21.3.18

Gli eredi del grande Maometto (Wladimiro Settimelli)

Maometto riceve la rivelazione dall'Arcangelo Gabriele

Per l'Islam è un momento tragico. Si allargano, ancora una volta, antiche divisioni, vecchie ferite. Dal Golfo Persico alla penisola arabica, dall'Afghanistan al Pakistan, dagli Emirati alla Giordania, dal martoriato Libano alla Turchia e all'Iran, torna ad aprirsi di nuovo quel grande solco che divide la «umma», la comunità del erodenti. Quel solco ha due nomi: sciiti e sunniti. I primi sono oggi rappresentati dall'Imam Khomeini che ha trovato alleati e devoti un po' ovunque nell'Islam, gli altri che sono la maggioranza assoluta del «donati a Dio» (perché semplicemente questo vuol dire Islam) sono sparsi in tutti gli altri paesi islamici, ma appaiono divisi, insicuri, deboli, Non certo dal punto di vista teologico o religioso, ma certamente da quella politico.
Le grandi potenze, per difendere gli interessi petroliferi, hanno notoriamente investito miliardi per allargare queste divisioni, pagando, corrompendo, vendendo armi o non risolvendo problemi come quello palestinese. Anzi, promettendo aiuti e appoggi militari e psicologici, politici e persino religiosi, una volta ad un gruppo e la volta dopo all'altro. Da anni, si erano avute avvisaglie che facevano pensare al peggio. Gli sciiti, con Khomeini, per la prima volta nella loro storia di reietti e «isolati», avevano conquistato uno stato facendone una repubblica confessionale. Avevano subito iniziato ad interferire ovunque, lanciando richiami alla purezza della fede, alla intransigenza, alla intolleranza. Avevano poi, nella guerra contro l'Iraq, invitato i «credenti» alla Gihad (la guerra santa) contro i «piccoli e grandi satana» e scatenato le loro milizie in Libano. Il «grande vento» che veniva da Teheran aveva, a poco a poco, lambito un po' tutti i paesi islamici. I sunniti avevano subito risposto con dure repressioni nei paesi da loro governati e, a loro volta, non avevano esitato a scatenare milizie, eserciti, vendette contro gli «Intransigenti», i «fratelli musulmani» o gli uomini dei «partito di Dio». Tutti nomi, definizioni e autodefinizioni che, nella storia del «credenti», avevano già contato e creato periodi oscuri e difficili.

L'Europa ha già dimenticato
Sciiti e sunniti, dunque. L'Europa, percorsa per secoli dagli arabi in lungo e in largo, ha già dimenticato. Chi sono? Perché la loro «diversità» ha sparso e sparge tanto sangue, esattamente come nel mondo della cristianità nei secoli bui?
La storia del profeta Maometto e della sua predicazione é notissima. Cosi la fuga dalla Mecca (dopo che l'arcangelo Gabriele aveva comincialo a dettargli, in «purissima lingua araba», le «sure» dell'«inimitabile» e sacro Corano) per Medina che diede inizio all'egira, l’era musulmana che Inizia con il 16 luglio del 622 dopo Cristo. E comunque con la morte del “sigillo del profeti", l'ultimo inviato agli uomini da Dio che inizia il dramma raccontato poi dagli studiosi e da tutti gli Islamisti di chiara fama. Maometto spira a Medina l'8 giugno del 632 e non lascia eredi. Subito, scoppiano i primi scontri per la successione. Aggiunge il grande storico persiano Muhammad in Gerir al Tabarl, riferendo della spedizione di Maometto a Tabuk che Alì, uno dei suoi primi e fedeli compagni e marito di Fatima, la figlia dell'Inviato di Dio», era stato lasciato a casa. Il profeta, dicevano gli «Ipocriti», aveva avversione per lui. Alì era partito e, raggiunto Maometto, aveva riferito le chiacchiere. Maometto avrebbe allora risposto: «Mentono Alì poiché lo ti considero come un altro me stesso e ti ho affidato la mia casa e la mia famiglia. Sei per me ciò che Aronne era per Mosè. Se fosse possibile che ci fosse un profeta dopo di me, sono certo che saresti tu». Quando Maometto muore Alì si aspetta logicamente la successione, ma non è così. Nasce, a questo punto, il califfato o meglio il «vicariato». Ma, a capo della neonata comunità, vanno prima Abu Bakr, poi Omar e quindi Uthman. Gli sciiti già rumoreggiano: sono i sostenitori di Alì. «Schia», Infatti, vuol dire semplicemente «parlito», il «partito» del sostenitori di Alì. Coloro, cioè, che vogliono il -genero del profeta a capo dell'IsIam.
Gli sciiti, comunque, al dividono subito anche in altri gruppi: circa settanta, spiega il Lammens. Tra cui i ben noti Harigiti (che passavano a fil di spada chi non si alleava con loro), gli Zayditi, gli Ismailiti, i «settimani», i 2duodecimani” e tanti altri. I primi tre califfi sono riconosciuti (vengono chiamali i «ben guidati») da tutta la comunità. Ma quando finalmente, a Medina, Alì sale al califfato, ben pochi lo accettano. Gli sciiti, tra l'altro, sono contro il calino, elevato a sovranità – dicono - da una investitura umana. Affermano che il capo della comunità deve essere un «Imam», diretto discendente del profeta. Maometto, appunto, aveva scelto Alì, questa la loro tesi. Quando costui muore, ucciso in una moschea da un gruppo di harigiti, si fa avanti il figlio Hasan. Gli islamisti e gli storici non sono molto chiari su questo periodo. Si sa che intanto è nata anche la «teoria» dell'imam nascosto, il «Mahdi» misterioro e invisibile che, al momento stabilito da Allah, uscirà dal pozzo di Samarra per riportare l'IsIam alla purezza primitiva e giustizia nel mondo. Hasan ha nel frattempo ceduto i diritti, in cambio di denaro.
Tocca ad Husayn. l'altro figlio di Alì, avanzare pretese. È lui, scrivono gli esegeti sciiti, che si lancia bella «gloriosa» e «generosa» impresa di Kerbala, che allora era una pianura assolala e desertica dove il giovane viene ucciso. La sua testa finisce a Damasco sul tavolo del califfo Yazid. In realtà, affermano gli sciiti, Husayn ha accettato consapevolmente il martirio per il proprio popolo e per tutto l'Islam. Si è, cioè, sacrificato volontariamente. Dalla figura di Husayn nasce dunque, per gli sciiti, il concetto di «venerazione del martirio» e la teoria che l’accettazione della morte per la fede sia l’unico vero modo di vivere, la figura di Husayn, col passare degli anni, sempre presso gli sciiti, ha assunto enorme importanza. Come se fosse morto ieri, lo piangono tutti, maledicono i suoi assassini e lo hanno chiamato a far parte detta cosiddetta «trinità» sciita: Maometto, Ali, Husayn.
Ancora oggi, gli ufficiali di Khomeini, arruolano i giovani volontari in nome del martire e i soldati, con le lacrime agli occhi, accorrono al richiamo. Le recenti offensive iraniane contro gli Iracheni sono state battezzate, nell'ultimo anno, con il nome di Kerbala, appunto e le recenti manovre in mare sono state chiamale «martirio». I luoghi santi sciiti sono, comunque, tutti nel territorio dell'Iraq e questo spiega molte cose. Ogni anno, nel ricordo della morte di Husayn, si celebra in Iran una specie di settimana santa con angosciosi riti di lutto e rappresentazioni sceniche (taziyé) durante le quali i fedeli, piangendo e urlando, si flagellano e si colpiscono con coltelli e chiodi.
Al posto dell'antico califfo sunnita, considerato un usurpatore, gli sciiti hanno dunque sempre avuto il loro imam che dovevo discendere rigorosamente dalla famiglia del profeta: cioè da Fatima, figlia di Maometto e da Alì suo marito. L’imam, per gli sciiti il “dottore infallibile”, il maestro della «scienza», dell'esoterismo e illuminato dalla luce divina. Egli è il tramite esclusivo con il cielo e quello che dice - affermano gli studiosi - non può essere discusso poiché lui solo detiene la «rivelazione». Morire per lui, insomma, è beatificante e santificante e rappresenta il diretto accesso ad Allah.
La grande differenza con i sunniti passa proprio in questo (oltre che nel famoso «matrimonio a termine»). La «gente del sunna» non riconosce, infatti, la sudditanza all'imam, che dagli sclili è stata ormai sovrapposta àgli altrettanto famosi «cinque pilastri dell'Islam». Per gli sciiti, come si sa, «l'infedele è impuro» e ne evitano il contatto: non permettono matrimoni misti e non mangiano alla stessa tavola di un «miscredente» per non essere contaminati. Hanno anche messo a punto la teoria della «taqiyya» che permette, anzi ordina, di mentire per autodifesa.

Cinque preghiere e cinque leggi
Risolto da anni il problema del califfato, spanto nelle pieghe della storia, la fede dei sunniti (maggioranza assoluta nell'IsIam) appare più semplice, limpida, «pulita». Essi si rifanno alla «sunna» e cioè agli usi e al detti del profeta, al suo modo di stare in rapporto con Allah e di vivere, appunto, la fede. Questi «usi» sono stati raccolti, generazione dopo generazione, e trascritti in centinaia di libri e rappresentano il «commento vivente e autorizzato del Corano». I sunniti non hanno un vero e proprio clero, ma dei «dottori detta legge» che interpretano e conoscono alla perfezione la «sunna». Le cinque preghiere quotidiane, tra i sunniti, possono essere dirette da uno qualsiasi dei fedeli. Ovviamente, è obbligatorio il rispetto delle cinque «leggi» fondamentali dell'Islam, i cosiddetti «pilastn». Esse sono: la professione dì fede (shahada) che è la semplice frase; «Non c'è altro Dio che Allah e Maometto è il suo profeta»; la preghiera, l'elemosina (zakat o sadaqa), il digiuno e il pellegrinaggio alla Mecca. Tutto. ovviamente, regolato da rigidi rituali. La preghiera privata e individuale non è sottoposta ad alcuna regolamentazione, al contrario della «salat» o preghiera rituale. Si prega, comunque, volti, come tutti sanno, in direzione della Mecca e in stato di purezza rituale. Questa viene ottenuta con specifiche abluzioni di acqua o, in mancanza di questa, con sabbia. Il pio musulmano impugna spesso il «taìbih»» letteralmente «oggetto con cui si loda». E, in pratica, un rosario di 33 grani che viene «schiccato» per tre volte di seguito sino a formare il numero novantanove: sono i 99 «nomi belli di Dio».

l’Unità, Lunedì 3 agosto 1987

Teologia. Dio ha bisogno dell'uomo (Filippo Gentiloni)

Sono piuttosto ignorante in materia, ma ho l'impressione netta che il Dio di cui si ragiona in un libro di Armido Rizzi di 30 anni fa e nell'articolo di Filippo Gentiloni qui postato che lo recensisce, il Dio che ama l'uomo, che ha bisogno di lui e che lo cerca, sia molto più presente in Papa Bergoglio che nei Pontefici precedenti. (S.L.L.)
Francisco Ribalta, Cristo abbracciato a san Bernardo
«Non un ritocco, ma un vero capovolgimento» della tradizionale spiritualità cattolica è quello che propone Armido Rizzi nella sua ultima opera, Dio in cerca dell’uomo. Rifare la spiritualità (Edizioni Paoline, 1987). È vero: un capovolgimento di quello che è il modo di pensare comune dominante, dall’ultima parrocchia fino al Vaticano. Un modo di pensare non unico, fortunatamente: il capovolgimento che Rizzi propone ha le radici nella Bibbia e non è stato mai dimenticato.
Se pure mai dimenticato, lungo il corso della storia cristiana, è stato quasi sempre minoritario e oggi lo è più che mai. Due premesse, prima di affrontare il nodo della questione. Il titolo Dio in cerca dell’uomo è accompagnato da un sottotitolo: «Rifare la spiritualità». Ma qui «spiritualità» è limitativo: il lavoro di Rizzi affronta non soltanto il livello della vera e propria spiritualità («l’insieme delle manifestazioni dell’esperienza religiosa di un certo periodo o gruppo»), ma tutti i livelli dell’esperienza cristiana: teologia e azione, fede e carità, tutto. E — seconda premessa — Rizzi, che è teologo cattolico con tutte le carte in regola dell’«accademia», fra i più universalmente stimati, affronta questa volta i nodi principali della teologia in maniera facile, accessibile a tutti, breve: un esempio di vera e alta diffusione — meglio che divulgazione — che, al di là del contenuto, si impone per la capacità di dire nel modo più semplice le cose più difficili.
Ma veniamo ai nodi — meglio, al nodo — del capovolgimento. «La spiritualità tradizionale ha come asse attorno a cui tutto si organizza il desiderio umano di Dio; noi offriamo il profilo di una spiritualità che si sviluppa coerentemente attorno all’amore divino per l’uomo». Una svolta enorme, la posta in gioco è tutto il modo di essere cristiani e la chiesa nella società contemporanea.
Sappiamo bene quanta parte dell’odierno cristianesimo, nostrano, e non soltanto, sia basata su una certa antropologia e/o psicologia che sostiene che il vero uomo anela a Dio, ha bisogno di qualche trascendenza, non si può chiudere fra le sue quattro mura, ecc. Discorsi del genere stanno alla base dei successi di Wojtyla, come — per fare un altro esempio di estrema rilevanza — dei testi del nuovo Concordato fra Italia e Santa Sede. Non sempre lo si dice esplicitamente, ma quasi tutti sono convinti che l’uomo sia non soltanto «aperto» a Dio, ma che Dio rappresenti una specie di ultima stazione del suo percorso. Togliete all’uomo questa dimensione — si pensa e si dice, è l'uomo sarà diminuito, sarà tagliato a metà, gli mancherà non un’aggiunta, non un di più, ma il meglio del profondo: lo conferma la storia della cultura e del pensiero. Le stesse angosce di tanti cosidetti atei servono a confermarlo.
Una impostazione che dalla psicologia e/o antropologia passa immediatamente al sociale e politico: se le cose stanno così la Chiesa è pronta a fornire all’uomo e alla società il massimo e più prezioso dei servigi. Suo ruolo, quindi, non è tanto l’evangelizzazione, quanto la «promozione» dell’uomo, perché possa veramente e felicemente essere se stesso. Il primo, il più importante ed insostituibile dei servizi sociali, se non volete una società non soltanto di potenziali delinquenti, ma soprattutto di potenziali disperati. Il mondo cattolico (si veda, ad esempio “Il Sabato”) è così che legge i suicidi più illustri, da Michelstaedter a Pavese e, perché no? anche a Primo Levi.
Una impostazione da rovesciare, dimostra Rizzi, Bibbia alla mano. L’agostiniano e famosissimo «Fecisti nos, Domine, ad te...» è platonico più che cristiano. La Bibbia non dice il bisogno che l’uomo avrebbe di Dio: parla di un Dio che, per primo, ama l’uomo e perciò ne va in cerca. Il Dio biblico non si definisce come suprema passione dell’uomo, né sua realizzazione ultima: non è correlato all’uomo. È «altro»: la Bibbia non si preoccupa di definirlo, ma di rivendicarne la alterità.
Molte le conseguenze del capovolgimento, e Rizzi le espone con coerente chiarezza. Un accenno almeno a due. La spiritualità cristiana, dunque, non si deve preoccupare tanto di percorrere i gradini verso Dio, i famosi «itinerari» di un cammino verticale che spesso finisce per distaccarla dalla società e dalla storia. Si deve preoccupare, invece, di impegnarsi con i fratelli, condividendo la sorte di quegli «ultimi» che il vangelo chiama ad essere «primi». Un profondo capovolgimento pratico, dunque. Al quale deve corrispondere una operazione teorica di «deellenizzazione» del cristianesimo: «L’ellenizzazione del cristianesimo è ben altro che una semplice formulazione di concetti : è una stregatura dell’anima, che resiste al di là della tenuta di questo o quel concetto».
Come uscire dalla «stregatura» greca? E’ ancora possibile, dopo tanti secoli? E mentre mille interessi continuano a spingere l’uomo verso il «bisogno» di Dio? Occorre «ridefinire tutto» come suona il titolo dell’ultimo paragrafo dei libro di Rizzi. Forse i venti secoli di cristianesimo ellenico stanno per finire, come una parentesi. Forse siamo agli inizi di un cristianesimo nuovo, più vero perché legato alle culture degli oppressi. Rizzi spinge a sperarlo.

“il manifesto”, ritaglio senza data, probabilmente 1987

Cose dell’altro mondo. La riscoperta del Paradiso (Fabio Troncarelli 1986)


Hans Memling, La porta del Paradiso
Se vi domandano all’improvviso: «Ma il paradiso dove si trova esattamente?» quanti di voi sapranno dare una risposta precisa? Molti saranno imbarazzati, qualcuno sorriderà: tutti penseranno che è una domanda fuori luogo. Infatti che cosa c’è di più remoto ed astratto per noi che il concetto stesso di paradiso? Eppure dietro l’apparente scetticismo di tutti si nasconde una selva oscura di sentimenti, contraddittori e confusi, che non lasciamo affiorare. È il minimo che si possa dire considerando il successo di pubblicazioni che hanno per oggetto l’aldilà, soprattutto nella sua dimensione paradisiaca.
L’ultima è una Inchiesta sul Paradiso, curata da Paola Giovetti, nota al pubblico per aver condotto la discussa trasmissione televisiva Mister O, dedicata ai fenomeni peranormali. Il libro raccoglie una serie di interviste a intellettuali, politici, scienziati, su un tema che sembra degno degli hippies e della cultura degli anni Sessanta: il paradiso oggi, «paradise now». L’aspetto più curioso è che tutti gli intervistati non solo hanno risposto, ma si sono dilungati con molti particolari, come se in vita loro non avessero aspettato altro che un’occasione simile per aprire il loro cuore.
Il rabbino capo di Roma Elio Toaff e lo psicanalista Emilio Servadio, l’arabista Francesco Gabrieli e l’attrice Paola Borboni, lo scrittore Alberto Bevilacqua e il musicista Roman Vlad - insomma un miscuglio non certo omogeneo di credenti e miscredenti, stinchi di santo e libertini - sono tutti d’accordo su un punto: parlare del paradiso è la cosa più bella che ci sia.
C’era da aspettarselo? Forse sì. Paola Giovetti non è nuova a queste imprese. La sua trasmissione sul paranormale, Mister O, ha scatenato ogni sorta di reazione: dai balzi vertiginosi degli indici d’ascolto ai balzi furiosi degli scienziati sulla sedia. In ogni caso emozioni. Mai indifferenza.
Una giornalista abile e spregiudicata che sa come si tiene in pugno il pubblico? Non si direbbe. A incontrarla per strada Paola Giovetti ha un’aria seria, un po’ spenta: per niente grintosa. E allora? Allora è evidente che le reazioni nascono dal contenuto delle domande, non dall’intervistatore. E del resto, basta entrare in libreria, basta sfogliare le riviste più recenti per capire che l’interesse per l’aldilà non è una moda, ma una vera e propria ossessione culturale degli ultimi anni, che non si placa ed anzi cresce col tempo. È nata perfino “Abstracta”, una rivista di divulgazione raffinata, sul modello di “Fmr”, dedicata all’arcano e ai rapporti con l'aldilà, a cui collaborano storici come Franco Cardini, scrittori come Stanislao Nievo, teologi come Corrado Balducci. Le fanno eco le riviste specialistiche: sull’ultimo numero di “Quaderni Medievali”, l’estrosa ed originale pubblicazione diretta da Giosuè Musca, è apparso un brillante saggio di Margherita Lecco, sulle rappresentazioni medievali dell’aldilà.
Il saggio di Margherita Lecco non è che l’ultimo esempio di questo genere di interventi, se andiamo indietro negli ultimi due o tre anni troviamo una sfilza di storici, semiotici, filosofi di grido che si sono occupati di questi temi. Medievalisti come Jacques Le Goff, che ha studiato la nascita del mito del purgatorio in un’opera classica, già esaurita (La nascita del purgatorio, Einaudi) semiologi come Cesare Segre che ha analizzato le strutture mentali delle rappresentazioni dell’aldilà (La nascita dell’altro mondo, in “Autografo”, n° 1); studiosi di religioni e lingue orientali come Ugo Marazzi, autore di un magnifico volume sugli sciamani, gli stregoni che parlano con i morti (Testi dello sciamanesimo, Utet); antropologi come Luigi Lombardi Satriani, il cui volume Il ponte di San Giacomo (Rizzoli) sulle rappresentazioni popolari dell’aldilà ha vinto nel 1983 il premio Viareggio. L’ultimo della serie è uno studio, uscito in questi giorni, di Jean Couliano, che affronta il problema dell’aldilà nell’aldiquà, ovvero l’esperienza del paradiso in terra nei mistici di ogni razza e paese (Esperienze dell’estasi dall’Ellenismo al Medioevo, Laterza).

Perché tanto interesse? Non si può rispondere alla domanda senza chiedersi prima: perché tanto interesse proprio per il paradiso? E cioè: perché il paradiso sì e l’inferno no? E infatti innegabile che tutti i libri, gli articoli, le interviste su questo argomento parlano quasi esclusivamente del paradiso, al massimo del purgatorio, ma non certo dell’inferno, un luogo che, a detta di un cattolico ultraortodosso come Roberto Formigoni, esiste, ma «non è detto che dentro ci sia qualcuno o che ci finirà qualcuno» (Inchiesta sul paradiso).
Dunque, perché solo il paradiso? Per capire questa complessa e contorta «fede senza fede» in un aldilà positivo più dell'aldiquà, occorre fare un salto indietro nel tempo, fino alle origini della cultura occidentale. Essa ha infatti un carattere particolare che la differenzia dalle altre: una fiducia spiccata nella vita e nell’uomo.
Le concezioni dell’altro mondo riflettono chiaramente questo ottimismo antropocentrico, per cui la vita è il bene più grande, la morte il male peggiore. A differenza di altre religioni, per i greci e per i latini l’oltretomba ha un carattere tristissimo ed opposto alla vita terrena: dopo la morte tutti precipitano nella stessa angosciosa terra di nessuno, il Regno delle Ombre. Ridotti a pallidi fantasmi, gli uomini continuano a sopravvivere a se stessi, tristi, inutili, rimpiangendo la vita perduta. Il loro stato d’animo è ben esemplificato da ciò che Achille dice ad Ulisse nell’Odissea: l’astuto eroe riesce a scendere nel Regno delle Ombre e incontra il suo ex compagno d’armi: e questi, desolato, gli dice che preferirebbe essere «l’ultimo degli schiavi sulla terra piuttosto che il re dei morti». Questa concezione dolorosa dell’oltretomba nasceva appunto dalla concezione ottimistica dell’esistenza: la vita solare ed esuberante dei popoli del Mediterraneo era sentita come il massimo dei valori; dopo non c’era che nostalgia e turbamento.
Le cose cambiano in epoca ellenistica. Dopo la morte di Alessandro Magno (323 avanti Cristo) sì formano i vasti imperi che annullano ogni ambizione politica ed ogni libertà individuale. I cittadini delle popolose ed esuberanti città-stato divengono sudditi di questo o quel monarca, senza più prospettive democratiche. Si potrebbe dire che la loro vita terrena assomiglia ormai alla loro vita ultraterrena: privi di stimoli, di iniziativa, di possibilità di miglioramento, possono solo obbedire, chinare il capo e sopravvivere. Ed ecco allora che fioriscono dovunque nuovi culti, nuove concezioni dell’aldilà, che riflettono le speranze di tutti in un mondo migliore. Culti misteriosi che si richiamano a Orfeo, a Pitagora, agli Oracoli dei Caldei, promettono la salvezza. Il motivo comune a tutti questi culti è che l’uomo è prigioniero della materia, schiavo del corpo e della vita terrena. Se riesce a liberarsi, con tecniche appropriate, ritroverà la sua vera natura: egli è un essere divino.
Queste concezioni, alimentate e approfondite dai filosofi neoplatonici, portano a un radicale cambiamento della visione dell’aldilà. Dopo la morte vi possono essere due possibili destini: o si ritorna alla divinità perché ci si è liberati dal peso delle costrizioni; o si rimane ancora prigionieri del carcere terreno e ci si deve purificare con una lunga serie di tormenti e, secondo alcuni, addirittura con la reincarnazione in una nuova esistenza. La vita diviene così sempre più un peso: la vera vita è quella di chi si libera da questo peso e ridiviene simile al Dio che l’ha creato. Allo stesso modo per gli induisti, l’anima si dissolve nello Spirito divino, il Brahman.

Il passaggio successivo fu, naturalmente, il cristianesimo. Nel pensiero cristiano ritroviamo molti elementi della cultura orfico-pitagorica: l’anima si deve liberare dalla catena della carne, per riconquistare il paradiso perduto. Ma la differenza, la novità del cristianesimo fu proprio nel concetto di «paradiso perduto». Infatti, secondo il racconto della Bibbia, l’uomo ha perduto il paradiso per una colpa, oscura ma terribile, all’origine. Dunque non è solo un prigioniero del corpo: è un prigioniero che sconta un reato, un crimine che è stato commesso una volta da Adamo, ma che si ripete ogni volta che i suoi discendenti violano le leggi di Dio.
La novità consisteva nel concetto di redenzione e di merito che l’idea di colpa introduceva. Per la prima volta nella storia della cultura occidentale l’uomo poteva scegliersi l’aldilà che voleva. Non era più una vittima della morte che lo riduceva a un’ombra; neppure era vittima di un destino che lo incatenava al corpo. Era vittima solo delle sue passioni, della sua superbia: in una parola di se stesso.
Cominciarono a diffondersi, così, visioni a forti tinte della vita ultraterrena, che sottolineavano il diverso destino del giusto e del peccatore. Severi moralisti come Tertulliano si abbandonano a descrizioni del giudizio divino degne del marchese de Sade: lo spettacolo dei cattivi, dei potenti, dei peccatori fatti a pezzi, squartati, bruciati, torturati per l’eternità è un grande sollievo per chi soffre le pene dell’esistenza.
In ambienti ereticali simili visioni furono ancora più furenti: nell’altro mondo si realizza ciò che in questo mondo è vietato. Ed ecco allora le Apocalissi degli gnostici, con terrificanti immagini di punizione; ecco le condanne senza appello dei manichei per chi non è «eletto», salvato direttamente da Dio da una vita che non può che essere peccaminosa.
L’armamentario delle punizioni ripesca vecchi motivi del folklore, insieme a nuove fantasie: il fuoco, tormento tipico e tradizionale di molte religioni, si mescola a spezzettamenti e torture spesso legate all’orfismo (Orfeo fu fatto a pezzi dalle Baccanti).
E il paradiso. Quanto più truce, feroce, bestiale è l’inferno, tanto più ineffabile, aereo, luminoso è il paradiso. Il cristianesimo sviluppa all’estremo le suggestioni neoplatoniche: libero dalla materia, dal corpo e soprattutto dalla colpa e dall’angoscia, chi è in paradiso è felice in modo indicibile; è una specie di ubriaco lucido che scivola nell’aria. Una concezione che ricorda quella del volo estatico dello sciamano nelle religioni primitive.
Le due realtà opposte si fronteggiarono per secoli durante il Medioevo: l’invenzione del purgatorio, come ha mostrato Le Goff, è un fenomeno tardo, nato per attenuare l’urto tra due destini così radicalmente opposti. Il purgatorio accoglie i borghesi, i piccoli peccatori, le puttane, i truffatori che pullulano nelle città, nei comuni che si stanno liberando del Medioevo. Costoro non sono sufficientemente cattivi per essere dannati, ma neanche sono anime candide e meritano una qualche punizione. Nasce così l'idea di un tormento a tempo determinato: pene simili a quelle dell’inferno (fuoco; fatica; dolore) ma meno violente e soprattutto solo temporanee.

Non si trattava però di una vera innovazione: come abbiamo visto già nella filosofia neoplatonica si ammettevano delle pene di espiazione temporanee: ed Origene, grande teologo del III secolo dopo Cristo, aveva proclamato che l’inferno non poteva durare per sempre, provocando le ire della Chiesa.
In ogni caso, nuova o meno, l’idea del purgatorio piacque: e l’immagine dell’aldilà, consacrata da Dante Alighieri, si cristallizzò definitivamente. Tre Regni, uno della dannazione senza rimedio, uno della sofferenza redentrice, uno della letizia. Inferno, purgatorio e paradiso.
È a questo punto, quando tutto è chiaro e ordinato, che comincia tutta un’altra storia che arriva fino a noi.
L’uomo si disinteressò sempre più di ciò che accadeva dopo la morte, in quella mirabile tripartizione che era stata così maniacalmente preparata: e cominciò a interessarsi sempre più ossessivamente a ciò che accade prima di morire. E alla morte in sé e per sé. La storia della cultura moderna è la cronaca di una partita a scacchi giocata tra l’uomo e la morte.
All’inizio con la riscoperta dell’antichità e dei suoi valori, nel Rinascimento, l’uomo sente di nuovo, come i greci, che la vita è il valore supremo: e teme la morte, rappresentandone gli aspetti più terrificanti.
Nascono allora le Artes Moriendi, arti del ben morire, trattati ascetici che dovrebbero insegnare ad accettare la morte e che di fatto contribuiscono solo ad aumentare l’orrore nei suoi confronti. Così come tutti i quadri e le sacre rappresentazioni, i Trionfi della morte e le Danze macabre, che hanno per soggetto la dissoluzione del corpo.
Col tempo, l’uomo finisce per dimenticare la morte e l'aldilà, vivendo come se il problema non lo riguardasse. È questo il meccanismo di rimozione della morte e dell’oltretomba
dalla vita quotidiana, il fenomeno studiato tanto approfonditamente dal ta-natologo Philip Ariès. In pratica, dal Settecento ad oggi, la società si è difesa dal pensiero della morte evitando di parlarne e creando istituzioni specializzate che si occupano della cosa solo quando è necessario, come gli ospedali e i cimiteri fuori della città.
La cultura occidentale è così tornata alle origini: come i greci, anche noi pensiamo che l’aldilà sia un luogo angoscioso, dove ci si trascina in un’agonia perenne. Oppure, se siamo atei, come la maggioranza dei pensatori moderni, dopo la morte c’è il nulla.
In questo modo l’Occidente ha rifiutato tutte le speculazioni dei secoli precedenti sull’aldilà: al contrario dei musulmani, che credono in un paradiso molto concreto, in cui ci sono belle donne e divertimenti, e in un inferno con ghignanti diavoli che versano pece fusa sui dannati, gli europei hanno relegato questo genere di rappresentazioni in soffitta. Credere a simili immagini è puerile, infantile, grossolano. Più «virile», invece, credere solo a ciò che si vede: alla vita terrena, non all’ultraterrena.

Eppure questo meccanismo non funziona del tutto: non è un caso se il positivismo, cioè la fede assoluta nella ragione e nella scienza, sia nato alla fine dell’Ottocento negli stessi anni in cui è nato lo spiritismo, cioè la fede nella presenza dei morti tra noi. Razionalismo e terrori irrazionali sono due facce della stessa medaglia: la morte cacciata dalla porta rientra dalla finestra. Lo dimostrano casi famosi di illustri personaggi dell'Ottocento, positivisti e scettici di giorno, angosciati cultori di spiritismo di notte, come lo studioso Achille Ardigò. Da allora ad oggi le cose non sono cambiate. La società opulenta evita di parlare dell’aldilà: ma i suoi membri, privatamente, non parlano d'altro.
E torniamo così alla questione iniziale: perché il paradiso e non l’inferno? Visto che si parla dell’aldilà solo nell’intimità, ma non pubblicamente, è naturale che ciascuno pensi solo al proprio destino dopo la morte.
Nessuno ha il coraggio di confessarlo: ma di fatto tutti pensiamo di andare in paradiso, o al massimo in purgatorio. Ed anche se l’immagine di questi regni d’oltretomba è sbiadita e fuori moda, anche se il fuoco e i diavoli fanno sorridere l’uomo d’oggi, nessuno è disposto ad accettare di dover pagare un conto troppo salato alla fine del viaggio. Così, ufficialmente, l’altro mondo non esiste; ma se si accetta che esista in qualche modo, allora non può che essere un mondo migliore di questo. Un paradiso dunque. Chissà se tutto questo non significa, indirettamente, che la vita terrena di oggi, di cui andiamo talmente fieri da dimenticare perfino la morte, non sia in fondo un inferno.

EUROPEO/15 MARZO 1986

Una frusta (Franco Fortini)


Per provare se un vecchio registratore funziona ancora, inserisco a caso una cassetta. Ne esce la mia voce di dieci anni fa, da una intervista che un amico ebbe a farmi, lunghissima e mai trascritta. L’intervistatore mi domanda, a un certo punto, se accetto la caricatura di me stesso come accigliato moralista che tutti rimprovera intorno a sé. Gli rispondo che, sì, l’accetto e che un altro comune amico non sapeva quanto piacere mi avesse fatto chiamandomi, non so dove, «mastigòforo» ossia menatore di frusta, come si era detto del critico alessandrino Aristarco. Perché quell’appellativo fa parte integrante del titolo dell'Aiace di Sofocle («Aiax Mastigòforos»): nella tragedia, lo sventurato concorrente di Odisseo scambia, tale è la sua demenza, gli eroi compagni per un branco di pecore e s’arma di frusta a correggerli. Mi lusingo di essere caduto spesso nell’errore opposto e simmetrico: di aver trattato da eroi quelli che erano poco più di un gregge.

Da L'ospite ingrato. Primo e secondo, Marietti, 1985

“Qui niente poveri né disabili”. Le pubblicità classiste dei licei (Corrado Zunino)

La sede del Liceo classico "Ennio Quirino Visconti", a Roma

La prosa con cui alcune scuole del Paese, spesso i licei più prestigiosi e selettivi, si sono offerte alle famiglie per attrarre l’iscrizione dei loro figli è da censura. Nell’ansia di far apparire un istituto privo di problemi, pronto a fornire la migliore didattica senza impacci con gli adolescenti stranieri o i ragazzi bisognosi di sostegno, i dirigenti scolastici hanno licenziato rapporti di autovalutazione classisti. È tutto visibile sul sito del ministero dell’Istruzione, “Scuola in chiaro”. Oltre ai numeri degli studenti presenti e alle informazioni sui percorsi di studio, ogni scuola ha offerto una valutazione di sé. Basata su parametri offerti dal ministero, ma restituita con una propria anima.
L’Ennio Quirino Visconti così si è raccontato: «L’essere il liceo classico più antico di Roma conferisce alla scuola fama e prestigio consolidati, molti personaggi illustri sono stati alunni» . L’illustrazione orgogliosa si addentra nei primi dettagli di censo: «Le famiglie che scelgono il liceo sono di estrazione medio-alto borghese, per lo più residenti in centro, ma anche provenienti da quartieri diversi, richiamati dalla fama del liceo». Fin qui, un dato di fatto. «Tutti, tranne un paio, gli studenti sono di nazionalità italiana e nessuno è diversamente abile». La percentuale di alunni svantaggiati «per condizione familiare è pressoché inesistente» , mentre «si riscontra un leggero incremento dei casi di Dsa». Sono i Disturbi specifici di apprendimento. Il finale è una conclusione che spiazza: «Tutto ciò», e si intende la quasi assenza di stranieri e la totale assenza di poveri, «favorisce il processo di apprendimento» . Il buon apprendimento dei figli della buona borghesia di Roma Centro.
Al Visconti, «dove la maggior parte delle risorse economiche proviene dai privati, in primis le famiglie», dove la presidente della Camera Laura Boldrini ha tenuto lezioni sulle fake news, la “quota studenti con cittadinanza non italiana” è pari allo 0,75 per cento del totale. Lo dicono le tabelle. Solo che lo 0,75 per cento di 669 studenti non fa «un paio», ma cinque. E la quota di iscritti con «famiglie svantaggiate » è dello 0,8 per cento, un po’ più di «pressoché inesistente». Ecco, se si esce dalla pagina vetrina, quella che serve a far propaganda e richiamare iscrizioni, si scopre che i numeri del Visconti su stranieri e poveri sono più alti.
Anche l’intro dell’autovalutazione del liceo D’Oria di Genova, prestigioso e tradizionale classico, offre una presentazione di sé che accarezza l’idea per cui “poveri e disagiati costituiscono un problema didattico”. Ecco cosa c’è scritto nel Rav: « Il contesto socio-economico e culturale complessivamente di medio-alto livello e l’assenza di gruppi di studenti con caratteristiche particolari dal punto di vista della provenienza culturale ( come, ad esempio, nomadi o studenti di zone particolarmente svantaggiate) costituiscono un background favorevole alla collaborazione e al dialogo tra scuola e famiglia, nonché all’analisi delle specifiche esigenze formative nell’ottica di una didattica davvero personalizzata» . Senza altre questioni da affrontare, sembra di capire, ci possiamo dedicare ai limitati e ricchi studenti indigeni. Infatti: «Il contributo economico delle famiglie sostiene adeguatamente l’ampliamento dell’offerta formativa».
Il Parini di Milano, altro classico storico, anche questo statale, illustra nella presentazione: «Gli studenti del liceo classico in genere hanno, per tradizione, una provenienza sociale più elevata rispetto alla media. Questo è particolarmente avvertito nella nostra scuola. A partire da tale situazione favorevole, la scuola ha il compito (obbligo) di contribuire a elevare il livello culturale dei suoi allievi» . La dirigente scolastica del Parini, non a caso, ammette «qualche criticità nelle attività di inclusione».
È un classico parificato, però, ad utilizzare il linguaggio più esplicito sul tema. Il Giuliana Falconieri, Roma Parioli. Così la sua autovalutazione: «Gli studenti del nostro istituto appartengono prevalentemente alla medio-alta borghesia romana. La spiccata omogeneità socio-economica e territoriale dell’utenza facilita l’interazione sociale». Ci si parla solo tra pari grado, e poi: «Non sono presenti né studenti nomadi né provenienti da zone particolarmente svantaggiate» . In questa scuola, tuttavia, c’è una questione particolare: «Negli anni sono stati iscritti figli di portieri e/o custodi di edifici del quartiere. Data la prevalenza quasi esclusiva di studenti provenienti da famiglie benestanti, la presenza seppur minima di alunni provenienti da famiglie di portieri o di custodi comporta difficoltà di convivenza dati gli stili di vita molto diversi».
Clara Rech, preside del Visconti di Roma, autrice di una delle autovalutazioni da censura, dice: «Il numero di battute a disposizione era limitato e pago un eccesso di sintesi. Rettificherò quel passaggio. Sono stata onesta nel rappresentare un dato oggettivo: al Visconti ci sono pochi studenti stranieri e non abbiamo disabili. Volevo dire che la didattica ordinaria, così, è più semplice: recuperare l’italiano di uno straniero chiede risorse e tempo. Credo che tutti gli studenti, ricchi e poveri, debbano crescere insieme e credo nella multiculturalità ».

"la Repubblica", 8 febbraio 2018

20.3.18

Sul molo il vento soffia forte... Una poesia di Sandro Penna


Sul molo il vento soffia forte. Gli occhi
hanno un calmo spettacolo di luce.
Va una vela piegata, e nel silenzio
la guida un uomo quasi orizzontale.
Silenzioso vola dalla testa
di un ragazzo un berretto, e tocca il mare
come un pallone il cielo. Fiamma resta
entro il freddo spettacolo di luce
la sua testa arruffata.

Da Poesie, Garzanti, 1999

Dame la mano y danzaremos. Una poesia di Gabriela Mistral

Gabriela Mistral

Dame la mano y danzaremos;
dame la mano y me amarás.
Como una sola flor seremos,
como una flor, y nada más...

El mismo verso cantaremos,
al mismo paso bailarás.
Como una espiga ondularemos,
como una espiga, y nada más.

Te llamas Rosa y yo Esperanza;
pero tu nombre olvidarás,
porque seremos una danza
en la colina y nada más...

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Dammi la mano e danzeremo
dammi la mano e mi amerai.
Come un solo fiore noi saremo,
come un fiore e nulla più ...

Lo stesso verso canteremo,
allo stesso passo ballerai.
Come una spiga onduleremo,
come una spiga, e nulla più.

Ti chiami Rosa e io Speranza;
ma il tuo nome scorderai,
perché saremo una danza
sulla collina e nulla più...

Dalla rete - Traduzione S.L.L.

Carlo Emilio Gadda alla radio. Le lezioni di bon ton dell'ingegnere (Giulio Ungarelli)


Gadda lavora alla Rai dal 1950 al 1955. Assunto in ottobre come "praticante giornalista" ai servizi culturali del giornale radio, passa poi al Terzo programma, divenendo "professionista" nel 1952. Si dimette nel giugno 1955 per dedicarsi interamente al lavoro di revisione del Pasticciaccio, pur continuando per alcuni anni a collaborare saltuariamente ai programmi radiofonici. Ma i suoi "inizi" con la radio precedono, sia pure di poco, l'assunzione alla Rai: nel giugno 1950, infatti, registra presso la sede di Firenze l'Intervista con se stesso, quella che comincia: "La narrazione è certamente uno de' miei obiettivi" e che conclude, parlando dei suoi lavori in corso, "Non voglio vendere la pelle dell'orso prima di averlo ammazzato"; l'intervista va in onda sull'allora "rete rossa" (programma nazionale) il 4 luglio 1950. Fa parte di una serie di Scrittori al microfono nella quale sono intervistati, fra gli altri, Montale, Ungaretti, Moravia, Vittorini, Pavese, "registrato", quest'ultimo, neanche due mesi avanti il suicidio.
È questa la prima delle interviste radiofoniche a Gadda (ci sarà poi, invertito il ruolo, il Gadda intervistatore: celebre la sua intervista a Eugenio D'Ors): una fatica alla quale egli si assoggetta volentieri, dato il numero tutt'altro che irrilevante delle "prestazioni" autobiografiche nelle quali è coinvolto via etere. Al Terzo programma - dove Gadda è definitivamente assegnato - una delle sue prime trasmissioni (per l'esattezza, la seconda) è dedicata a Galileo Ferraris, ingegnere e fisico, scopritore del campo magnetico ruotante - principio fondamentale dei motori elettrici -, esponente di quella cultura scientifica positiva dell'Ottocento nella quale teoria e applicazione si univano in una sintesi armonica. Ne riesce un ritratto morale-scientifico indubbiamente congeniale al prammatico autore della Cognizione, anche perché proprio a quella cultura positiva egli si rifà nelle frequenti interpolazioni tecnico-linguistiche che popolano le sue riflessioni letterarie.
Ma per Gadda l'equivoco dell'ingegnere-scrittore, sempre insistente nella committenza, si ferma qui: la sua collaborazione al Terzo programma si costituirà d'ora in poi esclusivamente sul versante letterario-artistico e dello spettacolo; ad altri l'incombenza dell' informazione e della divulgazione tecnico-scientifica. Col tempo assume incarichi sempre più importanti: dall'ottobre 1951 e fino al 1954 dirige le rubriche del Terzo programma, L'osservatore delle Lettere e delle Arti e L'osservatore dello Spettacolo, rubriche alle quali collaboravano studiosi come Mario Praz, Roberto Longhi, Vittorio Branca, Silvio D' Amico, ecc. Oltre all'ormai famoso ciclo dei Luigi di Francia - divenuto poi un libro gaddiano -, cura le trasmissioni su Cristoforo Colombo, Villon, sul Decameron del Boccaccio, partecipa ai dibattiti sul neorealismo, sul romanzo in Italia, recensisce novità librarie: dall'edizione di Giorgio Vigolo dei Sonetti del Belli, all'edizione critica delle Poesie del Porta di Dante Isella. Offre il suo "viatico" alla mostra di Lorenzo Lotto al Palazzo Ducale di Venezia, presenta programmi nuovi, prapara adattamenti radiofonici di testi teatrali (fra gli altri La verità sospetta di Juan Ruiz de Alarçon). Intanto corregge, modifica, riscrive, "passa" testi di collaboratori, intervenendo a volte con esiti che lasciavano stupefatti gli estensori. Partecipa attivamente al dibattito sulla peculiarità del linguaggio radiofonico: ne sortiranno le sapide Norme per la redazione di un testo radiofonico (1953), stampate in una edizione adespota per uso interno; una copia dell'opuscolo veniva allegata ai contratti di collaborazione, omaggio sovente non molto gradito ai contraenti.
Progetta una serie, poi non andata in onda, di letterari Asterischi di costume che promettevano di essere piuttosto ricchi di umori. Collabora, invece, con L'egoista alla rubrica "Caratteri", una rubrica nella quale uno scrittore era invitato a descrivere un carattere a sua scelta, ad esempio Moravia il ghiottone, la Manzini l'indiscreto, Cassola il provinciale, Bonsanti l'incostante, ecc. Le fatiche radiofoniche di Gadda al Terzo programma si concludono con una trasmissione che sembra fatta su misura per lui, Umor nero: qui uno scrittore, un critico, è chiamato a parlar male di qualche illustre trapassato. Gadda non se lo fa ripetere due volte, si presenta per primo con il suo contra Foscolo (per la cronaca le altre accoppiate sono Anna Banti - Pirandello, Mario Praz - Auguste Rodin, Emilio Cecchi - Lord Byron, Cesare Brandi - Rembrandt, ecc.). Nasce così la conversazione a tre voci Il guerriero, l'amazzone, lo spirito della poesia nel verso immortale del Foscolo, andata in onda il 5 dicembre 1958. A sua volta anche il Terzo programma si occupa ben presto dello scrittore Gadda: i Notturni dell' usignolo di Gian Domenico Giagni sceneggiano San Giorgio in casa Brocchi; frammenti del Pasticciaccio sono anticipati negli inediti dell' "Antologia" (I carabinieri al Torraccio; La Sarta). Ed ancora, il 4 novembre 1954, giorno sacro per le memorie patrie di Gadda, viene trasmesso il suo Taccuino inedito, brani tratti dal Giornale di guerra e di prigionia, all'epoca ancora segreto nei cassetti del suo autore. Ma il nome di Gadda non rimane circoscritto al Terzo programma. L'autore della Cognizione compie anche delle gradite incursioni nel Programma nazionale, e non solo nel luogo deputato alle belle lettere, l'aristocratico Approdo, ma anche in trasmissioni ad alto indice d'ascolto, come la domenicale rubrica Buona convivenza, sorta di bonario, moderno galateo, cui collaborano Antonio Baldini, Silvio D' Amico, Maria Bellonci, Alba De Cespedes, Lorenzo Giusso, Vincenzo Talarico. Qui Gadda, dismesse finalmente le culturali prudenze reverenziali, è ancor più Gadda: la sua vis mimetica si disfrena con una sorta di divertita ferocia. Quanto gli siano congeniali il luogo e l'argomento lo testimonia la frequenza - lui solitamente collaboratore intermittente - della sua partecipazione alla rubrica. In poco più di un mese tre trasmissioni, tre occasioni del viver sociale moderno: Al ristorante (2 ottobre 1955), In ufficio (16 ottobre 1955), Come vivere nel caseggiato (6 novembre 1955). Solo i primi due testi vengono pubblicati sul "Radiocorriere" (anche se finora sfuggiti alle accurate bibliografie gaddiane). Il terzo, come d'altronde gran parte dei testi radiofonici di Gadda, rischia di perdersi per sempre nelle effimere registrazioni del tempo. Al ristorante, che qui si ripropone con il titolo originale (nella stampa sul "Radiocorriere" porta il titolo, un po' troppo da manuale delle buone maniere, Come stare a tavola), rinvia, non tanto alle tavolate romane dei "fasti" radiofonici, quanto agli appetiti di Don Gonzalo, mostruosamente ingigantiti dall'immaginazione degli indigeni di Lukones, o, meglio ancora, a quell'"anticipo" rabelaisiano contenuto in una lettera di Gadda del 1928: "Addio monti di spaghetti sorgenti dall' acque salsose della pommarola che giungeva quasi ' n coppa e con cui m' imbrodolavo (nei momenti di oblio) il bavero della giacca e la mia poco rivoluzionaria cravatta! Addio care memorie di spigole, di vongole, di spiedini di majale, di panforte, e di altri vermiciattoli mangiati nelle più nefande e saporose bettole della suburra, facendo finta di discutere lettere e politicaglia tanto per salvare un po' le apparenze, ma in realtà con l' occhio al piatto che arriva, fumante, trionfante, eccitante, concupiscente e iridiscente di smeraldino prezzemolo. Addio! O, per lo meno, arrivederci".

“la Repubblica”, 7 agosto 1992

La gronda. Una poesia di Franco Fortini


Scopro dalla finestra lo spigolo d’una gronda,
in una casa invecchiata, ch’è di legno corroso
e piegato da strati di tegoli. Rondini vi sostano
qualche volta. Qua e là, sul tetto, sui giunti
e lungo i tubi, gore di catrame, calcine
di misere riparazioni. Ma vento e neve,
se stancano il piombo delle docce, la trave marcita
non la spezzano ancora.

Penso con qualche gioia
che un giorno, e non importa
se non ci sarò io, basterà che una rondine
si posi un attimo lì perché tutto nel vuoto precipiti
irreparabilmente, quella volando via.

da Una volta per sempre, Einaudi,1963

19.3.18

La nobiltà del naso. Dai diari di Mircea Eliade

 Abu Lahab, figlio di Abd al Muttalib
e zio paterno del Profeta Maometto

25 Gennaio 1973
Ogni volta che leggo o rileggo i testi e gli studi sulla vita di Maometto e gli esordi dell’Islam, scopro dettagli significativi; o, talora, semplicemente divertenti. Oggi mi è capitato fra le mani questo frammento di Ibn Sa’d di cui non avevo più memoria: nell’esaltare la bellezza dei dieci figli di Abd al Muttalib (nonno del Profeta, ndr), la cui bellezza, statura e nobiltà di tratti non trovava eguali fra gli arabi, lo storico precisa che «nessuno aveva più nobile profilo. Avevano tutti un naso così grande che beveva ancor prima delle labbra...».

Da Pappagalli più sapienti di Freud in "Il Sole 24 Ore Domenica", 27 febbraio 2018

Suicidio assistito. Dal Diario di Mircea Eliade

Moneta dell'antica Massalia con la rappresentazione di Artemide e del leone simbolo della città
14 marzo 1975
Aneddoto da riferire a Cioran. A Massalia, l'antica città greca sulle cui rovine è stata edificata Marsiglia, chi voleva suicidarsi doveva chiedere l'autorizzazione al Senato, esponendo le ragioni che lo costringevano a ricorrere a un tale gesto. Se queste venivano ritenute valide, gli veniva data gratuitamemente la quantità di cicuta necessaria.

In Pappagalli più sapienti di Freud, "Il Sole 24 Ore Domenica", 27 febbraio 2018

La poesia del lunedì. Eugenio Montale


La gondola che scivola in un forte
bagliore di catrame e di papaveri,
la subdola canzone che s'alzava
da masse di cordame, l'altre porte
rinchiuse su di te e risa di maschere
che fuggivano a frotte -

una sera tra mille e la mia notte
è più profonda! S'agita laggiù
uno smorto groviglio che m'avviva
a stratti e mi fa eguale a quell'assorto
pescatore d'anguille dalla riva.


Da Le occasioni in Tutte le poesie, Oscar Mondadori 1990

Senza tempo. Una poesia di Billy Collins



Di corsa, in questa mattina di un giorno feriale,
do un colpo di clacson mentre passo accanto al cimitero
dove sono sepolti i miei genitori
uno accanto all’altro, sotto una lastra liscia di granito.
Poi, per tutto il giorno, penso a lui che si tira su
e mi lancia un’occhiata
di familiare disapprovazione,
mentre mia madre, con calma, gli dice di rimettersi giù.

“Il Vangelo secondo Matteo” secondo Pier Paolo Pasolini. Una lettera al produttore Alfredo Bini (1963)

Caro Alfredo,
mi chiedi di riassumerti per scritto, e per tua comodità, i criteri che presiederanno alla mia realizzazione del Vangelo Secondo San Matteo.
Dal punto di vista religioso, per me, che ho sempre tentato di recuperare al mio laicismo i caratteri della religiosità, valgono due dati ingenuamente ontologici: l'umanità di Cristo è spinta da una tale forza interiore, da una tale irriducibile sete di sapere e di verificare il sapere, senza timore per nessuno scandalo e nessuna contraddizione, che per essa la metafora «divina» è al limite della metaforicità, fino a essere idealmente una realtà. Inoltre: per me la bellezza è sempre una «bellezza morale»: ma questa bellezza giunge sempre a noi mediata: attraverso la poesia, o la filosofia, o la pratica: il solo caso di «bellezza morale» non mediata, ma immediata, allo stato puro, io l'ho sperimentato nel Vangelo.
Quanto al mio rapporto «artistico» col Vangelo, esso è abbastanza curioso: tu forse sai che, come scrittore nato idealmente dalla Resistenza, come marxista ecc. per tutti gli anni cinquanta il mio lavoro ideologico è stato verso la razionalità, in polemica coll'irrazionalismo della letteratura decadente (su cui mi ero formato e che tanto amavo). L'idea di fare un film sul Vangelo, e la sua intuizione tecnica, è invece, devo confessarlo, frutto di una furiosa ondata irrazionalistica. Voglio fare pura opera di poesia, rischiando magari i pericoli dell'esteticità (Bach e in parte Mozart, come commento musicale; Piero della Francesca e in parte Duccio per l'ispirazione figurativa; la realtà, in fondo preistorica ed esotica del mondo arabo, come fondo e ambiente). Tutto questo rimette pericolosamente in ballo tutta la mia carriera di scrittore, lo so. Ma sarebbe bella che, amando così svisceratamente il Cristo di Matteo, temessi poi di rimettere in ballo qualcosa.

Tuo
Pier Paolo Pasolini

Elisabetta I d'Inghilterra, la regina innamorata dell'italiano (Luigi Sampietro)


«Nebbia sulla Manica: il Continente è isolato». La storiella non gode più di molto credito ma serve ancora oggi per avere un’idea di quel che gli inglesi pensavano di se stessi ai tempi della regina Vittoria. Londra ombelico del mondo, e la Gran Bretagna centro di un Impero che, nel ’700, aveva assunto come esplicito modello l’organizzazione dell’antica Roma. Era una forma di superiority complex che tradiva la convinzione di rappresentare il volere del Padreterno sulla Terra. Una sindrome che è comune a tutti popoli, almeno in potenza, e che dura finché durano le forze.
Non era stato sempre così. All’inizio del ’500 l’Inghilterra era ancora un regno periferico sfiorato appena dall’ondata di modernità che stava attraversando l’Europa, ed è proprio a partire da quel momento che ha fatto un balzo in avanti senza precedenti e che non avrebbe più avuto l’eguale. Seppero migliorarsi, gli inglesi, prima ancora di eccellere, perché vollero essere in grado di “fare una bella figura”.
È appena uscito negli Stati Uniti un libro, Elizabeth I’s Italian Letters, a cura di Carlo M. Bajetta dell’Università della Valle d’Aosta, il cui titolo, almeno sulle prime, quasi sorprende. Al punto di indurre il lettore poco addentro alle faccende cancelleresche a chiedersi se non si tratti di uno di quei romanzi che hanno come protagonista un vip o una vip del passato – amori proibiti, preferibilmente –, con tanto di carteggio inedito e l’allettante prospettiva di essere trasformato in un film di Hollywood.
Si tratta invece di un lavoro di altissimo valore, in cui sono tradotte per la prima volta in inglese le lettere, per lo più di carattere diplomatico, che la regina Elisabetta ebbe a scrivere in italiano nel corso della sua vita. Sono 29 in tutto – più una trentesima, indirizzata «al molto Potente et Inuincibile Emperadore de Cathaya», ovvero della Cina, che la dice lunga sulla portata delle sue ambizioni – e, prima ancora che il nostro sprovveduto lettore abbia aperto il libro, sono passibili della domanda delle cento pistole. E, cioè: «Come mai le lettere non sono scritte in inglese?».
La risposta sta nel fatto che l’inglese era una lingua conosciuta da pochi e che evidentemente non godeva di molto prestigio. Non era chic. Era sì stata portata alle stelle, in quegli anni, dal genio di Marlowe e di Shakespeare, di Spenser e di John Donne; ma costoro, per quanto importanti in patria, non erano figure che dessero lustro e prestigio al Paese fuori dai suoi confini. Non come i poeti o le rockstar dei nostri tempi.
Marlowe e Shakespeare erano infatti semplici teatranti: gente che, per non essere considerata alla stregua dei vagabondi, veniva iscritta come facente parte della servitù nel registro di casa di qualche nobile protettore. John Donne, da parte sua, era notissimo come predicatore ma certamente non come uomo di lettere, e la sua fama, fino all’epoca romantica et ultra, non arrivò mai al di là del Tamigi. Infine, Edmund Spenser, autore di un monumentale poema, La regina della fate, che ambiva a essere riconosciuto un giorno all’altezza dell’Eneide e della Gerusalemme liberata ma che era stato pensato e scritto in Irlanda, un Paese che era allora lontano dal mondo delle Corti europee come il Mar Nero del povero Ovidio.
Insomma, gli inglesi – così come l’inglese – si accingevano a imporsi nel mondo; stavano per diventare potenti, di qua e di là dell’Oceano; avevano sconfitto la Invincibile Armata degli spagnoli nella battaglia di Gravelines (1588); ma, come succede ai parvenu, erano anche consapevoli che i soldi non bastano. Ricchi lo erano certamente, gli inglesi, perché prima di Elisabetta – e prima di suo padre Enrico VIII –, il nonno Enrico VII, fondatore della dinastia Tudor, aveva promosso una politica che favoriva l’esportazione dei manufatti in Francia e nelle Fiandre; e aveva stipulato in Italia un vantaggioso accordo con la Repubblica fiorentina governata dai Medici.
Dopo Enrico VIII e la decisiva separazione dalla Chiesa di Roma, la giovane Bessy, salita al trono nel 1558, aveva provveduto a far alleggerire i galeoni spagnoli carichi d’oro e d’argento che arrivavano dall’America, e aveva poi insignito del titolo di cavaliere il corsaro Francis Drake, futuro comandante in seconda della flotta di Sua Maestà e successivo eversore della città di Cadice, saccheggiata dagli inglesi nel 1596.
Non fu però soltanto per darsi un tono che il grande conte di Essex, spintosi l’anno seguente a Faro in territorio portoghese, ripulì la preziosa biblioteca del vescovo Osorio, per donarla in seguito all’umanista e bibliofilo Thomas Bodley che ne fece tesoro rifondando la vecchia biblioteca di Oxford (1602), oggi nota come Bodleian Library. L’interesse per la cultura e la sete di sapere era genuina negli inglesi – nel ceto dirigente inglese – del XVI secolo. La Riforma protestante che, con Enrico VIII si era limitata a uno scisma, aveva sensibilmente aumentato il numero di coloro che avevano imparato a leggere e scrivere. E non fu solo la Bibbia a essere tradotta.
Dall’italiano, in prosa e in versi, gli inglesi tradussero di tutto. Boccaccio e Bandello, Ariosto e Tasso; il Cortegiano di Baldassarre Castiglione, che diventò il libro d’ore dei gentiluomini a Corte; gli Ecatommiti di Giraldi Cinzio, saccheggiati da Shakespeare; il Machiavelli dell’Arte della guerra e persino l’esecrato Principe, che però poté circolare – mammamia, che rischio! – solamente in forma di manoscritto.
Di Petrarca non mette conto parlare perché nel ’500 era sul tavolo di poeti e cavalieri che si compiacevano di singhiozzare sul tema dell’amore infelice. Era una sorta di must per chi volesse mostrarsi all’altezza, e fare la necessaria bella figura. La prova sta nel fatto che lo si leggeva in italiano, Petrarca, e la nostra era una lingua che godeva di grande prestigio e dava un tono – come oggi, a parti capovolte, l’inglese – quando, con uno scambietto o un inchino, un dotto o una dama se ne serviva, a voce o per iscritto.
Elisabetta l’italiano lo sapeva e lo parlava piuttosto bene. E aveva sempre voluto che le damigelle del seguito, nonché i componenti la ristretta cerchia dei collaboratori, fossero in grado di masticarlo. Nelle lettere se ne servì in luogo del latino, che pure continuava a essere la lingua della diplomazia, in circostanze in cui fosse utile mostrare un sentimento di amicizia o di devozione nei confronti dell’interlocutore; il quale, uomo o donna che fosse, non rispondeva però mai – e ci sono le prove in archivio – nella grossolana lingua di Elisabetta; i cui svolazzi nelle varie firme rappresentano una sorta di correlativo oggettivo, non dico di baci ed abbracci – impensabili e inappropriati nel comportamento di una sovrana –, ma di una affabilità aggraziata e tuttavia circospetta.
Come spiega il professor Bajetta nel suo sagace commento, è possibile vedere nei ghirigori della scaltrissima regina non solo una decorazione e un omaggio personale a dogi e granduchi, marchesi e imperatori, ma anche il sintomo di qualche indugio. Come se nel momento decisivo, Elisabetta volesse prendere tempo e riflettere sul contenuto della missiva che stava per licenziare.
Elizabeth I’s Italian Letters è un libro per topi di biblioteca che, insieme alla trascrizione e traduzione dei testi – alcuni olografi, altri di mano diversa da quella della regina, ma tutti quanti, quando non si tratta di brogliacci o minute, recanti la sua firma – rivela al lettore profano l’insospettabile mondo in cui si muovono paleografi e codicologi (si chiamano così!), filologi e archivisti. Gente che, anche se non sembra, fa in realtà parte del jet set: oggi qui, il prossimo mese Londra, poi Washington e Chicago; e, sulla via del ritorno, Vienna, prima di tornare a riseppellirsi in una delle nostre biblioteche. I manoscritti sparsi nel mondo sono frammenti di una storia infinita, e i nostri valorosi studiosi vanno e vengono, in cravatta e doppiopetto, al modo in cui si muovono le spie.


"Il Sole 24 ore Domenica", 27 febbraio 2018

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