6.10.14

Alle radici dell’omofobia cattolica


Sodomiti all'inferno in una miniatura medievale
Suscita qualche scandalo la campagna condotta nelle istituzioni elettive locali (Comuni, Regioni) attraverso mozioni e ordini del giorno, spesso ispirata da strutture della Conferenza Episcopale Italiana, contro la recente legge antiomofobia e contro ogni forma di riconoscimento civile delle unioni tra omosessuali, in favore di quella che viene chiamata la “famiglia naturale”. C'è chi pensa che si tratti di un colpo di coda del conservatorismo ecclesiastico, diretto contro il nuovo papa riformatore, ma costui in realtà – tutte le volte che ha affrontato la materia – non si è discostato dalle posizioni dei suoi predecessori. E' possibile che qualcosa si muova anche in questo campo, del chesaremmo contenti; ma è più facile che accada nella forma della comprensione per chi pecca e della accoglienza di chi si pente piuttosto che verso l'affermazione di un diritto di libertà. Si tratterebbe infatti di ribaltare tutta una tradizione dottrinaria, cosa molto improbabile in una Chiesa, quella cattolica romana appunto, che si regge appunto sulla Tradizione e considera infallibili i Papi del passato in materia di fede. Le citazioni che seguono sono state scelte dal rimpianto Walter Peruzzi per il suo Cattolicesimo reale (Odradek, 2008), da lui alimentato. (S.L.L.)

El Greco - Ritratto di Pio V (San)
Deuteronomio 22, 5
La donna non si metterà un indumento da uomo né l’uomo indosserà una veste da donna; perché chiunque fa tali cose è in abominio al Signore tuo Dio.

Levitico 20, 13
Se uno ha rapporti con un uomo come con una donna, tutti e due hanno commesso un abominio; dovranno essere messi a morte; il loro sangue ricadrà su di loro.

S. Paolo, Lettera ai Romani, 1, 24-32
Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura... Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che s’addiceva al loro traviamento… E, pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa.

S. Gregorio Magno, Commento morale al libro di Giobbe
Che lo zolfo evochi i fetori della carne, lo conferma la storia stessa della Sacra Scrittura, quando parla della pioggia di fuoco e zolfo versata su Sodoma dal Signore. Egli aveva deciso di punire in essa i crimini della carne, e il tipo stesso del suo castigo metteva in risalto l’onta di quel crimine… Era quindi giusto che i Sodomiti, ardendo di desideri perversi originati dal fetore della carne, perissero ad un tempo per mezzo del fuoco e dello zolfo, affinché dal giusto castigo si rendessero conto del male compiuto sotto la spinta di un desiderio perverso.

S. Tommaso d’Acquino, Super ad Romanos
E' un’abitudine naturale che l’uomo e la donna si accoppino e in verità è contro natura che il maschio seduca il maschio e la femmina la femmina. E il medesimo principio riguarda ogni coito dal quale non possa risultare generazione…

S. Pio V, Enciclica Cum primum)
Avendo rivolto il nostro animo a rimuovere tutto quanto può offendere in qualche modo la maestà divina, abbiamo stabilito di punire innanzitutto e senza indugi quelle cose che, sia con l’autorità delle Sacre Scritture che con gravissimi esempi, risultano essere spiacenti a Dio, e cioè la negligenza del culto divino, la macchia della simonia, il crimine della bestemmia e l’esecrando vizio contro natura. Colpe per le quali i popoli e le nazioni vengono colpiti da Dio a giusta condanna con guerre, fame e pestilenze… Sappiano i magistrati che, se anche dopo la nostra costituzione saranno negligenti nel punire questi delitti, saranno prima di tutto sottoposti al giudizio di Dio onnipotente e poi incorreranno nella nostra indignazione… Se qualcuno commetterà il nefando crimine contro natura, a causa del quale l’ira di Dio si abbatte su coloro che gli resistono, sarà consegnato al braccio secolare; e se chierico, dopo essere stato privato di ogni grado, sarà sottoposto ad analoga pena.

Giovanni Paolo II, Angelus del 20 febbraio 1994)
Con la risoluzione del Parlamento Europeo [in favore delle coppie di fatto omo ed etero ndr] si è chiesto di legittimare un disordine morale. Il parlamento ha conferito indebitamente un valore istituzionale a comportamenti devianti, non conformi al piano di Dio. (…) Dimenticando la parola di Cristo – ‘la Verità vi farà liberi’ (Gv. 8, 32) – si è cercato di indicare agli abitanti del nostro continente il male morale, la deviazione, una certa schiavitù, come via di liberazione, falsificando l’essenza stessa della famiglia.

Joseph Ratzinger, Lettera sulla cura delle persone omosessuali, 1986-93
In Levitico 18,22 e 20,13, quando vengono indicate le condizioni per appartenere al popolo eletto, l’autore esclude dal popolo di Dio coloro che hanno un comportamento omosessuale…
L’attività omosessuale non esprime una unione complementare, capace di trasmettere la vita, e pertanto contraddice la vocazione a una esistenza vissuta in quella forma di auto-donazione che, secondo il Vangelo, è l’essenza stessa della vita cristiana…
Quando… l’attività omosessuale viene accettata come buona, oppure quando viene introdotta una legislazione civile che protegga un comportamento al quale nessuno può rivendicare un qualsiasi diritto, né la Chiesa né la società nel suo complesso dovrebbero poi sorprendersi se anche altre opinioni e pratiche distorte guadagnano terreno e se i comportamenti irrazionali e violenti aumentano…
La tendenza sessuale non costituisce una qualità paragonabile alla razza, all’origine etnica, etc., rispetto alla non-discriminazione. Diversamente da queste, la tendenza omosessuale è un disordine oggettivo e richiama una preoccupazione morale. Vi sono ambiti nei quali non è ingiusta discriminazione tener conto della tendenza sessuale; per esempio, nella collocazione di bambini in adozione o affido, nell’assunzione di insegnanti o allenatori sportivi, nel servizio militare. Le persone omosessuali, in quanto persone umane, hanno gli stessi diritti di tutte le altre persone… Nondimeno, questi diritti non sono assoluti. Essi possono venire legittimamente limitati a motivo di un comportamento esterno oggettivamente disordinato.

Francesco non far l’ipocrita (Walter Peruzzi)

Walter Peruzzi è morto nell’ultimo maggio, dopo alcuni mesi di sofferenza. Quel che segue è uno dei suoi ultimi contributi sul sito “Cattolicesimo reale”. (S.L.L.)

Perché sulla «difesa della vita» ogni discorso dei cattolici è irricevibile
Il nuovo papa ha sponsorizzato la marcia pro-life e levato la voce in difesa dei diritti dell’embrione. Per un verso questo ci tranquillizza perché conferma che, nonostante le tanto promesse novità, anche Francesco si limiterà a fare il papa, cioè a ripetere sciocchezze come i suoi 265 predecessori. E tuttavia vien da chiedersi, forse perché ci eravamo già abituati ai più divertenti «buongiorno» e «buonasera», finché dovremo sopportare queste sciocchezze e discuterle, anziché mandare i cattolici a quel paese una volta per tutte.
Che senso ha infatti – mi chiedo e chiedo ai cattolici più aperti, come gli amici di Adista, Il dialogo, Il foglio di Torino, “Noi siamo chiesa”, o le Comunità di base – tollerare l’ipocrita sceneggiata d’una chiesa che si spaccia per religione della vita mentre prega un Dio che ha compiuto o commissionato un’infinita serie di omicidi, dal diluvio universale alla distruzione di Sodoma, dal massacro dei 450 sacerdoti di Baal a quello dei primogeniti d’Egitto più tutti gli abitanti di Gerico Ninive Babilonia e via elencando; o un Figlio non migliore di lui, che minaccia a chi pecca la «morte eterna»?
Non è piuttosto schizofrenico tenere concioni in difesa della vita o anche bandire campagne per la pace e la nonviolenza mentre si adora l’inventore dell’Inferno e il « Dio degli eserciti»? Forse i suoi crimini sono prescritti? Né si risponda con le astute reinterpretazioni della Bibbia, che cercano di rileggere i misfatti di Jahvè in chiave simbolica o mitica. Anche quando dovessimo ritenere esatte tali interpretazioni, o concludere che la Bibbia è un’opera di letteratura fantastica come l’Odissea (del che i “laicisti” sono già convinti), ciò contrasta con quanto la Chiesa afferma circa l’inerranza, con quel che si legge nel catechismo e in varie bolle papali sulle «uccisioni volute da Dio» e con quanto i fedeli credono. Se le “nuove” interpretazioni sono esatte quelle della Chiesa sono false e falsa è la religione che su di esse si fonda e che professano anche i cattolici “buoni”.
E ancora: la Chiesa non solo legittima i crimini di Dio ma ha commesso e giustificato in proprio gli omicidi per ragioni di fede (crociate, inquisizione, caccia alle streghe, guerre di religione, conquista e evangelizzazione delle Americhe, ecc.) almeno dal 325, quando il concilio di Nicea condannò a morte chi conservava i libri di Ario, al 1870 – ossia per l’80% della sua esistenza. Questo significa che quasi tutti i papi, i vescovi e il clero che guidano i fedeli da duemila anni sono stati coinvolti in pratiche omicide se non altro per averle ritenute giuste. Inoltre la Chiesa ha sì domandato in qualche modo e tardivamente perdono per alcune violenze compiute, ma non si è scusata per le dottrine con cui le ha giustificate, non ha riabilitato le vittime e, soprattutto, continua a venerare come santi, e a indicare come modello ai fedeli, proprio gli autori di quelle violenze. Mi limito a ricordare Pio V, festeggiato il 30 aprile di ogni anno come santo del giorno, benché abbia fato scannare migliaia di valdesi, mandato al rogo eretici, giornalisti e gay, bandita la guerra ai turchi; e abbia scritto, circa gli eretici: « non mai pietà; sterminate chi si sottomette e sterminate chi resiste; perseguitate a oltranza, uccidete … purché sia vendicato il Signore» (Lettera a Filippo II, 1570).
In conclusione mi pare che Francesco, prima di predicare la «difesa della vita dal concepimento alla fine naturale», e gli stessi cattolici “buoni”, dovrebbero condannare il Padre e il Figlio, abrogandone il culto; de-santificare Pio V, Pio IX e molti altri santi e beati; erigere monumenti, basiliche e altari a Giordano Bruno, fra Dolcino, Pietro Valdo, le streghe ecc.; sconfessare quanto la Chiesa ha fatto e insegnato in materia di omicidio dal 325 a oggi, comprese le donne fatte morire per salvare il feto, o meglio per tenerlo in vita appena il tempo sufficiente a battezzarlo, e i giovani morti di Aids a causa della fatwa contro il cappuccio inglese.
Mi rendo conto che fare questo equivarrebbe a chiudere la Chiesa di Roma e a buttare le chiavi nel Tevere, mettendo fine al cattolicesimo. Ma, forse, non sarebbe una cattiva idea. Solo dopo, in ogni caso, ci si potrà trovare a discutere amabilmente con papa Francesco e i pro-life, magari fra una birra e l’altra, fra un «buon appetito» e un «buona notte», di embrione, aborto e difesa della vita.


“Cattolicesimo reale”, 19 maggio 2013

'Proteggete le nostre verità'. In morte di Walter Peruzzi (G. Paciucci – A.M. Rivera)

Ripropongo qui un ricordo di Walter Peruzzi, scritto da Anna Maria Rivera e Gianluca Paciucci che cerca di restituire il senso della sua complessa figura d’intellettuale e militante comunista dal molteplice impegno teorico e politico. (S.L.L.)
Walter Peruzzi
Intellettuale comunista, 
caparbio demolitore dei meccanismi del consenso
Il 25 maggio scorso ci ha lasciato Walter Peruzzi, amico e compagno di tante battaglie di pensiero e di azione, intellettuale lucido e radicale, profondamente laico, comunista, anti-imperialista. La sua attività di professore e di pubblicista ha percorso i campi della riflessione teorica e della lotta per la costruzione di un mondo fondato sull’uguaglianza.
Molte le riviste cui ha collaborato, da “Adesso” a “Riforma della scuola”; molte quelle da lui dirette, dal “Bollettino del Centro d’Informazione” (1961-‘67) a “Lavoro Politico” (1967-’69), fino a “Marx 101” (1990-’95). E, ancor oggi, il periodico “Guerre&Pace“, che fondò nel 1993 insieme con altre/i illustri intellettuali impegnate/i, allo scopo di proporre una controinformazione rigorosa e militante sulla Prima guerra del Golfo.
Nell’ultimo ventennio ha dedicato il suo impegno a studiare quel che lui stesso ha chiamato Il cattolicesimo reale (Odradek, Roma 2008) e ad analizzare le radici “nere” della Lega nord, come testimonia il suo Svastica verde (Editori Riuniti, Roma 2011), cui volle chiederci di collaborare. E’ ancora Odradek ad aver pubblicato, nel 2013, la sua ultima fatica, scritta con Claudio Cornaglia, Filippo D’Ambrogi e con i disegni di Maria Turchetto, Oca pro nobis. Controsillabo giocoso e irriverente, in cui egli è riuscito a toccare perfino l’intoccabile Bergoglio. Ove il conformismo sfiorava e sfiora il servilismo, là Walter si metteva al lavoro per scardinare il meccanismo del consenso e delle complicità.
Uno a uno, i protagonisti della straordinaria stagione inaugurata nel biennio 1968-’69 se ne stanno andando: fra gli ultimi, Vittorio Rieser e Walter Peruzzi. Se a nulla serve il gioco del cosa resta, utilissimo è quello del che cosa è stato. E sono stati anni e anni di testardo ribadire le ragioni di un percorso e di una fiumana - Quarto e Quinto Stato, fino ai/alle migranti e oltre - che ha sfiorato più volte la realizzazione dei sogni di una e più cose, e che in parte l’ha ottenuta in luoghi liberati dall’orrore capitalista.
Le sedi, a Milano, della redazione di “Guerre&Pace”, le riunioni e le manifestazioni del movimento pacifista, un articolo, un dossier, un ‘libro bianco’ sui crimini dell’imperialismo (degli imperialismi) sono stati alcuni di questi luoghi: vedervi Walter al lavoro e su questi temi è una lezione che non possiamo né vogliamo dimenticare.
“Proteggete le nostre verità”, è un indimenticabile verso di Franco Fortini: questo proveremo a fare, custodi di un mondo che è stato e che sarà. Proteggeremo anche le verità di Walter, e la sua straordinaria voglia di comunità, di condivisione, di progetto comune.


“il manifesto”, 27 maggio 2014

5.10.14

Parole. Precario (Jacopo Manna)

La parola precario (di cui precariato è derivazione) ha due funzioni grammaticali, due significati ben distinti e una storia insolita.
Come aggettivo, nel senso di “instabile”, “provvisorio”, “stentato” ed “occasionale”, fa la sua comparsa in età decisamente avanzata ossia nel Settecento e si consolida nel secolo successivo trovando largo impiego sia nella retorica ufficiale (la “precaria stabilità dei governi” di Foscolo) sia nel linguaggio famigliare (Paolina Leopardi rimprovera il fratello Giacomo, impaziente ed improvvido, di rendere “il suo stato sempre più penoso e precario”).
Va a finire che tocca al nostro rivoluzionario meno sensibile alle novità dell’industria, cioè Mazzini, l’onore di applicare per primo il termine alle condizioni della nuova classe lavoratrice e di farlo addirittura con toni da internazionalista: “Dappertutto, in Francia, in Inghilterra ed altrove, l’operaio vive, generalmente parlando, come in Italia, e più che in Italia, una vita povera, stentata, precaria, per giungere a una vecchiaia inferma, squallida, senza soccorso”.
Ma precario è anche un sostantivo coniato dal diritto romano: indica la concessione di un bene, gratis o a prezzo simbolico, fatta da un proprietario che può chiederne la restituzione in qualunque momento e senza preavviso.
Data la tenacia con cui la giurisprudenza degli antichi ha retto alla fine del mondo classico e al succedersi delle civiltà, niente di strano che in questo significato la parola sia pervenuta sino al moderno diritto italiano per indicare una particolare forma di comodato (sempre con restituzione immediata) cui ricorre in particolare la Pubblica amministrazione per concedere beni appartenenti al demanio.
La parola sembra insomma marcata da un senso di provvisorietà, insicurezza ed arbitrio: e questo particolarmente nel suo uso giuridico, dove definisce un rapporto senza simmetria nel quale chi concede qualcosa lo fa per pura benevolenza e chi la riceve non l’ha ottenuta nel nome di un diritto ma in grazia di un beneficio. Insomma un rapporto di vassallaggio. Tanto più se la concessione non è quella di un bene generico ma quella di un posto di lavoro; in questa particolare accezione, la prima attestazione del vocabolo risale ad un anno-simbolo, il 1980, quando una testata popolarissima come il “Radiocorriere Tv” spiega alla massa dei suoi lettori che “nell’uso corrente del termine sono due le categorie di ‘precari’ [notate le virgolette!]: quelli della scuola e quelli della legge 285 sull’occupazione giovanile”.
Il punto però è che l’aggettivo precario è testimoniato molto prima, addirittura alla fine del Quattrocento: ma a quell’epoca risente ancora in maniera diretta della sua derivazione da prex, precis (“preghiera”, “supplica”) e difatti viene usato nel senso di “supplicante” e “che si ottiene con preghiere e con suppliche”. Poi, come un fiume carsico, sembra sparire per tornare in uso tre secoli dopo ma con una trasformazione di significato sconcertante. Forse un po’ meno sconcertante se si pensa a come funzionano le concessioni arbitrarie, le grazie revocabili, i favori senza garanzia.


“micropolis”, settembre 2014

4.10.14

Esame alla Scuola di Sapienza (Juan de Mairena / Antonio Machado)

Antonio Machado y Ruiz (Siviglia 1875-Collioure, Francia 1939), uno dei massimi poeti del Novecento, pubblicò col titolo Juan de Mairena (1936) immaginarie testimonianze, motti, detti, aneddoti riguardanti colui che il narratore chiama suo maestro, appunto Mairena. Mairena, ironico e pacato, è l'alter-ego immaginario che equilibra i toni lirici della poesia. Tradotti da Oreste Macrì ed Elisa Terni Aragone alcuni brani del Jaun de Mairena furono pubblicati tra le Prose di Antonio Machado (Lerici 1968) da cui è tratto il raccontino che segue che Goffredo Fofi scelse insieme ad alcune poesiole ed aforismi pedagogici per La terra vista dalla luna, supplemento al n.64 di “Linea d'ombra”, ottobre 1991. (S.L.L.)
Un ritratto di Antonio Machado
— Pesco tre palline?
— Basta una.
— Lezione 24. "Sul giudizio".
— Avanti.
— Conosciamo tre tipi di giudizi per mezzo dei quali l'uomo esprime la sua inguaribile aspirazione all'oggettività. Per riconoscerli ci basteranno tre esempi.
Primo esempio: "Dio è giusto". Questo è quanto noi crediamo nel caso che Dio esista.
Secondo: "L'uomo è mortale". Questo è quello che ci pare di aver notato fino a oggi.
Terzo: "Due più due fanno quattro". Questo è ciò che probabilmente tutti pensiamo.
Chiamiamo il primo "giudizio di credenza"; il secondo, "giudizio di esperienza"; il terzo "giudizio di ragione".
— E con quale di queste tre classi di giudizi crede lei che l'uomo riesca a avvicinarsi a una verità obiettiva, intendiamoci, a una verità che sarebbe in ultima analisi indipendente da questi stessi giudizi?
— Forse con tutt'e tre; forse con qualcuna delle tre; può anche darsi con nessuna delle tre.
— S'accomodi.
— ?!  
— In questa materia lei è bocciato; può passare alla seguente.

Città antica. La scelta del luogo (Lidia Storoni)

Piantina dell'antica Capua
Tracce stratificate di culto e di scambi testimoniano l'esistenza d'un centro attivamente frequentato nella piana che si stende tra la rocca capitolina e il Tevere. Incendi, alluvioni, scarico di terra per ovviare alle piene coprirono più volte le antiche are; ma, tenaci come formiche, gli uomini, abbandonate poco a poco le capanne su i colli, tornarono a incontrarsi con le loro merci e i loro dèi, sempre nella stessa area. Essa offriva facile approdo alle navi entrate nel fiume alla foce, facile guado tra le due sponde attraverso l'isola Tiberina. Quel punto segnava l'incontro tra Etruria e Magna Grecia, tra il mare e le piste che diventarono poi la Cassia e la Flaminia.

Comunità di eguali
Sin dall'età del bronzo scambiarono sale e manufatti contro pelli, latticini, lana, pecore: la prima moneta si chiamò pecunia. Insieme alle ceramiche, penetrò dalla Grecia la cultura; la tradizione pone a metà dell'VIII secolo a.C. la fondazione della Roma quadrata; ma il solco di Romolo non è stato mai identificato con certezza: i 12 avvoltoi volarono su un mercato brulicante di vita. Negli stessi anni, alcuni villaggi etruschi, come Veio, assunsero ruolo urbano, con processi e date non accettabili, per necessità di difesa e di cooperazione.
Posizione geografica, facilità di accessi, clima, entroterra fertile, un colle che ripara dai venti del Nord, una sorgente, un corso d'acqua, un approdo favorirono il radicarsi dell'abitato umano e dei suoi morti in un punto; la presenza di questi fattori suggerì lo scavo che portò alla scoperta di Pylos, senza che i ruderi ne indicassero l'ubicazione. Il perimetro, la cinta muraria, gli edifici pubblici vennero in seguito, con la piazza, il connotato tipico delle democrazie occidentali, contrapposte — e non da oggi — alle autocrazie asiatiche: «io non ho paura», disse Ciro sprezzante all'araldo spartano, «di quei popoli che hanno un luogo apposito per discutere e ingannarsi a vicenda».
Ma le città ebbero anche origini diverse. Vi furono fondazioni preordinate, che presuppongono la volontà d'un governo: a Megara Iblaea i coloni greci, sbarcati nel 724 a.C., delinearono subito un impianto urbano distinto dall'agro; lottizzarono l'area residenziale a scacchiera e allo stesso modo ripartirono il terreno agricolo: una pianificazione rigorosa, dettata dalla necessità di impiantare nel Nuovo Mondo una comunità di eguali.
Tali erano i giovani che portarono dalla patria il fuoco dell'ara, una pianticella d' ulivo in una giara, un sacchetto di semi. Posate su la battigia le navi dalla chiglia piatta, YEcista, munito d'un doppio metro, procedette alla misurazione e lasciò u-n'area sterrata, di dimensione multipla di quelle private, per i futuri edifizi civici e religiosi.
Il fenomeno urbano è tutt'altro che lineare e definibile con criteri fissi. Il tema della Città Antica, sotto l'aspetto topografico, giuridico, economico, politico, ideologico, ha stimolato convegni a non finire e una produzione bibliografica immensa; ma è certo che la planimetria a strade rettilinee incrociate come quella di New York si riscontra in città fondate a seguito d'una decisione politica, d'un atto meditato, per espansione demografica o economica, fame di terre o ricostruzione d'una città distrutta. Una decisione provisionale, che disciplina i programmi privati e li subordina a uno schema, presuppone una struttura sociale su basi egalitarie, una trama civica, oltre che edilizia, precostituita: Ippodamo di Mileto, consapevole che l'abitato rispecchia la società, teorizzò norme già applicate in larga misura.

In accordo col creato
E' naturale che un atto solenne come una fondazione richiedesse, oltre al geometra, il sacerdote. Non soltanto i fatti politici e sociali, ma anche i gesti della vita quotidiana per l'uomo antico erano intrisi di fattori magici e soprannaturali; la divinità — anche se non identificata (sive deo sive dea) — quando si invadeva il suo territorio andava tenuta a bada, blandita, vincolata, a furia di offerte e sacrifici, a non metter bastoni tra le ruote; per indovinare i suoi umori, e non per conoscere il futuro, gli aruspici consultavano le viscere degli animali, gli àuguri il ciclo. Lo dividevano idealmente in quattro parti — il Templum — tracciando con il lituo due linee incrociate, Nord-Sud, Est-Ovest, e poi lo osservavano — ed era l'atto del contemplare. Lampo, tuono, nuvola, uccello che comparisse nell'uno o nell'altro settore rappresentava un segno; le stazioni riceventi erano sempre all'erta per captare e decifrare eventuali trasmissioni dall'invisibile.
Che la volta celeste fosse magicamente proiettata sul suolo nell'atto di tracciare una città fu un'idea e una prassi etrusca, poi applicata dai romani nelle colonie e nell'accampamento, fosse pure per la sosta d'una sola notte. La cerimonia della fondazione (e la celebrazione dell'anniversario) rievocava la creazione del mondo, adeguava l'abitato all'ordine divino; ma che questa perenne attenzione al soprannaturale sia stata l'unica ragione della scelta d'un sito e della planimetria cittadina, a prescindere da motivi utilitari, è una versione unilaterale. Lo afferma Joseph Rykwert in un bel saggio recentemente edito da Einaudi. (L'idea di città. Antropologia della forma urbana nel mondo antico); ma si può obbiettare allo studioso che chi ha un ampio spazio e vuoi insediare in esso gruppi uniti da un culto comune, da interessi comuni e da parità giuridica non può lasciare a ciascuno facoltà di occupare quanto terreno gli garba né traccerà strade tortuose e piazze irregolari, a meno che non vi sia costretto dalle asperità del suolo. La scelta del sito, scrive Rykwert, prescindeva da considerazioni pratiche, ma obbediva soltanto a oracoli e presagi, come risulta da esempi di paesi lontanissimi; la consapevolezza di abitare in uno spazio modellato sul cosmo, in pieno accordo con il creato, infondeva serenità ai romani.
Non mi sembra probabile. Anche se è riposante leggere oggi un'opera immune da osservanza bigotta verso il materialismo storico, le certezze spirituali dell'autore non devono prevalere su le testimonianze. Le esigenze contingenti hanno avuto sempre il loro peso nella seda d'una sede; a costo d'esser messa dall'autore nell'aborrita categoria dei «funzionalisti», vorrei rammentargli che i due grandi architetti dell'Italia post-romana furono la malaria e il brigantaggio.


“la Repubblica”, 9 gennaio 1982

Cinque Minimonologhi di Valter Corelli

A corredo di un ricordo di Valter Corelli, l'attore-autore perugino scomparso nello scorso agosto, “micropolis” ha pubblicato un assaggio dai brevissimi testi di comicità surreale, in gran parte raccolti in Chi è di sceMa? (Era Nuova, 2013). Li riprendo qui. (S.L.L.)
Valter Corelli
- Quanto è dolce il mio bimbo! E’ appena nato e già fa le sue prime scorreggine!
Titolo: PRIM’ARIE.

- Oggi, pel planzo, complo flutta e veldula: otto calote, otto calciofi, otto pele, otto mandalini.
Titolo: COMPL’OTTO

- Ho scoperto da poco che mio cugino è un trans.
Titolo: TRANS PARENTE.

- Valeria ha la bocca supersiliconata. Pensa che ieri si è messa vicino alla stufa e il labbro inferiore ha cominciato a sgocciolare come una candela accesa.
Titolo: IL CANDELABBRO.

- Ho pensato di fare una squadra di calcio mia. Il primo giocatore che voglio comprare è Messi.
Titolo: COMPRO MESSI.

micropolis, settembre 2014

2.10.14

Vorrei essere un melo selvatico. Una poesia di Attila Jòzsef

Attila Jòzsef (1905 - 1937)

Vorrei essere un melo selvatico,
un grande melo selvatico,
vorrei che del mio corpo si saziassero
tutti i bambini affamati,
coperti dalla mia ombra

Vorrei essere un melo selvatico,
che quando sarà secco un giorno
e abbattuto dal padre inverno,
asciughi con la sua fiamma
le lacrime degli orfani.


Apoteosi di un Don. La morte di Pierino Gelmini (Salvatore Lo Leggio)


Parce sepulto, “perdona chi è morto e sepolto”, scrisse Virgilio, e lo stilema passò in proverbio. Per don Gelmini, il prete antidroga ridotto allo stato laicale, fondatore della Comunità Incontro, non si è aspettata la sepoltura, è bastata la notizia della morte e più che un perdono è stata una apoteosi, una anticipata beatificazione. Nel sito della Comunità una grandissima foto lo salutava “Ciao Don”, mentre le note dell'Alleluja di Haendel risuonavano nella camera ardente e il cordoglio invadeva tutto l'orbe terracqueo. Né mancava nel sistema politico-mediatico chi vedeva intorno al morto l'aura e l'aureola del martirio: Gasparri, per esempio, parlava di persecuzioni.
Tv e giornali, quasi imbeccati da veline, hanno glissato compatti sul passato del personaggio, pur ricordando il processo che lo vedeva imputato per abusi sessuali contro alcuni giovani ospiti della Comunità, ma di sfuggita, come cosa di scarsa importanza. Le testate più destrorse peraltro, concordi nel dichiarare inconsistenti le accuse, hanno dato spazio all'autodifesa del defunto o alle parole dei suoi avvocati: Gelmini al tempo del rinvio a giudizio aveva parlato di una congiura di “toghe rosse” e “poliziotti infami” e gli avvocati hanno sempre insistito sulla inattendibilità degli accusatori collegandola alla richiesta di un risarcimento. L'innocenza del prete oramai è destinata a rimanere presunta, mai proclamata in giudizio; ma le cronache del tempo (2007) raccontano di una istruttoria scrupolosa che passa al setaccio le 52 convergenti testimonianze di accusatori, riducendole ad una dozzina, quelle più convalidate da riscontri probatori.
Processo a parte, i media parlano di “una vita a fianco dei tossicodipendenti”, fin da quando nel 1963 un poveretto gli chiede: “zì prete, aiutami”; così rimuovono gli alti e i bassi di un percorso tra la polvere e l'altare. In verità era il 1969 e Gelmini era uomo fatto (44 anni, prete da venti), segretario del cardinale Copello, già arcivescovo di Buenos Aires, passato alla Curia vaticana come Cancelliere di Santa Romana Chiesa, quando arriva la prima condanna (tre mesi per assegni a vuoto). Nello stesso anno compra una bella villa a Casal Palocco. Ma non può godersela: i carabinieri lo arrestano proprio lì il 13 novembre, trovando in giardino la sua Jaguar: è accusato di truffa per il fallimento di una cooperativa edilizia affiliata alle Acli, di cui è tesoriere, ed è coinvolto nell’inchiesta su una ditta di import-export tra Italia e Argentina da lui costituita. Ripara nel Vietnam del Sud, amico della vedova di Diem, il dittatore filoamericano assassinato nel 1963, e di un fratello di costui, arcivescovo; ma quando il prelato e la signora lo accusano di appropriazione indebita, preferisce tornare in Italia e scontare in carcere la condanna irrogata in contumacia.
Risale agli anni 70 l'impegno per i drogati che culmina nella costituzione della Comunità Incontro e nell'acquisizione del terreno ad Amelia, intorno a un frantoio abbandonato, il Mulino Silla. Nasce da qui l'impero di Gelmini, abilissimo nel trovare sponsor e denaro: in una ventina di anni le comunità si diffondono nel mondo; in Italia dopo il 2000 se ne contano 162. Vantano 11 mila ospiti, ma forse il calcolo è esagerato, se il governo parla di 12 mila in tutte le 730 comunità censite in Italia. La gloria di Gelmini è esaltata da amicizie altolocate: papa Wojtyla, che adora i personaggi carismatici seppure un po’ bizzarri, e durante il Giubileo accoglie i rappresentanti delle Comunità Incontro; cardinali importanti; un prete televisivo assai presente nell'anno giubilare; e, fuori dal circuito religioso, Sua Emittenza Berlusconi, che aspira a un potere politico incontrastato, finanzieri, costruttori, tanti uomini politici, non solo di destra.
Non ha solo amici: le operazioni edilizie spregiudicate, un potere assoluto sulle comunità e un antiproibizionismo senza incrinature gli procurano ostilità. Nel mondo ecclesiastico non apprezzano la sua megalomania. Già dal 1963 aveva cominciato a farsi chiamare Monsignore senza esserlo e il Vaticano lo aveva più volte diffidato; nel 1988 Gelmini, pur essendo sacerdote di rito latino, aderisce a una Chiesa cattolica di rito orientale, quella melkita, che lo insignisce della dignità di Esarca Mitrato. Non è carica equivalente all'episcopato come va raccontando - a un Concilio ecumenico non potrebbe partecipare - ma durante le funzioni porta la mitra in testa.
Il trionfo coincide con i fasti del berlusconismo: ospite acclamatissimo in tutte le feste di regime, Gelmini è tra i pricipali sostenitori della stretta proibizionistica della legge Fini-Giovanardi e Berlusconi in persona va a trovarlo, staccando assegni milionari. Le solidarietà politiche non cessano quando lo scandalo sessuale di cui già si chiacchierava si traduce in un'ampia inchiesta, anzi si costruisce una sorta di parallelo tra il calvario di Berlusconi e quello di Gelmini.
Ma con Ratzinger a Roma l'aria è cambiata e si accentua nei confronti di Gelmini l'ostilità del vescovo di Terni, Paglia. Quando si diffonde la notizia della “riduzione allo stato laicale”, i suoi precisano che lo ha chiesto il Don per difendersi meglio, ma lui sbotta: “Rigetto il concetto del Vaticano come centro religioso: è un centro politico, qualche volta ambiguo e fuorviante. Altra cosa è la chiesa di Cristo... Gli intrallazzi non sono fede. Bisogna tornare a Cristo non al cesaro-papismo... Monsignor Paglia non ha alcuna giurisdizione su di me, per me è zero. Io appartengo alla chiesa cattolica melchita. Il mio superiore è il patriarca Gregorio III. Per me Paglia è solo il portalettere del Vaticano. Qui non deve provare a mettere piede...”. A Roma aumentano le perplessità e si comincia a mettere in discussione il sistema di recupero dei tossicodipendenti inventato dal Don, la Cristoterapia, che a non pochi pare una mescolanza impropria tra sacro e profano. Sconterà con un relativo isolamento queste prese di distanza.
La morte di Gelmini arriva in un contesto mutato: il rigido Ratzinger non è più papa, l'odiato Paglia è stato rimosso senza essere stato promosso cardinale e ne sono note le allegre finanze. Al funerale il nuovo vescovo di Terni, Piemontese, affida a Dio il giudizio sugli eventuali peccati del Don, ma parla per gli ultimi anni di “salita umile, dolorosa”. Il concelebrante, Ercole, l'amico prete televisivo divenuto nel frattempo vescovo, ne traccia il panegirico. Il sindaco di Amelia promette di far costruire un mausoleo a Mulino Silla. Il tutto tra sventolio di bandiere e musiche di alleluja.
A sorpresa, intanto, a visitare la salma era passato don Luigi Ciotti, il prete del gruppo Abele e di Libera, antiproibizionista e sostenitore della riduzione del danno. Ha detto: “Siamo diversi, ma nella Chiesa la diversità è ricchezza. E poi ha salvato tante vite umane”. Sulla diversità non ci sono dubbi: nel gruppo Abele, formato da persone di diversa fede religiosa o filosofica, il recupero è basato su un percorso di libertà e di responsabilità personale, la Cristoterapia è una pedagogia autoritaria con annesso culto della personalità e con pratiche di lavaggio del cervello. Quanto al salvataggio di vite è vero che Gelmini può vantare numerosi recuperi, ma non giova dimenticare i morti che fanno le politiche proibizionistiche di cui era paladino. Perché allora Ciotti ha fatto questo gesto? Ritengo che sia politica. La svolta francescana del nuovo Papa ha dato legittimità e perfino centralità a esperienze (come la Teologia della Liberazione in Sud America o taluni gruppi progressisti francesi e italiani), che erano state marginalizzate o addirittura emarginate dal conservatorismo di Wojtila e Ratzinger, ma Bergoglio vuole evitare rotture. Il parce sepulto di Ciotti è diretto non solo al don che è defunto, ma verso le posizioni più retrive della gerarchia che sembrano perdere colpi. Ma forse si sbaglia: non è detto che quelle posizioni siano definitivamente sconfitte.

"micropolis", settembre 2014


Scuola / Renzi in cattedra. Il progetto di riforma (De Cenzo - Monicchia)

Premessa
Siamo abituati ai cambiamenti epocali annunciati per qualsiasi tema dal governo Renzi. Il progetto sulla scuola presentato a inizio settembre non fa eccezione. Nelle 136 pagine de La buona scuola si ritrovano gli ingredienti consueti: un linguaggio che ricerca così tanto la freschezza (con tanto di grafica ammiccante agli esercizi di calligrafia della scuola che fu) da far quasi rimpiangere il burocratese delle circolari ministeriali, un’analisi come minimo approssimativa della situazione di partenza, l’indistinzione tra obiettivi proclamati e misure concrete.
E’ comunque opportuno prendere sul serio il documento, che, nel solco inaugurato da Berlinguer e proseguito da Moratti e Gelmini, intende applicare alla scuola modelli organizzativi e criteri di verifica propri delle imprese, secondo il mai dimostrato assunto che il criterio di efficienza aziendale sia valido anche per i sistemi educativi. Insistere sull’efficienza, d’altronde, assolve anche il compito di nascondere la realtà della continua diminuzione delle risorse finanziarie destinate al settore.
Acquisita senza discussione la riforma Gelmini dei cicli delle superiori, il progetto renziano si occupa soprattutto dell’organizzazione del lavoro e della gestione degli istituti. Si tenta così di chiudere il cerchio di una scuola “postmoderna”, a parole rafforzata in risorse e ambizioni, nei fatti derubricata dal ruolo costituzionale di servizio pubblico ad agenzia formativa tra le tante. Lo stile “nozze coi fichi secchi” è del resto evidente anche nell’ennesimo “ritocco” all’esame di maturità ipotizzato dalla ministra Giannini che, senza pudore, propone di eliminare i commissari esterni (come aveva fatto Moratti negli anni ‘90), per risparmiare quattro soldi e abolire ogni controllo sulle scuole private.
D’altra parte l’ennesimo progetto di riforma, oltre a mostrare gli scarsi esiti degli interventi precedenti (come indicano anche i risultati delle rilevazioni Ocse-Pisa) fa leva su un clima di immobilismo, stanchezza, rassegnazione che regna nella scuola.

Precari addio. A quali condizioni?
Forte impatto ha il primo punto: l’assunzione in un’unica soluzione nel 2015 dei 150.000 precari compresi nelle graduatorie a esaurimento (Gae), e di ulteriori 40.000 nel triennio successivo attraverso un nuovo concorso. Dopo questa fase, si prevede che l’accesso al lavoro scolastico avvenga solo per concorso dopo un indirizzo universitario specificamente orientato alla didattica. Se attuata fino in fondo questa misura potrebbe tagliare il nodo gordiano del precariato che da decenni costituisce uno dei motivi di più grave disagio per lavoratori e studenti: un risultato auspicabile tanto per i diritti dei lavoratori quanto per l’efficacia della didattica.
Emergono però diversi dubbi, a cominciare dalle effettive disponibilità finanziarie; vi sono poi le proteste degli abilitati che non rientrano nelle graduatorie a esaurimento (e che la riforma non considera “precari” perché hanno pochi giorni di lavoro), che rischiano di essere esclusi per sempre o di dover ripetere il concorso.
Perplessità suscitano anche le condizioni dell’assunzione: i nuovi insegnanti dovranno accettare una mobilità anche fuori provincia o regione, vi sarà una certa flessibilità tra classi di concorso affini, mentre una parte dei docenti potranno essere impiegati in ruoli extracurricolari (per le singoli scuole o per reti di scuole) legati alla riorganizzazione del profilo docente; inoltre l’organico stabile dovrà provvedere anche alla sostituzione dei docenti assenti.

Funzione e carriera dei docenti, presidi manager
Al centro del progetto della “buona scuola” c’è il ridisegno della funzione docente nell’ambito della revisione gestionale degli istituti. Tutto ruota attorno alla valorizzazione del “merito”, una delle parole magiche, assieme a “riforme”, del renzismo, con un valore simbolico direttamente proporzionale alla sua genericità. Andiamo per ordine. L’aggiornamento dei docenti sarà obbligatorio e permanente, definito a livello di istituto e realizzato da agenzie di vario tipo. All’interno degli istituti i docenti più propositivi faranno da “innovatori naturali”. Le attività di aggiornamento e di innovazione daranno diritto a crediti didattici, formativi e professionali, riportati
in un portfolio personale che sarà pubblico e on-line. Coordinerà il tutto un nucleo di valutazione interno (con un membro esterno), in cui spicca la figura del “docente mentore” (ancora il deleterio lessico renziano), scelto tra coloro che avranno ottenuto scatti di merito per tre trienni consecutivi. La progressione degli stipendi, infatti, sarà collegata al portfolio: gli scatti triennnali (pari a 60 euro netti) saranno attribuiti ai soli docenti che avranno ottenuto più crediti ovvero ai 2/3 del corpo insegnante di ciascuna scuola. Tale discriminazione programmatica è giustificata con il fine di rendere più omogenea la qualità dell’intero sistema, poiché favorirebbe lo spostamento degli insegnanti migliori verso le scuole con gli indici di innovazione più bassi, dove avrebbero più chance di progresso di carriera.
E’ chiara la volontà di aggiungere alla competizione fra istituti per attrarre iscritti, che da anni causa assurde dispersioni di energie e risorse, quella tra i docenti, introducendo figure che lungi dal migliorare la didattica moltiplicheranno procedure burocratiche e lotte per l’accaparramento delle sempre più scarse risorse che, come dimostra il blocco del contratti degli statali, non c’è alcuna intenzione di aumentare.
Lo stesso vale per il rilancio dell’autonomia, per cui si prevede di collegare l’attribuzione del Fondo per il miglioramento dell’offerta formativa (Mof ) ai risultati del “Piano triennale di miglioramento” di cui ogni scuola si dovrà dotare. Su questa base i dirigenti scolastici potranno scegliere direttamente i professori ritenuti più idonei, attingendo ad un “Registro nazionale dei docenti”. Il maggiore potere discrezionale attribuito ai presidi dovrebbe essere controbilanciato da una ridefinizione della loro figura professionale come “promotori della didattica”, ma l’ipotesi di reclutare i futuri nuovi presidi con un corso-concorso presso la scuola nazionale di amministrazione sembra contraddire questo indirizzo. In sostanza la facoltà di assunzione (e quindi di licenziamento/trasferimento?) incrementerà ulteriormente un’impropria concorrenza, con possibile importazione dall’università di sistemi di cordate e camarille.

Musica e arte, coding e impresa
Poco rilevanti appaiono le innovazioni disciplinari. Non che l’estensione dell’educazione musicale e della storia dell’arte non siano segnali positivi. Il fatto è che in assenza di una ridefinizione generale di programmi e indirizzi, si tratta di misure contingenti, probabilmente necessarie per creare qualche cattedra in più per assorbire i precari. Il proposito di implementare lingua straniera, economia, e programmazione informatica (coding) sembra riportare al famoso slogan berlusconiano delle famose tre I. Altrettanto nebuloso è il proposito di incrementare la relazione con le imprese, attraverso l’estensione dell’alternanza scuola-lavoro, le esperienze di co-progettazione, il rafforzamento dei poli tecnico- professionali: tutte formule che, anche tralasciando l’assenza di qualsiasi distinzione tra scuola e impresa, possono funzionano solo in territori con forti tessuti produttivi, non nel deserto economico e sociale che circonda le scuole in tante aree del paese.

Le risorse
Il capitolo sulle finanze conferma il quadro fin qui esposto. Nessun cenno al ripristino delle risorse tagliate in precedenza (gli 8 miliardi della Gelmini), mentre i fondi per l’offerta formativa (800 milioni tra 2014 e 2020) saranno allocati “in modo premiale”, cosicché è facile prevedere che le ampie disparità socio-territoriali già esistenti non potranno che allargarsi.
Risorse aggiuntive dovrebbero provenire dalle agevolazioni fiscali concesse ai finanziamenti privati. Non manca la lode del crowd funding, in realtà copertura anglofona della diffusissima pratica che costringe i genitori ad acquistare materiali di consumo che le scuole non sono più in grado di fornire. Si ribadisce insomma l’abdicazione del principio della scuola come servizio pubblico che lo Stato deve garantire comunque, sostituito da un malinteso criterio di efficienza che nella migliore delle ipotesi avrà un puro significato contabile, nella peggiore incrementerà pratiche clientelari e abusi di potere.

Consultare versus contrattare
Il 15 settembre tutti i ministri hanno partecipato all’inizio dell’anno scolastico. Renzi era a Palermo, dove ha visitato la scuola “don Pino Puglisi”, ma ha rifiutato di incontrare una delegazione dei precari che lo contestavano. E’ la stessa logica che ispira la consultazione che precederà, tra settembre e novembre di quest’anno, il varo della riforma. Si distribuiranno “kit per le assemblee” degli studenti e dei docenti, ma intanto si finge di ignorare che i principali punti in discussione – dalle modalità di assunzione alla carriera docente - sono di pertinenza del contratto nazionale di lavoro.
Insomma, selfie con tutti, trattative con nessuno. Bella lezione, prof. Renzi.
Stefano De Cenzo - Roberto Monicchia


“micropolis”, settembre 2014

Sicilia anni 40. "Come diventai comunista": i ricordi di Francesco Renda

Il ricordo qui postato, di Francesco Renda, che fu a lungo dirigente e parlamentare comunista e poi storico della Sicilia, tra i più documentati e profondi, consta di due parti: la prima illustra il rapporto affettuoso e conflittuale insieme con Girolamo Li Causi, un “zzu Mommu”, figura leggendaria del movimento operaio siciliano; la seconda racconta l'adesione al Pci di Renda, che in quegli anni girava in bicicletta per i paesi dell'agrigentino a organizzare e guidare le lotte contadine. (S.L.L.)

Fra i ricordi più vivi c'è il mio primo incontro con Li Causi, ricoverato alla clinica Noto della via Dante, a Palermo. Non lo conoscevo che di nome, e anche solo da qualche settimana. Ma non ci era difficile avvicinarlo. 
La discussione si si concentrò su quanto mi era accaduto qualche giorno innanzi. Allora avevo 22 anni, tanto entusiasmo e anche un po' di incoscienza (requisito indispensabile per avere coraggio in certe circostanze). Come se tutto fosse liscio e tranquillo, e non lo era, insieme con Aurelio Attardi, padre di Ugo, il pittore, la domenica precedente, me n'ero andato a tenere una conferenza a Montelepre, fortezza presidiata dalla banda Giuliano. E raccontai a Li Causi come erano andate le cose. Ci fu un dibattito, prese la parola anche un prete, che fece un sacco di obiezioni sul comunismo, ma riuscii ad avere il pubblico dalla mia. Li Causi non disse nulla; mi ascoltò molto attento; e divenimmo amici, come si può esserlo fra militanti del partito comunista.
Altri incontri li avemmo anche in seguito. Ma non sempre tranquilli, per la verità. La mia formazione «crociana» (ero studente di filosofia e insieme a Marx leggevo Croce) non mi faceva un militante squadrato così e così, come si usava allora. La fedeltà al partito e la disciplina erano fuori discussione. Ma spesso non riuscivo a essere in perfetta regola con le direttive dell'organizzazione. Lo scritto di Stalin sul materialismo dialettico e sul materialismo storico non quadrava con le mie idee. Mi sembrava roba da catechismo. 
Altra questione controversa era se i contadini fossero oppure no una forza decisiva della rivoluzione italiana, e come tali se avessero un ruolo dirigente: in Sicilia, ben inteso. Li Causi mirava a inculcarmi il principio, che non era solo teorico, ma politico e organizzativo, che la funzione dirigente era della classe operaia, non dei contadini, e che il partito comunista era il partito della classe operaia, eccetera. Ma io, come tanti altri giovani militanti di allora, la classe operaia personalmente non la conoscevo: ero nato da famiglia contadina, il mondo della mia giovinezza era stato contadino, il mio lavoro organizzativo e politico lo facevo fra i contadini, in Sicilia la forza che smuoveva la società dalle sue fondamenta erano i contadini. 
E con i contadini ero venuto alla politica e al partito. Ricordo ancora l'impatto straordinariamente emblematico. Nel dicembre 1943 (avevo 21 anni), avevo fatto ritorno al mio paese, Cattolica in provincia di Agrigento, con una licenza straordinaria (gli avvenimenti dell'8 settembre mi avevano colto in servizio militare nell'aeroporto di Grottaglie, vicino a Taranto). Ero stato coi familiari l'ultima volta nel giugno dello stesso '43, in licenza per sostenere gli esami all'università. Nei sei mesi però il mondo era cambiato: prima lo sbarco degli anglo-americani, poi l'arresto di Mussolini e la caduta del fascismo. Più in generale l'andamento della guerra, il fronte russo in particolare. 
L'arrivo a casa era inatteso e costituì un avvenimento. La Sicilia allora era sotto il governo militare alleato, e il re e Badoglio non vi avevano alcuna autorità. Dovetti attraversare lo stretto di Messina, nottetempo, su una barca a remi, e percorrere più di trecento chilometri a piedi o con mezzi di fortuna. La notizia del mio ritorno si sparse in un baleno: quindi visite di parenti, amici, vicini, eccetera. 
Giunse anche un gruppo di contadini, che conoscevo di vista e qualcuno di persona. Il solito parlare: cosa racconti; come va; che ti proponi di fare; eccetera. Poi, quello che doveva essere il loro capo, mi dice: noi contadini abbiamo deciso di aprire un circolo, e abbiamo bisogno di uno che si metta alla nostra testa. Tu sei figlio di contadini, sei anche intellettuale, di te possiamo fidarci. Ti chiediamo di divenire il nostro rappresentante. La cosa mi colse alla sprovvista. E poi, francamente, i miei propositi erano allora di diventare un filologo o qualcosa del genere. 
Lì per lì, dissi dunque che non me la sentivo, che la politica non faceva per me. Ma il 19 marzo 1944 (data indimenticabile!) mi trovai a parlare, la prima volta in vita mia, nella sede del circolo dei lavoratori che si inaugurava quello stesso giorno. Che emozione, ricordo. Ma quanti applausi (mi spiegarono poi che ogni volta che perdevo il filo del discorso, loro battevano le mani per farmi coraggio). Due mesi dopo, alla fine di maggio, fui nuovamente invitato a parlare alla inaugurazione della sezione comunista.

da I Comunisti raccontano, Teti Editore, 1975

Concordato. I calcoli sbagliati di Togliatti (Pietro Nenni)

Non manca qualche elemento di verità nella tradizione che vorrebbe in Togliatti il politico astuto e calcolatore e in Nenni il politico d'istinto, non senza una punta di ingenuità. Ma in occasione della votazione sull'articolo 7 della Costituzione, quello che assume il Concordato d'epoca fascista come base delle relazioni tra la nuova Repubblica e la Chiesa Cattolica, i ruoli sono casomai invertiti e Nenni denuncia subito l'errore di valutazione del segretario Pci, allora suo stretto alleato nel Fronte popolare. (S.L.L.)

Dai diari di Pietro Nenni

25 marzo 1947
Stamattina alle due la Costituente ha votato l'articolo 7 (ex articolo 5) con trecentocinquanta voti contro centoquarantanove. Hanno votato a favore duecentouno democristiani, novantacinque comunisti e cinquantaquattro fra qualunquisti, liberali e isolati. La grande sorpresa (non per me) è stato il voto favorevole dei comunisti, che Togliatti ha tentato di giustificare in un discorso di una logica formale associato a un'assenza totale di comprensione del problema... 
Togliatti crede così di salvaguardare dieci, venti anni di collaborazione con la De. Mi sembra un calcolo sbagliato da cima a fondo. Sono lieto di aver votato "no".

Morte di Jang Qing (Rossana Rossanda)

Jiang Qing
Due settimane fa, dunque, Jiang Qing, che era stata la compagna di Mao, si sarebbe uccisa a Pechino. La notizia è stata confermata dall'agenzia cinese Xsinhua con queste parole: «La principale criminale della cricca controrivoluzionaria Lin Biao-Jiang Qing si è suicidata ed è morta nella sua residenza di Pechino nelle prime ore del mattino del 14 maggio».
Chi un poco sa di Cina noterà come, anche nei lanci successivi, non viene mai nominato il legame della donna con Mao, il cui nome non è esaltato ma neppure calpestato - semplicemente ridotto nelle citazioni al ruolo svolto nella liberazione del paese. O forse Mao non si può attaccare ancora. E' curioso anche che Jang Qing sia associata a Lin Biao, che era caduto nel 1971 in una morte oscura e la cui versione a Pechino ha raggiunto il massimo dell'incredibilità. Certamente Jang Qing aveva condiviso il radicalismo dottrinario di Lin Biao, ma il suo nome era di norma associato alla «banda dei quattro» che aveva avuto un ruolo determinante nella seconda fase della «rivoluzione cuturale». Con gli altri tre era stata arrestata dopo la morte di Mao, poi processata nel 1981 e condannata a morte, tramutata in ergastolo. Da allora poco si è saputo di lei, se non che nel 1984 aveva subito un'operazione per cancro alla gola. Due mesi fa circa, un giornale provinciale cinese l'aveva intervistata, era agli arresti domiciliari alla periferia di Pechino - forse una forma di sanatorio, difficile capire quale fosse il suo «domicilio» dopo l'arresto, che l'aveva trovata ancora nella casa circondata dal giardino di peonie nel quale la intervistò e fotografò la giornalista americana Roxane Witke. Il giornale scriveva che stava bene, manteneva il «proverbiale caratterac-cìo», stava scrivendo le sue memorie. Richiesta di darne qualche anticipazione, aveva risposto: «Aspettate e saprete.»
Forse invece non sapremo. Se la recente intervista è vera, come afferma la Reuter, Jiang Qing non si è uccisa perché sofferente d'una malattia mortale: non sembra - per quanto imponderabili siano i moti interni d'una persona da noi cosi lontana - tipo da uccidersi a 77 anni perché soffre d'un male che si rivela incurabile. Se si è uccisa, altro doveva esserle diventato insopportabile: di non poter testimoniare, per esempio, e forse non tanto perché glielo impedissero ma perché la Cina, e il mondo, hanno cosi cambiato colore che le parole delle sua storia potevano parerle non più in grado di comunicare. Ma come immaginare che cosa è avvenuto in lei per uccidersi? Il suicidio di vecchi dei quali tutto si può dire ma non che fossero fragili, come recentemente Bruno Bettelheim, è diventato una triste prerogativa del nostro tempo.
Qualcun altro dirà che si è uccisa perché finalmente pentita, la grande criminale, l'anima nera di Pechino come titolava ieri a piena pagina “La Stampa”. Rivedendo quello che scrivemmo di lei e dei quattro nel 1981, per parte mia non trovo nulla da modificare. Ci sono state grandissime colpe che non riuscirò mai a catalogare nella criminalità, come oggi ci sono violenze che nessuno più giudica tali, perché la sola imperdonabile è la violenza di chi voleva cambiare qualche infinita miseria. Jiang Qing era di questi, e in lei più che in altri andarono assieme - diversamente dalla complessa personalità di Mao - radicalismo della volontà e semplificazione abusiva nella intelligenza delle cose. Cambiare è difficile, di forza si cambiano soltanto i poteri. La signora Mela Azzurra, Gru delle Nubi, Azzurro delle grandi acque - cosi era chiamata da ragazza - voleva cambiare altro, e fu sconfitta anche da se stessa.


“il manifesto”, 17 maggio 1991

Traiettoria. La curva e il tubo (Marco D'Eramo)


Alla base della meccanica classica c'è l'idea che un punto materiale muovendosi nello spazio tracci una traiettoria, una curva non solo continua, ma quasi sempre derivabile. E, per estensione, che anche le velocità, le energie, e le altre grandezze della meccanica siano rappresentate da curve quasi sempre continue e per di più derivabili. E, ancora per estensione, in termodinamica e in elettrodinamica, c'è sempre l'ipotesi che ogni grandezza possa essere rappresentata da una traiettoria. Due ipotesi quindi: 1) a ogni istante dato, una grandezza fisica è situata in un punto preciso di uno spazio; 2) che in istanti successivi questi punti si susseguono a formare una curva quasi sempre continua.
Consideriamo qui la prima ipotesi.
Significa, per esempio, che sia sempre possibile stabilire la velocità esatta di un corpo in movimento, ovvero, che a ogni istante la velocità di quel corpo assuma un «valore vero». Ma come facciamo a conoscere questo valore vero? Dobbiamo misurare la velocità. Ovvero misurare delle distanze e dei tempi, usare dei metri e degli orologi. Ora, ai limiti estremi di precisione degli strumenti, misurazioni ripetute forniscono risultati leggermente diversi per errori casuali, per una quantità di fattori minimi che influiscono sull'esperimento. Questi risultati diversi si situano un po' sotto e un po' sopra del loro valore medio. Tutto quel che sappiamo è che il «valore vero» sta da qualche parte vicino al valore medio dentro lo scarto inferiore e superiore degli errori. Se volessimo rappresentare questa situazione nello spazio, diremmo che la velocità che misuriamo non descrive una curva puntuale, ma si situa da qualche parte dentro un tubo che si snoda nello spazio. E lo spessore del tubo è determinato dallo scarto di errori nelle misure.
Ma se la situazione è questa, e se dovessimo prendere per buono solo quel che ci dicono gli esperimenti, non avrebbe senso parlare di «valore vero». Che il valore vero esista sul serio è un assioma a priori che la fisica classica ha postulato. Le origini di questo assioma risalgono assai lontano, al ritorno del platonismo nella filosofia naturale del rinascimento, all'applicazione dello schema neoplatonico di Galileo («la matematica è l'alfabeto con cui dio ha scritto il libro della natura») alla geometria analitica cartesiana e al suo determinismo: all'idea che a un ente corrisponda sempre un preciso insieme di numeri.
Così, poiché gli esperimenti non mostravano curve, cioè traiettorie puntuali, ma tubi snodati nello spazio, i fisici hanno sostenuto la tesi seguente: è vero che oggi abbiamo a che fare non con traiettorie puntuali ma con tubi, però con strumenti sempre più precisi e con misure sempre più accurate, lo spessore del tubo diminuirà progresivamente: così che l'esistenza di una traiettoria si maschera non da postulato, ma da obiettivo limite, uno scopo ideale che non sarà mai raggiunto effettivamente, ma che sarà progressivamente approssimato. Non un assioma, ma il frutto infinitamente lontano di un enorme lavoro e progresso umano. La traiettoria puntuale rappresenta l'obiettivo limite del progresso nelle misure della fisica.
Non è quindi nel presente che si situa il determinismo della fisica, ma da un lato nell'astrazione di un assioma e dall'altro in un futuro infinitamente lontano come esito finale di un progresso. Determinismo, idea di progresso, esistenza postulata di una traiettoria puntuale si connettono così in una rete concettuale che costituisce l'orizzonte di pensiero della meccanica classica.
Dietro quest'orizzonte, c'è naturalmente l'ipotesi che tutte le grandezze della fisica possano essere misurate simultaneamente. E' importante notare che tutta la fisica statistica, per esempio la termodinamica dei gas, si situa dentro quest'orizzonte e che quindi ragionamenti probabilistici possono coesistere, anzi coesistono con il determinismo della meccanica classica, poiché anch'essi danno per scontato che ogni singola molecola di gas abbia una sua traiettoria. Probabilismo e determinismo non si scontrano dunque finché le traiettorie esistono. Sarà solo in questo secolo che il concetto di traiettoria sarà messo drasticamente in discussione.

“il manifesto”, 12 settembre 1989

Giordano Bruno. Con Shakespeare, compagni di scena (Fabio Troncarelli)

Nel quinto anniversario della morte una lettura più storico-letteraria che filosofica, che mi pare bella e convincente (S.L.L.)
Giordano Bruno
La bella biografia del filosofo nolano scritta da Saverio Ricci (Giordano Bruno nell'Europa del Cinquecento, Salerno editrice, pp. 652, £. 58.000) invita implicitamente a riflettere sul destino singolare di un uomo vissuto in un'età singolare. Il volume di Ricci si chiude infatti in un modo problematico: dopo aver evocato in centinaia di pagine equilibrate e autorevoli la complessa avventura di un uomo così fuori dal comune e dopo aver narrato la sua fine drammatica, Ricci lascia affiorare il sentimento di rimpianto nei confronti della perdita rappresentata dalla morte di Bruno, attraverso la pura e semplice rievocazione della simpatia umana di alcuni amici e ammiratori del nolano, a cominciare da William Shakespeare che in Pene d'amor perdute aveva rievocato Bruno, mettendo in scena l'estroso Berowne.
Il rimpianto per la perdita di un personaggio come Bruno ci fa capire quanto sia mistificante, miope e sciocca l'immagine che tanti storici, anche autorevolissimi, ci hanno tramandato del nolano, riemersa con livore anche nelle recentissimo polemiche sui quotidiani in occasione dell'anniversario del rogo del filosofo. Bruno non era affatto l'uomo insopportabile che tanti storici hanno descritto: presuntuoso, ribelle, ostinato, perfino «squilibrato». A giudicare da contemporanei come Shakespeare, che sapeva giudicare gli uomini più degli storici accademici, Bruno era simpatico. Sì, proprio così: Rnmo era un uomo spiritoso, allegro, anticonformista, che si poteva permettere di sfottere gli asini che lo circondavano perché non era asino come loro.
Il fatto è che Bruno era uno spirito folletto, fantasioso e originale: un grande creatore di linguaggio, di motti di spirito, di caricature. In una parola un grande scrittore. Questa sua qualità viene spesso sacrificata rispetto alle sue doti di filosofo: ma si dimentica così che il nolano non era un pensatore sistematico, ma piuttosto un intuitivo, che rivestiva volentieri i ragionamenti di immagini esuberanti e allegorie rutilanti e che si esprimeva spontaneamente attraverso il teatro o in forma di dialogo e non in forma di monologo a base di sillogismi. Egli era un grande prosatore «manierista» che ha rotto con la forma chiusa del trattato del Cinquecento così come Michelangelo ha rotto con il classicismo del mondo di Raffaello. L'intuizione dell'infinità dei mondi e il riconoscimento dell'infinità di Dio, causa infinita di un universo infinito nasce, prima che sul terreno metafisico, su quello esistenziale, a partire da quella vertigine protobarocca che percorre tutta l'Italia dell'ultimo Cinquecento e in particolare la Napoli di Della Porta. «Il Nolano... ha disciolto l'animo umano e la cognizione ch'era rinchiusa nell'artissimo carcere de l'aria turbolento... ha varcato l'aria, penetrato il cielo, discorse le stelle trapassati i margini del mondo... ha illuminati i ciechi che non possean fissar gli occhi e mirar l'imagin sua in tanti specchi che da ogni lato gli s'opponeno». Questa autocelebrazione nella Cena delle Ceneri è significativa: come nelle Meninas di Velàzquez la Commedia Umana si riflette in specchi in cui a malapena distinguiamo la nostra immagine; e come il San Paolo del Caravaggio, l'uomo è accecato da una luce violenta che squarcia le tenebre di un carcere d'aria oscura che ci circonda.
Bruno era in segreta sintonia coi tempi prima che sul piano filosofico sul piano antropologico. Da vero artista captava e anticipava umori e tendenze che di lì a poco si sarebbero manifestate con una profonda carica dirompente. E scriveva con uno stile inconsueto e provocatorio, che rifletteva una personalità troppo ricca per restare nel solco della tradizione. Per questo era affascinante e per questo era odiato: perché non si limitava a trasmettere una visione del mondo, ma anche una emozione del mondo. E questo mondo, pieno di bagliori e di tenebre, questo mondo insanguinato dalle guerre per la supremazia politica e religiosa d'Europa, non era il mondo adatto ad un figlio del Rinascimento. Non c'era più posto in Italia per chi possedeva un libro con annotazioni di Erasmo. Fu questa, non dimentichiamolo, l'accusa che lo trascinò sulla via dell'esilio. La condanna di Erasmo e degli erasmiani, è alla base di tutta la tragedia dell'età della Controriforma e significa il rifiuto dell'umanesimo, il rifiuto delle critiche di Valla al potere temporale dei papi, il rifiuto della critica filologica alle assurdità dell'agiografia medievale, il rifiuto del dibattito teologico aperto e delle disputationes pubbliche che erano state il nerbo delle università medievali.
Prima di essere condannato dal tribunale dell'Inquisizione Giordano Bruno era condannato in partenza dal trionfalismo di una Chiesa intransigente che rifiutava di fare i conti con se stessa e non accettava aprioristicamente il confronto. Il nolano non divenne un fuoriuscito perché era un ribelle e un ostinato, ma fu costretto ad essere un ribelle e un ostinato perché era un fuoriuscito in patria negli anni stessi della sua formazione, visto che la sola lettura della Scrittura con l'aiuto delle note di Erasmo era reato e indizio di eresia.
Davanti al rifiuto radicale della sua identità di scrittore e di pensatore, colui che deve pronunciare parole nuove per farci comprendere nuovi aspetti dell'esistenza, Bruno fu obbligato, evangelicamente, a scegliere la porta stretta della fuga, della polemica, dell'esilio. Divenne un maledetto del pensiero, a suo agio solo con esseri sbandati come lui o con qualche compagno di strada che apparteneva a minoranze colte, protetto per il suo alto lignaggio dalla violenza del potere.
Siamo ricondotti così al punto di partenza: il rimpianto per la perdita di un uomo che avrebbe potuto avere il destino di Shakespeare o almeno il destino che Shakespeare gli assegna nella commedia Pene d'amor perdute. L'Italia della Controriforma ha perduto l'occasione storica di lasciare esprimere liberamente i geni nati, come direbbe Bruno, «sotto un cielo più benigno» delle cupe nebbie di Macbeth. La domanda che ci si pone, come storici e non come moralisti, è se abbia ancora senso credere a miti storiografici come quello della modernità e «razionalità» della Chiesa postri-dentina o quello della «mitezza» dell'Inquisizione italiana.
C'è un vecchio film di Ronald Neame, Whisky e gloria, in cui uno straordiario Alec Guiness si mette alla testa di un reparto di ufficiali scozzesi per distruggere moralmente il comandante, un uomo aperto e intelligente, ma fragile, troppo fragile. Alla fine l'uomo si suicida e solo allora Guinness scopre l'orrore: lo scherno sistematico, il disprezzo, il rifiuto, l'ostilità hanno ucciso non solo un uomo buono, ma la speranza stessa di una vita migliore. E Guinness, in preda al delirio, chiede per il suo comandante un funerale solenne, l'onore pubblico, l'apoteosi impossibile, ma poi si accascia in preda ai singhiozzi e dice: «Io sono distrutto». Quante volte ho sognato che i miei contemporanei, siano essi i professionisti del perdono o gli uomini di mondo che dicono che non c'è niente da perdonare, avessero il coraggio di mettersi a piangere e confessare al mondo o forse solo a se stessi che la morte di un uomo che regalava allegria li fa sentire distrutti.


“il manifesto”, 17 febbraio 2000

La generazione tradita. Nizan racconta, Sartre commenta (Giovanni Raboni)

Paul Nizan e Jean Paul Sartre
"Aveva messo tutta la sua ostinazione nel respingere le parole corrosive e soavi della borghesia e, all'improvviso, ritrovava fin dentro il Partito, quello che più temeva... Ora i suoi atti di militante gli tornavano in mente e assomigliavano come fratelli a quelli del tecnico borghese...". So che, da parecchio tempo, Jean Paul Sartre è pochissimo di moda e che citandolo, oltretutto con frasi scarsamente amabili e concilianti come quelle appena riportate, si rischia di incorrere in una commiserazione pressoché universale. Ma èun rischio che corro volentieri per attirare l' attenzione su un libro che Mondadori ha appena riproposto nella collana "Leonardo letteratura" e che si apre appunto con un lungo scritto dell' autore della Nausea. Il libro è Aden Arabia, risale al 1931 ed è la prima opera di Paul Nizan, coetaneo e amico di Sartre, morto in guerra nel 40 dopo aver militato con incarichi anche ufficiali nel partito comunista francese ed essersene clamorosamente dimesso alla notizia del patto germano sovietico (cosa che provocò la sua condanna postuma, anzi la totale cancellazione del suo nome, per un paio di decenni, da parte dell' intellettualità francese di sinistra). Penso che Aden Arabia sia un bel libro, anche se non ha la struggente intensità di quel piccolo capolavoro che è Antoine Bloyé, di pochi anni posteriore, ma basterebbe l'introduzione di Sartre, scritta per la ristampa del 1961 che segnò l'inizio della "riabilitazione" di Nizan, a giustificarne l'acquisto. La tragedia di una generazione che nel comunismo aveva creduto di trovare addirittura la liberazione dalla paura della morte e che di colpo andava a sbattere contro la realtà delle purghe staliniane e dell'accordo con i nazisti vi è raccontata con una lucidità raccapricciante, che è indispensabile saper affrontare e attraversare se non si vuole che la sinistra si riduca davvero (ancora parole di Sartre) a "un grande cadavere riverso già attaccato dai vermi".


Corriere della Sera, 20 ottobre 1996

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