28.5.16

Revisionismo storiografico. Da De Felice a Pansa (Roberto Monicchia)

Giampaolo Pansa
Attraverso le voci di alcuni dei più autorevoli storici dell’Italia contemporanea, questa raccolta di saggi (La storia negata. Il revisionismo e il suo uso politico, Neri Pozza, Vicenza 2009) fa il punto sugli esiti dell’opera di riscrittura della storia, che ha ormai debordato da qualsiasi “fisiologica” logica di revisione, arrivando al punto di negare ogni valore allo statuto scientifico-metodologico della disciplina.
Questo esito estremo matura negli sconvolgimenti politico-culturali dell’ultimo ventennio; tuttavia il “revisionismo” all’italiana ha un storia più lunga e stratificata, che Angelo Del Boca ricostruisce nella sua puntuale e grintosa introduzione. Una visione “attenuata”, edulcorata del fascismo, del suo capo, delle sue guerre, fece capolino già nell’immediato dopoguerra.
Da un lato la stampa popolare ed alcuni giornalisti di punta forgiarono l’immagine di un regime bonario, al più colpevole di faciloneria e subalternità, ma che niente aveva a che vedere con la ferocia nazista: sono aspetti ripresi dai saggi di Tranfaglia e Franzinelli, che analizzano le biografie di Mussolini ad opera di Montanelli e Monelli, i rotocalchi e le enciclopedie illustrate degli anni ’50.
Dall’altro lato, anche grazie all’amnistia promulgata da Togliatti, generali e gerarchi tornati liberi diffusero versioni dei fatti fantasiose ed assolutorie, che Del Boca esemplifica con le scandalose memorie del generale Roatta, che affermano che sloveni e croati chiedessero spontaneamente di entrare nei campi di prigionia italiana (dove la mortalità era superiore a Mauthausen). Su questo mito degli “italiani brava gente”, mai uscito dai circuiti editoriali e mediatici, si innesta il filone vero e proprio del revisionismo, che ha la sua origine e il suo campione in Renzo De Felice, il cui primo volume della biografia di Mussolini appare nel 1965. È indubbia la mole documentaria esaminata, tuttavia, man mano che l’opera procede, si fa strada la programmatica riduzione del fascismo ad un regime autoritario morbido, sostenuto da un consenso generalizzato, alieno dal razzismo e da tentazioni totalitarie, radicalmente diverso dal nazismo, l’alleanza con il quale fu il frutto di circostanze quasi fortuite e comunque una scelta contrastante con la natura del regime e con la stessa personalità mussoliniana. Tutte le testimonianze documentarie e le interpretazioni che contraddicono questa visione vengono taciute o trascurate nella monumentale opera, in particolare per quanto attiene all’uso sistematico della violenza e i metodi di conduzione della guerra. Tranfaglia collega l’evoluzione “simpatetica” con il personaggio studiato da parte di De Felice con l’ossessione di “salvare” la funzione centrale e positiva della piccola borghesia nella storia dell’Italia del Novecento.
Il ruolo di De Felice è decisivo anche nel passaggio - che coincide con gli effetti della caduta del muro e del crollo del sistema politico italiano - dal revisionismo storiografico all’abuso politico della storia. Il fulcro dell’operazione è la polemica contro la “vulgata antifascista”, che avrebbe dominato la storiografia e il discorso pubblico sulla storia sulla base di un’interpretazione ideologica di matrice comunista, tutta tesa a cancellare deliberatamente intere pagine, stravolgendo il significato della guerra civile. In questo modo De Felice inventa un avversario di comodo, sostanzialmente inesistente, mentre evita di confrontarsi con una storiografia rinnovata, capace negli anni settanta e ottanta di fare rilevanti passi avanti, ampiamente illustrati nel saggio di De Luna.
Sulla base dell’autorità di De Felice si costruisce una sistematica campagna di rilettura giornalistica della storia (guidata con particolare furia iconoclasta dal “Corriere della Sera”), che nei suoi punti culminanti (Vespa e Pansa) arriva a rivendicare l’assenza di riscontri documentari come esempio di “libertà di ricerca” contro le pastoie accademiche.
La fusione di revisionismo storico, uso politico della storia, spregiudicata rielaborazione giornalistica, ha come perno il nodo fascismo-antifascismo, ma da questo nucleo il discorso si irradia avanti e indietro sulla linea del tempo, puntando, con un’operazione di vera e propria egemonia culturale, a rileggere in senso “antimoderno” l’intera storia moderna e contemporanea del paese.
In questo senso Isnenghi mostra con la consueta finezza lo spazio sempre più ampio che hanno le letture del Risorgimento come opera di un complotto massonico, guidato da facinorosi “ladri di cavalli” (Garibaldi) estranei alla coscienza nazionale.
Allo stesso clima appartiene - come testimonia il saggio di Lucia Ceci - il rilancio dell’identità cattolica come unica vera e positiva fondazione nazionale (quella laica e liberale essendo frutto del complotto di cui sopra), senza trascurare la sempre più diffusa attribuzione di veridicità ai dogmi della chiesa e ai miracoli.
Per quanto riguarda la storia del colonialismo italiano e delle guerre del fascismo (Labanca, Rochat), occorre parlare non di revisionismo ma di lunga trascuratezza da parte degli storici, che hanno quasi sempre lasciato campo libero ad una storia coloniale scritta dai colonialisti e alle ricostruzioni degli uffici storici degli stati maggiori.
Anche la ricerca sul ruolo italiano nella Shoah - sottolinea Enzo Collotti - ha molto risentito della riduzione del fascismo a dittatura “umana”, imparagonabile al nazismo, così da trascurare le leggi razziali e il ruolo della Rsi nelle deportazioni degli Ebrei.
Per venire al secondo dopoguerra, i saggi di Agosti, De Luna e d’Orsi mostrano come l’attacco all’antifascismo e alla Resistenza prosegua nella negazione del ruolo democratico e nazionale dei comunisti, nella svalutazione della costituzione repubblicana e nella complessiva delegittimazione dell’intera stagione della “prima repubblica”.
Il punto culminante consiste nella negazione dei risultati della ricerca storica rigorosa (ridotta a “storia ufficiale”), a cui si sostituisce una versione di comodo, senza necessità di riscontri documentari, avallata dal presunto coraggio e indipendenza dei suoi autori, capaci di colmare i “buchi neri” della vulgata ufficiale: d’Orsi chiama questa versione “rovescismo”, mentre Isnenghi ha recentemente coniato il termine fantoria, incrocio di fantasia, memoria e storia.
Per certi aspetti questo modello riprende figure e moduli già in voga negli anni cinquanta, ma con una differenza sostanziale. Oggi, all’offensiva culturale di una destra desiderosa di cancellare ogni residuo dell’egemonia culturale dell’avversario (se mai questa è esistita), corrisponde la rinuncia da parte della cultura democratica a tenere il campo della battaglia delle idee. Perfino il settore della ricerca storica, che un tempo i partiti della sinistra presidiavano con proprie specifiche istituzioni, è in qualche modo abbandonato a se stesso: ad uno storicismo un po’ rituale e fatalistico si vanno sostituendo la cupio dissolvi e un nichilismo senza principi. E’ in questo vuoto che la “storia negata” è stata in grado di diventare senso comune diffuso, che inquina alla radice i fondamenti del dibattito politico-culturale e i capisaldi della democrazia repubblicana.


“micropolis”, marzo 2010

Quello strano congresso (S.L.L.)


Quello strano congresso rifondarolo.
Quello in cui Bertinotti si iscrisse alla Segreteria Generale del Partito, l'ultimo a cui partecipai.
La relazione era stata affidata a Magri e l'impianto era terzinternazionalista: l'analisi della fase, i conflitti interimperialistici, la composizione (e la scomposizione di classe), la politica delle alleanze. Relazione tosta e seria, con tante cose da discutere e approfondire.
Poi parlò il segretario in pectore e aprì con un saluto al Chiapas e al subcomandante Marcos. Cossutta gli diede un bacio in bocca.
In tanti a sbracciarsi, felici ed entusiasti.
"Basta con l'insopportabile pesantezza della teoria e dell'analisi. Viva il comunismo "frufrù", frivolo e televisivo, di afflati e battutine" - dicevano dal fondo del loro cuore. "Il vitalizio - pensavano - è assicurato".


Stato di fb 27 maggio 2013

Mariti, amanti? Meglio compagni. Intervista a Luciana Castellina (Antonio Gnoli)

Una bella intervista a Luciana Castellina sul Pci e l'amore, molto laica. C'è un passaggio poco convincente, se non altro nei tempi; ma non so dire se la cosa sia attribuibile a castellina o frutto di una imperfetta sintesi giornalistica. Il richiamo positivo di Enrico Berlinguer a Santa Maria Goretti risale alla fine degli anni Quaranta, quando costui dirigeva la Federazione Giovanile Comunista e gli capitò di proporre come esempio di resistenza al male la ragazza (poi santificata) che non volle cedere allo stupratore accanto a Eugenio Curiel ucciso dai nazisti. Negli anni successivi (c'è – anche in questo blog – una sua conversazione con le ragazze comuniste, polemica contro il bacchettonismo, credo del 1953) ebbe modo di ridimensionare il senso di quell'affermazione. (S.L.L.)

Luciana Castellina è una donna che ha fatto palpitare molti cuori. Bellissima, seducente, colta e, naturalmente, comunista. L' anno scorso per Nottetempo uscì La scoperta del mondo, un piccolo libro autobiografico, dove raccontava parte della sua formazione comunista. Ma tutto sul filo della memoria, dell' ironia, di quella grazia che quando si declina al femminile, è un valore aggiunto. Ci incontriamo nella sua bella e ospitale casa romana.

Come eravate voi del Pci nei rapporti d' amore?
«La responsabilità e il decoro, che il partito esigeva, dovevano convivere con le passioni sentimentali che a volte potevano essere travolgenti. Non era facile tenere sotto controllo una situazione antropologicamente chiara ma politicamente condizionante. In fondo parlare d' amore è complicato».

Perché?
«I comunisti preferivano parlare della famiglia. L'amore è una nozione moderna che implica il concetto di individuo. L'amore non esiste nel mondo rurale. E l'antichità conosce l'eros ma non l'amore come lo intendiamo oggi. L'amore è anche rischio, passione, principio di destabilizzazione. Considerato una prerogativa "borghese"e per questo nel Pci poteva essere visto con sospetto. Aggiunga che la gran parte dei due milioni e passa di iscritti al partito erano contadini e cattolici e avrà chiaro il quadro della situazione».

E tuttavia proprio i vertici del partito non sempre davano il buon esempio.
«C'era un misto di puritanesimo e di pratica non consonante, ma questo accade ovunque il potere venga esercitato. Inoltre, caduto il fascismo, molti dirigenti comunisti tornarono dalla galera, dal confino, dall'esilio. Erano più vecchi di qualche anno, ma si sentivano eroi in grado di sedurre giovani fanciulle. I più anziani erano i Longo, i Roasio, i Togliatti. Tutti sposati, ma con delle mogli che appartenevano a un' altra stagione della vita».

Scoppiano i primi drammi familiari.
«Il caso più famoso riguarda Teresa Noce, la moglie di Longo. Con lui fa una vita di privazioni inaudite: l'esilio a Parigi, poi a Mosca, la guerra di Spagna. Infine in Francia finisce catturata dai tedeschi che la spediscono in Germania. E quando viene liberata dopo il 1945 scopre due cose: che il mondo è cambiato e che Longo si è messo con un' altra donna, una dirigente dell' Udi. Non reagì benissimo».

Anche Togliatti lasciò la moglie, Rita Montagnana, per Nilde Jotti. Cosa lo spinse a questo gesto?
«Togliatti si invaghì della normalità di Nilde, bella signora emiliana che fece capire al partito che si poteva indossare un bel vestito, andare dal parrucchiere, portare dei gioielli conservando una certa diversità comunista».

Come reagì il partito?
«Male. La povera Nilde le scontò tutte. Per tanto tempo la federazione torinese le impedì di mettere piede in città, dove erano nati sia Togliatti che la Montagnana. Lei era quella che le aveva rubato l'uomo, distolto il grande leader dai suoi compiti naturali».

Questa coppia lei l'ha conosciuta da vicino?
«Mi è capitato di andare a cena a casa loro. Ricordo che a Togliatti piaceva che la tavola fosse ben apparecchiata: aggiustava i fiori, allineava le posate ed era soddisfatto del ruolo di Nilde, della sua normalità».

Quando dice "normalità" intende borghese?
«Solo in parte. Intendo che quella era per Togliatti una virtù politica. Il suo modo di prendere atto che da lì in poi avrebbe parlato a una società normale».

Non ritiene che la rigida morale del partito dipendesse anche dal fatto che il Pci era un organismo molto simile alla Chiesa?
«C'erano dei codici e delle liturgie da rispettare».

Che ogni tanto venivano trasgrediti soprattutto da intellettuali e artisti.
«Il loro era un mondo separato. Anche se interessante. Quando conobbi il mio ex marito, Alfredo Reichlin, che allora era all'Unità, frequentavamo sì gli intellettuali, ma erano davvero un corpo secondario, rispetto al partito».

Il che non impedì, quando se ne scoprirono le inclinazioni sessuali, l' espulsione di Pasolini per indegnità morale.
«Era il 1950. La questione gay non era stata neppure lontanamente affrontata. C' era stata una denuncia per atti osceni. E il partito reagì male, molto più nel perbenismo dei vertici che in quello della base».

Non ha l' impressione che gli amori comunisti a volte fossero frutto del privilegio?
«A volte sì. C' era chi poteva permetterselo».

Guttuso non ha mai sacrificato l'istinto del maschio siciliano.
«Sì, ma da un certo momento in poi, agli artisti era concesso trasgredire. Mentre più imbarazzante sarebbe stato per un dirigente politico. Non dimentichi che il partito fino agli anni Ottanta conserverà una certa idea di purezza. Il richiamo che Berlinguer farà a santa Maria Goretti, come modello per la gioventù comunista, va in questa direzione».

Le sue radici, Castellina, sono borghesi, non le ha mai pesato aver scelto il Pci?
«È la mia storia. Quando sono entrata nel Pci mi sono autocriticata su tutto, rispetto alla mia provenienza. Ho ridimensionato l'Io a favore del noi, del comune».

Una grande individualità fu Sibilla Aleramo. Come la giudica?
«Fu anche lei iscritta al Pci. È stata un modello di libertà sessuale e di pensiero. In qualche modo con lei riprendeva corpo la tradizione socialista di Anna Kuliscioff, Alexandra Kollontai e in parte Tina Modotti».

A un certo punto ha fatto un accenno al suo ex marito.
«Ci siamo sposati nel 1953 e separati nel 1958. Volendogli molto bene ho sofferto nel lasciarlo. Ho impiegato anni a elaborare il distacco. Fu come tagliarsi un braccio. E non per la causa che condividevamo ma per il rapporto che avemmo. In ogni caso, siamo sempre restati amici».

I suoi rapporti con il femminismo?
«Sono stati tardivi. Fui educata alla scuola dell' emancipazione femminile per cui le donne dovevano diventare come gli uomini. È stata mia figlia a rendermi cosciente che il problema non è di somigliare agli uomini ma di far valere la diversità delle donne».

Nel "manifesto" lei e Rossana Rossanda avete rappresentato due modelli di emancipazione. Che rapporti avete avuto?
«Intensi, lunghi e importanti. È stata per me una maestra, non una collega. E poi siamo diventate come due sorelle. Litigammo a lungo al tempo della rottura fra il partito e il giornale. Ma il legame d' affetto ha avuto la meglio: tra noi e con Lucio Magri».

Con Lucio lei ha avuto una lunga storia d' amore.
«Siamo rimasti uniti per quarant'anni. Per un lungo tratto fedeli e poi liberi di avere altre storie, ma sempre stando insieme».

Un personaggio singolare Magri: ricco di intuizioni.
«Aveva una grande generosità intellettuale e acume, come dimostra la raccolta di suoi saggi che sto curando per il Saggiatore. Ma al tempo stesso era insopportabile per il suo integralismo. Detestava l'eclettismo».

Lei non lo ha accompagnato in Svizzera per assisterlo nella sua decisione al suicidio. Perché?
«Sarebbe stato particolarmente difficile andare, perché fino all'ultimo ho combattuto per impedirgli di farlo. E alla fine lui lo ha fatto di nascosto. È partito senza dirmelo, altrimenti lo avrei dissuaso».

Meglio compagni, mariti o amanti?
«Compagni è meglio. L'amante può essere la storia di una sera. Compagno puoi esserlo per la vita. E comunque meglio compagno che marito. Uno dà il senso di scelta che l'altro non offre. E poi: mentre è difficile avere molti mariti, è possibile avere molti compagni. Storicamente non è facile essere monogami».


“la Repubblica”, 31 luglio 2012

27.5.16

Kafka contro il potere (Giorgio Fontana)

Lo scorso anno il 3 marzo Giorgio Fontana raccontò il suo Kafka al Goethe Institut di Torino per un ciclo di conferenze dal titolo Affinità elettive - Scrittori italiani raccontano scrittori tedeschi. Il domenicale de “Il Sole 24 ore” pubblicò come anticipazione una parte del suo intervento introduttivo, che qui “posto”. (S.L.L.)

Cos’hanno in comune i protagonisti dei romanzi di Kafka — Karl Rossmann di America, l’agrimensore K. del Castello, il suo omonimo Josef del Processo? Tutti e tre combattono contro un potere sordo e assoluto. Lo fanno con modi diversi: la resilienza del sedicenne Karl è lontana dalle manovre ostinate di K. contro i funzionari del villaggio; ma la sostanza non cambia. Di fronte alla Legge, i personaggi di Kafka vengono sì sempre divorati: eppure allo stesso tempo vi si ribellano. Ed è un peccato che la dimensione libertaria e “resistente” dello scrittore boemo sia spesso lasciata in secondo piano, preferendo guardare ai modi in cui la macchina burocratica schiaccia i singoli.
Un’interessante eccezione è il saggio di Michael Lòwy Kafka sognatore ribelle, dove viene sottolineata l’importanza di tale sensibilità, vicina per diversi aspetti al pensiero anarchico. Certo, farne un punto di leva per capire tutto il mondo di Kafka è sbagliato — esso respinge le letture univoche, proprio per il suo carattere deliziosamente sfuggente — ma merita attenzione, non fosse che per una sua estrema attualità. A tal proposito, vorrei soffermarmi su due dettagli del Processo.
Il primo è il dialogo fra Josef K. e il pittore Titorelli, che offre al protagonista due vie d’uscita provvisorie alla sua condizione di indagato: l’assoluzione apparente o il differimento. Nessuna delle due strategie promette il riconoscimento dell’innocenza, sono solo modi per dilazionare il processo — ma insieme, modi di cedere comunque all’autorità del tribunale. Ed è proprio per questo che Josef K. non sceglierà tali comunissime strade di comodo. Egli pretende l’assoluzione vera che merita, e di cui Titorelli dice che non v’è notizia se non in tempi passati, o nelle leggende. Pretende tutto ciò che la Legge non può dargli, perché si è ormai svelata per ciò che è: nuda autorità.
Una conferma viene dalla celebre parabola raccontatagli dal prete nel nono capitolo del romanzo. È la storia del contadino di fronte alla porta della Legge: per tutta la vita interroga il guardiano che le difende senza mai osare varcarla, per poi sentirsi dire, in punto di morte, che la porta era riservata a lui soltanto — e ora sarà chiusa. Questa gemma di ispirazione chassidica è, fra le tante cose, una tragica dimostrazione di come la Legge non tolleri esitazione o dubbio: per le sue porte occorre passare senza porsi domande. «Non si deve credere che tutto è vero, bensì che tutto è necessario», ricorda il prete a Josef K., il quale risponde: «Malinconica opinione, così si fa della menzogna una norma universale». Che l’ordine sia giusto o buono o vero, non conta nulla: esiste in quanto tale, pura e brutale necessità, non molto diversa dal comando di un capo — o di un padre autoritario.
Ed è l’incapacità di accettarlo a produrre la condanna. Josef K. non si arrende: testimonia la propria innocenza con l’affanno testardo e pieno di rabbia di tutti gli innocenti perseguitati, nel quale echeggiano le vittime delle future ideologie. Perderà, come ogni altro ribelle dell’universo kafkiano: come il figlio Georg Bendemann del Verdetto, condannato dal padre; come Gregor Samsa divenuto insetto e odiato dalla famiglia; come il suo omonimo del Castello, probabilmente, incapace di sovvertire l’ordine del villaggio. Morirà «come un cane», assassinato da due emissari del tribunale. Ma in questa orribile fine dovremmo avere il coraggio di vedere anche una luce.

Il potere l’ha distrutto, ma non ne ha annientato le ragioni.

Cracovia 1961. Una poesia d'amore di Nâzim Hikmet

Cracovia, 1961
Sei la mia ebbrezza
la mia ebbrezza non è passata
    non posso farmela passare
       non voglio farmela passare

la mia testa pesante
    i miei ginocchi scorticati
       i miei stracci inzaccherati

vado verso la luce che brilla e che si spegne
     titubando cadendo rialzandomi.

da Poesie d'amore.Traduzione di Joyce Lussu. Mondadori, 1991

Cronache giubilari aprile 2016. Monopòli (Salvatore Lo Leggio)

San Sebastiano nel Far West
Sul quotidiano della CEI, l'“Avvenire” dell'8 aprile, Carlo Cardia riferisce preoccupato di un convegno del Centro Calamandrei di Torino su scuola e religione. La proposta di introdurre nelle scuole un'ora di storia delle religioni o di studio del “fatto religioso” non controllato da loro mette in ansia i vescovi e mette in dubbio il monopolio. Il timore è che – una volta introdotta la nuova materia – venga progressivamente liquidato l'insegnamento affidato alla Chiesa cattolica in applicazione del Concordato del 1984. “Avvenire” spiega che già oggi quell'insegnamento è “non confessionale, culturale e pluralista” e che studi e approfondimenti sul fenomeno religioso, se si vorrà, potranno darsi all'interno dei programmi delle materie umanistiche.
Per dimostrare i rischi che si correrebbero se si abbandonasse l'ora di religione il giornalista ricorre al caso della Francia, ove fin dal 1905 per effetto della loi de separation nelle scuole non si insegna più la dottrina cattolica. Già un rapporto del 1989 avrebbe rivelato gli sconcertanti effetti di questa scelta: nel corso delle visite al Louvre delle scolaresche c'erano ragazzi che chiedevano spiegazioni su “tutte quelle bavy-sitter che in tanti quadri tengono in braccio un bambino” o che di fronte al San Sebastiano di Mantegna attribuivano ai pellerossa le frecce disseminate sul suo corpo.
Un fremito di orrore sembra attraversare la scrittura del giornalista di fronte a codesta profanazione. Egli però non sembra avere notizia di analoghe ricerche svolte agli Uffizi o in un altro museo italiano. Chissà che domande rivolgono agli insegnanti i ragazzi italiani che si sono avvalsi dell'insegnamento religioso a scuola.

Miele
Marcello Rossi, in un articolo sul “Ponte” alla fine del 2000, salutava con sollievo il ritorno a un anno “profano”. Quest'anno, visto che non si leggono segni d'eccezionalità, non ci sarà bisogno di un ritorno alla normalità. Il papa argentino in verità non “buca”, non riesce ad essere e neanche a sembrare il mattatore che fu Wojtila, non ce la fa a santificare questo 2016. E il mix postmodernista che caratterizzò la campagna vaticana del 2000 tra citazioni del Medioevo mistico, millenarista e corporativo (il Giubileo per “categorie”), tra ritualità barocche, visioni profetiche (i misteri di Fatima) e dirette televisive sembra oggi irripetibile.
La cosa dipende sia dallo stile dei due pontefici che dal contesto. Il polacco aveva grinta e senso dello spettacolo, e per di più si presentava come principale artefice della fine del comunismo ateo: poteva tranquillamente usare il prestigio conseguito per un appello contro la paura del futuro. Già allora, tuttavia, l'abilità comunicativa malamente nascondeva le difficoltà di una chiesa insidiata nei paesi più ricchi dalla “secolarizzazione”, in quelli più poveri dalla concorrenza islamica e dalle sette. Il papa attuale riuscì a sorprendere con i comportamenti “democratici” e con la dichiarata volontà di rappresentare le ragioni delle vittime, degli ultimi, in un mondo tutt'altro che ordinato e pacificato, ma scosso da crisi economiche, povertà vecchie e nuove, guerre, terrorismi, fanatismi, migrazioni di massa. Prospettava una chiesa riformata e restituita, se non a povertà, almeno a sobrietà, in grado di rappresentare rispetto ai potentati economici e politici le ragioni dei più deboli a tutti i livelli, dai migranti ai disoccupati. Sembrava volere anche una chiesa comprensiva e accogliente nei confronti di omosessuali e divorziati, meno chiusa verso la libertà di scelta sui temi della generazione e della morte. Il Giubileo della Misericordia, nelle intenzioni, avrebbe dovuto sostenere con la partecipazione in massa dei fedeli l'ambizioso progetto di riforma.
La risposta freddina ottenuta finora non deriva tanto dall'insidia del terrorismo quanto dall'ostilità di una parte della Curia e dalle frenate dello stesso Bergoglio. Il sinodo sulla famiglia di ottobre, per esempio, ha in sostanza ribadito le tradizionali chiusure, mentre lo scandalo suscitato dagli sperperi cardinalizi finora di concreto ha prodotto solo il processo ai giornalisti che li hanno denunciati.
Ci sono questioni importanti su cui il papa tiene il punto, in primo luogo il rifiuto di una contrapposizione con l'Islam e l'accoglienza ai profughi delle guerre e delle catastrofi economiche provenienti dal Vicino Oriente e dall'Africa, quale che sia la loro religione; ma anche su questo, soprattutto in Italia, il coinvolgimento nel business dei rifugiati (finanziato da contributi statali) di organizzazioni riconducibili all'organizzazione ecclesiastica, indebolisce la polemica pontificia contro i fautori dei muri e della crociata. Il sospetto è che la solidarietà serva a garantire alla Chiesa cattolica una sorta di monopolio della carità.
Anche per questo, con il passare dei mesi, il vecchio prelato appare sempre più ripetitivo e “gesuitico”. Per esempio la sua “esortazione apostolica” sulla famiglia intitolata Amoris letitiae, diffusa l'8 aprile scorso, raccomanda “premura, attenzione e discernimento” verso i divorziati, senza fare mezzo passo avanti sulle nuove unioni. In compenso sparge miele in larga copia: metafore (la chiesa come “ospedale di campo”) e citazioni poetiche (tra l'altro Borges, “ogni casa è un candelabro”). Nell'omelia domenicale del 17, di ritorno dall'isola di Lesbo, oltre che di "immensa tenerezza", Bergoglio parla di "assoluta sicurezza", dice: "Nelle mani di Gesù e del Padre siamo completamente al sicuro". Un minuto dopo il viso si indurisce: ricorda il terremoto in Ecuador: morti, feriti, orfani e senza tetto. Le mani di Dio.

Gualtiero l'Africano
Anche in periferia le sperimentano tutte per proclamare il Giubileo della Misericordia, a volte con esiti involontariamente comici. L'ufficio di pastorale familiare della archidiocesi Spoleto-Norcia ha intitolato Misericordiando in famiglia la festa che organizza annualmente e per sovrappiù i partecipanti hanno dovuto sorbettarsi un musical su Teresa di Calcutta. Nella diocesi di Perugia-Città della Pieve la Caritas sta aprendo alcuni Empori per famiglie e persone in difficoltà con fondi in prevalenza offerti da Fondazioni bancarie: quello di San Sisto, a Perugia, è dedicato alla “Divina Misericordia”. A Città di Castello ai primi aprile ha tenuto il suo convegno regionale il Centro Volontari della Sofferenza, una associazione cattolica che si occupa dell'evangelizzazione e dell'aiuto verso i malati e i sofferenti. Il vescovo Cancian ha accolto i convegnisti in Cattedrale, li ha invitati a passare attraverso la porta santa e, intervenendo al loro convegno, ha spiegato che la misericordia è la migliore medicina.
Un altro modo di santificare è viaggiare, seguendo l'esempio del papa, che dopo aver aperto l'anno santo in Africa è andato in Messico e a Lesbo. Neanche il cardinale arcivescovo Gualtiero Bassetti ha voluto mancare l'appuntamento con il continente nero: è stato in Sud Africa, Malawi ed Etiopia insieme alla presidente della Regione Marini. Dal 14 al 19 aprile hanno visitato città, missioni, chiese e il sobborgo di Soweto con il museo dell'apartheid. Non si sa bene se a pagare i conti sia stato uno dei due o se abbiano fatto alla romana. Nella cattedrale di Pretoria il Bassetti ha parlato della “opportunità di questo nostro viaggio missionario durante il Giubileo della Misericordia”. Insieme hanno poi visitato il “Solomeo Rural Hospital”, realizzato in Malawi con il contributo della Fondazione Cucinelli.
Cucinelli dal canto suo, il 17, riceveva il premio Palma d'Oro dall'associazione Assisi Pax fondata nel 1997 da Rocco Polidoro detto Gian Maria, un frate influente che Napolitano nel 2010 ha nominato Commendatore. Con gli imprenditori umbri, notoriamente rozzi, Cucinelli il mese scorso parlò di “cazzi mosci”; qui, di fronte a un pubblico di monachelle, ha parlato di pace e della bontà di papa Francesco. È un gran furbacchione l'uomo, adegua il linguaggio all'uditorio e sa che a determinare il successo dei suoi prodotti e della sua azienda, non è tanto la qualità del cachemire quanto la fama di benefattore e mecenate, come quella, un po' usurpata, di filosofo. La filantropia come investimento pubblicitario. Se nella cosa non ci fosse una dose di paternalismo eccessiva, quasi disgustosa, sarebbe da consigliare. 

26.5.16

Ode al fiore di prugno. Una poesia di Mao Tse-tung

Mao nel 1946
Il vento e la pioggia accompagnano il commiato della primavera.
Ritorna; e chi la riceve è il nevischio.

Altissima grava la rupe di ghiaccio
ma un piccolo ramo è fiorito gentile.

Gentilezza non cerca primavera.
Dice solo che viene.
Quando sulla montagna i fiori si apriranno
riderà in mezzo ai fiori.
 (1962; versi dedicati a Chang Ching, Traduzione di Edoarda Masi)

"Linea d'ombra", n.17 Dicembre 1986

Colussi Fashion & Rock (S.L.L.)

Su “La Stampa” del 20 marzo 2010 Chiara Beria di Argentine costruisce un gustoso e sorridente ritratto di Angelo Colussi.
“Saint Moritz, week-end scorso. A una cena di lor signori non è passato certo inosservato, con una giacca nera traslucida e scarpe coperte di borchie, la suola rossa scarlatta molto da divo del rock. Tre giorni dopo, nel suo nuovo quartier generale milanese in via Spadolini, Angelo Colussi, 59 anni, presidente del gruppo industriale umbro che sforna biscotti e panforti, pasta e riso, crackers e prodotti dietetici, dadi per brodo e succhi di frutta esce da una riunione.
Inappuntabile grisaglia grigia; sul tavolo mappe di Google con i siti, cerchiati in rosso, dei 3 stabilimenti russi dove, insieme ai partner della compagnia InfoLink, produce a tutto spiano buona pasta all’italiana.
“I russi amano i maccheroni” - per quell’enorme mercato in rapida espansione; l’agenda stracolma di chi guida un gruppo con 7 stabilimenti in Italia e 4 all’estero; 1400 dipendenti (altri 609 in Russia); 580 milioni di ricavi”.
Alla domanda se sia “la stessa persona che in privato è così fashion&rock?” Colussi risponde: “L’importante è non prendersi mai troppo sul serio”. Quindi rievoca la grande crisi dell’alimentare negli anni ‘70 e ‘80, quando le aziende straniere, più innovative nel marketing, facevano shopping di marchi italiani. Poi si effonde nel romanticismo aneddotico. Un padre di una durezza assoluta, Giacomo Colussi, che nel giorno del proprio compleanno, il 26 novembre 1999, un mese prima della morte, riunisce gli operai della fabbrica di Petrignano di Assisi e dice: “Vi lascio in buone mani”; ma al figlio, in azienda da oltre venti anni, aveva sempre detto che non avrebbe combinato nulla nella vita. Angelo, invece, trasforma il lascito in un colosso, soprattutto grazie alla fortunata joint venture con Andrej Gurov, fondatore di InfoLink. “Gurov e soci erano ingegneri nucleari; hanno fatto business con le sigarette poi si sono buttati sulla pasta” — così narra “l’industriale molto rock che compra grano in Arizona, fa il panforte a Siena e i makaroni con gli ex comunisti”.
Tutto molto bello, quasi commovente. Se non che ci è capitato di leggere un comunicato sindacale di fine febbraio. Le Segreterie regionali umbre di categoria Cisl, Cgil e Uil e le Rsu manifestano grandi preoccupazioni per il futuro della Colussi di Petrignano e chiedono un incontro all’Azienda, che salta e rinvia gli appuntamenti.
A sentir costoro, mentre Colussi fa il fashion&rock a Saint Moritz e il classico a Milano, per lo stabilimento tuttora più importante del Gruppo si prospetta la chiusura: non arrivano le promesse produzioni finora in capo ad altre fabbriche, non si rinnova il contratto agli stagionali, si obbliga alle ferie tutto il personale. Forse i sindacalisti sanno più di quel che dicono: parlano di chiusura oggi per spacciare come un successo la cassa integrazione di domani. Ma è forte il sospetto che l’ottocentesco e duro Giacomo era meglio del postmoderno e rockettaro Angelo. Quello ce l’avrebbe messa tutta per non chiudere il “suo” stabilimento, questo appare molto più farfallone e inaffidabile.


Da “micropolis”, marzo 2010 – pubblicato senza firma nella rubrica “Il fatto”.

La perdita della vista (Jorge Luis Borges)

Ho cominciato a perdere la vista nel momento in cui ho cominciato a vedere. L'ho persa gradualmente. Nel 1955, infine, ho constatato che non potevo né leggere né scrivere. Non potevo scrivere perché le lettere mi si accavallavano.
E non potevo leggere perché le pagine mi erano diventate una immagine grigia. Ma siccome il processo è stato lento non vi è stato nessun momento particolarmente patetico. Se un uomo perde di colpo la vista può pensare addirittura al suicidio. Se la va perdendo gradualmente, se tutto è come un lento crepuscolo, ci si abitua. Nella vita ci si abitua a tutto.


E dopo il duemila - Intervista rilasciata a Carlo Rossella in “Panorama”, 27 Giugno 1983

Racconto e romanzo (Jorge Luis Borges)

Il racconto è un breve sogno. Una corta allucinazione. Devo dare in poche parole una idea totale, poetica. Esige un maggior potere di concentrazione, una totale perfezione. Il romanzo è un’altra cosa, che non mi sento di definire. Uno scrittore quando ha smesso di scrivere un romanzo deve sentirsi felice. Quando invece ha terminato un racconto si chiede se sia valsa veramente la pena di averlo scritto.

da E dopo il duemila - Intervista rilasciata a Carlo Rossella in “Panorama”, 27 Giugno 1983

Poesia e musica. La milonga dell'infedele (Jorge Luis Borges)

Dal deserto arrivò
sul suo azulejo1
l'infedele;
era un indio dei toldos2
di Pincén o di Catriel.

Lui e il cavallo erano uno,
erano uno e non due.
Cavalcandolo a pelo lo guidava
con il fischio o con la voce.

C'era nel suo toldo una lancia
che affilava con cura;
a poco serve una lancia
contro il fucile avvantaggiato.

Sapeva curare con le parole,
cosa che non può chiunque.
Conosceva i sentieri segreti
della profonda frontiera.

Da dentro alla terra veniva
e dentro alla terra ritornò;
forse non raccontò a nessuno
le cose rare che vide.

Non aveva mai visto una porta,
questa cosa così umana
e così antica, né un patio
né la cisterna e la puleggia.

Non sapeva che dietro
alle pareti ci sono stanze
con la loro branda pieghevole,
il loro banco e altre bellezze.

Non lo spaventò vedere il suo volto
ripetuto nello specchio;
lo vide la prima volta
in quel primo riflesso.

I due indios si guardarono,
non scambiarono neanche un gesto.
Uno - quale? - guardava l’altro
come colui che sogna di sognare.

Non lo avrebbe spaventato neanche
sapersi vinto e morto;
la sua storia la chiamammo
la Conquista del Deserto.

1 azulejo: uccello americano dal piumaggio azzurro
2 toldo: capanna india fatta di rami e di pelli di animali


da “Panorama” - 27 Giugno 1983

Kafka non era un kafkiano (Giorgio Fontana)

Riprendo qui il testo dell’intervento di Giorgio Fontana letto al Festivaletteratura di Mantova 1912.
Franz Kafka nel 1917
“Kafkiano”. In genere, sotto questo aggettivo si raggruppa una famiglia di sensazioni che evocano un autore sinistro, cupo, angosciante, terribile, ossessionato dalla burocrazia, pesante, faticoso, pessimista, i cui personaggi sono assoggettati a un ordine oscuro e superiore. Nonostante decenni di buona critica e tentativi di liberalizzazione, il nome Kafka resta sempre e comunque legato a evocazioni del genere.
Ora, è ben vero che molte delle storie di Kafka siano permeate da sentimenti simili, e che la condanna resti un elemento cruciale. Ma non c’è niente di sottomesso nella sua prosa e nella sua figura autoriale: anzi, tutto l’opposto.
Il dramma dell’opera kafkiana è che quasi impossibile leggerla senza essere preceduti da una qualsiasi interpretazione. Ciò può valere anche per Dante o Dostoevskij, ma entrambi sono scrittori più vasti e sanguigni — la loro forza ricaccia indietro l’ermeneutica, ci concede una seconda verginità. L’arte di Kafka è invece molto più fragile. Più sottile, per nulla sanguigna. In questo senso è una preda ideale per gli esegeti.
Quindi? Quindi, come dice Kundera ne I testamenti traditi, “C’è solo un metodo per comprendere i romanzi di Kafka. Leggeri come leggiamo dei romanzi”. Cioè, cercando di non farsi anticipare dalla loro interpretazione. Riconoscendolo nella sua enorme complessità, e soprattutto smettendola di farne innanzitutto un’esegesi, ma godendo della sua lettura. (Personalmente, sogno un lettore di Kafka non kafkizzato: chissà quali meraviglie leggerebbe!)
Il mio punto è semplice: Kafka non era un kafkiano, cioè un individuo che assoggetta la propria arte a un’idea preconcetta o a una figura biografica, o un teologo mascherato o un cupo pensatore: era innanzitutto uno scrittore immenso — cioè un individuo che sapeva creare dei mondi indimenticabili con l’uso della parola. E vorrei portare due esempi a supporto di questa immagine.
Immagino tutti conosciate l’inizio della Metamorfosi: “Gregorio Samsa, svegliandosi una mattina da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo. Riposava sulla schiena, dura come una corazza, e sollevando un poco il capo vedeva il suo ventre arcuato, bruno e diviso in tanti segmenti ricurvi, in cima a cui la coperta da letto, vicina a scivolar giù tutta, si manteneva a fatica. Le gambe, numerose e sottili da far pietà, rispetto alla sua corporatura normale, tremolavano senza tregua in un confuso luccichio dinanzi ai suoi occhi. Cosa m’è avvenuto? Pensò. Non era un sogno”.
Il grande critico Giuliano Baioni ha fatto notare che questo è l’unico strappo in una narrazione che, per il resto, procede in modo assolutamente piano — in modo naturale. L’assurdo viene messo in scena nella prima riga. Il resto segue inesorabile, come da un postulato. Questo è l’esempio più noto ed evidente dell’inserimento dell’assurdo in una situazione naturale da parte di Kafka.
Ma perché tutti quei dettagli? Perché è reale. La storia ci sta domandando di credere che stia accadendo davvero — e come diceva Lawrence, non dovremmo fidarci mai di chi racconta, solo della storia.
Di nuovo, qui si svela la grandezza di Kafka. Un surrealista avrebbe proposto la trasformazione in insetto come un dato puramente onirico. Un kafkiano ci direbbe che è una metafora dell’individuo soppresso da un potere più grande eccetera.
No, Kafka invece è brutale: toglie di mezzo la similitudine: non sei come una blatta, sei una blatta. Ci obbliga invece a considerare la metamorfosi come qualcosa di reale: non è un’allegoria, non è un simbolo — è una condizione. Sei innocente e ti ritrovi un insetto. Non ti puoi difendere, e non lo puoi fare davvero: sei un insetto vero, calato in una dimensione iperrealistica e altamente connotata dal punto di vista sociale.
Ecco il punto. È questo il segreto di dolore della Metamorfosi: ogni trasformazione non riguarda solo il soggetto cui è diretta, ma anche chi gli sta attorno. Se Gregor diventa blatta, la sua famiglia diventa la famiglia di una blatta.
La forza del racconto non sta nella banale equivalenza fra un uomo e uno scarafaggio — questo è un gioco da ragazzi. La forza terribile del racconto sta in tutto il resto: nella capacità di Kafka di descrivere quanto può diventare grande e tempestivo l’odio verso chi amavamo, quando cambia e diventa altro. Una persona gravemente malata, ad esempio. Qualcuno che pesa sulle nostre spalle, e che non può darci nulla in cambio, nemmeno linguisticamente: lui è solo, e noi siamo soli.
Se proviamo a leggere la Metamorfosi interamente dal punto di vista della famiglia di Gregor Samsa — con quel finale agghiacciante — allora lo troveremo non come un il “capolavoro del kafkismo”, ma come un racconto di famiglia, uno dei più grandi racconti di famiglia mai scritti — ancor prima di una metafora sulla distruzione di un individuo.
Ed ecco che Kafka, trascinato fuori dal cerchio asfissiante del “kafkismo”, diventa improvvisamente un parente stretto di Cechov. O di Tolstoj.
Un altro esempio che trovo illuminante (e che a mio avviso è stato molto sottovalutato, finora) è l’importanza delle descrizioni in tutti i lavori dello scrittore boemo. Ecco un brano tratto da America, forse il più romanzesco dei suoi romanzi: “Davanti alla sua stanza, e per tutta la lunghezza di questa, correva uno stretto balcone. Ma quel sesto piano, che nella città natale di Karl sarebbe stato il più alto, qui consentiva di dominare con lo sguardo una sola strada che correva diritta fra due file di case letteralmente spaccate per lungo e si perdeva lontano ove, in mezzo a una grande nebbia, si alzavano le forme mostruose di una cattedrale. E mattina e sera, e nei sogni della notte, in questa strada si svolgeva un traffico continuo che visto dall’alto rappresentava un turbine, che si riformava ininterrottamente, di figure umane contorte e veicoli d’ogni genere; da questa confusione si levava un nuovo turbine più complicato e più sconvolto, formato di rumori, polvere e odori, e tutto questo era incalzato e compenetrato da una luce potente, che di continuo era come dispersa e portata via dalla massa degli oggetti e poi in fretta nuovamente raccolta, sicché all’occhio confuso appariva addirittura corporea come se sopra alla strada venisse ogni momento spezzata con tutta la forza una lastra di vetro che ricopriva ogni cosa”.
Sembra un quadro di Paolo Uccello. O di Boccioni. Ma perché mi attardo sulle descrizioni? Perché a un “kafkiano” non interessano. Il kafkiano ritiene il mondo già giudicato, del tutto insignificante: è importante la visione, la filosofia, il pensiero che si ritiene sotteso all’opera.
Invece guardate con quanta dedizione, con quale stupore e pietà Kafka descrive le cose — neanche le persone, proprio le cose, i paesaggi, i dettagli, i gesti: i suoi personaggi ancora non sanno di essere perduti, e si attardano sul mondo come se potessero ancora salvarlo. Ha un profondissimo interesse per gli oggetti, che renderà persino personaggi animati — penso a Odradek o alle palle di celluloide “viventi” del racconto Blumenfeld, uno scapolo anzianotto. Gli oggetti esercitano su Kafka una magia straordinaria: sono ancora del tutto carichi di quell’aura che Walter Benjamin avrebbe sentenziato in progressiva scomparsa un decennio o due dopo.
E poco importa che poi trascinino i suoi personaggi nell’abisso, rendendoli sempre più simili a cose essi stessi. Non c’è alcun cinismo, in Kafka: è forse lo scrittore più assolutamente privo di cinismo che sia mai esistito. Nonostante la sua metafisica certamente terribile e spietata, è uno scrittore ricolmo di stupore e sete di bellezza.
E allora, ricapitolando: perché Kafka non era un kafkiano? In una frase: perché la sua opera non si lascia ridurre a niente di così unilaterale e semplificato. Il breve racconto La partenza si chiude con questo dialogo fra un cavaliere che incomincia un lungo vagabondaggio e il suo servitore: “«Non hai provviste con te» disse. «Non ne ho bisogno» risposi. «Il viaggio è così lungo che dovrò morir di fame se non trovo nulla per via. Nessuna provvista mi può salvare. Per fortuna è un viaggio veramente straordinario.»”
Bene, io credo sia il caso di ripensare con attenzione al viaggio straordinario che è la scrittura di Kafka, nonostante i suoi epiloghi inevitabilmente terribili. Kafka era un uomo che più di ogni altro considerava la necessità dell’esattezza della parola e la sua importanza, e insieme fu un grande narratore. Raccontava al giovane Janouch che “un danno arrecato alla lingua colpisce anche i sentimenti e la ragione, è un oscuramento del mondo, una glaciazione”: nelle parole c’è la responsabilità, perché sono ciò che abbiamo e dobbiamo prenderne massima cura.
Heidegger diceva di Kant: è un filosofo che non bara. Lo stesso potremmo dire di Kafka: i misteri e le contraddizioni ce li offre sempre con spietata chiarezza, veicolati da una lingua cristallina, incapace di mentire: una lingua volutamente “minore”, come spiegavano Deleuze e Guattari, e per questo ancora più potente: “La formula del suo antilirismo e antiestetismo è appunto “afferrare il mondo” piuttosto che estrarne delle impressioni, lavorare sugli oggetti, le persone e gli eventi, nel vivo del reale, e non sulle impressioni. Uccidere la metafora.” Proprio come dicevamo sopra. Kafka svela la menzogna dell’esistenza meglio di chiunque altro, ma non mente mai: fa parte di quella piccola famiglia di scrittori assolutamente incapaci di trucchi, che pagano con la sofferenza la loro purezza.
A ventun anni scriveva con ardore giovanile all’amico Oskar Pollak: “Bisognerebbe leggere, credo, soltanto i libri che mordono e pungono. Se il libro che leggiamo non ci sveglia con un pugno sul cranio, a che serve leggerlo? Affinché ci renda felici, come scrivi tu? Dio mio, felici saremmo anche se non avessimo libri, e i libri che ci rendono felici potremmo eventualmente scriverli noi. Ma noi abbiamo bisogno di libri che agiscano su di noi come una disgrazia che ci fa molto male, come la morte di uno che ci era più caro di noi stessi, come se fossimo respinti nei boschi, via da tutti gli uomini, come un suicidio, un libro dev’essere la scure per il mare gelato dentro di noi. Questo credo”.
Questo credeva, e questo inseguì per tutta la vita. Per Kafka era una lotta senza quartiere e che, se egli era consapevole sarebbe finita male, non abbandonò mai: grazie all’amore che aveva per la parola ci regalò qualcosa di stupendo, un’opera che sì, senz’altro è piena di dolore e angoscia, e senz’altro fa della condanna il proprio asse portante: ma è anche piena di coraggio e di una strana forma di consolazione — come se tutta la bellezza espressa dimostri che ci sia sempre spazio per la luce, e il buio cui inevitabilmente siamo destinati non è una giustificazione per negarla: “se sono condannato a morire”, scrive nei Diari, “lo sono anche a difendermi fino alla fine”.
E questa è la disperata, vivissima, meravigliosa resistenza che Franz Kafka, il mio scrittore preferito, operò di fronte al dolore e alla crudeltà della vita.


In “minima&moralia”, venerdì, 14 settembre 2012

Panzieri in Sicilia (Pino Ferraris)

Raniero Panzieri a Messina con la moglie Pucci Saja 
L’esperienza di Panzieri in Sicilia dura sei anni, dal 1949 al 1955. Arriva a Messina come giovane docente di filosofia del diritto, chiamato ad un incarico universitario da Galvano della Volpe, e dopo pochi mesi si impegna in una militanza politica e sociale che lo conduce nel giro di due anni a lasciare l’accademia per diventare politico di professione.
Nell’esperienza siciliana si salda il rapporto umano, politico e culturale con Rodolfo Morandi.
I successi del suo lavoro nell’isola e il suo ruolo di interprete originale e attivo della «politica unitaria» morandiana sono alla radice della sua rapida ascesa ai vertici nazionali del Partito socialista. Nel congresso di Bologna del gennaio 1951 Panzieri entra contemporaneamente nel comitato centrale e nella direzione del partito. L’ingresso dei due giovani «morandiani» Raniero Panzieri e Dario Valori coincide con l’esclusione di un protagonista del socialismo italiano come Lelio Basso.
Elio Giovannini definisce quel congresso il Congresso della vergogna nel quale trionfa il «piccolo stalinismo socialista» con la regìa di Pietro Nenni e di Rodolfo Morandi.
Quale fu l’atteggiamento di Panzieri verso l’ideologia e le pratiche staliniste che negli anni della guerra fredda erano assolutamente dominanti nella cultura e sub-cultura social-comunista?
In una lettera a Libertini del dicembre 1959 parla esplicitamente degli «errori commessi» negli anni della guerra fredda «sollecitato sempre dal senso – che tenevo per certo – di un legame ininterrotto, nella lotta, tra il movimento e i partiti».
Forse coglie nel segno la recente testimonianza del dirigente comunista Emanuele Macaluso che conobbe e frequentò molto da vicino Raniero Panzieri in quegli anni siciliani.
“Se un uomo come Panzieri sta nel PSI – afferma Macaluso – anche nella fase della maggiore comunistizzazione e stalinizzazione di questo partito è perché nel PSI aleggiava una storia nella quale la libertà (la libertà di ricerca, la libertà politica, la libertà del cittadino) aveva avuto un peso straordinario. E perché nel PSI, per quanto comunistizzato, non c’erano barriere e vincoli tali che prima o poi la questione si riaprisse. Quelli che nutrivano una maggiore inquietudine intellettuale e politica – gli uomini come Panzieri – scelsero in larga misura più il PSI del PCI”.
La crisi di Panzieri, dopo la catastrofe del Fronte popolare, fu dovuta soprattutto al collasso strutturale del partito, alla sua incapacità di offrire uno strumento di azione di massa e di lotta di classe. La caduta della prospettiva di ricollocare il Partito socialista «all’interno della situazione generale della classe lavoratrice» coincise con il ripiegamento verso il lavoro accademico. Nel novembre 1948 va all’Università di Messina, ma già nel maggio del 1949 viene coinvolto nel progetto morandiano di ricostruzione del partito.
Nell’aprile del 1950 Morandi indica Panzieri come il suo rappresentante nell’Isola.
Dalla documentazione offerta da Domenico Rizzo sull’attività di Panzieri in Sicilia emerge una inedita figura di dirigente politico a tutto tondo: costruttore di strutture organizzative, animatore in prima persona di lotte di massa nelle miniere e nei feudi, coinvolto in una sequenza di faticosissime campagne elettorali (le regionali del 1951, le comunali del 1952, le politiche del 1953, le regionali del 1955). Un Panzieri che si spende con generosità in un impegno pratico quotidiano a tutti i livelli e in ogni direzione e che continua ad esprimere una sempre rinnovata elaborazione culturale. Soprattutto emerge il profilo di un dirigente profondamente radicato nella realtà sociale e politica del Meridione, interprete della storia e delle tradizioni più vive e combattive del movimento democratico e socialista siciliano.
Il Panzieri di quegli anni indica nelle lotte per la terra il «punto archimedico» di una rivoluzione democratica.
Nel corso della campagna elettorale regionale del 1955, quando Morandi e Panzieri rompono la tradizionale unità elettorale con il PCI nel «Blocco del popolo» e i socialisti presentano liste proprie, si dispiega la peculiarità della politica socialista nell’Isola.
La piattaforma elettorale del PSI dal titolo Nell’alternativa socialista rinascita e autonomia della Sicilia, scritta da Panzieri, ha un ampio respiro culturale: recupera le radici della lotta socialista a partire dai Fasci siciliani, fa una lucida e sferzante analisi dei governi democristiani e delle loro complicità economiche e mafiose, propone un disegno alternativo di sviluppo economico e di riscatto sociale. Contro il separatismo reazionario e contro una linea di asservimento al centralismo dello Stato unitario burocratico rivendica la lunga storia di lotta socialista per un’autonomia, in chiave federalista, che ha sempre intrecciato libertà politiche e liberazione sociale.
Il movimento dei Fasci siciliani nel quale si esprimeva un forte associazionismo partecipativo, che vedeva la convergenza tra azione economica e iniziativa politica, è indicato come l’esperienza fondamentale ed esemplare del socialismo siciliano che alimenterà generazioni di organizzatori di leghe contadine, di cooperative bracciantili e di combattivi dirigenti socialisti.
Questo recupero di una tradizione socialista di lotta di classe radicale e libertaria, che dall’Ottocento si prolunga nel primo Novecento è uno degli aspetti più originali della elaborazione politica e culturale del Panzieri siciliano che non sarà più ripresa negli anni successivi.
La campagna elettorale del 1955 e i risultati del voto, che segnano un successo dei socialisti, fanno della Sicilia il laboratorio della linea di «apertura a sinistra» unitariamente approvata dal congresso di Torino del PSI pochi mesi prima. Sia la documentazione offerta da Domenico Rizzo, sia la testimonianza di Macaluso ci dicono che Panzieri, in stretto collegamento con Rodolfo Morandi, è protagonista in questa svolta politica.
La posta in gioco era altissima: non si trattava solo di colpire il blocco agrario realizzando la distribuzione della terra. Si poneva all’ordine del giorno la gestione pubblica regionale delle risorse idriche e della produzione elettrica e soprattutto la nuova questione delle risorse petrolifere. Era un intero assetto di potere, coagulato attorno ai governi dell’on. Restivo, che era messo in discussione. Segnale dell’altezza della sfida è l’uccisione, in piena campagna elettorale, del capolega socialista Salvatore Carnevale da parte della mafia.
Il terremoto in atto nei rapporti di potere è testimoniato dalla rottura della Sicindustria di La Cavera con la Confindustria nazionale. Il nuovo governo Alessi, che ebbe durata breve, fu il risultato dell’autonoma e combattiva iniziativa socialista perseguita da Panzieri attraverso tensioni con il Partito comunista (scrive Montalbano a Li Causi: «… insistendo Panzieri e Taormina nella separazione da noi, secondo le direttive di Nenni, nonostante le proteste di base che cominciano a farsi preoccupanti. Si ha l’impressione che in Sicilia il PSI sia diretto da socialdemocratici anticomunisti e non da marxisti») e non poche resistenze all’interno del PSI.
L’esperimento siciliano realizzato da Morandi e da Panzieri non era altro che l’anticipazione del centro-sinistra nenniano, come sembra pensare Stefano Merli? È lecito dubitarne.
Nel 1955 Raniero Panzieri, membro della direzione del Partito socialista, segretario della Sicilia, responsabile nazionale stampa, propaganda e cultura del partito, resta uno dei più importanti giovani dirigenti socialisti morandiani.


Dal “Sito in ricordo di Pino Ferraris” ( http://www.pinoferraris.it/ )

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