9.4.16

I miei incubi notturni (Umberto Eco)

Fino a qualche anno fa non riuscivo a ricordare i sogni che facevo. Suppongo dipendesse dal fatto che avevo sempre il sonno pesantissimo. La mattina successiva non restava che una vaga idea di quello che avevo sognato. Ma non riuscivo a tenere memoria dei miei sogni. Oggi, in età avanzata, mi risulta più facile. Non riesco a darmi altra spiegazione se non che non dormo più il sonno profondo e lungo dei bambini. Nel frattempo riesco a ricordare cosa ho sognato, anche i sogni del passato. E mi piace.
I sogni più importanti e più interessanti sono quelli ricorrenti e gli incubi. Da studente sognavo spesso di non passare l´esame di maturità. A quest'incubo si sostituì in seguito quello in cui ero ancora soldato. I miei superiori mi avevano concesso la libera uscita, ma io semplicemente non ero rientrato in caserma. Ora rischiavo l´arresto. È un sogno che mi ha perseguitato a lungo. Bisogna sapere che nella vita reale ho fatto il servizio militare molto tardi. Ero riuscito a procrastinare la chiamata alla leva fino a ventisei anni adducendo a motivazione i miei ponderosi studi universitari. Ad un certo punto mi ritrovai per la prima volta davanti alla caserma, con gli occhiali e la macchina da scrivere sotto il braccio, entrambi a mo' di scudo. Gli ufficiali più giovani, che in maggioranza non erano andati all´università, nutrivano un grande rispetto nei miei confronti. Ben presto mi venne affidata l'incombenza di tutto il lavoro di scrittura, potevo prendermi molte libertà e mi sentivo più importante di un generale. All'inizio ero di stanza a Como. Grazie ai miei buoni agganci riuscii a rientrare nella lista dei trasferiti al comando generale di Milano, cosa naturalmente a me più gradita, perché avevo ancora il mio appartamento da studente in città. Per lo più lavoravo in caserma fino alle due del pomeriggio, poi andavo in centro, pernottavo senza permesso nella mia stanza e rientravo solo la mattina dopo. Eravamo in tempo di pace e nell'esercito potevi fare in pratica quello che volevi. Ma nonostante il favore di cui godevo queste uscite comportavano un certo rischio. Comunque avevo sempre il timore che una volta o l'altra sarebbe finita male e si sarebbe alzato un gran polverone. Cosa che, per fortuna, non è mai successa. Quest'ansia però mi ha perseguitato fin nel sonno.
I sogni sulla maturità e sul militare sono entrambi legati all'ansia, l'ansia di non riuscire a concludere qualcosa, l'ansia di essere colto in fallo. Oggi, in più tarda età, mi affliggono in sogno altre ansie. Quando ad esempio sono in viaggio in America, sogno di perdere l´aereo. Mi vedo allora affannato nella mia stanza d'albergo a fare in fretta la valigia: ho il volo alle sei, ma sono già le cinque e ancora non ho finito di fare i bagagli. Lo so, di sicuro arriverò in ritardo. Se viaggio in Europa il sogno subisce qualche piccola variazione: sogno allora di perdere il treno. Mi precipito alla stazione, ma non riesco a trovare il binario giusto. Perché? Perché sono di nuovo in ritardo. E alla fine il treno parte senza di me. La cosa strana in tutto questo è che in vita mia non ho mai perso un treno o un aereo. Beh, non esattamente. Solo una volta, una sola, ho perso l'aereo a New Orleans. Ma è successo esclusivamente perché, per paura di far tardi, ero arrivato all'aeroporto con un anticipo eccezionale. Mi ero quindi seduto in sala d'attesa e subito riaddormentato. Così non sentii chiamare il volo. Lo persi per essere arrivato con troppo anticipo.
Nonostante questa sgradevole esperienza continuo a badare scrupolosamente ad essere sempre puntuale. Il motivo? Perché il sogno di arrivare in ritardo continua a terrorizzarmi. Indubbiamente si tratta di un'interessante interazione tra sogno e realtà.
Non ho mai avuto grande interesse ad annotare i miei sogni. Né ho mai preso pillole stimolanti. Ho sempre voluto avere la mente lucida ed efficiente. Per me è una questione di orgoglio. Sono convinto che la mente mi dia storie più entusiasmanti di quanto possano fare i miei sogni. Devo ammettere tuttavia che i sogni hanno talvolta influito sulle mie storie anche se in casi rarissimi. Nel mio romanzo Il pendolo di Foucault faccio vivere al redattore Jacopo Belbo uno dei miei sogni ansiogeni: mi trovo in una città sconosciuta che credo in realtà di conoscere bene. So che se svolto a destra arrivo in un luogo che mi piace molto. Il problema è che non lo ritrovo più.
Un altro sogno ha ispirato un capitolo del mio romanzo La misteriosa fiamma della regina Loana. In quel sogno abito in una villa, cerco una stanza che credo di conoscere. Ma non riesco a trovarla. Era la mia stanza preferita, zeppa di splendidi mobili antichi e di libri interessanti. So che è in fondo a un corridoio. Ma lì c'è un muro impenetrabile. Al protagonista del libro accade una cosa simile, ma sfondando il muro trova la stanza. È la stanza della sua giovinezza, cioè il Paradiso.
Sto per compiere 75 anni. Probabilmente festeggerò nella mia casa di campagna vicino a Rimini. Vi ho trascorso già molti compleanni e alle pareti sono appese fotografie mie e dei miei ospiti scattate in quelle occasioni. Ho ancora ben vivo il ricordo del mio settantesimo compleanno. Allora avevo invitato solo i miei studenti. Non c'era neppure mia moglie. Ormai non insegno più agli studenti dei primi anni, anche se mi è sempre piaciuto molto lavorare con loro. Invecchiando però ti sorge il dubbio di aver torto su molto di ciò che trasmetti agli altri. E non vorrei corrompere i giovani. Per questo tengo solo seminari per dottorandi. In questo caso il docente può permettersi di aver torto e di provocare, aprendo sempre vivaci dibattiti. In ogni caso non ho ancora l'intenzione di ritirarmi e di andare in pensione.
Quando si scrive da anni, come nel mio caso spaziando dai saggi ai romanzi ai trattati scientifici, si diventa ad un certo punto prigionieri di questa situazione autonomamente creata da cui è impossibile evadere. Il che non è così negativo, perché amo scrivere. È una sorta di sogno. Solo che in questo caso ho il pieno controllo della mia fantasia.
Copyright Die Zeit
Testo raccolto da Martin Scholz
Traduzione di Emilia Benghi
“la Repubblica” 4 gennaio 2007

8.4.16

Il preside Cavallo (S.L.L.)

Il preside Angelo Cavallo
Il preside Cavallo, a detta dei suoi allievi di un tempo, era stato un ottimo insegnante di Scienze e anche da preside rivelava qualità importanti: energia, attenzione ai particolari e grande integrità. Si parlava, tuttavia, di una sua esperienza di ufficiale nell'esercito che condizionava la sua direzione nell'esigenza rigida, al limite della pignoleria, di ordine, pulizia, rispetto delle regole.
Era proibito per esempio "andare a gabinetto" (allora non si usava dire “andare al bagno”) fino alla ricreazione delle 10 e 25 e nell'ora successiva, salvo esigenze documentate con certificato medico. Qualche eccezione era prevista per le ragazze nell'età della crescita, ma per i maschi era quasi impossibile. Succedeva che qualche professoressa o professore, in un momento di distrazione, concedesse il permesso, ma per raggiungere i cessi dalla propria aula in molti casi era indispensabile passare con gravi rischi davanti alla presidenza, sulla cui soglia Cavallo a volte sostava per controllare il buon andamento delle attività. Si raccontava - ma forse era una fantasiosa, giovanile invenzione -che una volta avesse bloccato uno studente davanti all'ingresso della ritirata allargando le gambe e dicendo: “Di qua non si passa”.
Altro divieto era il correre per le scale al termine delle lezioni: noi di Campobello e quelli di Naro eravamo tra i più scalmanati per potere prendere il primo degli autobus. Una volta s'affacciò di persona a gridare che “la scuola è un tempio”; spesso c'era un bidello, il vecchio “zio Nino” o un tal Di Bilìo se non ricordo male, a frenarci.
Il liceo-ginnasio “Foscolo” di Canicattì era una piccola scuola, con una dozzina di classi e meno di trecento alunni: a tutti perciò capitava una volta o l'altra di dover passare dal preside per una giustificazione o un permesso. Raccontano che usasse il sarcasmo per rimproverare le ragazze e i ragazzi del quarto e quinto ginnasio e perfino quelli del liceo, quando intravedeva il nero sulle unghia. Pretendeva che venissero mostrati i dossi delle mani e domandava: “Sei a lutto?”.
Sistematicamente controllava, dal suo registro ove i papà (c'era ancora il capofamiglia) avevano apposto la firma, l'autenticità delle giustificazioni delle assenze e, se s'insospettiva, chiedeva la presenza paterna per riammettere in classe l'allievo. Intorno a questa prassi fiorì una ricca aneddotica. A me capitò una congiuntura fortunata: mio padre, quando premetteva il nome al cognome usava allungare in basso la C del suo Calogero, fino a sottolineare l'intera firma, cosa che non gli accadeva quando firmava Lo Leggio Calogero. Nel registro del Preside aveva usato questa seconda firma, probabilmente indirizzato dall'ordine alfabetico che lo governava. Quando una volta il Preside vide quella lunga C immaginò una firma non autentica e pretese per l'indomani che io venissi accompagnato da mio padre. Egli s'infastidì e innervosì molto per la richiesta perché disturbava la sua attività di commerciante di prodotti per l'edilizia nelle prime importantissime ore del mattino, ma anche perché vedeva offesa la mia onestà. Davanti al preside che gli illustrava la ragioni della chiamata uomo era e Lucifero diventò, gli disse: “Pensa che mio figlio sia così imbecille da falsificare la mia firma con una differenza tanto evidente? Crede che la gente abbia tempo da perdere?”. Cavallo riconobbe l'errore e da allora, tutte le volte che andavo a giustificare una assenza, tralasciò il controllo della firma. Ne approfittai di rado, ma anch'io per due o tre volte negli anni di liceo feci “calia” per fare compagnia a un amico che voleva marinare la scuola ma aborriva la solitudine.
La cosa più caratteristica del preside Cavallo nei suoi contatti disciplinari era l'interrogatorio incalzante, su cui talora perdeva il controllo.
Ricordo un mio arrivo in ritardo:
“Come mai arrivi alle nove?”.
“Ho perso l'autobus”.
“Perché hai perso l'autobus?”.
“Non ho sentito la sveglia”.
“Come sei venuto?”.
“Con un passaggio, in macchina”.
“Che macchina era?”.
Rammento di aver risposto “una seicento”, ma credo che anche lui si rendesse conto dell'incongruità dell'ultima domanda, per cui autorizzò l'ingresso e mi licenziò.
La scena più divertente accadde quando una volta – andavo in terzo liceo – arrivammo in ritardo in gruppo tutti quelli di Campobello e Ravanusa, trenta e più tra ragazze e ragazzi. A Ravanusa e Campobello splendeva il sole, ma, giunti alla stazione del bus, a Canicattì ci sorprese una pioggia intensa. Restammo lì per un'ora e più; raggiungemmo la scuola che si trovava un po' lontano, quasi alla sommità della salita di Borgalino, dopo le nove e mezza, a seconda ora iniziata. Entrammo tutti insieme nell'ampia presidenza e a me, che ero all'ultimo anno, toccò di parlare per tutti.
Il preside Cavallo chiese:
“Perché siete così in ritardo?”.
“Perché pioveva”.
“E perché non avete portato l'ombrello?”.
“Perché a Campobello non pioveva”.
“E perché non pioveva?”.
Il “burbero benefico” si rese conto per primo di avere sbagliato il destinatario della domanda e rise di cuore della sua gaffe, come ne ridemmo noi, che andammo in classe più allegri.

7.4.16

Patri Iachinu (S.L.L.)

Il Servo di Dio Gioacchino La Lumia, cappuccino e missionario nell'Ottocento
Gioacchino La Lumia ("patri Iachinu) a Canicattì, sua città natale e nei paesi circonvicini è stato a lungo venerato come un Santo. Al mio paese c'era, sulla strada di Licata, una Cruci di patri Iachinu, eretta in un luogo nel quale, secondo la tradizione, il frate veniva a predicare.
Padre Muratore, alla messa per le nozze d'oro per i miei genitori, celebrata proprio nel santuario di padre Gioacchino, a Canicattì, spiegava a un gruppo di signore che "padre Pio è di un altro livello, molto superiore". Mi è dispiaciuto sentire da un sacerdote che anche lassù ci sono distinzioni e ho simpatizzato per padre Gioacchino senza esitazioni.

Sinistra? (S.L.L.)

Achille Occhetto
Pare che a Sel abbiano fatto la festa ad Occhetto e forse avevano ragione di farla. E' stato lui, allo scioglimento del Pci, a dare l'avvio alla moda pericolosa di intitolare i partiti alla "sinistra". Bertinotti volle fare la sinistra europea e quella arcobaleno. Vendola aggiunse l'ecologia e la libertà. Ferrero tentò di fare una federazione di sinistri. Quegli eredi del Pci che adesso Renzi mette sotto - senza pietà - nel Partito democratico si chiamano tra loro "sinistra"; quelli che sono fuorusciti da poco e si sono uniti ai vendoliani hanno scelto il nome di "sinistra italiana". Vedo poi che non mancano siti e pagine fb che proclamano "facciamo sinistra".
La cosa è diventata stucchevole e per me, vecchio comunista, quasi insopportabile. Quel nome, "sinistra", viene dai parlamenti del primo Ottocento: nella Francia della "monarchia borghese" degli anni 30, presero posto alla sinistra del tavolo della presidenza i parlamentari democratici, fautori del suffragio universale (maschile), e così accadde poi in altri parlamenti. Dentro la sinistra, poi, in molti parlamenti si definì una componente più attenta alla questione sociale, i cui componenti sedevano nei posti più marginali dei banchi della sinistra, che fu definita Estrema.
I primi parlamentari socialisti sedevano a sinistra dell'Estrema sinistra, ma i loro partiti si sentivano oltre gli schieramenti del parlamentarismo borghese. I loro nomi facevano riferimento al progetto politico (socialismo, democrazia socialista) o al soggetto sociale di riferimento (il lavoro, i lavoratori). Alcuni sceglievano un nome semplice (Partito socialista belga o Labour party), altri mettevano tutto dentro il nome: così il Partito socialista dei lavoratori italiani, primo nome tra noi del partito socialista, così il Partito operaio socialista democratico russo (Posdr), che per complicarsi la vita si divise in due, la frazione di maggioranza (bolscevichi) e quella di minoranza (menscevichi). Più tardi, quando Lenin si convinse che il passaggio al comunismo (la società senza classi e senza stato) era da considerarsi un obiettivo all'ordine del giorno, nacquero i partiti comunisti, ma qualcuno di essi - costruito attraverso unificazioni - non disdegnava i riferimenti sociali: così il Partito operaio unificato polacco (Poup).
Occhetto capì che il nome di "partito comunista" non reggeva più, vista la sconfitta del comunismo novecentesco, ma invece di fare un passo indietro per farne, domani, due avanti, fece due passi indietro e ritornò alla "sinistra", ai partiti puramente parlamentari di orientamento democratico, senza riferimenti ai lavoratori e alla trasformazione dell'assetto proprietario della società. Occhetto volle con questo nome - e con la scelta come simbolo della quercia della Rivoluzione francese - collocare la sua sinistra "prima del socialismo", tutta dentro la civiltà borghese e la sua democrazia, con una caratterizzazione interclassista.
So che non è soprattutto questione di nomi, so che nel mondo ci sono partiti socialisti o partiti del lavoro che è meglio perderli che trovarli. Ma in Italia, anche in ragione di questa storia recente, il nome conta. 
Forse un partito comunista, come continuità del Pci, poteva conservare una forza di attrazione, ma dopo i fasti di Cossutta e Bertinotti, Diliberto e Ferrero, quel nome è inutilizzabile. Ma "sinistra" è ancora peggio, segnala una separazione dai lavoratori e dall'idea di uguaglianza, un arretramento se non un tradimento. Non è la sinistra, più o meno italiana, che bisogna fare. Che cosa allora? Io ho un chiodo fisso. A Genova, a Genova bisogna tornare, per rifare il partito del lavoro (contro i partiti del capitale) e del socialismo! Un partito di classe, con un'idea di società egualitaria, anche nel nome: di sicuro il nome non basterebbe, ma forse comincerebbe a scaldare i cuori dei proletari e degli sfruttati. 
(stato fb 15 marzo 2016)

Saimi (S.L.L.)

Strutto di maiale (detto anche "sugna" o "saimi")
Ecco la breve poesia vernacolare che qualche giorno fa ho dedicato alla mia mamma, un paragone burlesco al modo degli antichi:
Lu figliu sta attaccatu a la so mamma
comu la saimi 'nni la lanna.

("Un figlio sta attaccato alla propria madre / come lo strutto di maiale alle pareti della teglia").

Ateismo (S.L.L:)

C'è chi rifiuta per sé l'appellativo di “ateo” e preferisce dichiararsi “agnostico”, temendo di trasformare in dogma la non-esistenza di un dio unico o di più divinità, così ricadendo nell'assolutismo delle religioni istituzionalizzate.
In verità l'ateismo non è fondamentalismo e non è assolutismo, non esclude la sospensione di giudizio e neppure qualche apertura al trascendente. E' un atteggiamento eminentemente "pratico", non teoretico: è l'accettare la vita "senza alcun dio", accettare l'idea che il nostro destino come il nostro dovere non è scritto da nessuna parte, accettare la sfida della libertà e della ricerca.

6.4.16

Se sei triste guarda il cielo. Le poesie di una sognatrice centenaria (Ida Travi)

Shibata Toyo
La poesia orientale da sempre ha la capacità di tenere insieme il grande e il piccolissimo, il sacro e il quotidiano. Anzi, proprio attraverso il quotidiano, ci inoltra in quel mistero incredibile che è il nostro mondo, proprio lì, nel punto un cui siamo: tutto qui? Tutto qui. Mondo e esseri.
La famiglia, per esempio. Una madre, un padre, un figlio. La casa, la sveglia al mattino, il lavoro. La giornata, i mesi, le stagioni. I dolori, le gioie, i tradimenti, cosa sono? Un attimo, un soffio. La vita passa in un soffio, e di colpo hai novantadue anni e ti trovi vedova… succede, e allora cosa fai? Se sei triste guarda il cielo, suggerisce l’ultracentenaria Shibata Toyo.
Chi è Shibata Toyo? Nelle ultime fotografie ci appare come una centenaria piccola piccola, quattro ossa, uno scricciolo sorridente con addosso una specie di chimono grigio simile a un paltò. Ha cominciato a scrivere poesie all’età di novantadue anni e ha continuato a farlo fino al 2013, l’anno in cui se è andata, a centodue anni. La pubblicazione delle sue poesie in Italia ci consegna appena in tempo questa piccola eredità poetica: Se sei triste guarda il cielo (traduzione di Andrea Maurizi, prefazione Shinkawa Kazue, Mondadori, pp 80, euro 9,00).
Era nata nel 1911 nella città di Tochigi, unica figlia d’un commerciante di riso e poi… È sopravvissuta a un terremoto. Ha creduto di morire sotto i bombardamenti dei B 29 americani. Ha lavorato come cameriera in un rjokan, in un ristorante. Ha confezionato kimono a cottimo, come aveva imparato da sua madre. Ha praticato e insegnato danza tradizionale giapponese in quartiere. Una vita come tante.
C’è una sezione, nel libro, in cui Shibata Toyo ricorda quando nel rifugio antiaereo stava immobile, terrorizzata, col bambino appena nato tra le braccia. Ricorda quanto ha sofferto per vessazioni, incomprensioni, tradimenti. Da ragazza, quando subiva angherie sul posto di lavoro, andava a piangere su un certo ponte: Il Kõraibashi, che letteralmente significa «ponte della fortuna». Lì si rannicchiava e l’amica e collega Fu Chan allora le diceva «Non ti abbattere!». Insieme guardavano il cielo e le nuvole bianche viaggiare sopra le loro teste… e in pochi attimi, senza motivo alcuno, ecco le ragazze si asciugavano gli occhi e rimettevano in borsa i loro fazzoletti. Effetto del cielo? Sembra una favola ma non lo è. È solo altro tempo, un altro mondo, è lo sguardo trasfigurante della saggezza che si posa tranquillo sopra ogni cosa.
«Da allora sono passati più di ottant’anni», scrive Shibata, e nel frattempo l’antica ragazza ha preso coscienza di una cosa: «Io esisto grazie all’amore delle persone con cui mi relaziono». E le persone con cui l’ormai centenaria Shibata Toyo si relaziona sono suo figlio, la badante e la nuora. Triangolo classico. Ma tra loro c’è una certa poesia, qualcosa di minimo, di purificato. È strano: quel che a volte nel corso della vita tentiamo di fuggire è ciò che più permane bel ricordo: «…ridere giocando con le carte a motivi floreali insieme a mio marito, mio figlio, e a sua moglie; andare ai bagni pubblici, al cinema e alle terme con mio figlio, o andare ogni anno in viaggio con le adorate cugine…».
Tutto qui? Tutto qui, come una nuvola sulla testa: passato il terrore, passato il dolore è questo che fa memoria, è questo che il tempo lascia sul letto del fiume. Poesie piccole, scritte col lapis sul taccuino quando la badante se ne va. «Sono vent’anni che vivo sola e non mi do per vinta». Sul comodino la radio, la busta delle medicine, il quaderno e la matita. Al muro il calendario dove Shibata Toyo scrive l’ora e il nome di qualcuno.
Poesia…Anni luce dal canone, anni luce dalla scuola, ma che importa se da quella distanza ci arriva l’insegnamento? Rialzarsi, non abbattersi, ripete nei versi Shibata Toyo. Il tempo ti è ostile? Il tempo indietreggia? Seguilo! Sei un giunco. «Per quanto/ sia ridotta a pelle e ossa/ sono ancora in grado/di leggere nel cuore delle persone…di sentire con chiarezza il mormorio del vento…/». Come nelle arti marziali: sta’ fermo, trasforma gli attacchi dell’avversario in suoi squilibri. Sii calmo, semplice, saggio, scrivi la vita piano piano, con una piccola matita di legno, se ne hai conservata una.
Leggiamo una poesia di Shibata Toyo e pensiamo al mistero dei nostri vecchi: chi li conosce? Deboli e incrollabili, a volte insopportabili. Distanti, chiusi in se stessi o attaccati al telefono. Occidentali, orientali, con tutta una vita alle spalle. Tormento e delizia dei nostri affanni. Tanto tempo fa li abbiamo amati, poi detestati, poi scordati, poi ritrovati: «Da quando ho deciso di vivere da sola / sono diventata una donna forte», scrive Shibata Toyo e se sei triste, ricordati, guarda il cielo. Poesie per esseri umani e basta.
Questo piccolo libro in Giappone ha venduto 2 milioni di copie. Viene letto dagli adulti, dai bambini, dalla folta schiera dei vegliardi in poltrona nelle case, simili in tutto il mondo. Se sei triste guarda il cielo è stato scritto da una di loro, anche per loro. E loro qui significa ciascuno di noi, prima o poi, tra un soffio… Quando devi sbrigarti perché te lo chiede la badante che ha fretta di tornare a casa… Quando sei lì che aspetti e magari arriva tuo figlio, tua figlia, con quel delizioso libretto di poesie, e magari ti legge due righe… magari quella dedicata al dottore, Una vita come tante. …sì, quelle: «Vorrei / che non mi chiamasse nonnina/ e che non mi rivolgesse / stupide domande quali: / «Che giorno è oggi? Quanto fa 9 + 9? / «Signora Shibata / le piacciono / le poesie di Saijõ Yaso? / Cosa pensa / del governo Koizumi?» / Queste sono le domande che mi renderebbero felice./»


il manifesto, 2 ottobre 2013

Carlo Dossi. Il Dandy e il suo lettore (Alberto Arbasino)

Quello che segue è un magnifico saggio di critica militante. Attraverso le citazioni di un libro di Dossi, appena riscoperto e ripubblicato, Arbasino difende i capricci dello stile contro i pedanti di ogni tempo e mostra le origini remote di discussioni che sembrano nate oggi perché periodicamente ritornano. (S.L.L.)
Carlo Dossi
Virulento, sulfureo, densissimo, il «Margine alla Desinenza in A» di Carlo Dossi riprende con risentimento intatto, anzi aggravato, la «Rinunzia avanti notajo degli autori del Caffè al Vocabolario della Crusca» (fonte remota anche del ’plurilinguismo’ gaddiano). Come se l’abbondante secolo trascorso, con tutto quel Manzoni, fra i Verri e il Dossi non avesse minimamente scalfito le esigenze linguistiche dei gentiluomini lombardi cosmopoliti (illuministi o decadenti) abituati a frequentare idee e idiomi europei, e i-norriditi dal provincialismo autarchico dei vecchi panni sciacquettanti nel fiume delle rificolone e degli ovvìa. I segnali sembrano paradossalmente analoghi: «Se le cognizioni umane dovessero stare ne’ limiti strettissimi che gli assegnano i Grammatici, sapremmo bensì che Carrozza va scritta con due erre, ma andremmo tuttora a piedi» (A. Verri, 1764). «Pur di non dire ’vagone’ avrebbero sempre viaggiato in vettura» (C. Dossi, 1884). Ma la divaricazione delle esigenze risulta poi madornale fra la richiesta illuministica di strumenti comunicativi sempre più ’aggiornati’ con l’Europa dei Lumi, dell’Enciclopedia, della fede nel Progresso irreversibile - e la ricerca decadente di tecniche rappresentative sempre più ’espressive’, fino a raggiungere l’Espressionismo stesso.
Paleo-espressionista drammatico, Dossi rivive anche più spiritata la revulsione dell’avanguardia ’scapigliata’ contro «tutti coloro che possedevano fede accademica di miserabilità intellettuale», cioè «coloro che, non sapendo far libri, facevano dizionari e s’inquietavano per la corrotta italianità e pei dialettismi non trattenuti da alcuna forca e per le stesse nuove scoperte apportatrici di vocaboli nuovi». Nelle battaglie per lo sperimentalismo linguistico, l’antico gentiluomo beneducato combatte da terrorista: «Erano, in gergo scientifico, chiamati cultori della istruzione, forse perché incaricavansi di strappare le pianticine novelle per vedere se mettean bene radice. Rondavano in avvisaglia, con passo di sughero, e quando accorgevansi che qualche scrittore cercava introdurre nei grammaticali confini da essi riputati propri, merce non nominata nelle loro tariffe, lo attorniavano, assaltavamo, arrestavamo schiamazzando quali oche». «E 'quella è di legge', 'questa è di contrabbando', affannavansi, que’ gabellieri, a sfilare e palpare ogni parola di un libro, a stemperare, entro i lor stacci, i periodi di un povero autore finché ne colasse una broda completamente sciapa, incolora, inodora. Né, per essi, serviva la scusa dell’analogia, la raccomandazione del buon senso, l’invito della necessità». «A guisa infatti degli arabi che coi cadaveri inquinan le fonti dei loro nemici, mirano i critici, cogli autori morti, a spegnere i vivi».

E SONO molto precise, le rivendicazioni. «Permettendo, ad esempio, l’onomatopeico 'cricch' perché si leggea a pagina tale, linea tal’altra del lor ricettario, proibivano irremissibilmente il suo stretto parente 'cracch', non trovandosi esso in nessuna parte del mastro del loro sapere». «L’ottimo autore, secondo tali notai spacciantisi per legislatori, non dovea aver orecchio che pei rumori e pei suoni protocollati, udir quindi eternamente la zampogna e il liuto, non il pianoforte mai». Ma non soltanto la ’serrata’ puristica toscana-egemone impedisce alla lingua e alle idee dell’Italia unita (e carducciana) di mettersi al corrente con qualunque modernità europea, per questo guerrigliero delle minoranze linguistiche settentrionali, ormai di confine. Rischia di azzerare addirittura la memoria lombarda collettiva, e viscerale, giacché non include né ammette proprio i piatti più campanilistici e più cari: «Poiché Arno non diede l’aqua con cui fu bollito il proto-risotto ed impastato il capo-stipite dei panettoni, Milano era tenuta di abolir senza più quelle sue antiche ghiottonerie non previste dalle edizioni 'dal miglior fior ne coglie' per non mettersi a rischio di nominarle, salvoché non si fosse addattata a sostituirvi i più leggittimi nomi di ’riso giallo’ e di 'pan balestrone'».
Ma la remota rivolta pre-espressionistica del Dossi contro i fiscalismi del purismo ottocentesco — e dunque contro ogni tentazione futura di «ritorno all’ordine» e di «bella pagina» novecentesca tutta neoclassicismo e rondismo e ’nitore’ — non si limita a «ripetere che la lingua nacque prima della scrittura e l’una e l’altra inanzi la regola». Suona tanto nostra contemporanea, piuttosto, perché tratta insieme, e con chiarezza vertiginosamente anticipatrice, del «realismo in arte» e della «incolpata oscurità» (o «bujezza») della scrittura.

REALISMO? Dossi immediatamente aggredisce la «spilorcia interpretazione» per cui «quel frasone empibocca» dovrebbe poi soltanto significare «là a titolo d’onore, qua di disdoro, quella parte soltanto di letteratura che studia e descrive le voluttà della carne e le turpitudini umane». Macché. Al realismo o verismo possono appartenere con pari diritto la cloaca e il roseto, l’eroe e il bordello. «Della realtà fanno parte integrante e l’illusione ed il sogno e la fede e lo stesso idealismo». E come si sarebbe poi ripetuto per un secolo, agli esami universitari di crocianesimo puro o applicato e nelle aule giudiziarie di porcelleria filmica, «nelle tre arti non sappiamo vedere che una questione sola, quella del brutto e del bello, senza riguardo né a scuole né a scopi. Se ci sono però buontemponi che voglion scaldarsela per quel letterario atteggiamento, che è, come affermano, diretto ad virgam erigendam (...) non ci parlino altro che di ’carnalismo’ ».
«Senonché, carnalismo non vuole ancor dire immoralità. Se le leggi divine impongono, se le umane favoriscono, le une e le altre improvvidamente, la procreazione della specie, non vi dovrebbe essere arte più leggittima e più commendevole di quella che risveglia ed instiga la foja generatrice, o, come dicevano i nostri antichi, lumbum intrat. Tuttavia, c’è un inconveniente. Le opere letterarie, anche le più scollacciate, quando raggiungono la perfezione non commuovono che il cielo dell’animo. La voluttà intellettuale soffoca la carnale». E come se Baudelaire e Wilde rivoltassero la frittata crociana già nel decennio dei Malavoglia, delle Odi barbare, delle Novelle della Pescara: «La smania sessuale è in natura; ha dunque diritto di avere anch’essa la sua sede nell’arte; l’invito del sesso però non forma tutta la vita; manchevole quindi sarebbe quella letteratura che si occupasse esclusivamente (perdonate la frase) dei propri inguini non istudiando che di renderli appariscenti, né più né meno dell’altra che si cappona per procurarsi una voce d’angelo».
(Quanto buon senso illuministico, insomma, dietro l’eccentricità 'scapigliata'; e con quale profitto un autore così ’capriccioso’ e ’appartato’ potrebbe venir studiato per sgonfiare i falsi i problemi di pudore e censura tribunalizia, riportando i dibattiti decennali su erotismo e pornografia ai loro termini più concreti e pratici). «Chi ama le comedie prive di sesso ha i teatri suoi, ha i burattini, dove può assistere senza pericolo alcuno, da quello all’infuori di addormentarsi, anche al ballo. Per i poveri d’intelligenza provvede la caldaja dei frati. L’aqua non costa nulla e rinfresca».
E lo scrivere «avvolto ed oscuro»? «Una letteraria virtù, miei signori: la densità delle idee». Dossi, un secolo fa, sembra anticipare, con una ironia che viene di lontano, le tragicomiche dispute sui poteri del padrone che possiede più parole e dunque più idee, o sui «lessici di base» che limitano il corredo linguistico delle classi subalterne a un fabbisogno insufficiente per qualsiasi necessità primaria nella vita quotidiana. «Tutti veggono — meno i critici dalle acute pupille nella collottola — come sia oggi impossibile ad un autore, che al manubrio dell’organetto preferisca l’arco del violino, di scrivere precisamente come quando il patrimonio delle idee era di gran lunga più scarso dell’attuale e pisciàvasi chiaro perché non si beveva che aqua, compreso il vino. Bastava allora di esprimere ciò che il cuore individuai suggeriva e la lingua materna imboccava; ciascun paese viveva, per conto suo, dei frutti esclusivi del proprio suolo e , del proprio pensiero...» «Senonché, oggi, si mutò stile: siamo figli di esploratori, e viaggiatori noi stessi, e, in quella maniera che da occidente ad oriente, dal polo antartico all’artico, s’incrociano e mescolano tutti i prodotti del globo, tra cui massimo l’uomo, giran le idee più ancora liberamente e si sposano e ne creano altre, prolifiche come infusori. E’ una tendenza generale, questa, che né le politiche tariffarie ed i cannoni dei governanti, né gli ohimè dei grammatici e gli esorcismi dei preti sanno o potranno frenare. I mercati del mondo gravitano a fondersi in uno solo». (Ma Gadda, poi, come se proprio del Dossi stesse parlando, e non di sé: «...forse lambiccava rabbioso dalla memoria una qualcheduna di quelle sue parole difficili, che nessuno capisce- di cui gli piace d’ingioiellare una sua prosa dura, incollata, che nessuno legge»...)

ED ECCOCI dunque al luogo decisivo: Stile, e Mercato (e struttura, e narratività, e pubblico). «Uno stile che fosse una rotaja inoliata sarebbe la perdizione de’ libri miei. Uno invece a viluppi, ad intoppi, a tranelli, obbligando il lettore a proceder guardingo e a sostare di tempo in tempo, segnala cose che una lettura veloce nasconderebbe». (Che Spitzer! Quale formalismo russo! Quante annate della rivista Communications!) «Non nego che una favola concitata, densa di colpi di scena, irritante la curiosità, incalzante la lettura, sia la maggiore fortuna, anzi la dote sine qua non per un romanzo sprovvisto di ogni sapore di stile e d’ ogni potenza d’idea...» «Nei libri, invece, in cui gli avvenimenti narrati sono un mero pretesto ad esprimere idee ed una occasione di suggerirne, deve l’intreccio sì esistere ma non troppo apparire, dee contentarsi di fare, non da ricamo, ma da canovaccio, adducendo carezzosamente il lettore sino alle ultime pagine, quale comodo cocchio da viaggio che permette di osservare il paese, non già traendovelo turbinosamente quale rozza infuriata».

E LA fruizione? Gli utenti? «Il pubblico di un letterato non è già quello dell’uomo politico e del canterino, pei quali è indispensabile e folla e contemporaneità di fautori; non ne occorrono a lui né migliaia, né centinaia e neppure ventine in un tratto: gliene bastano pochi, uno anche, purché siano degni, a loro volta, di lode e purché si succedano — sentinelle d’onore del nome suo — fino al più lontano avvenire. La votazione per la durevole gloria di un artista non si chiude in quel medesimo giorno in cui viene proposta, ma le urne rimangono aperte nei secoli». (La buona educazione classico-romantica non si butta certo via...) «L’applauso della moltitudine scompare colle mani che l’hanno prodotto e anche prima, mentre il lauro, piantato dai pochi intelligenti sulla tomba del meritevole e con sollecito amore educato, non cessa di crescere e si rafforza con gli anni». (E se non è Grande Dandysmo questo...) «Ciò che crea la moda, la moda pur spazza via». («Chiuso nella perfezione della resa per così dire descrittiva della sua sfera immobile di malinconie e di capricci, vien fuori in Lombardia Carlo Dossi» scriveva perfettamente il Contini. Perfettamente: vien fuori adesso).

“la Repubblica”, 8 maggio 1981

Un computer per Lucia. Le parole preferite dall’autore dei “Promessi Sposi” (Giorgio De Rienzo)

Nel 1985 uscirono le Concordanze dei "Promessi Sposi, cinque volumi editi dalla Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori che furono uno dei primi esempi di applicazione dell'informatica all'analisi letteraria. Il professor Giorgio De Rienzo, che guidò la ricerca, ne illustrò così le caratteristiche ai lettori di «Repubblica». (S.L.L.)

Le parole dei Promessi sposi sono più di 223 mila. Tutte queste parole sono state catalogate dal computer, ciascuna con il proprio contesto e con la propria classificazione grammaticale, sotto la voce principale: il maschile singolare per aggettivi e sostantivi; l’infinito per le forme ver bali. Ecco dunque, in un disco largo poco più di trenta centimetri, gli 8950 vocaboli usati da Manzoni, registrati in sequenza alfabetica, da «abate», che apre la fila, a «zuffo» (ciuffo), che la chiude.
Da questo disco verranno cinquemila pagine a stampa, raccolte in cinque volumi, che saranno pubblicati, nel prossimo autunno, dalla Fondazione Mondadori, grazie al finanziamento del Banco del Monte di Milano. La pubblicazione di queste Concordanze è il primo risultato di una ricerca da me diretta, alla quale ha collaborato un’équipe di sedici specialisti. Una ricerca che è durata sei anni, effettuata, senza finanziamenti pubblici, presso il «Centro di Studi Franco Falletti» di Vercelli, fondato e animato da Egidio Del Boca.
Lo studio è stato eseguito dal computer, attraverso l’elaborazione di ventisei programmi, per oltre 40 mila istruzioni: l’elaboratore ha eseguito, per ottenere la stampa delle sole Concordanze, 192 mila operazioni semplici al secondo, per un arco di circa 24 ore. Ci sono due modi immediati di leggere questi risultati. Il primo è quello di misurare quantitativamente la ricchezza lessicale di un autore; l’altro è quello di individuarne la qualità. Il primo risultato, allora, di una lettura al computer dei Promessi sposi può apparire deludente: il vocabolario manzoniano, infatti, non appare molto ricco.

Poco” e “bene”
Le parole usate una volta soltanto non raggiungono neppure il 38 per cento del totale; quasi tutto il dizionario di Manzoni si esaurisce all’interno dei primi dieci capitoli. Ciò accade perché è rigida la norma linguistica del romanzo: le parole sono usate per quello che significano «propriamente». L’invenzione linguistica non è la caratteristica dello scrivere di Manzoni: il suo stile si affida molto più alla sola sintassi. E di questo dà prova lo stesso resoconto elettronico, registrando varianti continue, e talvolta stravaganze sintattiche.
Fin qui il computer rimane nel suo campo preferito: fa sfoggio di enigmi statistici, che affascinano molto, ma dicono poco di nuovo; o meglio spiegano con gran pompa di grafici complicati, di colonne fitte di numeri, ciò che a naso s’intuisce assai prima. E qualcosa di simile accade, se si resta alla legge dei grandi numeri, delle alte ricorrenze di parola. I vocaboli di maggiore frequenza dei Promessi sposi risultano «Casa» e «Parola» fra i sostantivi; «Grande» e «Buono» tra gli aggettivi; «Bene» e «Poco» tra gli avverbi. Gli aggettivi e gli avverbi di più alta ricorrenza rispecchiano con lampante ovvietà il clima morale del romanzo; mentre i due sostantivi ci riportano a nuclei tematici assai noti.
Gli esercizi elettronici che fanno più spettacolo rischiano dunque di risultare superflui; confermando impressioni di lettura già espresse, rendono comunque credibile il computer. Il calcolatore elettronico tuttavia serve anche ad altro, diventa davvero efficace per i dati che offre sui piccoli numeri. La lettura di un testo, quando è fatta da un uomo, è sempre una lettura emotiva; diventa un modo di leggere che porta a sognare parole che non esistono, ma insieme a cancellare ciò che Invece può essere evidente.
La lettura elettronica, al contrario, fredda ma esatta, segnala — senza alcuna emozione — ogni minimo particolare che significhi o meno qualcosa. E ciò accade tanto più, quanto più complessa è la struttura di un testo, quanto più accanita, ragionata, calcolata ne è stata la scrittura.

Quel birbone senza artigli
Il cervello elettronico va istruito con infinita pazienza: deve apprendere la grafia, la grammatica, la sintassi di un testo, con le loro continue varianti, coli le loro eccezioni; e poi ancora il discorso diretto e indiretto, 1 possibili accoppiamenti di parola, i sinonimi e i contrari, 1 limiti dei diversi campi semantici entro cui vanno e vengono i vocaboli. Se le regole sono state rispettate a dovere, la lettura del computer, riportando ai precisi contesti, può promuovere avventure infinite di confronti e contrasti, può portare a scoprire incontri verbali di nonsense, oppure inconsuete associazioni di parola, che rivelano protezioni o condanne d’autore, può svelare qualche lapsus assai strano.
Ci sono, per esempio, molti «galantuomini» nel romanzo, pochi invece sono i «brav’uomini»: fra di essi, comunque, a sorpresa, compare don Rodrigo, proprio quando si parla della sua «scellerata» passione per Lucia. Quest’errore di misura espressiva rende salva la fanciulla (prediletta dall’autore) dalla «turpe» persecuzione di quell’uomo. Don Rodrigo è un «birbone» senza artigli, complessato, evirato nella propria cattiveria: anche i «santi» tuttavia hanno i loro difetti segreti. Nel capitolo V, fra Cristoforo arriva molto ansioso alla casa di Lucia e ne ascolta il resoconto sull’oltraggio di don Rodrigo. La fanciulla rivolge una domanda al plurale: «Non ci abbandonerà padre?». Renzo e Agnese sono lì, presenti, «tutt’orecchi». Fra Cristoforo incurante parla invece, non è dato sapere perché, al singolare. «Con che faccia», risponde, «potrei io chieder a Dio qualcosa per me, quando v'avessi abbandonata». Abbandonata, dice proprio, non abbandonati, cancellando d’un colpo Renzo e Agnese.
Sono questi due esempi soltanto delle infinite paroline segrete d’un testo. Poi ci sono i passaggi più complessi. Nel capitolo primo la parola con maggiore frequenza è «due»: questo «due» fa coppia costante con don Abbondio, diventa la misura espressiva del curato, lo qualifica come l’uomo del dubbio e insieme della scelta forzata, lo umanizza tanto più nella propria paura. La lettura pedante del computer procura infinite emozioni, può portare a piccole o grandi scoperte. Insegna tuttavia una cosa più importante di tutte: a restare dentro il testo, a seguirne fino in fondo le regole, senza imporne di diverse.


“la Repubblica”, 27 giugno 1985

Epistolari d'autore. Le Vite scritte da essi (Gennaro Barbarisi)

Vittorio Alfieri
L’«intimità» dei grandi scrittori è stata a lungo materia riservata a un settore particolare e marginale degli studi storico-letterari, considerata più volentieri oggetto di indiscrezione o pretesto di dissacrazione che non parte integrante della conoscenza delle personalità più celebrate e del loro rapporto col proprio tempo. Se da un lato alla diffidenza della critica hanno contribuito anche alcuni confidenti di queste stesse personalità, autori di non serene memorie (per limitarci ai casi più noti, basti ricordare gli sferzanti giudizi del Pecchio sugli amori del Foscolo, l'insistenza del Ranieri sulle debolezze del Leopardi, la sottile ambiguità del ritratto manzoniano del Tommaseo), dall’altro è alla cultura idealistica che si deve il disinteresse se non il disprezzo per tutto ciò che della vita di un artista non sia « sublimato » nella sua opera. Certo è che la pubblicazione di numerosi carteggi di scrittori dai '700 in poi ha contribuito sensibilmente — al di là dell’individuazione del genere — all’ampliamento degli studi, e non tanto nella direzione del biografismo di stampo positivistico o dello psicologismo (la stessa psicoanalisi non ha ancora prodotto che risultati circoscritti, per molti aspetti sperimentali), quanto proprio sul terreno della conoscenza della cultura, della poetica, dell’ideologia, delle passioni dei vari autori, fino a diventare in molti casi le lettere strumento indispensabile alla comprensione delle opere originali, quando addirittura non è possibile riconoscere in esse i risultati anche letterariamente più validi di singoli scrittori.
Si tratta senza dubbio di scritture singolari, sollevate come sono da ogni vincolo con la tradizione (anche se ovviamente essa è sempre presente) e da ogni problema di rapporto con un pubblico determinato che non sia il diretto destinatario, l'interlocutore immediato che con la sua presenza ideale sollecita la confidenza: a differenza degli epistolari classici (a cominciare da quello del Petrarca) composti e ordinati avendo l’occhio alla posterità, questi scritti esclusivamente privati, per il loro carattere di spontaneità e autenticità, costituiscono altrettanti documenti insostituibili della vita intima e sociale dell’autore. Si pensi al grado di verità avvertibile nelle lettere dell’Alfieri (di cui ha da poco concluso l’edizione pregevole Lanfranco Caretti), che affiancate ai «Giornali» e ad altre prose d'introspezione rivelano (come da anni ha dimostrato Walter Binni) una personalità più complessa e tormentata di quanto non faccia sospettare la stessa Vita; ma si pensi anche al bellissimo epistolario del Foscolo, che soprattutto negli anni giovanili denota un intreccio continuo fra letteratura e vita, che, se per molti aspetti fa pensare a un continuo autoritratto costruito sulla trama dell’Ortis, per altri lascia scoprire quanta esperienza di vita concreta alimentasse le pagine del romanzo e degli scritti politici e critici; per non parlare degli esempi più noti del Leopardi e del Manzoni, che in questa forma immediata di comunicazione riflettono, fra le molte altre cose, la tensione di una costante ricerca della verità.
Ma questi caratteri moderni della lettera familiare nascono nel nostro Settecento, e in particolare nel Settecento antiaccademico, aperto alla grande cultura europea, fiducioso nella possibilità di costruire con la volontà e la ragione la pubblica e la privata felicità, i cui presupposti si fondano innanzi tutto sulla conoscenza di se stessi. Il materiale che ancora resta da esaminare (e da salvaguardare) in questo campo è immenso. Anche se da ogni autore, si può dire, si ricavano elementi di rilievo, da Metastasio a Goldoni, da Gozzi a Baretti, e via dicendo, io ritengo non vi sia forse nulla di più significativo dell’esperienza dei fratelli Verri. In particolare di Pietro, che non solo riversò tutto se stesso nelle lettere ad Alessandro, ma arrivò a scegliere la lettera-memoria come la forma a lui più congeniale per esercitare la riflessione sugli eventi più rilevatiti della propria vita privata, così come della vita militare, politica, economica. A ben guardare, la sua produzione consiste in gran parte in lettere e memorie, conservate gelosamente (come il carteggio con Alessandro fatto trascrivere dalla prima all'ultima parola), non con l’intento di giungere a una impensabile pubblicazione, ma soltanto per conservare materialmente la testimonianza di una faticosa ricerca, di uno scavo continuo dentro di sé che assume spesso i caratteri dell'autoanalisi, e che si fonda sulla certezza di arrivare proprio attraverso la scrittura al dominio razionale della realtà, anche della più sfuggente e dolorosa, e di poter essere utile agli altri {individuati soprattutto nei figli e nei discendenti) attraverso gli insegnamenti deducibili dalla sua esperienza. Non è un caso che in questo clima culturale e ideale si sia formato il Manzoni.
Oggi, dopo un imponente sviluppo di studi specifici che hanno notevolmente ampliato i confini della storia letteraria e dotato la critica di nuovi raffinati strumenti di analisi, avvertiamo il bisogno di nuove intese complessive e di nuove monografie. Ma dalla valorizzazione di tutto il materiale a nostra disposizione (e in gran parte ancora inedito) viene anche lo stimolo ad una ripresa del genere della biografia, non più intesa come somma di piccoli particolari fini a stessi, ma come strumento per penetrare a fondo nella conoscenza della struttura umana e intellettuale degli autori, attraverso un coinvolgimento diretto del lettore, conquistato dalla freschezza dei documenti esaltata da una tecnica narrativa che sa evitare gli scogli opposti dell'erudizione arida e della biografia romanzata. E sono gli autori stessi che ci hanno indirizzato su questa strada. Almeno fino al momento in cui, con l'avvento di altri mezzi di comunicazione, il genere epistolare si è rapidamente estinto ed ha lasciato il posto ad altre forme di documentazione (l'intervista, il monologo registrato, l'autobiografia già pensata per un vasto pubblico, ecc.), che richiederanno altri strumenti di analisi e di decantazione.


Rinascita, 27 maggio 1983

5.4.16

Mamma. Una poesia di Shibata Toyo (Tochigi 1911 – Tokio 2013)

Mentre inseguivo mia madre
con in mano una girandola,
il vento era gentile
e il sole caldo.

Tranquillizzata
dal viso sorridente di mia madre
che si voltava a guardarmi
pensavo che sarei diventata adulta in fretta
e che me ne sarei presa cura.

Da tempo ho superato la sua età,
e quando adesso
vengo accarezzata
dal vento di inizio estate
sento la voce di mia madre da giovane.

Se sei triste guarda il cielo, traduzione di Andrea Maurizi, Mondadori, 2013

Spara, ma con giudizio (Umberto Eco)

In occasione della morte di Umberto Eco, “il manifesto” ha ripubblicato un suo vecchio corsivo estivo, di quelli che comparivano sul “quotidiano comunista” con la firma di Dedalus. Vi si racconta racconta un fatto di cronaca quasi banale: un colpo partito per sbaglio a un poliziotto per festeggiare un gol di Gigi Riva. Ha dalla sua parte buone ragioni il commentatore redazionale quando azzarda che “in queste poche righe c'è tutta l'Italia di quegli anni (e di adesso)” (S.L.L.)
Giugno 1971. Italia-Messico 2-0. La rete di Gigi Riva
La notizia in questione è sui giornali di giovedì scorso. Andrebbe appesa in albi murari invitando la popolazione dei quartieri a un concorso a premi, per vedere chi riesce a interpretarla in modo ragionevole (cioè chi riesca a interpretarla salvando da un lato l’esistenza dei fatti e dall’altro la razionalità del sistema). Badate, il gioco controinformativo non consiste nel dire, che so, «dopo la rivoluzione sarà diverso», oppure «in Cina non si fa così». No, no. Assumiamo per buona la logica vigente, siamo in una democrazia parlamentare, la notizia va giudicata nella logica della democrazia parlamentare.
Dunque, il 14 giugno dello scorso anno Oronzo Quaranta, da Ostuni, Brindisi, si esalta perché Riva, nella Italia-Messico, fa un bel goal. Folle di gioia, cava la pistola e spara un colpo per esprimere la sua felicità. Oronzo non solo è tifoso e sconsiderato, ma è anche un pessimo tiratore, perché ammazza la signora Giuseppina Murru.
Oronzo va naturalmente sotto processo. Omicidio colposo, d’accordo (è sicuro che il poveretto non aveva intenzioni omicide); però un cittadino che per tifo calcistico perde il controllo a tal punto dovrebbe come minimo essere internato in un manicomio criminale, sia pure con la consulenza del professor Basaglia.
Morale, quattro mesi con la condizionale. Pochino, direte voi, anche per un omicidio colposo. Si richiede la pena di morte per un individuo, senza dubbio malato, che uccide una ragazzina, e Oronzo non è senza dubbio un malato? E se è colposo il gesto di Oronzo, giustificato dall’entusiasmo calcistico, non è altrettanto colposa la sassata di uno studente che, per entusiasmo politico, reagisce a un bel tiro di lacrimogeno? Ma la storia non è finita qui. Perché Oronzo è un agente di pubblica sicurezza, e quando ha sparato il suo mortaretto (ci si perdoni il ferale gioco di parole) era di servizio (sentite sentite) a un posto di blocco presso Nuoro.
A questo punto interviene il tribunale militare per dire: no, Oronzo me lo giudico io. Voi dite: il tribunale militare giudica inconcepibile che un cittadino in armi, a cui lo Stato ha concesso l’uso della pistola per difendere la collettività, dia prova di tale irresponsabilità. Infatti si condanna a cinque e più anni di galera uno che non vuol fare il servizio militare perché gli ripugna sparare: giusto e sacrosanto, sparare è un dovere di tutti i cittadini, ma allora quando un cittadino tradisce questo dovere sparando fuori luogo, è l’ergastolo.
Nossignore. Il tribunale militare vuole processare a modo suo Oronzo per violazione di consegna e spreco di proiettili.
Il tribunale civile per questi due reati gli ha dato trenta giorni di reclusione; invece in circostanze analoghe i tribunali militari hanno comminato ben tre mesi di reclusione, due per violata consegna e uno per spreco di pallottola. Così Oronzo sarà processato a settembre non per l’omicidio, già sistemato con la condizionale, ma per violazione e spreco, e si prenderà, male che vada, tre mesi.
Il concorso a premi concerne alcuni casi possibili. E se Oronzo invece di una signora avesse ucciso per sbaglio un bracciante in sciopero? Ci sarebbe stato lo spreco di pallottola, visto che prima o poi su quel bracciante avrebbe dovuto sparare? E quando degli agenti, presi dal panico, perdono il controllo e sparano su un gruppo di anarchici e colpiscono un passante nelle natiche (vedi l’infausto giorno di Saltarelli), si ha spreco di pallottola e violata consegna? Oppure l’entusiasmo per Riva non giustifica il salto dei nervi, mentre l’odio per gli studenti extraparlamentari sì? Oppure la consegna non è violata perché è stato dato ordine di sparare? Quante pallottole sono state «sprecate» ad Avola?
Come vedete è una serie di piccole questioni che si possono porre con una certa legittimità. Perché qui, intendiamoci, siamo nella logica del legittimo. Io voglio sapere cosa accadrà al prossimo obiettore di coscienza che rifiuti di fare il soldato perché è tifoso del Cagliari e non sa cosa potrebbe succedergli durante il prossimo campionato. Così come si presentano le cose, il consiglio potrebbe essere: «fai il soldato, o l’agente: male che ti vada prendi quattro mesi con la condizionale e quanto ai tre della violata consegna e lo spreco di materiale dello Stato, vedessi mai che la partita coincide con una occupazione di case popolari, e ne esci pulito?». (Dedalus, 25 luglio 1971)


“il manifesto”, 21 febbraio 2016

Conoscenza (S.L.L.)

Papavero a Marsala
Nel mio giorno di permanenza a Marsala da "turista per caso" ho incontrato nel tratto di strada tra Porta Garibaldi e il mare due signore sotto i quaranta e ho ascoltato un brandello della loro conversazione.
L'abbigliamento povero ed esuberante, la loquela molto vernacolare, il tono della voce, i modi sregolati, in altri tempi avrebbero indotto a classificarle, secondo la tassonomia veteromarxista, come due "lumpen", espressione di quel mondo marginale ove allignano prostituzione, microcriminalità e analoghi malanni, spesso compagni della miseria e dell'ignoranza.
Parlava soprattutto una, con rabbia, della propria figlia. Dichiarava di non averle mai fatto da ruffiana, proclamava di aver spesso abbottonato la camicetta che la ragazza lasciava aperta per mostrare non so quale ben di dio, ma soprattutto ne accusava l'ingenuità o forse la libertà. Infatti ripeteva: "Si lu carusu ti canusciu lu sticchiu, nun l'ha lassari jri" ("Se il ragazzo ti ha conosciuto la figa, non devi lasciarlo scappare").
Non mi spiaceva l'immagine che connetteva alla cruda volgarità di "lu sticchiu" le risonanze metaforiche della conoscenza. Mi immaginavo una sorta di presentazione tra "lu carusu" e l'organo personificato, come in certi "favolelli" medievali o nei "Gioielli indiscreti" di Diderot. Non mi ripugnava quel parlare, che aveva l'aria di conservare e comunicare nella degradazione l'innocente incoscienza sottoproletaria cara a Pasolini, ma la mia simpatia andava alla ragazza a cui non bastava che un ragazzo le avesse conosciuto "lu sticchiu" per farne il proprio compagno di vita.

Debito e alienazione (Karl Marx)

Qualche anno fa Alberto Piccinini, tra i ritagli che ogni giorno sceglieva per la rubrica Vuoti di memoria, che curava per “il manifesto” scelse il pezzetto di Marx che segue, sul debito pubblico, intitolandolo Alienazione. Erano i tempi dello spread alto, che sembrano essere lontani, ma la speculazione è sempre in agguato. (S.L.L.)

Il sistema del credito pubblico, cioè dei debiti dello Stato, le cui origini si possono scoprire fin dal Medioevo a Genova e a Venezia, s’impossessò di tutta l’Europa durante il periodo della manifattura, e il sistema coloniale col suo commercio marittimo e le sue guerre commerciali gli servì da serra. Così prese piede anzitutto in Olanda. Il debito pubblico, ossia l’alienazione dello Stato — dispotico, costituzionale o repubblicano che sia — imprime il suo marchio all’era capitalistica.
L’unica parte della cosiddetta ricchezza nazionale che passi effettivamente in possesso collettivo dei popoli moderni è il loro debito pubblico. Di qui, con piena coerenza, viene la dottrina moderna che un popolo diventa tanto più ricco quanto più a fondo s’indebita. (...) E col sorgere dell’indebitamento dello Stato, al peccato contro lo spirito santo, che è quello che non trova perdono, subentra il mancar di fede al debito pubblico. Il debito pubblico diventa una delle leve più energiche dell’accumulazione originaria: come con un colpo di bacchetta magica, esso conferisce al denaro, che è improduttivo, la facoltà di procreare, e così lo trasforma in capitale, senza che il denaro abbia bisogno di assoggettarsi alla fatica e al rischio inseparabili dall’investimento industriale e anche da quello usurario. In realtà i creditori dello Stato non danno niente, poiché la somma prestata viene trasformata in obbligazioni facilmente trasferibili, (...) come se fossero tanto denaro in contanti. (Karl Marx, Il Capitale», 1867)


da “il manifesto”, 29 dicembre 2011

Clima e ambiente. Il collasso del delta del Mekong (Paola Desai)

È la regione più fertile del Vietnam, la «scodella di riso» dell’intero paese. Ma ormai anche i coltivatori nel fertile delta del Mekong sono in difficoltà: devono fare i conti con l’innalzamento del livello dei mari e con l’intrusione di acqua salmastra nelle falde idriche, che ha cominciato a danneggiare i raccolti - e quindi l’economia nazionale, dato che il Vietnam è il secondo esportatore di riso al mondo. Insomma: il delta del Mekong, sopravvissuto alla devastazione ecologica dei bombardamenti al napalm durante la guerra americana negli anni ’70, potrebbe non sopravvivere, in tempo di pace, all’effetto combinato del cambiamento del clima e dell’uso intensivo delle sua terra.
Secondo le proiezioni formulate dal governo vietnamita, il paese indocinese dovrà far fronte a stagioni di piogge più abbondanti e all’aumento di cicloni e inondazioni, e insieme a un drastico calo delle piogge nei mesi asciutti dell’anno, con un accentuato rischio di siccità soprattutto nella regione del delta del Mekong. Qui i periodi di siccità sempre più lunghi e il livello delmare in aumento ha cominciato a provocare la salinizzazione delle terre. Un fenomeno che avanza lento e inesorabile, come un avvelenamento progressivo: più a lungo dura la siccità, più si attinge acqua delle falde idriche sotterranee; più cala il livello dell’acqua e le falde vengono invase da quella salmastra del mare. Durante la siccità del 2010 l’acqua salata del mar cinese meridionale aveva contaminato pozzi nell’entroterra fino a 60 chilometri, contro una trentina di chilometri l’anno prima. Intanto il livello dei mari sale: un innalzamento di un metro entro fine secolo (le previsioni degli scienziati del clima oscillano tra uno e due metri), in Vietnam significa circa 1,7milioni di ettari inondati, di cui oltre l’80% nel delta del Mekong, con conseguente catastrofe per l’agricoltura e milioni di persone che saranno costrette a sfollare. Più a breve termine, da qui al 2030, l’innalzamento del mare e la salinizzazione potrebbe provocare un calo della produttività delle risaie del 9%, stima il Programma dell’Onu per lo sviluppo (Undp).
Il fatto è che nella regione del delta del Mekong non c’è metro quadro che non sia utilizzato: dalle risaie agli allevamenti intensivi di gamberi, ai tradizionali allevamenti di pesce nei canali. Il riso è la prima coltura, ma poi ci sono altre coltivazioni «per il mercato», cash crops, come gli ortaggi e i cocomeri (che richiedono parecchia acqua). Sulla costa molte risaie sono state trasformate in allevamenti di gamberi - tagliando le poche residue foreste di mangrovie, cosa che ha esposto le coste all’erosione dell’oceano. E il trend è massiccio: da 641mila ettari utilizzati per acquacoltura nel 2000 a oltre un milione di ettari nel 2010, con l’allevamento di gamberi che fa oltre la metà del totale (645mila ettari).
Una terra così intensamente sfruttata, in una regione di delta fluviale, è particolarmente esposta all’impatto del cambiamento del clima - le piogge imprevedibili, i cicloni, la siccità, la salinizzazione. Un noto centro di ricerca ne ha approfittato per proporre la ricerca di varietà agricole adattabili alle nuove condizioni: il International Rice research Institute (Irri) ha lanciato nel marzo scorso un progetto, sostenuto dal Australian Centre for International Agricultural Research, per introdurre nelle varietà di riso vietnamita il gene chiamato Sub1, tollerante alle inondazioni, e quello denominato Salto l, che renderebbe la pianta più resistente alla salinità. Il programma di ricerca durerà quattro anni - tre per trasferire l’informazione genetica nel seme, uno per sperimentare le nuove piante.
Certo, questo aiuterà forse a continuare a produrre riso - ma riequilibrare l’ecologia del delta sarà impresa ben più difficile.


“il manifesto”, 29 dicembre 2011

4.4.16

Perugino e Raffaello vanno a Nozze (Michele Dolz)

Da “Avvenire” riprendo l'articolo di presentazione di una mostra milanese che riguarda storie e opere di Perugia e dintorni. (S.L.L.)

All’inizio ci fu l’anello. L’anello nuziale della Madonna, niente poco di meno, figurarsi che reliquia pregiata e potente. Il suo arrivo a Perugia nel 1473 fu ritenuto un segno del cielo e si chiuse un occhio sulla stortura che ve lo aveva portato, rubato dal frate Vinterio di Magonza ai confratelli di Chiusi come ripicca per un’accusa ingiusta.
Il Comune lo prese in consegna e il 15 agosto, gran festa della Vergine, si fece la prima ostensione al popolo, Sisto IV benedicente. Quando più tardi Innocenzo VIII chiuse definitivamente la questione lasciando l’anello ai perugini, si pensò di portarlo in cattedrale. Si “sfrattò” san Bernardino da Siena, da poco titolare di una cappella, per dedicarla a san Giuseppe e custodirvi la prodigiosa reliquia. Prodigiosa perché operava miracoli. Da allora viene esposta ciclicamente alla venerazione dei fedeli, fino a oggi. Si tratta di un cerchietto di calcedonio che, secondo tradizione, la Vergine avrebbe consegnato all’apostolo Giovanni. Il Santo Anello divenne subito patrimonio e simbolo della città. Fatta la cappella ci voleva la pala.
A chi commissionarla se non a Pietro Vannucci, il pittore più famoso d’Italia e per di più perugino? Era il 1499. Perugino concepì Lo sposalizio della Vergine, proprio il momento in cui riceve l’anello da Giuseppe, in modo assai moderno. La scena simmetrica e ordinatissima è sovrastata da un’ampia piazza con un tempio nel mezzo. Il gusto della prospettiva, dello spazio, della figura, è tutto quattrocentesco. L’idea dello spazio aperto e del tempio la recupera dal suo affresco nella Cappella Sistina, del 1482, dedicato alla Consegna delle chiavi a Pietro, con una disposizione simile benché molto orizzontale.
È stato detto che l’edificio rappresenta il tempio di Gerusalemme, ma perché non pensare che si riferisca alla Chiesa proprio nel momento in cui Cristo consegna la potestas clavium? Così non sarebbe difficile sovrapporre i due significati: il Tempio se si prende la scena storicamente, la Chiesa se si pensa al matrimonio cristiano. Perugino consegnò il lavoro nel 1504. Nel frattempo, nella vicina Città di Castello, nel 1501 Filippo Albizzini ottiene il patronato della cappella di san Giuseppe e volendo arricchirla come si deve pensa all’omonima cappella di Perugia e commissiona a Raffaello di Giovanni Santi un dipinto come quello che stava facendo il maestro Perugino. L’opera di Raffaello nasce così intenzionalmente il più possibile simile a quella del maestro. Raffaello ha ventun anni ed è l’astro nascente. Da lì a poco farà faville nella corte papale. E dal Vasari sappiamo che egli guardava tutto e tutto assimilava.
La sua ispirazione al quadro di Vannucci non fu solo tematica ma anche stilistica e tecnica. Come del resto tutto quel suo primo periodo. Ma portava in se i germi di una visione nuova. Il confronto fra i due dipinti lo affrontò già Vasari: «Fece, in una tavoletta, lo sposalizio di Nostra Donna, nel quale espressamente si conosce l’augumento della virtù di Raffaello venire con finezza assottigliando e passando la maniera di Pietro ». I personaggi non sono più disposti in fila ma formano un semicerchio. E sono vivi, dimostrano sentimenti, si muovono. La dolcezza dei volti ha superato quel tanto di leziosità che c’era ancora nel maestro. Lo spazio retrostante si allarga, prende più aria, il tempio si riduce e si arrotonda. Regna una “naturalezza” che convince. Ma tutto è legato da rapporti matematici di proporzione, quella bellezza astratta ideale alla quale Raffaello tendeva dichiaratamente. Per secoli le due pale sono state oggetto di devozione.
Fino agli espropri napoleonici. A Perugia offrirono una sostituzione del dipinto, prima con uno di Carlo Labruzzi, che non piacque, e poi con quello di Jean-Baptiste Wicar, di duro impianto neoclassico, che è ancora lì. E gli originali, dopo alcuni passaggi, andarono a finire al Musée des Beaux-Arts di Caen il Perugino, e alla Pinacoteca di Brera il Raffaello. Li abbiamo visti insieme in tanti libri di storia dell’arte. Ma non sono mai stati accostati nella realtà. Questa è la prima volta, occasione di studio eccezionale. Infatti, James M. Bradburne, nuovo direttore della pinacoteca di Brera, lo ha voluto chiamare “Dialogo” e lo propone come il primo di una serie, che mira all’approfondimento più che allo spettacolo culturale. Un saggio storico di Maria Rita Silvestrelli e un mirabile servizio fotografico completano l’operazione in una pubblicazione Skira. In mostra, insieme al dipinto di Wicar, fino al 27 aprile.


Da “Avvenire”, 15 marzo 2016

Banda (S.L.L.)

Certo, il tema e i tempi non sono gli stessi e ora sull'elemento tragico domina quello farsesco; purtuttavia, nella protervia con cui il ciarliero fiorentino rivendica come proprio l'emendamento della ministra dimessa, c'è qualcosa di già visto, c'è il ricordo di un premier che in parlamento gonfiava il petto e dichiarava "sono io il capo della banda". 
(stato fb 4 aprile 2016) 

La poesia del lunedì. Stefano Benni (Bologna 1947)

Il famoso attico del cardinale Bertone
La ricchessa della chiesa
La ricchessa della chiesa
sono i poveri e gli oppressi
che però come rimessa
non ti danno gli interessi
se vuoi fare investimenti
meglio vendere i poareti
e comprare appartamenti.

Postilla
La poesia si rintraccia in Prima o poi l'amore arriva, Feltrinelli, 1981, sezione Satirette; fa parte del gruppo Le poesie del papa, che si fingono attribuite a Giovanni Paolo I, al secolo Albino Luciani.

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