il giovanissimo critico tra i maggiori e più originali italianisti.

Altro punto di svolta è il 1947.
Walter Binni negli ultimi anni del “regime” aveva condiviso il “liberalsocialismo” di Capitini, che non era annacquamento del socialismo con un po’ di liberalismo o viceversa, ma la convinzione che solo il socialismo può realizzare compiutamente le libertà umane. Un siffatto “liberalsocialismo” esige una rivoluzione nei rapporti di proprietà e di produzione, attraverso la riforma agraria, la nazionalizzazione delle industrie e delle banche, la socializzazione delle attività produttive, ma respinge la pianificazione centralizzata e autoritaria del modello sovietico staliniano, postulando una democrazia politica ed economica dal basso, fondata sui lavoratori. Con idee siffatte Walter Binni nei primi anni ‘40 partecipa alla Resistenza perugina. Dopo la Liberazione l’impegno personale nella costruzione politica di un’Italia rinnovata gli si impone come esigenza etica e come passione. Non lo attraggono tuttavia le suggestioni terzaforziste (tra borghesia e proletariato) che percorrono gli ambienti giellini e si esprimono nel Partito d’Azione; si schiera piuttosto, in maniera netta, con gli operai, i contadini, gli artigiani e partecipa alla costruzione del Psiup, il partito che unifica i socialisti di Nenni, Saragat e Pertini con il movimento di Unità Proletaria, fondato da Lelio Basso. E’ una scelta di classe e comporta una ulteriore rottura con il mondo aristocratico-borghese delle origini.
Presto Walter Binni diviene uno dei dirigenti più popolari del socialismo umbro e il 2 giugno 1946 è eletto all’Assemblea Costituente. La passione oltretutto potenzia le energie intellettuali. Il deputato Binni garantisce un contributo di prim’ordine al dibattito costituzionale, nelle aule parlamentari, nelle piazze e sulla stampa socialista, specialmente sui temi della scuola nazionale, laica e democratica, strumento per il superamento delle disuguaglianze regionali e sociali. Nello stesso tempo il critico letterario Binni porta a compimento ricerche fortemente innovative. Sono del 1947 un saggio su Ariosto, uno sul preromanticismo e, soprattutto, il libro sulla nuova poetica leopardiana che restituisce forza e dignità all’immagine e al pensiero del poeta di Recanati,  valorizzandone la tempra eroica e la sinfonica potenza delle ultime prove.
La sua militanza socialista a fianco del gruppo di “Iniziativa” guidato da Mario Zagari si arricchisce delle esperienze di democrazia diretta che Capitini promuove a Perugia e in altre città attraverso i Centri di Orientamento Sociale. Walter Binni rifiuta il “fusionismo” con il Pci o l’appiattimento sulle tattiche togliattiane; reclama piuttosto un’iniziativa autonoma dei socialisti su avanzate proposte di riforma economica e sociale, di smantellamento dello Stato autoritario.
Si fa strada tuttavia nell’animo di Walter Binni, amareggiato per le divisioni vecchie e nuove del socialismo italiano, il dubbio di una sua inadeguatezza alla politica come mestiere o piuttosto di una irredimibilità di essa politica dalla menzogna e dalla prepotenza. Dopo la scissione di Palazzo Barberini non aderisce al Psli fondato da Saragat, come fanno invece la Federazione giovanile e molti esponenti di “Iniziativa”, convinti di trovare in esso più agibilità che nel partito “frontista” di Nenni; rimane “senza partito”, partecipe di una diaspora che coinvolge non pochi militanti. Il sogno di un grande partito classista e rivoluzionario, che non si lasci irretire dallo stalinismo del Pci e dal moderatismo filoccidentale della Dc, si frantuma in una molteplicità di esperienze soprattutto locali, spesso viziate da personalismi. E’ in questo clima che matura la rinuncia dell’uomo di lettere Binni alla “politica”. Così scrive nella primavera del 1947 a Capitini: “È molto difficile salvare il “punto rivoluzionario” e insieme la concretezza ecc. E poi la politica richiede, così com’è, un abito di sopraffazione e di furberia che io non posso sopportare. E dunque… alle Muse! E ad un atteggiamento etico politico che non si risolva su piano parlamentare”.
All’inizio del 1948 Walter Binni esplicita in un documento diretto ai socialisti perugini e umbri la sua indisponibiltà a candidarsi nelle imminenti elezioni politiche, che “deriva soprattutto dall’inconciliabilità […] di un’attività parlamentare e di un lavoro letterario ugualmente impegnativi”. “Nulla di strano – aggiunge - in una scelta di questo genere, specie per chi alla politica è spinto da ragioni morali e non da amore tecnico dell’attività politica: nulla di strano se non per coloro che nelle attività di partito vedono solo una “carriera”, una possibilità di potenza, di sfogo ambizioso e magari una sistemazione non disprezzabile. Ma la mia rinuncia ad una attività parlamentare non implica affatto l’abbandono di posizioni ideali a cui non mancherà mai la mia adesione attiva e disinteressata”.
Quali siano queste posizioni ideali appare chiaro nello stesso testo: “una forza veramente socialista e progressiva, veramente pacifica, libera e rinnovatrice che si può servire soltanto con una lotta generosa e dura, ma senza gusto di violenza, di menzogna, di sopraffazione, o di tattica compromissoria”.
La Protesta documenta, attraverso il racconto di Lanfranco Binni e le lettere  di questo periodo, quanto l’addio alla militanza politica sia travagliato: Walter Binni non è insensibile alle sollecitazioni dei compagni più cari. Pertanto, ancora dopo il 18 aprile, che vide il trionfo della Dc degasperiana, la sconfitta del Blocco frontista Pci-Psi e l’insuccesso della lista saragattiana, Walter è ancora attivo in assemblee e riunioni. Partecipa nei primi giorni di maggio a un convegno romano di socialisti per conto del gruppo di “Europa socialista”, rivendicando a sé e a Ignazio Silone, che sono gli animatori, l’obiettivo di «lavorare alla costituzione di un vero partito socialista egualmente lontano dallo sterile massimalismo e dal collaborazionismo con le forze conservatrici» e proponendo la convocazione di una «costituente del socialismo» a seguito «dei risultati raggiunti in sede di Congresso nazionale dalla corrente autonomista del Psi».
E’ una proposta intellettuale coraggiosa, ma - come spiega Lanfranco Binni  - si scontrerà presto con la dura realtà. Infatti, mentre il Psli di Saragat si orienta verso una alleanza subalterna con la Democrazia Cristiana, i successi della componente autonomista del Psi, si riveleranno assai effimeri. A vincere il congresso, a Genova, tra la fine di giugno e i primi di luglio saranno due correnti autonomiste provvisoriamente alleate, quella di “Riscossa” animata da Riccardo Lombardi con il 40% per cento dei voti dei delegati e quella di Romita con il 25%, mentre il “frontismo” di Nenni, Basso e Morandi ottiene circa un terzo dei voti congressuali. Ma, mentre Romita con i suoi notabili comincia da subito a veleggiare verso approdi governativi e Morandi mantiene il controllo dell’apparato, a Lombardi - per il suo recente passato “azionista” - si assegna solo la direzione dell’“Avanti!”. Segretario del Psi è eletto l’onesto Jacometti, scolorito sostenitore della mozione lombardiana.
C’è una lettera nella Protesta di Walter Binni che documenta questo difficile passaggio della storia socialista. Il 3 agosto 1948 all’italianista perugino scrive proprio Riccardo Lombardi: “l’impegno di tutti noi deve essere quello di provvedere […] al rimboschimento di un terreno inaridito. Come avrai potuto desumere dall’opera appena iniziata dalla nuova Direzione del Partito […] una certa linea ha cominciato ad essere individuata. Non ti nascondo, però, che il risultato che ci proponiamo e che io in particolare mi propongo, si raggiungerà solo ed in quanto alcuni uomini abbiano il coraggio di lavorare dal di dentro e non dal di fuori: quando parlo di alcuni uomini, penso particolarmente a te, a Silone, a Calamandrei”. La chiusa è di un candore commovente in questo nostro tempo di privilegi castali per il ceto politico allargato: “Se si fissasse per la fine del mese un appuntamento magari a Roma, ti faccio notare che tu fruisci ancora fino alla fine dell’anno, della tessera ferroviaria della Costituente”.
Non credo che l’incontro sia poi avvenuto e, in ogni caso, né Binni né Silone né Calamandrei entrarono nel Psi in quell’estate o in quell’autunno per “lavorare dal di dentro”. La breve stagione del Psi lombardiano si chiuse pertanto con la sconfitta degli autonomisti, tra pesanti polemiche. Ne cito un passaggio, significativo di un clima. Più volte Lombardi, direttore dell’“Avanti”, aveva criticato nei suoi articoli l’addavenì Baffone, che sembrava affidare la prospettiva socialista solo alle vittorie future dell’Armata Rossa. A suo avviso “la fase ‘sovietica’, la fase di diretta democrazia popolare, è fase necessaria ed ineliminabile pur  nella varietà di forme che essa può assumere” e “la costituzione dei consigli operai, di contadini, di soldati non può essere sostituita da nessuna parata di truppe ‘liberatrici’” (“Avanti!”, 19 gennaio 1949). Morandi gli replicò su diversi giornali socialisti come “La Squilla” di Bologna (N.2, gennaio 1949). Usava titoli come Insensibilità di classe e il tono era da scomunica:“Siamo ormai abituati allo snobismo intellettualistico del direttore dell’“Avanti!” […].Va bene che l’ideologia di partito sia diventata da qualche tempo una cosa piuttosto elastica, non per questo però è lecito a colui al quale è affidato il giornale ufficiale di partito di far scempio dell’ABC del marxismo, avendo finanche l’audacia di offendere nei suoi più radicati sentimenti la classe operaia. Compagno Lombardi, la tradizione di combattimento del nostro partito, la fiducia profonda nell’Unione Sovietica, che ha sempre alimentato le masse dei nostri militanti, esigono il tuo rispetto”. L’accusa, esplicita, è di avere sostituito al bagaglio ideologico del socialismo italiano quello di Giustizia e Libertà e del socialismo liberale. L’articolo si conclude con un appello a Jacometti, segretario del Psi: “Diventano questioni serie queste, di quelle che non si sciolgono che davanti a un congresso, dando la parola al partito”.
Intanto, sul finire del 1948 Walter Binni approfondisce il suo distacco: ha chiesto e ottenuto con voto unanime di essere chiamato all’Università di Genova nella cattedra di Letteratura Italiana e prepara con cura la prolusione, sulla poetica neoclassica, che terrà a gennaio. Nel febbraio dell’anno successivo riceve una lettera di Silone che contiene una scherzosa accusa di “imborghesimento” e lo invita a una riunione della diaspora socialista; ma Walter Binni è ormai preso dal nuovo impegno di studioso, di critico, di maestro e “maestro di maestri” e i contatti si diradano. Qualche anno più tardi, dopo il trasferimento a Firenze nel 1956, lo troveremo, socialista “senza tessera”, a sostenere le prospettive di unificazione e rilancio socialista, partecipe delle battaglie per la scuola pubblica e per democratizzazione dell’Università. Nel 1958 si iscriverà al Psi, restandovi per qualche anno.

Nel 1966, dopo il trasferimento di Walter Binni all’Università di Roma (1964), si apre per lui un nuovo “periodo speciale”, segnato dall’intenso rapporto con i movimenti studenteschi che culminarono con le occupazioni del Sessantotto. La sua presenza alla Facoltà di Lettere di Roma, come ha raccontato Raul Mordenti sul “Ponte”, è un vero ciclone per le innovazioni nello stile di insegnamento, nei contenuti e nei metodi. Nel 1966, dopo l’uccisione all’Università dello studente socialista perugino Paolo Rossi da parte dei neofascisti, è lui a pronunziare l’intenso e durissimo discorso funebre, ove denuncia con nome e cognome le connivenze accademiche e parlamentari con lo squadrismo assassino.
Si esaurisce ben presto, intanto, di fronte all’impantanamento del centrosinistra e all’involuzione socialdemocratica dei socialisti, la fiducia nella politica partitica e parlamentare. L’impegno letterario resta pertanto assolutamente centrale, ma presenta un carattere più “militante”: Walter Binni è accanto ai giovani del Sessantotto, pessimista, ma incitatore e animatore di rivoluzione. Non è pertanto casuale il titolo che sceglie per la pubblicazione in volume autonomo, nel 1973, della monografia nata per accompagnare l’edizione sansoniana di tutte le opere leopardiane: La protesta di Leopardi. Negli anni successivi Binni vive con grande amarezza quello che gli appare un processo di involuzione dell’intera vita pubblica italiana, compresa la contestazione studentesca. Studia e insegna, continua a intervenire con pubbliche prese di posizione e cerca – senza trovarle – modalità di intervento capaci di una qualche incidenza nella realtà. La più curiosa è il tentativo di fondare una sorta di associazione tra “liberi comunisti” per una azione comune. Vi coinvolge Aldo Natoli, Carlo Cassola, Guido Aristarco, Vasco Pratolini e persino Lelio Basso, ma l’iniziativa non ha sviluppi.

Un nuovo periodo “alto”, forse il più alto della storia di Walter, è ottimamente documentato dal libro-dvd edito nel 2012 dal fondo Binni e da Morlacchi editore e curato da Lanfranco e Marta Binni, Poetica e poesia nella Ginestra di Giacomo Leopardi che raccoglie video e testi di lezioni, conferenze, articoli degli anni 1987-1993. Dal 1983, per i limiti di età, Binni è fuori dall’insegnamento, ma non è cessata la sua volontà di comunicazione con le generazioni più giovani e attraverso di esse con le generazioni a venire. Tema centrale ne è il poeta più amato, Giacomo Leopardi, con il quale – per la durezza dei tempi – Walter Binni si sente in sintonia ancora maggiore che in passato. Opera in lui una convinzione d’origine leopardiana, che condivide con Sebastiano Timpanaro il quale in quegli anni non esita a definirsi “marxista-leopardista”: non può darsi una socialità umana fraterna e solidale basandosi sulla pura analisi economica e storica, senza una diffusa coscienza della terribile condizione naturale e materiale dell’uomo e senza lo smascheramento degli autoinganni, delle perniciose ideologie ottimistiche e consolatorie.
In questo Binni, educatore e profeta, il “leopardismo” ben si connette a un originale “capitinismo”: ateo e materialista, egli non può seguire fino in fondo l’amico nella sua “religiosità”, per quanto laica e aconfessionale essa sia, ma dalla filosofia e dalla vita di Capitini trae la persuasione che non si dia azione capace di sconfiggere l’oppressione e lo sfruttamento, se non ha alla base le domande radicali sull’esistenza. In tempi lontani Walter Binni, nella Testimonianza che correda, in appendice, le seconda edizione (Laterza, 1947) degli Elementi di un’esperienza religiosa di Aldo Capitini, aveva infatti scritto: “Giovani che ora sono socialisti come me, comunisti, azionisti, vennero risvegliati e salvati da quelle parole e da quel libro che […] ne assunse il valore fondamentale di educazione etico-politica tanto piú profonda […] perché capace di vivere oltre le formule ed i problemi singoli, come sollecitazione continua ad un senso della vita che non si può realizzare automaticamente o chiusi in tensioni puramente pratiche”. Secondo Binni la generazione educata da Capitini, i trentenni del tempo della Resistenza, aveva mantenuto “un fondo di interesse profondo, umano che un’educazione freddamente politica non avrebbe dato”.
E’ a questo tipo di educazione che Binni tende sul finire del decennio del craxismo e del cosiddetto “edonismo reaganiano”: essa trova un veicolo nel Leopardi e un emblema nella Ginestra, il cui carattere polemicamente illuministico è evidente perfino nell’epigrafe giovannea (“E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce”).
Walter Binni non assunse mai atteggiamenti liquidatori verso “don Benedetto” Croce e giustamente riteneva che l’assunzione nel suo idealismo, contro ogni visione riduttiva o limitativa, della poesia ad attività teoretica fosse un grande merito. Tuttavia fin da giovane aveva voluto rompere quella che gli appariva una gabbia, la legnosa dialettica dei distinti che aveva portato il filosofo ad escludere della poesia gran parte della Commedia, perché oratoria, perché filosofia o perché struttura letteraria. Quella della Ginestra e di altri testi del “periodo napoletano” di Leopardi gli si era sempre più rivelata altissima poesia e insieme, indissolubilmente, altissima filosofia e oratoria, espressione di pensiero poetante e trasmissione persuasa e persuasiva di un messaggio etico, di una sollecitazione al retto operare.
Per Walter Binni è, nei fatti, proprio la Ginestra il messaggio che nel 1827 Leopardi convinto che l’involuzione spiritualista e il moderatismo del primo Ottocento, “secolo superbo e sciocco”, sarebbero durati a lungo, aveva immaginato di destinare “a un giovane del XX secolo”. Questo messaggio, altamente politico, è quello che, aggiungendoci del suo, egli si sforza di trasmettere ai giovani del XXI. Anche lui, del resto, si sente poeta (e filosofo): a Maria Serena Palieri de “l’Unità” nel 1995 dichiarerà che fare critica è stato il suo “modo di “fare poesia” (e filosofia). 
La proposta politica del Leopardi di Binni e del Binni di Leopardi (secondo la felicissima formula di Walter Cremonte) non ha in verità niente a che vedere col mondo dei potenti e con la “politica politicante”, coi “brutti ceffi” su cui pesa la definizione leopardiana di “lega dei birbanti”. Essa si identifica piuttosto con il verace sapere che fonda la convivenza e la fratellanza democratica e repubblicana e richiede una socialità senza privilegio, senza sfruttamento ed oppressione. E’, infatti, la difesa contro una natura che fa vivere gli uomini nella pena e li destina inesorabilmente alla morte a fondare il vincolo sociale,  etico, politico e affettivo tra gli uomini stessi, quello che Binni chiama, leopardianamente, “vero amore”.
La “politicità” di Binni-Leopardi viene dunque prima di ogni concreta partecipazione alla vita politica e la ispira, ma viene anche dopo ogni politica e ogni rivoluzione, perché come scriveva il critico già nel 1948 sul “Nuovo Corriere” di Firenze e come ribadiva nel suo intervento del 1987 al Convegno leopardiano svoltosi all’Istituto Orsola Benincasa di Napoli questa peculiare politicità è “su un onda più lunga, ma più lunga di qualsiasi onda che approdi a una civiltà che si consideri ottimisticamente definitiva nella sua struttura, e contro cui Leopardi sarebbe ricorso al suo rigore assoluto di malpensante, alla sua nuda persuasione antimitica, che, lungi da ogni scetticismo, lo rendeva più progressivo di ogni limitata rivoluzione”. E’ il modello di politicità che predomina nell’ultimo Binni, quello di un intellettuale tutt’altro che “sradicato”, ma irrimediabilmente e irriducibilmente “ribelle”.
La “politica dell’onda più lunga” non impedisce tuttavia all’anziano studioso – in feconda contraddizione - di prendere posizione su tanti problemi concreti e attuali, di combattere l’ “Italia cinica, conformista, arrampicatrice sociale, rotta a ogni corruzione” che riemerge con il berlusconismo, e persino di “prendere la tessera” quando gli sembra utile e giusto (per un anno o due fu iscritto a “Rifondazione comunista). Scrive di sé nel “quasi racconto” Perugia nella mia vita, che conclude la biografia: “Vivo e soffro la condizione di un intellettuale assolutamente disorganico e sradicato, anche se ostinatamente proteso ed attento ad ogni segno di cambiamento rispetto alla società attuale in cui sono costretto a vivere”.
All’anziano studioso non manca neanche qualche nostalgia per un’altra Italia. In un’intervista del 1994, a Giorgio Calcagno de “La Stampa”, ricorda la Costituente: «Alla Costituente c’erano persone con grandi differenze di idee, ma di quale altezza. Erano Parri, Terracini, Calamandrei, cattolici come Dossetti […] Non si tratta solo di idee – che pure hanno la loro importanza – ma di costume morale, di apertura, di comprensione per tutto quello che ora ci viene mancando».
Ma il ricordo più intenso di un’altra politica si può trovare nel già citato “quasi racconto” dedicato a Perugia, nel ricordo che accompagna l’addio alla città natale: “Ripensavo alle semplici, schiette feste che proprio su quel torrione intorno alla rossa bandiera con la falce, il martello e il libro si erano svolte con compagne e compagni socialisti e comunisti, con i loro cari volti a cominciare da quello soavissimo di Maria Schippa comunista a quelli fraterni di Bruno e Maria Enei socialisti, i piú amati dalla mia compagna”.
E’ nostalgia per la “compagnevolezza”, per il sentimento umano che lega uomini e donne uniti da una comune lotta, per una solidarietà di classe, tra lavoratori, che abbraccia anche gl’intellettuali che hanno tradito le proprie origini sociali. E’ nostalgia dei comizi, delle discussioni, dei canti, degli sguardi, delle lacrime che segnalavano un “vivo amore” e alludevano a una fraterna umanità. Il suo Leopardi non aveva potuto conoscere questo tipo di gioia, la gioia della rivoluzione e non poteva sentirne la mancanza, Walter Binni sì. Penso che, in questo senso, la politica gli mancò per tutta la vita.  

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