4.11.18

I fiori. Una poesia di Aldo Palazzeschi.


Non so perché quella sera,
fossero i troppi profumi del banchetto...
irrequietezza della primavera...
un'indefinita pesantezza
mi gravava sul petto,
un vuoto infinito mi sentivo nel cuore...
ero stanco, avvilito, di malumore.
Non so perché, io non avea mangiato,
e pure sentendomi sazio come un re
digiuno ero come un mendico,
chi sa perché?
Non avvevo preso parte
alle allegre risate,
ai parlar consueti
degli amici gai o lieti,
tutto m'era sembrato sconcio,
tutto m'era parso osceno,
non per un senso vano di moralità,
che in me non c'è,
e nessuno s'era curato di me,
chi sa...
O la sconcezza era in me...
o c'era l'ultimo avanzo della purità.
M'era, chi sa perché,
sembrata quella sera
terribilmente pesa
la gamba
che la buona vicina di destra
teneva sulla mia
fino dalla minestra.
E in fondo...
non era che una vecchia usanza,
vecchia quanto il mondo.
La vicina di sinistra,
chi sa perché,
non mi aveva assestato che un colpetto
alla fine del pranzo, al caffè;
e ficcatomi in bocca mezzo confetto
s'era voltata in là,
quasi volendo dire:
"ah!, ci sei anche te".

Quando tutti si furno alzati,
e si furono sparpagliati
negli angoli, pei vani delle finestre,
sui divani
di qualche romito salottino,
io, non visto, scivolai nel giardino
per prendere un po' d'aria.
E subito mi parve d'essere liberato,
la freschezza dell'aria
irruppe nel mio petto
risolutamente,
e il mio petto si sentì sollevato
dalla vaga e ignota pena
dopo i molti profumi della cena.
Bella sera luminosa!
Fresca, di primavera.
Pura e serena.
Milioni di stelle
sembravano sorridere amorose
dal firmamento
quasi un'immane cupola d'argento.
Come mi sentivo contento!
Ampie, robuste piante
dall'ombre generose,
sotto voi passeggiare,
sotto la vostra sana protezione
obliare,
ritrovare i nostri pensieri più cari,
sognare casti ideali,
sperare, sperare,
dimenticare tutti i mali del mondo,
degli uomini,
peccati e debolezze, miserie, viltà,
tutte le nefandezze;
tra voi fiori sorridere,
tra i vostri profumi soavi,
angelica carezza di frescura,
esseri pura della natura.
Oh! com'è bello
sentirsi libero cittadino
solo,
nel cuore di un giardino.
-Zz... Zz
-Che c'è?
-Zz... Zz...
-Chi è?
M'avvicinai donde veniva il segnale,
all'angolo del viale
una rosa voluminosa
si spampanava sulle spalle
in maniera scandalosa il décolletè.
-Non dico mica a te.
Fo cenno a quel gruppo di bocciuoli
che son sulla spalliera,
ma non vale la pena.
Magri affari stasera,
questi bravi figliuoli
non sono in vena.
-Ma tu chi sei? Che fai?
-Bella, sono una rosa,
non m'hai ancora veduta?
Sono una rosa e faccio la prostituta.
-Te?
-Io, sì, che male c'è?
-Una rosa!
-Una rosa, perché?
All'angolo del viale
aspetto per guadagnarmi il pane,
fo qualcosa di male?
-Oh!
-Che diavolo ti piglia?
Credi che sien migliori,
i fiori,
in seno alla famiglia?
Voltati, dietro a te,
lo vedi quel cespuglio
di quattro personcine,
due grandi e due bambine?
Due rose e due bocciuoli?
Sono il padre, la madre, coi figlioli.
Se la intendono... e bene,
tra fratello e sorella,
il padre se la fa colla figliola,
la madre col figliolo...
Che cara famigliola!
È ancor miglior partito
farsi pagar l'amore
a ore,
che farsi maltrattare
da un porco di marito.
Quell'oca dell'ortensia,
senza nessun costrutto,
fa sì finir tutto
da quel coglione del girasole.
Vedi quei due garofani
al canto della strada?
Come sono eleganti!
Campano alle spalle delle loro amanti
che fanno la puttana
come me.
-Oh! Oh!
- Oh! ciel che casi strani,
due garofani ruffiani.
E lo vedi quel giglio,
lì, al ceppo di quel tiglio?
Che arietta ingenua e casta!
Ah! Ah! Lo vedi? È un pederasta.
-No! No! Non più! Basta
-Mio caro, e ci posso far qualcosa
io,
se il giglio è pederasta,
se puttana è la rosa?
-Anche voi!
-Che maraviglia!
Lesbica è la vaniglia.
E il narciso, quello specchio di candore,
si masturba quando è in petto alle signore.
-Anche voi!
Candidi, azzurri, rosei,
vellutati, profumati fiori...
-E la violaciocca,
fa certi lavoretti con la bocca...
-Nell'ora sì fugace che v'è data...
-E la medesima violetta,
beghina d'ogni fiore?
fa lunghe processioni di devozione
al Signore,
poi... all'ombra dell'erbetta,
vedessi cosa mostra al ciclamino...
povero lilli,
è la più gran vergogna
corrompere un bambino
-misero pasto delle passioni.
Levai la testa al cielo
per trovare un respiro,
mi sembrò dalle stelle pungermi
malefici bisbigli,
e il firmamento mi cadesse addosso
come coltre di spilli.
Prono mi gettai sulla terra
bussando con tutto il corpo affranto:
-Basta! Basta!
Ho paura.
Dio,
abbi pietà dell'ultimo tuo figlio.
Aprimi un nascondiglio
fuori della natura!

Da Tutte le poesie, Mondadori, 2002


Ottobre. Una poesia di Vincenzo Cardarelli




Un tempo, era d’estate,
era a quel fuoco, a quegli ardori,
che si destava la mia fantasia.
Inclino adesso all’autunno
dal colore che inebria,
amo la stanca stagione
che ha già vendemmiato.

Niente più mi somiglia,
nulla più mi consola,
di quest’aria che odora
di mosto e di vino,
di questo vecchio sole ottobrino
che splende sulla vigne saccheggiate.

Sole d’autunno inatteso,
che splendi come in un di là,
con tenera perdizione
e vagabonda felicità,
tu ci trovi fiaccati,
vòlti al peggio e la morte nell’anima.

Ecco perché ci piaci,
vago sole superstite
che non sai dirci addio,
tornando ogni mattina
come un nuovo miracolo,
tanto più bello quanto più t’inoltri
e sei lì per spirare.

E di queste incredibili giornate
vai componendo la tua stagione
ch’è tutta una dolcissima agonia.

Da Poesie, in Opere complete, Milano, Mondadori, 1962

3.11.18

Grandi o piccole opere, comunque non le fanno (Roberta Carlini)

Cantieri del Terzo Valico

Il blocco dei cantieri delle grandi opere spacca il governo. Ma intanto l’assenza dei cantieri delle piccole opere distrugge il Paese. Nella giornata di ieri, mentre la scena politica era occupata dall’ennesima divisione tra i due alleati di governo - stavolta il caso è la Tav, e il suo intreccio con lo scontro sulla manovra -, nel mondo reale vento e piogge facevano vittime e distruzioni. La coincidenza non è casuale, e investe in pieno la linea politica che è sempre stata cara ai Cinque Stelle ma anche al mondo ambientalista e a una parte della sinistra: invece di spendere sulle grandi opere, pensiamo alle piccole e diffuse. Invece che sui nuovi grandi progetti, concentriamoci sull’enorme opera di manutenzione quotidiana dei nostri territori. Il “rammendo”, l’ha chiamato Renzo Piano. Necessario da sempre nell’Italia martoriata da incuria e condoni, ma ancora di più adesso, quando eventi atmosferici una volta eccezionali sono diventati ordinari. C’è davvero una contrapposizione secca tra le due linee, grandi opere vs rammendo? E perché non riusciamo a fare né l’una né l’altro?
L’alternativa tra grandi e piccole opere può essere considerata un aut aut se si guarda ai soldi: abbiamo risorse limitate, dobbiamo decidere dove metterle. E c’è anche una differente macchina pubblica da mettere in moto, tra l’organizzazione di grandi centrali di appalto e la messa in piedi di un sistema capace di agire a tutti i livelli, per mettere in sicurezza le strade, le scuole, gli ospedali, per prevenire il dissesto idrogeologico e i terremoti, per il verde pubblico, eccetera eccetera. Non solo: anche la direzione degli investimenti in ricerca e tecnologia è diversa. Tutte cose vere. Ma non basta bloccare le grandi opere per fare le piccole. E – guardando con realismo alle risorse scarse – nulla toglie che le prime possano aiutare le seconde: poteva essere il caso delle Olimpiadi di Roma, con i costruttori chiamati a fare le infrastrutture di servizio per la città.
Invece assistiamo al paradosso del né-né: né l’alta velocità né i treni per i pendolari; né facciamo il grande valico né tagliamo l’erba ai margini delle piccole strade; né la Gronda né la manutenzione del Ponte Morandi. Certo, non è tutta colpa degli ultimi arrivati – anche se il M5S governa Roma e Torino da quasi due anni e la Lega è partito di governo, nazionale e locale, da sempre. Ma qualcosa di specifico i neogovernanti ce l’hanno: l’incapacità di scegliere; sia per le divisioni tra loro che, nel caso dei Cinque Stelle, quasi per statuto. Sono un partito nato sui beni pubblici – il referendum del 2012 – ma anche sulla sindrome Nimby (Not In My Back Yard, non nel mio cortile), sugli interessi particolari dei singoli territori: legittimi e spesso giusti, ma che a un certo punto devono essere valutati in funzione dell’interesse generale, che impone una visione e delle scelte. Se non si è capaci, per competenza o cultura o formazione, di compierle, sulla piccole come sulle grandi opere si è condannati alla paralisi.

Articolo pubblicato sui quotidiani locali del gruppo Gedi martedì 30 ottobre 2018

2.11.18

2005, i cento anni dell'Iww, il sindacato classista americano. Una lezione per i nostri tempi (Bruno Cartosio)

Sabato 25 giugno  2005 "alias", magazine del "manifesto", dedicò quasi metà delle sue pagine ad un anniversario importante, ma trascurato da quasi  tutti gli altri mezzi di comunicazione: i cento anni dell'IWW, Industrial Workers Of the World, il sindacato internazionalista e classista che con le sue organizzazioni e le sue lotte animò i primi decenni della scena sociale e politica degli USA. 
Riprendo qui l'articolo che funge da cornice e contiene una credibile prospettiva attualizzante, quello dello storico del movimento operaio Bruno Cartosio. Lo dedico ai compagni e agli amici impegnati in un congresso della Cgil che a me pare molto importante, e non solo per la scelta del successore di Camusso. (S.L.L.)
Cent’anni fa, alle dieci di mattina del 27 giugno 1905, il minatore William «Big Bill» Haywood apriva il «Congresso continentale della classe operaia» nella Brand’s Hall di Chicago: «Compagni lavoratori, apro i lavori di questo congresso consapevole della responsabilità che cade su di me e su ognuno dei delegati qui riuniti... Noi siamo qui per confederare i lavoratori di questo paese in un movimento di classe operaia il cui fine sarà l’emancipazione della classe operaia dai vincoli schiavistici del capitalismo».
Undici giorni dopo, la sera del 7 luglio, il congresso si chiudeva con i «tre entusiastici evviva» degli oltre duecento delegati che ratificavano così, per acclamazione, l’avvenuta nascita dell’Industrial Workers of the World. Quei delegati rappresentavano più di quaranta organizzazioni e circa 60.000 lavoratori, dai minatori delle Montagne rocciose ai tessili della costa orientale, dai metalmeccanici di Chicago e dei maggiori centri industriali ai birrai immigrati dall’Europa del nord. Non era poco per un’organizzazione nascente. In quel momento, la moderata American Federation of Labor - vecchia di vent’anni - poteva vantare quasi un milione e mezzo di iscritti.
Nella seduta finale, simbolicamente presieduta da Luella Twining, una delle poche donne delegate, Haywood sottolineò - suscitando ilarità per il linguaggio formale che adottava: quello del XV emendamento alla Costituzione, che nel 1870 dava a ogni cittadino il diritto di voto - che l’Iww «non riconosce né razza, né credo, né colori, né sesso, né precedenti condizioni di servitù»
Subito dopo, con l'altro registro linguisico, che gli era più congeniale, riportò tutti alla concretezza del progetto comune, ricordando che l’obiettivo non era di «migliorare la condizione unicamente dei lavoratori specializzati», ma di «scendere nei canali di scolo per arrivare alla massa dei lavoratori e per innalzarli a un livello decente di vita».
«Non mi interessa un fico secco - aggiunse - se gli specializzati si iscriveranno o no, ora. Quando avremo portato nella nostra organizzazione quelli che non sono organizzati e i lavoratori che non hanno qualifica, allora anche gli specializzati dovranno fare ricorso [all’Iww] per difendere se stessi» dagli attacchi padronali.
Più sotto riprenderò questo filo del discorso, perché proprio quest’inclusività organizzativa appare oggi uno dei tratti più rilevanti di quell’esperienza. Ma prima bisogna fare il punto. La storiografia recente ha di nuovo accantonato l’Iww, dopo la straordinaria ripresa d’interesse degli anni Sessanta e Settanta. A partire dagli anni Ottanta reaganiani, negli Stati Uniti si è tornati a parlare e scrivere sempre meno di lavoratori e di storia operaia.
L’antisindacalismo dominante nell’ideologia politica e intrinseco alle trasformazioni epocali della società e dell’economia hanno messo la sordina anche alla ricerca storica. La sindacalizzazione è crollata.
I tentativi delle organizzazioni di rivitalizzare un movimento che nel settore privato e nell’industria è sceso all’8 per cento di iscritti, hanno recuperato dai magazzini della storia i labor councils cittadini, cioè l’organizzazione su base territoriale; hanno aperto le organizzazioni ai lavoratori di immigrazione recente; hanno esteso agli altri movimenti sociali l’interlocuzione e la possibilità di fare alleanze, soprattutto sul piano locale.
È come se si fosse cercato di recuperare frammenti di storia: i labor councils dalle organizzazioni territoriali dei Knights of Labor ottocenteschi, dell’American Federation of Labor più antica e della stessa Iww; l’accoglimento nei ranghi degli immigrati dall’Iww; il ruolo politico-sociale del movimento sindacale dai Knights of Labor e dal Congress of Industrial Organizations dei passati anni Trenta.
Tutto questo finora non è bastato. Né basterà in futuro, se dal passato del movimento operaio statunitense e internazionale non verranno riprese, e rimodellate sulle nuove realtà, anche altre categorie, strategie, prospettive.
In particolare, ed è qui che torna l’Iww, il senso dell'antagonismo sociale e l’inclusione organizzativa di tutti lavoratori, occupati e no, precari e immigrati.
Torniamo a Haywood; anzitutto alla sua critica della elitaria gelosia di mestiere delle trade unions: «Il lavoratore specializzato ha organizzato un sindacato per sé, riconoscendo che nell’unione è la forza. E ha innalzato un muro intorno a quell’unione, che impedisce ad altri di entrare a farne parte... Ci sono sindacati in questo paese che chiedono a chi si iscrive una tassa d’iscrizione che arriva a 500 dollari. Come i soffiatori di vetro, per essere chiari; ma quanto tempo ci vorrebbe per uno che prende un dollaro, un dollaro e un quarto al giorno e deve pensare alla famiglia per mettere da parte abbastanza soldi per versare la quota d’ingresso in quel sindacato?».
Si tratta di un esclusivismo miope e senza futuro, perché l’evoluzione produttiva ha trasformato le mansioni degli stessi specializzati, togliendo loro potere sul terreno produttivo. Nella fabbrica d’oggi «non esistono più specializzati. Nei macelli non ci sono più macellai; c’è un’infilata di uomini la cui specializzazione sta solo nel fare la loro piccola parte e basta. La macchina è l’apprendista di ieri e l’operaio finito di oggi». E la ragione per cui «la macchina sta rapidamente prendendo il vostro posto e presto vi avrà rimpiazzati», è che, infine, «non esiste in questo paese un capitalista imprenditore o una corporation che, se fosse possibile, non farebbe funzionare l’intera sua fabbrica con le sole macchine, liberandosi di tutti gli esseri umani che ora sta impiegando».
Non esistevano dunque alternative alla lotta di classe e all’unione di tutti i lavoratori in una grande «organizzazione le cui porte siano aperte per far entrare ogni uomo, donna e, se necessario, ragazzo che lavori per un salario, sia con le braccia, sia con il cervello».
Tutti, con parole analoghe, espressero lo stesso concetto in quel congresso. Del resto, il preambolo alla Costituzione dell’Iww, approvato in quella stessa occasione, affermava perentoriamente che «la classe operaia e la classe padronale non hanno niente in comune. Non vi può essere pace finché la fame e il bisogno esistano per milioni di lavoratori e i pochi, che costituiscono la classe padronale, posseggano tutte le cose buone della vita».
Quella della lotta di classe era una scelta politica consapevole e deliberata, naturalmente. Da allora, gli storici discutono, da una parte, se in essa fossero più forti le sollecitazioni teoriche congeniale, riportò tutti alla concretezza del progetto comune, ricordando che l’obiettivo non era di «migliorare la condizione unicamente dei lavoratori specializzati», ma di «scendere nei canali di scolo per arrivare alla massa dei lavoratori e per innalzarli a un livello decente di vita».
«Non mi interessa un fico secco - aggiunse - se gli specializzati si iscriveranno o no, ora. Quando avremo portato nella nostra organizzazione quelli che non sono organizzati e i lavoratori che non hanno qualifica, allora anche gli specializzati dovranno fare ricorso [all’Iww] per difendere se stessi» dagli attacchi padronali.
Più sotto riprenderò questo filo del discorso, perché proprio quest’inclusività organizzativa appare oggi uno dei tratti più rilevanti di quell’esperienza. Ma prima bisogna fare il punto. La storiografia recente ha di nuovo accantonato l’Iww, dopo la straordinaria ripresa d’interesse degli anni Sessanta e Settanta. A partire dagli anni Ottanta reaganiani, negli Stati Uniti si è tornati a parlare e scrivere sempre meno di lavoratori e di storia operaia.
L’antisindacalismo dominante nell’ideologia politica e intrinseco alle trasformazioni epocali della società e dell’economia hanno messo la sordina anche alla ricerca storica. La sindacalizzazione è crollata.
I tentativi delle organizzazioni di rivitalizzare un movimento che nel settore privato e nell’industria è sceso all’8 per cento di iscritti, hanno recuperato dai magazzini della storia i labor councils cittadini, cioè l’organizzazione su base territoriale; hanno aperto le organizzazioni ai lavoratori di immigrazione recente; hanno esteso agli altri movimenti sociali l’interlocuzione e la possibilità di fare alleanze, soprattutto sul piano locale.
È come se si fosse cercato di recuperare frammenti di storia: i labor councils dalle organizzazioni territoriali dei Knights of Labor ottocenteschi, dell’American Federation of Labor più antica e della stessa Iww; l’accoglimento nei ranghi degli immigrati dall’Iww; il ruolo politico-sociale del movimento sindacale dai Knights of Labor e dal Congress of Industrial Organizations dei passati anni Trenta.
Tutto questo finora non è bastato. Né basterà in futuro, se dal passato del movimento operaio statunitense e internazionale non verranno riprese, e rimodellate sulle nuove realtà, anche altre categorie, strategie, prospettive.
In particolare, ed è qui che torna l’Iww, il senso dell'antagonismo sociale e l’inclusione organizzativa di tutti lavoratori, occupati e no, precari e immigrati.
Torniamo a Haywood; anzitutto alla sua critica della elitaria gelosia di mestiere delle trade unions: «Il lavoratore specializzato ha organizzato un sindacato per sé, riconoscendo che nell’unione è la forza. E ha innalzato un muro intorno a quell’unione, che impedisce ad altri di entrare a farne parte...Ci sono sindacati in questo paese che chiedono a chi si iscrive una tassa d’iscrizione che arriva a 500 dollari. Come i soffiatori di vetro, per essere chiari; ma quanto tempo ci vorrebbe per uno che prende un dollaro, un dollaro e un quarto al giorno e deve pensare alla famiglia per mettere da parte abbastanza soldi per versare la quota d’ingresso in quel sindacato?».
Si tratta di un esclusivismo miope e senza futuro, perché l’evoluzione produttiva ha trasformato le mansioni degli stessi specializzati, togliendo loro potere sul terreno produttivo. Nella fabbrica d’oggi «non esistono più specializzati. Nei macelli non ci sono più macellai; c’è un’infilata di uomini la cui specializzazione sta solo nel fare la loro piccola parte e basta. La macchina è l’apprendista di ieri e l’operaio finito di oggi». E la ragione per cui «la macchina sta rapidamente prendendo il vostro posto e presto vi avrà rimpiazzati», è che, infine, «non esiste in questo paese un capitalista imprenditore o una corporation che, se fosse possibile, non farebbe funzionare l’intera sua fabbrica con le sole macchine, liberandosi di tutti gli esseri umani che ora sta impiegando».
Non esistevano dunque alternative alla lotta di classe e all’unione di tutti i lavoratori in una grande «organizzazione le cui porte siano aperte per far entrare ogni uomo, donna e, se necessario, ragazzo che lavori per un salario, sia con le braccia, sia con il cervello».
Tutti, con parole analoghe, espressero lo stesso concetto in quel congresso. Del resto, il preambolo alla Costituzione dell’Iww, approvato in quella stessa occasione, affermava perentoriamente che «la classe operaia e la classe padronale non hanno niente in comune. Non vi può essere pace finché la fame e il bisogno esistano per milioni di lavoratori e i pochi, che costituiscono la classe padronale, posseggano tutte le cose buone della vita».
Quella della lotta di classe era una scelta politica consapevole e deliberata, naturalmente. Da allora, gli storici discutono, da una parte, se in essa fossero più forti le sollecitazioni teoriche provenienti dalle componenti anarchiche oppure socialiste, socialiste rivoluzionarie oppure anarcosindacaliste e, dall’altra parte, se fossero decisive le passate esperienze politico-sindacali «americane» oppure quelle «internazionaliste».
Non sono questioni campate per aria: tra il 1905 e la prima guerra mondiale esse furono a lungo e ripetutamente dibattute in tutta la sinistra statunitense. Nella stessa Iww le correnti o fazioni che si richiamavano all’uno o all’altro modello teorico e organizzativo si scontrarono vigorosamente, quasi sempre portando nella vita interna gli echi e gli esempi di quanto altri rivoluzionari stavano facendo in Europa e altrove. Per quanto importanti siano dal punto di vista storiografico e filologico quelle questioni, mi sembra che oggi non meritino il proscenio.
È l’altro aspetto, invece, che mi sembra valga la pena di richiamare e, in una certa misura, attualizzare, avendo in mente i dibattiti intorno alle finalità, alla natura e all’azione del sindacato nella trasformazione sociale e produttiva attuale.
Il punto di vista sulla realtà espresso dall’Iww non era quello degli specializzati, skilled, che a torto o a ragione ritenevano di avere ancora un certo potere contrattuale e che godevano di alti salari, nonostante la trasformazione produttiva (il taylorismo stava ormai penetrando ovunque e, nel giro di un decennio, avrebbe fatto la sua comparsa la fabbrica fordista). L’angolo di visuale aveva il suo vertice nella grande massa dei dequalificati, unskilled, senza mestiere e senza potere. Nel guardare alla realtà da quella posizione gli wobblies rivelavano contemporaneamente la giustezza della loro analisi e la generosità dei loro intenti.
Nei vent’anni precedenti, la composizione della classe operaia negli Stati Uniti era cambiata in modo radicale. La popolazione delle grandi città era composta per oltre un terzo di immigrati. A seconda dei luoghi, dai tre quarti al novanta per cento dei lavoratori manuali era composto di immigrati e dei loro figli (e in piccola parte di afroamericani), la stragrande maggioranza dei quali era entrata nel mondo industriale e produttivo da unskilled.
All’inizio del secolo, quello era il presente e il futuro della classe operaia. Nessun progetto di trasformazione radicale dei rapporti di produzione e della società sarebbe stato neppure pensabile senza il coinvolgimento di questa massa straordinaria di persone.
L’avevano già capito i Knights of Labor, quando il cambiamento era agli inizi, ed erano arrivati a oltre 700.000 iscritti, prima di essere spazzati via dalla repressione seguita ai fatti del maggio 1886. Lo sapevano anche i dirigenti dell’American Federation of Labor, che però nell’ultimo decennio dell’ottocento scelsero la via dell’esclusivismo di mestiere, dopo essersi liberati dei socialisti al loro interno.
Ora l’Iww intendeva coinvolgere gli immigrati unskilled nel suo progetto di società futura, in cui i lavoratori «prendano e si tengano quello che producono col loro lavoro». Per questo i suoi «agitatori» parlavano e pubblicavano giornali e volantini in tutte le lingue necessarie, correvano da un posto all’altro, erano in prima fila nell’organizzare e condurre le lotte. La loro organizzazione fu la meno gerarchica possibile. Facevano propria la precarietà dei lavoratori cui si rivolgevano o da cui erano chiamati; vivevano allo stesso loro modo.
È impossibile dire che cosa sarebbe successo di questa idea di democrazia industriale radicale, senza la guerra e la repressione brutale che colpì loro e le sinistre tra il 1917 e il ’21.1 dequalificati di allora erano come i precari d’oggi. Erano tanti, senza diritti e ricattabili, sia socialmente, sia nei luoghi di lavoro. Le loro occupazioni erano instabili, poco retribuite, senza protezioni.
L'Iww rifiutava i contratti -che peraltro pochi imprenditori concedevano - perché la maggioranza dei suoi membri apparteneva alle fasce operaie che non avevano mai potuto trattare con i padroni. «Il padrone non ti guarda mai in faccia, non ti guarda mai negli occhi. Non gliene importa niente dei tuoi sentimenti, né della tua situazione, delle tue angosce, dei tuoi dispiaceri...» aveva detto Haywood.
L’Iww aveva capito quello che Henry Ford avrebbe capito quasi dieci anni dopo: che i precari, in genere giocati gli uni contro gli altri nella competizione per un posto di lavoro, potevano essere un’arma contro il capitale. Ford cercò di «comprarli», loro cercarono di organizzarli. Riuscirono entrambi nel loro intento. Ford introducendo d’autorità, nel 1914, la giornata di otto ore e un compenso giornaliero di cinque dollari. Era cosa soltanto per pochi e sottoposta a condizioni e i cinque dollari erano salario solo per una parte (per il resto redistribuzione dei profitti), ma grazie all’enorme valore simbolico della riduzione d’orario con aumento di salario ridusse l’avvicendamento degli unskilled. Quindi, con le sue squadracce parafasciste tenne l’Iww e tutti i sindacati fuori dalle sue fabbriche.
Anche gli wobblies riuscirono nel loro intento, però solo localmente e in modi rapsodici, in lotte entusiasmanti ma anche nei limiti imposti dalla fatica di Sisifo di tenere collegata, organizzata, una materia viva in perenne movimento, instabile e, in una certa misura, inaffidabile. Poi, non gli fu lasciato il tempo. Tuttavia, l’Iww aveva guardato lontano e aveva visto giusto: senza la massa dei precari e senza lotta di classe i movimenti operai non possono che spegnersi.

alias il manifesto, 25 giugno 2005

Questa è la mia casa. Una poesia di Mario Benedetti (Uruguay 1920 - 2009)



Non c'è dubbio. Questa è la mia casa
qui avvengo, qui
mi inganno immensamemente.
Questa è la mia casa ferma nel tempo.

Arriva l'autunno e mi difende,
la primavera e mi condanna.
Ho milioni di ospiti
che ridono e mangiano,
s'accoppiano e dormono,
giocano e pensano,
milioni di ospiti che si annoiano
e hanno incubi e attacchi di nervi.

Non c'è dubbio. Questa è la mia casa.
Tutti i cani e i campanili
le passano davanti.
Ma la mia casa la colpiscono i fulmini
e un giorno si spaccherà in due.

E io non so dove trovar riparo
perché tutte le sue porte danno fuori dal mondo.

-----
Ésta es mi casa
No cabe duda. Ésta es mi casa
aquí sucedo, aquí
me engaño inmensamente.
Ésta es mi casa detenida en el tiempo.

Llega el otoño y me defiende,
la primavera y me condena.
Tengo millones de huéspedes
que ríen y comen,
copulan y duermen,
juegan y piensan,
millones de huéspedes que se aburren
y tienen pesadillas y ataques de nervios.

No cabe duda. Ésta es mi casa.
Todos los perros y campanarios
pasan frente a ella.
Pero a mi casa la azotan los rayos
y un día se va a partir en dos.

Y yo no sabré dónde guarecerme
porque todas sus puertas dan afuera del mundo.

Da Sólo mientras tanto / Soltanto nel frattempo, 1948-1950 in “Fili d'aquilone”, n.15, 2009 - traduzione S.L.L.

1.11.18

I bordelli parigini tra Ottocento e Novecento. Ingresso libero ai letterati (Corrado Augias)



Casque d'or, la regina degli apaches parigini (impersonata da Simone Signoret nel film di Jacques Becker che è ormai un classico), pubblicò nel 1905 le sue memorie di prostituta e di ladra appropriatamente intitolate: Mes jours et mes nuits. Anche lei, come tante sue colleghe, aveva fatto l'esperienza del bordello e così la raccontava: “A quei tempi recitavo la parte della bambina perbene in una casa di prim'ordine. La verità è che non ero affatto perbene e che chiunque poteva conoscermi intimamente pagando il giusto prezzo. Mi vestivano con delle gonnelline corte che mi lasciavano nudi i polpacci e intrecciavano ai miei capelli nastrini blu o rosa. Rispondevo al grazioso nome di Fanfan. È incredibile come i vecchioni della società benpensante si sentano attratti da questo giochetto... Io restavo di preferenza nei pressi della cassa e talvolta dentro il suo recinto. Con un po' d'immaginazione mi si poteva prendere per la figlia o perfino per la nipote della sotto-maitresse”.
Appena qualche anno più tardi il giornalista Jacques Roberti pubblica sul Crapouillot un'inchiesta sui bordelli. Ecco che cosa descrive: “I clienti del mattino entravano alla svelta, mercanti di tappeti con calotte rosse in testa, giocatori delle tre carte, manovali, pregiudicati. Tutte le razze africane erano rappresentate: kabili, marocchini, berberi. Dalle otto del mattino alle dieci di sera, senza tregua, le ragazze salivano la scala che conduceva alle camere, scendevano, risalivano. Facciamo in fretta che non siamo qui a divertirci urlava la padrona. Sei camere per diciotto ragazze. Nel corridoio le coppie, gravi e silenziose, aspettavano il loro turno. E su ogni letto coperto da una tela cerata, tra quattro mura nude come quelle d'una cella di prigione, sei volte per ora, con un meccanismo da orologeria, si ripeteva lo stesso atto”.
Poche istituzioni borghesi hanno ispirato le cronache di costume e le pagine della letteratura quanto il bordello. Per tutta la seconda metà dell'Ottocento e fino alla prima guerra mondiale, il postribolo è un topos letterario ricorrente, quasi ossessivo. Tra i vari elementi della casa di meretricio uno spicca costantemente su tutti gli altri: l'odore caratteristico delle sue stanze. Joris-Karl Huysmans (Marthe, histoire d'une fille) probabilmente idealizza alquanto scrivendo che quei saloni erano impregnati degli odori furibondi dell'ambra e del pasciulì. Albert Juhelle (nel suo La crise virile) mette in risalto componenti più concrete descrivendo il primo ingresso di un adolescente: “Fin dai primi gradini lo avvolse una buffata d'aria calda che scendeva dal piano superiore; un odore complesso di carne e di belletto”. Guy de Maupassant, nel suo celebre Casa Tellier, accorda anche gli odori all'atmosfera generale del racconto: “Il fabbricato, umido e vecchio, emanava un leggero odore di muffa. Una scia d' acqua di colonia si spandeva di tanto in tanto per il corridoio”.
Alla fine degli anni ' 50, Charles Baudelaire, in una lettera al suo amico Asselineau, così descrive le ragazze d'un lupanare: “Seguendo la scala, discendemmo fino alle schiave che vivono confinate in quelle catapecchie; infelici tenute sotto la tutela più avara che non possiedono nulla di proprio, neanche l'eccentrica tenuta che serve di condimento alla loro beltà. Tra queste, alcune, esempio d'una fatuità innocente e mostruosa, esibiscono nei volti e negli sguardi, audacemente fissi, l'evidente felicità d'esistere (ma perché, poi?)”.
Huysmans ci mostra, attraverso gli occhi d'una ragazza, l'attesa del primo cliente in una casa parigina del 1875: “Le girandole di candele, i muri ricoperti di satin, ballavano davanti ai suoi occhi come scintille, poi il suo sguardo si schiarì e si vide, in una grande specchio dalla cornice di vetro, impudicamente prostrata sulla panchetta, pettinata come per andare al ballo, le carni rese più sapide dai merletti intrisi di profumi forti. Non era capace di credere che quell'immagine fosse la sua. Guardava con stupore le sue braccia incipriate, le sopracciglia sottolineate dal carbone, le labbra rosse come carni sanguinolente, le gambe rivestite da calze di seta cremisina, il seno sollevato e tremante, tutta l'esca conturbante delle sue carni che rabbrividivano sotto la leggerezza del peignoir”.
Edmond de Goncourt pubblicò il suo Fille Elisa solo pochi mesi più tardi, ulteriore conferma dell'immenso interesse suscitato dall'argomento: “Nel fondo, scrive, molto nel fondo della sala racchiusa e concava, confuse, mescolate, strette le une alle altre, le donne erano raccolte intorno a una tavola in una sorta di cumulo incerto. Dal grumo di carne nuda e di biancheria spuntavano di continuo delle dita che frugavano in un pacchetto di tabacco Maryland per arrotolare una sigaretta. Una gonna bianca su una camicia a maniche corte era la toilette di queste femmine che lasciava intravedere, nella scollatura della biancheria da notte e da letto, le braccia, l' inizio del seno e, in qualcuna, l' oscurità lanuginosa della cavità delle spalle... A mano a mano che qualche cliente si sedeva, dal branco delle femmine si staccava una ragazza che canterellando, la vita stretta tra le mani, veniva a strofinarsi contro il nuovo arrivato, lasciando penzolare, sul panno della sua uniforme, le sue nudità molli....”

“la Repubblica”, 7 luglio 1990

Donne dal piede segreto e dall'occhio scintillante (Dacia Maraini)


Consiglio vivamente La nave per Kobe di Dacia Maraini, da cui è tratto il brano che segue, una lettura possibilmente arricchita dai Ricordi d'arte e di prigionia di Topazia Alliata, di Toni Maraini che di Dacia è sorella. Quel che se ne apprende è un'epopea familiare avvincente in cui trovano posto e singolari consonanze la Sicilia e l'Oriente. (S.L.L.)

31 Ottobre 1938. C'imbarchiamo a Brindisi sul “Conte Verde", scrive mia madre nel suo diario: La nonna Yoi ha portato a Dacia un cappottino grigio modello quasi maschile che le sta un amore.
Si sente ancora la cadenza palermitana nelle parole di mia madre. La giovane siciliana a cui avrebbero voluto far sposare un conte è fuggita con un ragazzaccio fiorentino senza arte né parte, biondo, robusto, con un ciuffo ribelle che gli scivola sulla fronte, innamorato della madre, in lite col padre.
La partenza è triste e siamo tutti stanchissimi. Dacia non ha dormito abbastanza ed è difficile e nervosa.
Il mio bellissimo padre, Fosco, appena laureato, senza un soldo, ricco solo di una borsa di studio non cospicua ma esaltante, si affacciava dal ponte della nave scrutando il mare spumoso come se aspettasse di vedervi spuntare un pesce drago dalle orecchie giganti. La giovane Topazia gli appoggiava teneramente il mento su una spalla come per aiutarlo a scacciare la nostalgia per l’Italia, per Firenze, per la madre tanto amata, per la casa di Torre di Sopra. Chissà se ripensava a come aveva rotto col padre che gli offriva un lavoro e una tessera del Fascio, stracciata in mille pezzi, lì per lì sotto i suoi occhi.
Non soffriamo il mare, scrive mia madre e certamente era sincera. Ma lo trovo ugualmente curioso perché io ho sempre patito il mal di mare. Possibile che a poco più di un anno la nausea non si facesse ancora sentire? O dipendeva dal fatto che il mare era battuto dal vento solo in superficie e la grossa pancia di ferro scorreva su quelle onde con quieta determinazione, senza eccessivi scossoni?

Primi di novembre. 1-2. Fa ancora freschino ma ogni ora meno. Non soffriamo il mare. Porto Said – di sera — pioviggina. Fosco non vuole scendere a terra per paura di infezioni. Io non voglio stancare D., così non scendiamo.
Siamo già a una settimana di navigazione. Il mare è calmo. Ci stiamo dirigendo verso il sud. Mi rimane la curiosità di Porto Said che i miei non hanno voluto visitare. Posso solo attingere ad alcune fotografie d’epoca, che mostrano ricsciò tirati da uomini scalzi, donne dalle gonne lunghe e l’ombrellino in mano che sembrano uscite da un racconto di Gechov; una grande sala dell’hotel Victoria, oggi distrutto, in cui si vedono dei suonatori in frac su una pedana, due o tre tavolini coperti da tovaglie ricamate e un paio di palme dalle lunghe foglie che protendono le molli frange verso quattro finestre di vetro dipinto.
Più tardi, in una sala come quella, avrei conosciuto, per via cinematografica, una Ingrid Bergman dalle luci soffuse riflesse negli occhi morbidi, dai riccioli castani che guizzano attorno al collo. Qual è l’incantesimo che ti allaccia ad una attrice dal sorriso flou e la voce cristallina? In lei vedevo mia madre giovane: le gambe snelle, il taglio del tailleur stretto in vita, le scarpe dal tacco ortopedico. La vedevo camminare veloce, con un cappello di feltro color castagna che le nascondeva in parte la fronte e mi pareva di scorgere una intera generazione di donne dal piede segreto e l’occhio scintillante. Dove vai? avrei voluto chiederle... Dove vai così in fretta? il futuro è appena cominciato, non correre!
Accanto a lei un Humphrey Bogart con l’impermeabile appoggiato sulle spalle e la sigaretta complice fra le dita. Ma lui era diverso da mio padre, che si muoveva con meno grazia, era più sportivo, più schivo, più ragazzo. La bellezza dei due divi era meravigliosamente legata a quel tempo che conteneva la giovinezza e la bellezza dei miei genitori. Sono lì, in un quadro mobile, a raffigurare la gioia di esistere. Si sarebbe mai ripetuta una simile gioia?

La strada per Kobe, Bur 2015 (Prima edizione Rizzoli 2001)

Il gattopardo. Una poesia di Toti Scialoja


Quando gratto un gattopardo
mentre lecca lento il lardo
non mi degna di uno sguardo.

È così breve il nostro cammino. Una poesia di Juan Ramòn Jiménez



È così breve il nostro cammino
Nel sogno dell'amore!
Il mondo di una rosa!

Ma noi lo rendiamo
Immenso con soste
Di lunghi baci
Sulle foglie aperte.

Autunno. Una poesia di Abul Hasan Ali ibn Julugh Farrukhi Sistani (poeta persiano di corte X-XI secolo)


Autunno, tempio d'oro
dove albergano gli idoli bambini
e canta a piena voce il melograno
impudico i segreti dell'amore.
Autunno, platano d'oro,
onde piove al passante innamorato
sciame di foglie: intorpidite mani
che il belletto dipinge di rubino.
Autunno color vino,
malinconia di vigna abbandonata.
Acceso il cuore in densa nostalgia,
dita morenti sugli afflitti rami.
Ma il narciso è Signore
cui sacrifica sé tutto il giardino.
Da ogni ramo un'offerta per il fiore
e le nuvole-gru guardan dal cielo.

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