24.9.11

Maria Stella Gelmini e il tunnel del Gran Sasso.


Dal Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, che oggi ama chiamarsi con la sigla MIUR secondo l’uso militaresco, è stata ieri diramata una dichiarazione del ministro Mariastella Gelmini, che un amico giornalista usa chiamare “quella bestia”. A mio avviso dovrebbe più precisamente trattarsi della dantesca “matta bestialità”. La signora, infatti, nel gloriarsi delle recenti scoperte europee sulla velocità della luce, ascrive a merito dell’Italia “la costruzione del tunnel tra il Cern ed i laboratori del Gran Sasso”. Autorizza così la domanda se i neutrini si muovano a piedi, in treno o in automobile. (S.L.L.)  

Documentazione
Ufficio Stampa MIUR
Roma, 23 settembre 2011
Dichiarazione del ministro Mariastella Gelmini
"La scoperta del Cern di Ginevra e dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare è un avvenimento scientifico di fondamentale importanza."
Rivolgo il mio plauso e le mie più sentite congratulazioni agli autori di un esperimento storico. Sono profondamente grata a tutti i ricercatori italiani che hanno contribuito a questo evento che cambierà il volto della fisica moderna.
Il superamento della velocità della luce è una vittoria epocale per la ricerca scientifica di tutto il mondo.
Alla costruzione del tunnel tra il Cern ed i laboratori del Gran Sasso, attraverso il quale si è svolto l'esperimento, l'Italia ha contribuito con uno stanziamento oggi stimabile intorno ai 45 milioni di euro.
Inoltre, oggi l'Italia sostiene il Cern con assoluta convinzione, con un contributo di oltre 80 milioni di euro l'anno e gli eventi che stiamo vivendo ci confermano che si tratta di una scelta giusta e lungimirante".

Steve Jobs (mister Apple). Un discorso e una polemica sul "manifesto")

Tra il 26 e il 30 agosto 2011 Steve Jobs, il geniale informatico e imprenditore che ha fondato e in vari periodi diretto la Apple, è stato oggetto di speciali attenzioni da parte del “manifesto”, il quotidiano comunista. Il 26 Alberto Piccinini nei “Vuoti di memoria” riprendeva un suo drammatico e bellissimo discorso agli studenti della Stanford, dopo l’intervento chirurgico sul suo cancro al pancreas nel 2005. In un’altra pagina, annunciando l’uscita di Jobs, dalla direzione effettiva della Apple, Matteo Bartocci ne tesseva un panegirico tanto elogiativo da sembrare un necrologio, denominandolo Mr. Think different (“il signor pensare differente”) e attribuendogli una capacità d’invenzione quasi senza paragoni. Il 30 il giornale pubblicava la puntuta lettera di un lettore (Maurizio Zanaldi) assai critico con l’articolo che, non solo ignorava di che lacrime e che sangue grondasse il capitalistico successo di Jobs, ma ne ridimensionava le qualità d’inventore. A sua volta Bartocci nella replica ulteriormente valorizzava il suo eroe. Non intendo entrare nel merito della polemica, che ha anche delle implicazioni generali su cui voglio riflettere, anche perché quasi nulla so della straordinaria storia dell’informatica, che è pure argomento degnissimo per la ricerca marxista del nostro tempo. E tuttavia l’articolo, la lettera, la replica tutti pieni di riferimenti fattuali e persino aneddotici m’hanno molto incuriosito e indotto a conservarli in questo blog. A maggior ragione vi posto il frammento di discorso scelto da Piccinini, che mi pare anche un piccolo capolavoro filosofico e letterario. (S.L.L.)  

Steve Jobs dopo l'intervento al pancreas
Drammatico
di Steve Jobs
a cura di Alberto Piccinini
Più tardi quella sera mi hanno fatto una biopsia, hanno fatto scendere un endoscopio giù per la gola, attraverso lo stomaco e l'intestino, e un ago nel pancreas ha prelevato alcune cellule del tumore. Ero sedato, ma mia moglie, che era là, mi ha raccontato che i dottori quando hanno scoperto che si trattava di una rara forma di cancro curabile chirurgicamente, si sono messi a piangere. Sono stato operato, e ora sto bene. E' stato il momento in cui ho visto la morte più da vicino, e spero che sia così per qualche decina d'anni ancora. Essendoci passato, posso dirvi quel che segue con un po' più di convinzione di quando la morte era per me un fatto chiaro ma puramente concettuale. Nessuno vuole morire. Anche quelli che vogliono andare in paradiso non vogliono morire per arrivarci. Eppure la morte è il destino che tutti condividiamo. Nessuno l'ha mai evitata. Ed è giusto che sia così perché la Morte è molto probabilmente la migliore invenzione della Vita. E' l'agente che la Vita usa per cambiare. Spazza via il vecchio e fa posto al nuovo. In questo momento il nuovo siete voi, ma un giorno non troppo lontano diventerete gradualmente il vecchio e sarete spazzati via. Mi spiace essere così drammatico, ma è la pura verità. Il vostro tempo è limitato, non sprecatelo vivendo la vita di qualcun'altro.
(Steve Jobs, discorso inaugurale agli studenti della Stanford University; 12 giugno 2005)

Mr. Think different, il più grande inventore del Novecento
di Matteo Bartocci
Un manager, un leader, un inventore. Il più straordinario «nerd» di tutti i tempi. Dopo mesi di malattia, Steve Jobs lascia definitivamente la guida della Apple.
Il suo addio non è solo un vero giro di boa per un'azienda che ha infilato una dopo l'altra una serie di innovazioni senza precedenti. E' anche il passaggio di testimone di una generazione eroica, fricchettona e visionaria che dagli anni '70 guida quella rivoluzione tecnologica che da decenni continua a ridisegnare gusti, socialità, comunicazione, business, arte e creatività di miliardi di esseri umani.
La lettera con cui annuncia ai dipendenti e ai mercati il passaggio di consegne al suo numero due operativo, Tim Cook, è un capolavoro di classe, umiltà e understatement: «Non sono più all'altezza dell'incarico e delle mie aspettative come amministratore delegato ... ma sono sicuro che i giorni più brillanti e innovativi della Apple sono ancora davanti a noi». A differenza dei giovanissimi creatori di Google e Facebook, né Jobs né Bill Gates si sono mai laureati. Entrambi hanno creato dal nulla, in un garage, aziende che hanno cambiato la storia dell'umanità.
Solo a scorrerne i passaggi principali, la biografia di Steve Jobs eccede quella di una dozzina di persone normali. Nato non voluto da un padre siriano musulmano e da una teenager che l'ha subito dato in adozione, Jobs è senza dubbio il più grande inventore del XX secolo. Non solo di oggetti come l'AppleII, il Macintosh, l'iMac, l'iPhone, l'iPod e l'iPad. Ma anche di interfacce tanto naturali che un minuto dopo essere state create sembra ci siano sempre state: l'uso totale del mouse e delle icone, la grafica asciutta e iper-usabile (frutto dei suoi studi da giovane drop-out in calligrafia), la genialità delle animazioni Pixar, il multitouch.
Un telefono senza pulsanti e un computer senza tastiera sembrano impossibili da descrivere a parole. Ma basta sfiorare il vetro di un iPhone o di un iPad per capire che quel tocco leggero è sempre stato nelle nostre potenzialità. Era nelle nostre mani prima che lo sapessimo. Del resto, a chi gli chiedeva quale fosse stata la ricerca di marketing preliminare al lancio dell'iPad, Jobs ha risposto: «Nessuna, non è il lavoro dei consumatori sapere quello di cui hanno bisogno».
Innovazioni che si ripercuotono anche nell'arte: chi avrebbe mai potuto imporre alle case discografiche mondiali la vendita legale di un dollaro a canzone? Dal 2008 invece iTunes è il primo negozio di musica del pianeta. E anche quando è uscito il primo iPad, tanti l'hanno bollato come «un inutile iPhone più grande»: «Non ha una funzione chiara». Forse. Però ne sono stati venduti 10 milioni solo negli ultimi 90 giorni. Come dicono gli analisti, «non c'è un mercato dei tablet, c'è solo un mercato dell'iPad».
La recente uscita di Hp dal mercato - clamorosa e definitiva - è solo l'ultimo trionfo di un'invenzione già amatissima e (quasi) perfetta. Jobs oltre a inventare nuova tecnologia è stato un implacabile distruttore di quella obsoleta. I suoi computer sono stati i primi ad abolire prima il floppy disk, poi il lettore cd, e in tanti hanno criticato l'iPad per la sua superficie perfettamente liscia: «Non ha neanche una porta usb». Eh già. Nel frattempo la Silicon Valley sta sposando la filosofia della «cloud», la nuvola immateriale che avvolgerà tutta la musica, testi, video e foto che siamo capaci di immaginare. La nostra identità, e non è detto che sia un bene, non sarà più bloccata in un oggetto più o meno portatile ma a disposizione ovunque e comunque.
Chi critica il suo sistema chiuso, ferocemente proprietario (chiedere a Samsung che è appena stata sconfitta all'Aja nella battaglia dei brevetti), non può non riconoscerne il successo: 15 miliardi le «app» scaricate.
Non è fortuna o il frutto di freddo marketing, è soprattutto un incrocio di intuizione e visione. Solo un «nerd», uno smanettone misantropo e adoratore della tecnologia può essere così arrogante da imporre quello che ancora non c'è. Pensare l'impossibile affinché si avveri. Ieri sul suo blog Vic Gundotra, il numero tre di Google, commentando l'addio di Jobs ha raccontato una storia. Era il giorno della Befana del 2008, una domenica mattina, e Jobs l'ha chiamato per chiedergli una cosa urgentissima. Sarebbe stato un problema per loro se Apple avesse cambiato il tono di giallo della seconda «o» di Google perché sullo schermo dell'iPhone gli sembrava «sbagliato»? Ecco Steve, un signore che la domenica mattina si occupa di un dettaglio insignificante non solo per la maggior parte delle persone ma anche per qualsiasi supermega miliardario.
Apple non è solo la compagnia più ricca di Wall Street, seconda solo a un gigante «cattivo» come la Exxon Mobil (e per qualche settimana l'ha anche sorpassata). E' anche la società che fa più profitti in proporzione alle sue relativamente piccole quote di mercato (+125% nell'ultimo quarto, in piena crisi). Crea oggetti costosi, li produce a poco e li vende straordinariamente bene. Il 62% dei ricavi è extra Usa ma il suo marchio è la quintessenza dell'America. Niente «buonismo»: pragmatismo e sogni allo stato puro. Contrariamente alle altre società di Wall Street, Apple fa zero beneficenza e non distribuisce dividendi. Rimane tutto in cassa e viene reinvestito nei suoi prodotti e nelle sue persone. E' un modello che funziona? Beh, dieci anni fa le azioni valevano 9 dollari, oggi 370.
One more thing. Jobs resta un dipendente della Mela e chairman del cda. Cosa lascia alle sue spalle? Per ora la società ha un team di superstar. Tim Cook è un workhaolic nato nel Sud, mago della logistica e della produzione industriale (è anche nel cda della Nike). Uno che sui blog viene già bollato come il manager gay più potente del mondo (non ha mai fatto coming out, però). Jonathan Ive è il geniale designer britannico che ha condiviso con Jobs tutte le svolte più importanti. E accanto a loro c'è il capo del software Scott Forstall. Le difficoltà non mancano. Ron Johnson, principe del retail e inventore dei super-profittevoli Apple Store, per esempio, lascerà a novembre (va ai supermercati J. C. Penney). Ma finché il top management resta quello, non c'è ragione di ritenere che a Cupertino smettano di innovare e vendere bene i loro prodotti.
Il logo della Apple è un chiaro omaggio alla morte dell'«inventore dei computer» Alan Turing, che si suicidò mangiando una mela immersa nel cianuro per le vessazioni subite come omosessuale nell'Inghilterra degli anni '50. Ma è anche la mela della conoscenza. Un desiderio, una fame, un morso (bite) che fa precipitare l'uomo sulla Terra e lo costringe a incontrarsi con la sua vera natura. Ormai siamo fatti della stessa sostanza dei nostri bit. Apple, «think different». Sarà dura, ma provateci ancora.

Steve Jobs con Bill Gates
La setta di Steve Jobs
La lettera di Maurizio Zanaldi
Sono rimasto sconcertato dall'articolo di pag. 15 su Steve Jobs (il manifesto 26/8) che lascia la direzione della Apple, a parte le adorazioni per il capitalismo vincente («è la società che fa più profitti»). «È un modello che funziona», sì, certo, con alle spalle la fabbrica dei suicidi in Cina e con prodotti venduti con margini che nessuno si può permettere. Mi sarei aspettato, non dico una critica del capitalismo, ma un pizzico di analisi sul ruolo del marketing (la vera forza e straordinaria capacità di Jobs), su come sia possibile organizzare una gigantesca setta che usa solo i tuoi prodotti e che solo per accenderli deve consegnarti il numero di carta di credito. Che se il capo decide che il sito di Wikileaks non te lo fa vedere perché il governo americano non gradisce, che spilla il 30% a tutti quelli che vogliono vendere prodotti ai suoi utenti, obbliga i suoi utenti a comprare esclusivamente dal suo negozio e via dicendo. Quanto all'inventare tecnologia, vorrei si citasse una sua invenzione tecnologica (tecnologica, non di marketing): ha usato le innovazioni di altri indubbiamente meglio di altri, molti sono convinti che abbia inventato il sistema a iconcine e finestre (brevetto Xerox) o lo schermo tuch che si allarga con le due dita (altro brevetto non suo), o il sistema operativo, che ora è un Linux rielaborato dopo che il suo sistema operativo è stato totalmente abbandonato con tutti quelli che l'avevano acquistato. La "compatibilità all'indietro" non è mai interessata alla Apple. I brevetti della causa con Samsung riguardano l'eccessiva somiglianza del prodotto con Ipad2 (in Usa si brevetta di tutto anche l'aspetto di un prodotto) non la tecnologia e nemmeno il Tablet che non è un'idea o brevetto di Steve Jobs. Ipad2 tra l'altro è costruito su componenti proprio di Samsung. Dopo di che, come altri, Apple ha sfoderato anche ottimi prodotti, Ipad2 non ha ancora concorrenti, il primo è proprio il Samsung appena uscito che viene affrontato a suon di tentate cause e non per competere tecnologicamente con il diverso Sistema Operativo.
Insomma, va bene non conoscere le cose, ma almeno almeno un po' di cautela, no?

Uno spazio di libertà
La replica di Matteo Bartocci
Sprecare alberi preziosi per discutere la qualità dei prodotti Apple mi sembra un delitto ambientale imperdonabile. Su Internet ci sono già migliaia di forum e blog completamente dedicati alle guerre di "religione" tra Mac e resto del mondo. Mi limito a sperare di essermi basato sui fatti. La lettera di Maurizio Zanaldi contiene alcune imprecisioni e un'innegabile verità: il marketing e il packaging sono ingredienti chiave nella strategia di Cupertino. Dietro ogni iPhone c'è scritto: «Designed in California, assembled in China». Un tatuaggio che è la quintessenza del capitalismo "avanzato". Ideazione, sviluppo, negozi e commessi «made in Usa» più operai cinesi. E però, caro Maurizio, il capitalismo è capitalismo ovunque, tanto a Wall Street quanto nella Repubblica popolare, dove è un partito comunista a lasciare mano libera ai padroncini locali. Non credo, purtroppo, che solo Apple ottenga margini di prodotto «che nessuno si può permettere». Sospetto che Gap, Nike, Mattel e altre multinazionali riescano a fabbricare i propri oggetti a costi inimmaginabili per i nostri standard. So però che i dipendenti degli Apple Store italiani, caso raro nel retail, sono assunti a tempo indeterminato e iper-formati (dovrei dire «plagiati»?) per fare il loro lavoro di assistenza e vendita. Forse Marchionne potrebbe imparare qualcosa dai capitalisti americani.
Maurizio però ha molte ragioni. Sulla vicenda Wikileaks la Mela, senza troppe spiegazioni, ha cestinato una «app» che raccoglieva i documenti trafugati dal gruppo di Assange. Un comportamento identico a quello di società come Visa, Mastercard, Paypal e perfino Amazon, sulla cui gigantesca infrastruttura tecnologica sono ospitate le principali aziende del mondo. In questo caso, il comportamento del governo americano è stato senza dubbio pari a quello di «regimi» come Cina e Iran. Una censura illegittima, fulminea e arbitraria che azzoppa secondo me definitivamente il mito della totale libertà di parola su Twitter, Facebook o altre future «cloud» made in Usa.
Ma rimaniamo a Steve Jobs. Nel mio articolo mi limitavo a celebrare l'addio di un inventore senza nessun dubbio straordinario. Per dirne solo una, la storia del «furto» alla Xerox del mouse e dell'interfaccia a icone è una leggenda metropolitana. La Xerox aveva costruito uno spin off, lo Xerox Parc, che (è vero) fabbricò un mouse che costava 300 dollari e un computer che ne costava 16mila. Come usava in quegli anni, Xerox consentiva a molte start-up (com'era Apple all'epoca) di curiosare tra i suoi prototipi per vedere se c'erano idee che si potevano sviluppare. Jobs lo fece e Xerox in cambio ottenne un mucchio di azioni quando la società si quotò in borsa. Per intenderci, era una specie di laboratorio hardware «open source». Ma come dicevo nell'articolo: Jobs non ha inventato né i computer, né gli smartphone, né i lettori mp3, né i tablet né la vendita on line di canzoni o software. Ha però innegabilmente «rivoluzionato» tutte queste cose - che già esistevano - rendendole semplici e utilizzabili a livello di massa. Non secondo me ma secondo un dato oggettivo: il loro successo. Per farlo, è vero, «nessuna compatibilità all'indietro»: Jobs ha distrutto tanta tecnologia. E ha fatto bene, aggiungo io, perché era obsoleta, inelegante e inefficiente. In questo Apple è perfino cannibale: l'iPad e l'iPhone rendono obsoleto l'iPod. Se qualcuno è capace di fare di meglio si accomodi. Hp si è ritirata e Samsung sta perdendo i primi round della «battaglia dei brevetti» in Europa e in Australia perché ha copiato. Almeno questo sostengono i giudici che se ne sono occupati. La competizione nel mercato hi tech è spietata: innovare o fallire. A Jobs - è stranoto - sono successe entrambe le cose.
Non so se il successo di Apple sia merito di una «setta» o delle strategie subliminali del marketing californiano. So però che parlare (bene) di Steve Jobs non è una «resa» al capitalismo. Al contrario, è dimostrarne le contraddizioni, illuminare uno spazio di libertà, trasformazione e creatività che può andare al di là delle intenzioni di chi l'ha progettato. Un adolescente può girare un video della sua band in qualità Hd con un semplice telefonino, mixare l'album con un tablet sul tram, pubblicarlo prima del capolinea su YouTube e venderlo in tutto il mondo via iTunes. Non sono sicuro che tutto questo sia solo il frutto di qualche genio del male o di astuzie studiate alla scrivania. Mi ricordo una frase dello spot «think different» degli anni '80: «Solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di cambiare il mondo lo cambiano davvero». Al bando la cautela: è solo di ciò che non funziona che si deve tacere.

Operazione Apogeo. Le mani della camorra su Perugia (di Libera Umbria)

I trecento appartamenti sequestrati a Ponte San Giovanni
Riprendo dal sito di "LiberaInformazione" ( http://www.liberainformazione.org/ ), ov'è stato pubblicato il 23 settembre 2011, con il titolo Mafie in Umbria, Libera: serve fare presto e bene l'intervento del Coordinamento regionale di Libera Umbria sui sequestri di beni acquisiti dalla camorra avvenuto una decina di giorni fa nel perugino nel quadro di una indagine nazionale denominata Apogeo. L'associazione presieduta dal prete Luigi Ciotti e coordinata in Umbria da Walter Cardinali prepara una grande assemblea poolare a Ponte San Giovanni, la popolosa frazione del capoluogo dell'Umbria, ove sono stati sequestrati circa 300 appartamenti, un albergo, aziende agricole. (S.L.L.)
Walter Cardinali
Noi di “Libera Umbria” non dovremmo meravigliarci dei risultati dell’Indagine Apogeo: ne sottolineavamo l’importanza – con dati di provenienza ufficiale - nel dossier presentato alla Commissione regionale antimafia insieme ad altre associazioni, al fine di diffondere la consapevolezza e l’allarme nell’intera società regionale. E tuttavia le dimensioni dei sequestri di Ponte San Giovanni a Perugia, a danno di una società di comodo collegata al clan camorristico dei Casalesi, hanno determinato anche in noi sconcerto e sorpresa: esse rivelano una penetrazione della criminalità organizzata nel tessuto economico regionale più ampia e ramificata di quanto pensassimo ed evidenziano come non sia più lecito ricondurre la vicenda al semplice riciclaggio e si debba invece pensare a progetti di stabile insediamento.
Il primo sentimento che vogliamo esprimere è quello di gratitudine verso la magistratura e le forze dell’ordine che, con un alto grado di coordinamento a livello nazionale e con un impegno diuturno, hanno spezzato con l’inchiesta e il sequestro i tentacoli della piovra. Ma il compito di una associazione come la nostra, in casi come questo, non può essere limitarsi al sostegno alla magistratura. La nostra idea è che le mafie si fermano e si abbattono se c’è una diffusa consapevolezza e corresponsabilità, un “noi” che rafforza la legalità e il senso della comunità: per questo da anni in Umbria facciamo al nostro meglio opera di informazione, di sollecitazione alle istituzioni democratiche locali, di educazione, di valorizzazione delle positive memorie di chi le mafie ha combattuto. Sentiamo che oggi anche a noi s’impone un salto di qualità nella riflessione per capire meglio quali leggi e provvedimenti chiedere allo Stato centrale, quali misure ed interventi sollecitare da parte di Regioni, Province, Comuni, quale impegno stimolare nelle organizzazioni sindacali e imprenditoriali, nell’associazionismo e nel volontariato, nei singoli cittadini per combattere le mafie.
La riflessione ha due livelli.
Il primo – più generale – riguarda la penetrazione economica delle mafie nelle città dell’Umbria che va certamente al di là delle operazioni già rivelate dalla magistratura e che probabilmente continua. Essa ha certamente collegamenti con l’accertata presenza nel perugino di uno snodo importante del narcotraffico. Una delle conseguenze di questo fatto sono le grandi dimensioni dello spaccio, generalmente affidato alla criminalità extracomunitaria, che attira consumatori da altre zone e le cifre da record delle morti per overdose. Un’altra conseguenza è appunto l’ottima conoscenza del territorio e delle sue opportunità anche di riciclaggio e di reinvestimento da parte delle mafie. Noi vorremmo poter confrontare con istituzioni ed esperti la nostra ipotesi di lavoro che la politica di contrasto concentrata sul tema della sicurezza e dello spaccio sia insufficiente – come del resto mostrano i risultati – e che per contrastare davvero la droga (e anche lo spaccio) sia indispensabile un più forte impegno sul grande traffico e sul ruolo delle grandi organizzazioni criminali.
Una seconda considerazione di carattere generale riguarda la debolezza del tessuto economico e imprenditoriale umbro, che rende la Regione più facile terra di conquista da parte delle mafie, che non sembrano soffrire crisi di liquidità. In particolare – nel tempo di una crisi economica generale e globale - si rivela fragile uno sviluppo concentrato sul ciclo del cemento e dell’edilizia. La verticale crisi del mercato e dei prezzi delle abitazioni offre alle infiltrazioni della criminalità organizzata ottime opportunità. Riteniamo che sia molto da ripensare lo sviluppo economico e urbanistico della Regione, ma che intanto, da parte delle pubbliche istituzioni, delle banche e degli istituti finanziari, servano iniziative di sostegno alle imprese in difficoltà finanziarie anche per evitare che si associno con il “diavolo” o che gli vendano imprese, aziende o immobili.
Il secondo livello di riflessione riguarda la specifica vicenda di Ponte San Giovanni. “Libera” non ha ricette salvifiche; pensiamo però che anche in questo caso la via maestra sia il coinvolgimento più ampio possibile delle istituzioni e dei cittadini singoli o associati. Intendiamo chiamare a raccolta la popolazione in una grande assemblea entro il mese di ottobre, per offrire in primo luogo ai cittadini di Ponte San Giovanni il massimo di informazione su quanto è accaduto attraverso la presenza di magistrati e di “Libera Informazione” e la testimonianza degli Enti Locali antimafia associati in “Avviso Pubblico” su quello che si può fare per fermare e impedire infiltrazioni. Vorremmo costruire l’assemblea in modo che sia possibile ai cittadini di esprimere i propri dubbi, le proprie preoccupazione e formulare le loro proposte. Inviteremo perciò le associazioni e inviteremo le istituzioni, a partire dalla Regione con sua Commissione antimafia, dal Comune e dalla Provincia, perché rispondano alle sollecitazioni esplicitando le proprie volontà d’intervento. Inviteremo le associazioni sindacali, imprenditoriali e le banche. Ognuno deve dire la sua, ognuno deve non solo fare le sue proposte ma mettere in comune il proprio impegno. Pensiamo che un tema urgente di riflessione sia il “che fare” delle costruzioni sottoposte al sequestro, un vero e proprio quartiere, che senza interventi sarebbe destinato al degrado e contribuirebbe al degrado di tutta l’area di Ponte san Giovanni.

Citazioni del colonnello Gheddafi (dai "Vuoti di memoria" di Alberto Piccinini)

Dai “Vuoti di memoria”, la rubrica di citazioni che sul “manifesto” ottimamente cura Alberto Piccinini, per salvarci dall’amnesia e dalle crisi d’identità, ho ripreso questi due brani, assai lontani nel tempo l'uno dall'altro, del colonnello Gheddafi, l'uno e l'altro trascelti nel mese di agosto scorso. Le logiche che il capo libico segue mi appaiono molto lontane da quelle dominanti in Occidente, ma non mi sembra affatto il matto che raccontano. (S.L.L.) 
Reagan (Intervento alla Tv libica – 1985)
Tripoli, 17 apr - Il colonnello Muammar Gheddafi ha parlato iersera alla televisione libica. Dopo un saluto alle popolazioni arabe, Gheddafi ha chiesto alla nazione araba di interrompere le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti. Egli ha plaudito alla posizione dei paesi arabi che hanno manifestato contro l'aggressione. Ed ha detto che ciò da corpo, fattivamente, all'unità araba. Gheddafi ha poi detto: «Allah è il più grande. Più grande dell'America, più grande del patto Nato. La grandezza, qui, è di un piccolo stato che fronteggia da solo le flotte americane e nordatlantiche. Noi in Libia - ha sottolineato - non abbiamo ordinato di uccidere nessuno, e non siamo responsabili delle operazioni avvenute in Europa od altrove». «Noi in Libia lavoriamo per unificare la nazione araba e per liberare l'intera Palestina e non siamo nè degli assassini nè terroristi come asserisce Reagan». Egli ha aggiunto: «E' Reagan l'infanticida. E' lui che ha mandato i suoi aerei per distruggere le nostre case, le nostre scuole, le nostre fattorie ed ammazzare i nostri bambini e le nostre donne. Noi non lasceremo il nostro lavoro per realizzare l'unità della nazione araba e non ci spaventeranno le incursioni degli aerei di Reagan, che delira per folle violenza». Il colonnello Gheddafi ha poi elogiato la posizione della Francia che ha rifiutato l'uso del proprio spazio aereo agli aerei americani che hanno attaccato il popolo arabo libico. (Ansa-Jana, 17 aprile 1986)
“il manifesto” 27 agosto 2011

Auguriamo (Intervento all’Università La Sapienza di Roma, 2009)
Supponiamo che facciano una legge sul trattamento da riservare agli immigrati: tutto il popolo italiano studierà la legge seduto su delle sedie. Questi sono i congressi del popolo. E ogni congresso esprimerà la propria opinione sulla legge che sta esaminando. Poi tutti i delegati di questi congressi giungeranno a Roma, ci saranno 2.000 persone e ognuno porterà l'opinione del suo congresso espressa durante la discussione. Poi vengono formulate queste opinioni insieme per farne uscire un'unica legge dove vengono osservate e tenute in considerazione le opinioni di tutto il popolo. (...) L'alternanza del potere vuol dire che c'è della gente che si prende e si trasmette il potere tra di loro. Se ci fosse democrazia non ci sarebbe un'alternanza di potere. La democrazia significa il popolo che detiene il potere. Come fa a consegnarlo a uno? Il popolo reale ha il potere. È per la democrazia popolare diretta. Come potrebbe eleggere delle persone perché lo governassero? Qualsiasi popolo che sia giunto al potere come lo è il popolo libico non lo cederà assolutamente. Il popolo libico è ormai arrivato alla fine del cammino, ossia l'esercizio della democrazia popolare diretta. Auguriamo che la raggiungano anche il popolo italiano e gli altri popoli del mondo. (Muhammar Gheddafi, discorso all'Università La Sapienza, Roma, 12 giugno 2009)
“il manifesto” 25 agosto 2011

I cento anni del generale Giap (di Pietro De Gennaro)

Da "il manifesto" - 25 agosto 2011 (S.L.L.)

«Giap... Giap... Ho Chi Minh», era lo slogan ritmato ad ogni manifestazioni del movimento studentesco in tutto il mondo. Erano gli anni tra il 1968 e il 1975. In Vietnam del Nord, gli Stati Uniti continuavano a bombardare con i B 52 e con il napalm città e campagne. Ma gli Usa non avevano fatto i conti con un omino alto poco più di un metro e mezzo, un esercito di popolo, quello del Nord, e un gruppo di guerriglieri che a Sud tenevano sotto scacco l'esercito più potente al mondo. L'omino si chiama Vo Nguyen Giap e oggi compie 100 anni.
Nel 1995, incontrandolo ad Hanoi per i festeggiamenti del ventennale della liberazione e dell'unificazione del Vietnam, ad una mia domanda sulla sua data di nascita mi rispose che era molto vecchio «ma ancora molto giovane dentro». Giovanissimo si era iscritto al Partito comunista e nel 1933 era entrato all'università di Hanoi, dove si laureò in economia politica e diritto. La sua passione era la lettura delle campagne militari napoleoniche, dei testi di Clausewitz e degli insegnamenti dei condottieri vietnamiti che si erano opposti nel corso di duemila anni ad ogni tentativo di occupazione.
L'incontro con Ho Chi Minh, allora leader politico della guerra di liberazione, rientrato in patria dall'esilio parigino e da poco scarcerato, fu per lui fondamentale: «Sarà la lotta fra una tigre e un elefante» profetizzò Ho Chi Minh. Giap, che mai aveva messo piede in un'accademia militare, a chi metteva in discussione la sua scarsa preparazione bellica, rispondeva «è la lotta armata popolare la scuola migliore».
Nel 1992, emozionatissimo, incontrai per la prima volta il generale Giap, ormai in pensione. Ero con un troupe della Rai , e per il manifesto, e dovevamo farci raccontare tutto sulla battaglia di Dien Bien Phu. Ci accolse lui stesso nella sua modestissima villetta ad Hanoi, sottobraccio alla moglie. Dopo averci fatto accomodare in un bellissimo giardino da lui stesso curato, prima dell'intervista ci chiese di scattare una fotografia tutti insieme: mi spiegò che amava raccogliere le foto delle persone amiche che lo andavano a trovare. «Eravamo nel dicembre del 1953, le perdite nell'esercito francese iniziavano ad essere sensibili. I paracadutisti francesi occuparono la conca di Dien Bien Phu, proprio al confine con il Laos, dove fu costruita una base aerea di appoggio alle truppe di terra. La postazione, che poi si rivelò fatalmente una chiusa roccaforte poco difendibile, avrebbe dovuto essere la testa di ponte per rapide sortite all'interno del territorio nemico. Il 13 marzo 1954, cinquantamila uomini ai miei ordini iniziarono l'assedio a Dien Bien Phu, coronando una paziente manovra durata sette anni. Avevamo creato le condizioni di una battaglia decisiva su un teatro operativo scelto e preparato da noi. Dopo 55 giorni di combattimento, la base cadde nelle mani delle forze vietnamite». Era il 7 maggio del 1954, gli accordi di Ginevra spaccarono in due il Paese.
Non poteva esserci pace senza riunificare il Vietnam. L'8 marzo 1965 i primi 3.500 marine sbarcarono nel porto di Da Nang, avviando una rapidissima escalation militare americana. La disparità tra i due eserciti era netta. Giap escogitò la costruzione di minuscoli nascondigli sotterranei; per limitare i bombardamenti aerei ordinò ai soldati di mantenere sempre un contatto con il nemico e di allontanarsi soltanto quando fosse strettamente necessario. Per aggirare e confondere il nemico e per rifornirsi di armi e vettovaglie si pianificarono sconfinamenti in Cambogia e in Laos attraverso la «pista di Ho Chi Minh».
Poco prima dell'offensiva del Tet, all'inizio del 1968, Giap dichiarò al quotidiano francese Le Monde che se dopo così tanti mesi di scontri l'esercito statunitense, che aveva raggiunto le cinquecentomila unità, non aveva ancora avuto il sopravvento, allora non avrebbe mai potuto domare la resistenza del popolo vietnamita. "Gli Stati Uniti fanno la guerra con l'aritmetica. Interrogano i loro computer, fanno somme e sottrazioni e su quelle agiscono. Ma qui l'aritmetica non è valida: se lo fosse, ci avrebbero già sterminato". Il 30 aprile del 1975 le truppe del Generale Giap entrarono a Saigon cacciando gli americani e il loro fantoccio Thieu.
Da anni Giap non è più all'attenzione della nuova nomenclatura vietnamita, ma continua la sua battaglia, perfino ecologica, per ricordare alle nuove generazioni che la storia di un paese non deve essere dimenticata.

La paura del futuro (di Paolo Villaggio)

Il brano è tratto dalla rubrica "Il benpensante" su "il manifesto" del 26 agosto 2011.(S.L.L.)
Fino a pochi anni fa il bar sotto casa era un covo di benpensanti, argomenti: “Meglio il Milan o l’Inter?” “Dove si mangia bene e si spende poco” e argomento che infiammava le serate “Meglio il culo di Letizia o quello di Giulia”. La parte finale di tutte le serate era allegra e divertente, perché il “culismo” è una malattia endemica. Ma all’una ci si salutava male, ridendo, ma in fondo quasi felici. Ho cambiato quartiere, ho cambiato caffè, un posto elegante, nel senso che costa il doppio del mio vecchio bar, ma qui non parla mai nessuno. Affamato di conversazioni sul tempo e sui culi, son tornato al bar covo di allegri benpensanti. Arrivo all’improvviso, mi accolgono come Scipione l’Africano dopo la vittoria di Zama. Poi silenzio: non parla più nessuno. Io: “Ma che succede? Vi sento spenti?”
Interviene il barman in persona: “Dotto’ questi non parlano perché non capiscono esattamente quello che dicono quelli della casta politica, hanno paura, sono anziani e hanno paura del futuro”.

Il mercato che impoveriscce (di Giuseppina Ciuffreda)

Il brano che segue è tratto da "il manifesto" del 26 agosto 2011, dalla rubrica "Ambiente viziato", ove compare sotto il titolo L'economia dell'impoverimento. (S.L.L.)
Karl Polanyi
Un paradosso contemporaneo è la convinzione di poter controllare la natura ma non i mercati. Si manipola un organismo che opera magistralmente da tre miliardi e mezzo di anni, ma si ritiene impossibile cambiare un tipo di economia creata dall'uomo stesso. L'economia che fa girare il mondo è infatti un'invenzione recente, coeva della Rivoluzione industriale. I mercati sono sempre esistiti ma non l'economia del laissez-faire, del lavoro salariato e dell'uso insostenibile della natura. Nella Grande trasformazione Polanyi definisce un atto di fede il mercato che si autoregola perché il lasciar fare da solo non approderebbe a nulla. Per affermarsi deve essere imposto, e lo fa con l'aiuto dello Stato. Valutazione condivisa da Fernand Braudel in Civiltà materiale, economia e capitalismo, XV-XVIII secolo: i capitalisti non hanno mai usato liberi mercati ma un regime di monopolio, appoggiati dagli Stati contro il resto della popolazione.
I padri fondatori dell'economia di mercato erano convinti che seguendo le sue leggi "naturali" ci sarebbe stato benessere per tutti. Furono molto sorpresi quando si resero conto dei poveri. La distruzione della società rurale inglese aveva trasformato dignitosi contadini privati del reddito agricolo e del loro ambiente culturale in »una folla di mendicanti e di ladri» (Polanyi). Nonostante le misure sempre più dure adottate per eliminare la protezione sociale e della natura, ostacoli al libero mercato e alla sua necessaria affermazione su scala mondiale, i poveri aumentavano. Alla fine fu chiaro che la crescita della ricchezza della società e delle classi al potere portava con sé la miseria di ampie fasce di popolazione e l'era vittoriana vide una forte reazione di autodifesa della società: legislazioni sociali, filantropi, pionieri ambientalisti, socialisti, movimento operaio...
L'economia del libero mercato è dunque una creazione umana datata, che in poco più di due secoli ha portato benessere materiale a parti consistenti di popolazione mondiale producendo allo stesso tempo catastrofi ambientali e sociali planetari. Per Braudel, Polanyi e Marcel Mauss, teorico dell'economia del dono, il suo difetto di fondo è l'aver messo al centro della vita sociale il guadagno, ritenendo caratteristica principale dell'agire umano la vocazione a perseguire il proprio interesse materiale. Ma l'economia non è mai stata al centro delle culture pre-industriali. Relazioni, riti e simboli sono sempre stati al primo posto, accanto alle attività tese a soddisfare bisogni di base.
L'esempio più citato, anche da Mauss e Polanyi, è lo studio di Bronislaw Malinowski Argonauti del Pacifico Occidentale, pubblicato nel 1922 dopo due anni di permanenza nell'arcipelago delle Trobriand. Osservando le relazioni commerciali intertribali degli indigeni, Malinowski distinse due tipi di commercio: per i bisogni materiali delle comunità e il Kula Ring, un commercio cerimoniale ben più importante. Le spedizioni rituali, con radici nel mito, seguivano un circuito chiuso tra le isole per scambiare lunghe collane di conchiglia rossa e braccialetti di conchiglia bianca, indossati soltanto per occasioni eccezionali. Un possesso a tempo, poi gli ornamenti tornavano a circolare. L'obiettivo era la coesione sociale e la creazione di relazioni permanenti tra donatori.

23.9.11

Il Sessantotto sommerso e il giglio dell'amore ("micropolis" novembre 2008)

Recupero questo mio scritto d'occasione dalla rubrica "La battaglia delle idee" nel numero di "micropolis"del novembre 2008, ove apparve con un titolo diverso (L'anno più  lungo). (S.L.L.)

Organizzata dalla Cgil di Perugia si è svolta il 17 novembre una tavola rotonda sul tema 1968, l’anno più lungo del secolo breve. Coordinati da Fabio Mariottini, direttore di "micropolis", ne hanno ragionato il segretario della Camera del Lavoro provinciale Mario Bravi e gli storici Sandro Portelli e Renato Covino. Nel titolo la chiave del discorso a più voci: oggetto del dibattere non è l’“anno fatidico”, ma un arco di tempo più ampio, che si apre nei primi anni sessanta in America e si chiude intorno al ’78, dopo il delitto Moro.
L’impostazione evita la caduta nel “reducismo” che imperversa, di volta in volta epico, autoironico o melanconico. Diverte peraltro un siparietto. Da una parte Portelli: “Nel Sessantotto non c’ero, facevo il militare a Pozzuoli”; dall’altra Covino: “Io c’ero, ma per quelli che ci raccontavano di aver fatto la Resistenza usavamo slogan pesanti, che chiedevano conto del dopo”. Per tutti i relatori la spinta iniziale del 68 è la tensione antiautoritaria che percorre molti pezzi di società nell’Occidente capitalistico (dai neri d’America agli abitanti delle periferie parigine o romane, dagli operai di molti paesi alle donne di tante estrazioni e condizioni) e mette in discussione gerarchie consolidate. La rivolta, spesso latente e sempre frammentata, trova un catalizzatore nei moti studenteschi e un tema unificante nell’opposizione alla guerra nel Vietnam.
Portelli, narratore gioioso, rievoca, in particolare, la Convenzione del Partito democratico americano, con le automobili della polizia venuta ad arrestare i rivoltosi circondate per due giorni da un immenso sit-in. A uno a uno, tolte le scarpe, vi salivano su studenti e studentesse per “prendere la parola”. Ci sono venuti in mente I dieci giorni che cambiarono il mondo di John Reed: in diretta, anche la Rivoluzione russa appare una “presa della parola” più che una “presa del potere”. Portelli ricorda anche il successo dalla parola “contestazione”, che appunto significa una risposta (denuncia) apertis verbis alle ingiustizie, alle magagne, alle menzogne dei potenti.
La rappresentazione del carattere democratico del movimento, della sua capacità di scuotere ogni ambito della vita sociale percorre tutti gli interventi; sorprende semmai, in una iniziativa della Cgil, il poco spazio dedicato agli operai italiani, ai delegati di reparto, ai Consigli di fabbrica. Covino avvia la riflessione più difficile: come, quando e perché si chiude in Italia il “movimento” e quali effetti lascia, quantificando le vicende personali delle “avanguardie di massa”: qualche migliaio di giovani travolti dalle droghe; altrettanti risucchiati dal terrorismo; altri, cambiando anche radicalmente posizione, in carriera nell’imprenditoria, nelle professioni, nel giornalismo; più numerosi quelli che scelgono l’impegno nei partiti di sinistra o nel sindacato. Lascia filtrare anche una domanda sulla durata e l’intensità del movimento nel nostro paese. Non usa la categoria della “crisi di regime”, a lui e a noi cara, ma ne accenna i contorni.
Alla seconda parte del “68 lungo”, quella che si può considerare la sua parabola discendente e fare iniziare con la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, ha dedicato Anni Settanta (Einaudi, 2007) Giovanni Moro, sociologo politico e figlio di Aldo, un denso libretto a nostro avviso sottovalutato perché impropriamente accostato ad altri libri di figli di vittime della violenza politica. In realtà il capitolo dedicato al “caso Moro”, influenzato dalla pietà filiale, è la parte più debole del saggio che del decennio trattato segna confini, indaga conflitti, disegna dinamiche e blocchi e contiene una definizione della crisi che a noi pare perfetta: “…era una specie d’inceppamento di tutti i meccanismi che fino a quel momento avevano garantito uno sviluppo forse caotico ma impetuoso e che, improvvisamente, non funzionavano più – penso anche per incapacità di fare fronte ai loro stessi successi”.
Tra i conflitti ne segnala specialmente uno, quello “di cittadinanza”, che riguarda la democrazia come fatto quotidiano e ha per oggetto la democratizzazione della vita quotidiana e dei rapporti sociali, cioè cose come il sistema del welfare (sanità, casa, scuola, trasporti, etc.), le relazioni tra Stato, corporazioni e cittadini, la famiglia e la condizione della donna, il territorio e l’ambiente, il mercato e il consumo. Ed è il “movimento”, più che il fragile riformismo dei partiti, a determinare la lista delle“riforme”, talora compromissorie e rabberciate, caratteristiche del “68 lungo”: sanità, psichiatria, aborto, consultori, equo canone, statuto dei lavoratori, gabbie salariali, 150 ore, etc.. Sul Sessantotto Moro avanza l’ipotesi di una divaricazione tra la “superficie”, quelle che abbiamo definito “avanguardie di massa”, e una parte sottostante, una sorta di fiume carsico che si inabissa per esprimersi poi nel movimento delle donne, nella partecipazione popolare nel territorio (i comitati di quartiere) o nella scuola, etc. E’ forse lo stesso tipo di Sessantotto di cui parla Portelli nell’incontro perugino, quando dà conto di una ricerca romana fatta tra quelli che stavano nelle ultime file delle assemblee e che parlavano poco anche prima che leaderismo e gruppismo togliessero (di nuovo) la parola ai più.
Si scopre che la maggior parte di loro lavora nel pubblico (medici, insegnanti, psicologi, assistenti sociali, tecnici dell’ambiente, etc.) e che difende con le unghia e coi denti quel tanto di socialità nel loro agire quotidiano che non è stato distrutto dalla “lunga restaurazione”. Ci viene in mente la poesia sulla Resistenza che Tobino usò come premessa al suo romanzo Il clandestino, quella che comincia con “Era un amore amici che doveva finire” e finisce con “Rimane in noi il giglio di quell’amore”. Forse anche in quelli del 68 (in molti se non in tutti) rimane il giglio di quell’amore.

L'uomo economico. Il "Finanzcapitalismo" di Luciano Gallino (di Benedetto Vecchi)

Recupero da "alias" del 30 aprile 2011 questa che è una recensione, ma anche un'utile sintesi del bellissimo Finanzcapitalismo di Luciano Gallino (Einaudi, 2011). Benedetto Vecchi non si limita a a una ricognizione tematica, ma efficacemente connette il nesso tra economia, cultura e vita sociale e spiega come il libro di un riformista coerente possa evidenziare l'impossibilità di ogni tradizionale riformismo ed essere utile a chi cerca un nuovo modo di fare la rivoluzione. (S.L.L.)
Luciano Gallino
Generalmente un saggio non viene letto o analizzato per il suo stile di scrittura, ma per i contenuti o il punto di vista che propone. E tuttavia un saggio sedimenta attenzione se è scritto in maniera avvincente.
Questo di Luciano Gallino – Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi (Einaudi «Passaggi», pp. 324, €19,00) – ha alcuni capitoli che scorrono come un romanzo di Elio Vittorini, mentre altri hanno il ritmo contratto di chi vuole spiegare le cause della crisi economica senza lasciare nessuno spazio a una possibile ambivalenza di ricezione.
Nel corso degli ultimi trent’anni, sostiene Gallino, l’egemonia neoliberista ha puntato a costruire un «uomo nuovo», cioè quell’«uomo economico» che definisce il suo stare in società secondo la fredda contabilità dei costi e dei ricavi. Strumento di tale progetto è stata la finanza, che ormai plasma l’insieme delle relazioni sociali.
Il neoliberismo descritto in questo saggio ricorda la figura mitologica del Beemoth, che nella Bibbia si contrappone al Leviatano e che Thomas Hobbes ha usato come metafora di un caos che va ricondotto all’ordine da parte dello Stato. In questi ultimi trent’anni Beemoth si è preso la rivincita sul Leviatano, che negli scritti dei neoliberali non coincide però con lo Stato hobbesiano, bensì con il welfare state. Per Gallino il neoliberismo è un’ideologia totalitaria incardinata sulla figura dell’homo oeconomicus e tuttavia flessibile perché può convivere sia con regimi politici democratici che con regimi politici autoritari, come la Cina contemporanea, a patto però che non venga mai messa in discussione la religione del libero mercato.
Finanzcapitalismo è dunque un testo critico verso le società capitaliste e figurerebbe bene in un’ideale biblioteca del pensiero critico. Eppure Luciano Gallino non è un teorico radicale. È infatti un esponente di quel filone riformista che in Italia è stato spesso minoritario nella sua proiezione politica. Nella costellazione teorica cui fa riferimento ci sono Max Weber, John Maynard Keynes, Karl Polany, il Max Horkheimer critico del «marxismo sovietico», ma anche i liberalsocialisti della sua Torino – i fratelli Rosselli, Piero Gobetti e Norberto Bobbio. Anche la sua riscoperta de L’uomo a una dimensione di Herbert Marcuse non concede nulla al radicalismo politico. Più semplicemente ciò che ha sempre interessato Gallino, anche nella sua critica feroce alla precarietà, è di dare forma teorica al tentativo «riformista» di introdurre elementi correttivi a un capitalismo che, se lasciato a se stesso, distruggerebbe la democrazia politica e sociale. Sono queste le coordinate su cui ha sempre puntato la sua bussola.
C’è infatti un filo rosso che lega la sua iniziale attività di studioso con la sua ultima produzione teorica. Una coerenza che viene tuttavia scambiata per radicalità teorica sia dai totalitari liberisti che dagli orfani del pensiero critico. Sono proprio le pagine che ricostruiscono la genesi e l’affermazione del neoliberismo le più avvincenti. Dalla sconfitta negli anni trenta, quando si imposero le teorie economiche keynesiane, alla riorganizzazione, attraverso think tank e fondazioni lautamente finanziate da imprese e capitalisti, i teorici neoliberali devono aspettare comunque la crisi economica degli anni settanta per uscire dalle aule universitarie e proporsi come consiglieri di aspiranti principi, la cui missione era la distruzione del welfare state, un virus che stava lentamente distruggendo il capitalismo e, negli Stati Uniti, l’american way of life. Il liberismo è così indicato come unica via d’uscita dalla crisi del capitalismo, modificando, a favore delle imprese, i rapporti tra le classi sociali.
L’aspetto più stupefacente di questa egemonia è che i suoi dogmi sono assunti come verità rivelate anche dalla sinistra politica europea. Se altri studiosi – David Harvey, Michael Foucault, ad esempio – hanno indagato la costruzione dell’egemonia culturale del pensiero neoliberale, Gallino mette in rapporto il neoliberalismo e la crescita della finanza, che diventa il motore dello sviluppo economico, determinando però le condizioni di una fragilità estrema del capitalismo. Allo stesso tempo, è un’egemonia culturale che cancella la separazione tra politica ed economia, attraverso le revolving doors, cioè porte girevoli che consentono a politici di professione di diventare manager di imprese e a manager di imprese di intraprendere fortunate carriere politiche. Il conflitto di interessi – chi è a capo o svolge mansioni dirigenziali in un’impresa non potrebbe, in quanto esponente di un governo, prendere decisioni politiche verso settori in cui quell’impresa opera – viene cioè legittimato, portando alla formazione di una piccola ma potentissima élite globale. Non è dunque un’anomalia solo italiana, ma è caratteristica di tutti i paesi capitalistici. E Gallino è attento a segnalare come in Inghilterra, Francia, Spagna, Germania e ovviamente Stati Uniti l’osmosi tra economia e politica viene modellata in funzione del credo neoliberista.
Storia nota, obietterebbe chi ha studiato il neoliberismo. Ma nel libro di Gallino c’è la sottolineatura che il neoliberismo ha prodotto una «civiltà-mondo» che ha nella finanza un impalpabile e tuttavia efficiente strumento di governo globale. La finanza cioè è l’esempio più tangibile di come funzioni quel «capitale come potere» che ha destato l’attenzione di molti studiosi anglosassoni e tedeschi.
La finanza cessa così di essere un elemento parassitario, improduttivo del capitalismo. Da una parte è espressione del potere del capitale sulla società, dall’altra funziona come strumento di coordinamento e governo delle attività produttive. La finanza cessa cioè di essere un’anomalia per diventare, nella sua logica espansiva, la logica dominante nel capitalismo. Gallino descrive la trasformazione di alcuni prodotti finanziari (i derivati) in un potenziale sistema monetario alternativo a quello «tradizionale»; e desta sgomento leggere del «gioco» che condiziona l’andamento dei prezzi delle materie prime e degli alimenti non solo speculando, ma riorganizzando
interi settori produttivi su scala planetaria, in barba al fatto che in questo modo cresce la povertà e va in pezzi il legame sociale. Infine, la finanza è un’ipoteca sul lavoro futuro di uomini e donne. È cioè uno strumento per appropriarsi usando un linguaggio marxiano, del plusvalore presente e futuro. I derivati, le cartolarizzazioni cessano così di essere solo strumenti finanziari, ma fattori immanenti di una produzione capitalistica che si basa sul debito. E dove la povertà è sinonimo di lavoro: con buona pace di chi vede in tutto ciò la chiave di accesso alla «società della conoscenza», espressione usata, nella sua versione neoliberista, per dare una connotazione positiva a una realtà sull’orlo di un’apocalisse sociale e culturale. La crisi è quindi condizione permanente del finanzcapitalismo.
La distruzione di ricchezza, la povertà, la crescita di un esercito di lavoratori poveri, il declassamento del ceto medio non sono quindi incidenti di percorso, ma elementi stabili della contemporanea «civiltà-mondo».
Difficile però pensare a un ritorno al passato, avverte Gallino. E da riformista di razza come egli è, invita a rallentare la corsa, a intervenire affinché il potere del capitale venga ridimensionato, attraverso una rigida regolamentazione della finanza. Oppure declinare diversamente quella polarità tra riforma e rivoluzione su cui si è da sempre arrovellato il pensiero critico. E pensare la rivoluzione non come un cambiamento di chi esercita la decisione politica, ma come un processo diffuso che fa leva su quanto riesce a costruire e affermare quella moltitudine di uomini e di donne che cessano di essere solo oggetto passivo e che si riappropriano di quanto il finanzcapitalismo ha tolto loro.

La luce di Roma. Rutilio Namaziano e il fascino delle rovine (di R. Andreotti)

Recensendo su “alias” del 30 aprile 2011 una riedizione del De reditu di Rutilio Namaziano, il poema più significativo della tarda antichità, a mio avviso un vero capolavoro, Roberto Andreotti la confronta con la precedente edizione einaudiana (1992), che ha in comune con la nuova (Nino Aragno Editore) un saggio del maggiore specialista rutiliano vivente, Alessandro Fo. Andreotti verifica quella e altre interpretazioni, in un breve e succoso saggio su quel poeta trascurato ma importante. Ne “posto” qui uno stralcio. (S.L.L.) 
Con che equipaggiamento affrontare il mondo di un poeta latino del V secolo, così poco scolastico già quando eravamo ragazzi noi, tra Orienti e Occidenti, invasioni barbariche e fine della Storia, Augusti bambini, città di Dio e resipiscenze pagane?  
Confesso di essermi armato molto alla leggera, anteponendo per una volta a Gibbon, Curtius e ai maestri moderni (Marrou, Mazzarino, Peter Brown…) la piccola sintesi che fa da sfondo alla Galla Placidia pubblicata da Lidia Storoni Mazzolani a metà degli anni settanta: tenere bene insieme le fonti antiche e la bibliografia scientifica senza mai cadere in psicologismi biografici, per un ripasso alla svelta della grande «crisi» culminata nel 410 col Sacco di Roma. La coltellata dei Visigoti al cuore dell’impero era stata preceduta dal lungo assedio di Alarico e da una rete ambigua di relazioni ‘diplomatiche’ con Stilicone, il vandalo romanizzato divenuto comandante supremo delle forze armate e ‘tutore’ di Onorio e Arcadio. Dopo di che, i Goti rimontano la penisola italiana (412) diretti in Provenza, invadono la Gallia Narbonese e l’Aquitania, prendono Tolosa e Bordeaux, prima di espandere nelle Spagne la lunga scia di fuoco e demolizioni.
È a séguito di questi avvenimenti che Claudio Rutilio Namaziano, un esponente della aristocrazia latifondista galla affermatosi brillantemente come funzionario a Roma – di cui infine diviene praefectus (il ‘sindaco’) –, decide a malincuore di lasciare la capitale per fare ritorno nella Narbonese a restaurare i possedimenti danneggiati dall’onda visigota. De reditu suo è il ‘diario’ in versi – distici elegiaci raffinatissimi, all’alessandrina – di quel viaggio ‘Roma adieu’ che tappa dopo tappa lo riporta sino alla patria d’origine nei pressi di Tolosa; viaggio realizzato per mare, lungo un’Italia ancora ferita, probabilmente nel 417 (o 415), che ora l’editore Nino Aragno pubblica con testo originale a fronte in una nuova, elegante traduzione a cura del grecista Andrea Rodighiero .
Qual è, in sintesi, la cifra psicologica di questo poemetto odeporico (odeporico = “che ricorda un viaggio” n. S.L.L.), così tenacemente aggrappato al mito di Roma come sistema unificante («di popoli diversi hai fatto un’unica patria»), i cui valori civili, esistenziali e letterari vengono sempre filtrati dal canone classicista? (Venere genitrice di Enea è ancora ‘lucreziana’, Marte è sempre il padre di Romolo e Remo, il destino di Roma è quello preconizzato da Anchise nel VI libro dell’Eneide). Cos’è che rende ‘umanistiche’ persino le rovine, e struggente la memoria degli amici vivi e morti, i quali finiscono, alla lettura, in un ideale indice dei nomi accanto a Cincinnato e Attilio Regolo, i sobri eroi di «frugalità e modestia» della remota età repubblicana?
È stato soprattutto Alessandro Fo a insistere sulla «luce di statue» sotto cui Rutilio cercherebbe via via di strappare all’oblio cose, luoghi, persone, città, giorni felici – oltre che il suo stesso poema. Così questo viaggio à rebours è, in fondo, un protratto distacco dal ‘codice’ millenario di Roma («un oblio sciagurato potrà colpire il sole / prima che la tua gloria svanisca dal mio cuore»), squadernato sinotticamente mediante il reticolo letterario delle allusioni: sottile e feroce – una per tutte – quella che paragona la «setta» dei monaci eremiti della Gorgona ai compagni di Ulisse avvelenati da Circe («Là si mutavano i corpi, qui si trasformano gli animi»).
Cinquant’anni fa Italo Lana scriveva che rispetto «a una qualunque pagina di un autore cristiano del tempo» – dove si sente pulsare la vita «attiva» –, il mondo di Rutilio appare «fermo e stagnante»; questa visione asfittica del Tardoantico pagano rispetto al florido cristianesimo è stata parzialmente riscattata da Fo, che anzi nell’edizione del Ritorno per Einaudi (1992) non ha avuto pudori nell’abbinare alla dottrina del filologo un pur «vigile sentimento della nostalgia» – parole sue –, rivendicando quasi i diritti culturali di un’epoca ammaliante proprio perché «alla fine»: quel V secolo sul cui «sfondo» è possibile vedere «agitarsi conflitti iperbolici, devastazioni e fuochi, rivoluzioni interiori, addii». Uno specchio per il Novecento agli sgoccioli? … Basterebbe la Stimmung con cui si apriva l’edizione einaudiana: «Con Rutilio si accosta una stagione poetica oggi quasi interamente dimenticata, quella tardolatina. I pochi che al di fuori della cerchia degli studiosi ne abbiano notizia conoscono un modo principale di avvicinarvisi, ed è sognarla. La sua posizione nell’arco della storia invita sempre a sfogliarne i reperti come si sfoglia un’opera delicata, tranquillamente seduti in una veranda, al sole particolare del tramonto…». È un po’ la patologia che adesso Fo chiama «decadimentismo» in quest’edizione Aragno (chiara emanazione dell’altra), alla quale egli premette stavolta un fluviale saggio soprattutto per censire, nel corso di un inseguimento che ha del mostruoso, quasi un ventennio di ‘effetto-Rutilio’…
Ma veniamo decisamente al Ritorno originale: più esilio che nóstos, scrisse ancora Fo. Difatti una strategia di citazioni letterarie, oltre alla scelta stessa del metro, svela che Rutilio si modella allusivamente su Ovidio, e l’Ovidio ça va sans dire esule (sia pur per tutt’altre ragioni) sul Mar Nero fra genti barbare, circa quattro secoli prima. Anche senza i fulmini di Augusto il congedo ‘volontario’ di Rutilio appare abbastanza straziante, e girato al rallentatore («È bello voltarsi ancora
spesso alla città vicina, / e seguire, con lo sguardo che viene meno, la linea dei monti» (I, 189-90); così dopo il makarismós («beato / chi ha meritato di nascere su questo suolo felice…») e i «molti baci» impressi «alle porte che dobbiamo lasciare», c’è tutto il tempo per un lungo e celebre «Inno a Roma» dea fra gli dèi, il cui impianto retorico ricalcherebbe secondo Doblhofer – autore di un’edizione-spartiacque uscita negli anni settanta – il discorso dei magistrati in missione al momento della partenza, coi voti per la città e per l’imminente viaggio. In attesa di imbarcarsi a Fiumicino Rutilio ode e ‘vede’ la città dai templi scintillanti, che «disorientano gli sguardi», menzionati da Gibbon: il chiasso dei giochi e le acclamazioni dei teatri; uno speciale alone luminoso... Come scrisse il Norden parafrasando uno dei passi più dibattuti, «Ulisse aveva desiderato riconoscere la patria dal fumo che saliva da essa: Rutilio riconosce Roma dallo splendore diffuso sui sette colli».
Poi quale viaggio è riservato al lettore una volta che il distacco si è finalmente consumato tra lacrime e rimpianti? Impraticabile la via terrestre messa a ferro e fuoco dai Goti, fila a tappe la costa del Lazio e dell’Etruria, punteggiata da una serie di località e approdi talvolta fatti scorrere, dalla piccola imbarcazione su cui la pattuglia di Rutilio naviga, come un trasparente cinematografico: dopo Ostia arriva Centocelle con la sosta alle Terme e il racconto eziologico (eziologico = “sulle cause, sulle origini”, n. d.S.L.L) ‘alla greca’; quindi Porto Ercole; l’approdo di fortuna alle foci dell’Ombrone, e le piccole tende per la notte realizzate «posando in piedi i remi»; l’Isola d’Elba con la celebre digressione moralista ‘ferro vs oro’; la cupa Falesia dove esplode un’invettiva antigiudaica; Populonia; l’isola di Capraia resa «squallida» dalla presenza dei monaci (la prima di due tirate anti-cristiane di stampo ‘illuminista’); Volterra; Pisa; Villa Triturrita con la battuta di caccia… Il racconto del viaggio per noi si interrompe a Luni, all’inizio del II Libro quasi del tutto perduto…
Diversi passi del De reditu sono stati ampiamente frequentati in quanto documenti per la storia della
mentalità e delle religioni, come la citata scarica ‘giovenalesca’ provocata da un «lagnoso» locandiere ebreo; o quelle contro il monachesimo cristiano, in cui Rutilio si arrocca in una difesa ‘razionalista’ della cultura pagana (per queste osservazioni profane – ricorda il Gibbon in una nota – lui e i suoi «complici» sono definiti «rabiosi canes diaboli» da Caspar Barth, nell’edizione del 1623). Ma forse si deve essere ancora una volta d’accordo con il Fo, tra le parti più attraenti del poema vanno annoverate quelle ‘rovinistiche’ – quasi preromantiche –, un rullo di istantanee dal
Tardoantico, con epicedio sul destino delle cose come colonna sonora: « Non si possono più riconoscere i monumenti del passato: / mura imponenti il tempo vorace ha consunto. / Restano solo tracce di pareti interrotte, / tetti sepolti giacciono sotto ruderi vasti. / Non indigniamoci che i corpi mortali si dissolvano; / valgano gli esempi: anche le città muoiono» (I, 409-14)…

Siamo tutti islandesi (di Alessio Mannino)

Non so molto dell’Islanda, ma gl’islandesi mi piacciono, a cominciare da quello che, in una celebre “operetta” leopardiana, oppone alla Natura ostile il coraggio della verità. Lanfranco Binni mi ha mandato questo testo recuperato dalla Rete e io l'ho trovato bello fino alla commozione. Non so se il racconto di Alessio Mannino (dal sito “il ribelle”) sia del tutto corrispondente al vero, ma l’immagine di un piccolo popolo che sfida i Moloch della finanza mondiale e cerca una strada diversa, ragionevole e solidale, contro poteri fortissimi e contro luoghi comuni apparentemente inattaccabili, gode della simpatia mia e di molti altri, spero. (S.L.L.)
Jóhanna Sigurðardóttir
«L’arrivo dell’Fmi in Islanda come è noto fu accolto in maniera estremamente fredda da gran parte della popolazione, convinta che il Fmi avrebbe chiuso l’Islanda in uno stato di permanente debito».
Con questa premessa la premier islandese Jóhanna Sigurðardóttir  ha annunciato l’uscita del suo paese dal Fondo Monetario Internazionale. Parole pacate per spiegare una scelta dura e coraggiosa: liberarsi dalla morsa dei pelosi “aiuti”, dei rapinosi “piani di aggiustamento” e delle intrusive “raccomandazioni” con cui il centro di potere sovranazionale ricatta ed espropria le economie, e di conseguenza la vita, di interi popoli. A nulla sono valsi gli spauracchi di bancarotta e le minacce di sanzioni: la piccola e fiera Islanda, dopo aver rispedito al mittente tre anni di aut aut e aver messo alla sbarra i politici e i banchieri colpevoli del crack, mentre sta riscrivendo la sua Costituzione, è entrata nella Storia compiendo un passo finora impensabile, inconcepibile per le classi dirigenti mondiali. Da ora in avanti riconquistare la propria sovranità nazionale non è più un tabù. Per arrivare allo sganciamento finale è stato fatto un determinato percorso economico e politico: proteste e nuove elezioni che hanno portato al governo ritenuto responsabile, nazionalizzate le maggiori banche, chiesto prestiti alla Russia e all’Argentina, indetto ben due referendum che hanno decretato il ripudio del debito con le banche estere e un rifiuto di massa a politiche di tagli e privatizzazioni, varata un’Assemblea Costituente. In più bisogna mettere in conto le peculiari condizioni di partenza: l’isola non fa parte del sistema monetario europeo (ha una moneta nazionale, la corona) e le dimensioni della sua economia sono, nel contesto del mercato globale, modeste.
Tuttavia gli islandesi, dalla sollevazione furibonda ma pacifica dell’ottobre 2008 a oggi, hanno maturato una ferrea volontà politica di disfarsi di istituzioni e meccanismi dati generalmente per intoccabili e ineluttabili. Una vera e propria rivoluzione copernicana rispetto al pensiero unico propagandato in Occidente secondo cui fuori dalla supervisione coercitiva degli organismi internazionali non c’è salvezza ma solo il fallimento. L’Islanda ha capito che dietro la facciata tecnicamente asettica dei funzionari dell’Fmi (o del Wto, o in Europa della Bce) ci sono i lucrosi interessi dei banksters privati, che usano come leva di ricatto morale il risparmio della gente da loro gestito per strozzare altre genti e privarle del diritto di autogovernarsi.
L’Italia si trova in una situazione molto diversa: con le mani legate dalla gabbia dell’euro, con un ceto politico prostrato ai piedi dei dittatoriali “mercati”, con un’opinione pubblica che si scanna sulla pagliuzza di chi governa a Palazzo Chigi mentre è insensibile alla trave di chi manovra dall’estero il nostro bilancio pubblico. Ma le innegabili differenze non devono offuscare il valore di esempio, quanto meno etico e civile, che viene dai ribelli della libera Islanda.
Da oggi, tornare a respirare libertà si può. Siamo – vorremmo essere – tutti islandesi.

Alessio Mannino ( www.ilribelle.com )

Bob Marley. Un anti-profeta nella terra dei rasta (di Grazia Rita Di Florio)

«La cosa buona della musica è che quando ti colpisce non senti dolore» (Trenchtown Rock, 1973), in fondo tutta la filosofia di vita di Bob Marley è sintetizzata in questa frase, che simboleggia il potere taumaturgico della sua musica.
Certo, parlare di un artista così e scadere nella retorica, nelle banalizzazioni e nei luoghi comuni è un rischio che si corre, tanto è stato detto e scritto sulla sua figura e sulla sua opera. La sua popolarità lambisce i confini del pianeta, ed è improbabile che ci sia qualcuno che non abbia sentito pronunciare almeno una volta il suo nome. È stato paragonato a Malcolm X, per carisma e per la forza del suo messaggio, benché fosse solito dire: «Sono solo un uomo, non sono un profeta. Conosco alcune parole e so come usarle». Pare niente ma sta tutto qui il segreto del suo ricordo immortale, il fascino di un piccolo-grande uomo, la sua tremenda attualità. Per comodità, o per un facile esercizio di memoria si pensi allo sgomento diffuso, per la morte prematura di Michael Jackson, un evento ad alta esposizione mediatica, ma realmente commemorato in tutto il mondo e compianto in lungo e in largo sui social network.
Trent’anni fa, quando Bob Marley si spense, l’11 maggio del 1981, in un ospedale di Miami, il potere di internet non aleggiava ancora, ma un boato scosse la terra. Judy Mowatt, una delle coriste di Bob Marley & The Wailers (le I-Three), racconta che quando ricevette la telefonata in cui le veniva annunciata la morte di Marley, scoppiò - letteralmente - un tuono a ciel sereno, in una bellissima giornata di sole. Come se fosse morta una divinità.
Il 21 maggio del 1981, 100mila persone scesero in strada in occasione del funerale che si tenne in pompa magna rasta, come un carnevale in musica, e preghiere, a Nine Miles, dove egli era nato 36 anni prima, il 6 febbraio del 1945, una data scalfita indelebilmente nella storia giamaicana.
Un mausoleo di pietra fu costruito in suo onore, affollato quotidianamente da una folla di fan e «fedeli» alla dottrina marleyana. Marley, era un devoto rastafari, adulatore di Hailé Selassié, una religione che prescrive il divieto di amputazione degli arti; perciò Bob si rifiutò di farsi amputare l’alluce per un melanoma dando al dottore del ciarlatano. Purtroppo il cancro gli fu fatale.
Dalla politica Bob Marley ha sempre preso le distanze, propendendo per una personale visione del mondo e delle sue ingiustizie, intesa a forgiare un pensiero coerente, schietto, un j’accuse senza fronzoli nei confronti del colonialismo, della schiavitù, dell’imperialismo;ed è, ad esempio, in canzoni come Redemption Song, suo testamento spirituale, o in War (tratta da un discorso di Hailé Selassié all’Assemblea generale delle Nazioni unite) che si carpisce l’essenza più profonda della figura di Bob Marley, tra le più imponenti e ieratiche del XX secolo. Uno che cercava la bellezza dei neri nella profondità delle radici, nel cammino verso la madre Africa. Un personaggio scomodo, evidentemente, per via delle sue idee di giustizia e per il seguito planetario che egli stava riscuotendo dopo la pubblicazione di Catch a Fire nel 1973 grazie all’incontro con il produttore della Island Chris Blackwell, tanto che nel 1976 fu vittima di un attentato nella casa prestatagli proprio da Blackwell, al 56 di Hope Road a Kingston, una bellissima tenuta coloniale, pochi giorni prima del concerto per la pace, Smile Jamaica.
Ambush in the Night («tutte le armi puntate contro di me, un’imboscata nella notte. Hanno fatto fuoco contro di me, li vedo lottare per il potere...») è frutto di quell’esperienza, una canzone in cui Marley associa il fatto personale con le sofferenze della gente dei ghetti, un attentato avvolto nel mistero, anche se si è parlato - per bocca del suo manager Don Taylor, anch’egli rimasto ferito - di un coinvolgimento della Cia.
Negli affari interni giamaicani resta memorabile il ruolo di mediatore svolto da Bob Marley, in occasione del One Love Peace Concert nel 1978, tra i due antagonisti politici dell’epoca, Edward Seaga e Micheal Manley, una contrapposizione all’apice che aveva generato una violenta guerriglia tra le bande delle fazioni rivali, provocando gravi disordini e parecchi morti. Artefice del simbolico gesto della stretta di mano tra i due leader politici, il Marley tenta una riappacificazione per la sua gente che non ebbe i risultati sperati.
Più controverso il rapporto che Bob aveva con le donne, ammaliate dal suo innato savoir faire; bassino e minuto, avvolto in una folta chioma di dreadlock, ragazzo di campagna, figlio di una contadina giamaicana e di un militare dell’esercito britannico, aveva tutte ai suoi piedi. Eppure la moglie, Rita Marley, additata oggi da molti come una cinica e un’arrampicatrice, ha raccontato in una biografia dal titolo No Woman No Cry. La mia vita con Bob Marley, pubblicata da Mondadori, nel 2004 (con Hettie Jones), la sua relazione complicata con il re del reggae, soffermandosi sui capricci del marito, le scenate di gelosia, i suoi tradimenti. Che serve a ricordare quanto la Giamaica sia terra di contraddizioni e discriminazioni radicali, e che la dominante patriarcale si manifesta con la superiorità dell’uomo da un punto di vista artistico (più volte abbiamo parlato della difficoltà per le cantanti donne di emergere in un contesto sessista) e in tutti i momenti della vita sociale. Interpellato a proposito della segregazione delle donne nell’ambito della cultura rastafari, Bob Marley sottolineava: «Le donne sono le nostre madri; abbiamo madri e mogli e sono donne... altro che ruoli» (da Reggae News, 1980). Insomma, tutto da discutere. Quanto alla moglie, Rita, in fin dei conti sembra averlo più che perdonato - come le altre donne che Bob ha amato e poi lasciato - e dagli studi Tuff Gong fondati dall’illustre marito, ci tiene a far sapere che l’importanza del trittico pace, amore e unità da lui coniato è quanto mai attuale per costruire un mondo migliore, ribadendo altresì l’importanza di portare avanti l’opera e l’eredità spirituale del profeta del reggae.
Primi fra tutti a raccogliere l’eredità artistica di Marley, sono i figli, il primogenito di Rita, Ziggy, che dopo una carriera fulminante con i Melody Makers vive ora un po’ in sordina, ma ha co-prodotto assieme a Chris Blackwell, il documentario Marley, diretto da Kevin McDonald, un progetto naufragato più volte, originariamente affidato a Martin Scorsese, poi a Jonathan Demme, ora finalmente messo a punto per il trentennale della morte del cantante.
Anche Kymani, Stephen, Julian e Roan, attualmente impegnato nella gestione della piantagione di caffè di famiglia, la Marley Coffee, si sono giocati le loro carte nel mondo musicale, ma chi ha calato realmente gli assi è Damien, il minore dei figli maschi, nato dalla relazione con la modella Cindy Breakspeare, che dopo un esordio clamoroso con l’album Welcome ro Jamrock, è protagonista del combo con il celeberrimo rapper Nas, con il quale ha firmato il disco dal titolo, Distant Relatives. Fisionomia e voce ricordano il padre in maniera impressionante. Chissà se a Bob sarebbe piaciuto il connubio con l’hip hop.

(da “alias” 30 aprile 2011)

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