27.1.10

Caro Nichi Vendola. Le parole di un grande fotografo e una mia provocazione.

Su "Il Fatto quotidiano" del 14 gennaio ho trovato un articolo di Elisa Battistini che raccoglie le parole di un importante fotografo olandese sulla condizione degli immigrati in Puglia. Lo posto qui, aggiungendo qualche riga di commento.

"Non avevo mai visto esseri umani trattati così"

Elisa Battistini

Ha scattato fotografie in tutto il mondo, l’olandese Piet den Blanken. Documentando la vita degli afghani a Kabul dopo i bombardamenti, le carceri in San Salvador, gli immigrati che passando da Tenerife cercano di arrivare in Europa e quelli che, già in Europa, da Calais vogliono andare in Gran Bretagna. Ma la situazione che ha incontrato a settembre nel Tavoliere delle Puglie (dove ogni anno circa 70 mila braccianti stranieri raccolgono i pomodori) lo ha lasciato senza fiato. “Dopo aver scattato alcune immagini mi sono messo a piangere”, ci dice. “Nella mia vita ho ascoltato molte storie di immigrazione e conosco bene le frontiere europee. Ho visto in faccia la disperazione delle persone e situazioni molto drammatiche, anche nel nostro continente. Ma non avevo mai visto, in Europa, condizioni di lavoro come quelle degli stagionali stranieri nel foggiano”. Che a den Blanken hanno fatto venire in mente le condizioni di vita dei braccianti nella Repubblica Domenicana, o quelle dei raccoglitori del caffè in Messico. Oppure gli allevatori delle capre in Ecuador. Che sono poverissimi e vivono nell’indigenza assoluta. “Sono venuto in Puglia per raccontare la vita di queste persone dimenticate – dice – che nessuno vuole vedere e di cui nessuno si vuole occupare. E non solo da voi, in Italia, ma in tutta Europa. Gli immigrati sono il sintomo di un sistema economico che ha bisogno di schiavi per continuare ad esistere. Sono una conseguenza dell’ingiustizia prodotta dall’economia neoliberista. Di problemi molto grandi, insomma, che nessuno vuole affrontare”.

Di fronte al suo obiettivo gli stranieri avevano due atteggiamenti: “Alcuni si vergognavano e cercavano di non mostrarsi malati, sporchi. Altri al contrario volevano far vedere la loro vita e far capire a tutti cosa significa essere irregolari, schiavizzati”. Girando per quell’inferno fatto di baraccopoli, ghetti fatiscenti, case ricoperte di nylon per isolarle dalla pioggia, Piet ha provato emozioni molto forti. “Ricordo in particolare un ragazzo che mi ha invitato a entrare nella sua ‘casa’. Era un tugurio di cartone senza servizi igienici né acqua corrente. Mi ha offerto un tè, preparato su un fornellino con l’acqua che teneva in una tanica. Nonostante tutto, le persone non vogliono perdere la propria dignità: questo ragazzo mi ha trattato come si fa con gli ospiti. Ma l’emozione è nata perché, guardando lui, ho pensato a mio figlio. Che va all’università e ha una vita completamente diversa solo perché è nato in Olanda. Un pensiero così semplice ma così efficace: quel ragazzo in quella baracca poteva essere mio figlio”.

"Caro Nichi Vendola"

Caro Nichi Vendola,

grato per la battaglia coraggiosa e intelligente che hai combattuto e vinto nelle primarie, oso rivolgermi a te con una provocazione. Uso il termine nel suo significato originario, etimologico, di "chiamare fuori". Voglio infatti sollecitarti ad uscire dalla regola che sono soliti seguire i candidati: quella di evitare i temi scabrosi, su cui si può dispiacere una parte dei propri potenziali elettori. Dall'articoletto qui sopra riportato, ma anche da libri ed inchieste giornalistiche, con chiarezza si evince che nella regione che hai governato esistono fenomeni di schiavistico sfruttamento dei lavoratori immigrati, con fenomeni che rinnovano e aggravano l'antico capolarato, spesso in mano ad organizzazioni criminali, e che intorno ad essi c'è un'ampia tolleranza e omertà. Non mi ripetere il ritornello di Loiero, che in Puglia non c'è più razzismo che altrove, che tu hai fatto quanto in tuo potere, che ci sono fenomeni positivi di convivenza e integrazione favorite da tue iniziative legislative. Non mi dire che la Regione ha competenze e risorse assai scarse. Immagino che sia così e non mi attendo miracoli. Ma tu hai un grande potere, il potere della parola che sa toccare le intelligenze e le coscienze. Di fronte a campagne elettorali che, di qua e di là, vellicano i peggiori istinti delle persone, mi piacerebbe una campagna elettorale in cui, con il coraggio che hai mostrato in molte occasioni, dicessi parole chiare, indicassi percorsi, esercitassi un ruolo pedagogico.

Questa letterina nascosta in un piccolo blog è come un messaggio nella bottiglia. Temo che non ti arrivi, ma spero che tu vi risponda con le parole e con gli atti anche ignorandola. Forza Nichi.

26.1.10

20% (La Smorfia di Roberta Carlini)

Dal sito della nostra grande Robertina Carlini (http://www.robertacarlini.it/) riprendo questa breve nota sulle politiche per gli immigrati a Roma. Come è evidente la peste del razzismo si diffonde.

Ma quale 30%! A Roma, di bambini stranieri per classe, non ne vogliamo più di 2 su 10! Lo dice il Comune, che nei suoi asili - scuole comunali per l’infanzia - ha imposto il tetto del 20%, “comprensivo degli stranieri nati in Italia”. Non c’è motivazione linguistica che tenga, per espellere un bambino a tre anni, e a maggior ragione se nato e cresciuto in Italia; con genitori che quasi sempre lavorano, e dunque non possono scarrozzare il pupo da un quartiere all’altro, in cerca di quelli dove il tetto del 20% non è stato ancora raggiunto. Succederà che si riverseranno tutti sulle scuole materne statali - dove il tetto è al 30% - e poi, cacciati anche da lì, resteranno a casa o nei laboratori o andranno con le mamme o i papà al lavoro. Così capiranno subito quello che li aspetta in Italia. Questa è l’amministrazione comunale di Roma, a 72 anni dalle leggi razziali. Che Alemanno e i suoi assessori ci risparmino almeno la presenza, tra quache giorno, alle cerimonie per la Giornata della Memoria.

25.1.10

La rivoluzione gentile e il tramonto del bolscevismo (di Carlo Felici - da "Socialismo e sinistra")

Tra i commenti sul successo di Vendola alle primarie pugliesi, mi è sembrato particolarmente interessante questo di Carlo Felici da "Socialismo e sinistra", rivista on line dell'omonimo movimento, soprattutto per il suo spessore teorico.


Il bolscevismo nacque dall’assurda pretesa che un partito dovesse necessariamente essere formato da politici di professione, che si dedicavano all'attività politica senza avere altra occupazione, per avere come strumento e come finalità una struttura ristretta, compatta e disciplinata tesa alla conquista del potere.
Tutto nel bolscevismo è finalizzato alla costruzione di una efficiente macchina, guidata da “esperti”, che ha come scopo quello di fornire programma, tattica, strategia e strumenti organizzativi ad un proletariato che si ritiene incapace di utilizzare da solo e in senso partecipativo, le proprie energie e che, altrimenti, è destinato a disperderle in rivendicazioni o in rivolte senza alcuna prospettiva di successo politico.
Questa malattia infettiva del movimento rivoluzionario e proletario, che ha causato rovinose conseguenze storiche, a partire dalle conseguenze della Rivoluzione Russa, e proseguendo anche con le scissioni dei partiti socialisti europei, in particolare con quella italiana del 1921, pilotata proprio dai bolscevichi, è dilagata anche nell’ambito della cosiddetta democrazia rappresentativa. Molti partiti infatti, specialmente in Italia, dato che questo Paese è abituato ad una tradizione secolare di elitismo, ideologico e culturale, hanno adottato il modello bolscevico, costruendo al loro interno, delle vere e proprie nomeklature. Alcune autoreferenziali, in senso ideologico o affaristico, altre d’assalto, in senso spregiudicatamente oligarchico e timocratico. Se guardiamo alla storia recente dei grandi partiti italiani: PCI, DC e PSI, ci accorgiamo che il “difetto originario del bolscevismo” impiantatosi persino, a suo tempo, nel partito fascista costruito da Mussolini, e per questo guardato con simpatia da Lenin, si è mantenuto a lungo nel tempo, con la conseguenza di rendere la “carriera” nei partiti più la conseguenza di una “ginnastica di obbedienza” che non di meriti riconosciuti per capacità propositiva e impegno politico.
Anche oggi il bolscevismo domina il quadro della politica italiana, ed uno dei suoi maggiori interpreti di successo è proprio colui che ha fatto sempre professione di anticomunismo teorico, praticando invece un bolscevismo d’assalto, ritagliato sulla misura dei suoi interessi personali e di un partito costruito scrupolosamente in senso verticistico, per tutelarli.
La prova di tutto ciò è che i più liberali del suoi primi seguaci lo hanno già lasciato sdegnosamente, proprio accusandolo di stalinismo operativo.
Naturalmente questa malattia ha infettato anche la sinistra, fino ad oggi. E la vittoria di Vendola alle primarie pugliesi è invece una prima sana iniezione di salutare antidoto contro il suo endemico perdurare e propagarsi.
Vendola ha vinto grazie al concetto e alla prassi radicalmente opposti ad ogni tipo di bolscevismo: grazie al popolo, alle sue rivendicazioni e alla sua rivolta; ha saputo interpretare, concretizzare e rilanciare una politica corale, che fosse non lo specchio di una nomenklatura di potere tesa prevalentemente a mantenere la sua egemonia, ma piuttosto il riflesso trasparente delle speranze, delle aspettative e dei bisogni concreti della gente che crede nella democrazia, ed ha ancora fiducia che chi la rappresenta possa farsi carico del suo futuro, anche quando esso ci viene incontro con le nebbie fittissime di una crisi di proporzioni epocali.
Nichi Vendola ha sconfitto la rassegnazione e la depressione innanzitutto di se stesso, quando è stato fatto oggetto di attacchi indegni e strumentali, fino a metterlo concretamente in croce e inchiodarlo con accuse tanto assurde quanto velenosamente paradossali. Perché lui è stato accusato di bolscevismo, di una conduzione personalistica, di protagonismo assolutista, pur avendo sempre operato per far risaltare l’esatto contrario. La democrazia partecipativa, l’incontro con la gente, l’ascolto e la concertazione con tutte le componenti produttive del territorio e non ultima, una grande attenzione alle categorie più svantaggiate che sono sempre più respinte ai margini della società, finendo così inevitabilmente nel tritacarne della macelleria sociale.
Che Nichi Vendola abbia sconfitto anche il bolscevismo del PD è lampante, lo riconosce persino Latorre, dalemiano di ferro, a chiare lettere quando dichiara, almeno onestamente: “Da vecchio bolscevico non dirò mai che abbiamo commesso errori” E in effetti coloro che hanno sempre creduto in tale modello, non hanno commesso altro errore che quello di illudersi che di questa "malattia" si potesse tranquillamente continuare ad essere "portatori sani", per tutta la vita e per tutte le generazioni a venire.
Ma si sono sbagliati, e la gente ora impone loro una cura drastica “da cavallo”, naturalmente perdente.
I socialisti sanno bene cosa possa essere questa malattia, di fatto l’hanno subita negli anni del craxismo, quando il capo dettava le regole a tutti in nome di obiettivi effettivamente risultati vitali e vincenti, raccogliendo però, a tal fine, intorno a sé prevalentemente i docili esecutori delle sue direttive, e pagando per questo prezzi esorbitanti, scontando la realtà alla fine perdente, sullo stesso piano, di una competizione verso chi aveva già collaudato molto meglio quel modello, fino a mascherarlo talmente bene da farlo sembrare estinto.
Ma non lo era! E lo si è visto “nella gioiosa macchina da guerra”, nel veltronismo che ha annientato la sinistra e nel dalemanesimo che prova tuttora ad imporre un accordo “strategico” con una UDC che non fa altro che alzare il suo prezzo ed agire in maniera ricattatoria, mentre dovrebbe avere solo il coraggio di andare da sola con i suoi principi e la sua prassi, se ritiene autenticamente di averne
Alcuni compagni socialisti hanno abbandonato sdegnosamente Sinistra e Libertà accusando i suoi aderenti proprio di “bolscevismo” ma poi, di fatto, comportandosi in maniera perfettamente coerente con questa perniciosa patologia politica. Hanno preteso di “guidare” in maniera esclusiva il PSI, hanno epurato i compagni dissidenti e hanno privilegiato un accordo con i loro consoci “bolscevichi” del PD, che ora il popolo dei compagni pugliesi ha però screditato e sconfitto.
A questa vittoria hanno tuttavia largamente e validamente contribuito tanti altri compagni socialisti che non si sono mai rassegnati a tale modello, i quali ancora credono che il Socialismo debba essere un grande progetto di rinnovamento sociale e politico che nasce innanzitutto da una prassi e da una grande partecipazione democratica e cioè dall’incontro e dalla condivisione. Quella che mette in risalto due principi essenziali: lo scrupoloso rispetto della dignità personale di ciascun individuo, e la necessaria coesione del tessuto sociale in nome di regole e principi di solidarietà e responsabilità civile, morale e politica. Questi socialisti che hanno appoggiato la Vittoria di Vendola ora, e lo faranno ancora nel corso delle elezioni, hanno avuto il coraggio di dissentire e di partecipare attivamente all’assemblea costitutiva di Sinistra Ecologia Libertà. Si riuniscono il primo febbrario per costituire a tutti gli effetti la loro componente nazionale e ramificarsi in tutto il territorio, e sono fermamente decisi ad essere parte integrante e fondante del nuovo partito della sinistra che nascerà subito dopo le elezioni regionali.
Finalmente possiamo, proprio in nome dell’antibolscevimo, della cura e del vaccino definitivo nei confronti di questa malattia pluridecennale, dichiarare chiusa la stagione che, proprio a causa del dilagare dell’epidemia bolscevica, causò a Livorno la rovinosa scissione del movimento operaio e di una sinistra allora largamente maggioritaria.
Le parole del compagno Vendola che ha avuto lo straordinario coraggio di sperimentare su se stesso questo vaccino, con gravi rischi per la sua persona, ci incoraggiano e ci riempiono di entusiasmo assieme a questa recente vittoria.
Ricordiamole “il culto umanitario, il primato della persona e il primato della libertà personale che è nella variegata storia dell’umanesimo socialista italiano, non sta dentro la mia tradizione politica o culturale. Ho bisogno di loro per il futuro, ho bisogno di questo, ho bisogno di sentire la ricchezza di parole che si incrociano, perché dentro la parola sinistra ci sono discontinuità necessarie, equivoci da sciogliere e ambizioni nuove da far sorgere.”
Ebbene, caro compagno Nichi, con il tuo impegno, con la tua sofferenza, con il tuo sacrificio fino alla croce, proteso verso l’affermazione concreta nella politica del tuo territorio, proprio del primato delle persone e della loro libertà, specialmente quando sono state più emarginate e calpestate, hai dimostrato che non sei solo tu ad avere bisogno di noi, ma siamo anche noi ad avere un gran bisogno di te. Che le nostre parole e le nostre azioni oramai si incrociano indissolubilmente in un forte tessuto connettivo, che è quello della società reale concreta, della terra e del sangue della gente, un tessuto vivente, non astrattamente politichese. Un tessuto che può risorgere anche grazie alla resurrezione che hai avuto tu stesso, grazie a questa vittoria, dopo tante tue sofferenze.
Ora dunque pensiamo al futuro, alle discontinuità, agli ultimi equivoci da sciogliere, primo tra tutti il non senso della divisione tra le varie componenti della Sinistra, in primis, quella tra comunisti e socialisti. Dichiariamo insieme solennemente chiusa la scissione tragica di Livorno.
Lavoriamo alacremente insieme al PD che crede fermamente nei principi per cui quel partito nacque e per i quali adottò il metodo delle primarie, di cui dobbiamo in ogni caso essergli tutti molto grati, lottiamo per vincere, per affermare non solo su scala regionale ma nazionale, un nuovo modello di democrazia partecipativa.
Senza più rancori né divisioni ciascuno faccia la sua parte, la sinistra deve dimostrare di poter vincere in nome dei suoi principi largamente condivisi, non più nascondendosi dietro maschere o paraventi di altri partiti o personaggi che non hanno condiviso e sofferto la sua storia, e pongono insormontabili paletti per il futuro. Non deve ghettizzarsi, ma cercare di incalzare le altre componenti politiche su programmi e valori e iniziative concretamente innovative e, solo grazie ad esse, convergere in una vera lotta tesa al rinnovamento politico.
Credo, senza tema di smentita, che una vera “rivoluzione gentile” sia iniziata in Italia, essa ci fa sperare, “etiam spes contra spem”, essa ha bisogno del contributo, della gentilezza e della generosità di ciascuno; sono germogli che vanno curati, innaffiati, ogni giorno, piantine che però possono diventare una foresta lussureggiante, se non ci lasceremo più bruciare dal particolarismo dei rancori e degli interessi contrapposti.
La nostra acqua, almeno questo è certo, non la privatizzeranno mai.
Hasta la victoria, siempre!

La poesia del lunedì. Patti Smith


Giuramento/Bestemmia

cristo è morto per i peccati di qualcuno
ma non per i miei
disciolti in un crogiuolo da ladri
carta vincente nella mia manica
duro cuore di pietra
i miei peccati, proprio i miei
ho inciso sul palmo della mano
una dolce X nera
adamo non si è steso su di me
io abbraccio eva
e mi prendo la piena responsabilità
per ogni tasca che ho ripulito
da abile figlia di puttana
per ogni canzone di Johnny ace
che ho ballato
per ogni rock 'n roll
che ho ballato
a lungo prima che la chiesa
lo rendesse giusto e pulito
così cristo ti ho detto
ADDIO
liquidandoti da stanotte
io posso brillare della mia stessa luce
ma il buio mi piace lo stesso.
tu puoi aver imbrogliato
mio fratello, piccolo
ma per quanto mi riguarda gli dò un taglio
sei morto per i peccati di qualcuno, dolcezza
ma non per i miei
da Horses (1971) - Traduzione di Stefania Incagnoli

24.1.10

L'articolo della domenica. Le macchinazioni di D'Alema vil coyote.

Di quando in quando qualcuno proclama che il Cavaliere è alla frutta, che il suo potere, prepotere e strapotere sono in via di esaurimento e che è necessario preparare il dopo. Temo che sia tutto un confondere le proprie illusioni con la realtà. E’ comunque certo che prima o poi, come tutte le cose di questo mondo, anche il regno di Berlusconi avrà il suo termine. Non è affatto detto che, con esso, scompaia anche il berlusconismo, malattia assai contagiosa, capace di infettare tutti i settori dello schieramento politico.

Del berlusconismo fa sicuramente parte l’idea che in politica, come in amore e in guerra, non vi sia regola che valga e che tutti i mezzi siano leciti. Immagino per esempio che D’Alema abbia trovato del tutto normale che ieri sera (sabato 23), nella trasmissione di Fazio su Rai3 (la rete, ora diretta da Di Bella, è sempre più esplicitamente al servizio della politica del Baffino), con la scusa di presentare un suo libro, gli si desse agio di intervenire a gamba tesa sulle cose di Puglia alla vigilia delle primarie e in un’ora di punta. Si trattava dell’estremo tentativo, al di fuori di ogni lealtà e moralità, di liquidare Vendola e la sua anomalia nascondendosi dietro il corteggiamento a Casini e all’Udc. Operazione con risvolti insieme comici e disgustosi: era freschissima, infatti, la notizia della condanna a quasi otto anni per gli aiutini alla mafia di uno dei più importanti caporioni del partito di Casini, quel Totò Cuffaro Vasavasa che in Sicilia gli raccoglie circa un quarto degli elettori. Di tutto ciò al furbo D’Alema sembrava non importare granché, speranzoso com’era di assestare un colpo definitivo al “nemico”.

Erano tre mesi d’altra parte che le manovre del furbacchione erano in atto, in Puglia e a Roma, da quando aveva asserito perentorio: “Vendola no. Non lo vuole Casini”. E lo aveva fatto prima ancora che Casini si pronunciasse. Aveva mobilitato in alternativa il suo amico Emiliano (sindaco di Bari), aveva convocato notabili e affaristi in tutta la Puglia (considerata suo feudo), aveva infine messo in pista il povero Boccia. Ma tutte queste manovre alle persone di sinistra e di centrosinistra e a gran parte della gente di Puglia devono essere sembrate una carognata. Vendola non ha raccolto le provocazioni, ha costantemente mantenuto il suo profilo unitario e nelle primarie alla fine ha stravinto. Aldo Tortorella ha detto una volta che D’Alema rimane spesso vittima delle sue stesse macchinazioni. E’ proprio così. E’ il “vil coyote” della politica italiana.

19.1.10

Degania. Cento anni dal primo kibbutz.

Nel 2010 ricorre un centenario importante nella storia del socialismo. All'inizio del 1910 venne fondato in Palestina Degania Alef, il primo kibbutz, che iniziò la sua attività dall'anno successivo. Il progetto era di collegare alla formazione in Palestina di un "focolare ebraico" la costruzione di un socialismo dal basso, le cui strutture di base, i kibbutz appunto, ne fossero il fondamento non solo economico e produttivo, ma anche sociale e civile. La storia del movimento dei kibbutz è, oggi, storia di una sconfitta. Degania si arrese al "mercato" nel 2007 e si contano ormai sulle dita di una mano i kibbutz che mantengono l'originaria ispirazione comunitaria. La nascita dello stato di Israele ottenuta con la violenta cacciata e sottomissione delle popolazioni arabe, il ruolo di gendarme e la caratterizzazione nazionale e confessionale del nuovo stato, il lungo, insanabile conflitto con gli Arabi di Palestina, sembrano alla fine aver distrutto il sogno socialista dei pionieri del kibbutz. La sua storia resta tuttavia da studiare anche per le realizzazioni, che sembrarono miracolose: prima fra tutte la fertilizzazione di quel deserto da cui nacquero magnifici pompelmi. Pubblico qui due "ritagli di stampa": un pezzo di Corrado Israel De Benedetti (dal "Diario" di "Reppubblica" del 3 aprile 2004) che del movimento dei kibbutzim e della vita dei kibbutz è stato partecipe e, talora, protagonista e che ha scritto sull'argomento alcuni volumi pubblicati da Giuntina; un articolo di Sabino Acquaviva (da "La Stampa" 17 marzo 2007). (S.L.L.)



1. Quella vita in comune alla base di un popolo
Corrado Israel De Benedetti

LE ORIGINI

Nel 1911 una dozzina di ragazzi e ragazze arrivati in Palestina dall'Europa Orientale si mettono assieme in una specie di cooperativa, chiedono e ottengono dall'Agenzia Ebraica, all'epoca Ufficio Palestinese, alcune terre vicino al Lago di Tiberiade, per cercare di guadagnarsi da vivere come contadini. Nasce così il primo kibbutz, Degania, in cui questo gruppo di giovani ha deciso di mettere in comune guadagni e spese, con il motto «da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni»). Essendo tutti poverissimi, i bisogni sono limitati al minimo. Degania tenne duro nei difficili anni della prima

guerra mondiale, e subito dopo la fine delle ostilità arrivarono in Palestina ondate di giovani ebrei provenienti dall'Europa Orientale. L'arrivo di questi giovani permetterà la costituzione di altre comunità sul tipo di Degania e nel 1927 una ventina di questi primi kibbutzim creano una organizzazione centrale, anzi secondo la loro colorazione politico-ideologico si formano due organizzazioni parallele, una molto di sinistra e l'altra chiaramente socialdemocratica. Negli anni '30 si forma una terza corrente di kibbutzim, a base religiosa. In ogni caso dal punto di vista organizzativo in questi anni i kibbutzim si comportano nello stesso modo, indifferentemente dalla colorazione politica e dall'appartenenza a questo o a quella organizzazione.


L'ORGANIZZAZIONE INTERNA

Il kibbutz fornisce a tutti i suoi membri il medesimo trattamento, indipendentemente dal lavoro svolto, tutte le entrate delle varie attività vanno alla società comune che è padrona dei mezzi di produzione e dispone a suo piacimento delle forze di produzione. Il solo organo esecutivo e legislativo è l'assemblea formata da tutti i membri del singolo kibbutz: democrazia diretta. In certi casi, in questi anni, è l'assemblea che decide se fare o non fare figli (a seconda delle condizioni economiche della comunità).


GLI ANNI DELLO SVILUPPO

Dopo la creazione dello stato d'Israele, i kibbutzim attraversano un periodo di espansione sociale ed economica, creano il miracolo della agricoltura israeliana, che una volta coperte le necessità del mercato interno, si lancia all'esportazione di prodotti e tecniche. È il movimento kibbutzistico che scopre i pompelmi e li impone all'Europa. Negli anni '70 i kibbutzim sono diventati 250 con una popolazione che supera le 100,000 unità, producono più del 50 % della produzione agricola del paese e negli anni '80 producono il 14 % della produzione industriale, mentre dal punto di vista demografico sono passati dal 4 % della popolazione negli anni '50 al 3 %. Gli anni ’80 portano al culmine la potenza economica dei kibbutzim, l'aumento delle entrate porta di conseguenza un salto nel tenore di vita: si costruiscono case più grandi, arriva il telefono, la televisione, il kibbutz mette disposizione dei suoi membri un parco macchine, sostiene le spese universitarie dei giovani e paga perfino viaggi all'estero a tutti i compagni.


LA CADUTA DEGLI IDEALI

Tuttavia dagli anni '70 in poi, anno dopo anno aumenta il numero dei giovani nati in kibbutz che dopo il servizio militare, non tornano più a casa. La vita di fuori, le possibilità che sembrano infinite di far carriera e soldi, attirano i giovani che preferiscono alla casa socialista in cui sono nati un mondo esterno capitalista. Il kibbutz cerca di adeguarsi: poco alla volta tutti i kibbutzim abbandonano l'"educazione comunitaria" (i bambini fino ai 18 anni mangiavano e dormivano nelle loro casette, e passavano in famiglia le ore pomeridiane e serali e i giorni di festa) e i figli vengono ad abitare in famiglia, come nel mondo normale. La sera si guarda la televisione e si diserta la assemblea.


CRISI E CAMBIAMENTO

La crisi economica che travolge Israele nei primi anni '80, quando la Inflazione supera il 400 %, lascia il movimento kibbutzistico con una montagna di debiti, per cui è necessaria una moratoria, che sarà concordata tra Banche Creditrici, Governo e kibbutzim nel giro di una decina d'anni. Nessun kibbutz è fallito, ma molti ne sono usciti con le ossa rotte e i giovani dirigenti si chiedono se la colpa non sia tutta nel metodo (socialista). In ogni caso, decine di kibbutzim in crisi hanno cercato un'ancora di salvezza tra le braccia di consiglieri ed esperti, che hanno indicato nella strada della privatizzazione la via della salvezza economica. Molte mense sono state chiuse, molti servizi comunitari sono stati eliminati e oggi la maggioranza in assoluto dei kibbutzim ha adottato un modello comunitario chiamato con nomi diversi, ma in effetti basato su un medesimo concetto. Ogni membro del kibbutz riceve un salario sulla base delle condizioni del mercato sia se lavora fuori dal kibbutz, sia se lavora nelle attività del kibbutz. Da questo salario vengono detratte le trattenute varie come in città, inoltre ogni singolo passa alla comunità una tassa (uguale per tutti), con cui vengono finanziati i minimi servizi (assistenza medica, istruzione primaria, aiuto a vecchi e invalidi) che la comunità continua a fornire. Inoltre a partire da uno stipendio medio fissato anno per anno, coloro che ricevono salari più alti sono tassati in percentuale per permettere così alla comunità di arrotondare la pensione ai pensionati, dato che in passato la maggioranza dei kibbutzim non aveva pensato di investire soldi in fondi pensioni. Questa forma nuova di status del kibbutz è definito "kibbutz rinnovato".


ANCORA EGUALITARI

Si calcola che attualmente ci siano una trentina di kibbutzim che rimangono fedeli al modello comunitario originale, un centinaio e più che hanno già scelto la strada del kibbutz "rinnovato", mentre gli altri si dibattono ancora nelle incertezze.




2. Il kibbutz sconfitto dal mercato

Sabino Acquaviva

Degania, la prima comune agricola nata in Palestina nel 1910, diventa una banale cooperativa. Ma il simbolo dei pionieri di Israele è ancora un modello da studiare.


Quasi una tragedia per i fondatori di Israele: il primo kibbutz, con una decisione a maggioranza dei suoi soci, diventa una banale cooperativa con stipendi differenti e la proprietà privata delle case e di altri beni. Significa la fine dei grandi ideali che spinsero a creare i kibbutzim? La prima comune dell’età moderna, allora soltanto agricola, era stata fondata in Israele nel 1910, si era chiamata Degania e aveva dodici abitanti, dieci uomini e due donne. Era il risultato della fusione politica e culturale del Sionismo, dell’anarchismo, di un socialismo più o meno marxista. I fondatori affermarono: «Noi compagni (...) abbiamo fondato un insediamento indipendente di lavoratori ebrei. Una cooperativa senza sfruttatori e senza sfruttati».


Il consumismo più forte degli ideali

Nel tumulto politico dell’ultimo secolo queste comuni si diffusero in Israele, ma non furono considerate un fatto molto positivo in Europa, dove il socialismo sovietico preferì corteggiare politicamente le centinaia di milioni di musulmani che i pochi ebrei di Palestina. Inoltre, lo Stato ebraico nacque nel 1948, in piena guerra fredda, quando i kibbutzim erano già numerosi da quasi quarant’anni. Attualmente in Israele ci sono almeno 268 comuni agricole, con circa 117 mila abitanti nati in Israele e provenienti da ogni parte del mondo, come Allan Saphiro, americano e professore all’università di Haifa, che vive appunto a Degania.

Oggi che accade? Molti sostengono che il mercato sostituisce gli ideali, ma è vero entro certi limiti anche se Degania si è inchinata alle sue leggi. Questo significa il fallimento dell’unico vero tentativo al mondo di progettare una società socialista? Qualcuno, demoralizzato, dopo le recenti decisioni ha detto: «La tradizione non esiste più, la mensa comune è vuota, le feste non sono più quelle di una volta». Perché tutto questo? Il consumismo ha spianato valori e ideali della nostra civiltà. Quasi ovunque ha vinto. Persino la Cina, la patria della Rivoluzione Culturale e del maoismo, ha capitolato di fronte alle leggi ferree del consumismo, ritenendo che lo sviluppo economico sia impossibile senza rinunciare ad alcuni ideali di eguaglianza.


Tra fratellanza e competizione

I kibbutzim sono soltanto espressione della cultura e della filosofia socialista del secolo passato? Non lo penso, rappresentano un tentativo di arginare il consumismo, di dialogare con il mercato, il grande schiacciasassi di culture, filosofie e religioni della nostra società. In Israele, minacciato di distruzione dall’ennesimo fondamentalismo, è in corso la battaglia per la sopravvivenza di un’istituzione economica, sociale, lasciataci in eredità da una cultura che, per il resto, all’alba di questa nuova civiltà, sembra quasi in agonia. Nelle comuni israeliane si contrappongono caratteristiche diverse della natura umana. Da un lato gli esseri umani cercano fratellanza, cooperazione, fraterna convivenza, dall’altro competizione e sfruttamento. Le due anime sono presenti anche nei kibbutz che però continuano a rappresentare il solo esempio concreto di eguaglianza e fratellanza. Dovremmo studiare e capire i kibbutzim e insieme domandarci se possono essere un modello per riorganizzare la società nel suo complesso, in una parola per progettare il nostro futuro.

L'unta del Signore. Lorenzetti come Berlusconi.

La storia imprenditoriale di Silvio Berlusconi conosce una svolta decisiva quando le sue Tv, dopo avere montato sul tema una campagna di “libertà”, violano il divieto a trasmettere su tutto il territorio nazionale e ottengono, grazie al consenso del pubblico drogato dalla campagna mediatica, non solo l’impunità ma la beatificazione attraverso il decreto Craxi. La sua storia di uomo politico si origina da un'altra forzatura. Il Cavaliere ben sapeva che l’essere titolare di concessioni governative era motivo di ineleggibilità, ma era convinto che, se alla sua “discesa in campo” avesse fatto seguito un grande successo nelle urne, nessuno avrebbe osato chiedere la sua decadenza da deputato. Nessuno osò.

Questi due passaggi segnano profondamente lo stile dell’uomo e dei movimenti politici che a lui fanno capo per tutto il quindicennio trascorso. Il “berlusconismo” è tante cose, ma una delle caratteristiche più rilevanti è l’insofferenza alle regole, vissute come bardature e intralci all’esercizio di un potere per cui si è ottenuta l’“unzione” popolare garantita dal voto e perfino dai soli sondaggi.

Questo berlusconismo ha fatto scuola conquistando fette di sinistra. Prendiamo la questione della terza candidatura a Presidente della Regione Umbria dell’onorevole Maria Rita Lorenzetti. I suoi sostenitori nel Pd, subito dopo il mancato successo congressuale della “governatrice”, dissero: “Non toccate Maria Rita. Con lei si stravince. I sondaggi la danno al 65”.

Lo Statuto del Pd però era chiaro. Alla regola interna che fissava in due il numero massimo dei mandati presidenziali nella Regione era prevista una sola possibilità di deroga: che la chiedessero i membri dell’Assemblea regionale del partito nella misura dei due terzi. Non è accaduto.

Ma l’onorevole Lorenzetti ha le regole in “non cale” e ha fatto finta che sia accaduto. Ha dichiarato: “Sono disponibile a sacrificarmi per la terza volta. Per favorire la nascita di una nuova classe dirigente”. Né ha bloccato l’irregolare raccolta di firme per la sua terza candidatura. Qualcuno dei suoi supporter ha cominciato a cavillare: “Il primo mandato non conta. Era col vecchio Statuto regionale”. Argomentazione ridicola, ma sufficiente ad impedire, in un organismo politico spaccato quasi esattamente a metà, che la candidatura Lorenzetti venisse immediatamente cassata perché irregolare.

Intanto, uno degli oppositori più prestigiosi nel Pd umbro, il deputato Agostini, già sottosegretario nel governo Prodi, per evitare che la Lorenzetti rimanesse in corsa da sola, ha presentato la sua candidatura.

Poteva essere un’utile contributo alla ricerca di una soluzione unitaria. I nomi possibili, oltre ad Agostini, potevano essere tanti, ciascuno con una sua connotazione: da Sereni a Marini, da Stramaccioni a Bracco, da Bocci a Bottini. Ma la “zarina” non demorde: vuole arrivare alle primarie e vincerle. E, se si faranno, è assai probabile che accada. Il vincolo dei due mandati è stato fissato proprio per questo: per impedire che la popolarità derivante dal ruolo di presidente crei monarchie a vita e incrostazioni di potere.

Ma delle norme e delle loro finalità ai “lorenzettisti” non importa un fico secco e sperano che a Roma Bersani e D’Alema diano una mano a lasciare svolgere le anomale primarie. Ripetono paro paro il vecchio adagio berlusconico: “Le regole non contano a fronte del consenso popolare. Vogliamo vedere chi oserà invalidare le primarie quando Rita le avrà stravinto”.

18.1.10

La poesia del lunedì. Evgenij Evtushenko (1933)


Non capirsi è terribile -
non capirsi e abbracciarsi,
ma benché sembri strano,
è altrettanto terribile
capirsi totalmente.

In un modo o nell'altro ci feriamo:
Ed io, precocemente illuminato,
la tenera tua anima non voglio
mortificare con l'incomprensione,
né con la comprensione uccidere.

17.1.10

L' articolo della domenica. Le prediche di Napolitano.


Prediche inutili si chiamarono le riflessioni che Luigi Einaudi, compiuto il suo settennato da Presidente della Repubblica, cominciò a diffondere dal 1955 in forma di dispensa e pubblicò in volume nel 1959. Negli anni del boom economico, il grande liberale osservava ed indicava le debolezze non solo economiche, ma anche civili e morali della crescita italiana. Nonostante il titolo sconsolato e autoiroico quelle sue pagine esercitarono una grande suggestione nella cultura e nella politica italiana, soprattutto nel mondo laico e nella sinistra.

A quel titolo m’è accaduto di pensare leggendo sabato 16 le cronache del discorso di Giorgio Napolitano, in occasione della intitolazione ad Aldo Moro dell’Università di Bari. Il Presidente ha ripetuto la tiritera che ormai da anni caratterizza quasi tutte le sue esternazioni: “Le grandi riforme siano condivise”. Al tempo di Cossiga, che fu il primo ad avvalersene con metodicità, specie nella fase delle famose “picconate”, il diritto del Presidente della Repubblica ad interventi politici di parte fu contestato da Marco Pannella. Sosteneva con buone ragioni, che nel dibattito politico, secondo la Costituzione, il Presidente interviene solo con messaggi scritti diretti alle Camere e che la cosiddetta “moral suasion” è una forzatura, se non una violazione. Ma forse anche il leader radicale ha dovuto rassegnarsi a quella che all’inizio gli sembrava una sistematica invasione di campo ed è diventata "costituzione materiale".

E’ certo comunque che Napolitano, specialmente da quando “coabita” con Berlusconi, non ha mai svolto una mera funzione arbitrale ed ha esposto la sua opinione di parte senza limitazioni o autocensure. La tesi fondamentale è che nella seconda parte della Costituzione e nella legislazione ordinaria occorrano grandi riforme che rendano più efficiente il governo e ammodernino le strutture della convivenza civile.

E’ una tesi discutibile. Si può legittimamente pensare che le norme costituzionali, più che modificate, vadano applicate e, semmai, marginalmente corrette; che le Costituzioni sono oggetti da maneggiare con molta attenzione e modificare poco e raramente; che le riforme necessarie possono farsi senza intaccare la norma fondamentale. Io lo penso e non mi sento portatore di un’opinione estrema, ostile alla Repubblica.

In realtà Napolitano ragiona da politico politicante e vuole interpretare un ruolo all’interno degli schieramenti parlamentari dati, delle forze politiche così come sono. Sappiamo che è, da molto tempo, sostenitore dell’integrazione politica dell’Europa, ma sulle riforme istituzionali e costituzionali italiane non ha mai espresso posizioni organiche, il suo è sempre stato un discorso sul metodo. L’obiettivo cui sembra oggi mirare è che le principali forze politiche della cosiddetta Seconda Repubblica reciprocamente si riconoscano e insieme scrivano le regole. Napolitano e quelli come lui non sembrano desiderare tanto una nuova Costituzione, quanto un nuovo, ed esclusivo, “club dei costituenti”, un “arco costituzionale” che non permetta l’emergere di forze nuove, di una nuova sinistra per esempio.

Ma la destra che oggi governa, nelle sue componenti più forti ed aggressive, vuole riorganizzare la politica e la società secondo i suoi valori e le sue convenienze e perciò non si accontenta di modificare la Costituzione del 48, nata dalla Resistenza, vuole abbatterla. Aldo Tortorella nell’ultimo numero di “Critica marxista” ci ha saggiamente spiegato come la nozione gramsciana di “sovversivismo dall’alto” non basti più. Gramsci intendeva indicare “una politica di arbitrii e di cricca personale e di gruppo” in luogo di un “inesistente dominio della legge”. Questa è forse la fotografia della realtà attuale, ma è in atto un più insidioso “sovversivismo di governo”, cioè un uso del potere politico che tende a mutare le regole della convivenza. “Quel che si vuole – scrive Tortorella – è il cambiamento delle forme di reggimento dello Stato intaccando norme fondamentali della democrazia liberale, di cui pure ci si riempie la bocca: in primo luogo, la divisione dei poteri”.

In concreto la destra progetta di mettere in riga, sotto la guida del Governo, il Parlamento, la Presidenza della Repubblica, la Corte costituzionale, la magistratura, la libera stampa. La chiave del progetto è la teorizzazione del voto popolare come fonte di un potere assoluto e intangibile, superiore ad ogni altro perché sancito dalla sovranità popolare. Quello che ne deriverebbe non è affatto un governo costituzionale, ma la tirannide. Gli individui e le minoranze sono infatti titolari di diritti che non sono disponibili per nessun potere costituente; la costituzionalizzazione della tirannide non la tempera, ma la ribadisce.

Sono temi di cui si è ampiamente discusso e su cui non serve aggiungere argomenti, semmai una domanda. Con Berlusconi e la Lega si possono prospettare riforme condivise? Napolitano e, forse, Bersani pensano di sì. Ritengono che sia possibile “civilizzare” questa destra, frenare i suoi radicalismi e i suoi deliri di onnipotenza, “ridurre il danno” che da sola potrebbe fare e costruire insieme ad essa un nuovo sistema politico. Io penso che andrebbe invece scelta la via di una opposizione rigorosa alle riforme costituzionali della destra da diffondere senza impazienze e con intelligenza nel paese, perché, quand’anche passino in Parlamento, sia poi possibile respingerle con l’arma referendaria.

Una simile via non è certo apprezzata dagli opportunisti. Essi temono la sconfitta e non vorrebbero combattere. Pensano che quando non si ha la maggioranza bisogna accontentarsi dell’unanimità.

Ma se si infilano nel “dialogo, corrono (corriamo) un gravissimo rischio. Non è affatto detto che la destra voglia associarli alle sue riforme, anzi alla sua “rivoluzione”: potrebbero essere esclusi loro malgrado. E, a quel punto, non sarebbero in grado di condurre un’opposizione minimamente credibile. Sarebbe un disastro per loro e per tutti. E’ ora che Napolitano la smetta di suggerire la “condivisione”: le sue prediche insistenti più che inutili sono dannose.



Spesa pubblica: le consulenze in aumento in (quasi) tutta Italia.

Tra le denunce fatte alla "casta" dei politicanti e alla sua famelicità dal libro di Rizzo e Stella e da numerosi altri saggi e articoli ce n'era una relativa alle spese per consulenze e collaborazioni esterne delle pubbliche amministrazioni. La denuncia, nella sua genericità, poteva dar luogo a valutazioni errate. Accade che all'interno di molte ammistrazioni esistano uffici e competenze di qualità e che le consulenze si configurino come una elargizione a società e a professionisti "amici"; ma non è infrequente che la collaborazione esterna copra necessità essenziali dell'Ente committente e che la consulenza sia in realtà lavoro dipendente precarizzato e sottopagato. Nel giudicare, dunque, bisogna metterci il classico granello di sale e seguire l'aurea regola del "caso per caso".
L'uno e l'altro fenomeno sono, comunque, da giudicare negativi e da ridurre. Non sarebbe male ricondurre le attività esternalizzate all'interno della pubblica amministrazione, combattendo da una parte il clientelismo dall'altra lo sfruttamento.
Il Ministero della Pubblica Amministrazione ha fornito nei giorni scorsi i dati relativi ai compensi per consulenze e collaborazioni esterne riguardanti il complesso delle amministrazioni pubbliche nel 2008 e suddivisi per Regione. Sono cifre, rispetto all'anno precedente, in netta crescita dappertutto (del 19,05 % al Nord, del 17,79% al Centro, del 28,87% al Sud, del 31,47% nelle Isole), con l'eccezione di tre regioni "virtuose": Calabria (-18,08 %), Marche (-11,62%), Umbria (-4,4%). Oltre il 50% è l'incremento di spesa in Campania. Neanche in questo caso siamo però in grado di dire se si tratti della tradizionale propensione borbonica alle mance o di una risposta (sbagliata) alla crisi. La spesa complessiva sul piano nazionale ha superato l'1,59 miliardi di euro e l'incremento medio è del 20,26%.

Cerchiobottisti e facce di bronzo. Il ponte tra Scilla e Cariddi.

Da "La Stampa" di ieri (sabato 16) apprendiamo che la Corte dei Conti ha concluso con una relazione il suo esame degli "esiti dei finanziamenti per il Ponte sullo Stretto".
Il testo fornisce alcune indicazioni illuminanti corredate da osservazioni di buon senso. Del progetto i giudici contabili dicono che è "il più ambizioso del mondo" per la alta e grande campata unica, che lascerebbe largo spazio alla navigazione; ma - spiega la relazione - dal costo stimato nel progetto preliminare del 2003 (4,6 miliardi di euro) si è già passati a i 6,1 miliardi previsti nel Dpef 2010-2013.
Sono per di più sbagliate, per via della crisi, tutte le stime, di crescita del traffico e di crescita economica. Il che, inevitabilmente, diminuirà i proventi preventivati per i costruttori-gestori privati e aumenterà la quota di investimenti pubblici nella costruzione.
La Corte, proprio per questo, invita il governo a "valutare costantemente la fattibilità" da tutti i punti di vista, anche perché lo stesso governo, nonostante la crisi, ha cominciato a spendere per gli studi e le opere preliminari del Ponte, anche a scapito di investimenti infrastrutturali che siciliani e calabresi ritengono più urgenti.
I commenti alla relazione sono curiosamente contraddittori. Il Forum ambientalista e i Verdi, ostili al progetto, considerano la relazione una bocciatura. Ciucci, presidente dell'Anas, che è prima azionista della Società Stretto di Messina e advisor del progetto esprime soddisfazione per i risultati dell'indagine e conferma l'impegno ad una "costante valutazione di tutti i principali aspetti tecnico-operativi". Le contentezze parallele dei costruttori e degli antiponte propongono una alternativa: o la Corte dei Conti ha prodotto un capolavoro di cerchiobottismo o qualcuno dei dichiaranti ha la faccia di bronzo.
Quanto a me, mi espongo con un pronostico: il Ponte non si farà.

16.1.10

La sessuofobìa cristiana (Alfonso Maria Di Nola)

Alfonso Maria Di Nola (1926-1997) fu un grande intellettuale dalle grandissime curiosità. Studioso e docente di antropologia religiosa, incardinava il suo sapere ricchissimo e vario in un originale marxismo che sussumeva gli studi antropologici e etnografici dell'ultimo secolo e si nutriva di una conoscenza profonda del popolo meridionale. Amico di Pasolini, che della sua Antropologia religiosa scrisse una recensione entusiasta ed accurata, quasi da solo compilò per Vallecchi una Enciclopedia delle Religioni. Collaboratore assiduo de "il manifesto", fu titolare sul quotidiano comunista di una settimanale rubrica sui santi italiani. Dall'inserto settimanale del quotidiano comunista, "la talpalibri" del 16 novembre 1990, pubblico qui la parte iniziale di un'ampia recensione ad una traduzione del "Kamasutra", che era appena uscita per la cura di Cinzia Pieruccini e le edizioni Marsilio. Di Nola coglie l'occasione per fare il punto, per contrasto, sulla sessuofobia cristiana e cattolica. Lo scritto è densissimo e pieno di spunti attuali più ora che allora. Pubblicherò in un'altra occasione la seconda parte del saggio, dedicata alle implicazioni storiche e religiose del grande trattato indiano sull'amore. (S.L.L.)

Se c'è un punto irrimediabilmente fallente nei tentativi più volte rinnovati di liberare il cristianesimo da talune opprimenti ipoteche storiche, esso tocca la valutazione della sessualità e della condizione femminile. Le dichiarazioni di principio, il riconoscimento critico di posizioni pervicacemente erronee, il periodico fiorire di interpretazioni nuove e liberatrici del messaggio cristiano svaniscono di volta in volta e rivelano la loro inconsistenza in presenza della storia reale, nella quale l'arcaica fobia per la sessualità e, in ultima analisi per la fisicità dell'uomo, porta a riconfermare con tutta la solennità autoritaria dei dettati irrinunziabili, l'esclusione della donna dal sacerdozio, l'eminenza del celibato e i limiti pretestuosamente "morali" dei rapporti amatori.
Si resta tuttora ombelicalmente legati a un contesto ideologico molto intricato, nel quale componenti di tipo magico e primordiale, come quelli connessi all'impurità tabuizzata degli organi e dei rapporti sessuali, si coniugano a stimoli filosofici e a particolari visioni del mondo. Nella sostanza, aree ampie e predominanti dei fedeli delle varie confessioni cristiane e, in prevalenza netta, della confessione cattolica, hanno ereditato, senza realizzarne radicali mutamenti, i pregiudizi che portarono i cacciatori della selva a impedire alle loro femmine mestruate di toccare le armi da caccia per sottrarle al rischio di divenire inefficaci. Pregiudizi di tale genere sono venuti ad arricchirsi di motivazioni ideologiche della tarda antichità: quelle neoplatoniche e semitiche che proclamano la loro intolleranza verso il corpo e fanno del corpo l'ostacolo sulla via di una salvezza che diviene realizzabile soltanto come fuga dal tempo e dalla storia.

Tabù cristiani
Di Plotino il suo biografo testimonia che ebbe tanto in orrore il proprio corpo che mai lasciò che pittore lo ritraesse; proprio come racconta di uno dei primi cristiani l'egizio Antonio, eremita del deserto, odiatore di ogni carne nella sua ipocondria malsana, il quale non volle mai apprendere a leggere e a scrivere temendo i contatti solleticanti con gli scolari dell'età sua e mai si lavò per non vedere la propria sessualità. Del resto, il testo evangelico aveva proclamato che alla perfezione si accede soltanto con l'eunuchismo e la negazione della propria istintualità.
Il disagio e il malessere del corpo nel cristianesimo non dipendono, perciò, soltanto dalla mentalità magica di remoti terrori e tabù. Essi divengono i segnali di una concezione del tempo storico avvertito come negativo, caricato di colposità e di peccato, costituito in una condizione di originaria mortificazione che può redimersi soltanto negando la sessualità e la generazione carnale: di qui celibato, monachesimo, odio per la donna.
Parallelamente, il cristianesimo come formazione religiosa originariamente propria di cultura pastorali e patriarcali, al rifiuto della sessualità aggiungeva una revisione del suo originario radicalismo. La struttura sessuale unitaria dell'uomo veniva drammaticamente scissa in una dicotomia schizofrenica che poneva la medesima unica funzione e gli stessi organi su due piani opposti e conflittuali: da un lato sacralizzandoli nella loro fisiologia generazionale (l'unione divenuta sacramento matrimoniale poiché destinata a produrre figli) da un altro condannandoli, maledicendoli e detestandoli nella loro fisiologia amatoria ed erotica (la sottile rete di ossessioni costituente tutta la teologia morale del sesto comandamento). La valenza ideologica e sovrastrutturale è fin troppo evidente per essere ricordata: le società patriarcali e tradizionali esigono la produzione e riproduzione incessanti di forza-lavoro e, quindi, le energie sessuali devono obbedire a tutta l'animalità di una funzione riproduttiva che dia braccia e corpi alla fatica e alle guerre.

La cultura dell'eros
Queste condizioni storiche spiegano, almeno in parte, perché nelle nostre culture le trattazioni sull'eros e sulle tecniche amatorie entrino nell'ombra del vietato, del perverso e del censurato. Il discorso sulla sessualità esprimente il puro piacere può mettere in pericolo le strutture del potere e del modello prevalente. In tale senso è "osceno" nella valenza originaria di un termine, obscoenus, che indicò primariamente, nel lessico degli aruspici, l'uccello che portava disgrazia. Sono gli stessi motivi che hanno circondato, nelle nostre società, queste manifestazioni, di quell'aura malsana di curiosità e di mistificante segretezza, che giunge a negare, in alcune scuole elementari, ai bambini la spiegazione della loro sessualità anatomica o che spinge, in una trasmissione televisiva sul corpo umano, una persona intelligente come Piero Angela a non trattare delle funzioni sessuali e degli organi riproduttivi, quasi gl'italiani ne fossero privi.
Sono, i nostri, paesi nei quali, per naturale reazione, si è verificata nei secoli la più imponente manifestazione di bacchettonismo censorio e di sfrenata e nascosta dilettazione pornografica. Il modello ufficiale predicava un distruttivo eunuchismo anche ideologico, e Pietro Aretino scriveva i dialoghi sulle arti delle puttane e delle ruffiane o il papa Pio II Enea Silvio Piccolomini tracciava pagine fra le più "sudicie" della nostra letteratura.
Questo asfissiante clima di colpevolizzazione del sesso fa comprendere la totale carenza di una trattatistica riguardante la sessualità come funzione erotica. Non fu un vero discorso sui giochi d'amore quell'Arte amatoria che meritò ad Ovidio, probabilmente come motivo pretestuoso, l'ira d'Augusto, otto anni di esilio e le morte in uno sperduto paese del Mar Nero, opera di tenera e castigata poesia che l'ultimo medioevo degli amatori cortesi poté fare suo codice. Né, per giungere all'estremo contrario, fu un prontuario di tecniche sessuali accettate come proprie dell'uomo, il repertorio perverso, spesso noioso e ripetitivo, di Sade. Si trattava sempre di giocare d'azzardo, ai limiti, fuori da una normalità moralistica: e chi avesse voluto trovare i codici degli organi sessuali e dei loro piaceri, fino alle sottigliezze della più raffinata libidine aveva - ed ha - a sua disposizione soltanto le opere di teologia morale redatte da frati e da preti, traboccanti di particolari anatomici e delle più riservate pratiche di "vizio".

Licata. Il sindaco in esilio.


A fine novembre, su mandato della magistratura, i carabinieri di Licata arrestano il sindaco di centrodestra Graci, l'assessore alle feste, il presidente del Consiglio comunale, un imprenditore e un alto funzionario del Comune. L'accusa è circostanziata: in occasione della festa patronale di sant'Angelo sarebbe stato assegnato per 40 mila euro (con una tangente di seimila) l'appalto per un complesso di servizi, quando altri ne chiedevano solo 30 mila. Le prove, costituite soprattutto da intercettazioni telefoniche, sarebbero schiaccianti. Insomma una ordinaria storia di corruzione.
Ma, a ben vedere, dello straordinario c'è: l'esiguità dell'appalto e del pizzo richiesto, per di più da dividere in tre o quattro. Da rubagalline.
Qualcuno anche per questo parla di una "trappola", tesa al sindaco non si sa da chi e perchè. Altri invece ipotizzano un vero e proprio "sistema" alla mafiosa, con un tariffario per ogni atto, senza eccezioni: la "tangente categorica" come prova provata e simbolico emblema del controllo totale dell'amministrazione in tutte le sue pieghe. Il tutto nella presunzione dell'impunità. Altri ancora aggiungono che Graci e compagnia sarebbero stati intercettati non per la segnalazione di un imprenditore escluso, come scrivono i giornali, ma perchè sospettati di ben più gravi magagne. La scoperta della cresta sul santo sarebbe un prodotto di risulta.
La vicenda ha, in ogni caso, conosciuto sviluppi pirandelliani. Il Consiglio comunale, dopo i tentennamenti di alcuni consiglieri e i rinvii, è stato sciolto perchè, a causa delle dimissioni di una grandissima parte dei suoi membri, non era più in grado di funzionare. I promotori dello scioglimento, tutta l'opposizione e buona parte della maggioranza, pensavano di favorire con questo atto il commissariamento del Comune e nuove elezioni in tempi brevi.
Ma non è andata così. Al sindaco, scarcerato dopo una decina di giorni, è stato proibito di risiedere a Licata, forse per non inquinare le prove. Si è stabilito a una quarantina di chilometri, in una località marina del comune di Agrigento, San Leone. Di dimettersi non ha voluto sentirne. Anzi da San Leone ha nominato una nuova giunta, dice di tecnici. La Regione, a sua volta, ha nominato un commissario, non al posto del sindaco incriminato, ma per assumere i poteri del disciolto Consiglio comunale.
Un esito paradossale dunque, tecnicamente pirandelliano, con i consiglieri incolpevoli giubilati e il sindaco, presunto lestofante, che governa indisturbato dal suo esilio balneare.
C'è chi cerca le ragioni dell'accaduto nelle peculiarità dei licatesi: nei paesi vicini li chiamano licatisi babbi (babbei). Il contesto sociale e giuridico che ha determinato lo svolgimento della vicenda non è tuttavia esclusivo di quell'amena cittadina, in cui peraltro non mancano le persone di intelligenza e talento, riguarda l'intera Sicilia e va oltre. I babbei non sono prerogativa di Licata.

Il caso Mannino e la "prescrizione breve".


Ieri sera a Mi manda Rai3 è andata in onda una lunga intervista a Calogero Mannino, il controverso uomo politico siciliano definitivamente assolto dalla Cassazione dopo un lunghissimo processo (14 anni e più) comprendente ben 23 mesi di detenzione. Il Mannino era tornato alla politica attiva qualche anno fa, dopo la prima assoluzione, nell'Udc di Casini e Cuffaro, un tempo suo seguace e strettissimo collaboratore, ed è attualmente deputato. Nella trasmissione di ieri sera il Mannino celebrava la sua vittoria contro quello che affermava essere non tanto un "complotto" quanto un "pregiudizio" dei Pm della procura caselliana ed esaltava l'integrità della sua coscienza. L'intervistatore, molto cordiale, gli proponeva anche delle questioni spinose, ma dandogli l'agio di rintuzzare alcune delle accuse che nel tempo gli sono state rivolte.
Non entrerò, per adesso, nel merito della vicenda, in realtà molto complessa, e dell'intervista tranne che per un punto, indicativo del suo tono generale. Con un argomentare capzioso, che dava per buone alcune testimonianze di pentiti e non altre, il Mannino arrivava alla conclusione che la mafia non è mai stata in grado di condizionare il processo elettorale in Sicilia e che i successi della Dc non avevano alcun rapporto con la mafia.
Dopo la sua assoluzione, insomma, Mannino cancella dalla storia Lima, Gioia e Ciancimino, il sacco di Palermo e Mangialasagne e seppellisce nell'oblio una lunga storia di relazioni in basso e in alto. E non si trattava, come furbescamente (e puerilmente) vuol fare credere, solo dei voti direttamente o indirettamente espressi da Cosa nostra, ma di un intrico di appalti, affari, finanziamenti etc., che sostanziava il legame storico tra mafia, Dc e potentati economici in Sicilia.
Non è pertanto un caso che l'unico momento di serio imbarazzo del Mannino nel corso dell'intervista sia il passaggio sui fratelli Salvo, i celeberrimi esattori.
Due questioni supplementari.
Primo. Chi, quando e perchè ha deciso la lunga presenza in video, senza contraddittorio, dell'assolto agrigentino in una trasmissione che non affronta questioni politiche e non ha mai dato grande spazio agli errori giudiziari? Chi e perchè ha voluto un regalo al partito di Cesa, Cuffaro e Casini, presentando al grande pubblico il dignitoso suo martire, che innocente combatte nel processo senza sottrarvisi? Non c'è qualche nesso con il corteggiamento del Pd di Bersani (il partito di riferimento di Raitre) verso l'Udc? Non sarà anche per questo che è passata sotto silenzio la cacciata di Ruffini e la sostituzione con un Di Bella più incline a promuovere, incoraggiare e avallare simili maialate?
Secondo. Sul piano più propriamente politico non c'è dubbio che il caso Mannino è un argomento forte per i sostenitori dei progetti di Berlusconi e Alfano sulla giustizia. Un processo durato 14 anni e finito con l'assoluzione è come il cacio sui maccheroni per chi propone di limitare per legge i tempi del processo nei diversi gradi di giudizio in modo da giungere a un tempo massimo di sei-otto anni (già tanti del resto) per la sua conclusione. Il punto della questione è un altro. La legge che il governo propone non è il "processo rapido", ma la "prescrizione rapida". Essa non prospetta l'obbligo perentorio per la magistratura ad accelerare i tempi del processo e ad arrivare a sentenza definitiva e inappellabile entro i sei-otto anni, ma lascia il processo com'è, con tutte le attuali, assurde bardature, lungaggini e inadempienze, garantendo la prescrizione agli imputati e l'impunità ai colpevoli, senza tenere conto delle vittime dei reati. Insomma processo lungo e prescrizione breve.

15.1.10

"In galera li panettiere".


Stamani la trasmissione di Rai 3 Cominciamo bene era dedicata all'agricoltura. Un produttore di grano ne lamentava il prezzo bassissimo, meno della metà rispetto a due anni or sono. Tre anni fa, in effetti, il prezzo del grano aveva fatto un grande balzo in avanti. Al mio paese natìo, Campobello di Licata, come in tutto l'Agrigentino, ci fu un movimento di panificatori che si ribellava e che ottenne e chiese di poter aumentare il prezzo del pane per il vertiginoso aumento del costo della materia prima.
Da allora il più comune, nelle forme grandi costa 2,50 euro al chilo; nella pezzatura più caratteristica e richiesta, il quartino, si vende a ben 2,80 euro al chilo. Il singolo quartino dai 45 centesimi di tre anni fa, infatti, è passato ai 70 attuali. Perchè adesso , che c'è la crisi e la materia prima quasi la regalano, nessuno dei cinque fornai ribassa il prezzo del pane?
Mi vien da cantare un vecchio ritornello della NCCP: "In galera li panettiere".

14.1.10

Luisa Todini."Prezzemolina" e la politica: mai dire mai.


Luisa Todini è una donna di spirito. "Il fatto" del 29 dicembre 2009 ne tracciava a firma Francesco Bonazzi e Marco Lillo un gustoso ritratto, non privo di malizia, sotto il titolo Adesso potrebbe candidarsi in Umbria: i ripetuti no alle tentazioni della politica, le amicizie bipartisan (i due Letta zio e nipote, Renata Polverini e Giovanna Melandri, con cui costituirebbe un "duo Beautiful"), il marito "ingombrante ma sveglio". Pare che la chiamino Prezzemolina.
Il cuore dell'articolo è rappresentato dalla "fusione" tra due grandi imprese edili, la Todini appunto e la Salini. Ma - spiegano gli autori - in realtà si tratta di una "acquisizione": Salini compra e Todini è comprata. Nella nuova società che diventa la terza delle grandi imprese italiane dopo Impregilo e Astaldi e sarà quotata in borsa nel 2012, la quarantatreenne tuderte avrà pertanto un ruolo importante, ma di supporto, non di guida. Proprio per questo potrebbe ora dire alla politica quel sì da cui si è sempre tirata indietro ed accettare, per esempio, l'ultimo ruolo che le è stato proposto, quello di candidata alla presidenza della Regione Umbria.
Lunedì 11 gennaio Luisa ha preso penna e, con un garbo che Bonazzi e Lillo riconoscono raro, ha replicato che non c'è nessun male a farsi acquisisire e ad accettare un ruolo minore, se si intende l'impresa, alla maniera di suo padre Franco, "nato nell'Umbria contadina". Il riferimento principale è alla "forza umana affezionata e dedicata, rispettosa e resistente che ha dato molto e merita di ricevere certezza del presente e speranza nel futuro", verso cui si ha una forte responsabilità.
La conclusione è un po' sibillina: "Quanto alla politica, ognuno di noi, in ogni gesto quotidiano fa politica. A maggior ragione chi, come l'imprenditore, tutti i giorni versa il contributo per sostenere la vita di tante famiglie". Che vuol dire in concreto? Accetterà di scendere in campo in Umbria? Io pronostico che non lo farà in un contesto in cui la vittoria della destra rimane altamente improbabile anche per una candidata del suo prestigio, ma sono anche convinto che "donna Luisa" è uscita dalla riserva e un giorno o l'altro tornerà in prima linea.

Il barbiere d'Aspromonte, Stefano Todini e il merolone.


Nello scorso settembre a Pian del Masssiano di Perugia mi è accaduto di partecipare per conto di Libera a un dibattito della Festa del Pd sul tema delle infiltrazioni mafiose in Umbria. Non senza una punta di polemica, il dottor Angelini, rappresentante della Confindustria, mentre vantava il sostegno degli industriali umbri a Ivan Lo Bello e agli imprenditori siciliani antipizzo, definiva esagerato l'allarme. "L'imprenditoria è sana" - diceva - "i denari di origine mafiosa sono poca cosa, corrispondono a quote infinitesimali dei capitali investiti in attività produttive". Sembrava insomma sottovalutare l'acquisizione di immobili, di aziende o di compartecipazioni, con lo scopo di ripulire e riciclare gl'ingenti proventi del crimine, soprattutto del traffico di droga, nonostante la crisi, la cronica sottocapitalizzazione delle imprese e l'aumentata tirchieria delle banche in tempi di crisi.
Ho pensato a lui, a Colajacovo e ad altri prestigiosi capitalisti umbri, leggendo le allusioni a Stefano Todini, in margine ad una vicenda inprenditoriale che riguarda la sorella Luisa. Su "Il fatto" Francesco Bonazzi e Marco Lillo scrivevano che ormai da anni "donna Luisa ha preso il posto del papà lasciando al fratello Stefano solo le attività turistiche". E aggiungevano: "La separazione si è rivelata salutare nel luglio scorso quando è stato sequestrato il famoso Cafè de Paris di via Veneto, in passato appartenuto alla società Delta Group, della famiglia Todini".
Era stato appunto Stefano Todini, insieme alla vedova del Cavalier Franco Todini, Anna Maria Clementi, a vendere lo storico locale legato a "La dolce vita" felliniana. L'acquirente risultava essere un barbiere nullatenente di Sant’Eufemia di Aspromonte, tale Damiano Villari, ritenuto dai magistrati prestanome del clan Alvaro. L'operazione era resa ancora più strana dal riacquisto da parte di Todini del 20% delle quote con un atto poi annullato dal Tribunale civile che lo ha giudicato una simulazione. Richiesto di spiegazioni, Stefano Todini ha ammesso la stranezza, ma si è limitato a dire che il barbiere aveva la fedina penale pulita.
Todini non è soltanto il figlio di Franco, una delle glorie storiche dell'imprenditoria umbra. E' ben introdotto nel mondo dello spettacolo e del gossip anche grazie alla moglie, l'attrice e produttrice Patrizia Pellegrino, con cui convive da più di 10 anni. Li ha sposati civilmente a fine 2008 in una chiesa sconsacrata alle terme di Caracalla il sindaco di Roma, Alemanno, e alla cerimonia c'era tanta strana gente tra cui Cuccuzza e il famigerato "Merolone".
Stefano Todini imprenditore resta comunque ben radicato in Umbria. Promuove con la sua propria immagine l'Hotel relais di gran lusso che gestisce a Todi, nel 2008 ha lanciato a Colvalenza la sua nuova, grande e bella cantina che ha intitolato al padre. Mi auguro, pensando anche a chi ci lavora, che le sue aziende (umbre e non solo) superino in bellezza la crisi.
Resta il fatto che Todini, figlio ed erede di "Franco il contadino" che rendeva oro quel che toccava, ha accettato di vendere a un barbiere d'Aspromonte il "Café de Paris", per di più quando ancora la crisi non c'era. Siamo certi che altri, senza i suoi ascendenti, sappiano resistere oggi ad analoghe tentazioni?

Processo breve e assoluzione irrevocabile. Il garantismo ingiusto.(S.L.L.)



Quando si approssimano scadenze importanti per i processi di Berlusconi la questione giustizia da urgenza diventa emergenza.
Martedì 12 il Cavaliere ha dichiarato che la legge sul processo breve si farà presto perchè non è ad personam ma ad libertatem. Mercoledì, dopo un nuovo attacco ai magistrati "peggio di Tartaglia", ha rispolverato l'antico pallino dell'assoluzione irrevocabile; cioè della inappellabiltà da parte del Pubblico Ministero di una sentenza che lasci liberi gli imputati, anche di reati gravi.
L'esercito di "persuasori" al servizio del presidente del Consiglio gli ha fatto eco presentando le misure come "garantiste".
Essi hanno ragioni da vendere quando denunciano la lunghezza dei processi, aggiungono che il "processo breve" è in realtà un "processo meno lungo" e giudicano incivile che un imputato stia sulla graticola sei, otto o dieci anni. Ed è possibile che non si sbaglino quando affermano che una parte, più o meno grande, delle lungaggini processuali è dovuta a indolenze o abusi magistratuali. Il guaio è che i magistrati in assoluto peggiori, i ponzipilati che allungano il brodo per non caricarsi di scelte e responsabilità, sarebbero avvantaggiati e non sanzionati dal nuovo sistema della "prescrizione accelerata".
A molti peraltro sfugge come il garantismo delle proposte di Berlusconi e dei suoi avvocati abbia un carattere marcatamente "unidirezionale": esso garantisce dalle lungaggini l'imputato (di reati anche gravissimi), ma non garantisce affatto le vittime di omicidi, furti, rapine, truffe, raggiri etc. Il diritto di ottenere giustizia in tempi meno lunghi non può essere prerogativa degli imputati, ma dovrebbe essere anche delle vittime. I termini che vengono proposti per i diversi gradi di giudizio avrebbero un senso se riguardassero l'obbligo perentorio di arrivare a sentenza, obbligo renderebbe più efficienti e solleciti i giudici e meno ostruzionisti gli avvocati difensori. Ma, se la tagliola comporta non la sentenza ma la prescrizione e l'impunità, essa non garantisce in nessun modo le vittime, ma solo gli imputati e tra di essi i colpevoli.
E' ridicolo ricondurre, come taluno fa, l'inappellabilità dell'assoluzione in primo grado al generale principio giuridico in dubio pro reo, che riguarda la sentenza e non il processo. La parità tra difesa ed accusa non può essere limitata al solo dibattimento, ma deve riguardare il processo, cioè l'intero procedimento giuridico. Non sono esperto in materia ma, sulla scorta di quel buon senso che dovrebbe accomunare giurisperiti e non, ho il forte sospetto che sia incostituzionale un processo che permetta il ricorso in appello solo alla difesa dell'imputato e lo neghi al pubblico ministero e alla parte lesa.
Ultima notazione. Un mese fa circa, alla sala della Vaccara di Perugia, un magistrato rigoroso e impegnato, Livio Pepino, di Magiostratura Democratica, attualmente membro del Csm, e un giornalista che frequenta spesso le aule giudiziarie, Carlo Bonini, ci raccontavano come già oggi nella quotidianità del Palazzaccio operi una crudele "giustizia di classe". Al piano terra ci sono le "direttissime", in pratica i processi ai poveracci, spacciatori quasi sempre piccoli, ladruncoli e scippatori, immigrati criminalizzati dalla Bossi-Fini. I dibattimenti sono quasi sempre rapidi e non di rado abborracciati con lo scopo di far presto. Non è infrequente che chi custodisce i numerosi imputati li "tenga buoni" con le maniere forti. Ai piani alti intanto discutono avvocati che chiedono termini a difesa e altri rinvii, magistrati che fissano udienze per l'anno successivo, strategie dilatorie di ogni tipo per imputati più facoltosi e meglio difesi, criminali delle grandi organizzazioni, colletti bianchi della speculazione sanitaria e finanziaria eccetera eccetera. Le nuove misure confermerebbero che la galera è solo per i poveracci.

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