4.12.11

Il grande sonno. Philip Marlowe da Bogart a Mitchum (di Francesco Troiano)

Philip Marlowe è, per usare una frase piuttosto trita, un uomo d'onore per istinto, perché non può farne a meno. E' relativamente povero, se no non farebbe l'investigatore... E' un uomo comune, altrimenti non potrebbe mischiarsi alla gente comune... E' solitario, ed è suo orgoglio farsi strada da orgoglioso... Suppongo che Philip Marlowe sia realmente una specie di me stesso segreto... Siamo tutti e due soli, sentimentali, cinici, tutti e due incorruttibili».
Sono parole di Raymond Chandler, che descrivono il private eye più celebre nella storia della letteratura: quel Philip Marlowe che, dopo aver esordito ne Il grande sonno (1939), tornerà in altri sei romanzi, un racconto (The Pencil, uscito postumo nel 1960) ed un romanzo rimasto incompiuto, Poodle Springs Story. In genere elegante, affezionato all'alcol ed alle sigarette, poco sensibile al fascino dei soldi, interessato al gentil sesso quanto qualunque scapolo, Marlowe si muove nell'America degli Anni 30, popolata da finanzieri d'assalto, ricchi privi di scrupoli, dark ladies, sbirri venduti. L'atteggiamento che egli ha nei confronti di detti personaggi è di malcelato fastidio («Marlowe ed io - annotava Chandler - non disprezziamo le classi superiori perché fanno il bagno e possiedono denaro; le disprezziamo perché sono fasulle»), il suo sofferto cinismo lo rende certo che le proprie indagini - per quanto accurate, svolte con la massima professionalità - non muteranno d'un ette la natura dell'ambiente circostante e degli esseri umani. Perfetta incarnazione del genere noir, in via di affermazione all'inizio degli Anni 40, egli approda sullo schermo per la prima volta in The Falcon Takes Over (1942, inedito in Italia) di Irving Reis: pur se il protagonista, interpretato da George Sanders, non porta il nome di Marlowe. Tre anni dopo, ne L'ombra del passato (tratto, come il precedente, da Addio mia amata), Edward Dmytryk trasforma da un giorno all'altro un song and dance man come Dick Powell in un forte attore drammatico. Ma è solamente nel 1946, con la trasposizione cinematografica de Il grande sonno firmata da Howard Hawks, che Marlowe trova in Humphrey Bogart l'attore ideale. Mescolando la grinta propria del Sam Spade de Il mistero del falco ed il romanticismo già del Rick di Casablanca, con l'aggiunta d'un tocco di amara ironia, Bogey dà vita ad una figura indimenticabile, che genererà legioni di imitatori ed avrà innumerevoli discendenti (su tutti, il superlativo Jack Nicholson-J.J.Gittes di Chinatown). A paragone, ben poca cosa risultano le prove fornite da Robert Montgomery nel film da lui stesso diretto, Una donna nel lago (1947); da George Montgomery ne La moneta insanguinata (1947) di John Brahm; da James Garner ne L'investigatore Marlowe (1969) di Paul Bogart. Superba, invece, la rilettura del personaggio proposta da Elliott Gould ne Il lungo addio (1973) di Robert Altman: collocato nella contemporaneità, Marlowe è un loser sornione e compiaciuto, con poche illusioni ma un senso dell'onore inossidabile, che lo porta - di fronte al tradimento subito da un amico - a impugnare la pistola che ha sempre adoprato con riluttanza. Nel 1975, tocca a Robert Mitchum indossare i panni del detective chandleriano, dapprima in Marlowe, il poliziotto privato (1975, terza versione di Addio mia amata) di Dick Richards, poi in Marlowe indaga (1978, remake de Il grande sonno) di Michael Winner. Piu' anziano rispetto alla tradizione, che lo presenta quarantacinquenne, Mitchum gioca abilmente sullo scarto d'età: facendo coincidere il disincanto di Marlowe con quello suo, rappresentante d'un cinema in via d'estinzione, egli raffigura nella propria decadenza fisica tutta la stanchezza, la malinconia di chi si sente un sopravvissuto. A questa immagine definitiva, non aggiunge granché il James Caan di Marlowe - Omicidio a Poodle Springs (1998), diretto da Bob Rafelson. Marlowe appartiene ad un tempo lontano, e ci piace ricordarlo come egli stesso si descrive nella sua ultima avventura, dopo aver impalmato la milionaria Linda Loring, conosciuta tempo addietro: «Sono un uomo povero sposato ad una donna ricca. Non so bene come comportarmi. Di una cosa sono sicuro: per modesto che sia il mio ufficio, è lì che sono diventato quello che sono ed è lì che diventerò quel che sarò». 

Da "Tuttolibri - La Stampa" - 19 agosto 2006

Adagiarsi (da "Il motto di spirito" di Sigmung Freud)

Il signore e la signora X vivono in un lusso evidente. Qualcuno pensa che il marito abbia guadagnato molto e che quindi abbia potuto adagiarsi un poco; altri pensano che la moglie si sia "adagiata" un poco e quindi abbia potuto guadagnare molto.

Un buon detective non si sposa... e non ha segretaria. Parola di Chandler.

L’elemento amore indebolisce quasi sempre un romanzo giallo perché introduce un tipo di suspense che contrasta con gli sforzi del detective di risolvere il problema. Confonde le carte e, nove volte su dieci, elimina due indiziati utili. L’unico tipo di amore efficace è quello che crea un certo rischio per il detective; ma che, al tempo stesso, avverti che è un semplice episodio. Un buon detective non si sposa mai. (da Parola di Chandler)

Marlowe non ha e non ha mai avuto una segretaria. Potrebbe facilmente servirsi di una segreteria telefonica, ma non ricordo se se ne sia parlato. E non ricordo se la sua scrivania abbia un piano di cristallo, ma può darsi che l’abbia detto. La bottiglia dell’ufficio sta nel cassetto della scrivania – un cassetto (standard negli uffici americani, ma forse c’è anche in Inghilterra) che ha la profondità di due cassetti, e serve a contenere fascicoli, ma molto raramente ne contiene… (da Lettera a D. F. Ibberson, 19 aprile 1951)

A Dio e a Edgar Allan Poe. La preghiera del poeta (di Charles Baudelaire)

Fare tutte le mattine la mia preghiera a Dio, serbatoio di ogni forza e di ogni giustizia, a mio padre, a Marietta (l’amatissima governante della sua infanzia – ndr) e a Poe, come intercessori; pregarli di comunicarmi la forza necessaria per compiere tutti i miei doveri e di concedere a mia madre una vita abbastanza lunga per poter gioire della mia trasformazione; lavorare tutto il giorno, o almeno quanto me lo permetteranno le mie forze; affidarmi a Dio, cioè alla Giustizia stessa, per la riuscita dei miei progetti; dire tutte le sere una preghiera nuova, per chiedere a Dio la vita e la forza per mia madre e per me…

Da Igiene in Charles Baudelaire, Opere, Mandadori, 1996, p.1412

Chandler. Il giallo che non si sposa col rosa (di Ruggero Bianchi)

Recensendo il 19-08-2006 su “Tuttolibri” i due volumi dei Meridiani dedicati allo scrittore americano, Ruggero Bianchi fa il punto sulla “questione Chandler” e ottimamente sintetizza il punto di vista su lingua e invenzione del creatore di Marlowe. (S.L.L.)
Fa un certo effetto veder affiancare a classici canonici come Joyce e Melville, Yeats e Pound, Virginia Woolf e Emily Dickinson, scrittori a lungo ritenuti popular se non proprio pulp, tradizionalmente relegati dalle vecchie storie letterarie nel ghetto dei sottogeneri. Autori come Dashiell Hammett e Raymond Chandler, con le loro action stories giocate sull'indagine sul campo e non sull'investigazione a tavolino, parevano un tempo sfigurare persino rispetto ai più formali e compassati colleghi britannici, si trattasse di Arthur Conan Doyle o di Agatha Christie. Il fatto stesso che la loro scrittura s'ispirasse al linguaggio secco, incisivo e veloce delle pagine di cronaca e mirasse a una sorta di giornalistico verismo non giocava a loro favore, nonostante il modello di Hemingway. L'operazione di recupero è tuttavia legittima, come conferma con un'analisi persuasiva e una massiccia e minuziosa documentazione Stefano Tani nell'introduzione, le note e i commenti ai due volumi dei Romanzi e racconti di Raymond Chandler raccolti dai Meridiani Mondadori, il primo dei quali, uscito lo scorso anno, viene adesso ristampato in contemporanea con l'uscita del secondo, che raccoglie materiali scritti tra il 1943 e il 1959. Quest'ultimo, accanto alle nuove traduzioni dei romanzi, ben condotte da Laura Grimaldi, include la sceneggiatura di La dalia azzurra (alcuni racconti e frammenti), una serie di saggi e (nella versione dello stesso Tani) un'utile e convincente scelta di lettere, che il narratore americano sfornava ai tempi con ritmi ossessivi, degni di quelli dei moderni adoratori degli sms. Le «considerazioni (molto brevi, per carità) sullo stile inglese e americano», ad esempio, esasperano con humour sottile e acuta penetrazione le differenze di fondo tra Stati Uniti e Gran Bretagna a livello di atteggiamento mentale, tradizioni culturali e stratificazione sociale, per dedurne l'inevitabilita' di forme di linguaggio e di racconto radicalmente divaricanti. Per Chandler, l'inglese d'America non è una lingua «classista» come quello d'oltre Manica. E' una «lingua di massa» , nel senso in cui il baseball è uno sport di massa. Non ha consapevolezza nè arroganza culturale o colta, ma è istintiva, naturale e financo naif, aperta ai neologismi, ai barbarismi e ai cliché, paciosamente cosciente e quasi compiaciuta di non sapere «usare la grammatica come si deve». Nel bene e nel male gli scrittori americani conservano pur sempre lo spirito dei loro Padri Pionieri e restano quindi alla fin fine «bifolchi». Ma è meglio la loro parlata contadina dell'idioma «alessandrino» degli inglesi, i cui scrittori si sentono invece in primo luogo «gentiluomini». Meglio la volgata delle strade, il gergo di piedipiatti e delinquenti, che la retorica fasulla di una nazione un po' snob che vorrebbe esprimersi alla Shakespeare anche tra i banchi delle scuole e agli sportelli delle banche. Su un diverso versante, la rilettura di saggi come La semplice arte del delitto con relativa «introduzione» o Dodici note sulla mystery story ha molto da insegnare ai mille mestieranti che sfornano oggi a raffica thriller pretenziosi e ai loro troppi lettori di bocca buona. Per l'autore di Il grande sonno, infatti, non soltanto lo scrivere bensì pure il leggere è un'arte che occorre apprendere, cui bisogna educarsi ed educare, studiando o ristudiando ad esempio Fielding, Smollett e magari Jane Austen. Un percorso d'obbligo anche nel poliziesco, se non si vuole fare la fine di Conan Doyle o del Poe di La lettera rubata o della loro epigona Agatha Christie, autentici «primitivi nell'arte di scrivere gialli». In una buona detective story le motivazioni devono essere credibili sia in apertura sia nell'epilogo e le tecniche d'indagine impeccabili; personaggi ambienti e atmosfere devono sapere di autentico e la soluzione dev'essere persuasiva al punto da apparire inevitabile. Nè l'autore deve mischiare arbitrariamente le carte, immettendo elementi non funzionali all'intreccio o concedendosi divagazioni e contaminazioni in campi non pertinenti: horror e noir sono spesso fattori di disturbo, così come le psicopatologie, le nevrosi e in genere i casi clinici. Creano un alone nebbioso che non produce atmosfera ma opacità, una dispersione confusa che non s'addice al genere. E per analoghi motivi conviene lasciar fuori gli amori più o meno impetuosi e le passioni più o meno travolgenti. Il rosa non si sposa col giallo, giacché rischia di sviare il lettore, deviandolo illegittimamente su falsi binari. Al criminale è concesso di depistare l'investigatore, ma lo scrittore ha verso il lettore l'obbligo dell'onestà. Anche per questo Chandler mostra a volte (si veda Scrittori a Hollywood) fastidio e insofferenza per i registi inclini a intervenire sul linguaggio, i toni e i climi dei suoi romanzi e delle sue sceneggiature. Una scrittura come la sua, nata da regole assunte come necessarie, non tollera manipolazioni dettate da logiche di botteghino. Una ragione in più per prenderla finalmente e definitivamente sul serio. 

Il conte di Montecristo. Un romanzo polifonico (di Lanfranco Binni)

Il Conte di Montecristo ed Edmond Dantès fermentano nella mia immaginazione fin da quando un grandissimo raccontatore, un mio bisnonno che chiamavamo con il cognome “nonno Cordone”, mi teneva avvinto con la barba dell’abate Faria, con la perigliosa fuga o con la terribile vendetta. Il libro di Dumas non ce l’ho. L’ho letto da ragazzo, quando vuoi leggere tutto e subito; e una seconda volta in un’estate lontana, a casa d’uno zio di mia moglie di cui eravamo ospiti. Anche quella volta piuttosto di fretta. Piacere breve, ma intenso…
Com’è ovvio del Conte ho visto una o due trasposizioni cinematografiche, una o due trasposizioni televisive; ma ricordo con ancora più gusto la magnifica parodia canora nella Biblioteca di Studio Uno, con i Cetra in forma smagliante.
Parlando del romanzo con gli allievi e con gli amici ho sempre respinto la formula ingegnosa ma fuorviante che è cara ad Eco, quella del “superuomo di massa”, e ho spesso detto che nel Conte di Montecristo si realizza il felice, fascinoso connubio tra un archetipo dell’Occidente con un mito dell’Ottocento, scaturito dalla storia recente. L’archetipo è Odisseo. Non quello politropo e multiforme e neanche quello di tutto curioso che – per dirla con Baudelaire – sprofonda nell’abisso dell’Ignoto in cerca del Nuovo, ma l’Inesorabile, quello che uno dopo l’altro trafigge e punisce i malvagi che ne hanno insozzato la casa. Il mito storico è Napoleone, l’Imperatore. In molte pagine è adombrato il suo ritorno miracoloso e trionfale dall’isoletta ove volevano recluderlo per sempre.
Oggi, nel sito di Lanfranco Binni, leggo l’introduzione da poco riscritta alla traduzione da poco rifatta dell’opera di Dumas per i Grandi Libri di Garzanti. Non è la negazione di quel che pensavo e dicevo, ma si tratta di una interpretazione più attenta alla costruzione letteraria: vi si legge di una poetica originale, di un romanzo stratificato e polifonico. M’è venuta curiosità. Voglio comprarlo e rileggerlo. Intanto “posto” uno stralcio di quella introduzione. (S.L.L.)


Romanzo di ventura, scorribanda eccentrica e originale tra linguaggi, tradizioni, situazioni e culture, sullo sfondo della Francia contemporanea e di un passato recente e ancora sensibile, Il conte di Montecristo è l’applicazione complessa di una poetica e di un metodo di attraversamento e metamorfosi del reale che Dumas ha sviluppato nel corso degli anni.
Nel 1843 gli editori Béthune e Plon propongono al Dumas autore di numerose e fortunate impressions de voyage una sorta di guida di Parigi, nella formula del viaggio d’autore nel quale si incontrano luoghi, aneddoti, informazioni storiche, impressioni personali [...] In pochi giorni Dumas trasforma la proposta iniziale della guida nella prima idea di un romanzo che, ambientato nella Parigi contemporanea, ne scavi le dinamiche più nascoste, sui confini tra realtà e immaginazione. Riemergono allora le suggestioni di Crimes célèbres (Delitti celebri), certe letture di fatti di cronaca, in particolare le pagine di un archivista della prefettura, Jacques Peuchet, autore di Mémoires historiques tirée des archives de la police de Paris (Memorie storiche tratte dagli archivi della polizia di Parigi). Dei mémoires di Peuchet una storia soprattutto ha colpito l’immaginazione di Dumas: quella, raccontata nel capitolo Le Diamant et la Vengeance (Il diamante e la vendetta), di un giovane operaio, François Picaud, che alla vigilia di un felice matrimonio viene denunciato da un amico invidioso come agente degli inglesi; in carcere dal 1807 al 1814, si trova in cella con un ricco prelato milanese che, morendo, lo lascia erede di un tesoro nascosto a Milano. Alla caduta dell’Impero Picaud viene liberato, recupera il tesoro e, ricchissimo, torna a Parigi per vendicarsi; al termine di una spirale di delitti, sarà ucciso lui stesso. Quest’intreccio elementare, che Dumas definirà nel 1857 “perla informe, perla grezza, perla senza alcun valore”, innesca l’elaborazione di un intreccio più complesso, inserendo il tema di una clamorosa ingiustizia e della sua vendetta in un quadro storico decisamente contemporaneo, la Francia della monarchia costituzionale di Louis-Philippe con il suo retroterra tra Impero e Restaurazione, e soprattutto facendo confluire sul protagonista, di condizione sociale umile come François Picaud, le connotazioni dell’eroe romantico in conflitto con il potere…
Nel laboratorio progettuale del nuovo romanzo confluiscono inoltre altre narrazioni e ascendenze culturali: da un punto di vista strettamente narrativo, il romanzo storico di Walter Scott, su un piano più filosofico la cultura illuminista con i suoi riferimenti di confronto nella cultura greco-romana, nella tradizione biblica e nel grande impianto gnoseologico della Divina Commedia di Dante. L’abbondare di citazioni colte nel Conte di Montecristo porterà il segno di una costante tendenza all’apertura, alla polifonia, all’ulteriore complessità del congegno narrativo… Dumas intende operare, nel suo nuovo romanzo, un doppio simultaneo movimento: in verticale, nelle dinamiche interne alla società francese del suo tempo, e in orizzontale, nell’apertura senza limiti a ogni suggestione culturale e gnoseologica.
Lo strumento principale per avvincere chi legge in un percorso complesso e a più dimensioni gli viene dal teatro; ha già sperimentato con successo la contaminazione tra linguaggio teatrale e linguaggio narrativo, ma è nel nuovo romanzo che, sfruttando ancora più consapevolmente i vincoli del feuilleton, imprimerà alla narrazione il ritmo, l’assertività, i colpi di scena, gli scarti tra piani di realtà, dell’azione teatrale. Si potrà giungere a parlare di melodramma per Il conte di Montecristo.
[…] L’evasione di Dantès dal castello d’If è un grande evento nazionale, l’affermazione della sua rivolta contro una Storia infame e una società fondata sul crimine suscita speranze di rivalsa in una Francia inquieta, alla vigilia della rottura rivoluzionaria del 1848. Dantès è un uomo contro, la sua vendetta assume facilmente connotazioni politiche attuali; l’azione si svolge tra il 1814 e il 1838, dal tentativo finale di Napoleone alla Restaurazione, all’involuzione della Rivoluzione del 1830, ripercorrendo le tensioni e i conflitti di una Storia sempre più degradata a questione privata di pochi profittatori: la società è una squallida commedia, i suoi figuranti di potere recitano ruoli miserabili o inconsapevolmente convenzionali.
Eppure il meccanismo è fragile e può essere disgregato dall’interno, con perfida sapienza, con tenace autonomia, ritorcendogli contro i suoi stessi ingranaggi. Clandestino a questa società, forte del suo lucido disegno, il prigioniero politico Edmond Dantès gioca tutti i ruoli possibili, assume maschere diverse, interviene “in situazione”, imprime un corso diverso alla realtà data. Non si limita a opporre la propria purezza di eroe romantico al fango della Storia, ma ne colpisce segretamente e con puntuale efficacia le dinamiche di potere; a quel potere sociale oppone il proprio potere individuale, disperatamente consapevole, dolente e terribile, fino all’estrema constatazione della sostanziale vanità di un’opera immensa e onnipotente di giustizia e distruzione.
Al Dantès che si sarà pienamente vendicato rimarrà l’amara constatazione dei limiti di una condizione umana prigioniera; la vera liberazione è sempre oltre, altrove [… ]
Nel Conte di Montecristo la scrittura è straordinariamente coerente con la poetica di Dumas: il mito del confronto attivo e tenace con la realtà data, con un paesaggio di maschere, con le vicende individuali, vive nel turbinio dei linguaggi, nell’esuberante necessità di moltiplicare il gioco dei punti di vista, dei punti di fuga, dei riferimenti culturali. Il romanzo diventa un luogo d’incontro di voci, asserzioni, riflessioni, di realtà e immaginario, in cui si compone, con chi legge e in chi legge, un inesauribile caleidoscopio polifonico, uno spettacolo multidimensionale che non perde mai la centralità del suo progetto interno […]

3.12.11

Lukàcs e Kraus secondo Cesare Cases.

Cesare Cases
Il 25 febbraio del 1994, per celebrare il decimo anno del “L’Indice”, la rivista di recensioni nata da una costola del “manifesto”, il quotidiano comunista di via Tomaselli pubblicava un intervista di Francesca Borrelli a Cesare Cases, uno dei fondatori della rivista. Una delle domande verteva su Gyorgy Lukàcs e Karl Kraus, che Cases metteva tra i propri più importanti maestri. Quella che segue è la risposta. (S.L.L.)  

Dal Cancelliere vengono consolazioni (Bertolt Brecht)

Dopo gravi colpi del destino
il Cancelliere con un gran discorso ha cura
di risollevare i connazionali.
Anche il mietitore, pare,
ama le spighe dritte.

Il cambio della ruota. Una poesia di Bertolt Brecht.

Sono seduto al ciglio della strada.
Il conducente cambia la ruota.
Non sono contento di dove vengo.
Non sono contento di dove vado.
Perché guardo il cambio della ruota
Con impazienza?

Dal Romanticismo alle Avanguardie (di Edoardo Sanguineti)

Il 20 maggio 2006,  TUTTOLIBRI de “La Stampa” pubblicava l’anteprima dell’Abbeccedario di Edoardo Sanguineti, appena pubblicato in due dvd e un libro dalla Diabasis. Si tratta di una lunga intervista a Rosanna Campo nella quale attraverso citazioni il poeta e critico genovese ripercorre le tappe della propria ricerca letteraria. Il brano che qui recupero sottolinea un elemento che da insegnante cercavo di trasmettere agli allievi: la grande rottura storica del Romanticismo e la (relativa) continuità tra il Romanticismo e gli “ismi” successivi. (S.L.L.) 
L'Avanguardia significa scrivere male?
«Ma in un certo senso sì, non solo sul terreno della scrittura, ma della comunicazione in generale. In fondo agli occhi del buon senso normale del fruitore, massime quando l'avanguardia si presenta come scandalo, voglio dire quando, per esempio agli inizi del Novecento, la volontà di fare dell'Avanguardia irrompe per la prima volta in maniera molto netta come provocazione e diversità rispetto allo statuto normale. Allora, in fondo, l'artista d'avanguardia è uno che dipinge male, che scrive male, che se fa un film fa dei film non ben fatti, ecco, c'è una formula che ha reso molto bene quella che era l'idea narrativa del romanzo tradizionale: l'idea del romanzo ''ben fatto'', ecco. In fondo un romanzo d'avanguardia era un romanzo mal fatto. Se prendiamo un'etichetta celebre come quella del Nouveau Roman, ecco, il nuovo romanzo è alternativo rispetto alla tradizione, penso a Robbe-Grillet, alla sua teorizzazione del Nouveau Roman, e basta con Balzac, insomma, Balzac è morto, Balzac come archetipo di una narrativa ben fatta, ora si trova invece la cultura di fronte alla necessità di elaborare altri strumenti narrativi decisamente antitetici. Se per esempio il romanzo ben fatto di nette psicologie, di personaggi ben definiti, che ''sembran veri'', tra virgolette, un poco come nella pittura, insomma: è così bella quella rosa che sembra vera, allo stesso modo come una rosa vera è così bella che sembra finta, e viceversa, e si va avanti su questa base; qui invece si rompe naturalmente questo rapporto mimetico, che poi non è mimetico, è basato su certe convenzioni che determinano proprio delle convinzioni, cioè questo è dipinto bene perché, per esempio, eseguo un ritratto e io riconosco la persona, la mimesi fotografia è anche un codice che pretende di essere, agli occhi pressappoco della generalità delle persone, almeno nell'Occidente coltivato, pretende di essere un'imitazione corretta e sulla carta d'identità c'è una fotografia e mi riconosco. Evidentemente se prendo le Demoiselles d'Avignon di Picasso mi trovo di fronte a delle figure femminili nel bordello delle Demoiselles d'Avignon e sono invece delle maschere negre deformi, e lì il processo può condurre fino agli ultimi quadri - io ricordo quando ero giovane, appunto, il fatto di avere magari degli occhi storti, la bocca mal fatta, tre occhi, cose di questo genere suscitavano disturbo presso l'osservatore, insomma erano mal dipinti…»

«In certo modo la tradizione non muore nei confronti dell'avanguardia, l'avanguardia riprende molto spesso dei luoghi obbligati della tradizione ma li rovescia. Ora, questo non comincia col Novecento. Io sono solito sostenere che l'avanguardia comincia con la presa della Bastiglia, è un'allegoria naturalmente, vuol dire semplicemente che il mondo borghese è un mondo che rompe definitivamente quei codici della tradizione classica, degli Anciens Règimes. Non ci sono più le norme che una certa tradizione secolare ha imposto e che viene considerata normale nella cultura poniamo dell'Ottocento, insomma. Il mondo borghese, mano a mano che si avvicina al potere e finalmente quando lo prende, elabora invece un'idea: libertà, uguaglianza, fraternità. Ecco questo codice, che la borghesia poi non realizza perché é la dittatura del mondo borghese, ma questo codice impone l'idea che non ci sono più regole. A me piace molto sempre citare la Lettera sul romanticismo di Manzoni, che pare un conservatore assolutamente, quando lui deve spiegare al marchese Cesare d'Azeglio che cos'è il Romanticismo, dice: ''Beh, é più facile definirlo negativamente''. Che cosa il Romanticismo rifiuta? Rifiuta la mitologia che apparentemente vuol dire poco - sì, la uso, non la uso - ma la mitologia incarnava per sé dei canoni assoluti di bellezza, tutta una mitologia realmente, perpetuamente rinnovabile e leggibile come grandi emblemi, grandi simboli ecc. E poi non ci sono più regole, non ci sono più modelli. (...).
Il processo procede gradualmente, dal Romanticismo, che è il primo -ismo della storia, perchè noi diciamo, che so: Illuminismo ecc. ma sono etichette messe a posteriori naturalmente, il primo -ismo che vuol essere un -ismo, il primo manifesto lo fa il Romanticismo, ha un programma molto definito, è davvero la prima avanguardia: vogliamo rompere con il passato. Poi la cosa va precipitando e io penso sempre che l'esempio piè netto si trova, da un lato in letteratura, poniamo con Flaubert e con Baudelaire, che sono veramente i creatori dell'anti-romanzo e dell'anti-lirica, e tutti e due apparentemente recano ossequio a queste norme. Non è un caso che siano processati per immoralità. Non e' soltanto un'immoralità tematica, è un'immoralità anche formale: quel romanzo non è più il romanzo che ci aspettiamo. E come ideologicamente è violata ogni norma, dal punto di vista etico, insomma - sono i Fiori del male non ''i fiori del bene'', della lirica ''buona'', ecco - il processo come sempre tocca l'ideologia e tocca...».

2.12.11

Lombroso su Wagner. Ispirazione e accesso epilettico.

Della prevenzione di Lombroso verso le persone di genio si è già raccontato in questo blog in merito a un viaggio in Russia e una visita a Tolstoj.
http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2011/09/quel-che-lombroso-disse-di-tolstoj.html ) 
Su un ritaglio da “La Stampa” del 3 aprile 2008 trovo ora un articolo che parla della speciale attenzione (e dello speciale pregiudizio) che il criminologo riservava ai musicisti. A mo’ di esempio è riportata una pagina del criminologo italiano su Richard Wagner che qui riprendo. (S.L.L.)

Wagner? Un mistico esagerato
Fin dall'età che per gli altri ragazzi è destinata ai giuochi dell'infanzia, si rivelarono in Wagner la passione per l'arte e per la gloria, e il tratto caratteristico della impossibilità di battere la via comune, di assoggettarsi alle leggi stabilite.
Spirito fantastico, dominato da un misticismo esagerato, «faceva dei sogni in pieno giorno», scrive egli stesso, «durante i quali la nota fondamentale, le terze e le quinte mi apparivano in persona e mi rivelavano la loro significazione importante». 
A 17 anni compone un'ouverture a tessuto complicatissimo, e la scrive con tre inchiostri differenti, pei vari strumenti. Anche il suo egocentrismo è dimostrato dalla sua relazione con Meyerbeer, e con molti amici. La violenza delle sue emozioni è rivelata dall'importanza che attribuiva alle critiche altrui: «Mi si lodi, o mi si biasimi - scriveva - è come mi si pugnalassero le intestina». 
Agilissimo, saliva sugli alberi più alti del giardino, ed era vanitosissimo della sua agilità. Nei momenti di eccitamento sembrava in preda alle febbre; tutto pieno di fuoco, incapace di star fermo, saltava, si dimenava, agitava a destra e a sinistra le sue braccia di ragno; le parole uscivano dalla sua bocca a fiotti, disordinate; sempre furioso, sempre in attitudine, scrive il Tissot, di battersi, di predicare una crociata. Incontrato un amico che da gran tempo non aveva veduto, si mise per la gioia col capo in basso ed i piedi in alto. 
Vero zoofilomaniaco ebbe amicissimi 13 cani, a molti dei quali elevò tombe: né se ne privò anche quando versava nella massima miseria. Odiava (vere fobie) la barba, gli occhiali, i velluti, i merletti, e amava i vecchi vestiti che ricomprava dai servi (Kienz, Deutsche revue, 1900). Soffrì spesso di cefalea: «I miei nervi - scrive - sono sempre eccitati e stanchi, mai in riposo: il mio male e' incurabile».
Talora, invece, ha periodi di euforia, e gode di un'ebbrezza eterea in confronto alla quale l'eccitazione del vino gli pare infinitamente grossolana. 
Uno dei suoi tratti caratteristici fu l'instabilità delle idee e della condotta, rivelata specialmente dalle sue opinioni politiche e dai suoi atti, come pure dai viaggi frequentissimi spesso fatti senza alcuna necessità. Caratteri dominanti erano pure il bisogno di esteriorità e l'imprevidenza per la ricerca dei mezzi di sussistenza. Andò soggetto a vere assenze, di cui una descritta in modo tipico dal Nouffiard. Ebbe, secondo il Nisbet, accessi epilettici prima di morire. 
Il rapporto tra l'ispirazione generale e l'accesso epilettico appare alle parole stesse di Wagner sul suo estro: «I miei occhi si oscurano, il mondo mortale scompare, e l'ispirazione di espande in lacrime divine». Anche la sua amicizia per Luigi II di Baviera, «il re psicopatico, lipemaniaco» , dimostra l'affinità elettiva.

Da Nuovi Studi sul genio (1902)

Il Merdanzo ritrovato (di Nico Orengo)

Il rio Merdanzo
Nel 2007 ricorrevano i 50 anni del Barone rampante, il primo antenato dell’inquietante trilogia di Italo Calvino. Il mai abbastanza compianto Nico Orengo, fine letterato di fede calvinista, ne trasse spunto, l’8 luglio, per un breve e ironico articoletto su “La Stampa” dedicato al fiume ove il barone Cosimo, senza scendere dall’albero, faceva i suoi bisogni. Le foto del fiume e dell’ontano sono tratte dal sito di Alberto Cane (http://albertocane.blogspot.com/2008/08/lontano-del-barone-rampante.html ) (S.L.L.)
L'ontano del barone rampante
Il barone rampante di Italo Calvino saltellava da un ramo all'altro fra i boschi di Liguria e Piemonte. Con precisione: nel Saluzzese, a Bagnolo, nel bosco degli Aimaro-Isola, come ricordava il padrone di casa che l'aveva ripetutamente ospite. Ma è indubbiamente in Val Nervia, nell'Imperiese, che lo si ricorda mentre da un albero lascia cadere la sua cacca nel fiume Merdanzo. Il Merdanzo è un fiumetto che scende giù dal monte Bignone, lambisce Apricale e cade all'ingresso di Isolabona nel Nervia, dove c'è un gradino di roccia, «u pesciu», ultimo salto delle anguille che arrivano dalla foce.
Gli apricalesi, che vivono in uno splendido paese appeso al cielo che sembra un quadro di Magritte, snobbano il Merdanzo, nome poco elegante di fiume, che lo deve alla battitura della canapa per cartiere e indumenti, tendendo a rimuoverlo. E lo fanno con dispiacere perché insieme al Merdanzo potrebbero ricordare Calvino e un libro ormai classico. Oltretutto, storici e studiosi locali, Cassini, Veziano, Cane hanno individuato l'albero della cacatina del barone. C'è, è lì sulla riva: un meraviglioso ontano che a metterci una targhetta al collo potrebbe attirare più di un curioso. Si farà la cerimonia? Previste lunghe discussioni in Consiglio comunale.

Petrarca, Dante e l'angoscia dell'influenza. Nuovi studi in Usa e in Inghilterra.

Giusto di Gand, Petrarca nel suo studio, Palazzo Ducale Urbino
“Petrarca fa mostra di ignorare Dante: scrive al Boccaccio di non provare per quello alcuna invidia, che da giovane ne ha evitato la poesia per non diventarne mero imitatore, e che d'altronde la sua cura non va ora alle cose in volgare, nelle quali colui è supremo, ma a quelle in latino. Tuttavia, sappiamo che lavora costantemente, fino all'ultimo, al Canzoniere volgare, che esso è pieno di echi e riscritture dantesche, che termina con una Canzone alla Vergine (così come l'ultimo canto della Commedia si apre con la Preghiera alla Vergine), e che i Trionfi sono scritti in terza rima. Insomma, Harold Bloom lo definirebbe un caso patente di «angoscia dell'influenza». Ingarbugliato, però, perché non solo psicologico, ma anche metafisico e storico-culturale, come i saggi del presente volume illustrano chiaramente anche nella dialettica che li anima”.
Si apre così l’articolo di Pietro Boitani, dal titolo Dante e Petrarca british style pubblicato il 27 dicembre del 2009 che recensisce una raccolta di saggi di studiosi del Trecento italiano in America e in Inghilterra dal titolo Petrarca & Dante, Anti-Dantism, Metaphysics, Tradition pubblicato a Notre Dame in Indiana (Usa) a cura di Baran’ski e Cachey, due italianisti di grande prestigio in Nordamerica.
Luca Signorelli, Dante, Cappella Nuova del Duomo, Orvieto
Credo che la critica anglofona e Bairani che efficacemente ne sintetizza gli intenti sveli con efficacia l’inganno in cui Petrarca ha tratto a lungo e per larga parte la storiografia letteraria italiana, presentandosi come tutt'altra cosa da Dante, e con lui non confrontabile, come il fondatore di un Umanesimo che non è contro il Medioevo di cui Dante fu il vate, ma va “oltre”.
La demistificazione dell’oltrismo petrarchesco nel libro americano si realizza attraverso una serie di sondaggi: il rapporto dei due con Cavalcanti; il problema dell’altra donna sia in Dante che in Petrarca; l’Ulisse della Commedia che il poeta aretino ammira e venera, ma che Dante ha collocato all’Inferno. Particolarmente interessante dovrebbe essere il saggio che sistematicamente confronta l’ultimo canto del Paradiso e il Trionfo dell’Eternità, cioè quelli che, sono da molti ritenuti gli ultimi versi italiani rispettivamente composti dai due grandi Trecentisti. Uguale la lunghezza (145 versi in quartine), con una serie di corrispondenze tematiche ed espressive (particolarmente rilevante l’immagine del punto in cui trovano unità e stabilità il molteplice e il mutevole), ma con una assai diversa conclusione. Dante contrappone quel punto, “l’istante senza tempo della comprensione trascendente, il lumen gloriae all’intera storia dell’umano desiderio e dell’esplorazione del tempo”, mentre Petrarca termina con la resurrezione di Laura. (S.L.L.)

Errico Malatesta: "Io non sono pacifista" (1914)

«Io non sono un pacifista. Io lotto, come facciamo tutti, per il trionfo della pace e della fraternità fra tutti gli esseri umani: ma non ignoro che il disarmo non potrà essere realizzato se non attraverso il mutuo consenso e quindi fintanto che vi saranno uomini pronti a violare la libertà altrui si impone a questi ultimi la difesa se non vogliono essere eternamente battuti; so pure che l'attacco è spesso, se non il solo, il più efficace mezzo per difendersi...».

Togliatti e Gramsci (di Franco Fortini)

Palmiro Togliatti

Periodizzazione di Palazzeschi (di Giovanni Raboni)

Da una recensione alla riedizione del palazzeschiano romanzo Roma (1953) apparsa su "L'Europeo" del 12 aprile 1986, recupero quest'utile premessa di problematica periodizzazione. (S.L.L.)

Arte e impegno civile. Il David di Michelangelo (di Giorgio Vasari)

Michelagnolo, fatto un modello di cera, finse in quello per la insegna del palazzo un Davit giovane, con una frombola in mano, acciò che, sì come egli aveva difeso il suo popolo e governatolo con giustizia, così chi governava quella città dovesse animosamente difenderla e giustamente governarla […]
Questa opera ha tolto il grido a tutte le statue moderne et antiche, o greche, o latine che elle si fussero, […] perché in essa sono contorni di gambe bellissime et appiccature e sveltezza di fianchi divine; né ma' più s'è veduto un posamento sì dolce né grazia che tal cosa pareggi, né piedi, né mani, né testa che a ogni suo membro di bontà d'artificio e di parità, né di disegno s'accordi tanto. E certo chi vede questa non dee curarsi di vedere altra opera di scultura fatta nei nostri tempi o negli altri da qual si voglia artefice.

da Le vite de' più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue insino a' tempi nostri

Era una ragazza bellissima... (Rossana Rossanda)

Nell’estate del 1992 a Monte Giove, non lontano da Fano, in un convento dei padri Camaldolesi, si svolse un incontro sulla morte, diviso in due sessioni: Morte: paura e dolore e Morte, immortalità, resurrezione. Vi furono invitati, tra gli altri, due colonne del “manifesto”, Rossana Rossanda, laica e credente in altro che nelle religioni, e Filippo Gentiloni, incline alla disobbedienza ma cattolico. I testi che presentarono servirono, qualche anno dopo, a formare un libro.
Il contributo di Rossanda è un racconto fantastico dal titolo Amar, preceduto nel volume da una premessa esplicativa, che contiene anch’essa lacerti narrativi. Di tale natura è il brano qui “postato”, a mio parere esemplare nel delineare un carattere e una situazione. (S.L.L.)

Era una ragazza bellissima e d’una arrogante intelligenza che molto prima aveva attraversato una lunga trasgressione, ne era uscita chiedendo aiuto e le era stato dato, si era rimessa in cammino con un bagaglio di domande, severità, insofferenze e dubbi che i coetanei non avevano. A sei anni di distanza, quando quel ch’era avvenuto s’era archiviato in lei per quel che era, una bufera adolescenziale, si trovò inchiodata da un esame ematologico. Io non l’avevo conosciuta nel momento del passaggio tra l’oscura vitalità della droga a quel momento. La conobbi quando la malattia si era dichiarata.
Lei non la accettò mai. Anche quando riuscimmo a parlarne furono grandi i silenzi e grande l’ostinazione: lei se la sarebbe cavata. Lei non poteva essere abbattuta da quella clamorosa sciocchezza d’una stagione perduta alla memoria, scivolata via da sé. Non cessò mai di rivoltarsi, finché ebbe coscienza, malgrado avesse paura, malgrado si consumasse da un mese all’altro come una candela, assalita da debolezze e sonni o febbrilità appena tentava di costruirsi una giornata, un lavoro, una vacanza. Sapeva ma puntava sulla volontà di stare a galla, e ripiombava a fondo. Una mattina d’aprile mentre leggeva un occhio le si coprì di nebbia e lo perdette in pochi giorni, eppure una fotografia registra ancora il suo fiero profilo contro l’orizzonte. D’estate venne la tubercolosi, lei la vinse. Poi un primo insulto cerebrale, ma la coscienza era vigile e infelicissima, senza pace, tormentata da quello sfuggire delle forze e dall’orrore della morte addosso.
Io avevo quasi mezzo secolo più di lei, ed ero in colpa di averlo. Già nulla di quel che per lei potevo fare somigliava a quel che domandava, e nessuna delle due lo scordava. Tutto quello che le potevo dire non era vero, perché né a lei né a me serviva. Una volta la sfidai a vivere quel passaggio senza dibattersi per non regalare alla morte più di quanto si perdesse. Facemmo un tardivo progetto, ma era così stanca, le forze erano così andate che non aprii mai il registratore che avevo portato con me. Aiutatemi, disse una volta selvaggiamente. E poi, senza collera: “Non puoi capire”. Le dissi che sì, che anch’io ero nei tempi supplementari della partita. Ma tu l’hai giocata, a lei era stata negata da una malasorte sproporzionata all’errore commesso. Il tempo che resta è sempre poco. Questa volta fu lei a non capire. Come poteva?

Da Filippo Gentiloni, Rossana Rossanda, La vita breve, Pratiche Editrice, Parma, 1996

Religione a scuola. Un'ora da non perdere...

Qualche giorno fa (il 28 novembre) il compagno Walter Peruzzi ha “postato” sul blog che cura, “Cattolicesimo reale” (http://www.cattolicesimo-reale.it/ ) un efficace commento al recente documento della Conferenza Episcopale Italiana sull’ora di religione che volentieri metto a disposizione anche qui. (S.L.L.)
Il 15 novembre, come ogni anno, la CEI ha invitato genitori e studenti ad avvalersi dell’ora di religione cattolica nella scuola, indirizzando loro un messaggio-spot che tradisce l’arrogante intolleranza del cattolicesimo, nonostante tutti i tentativi di lifting cui si è sottoposto.

Una «risorsa per tutti»…
Il documento della CEI pubblicizza infatti la religione cattolica come «valore aggiunto… qualunque sia il vostro credo e la vostra estrazione culturale» e «significativa risorsa di orientamento per tutti». Diversa, dunque, dall’islam, dal luteranesimo, dall’induismo, dall’ateismo, dall’ebraismo, dallo scintoismo, dal buddismo e da tutte le altre religioni o ideologie, che nessuno si sogna di inserire nell’offerta formativa della scuola pubblica come «risorsa» anche per chi non ci crede.
Tale trattamento di favore si spiega, secondo la CEI, col fatto che l’ora di religione cattolica serve per «trovare risposte di senso ai ‘perché’ della vita» e per educare a «una condotta ispirata ai valori etici». Come a dire che i non cattolici vagano nel mondo senza riuscire a dare un senso alla vita e costituiscono anzi una minaccia, per sé e per gli altri, non avendo valori etici.
E sorvoliamo su quali siano i valori di chi, in duemila anni di sostegno al potere, ha sponsorizzato feroci dittatori, puttanieri devoti, ricchi epuloni: tutti, insomma, purché disposti a garantire soldi al Vaticano, leggi ad ecclesiam e privilegi al clero.

… «a servizio dell’uomo»
«La Chiesa è dalla vostra parte», conclude il documento della CEI, «si fa carico di ogni vostra fatica, vuole offrirvi il supporto della sua bimillenaria esperienza a servizio dell’uomo e delle sue più profonde aspirazioni».
Peccato che – tolti dai due millenni i secoli passati dalla Chiesa per convertire a colpi di spada i sassoni, mettere la mordacchia ai donatisti, combattere le crociate contro arabi o turchi, albigesi o stedingi, fare le guerre di religione in Europa, conquistare ed evangelizzare America, Asia e Africa, reprimere il popolo deicida, praticare schiavitù e pena di morte con squarto, condannare la libertà di coscienza in nome della religione di stato – resti una manciata di anni, neanche mezzo secolo, per di più sprecati per contrastare il cappuccio inglese anziché l’Aids, i diritti delle coppie di fatto, i gay e malati terminali, o per impinguare le casse. Come «servizio dell’uomo» non c’è male.
Un servizio che la CEI vorrebbe continuare a nascondere dietro una coltre di bugie, diffuse – come non bastassero i media che dispensano perle di “verità” papale a pranzo e a cena – anche mediante un’ora di religione tenuta dalla chiesa e pagata dallo stato.
I danni e le beffe.

1.12.11

Sul pensiero filosofico di Mao Tsetung (di Ludovico Geymonat)

Carmela Lo Presti, all’epoca mia giovanissima moglie, si laureò in Filosofia, relatore il professore Noto, di Monreale, incaricato di Filosofia della Scienza, con un lavoro su Conoscenza e scienza in Mao Tse Tung nel febbraio del 1972. Dopo la nostra separazione, per tante ragioni dolorosa, non m’è rimasta copia del suo bel prodotto; credo che ne avesse una sola. Ma ricordo perfettamente, anche perché ho sotto gli occhi la sua inconfondibile sottolineatura, che un giudizio di Ludovico Geymonat, di cui l’altro ieri è ricorso il ventennale della morte, accompagnò la sua ricerca come ipotesi di lavoro: quello che qui sotto riproduco. Mi pare che lo studioso italiano perfettamente colga quanto erronee fossero le letture soggettivistiche e volontaristiche del pensiero di Mao. Colloco qui il brano di Geymonat, tratto da una nota d’intervento a Padova e pubblicato nei primi mesi del 1971 nel numero 8-9 della rivista Che fare di Francesco Leonetti, anche come invito a rileggere Sulla pratica, l’aureo libretto del rivoluzionario cinese dedicato alla teoria della conoscenza. (S.L.L.)
Chiunque ricorda il legame tra idealismo attualistico e fascismo, può rendersi facilmente conto dei pericoli insiti in ogni forma di filosofia che richiami (anche senza dichiararlo) le tesi gentiliane. Orbene, mi sembra che gli scritti di Mao Tsetung ci forniscano degli utili strumenti per combattere questo pericolo. Ecco un brano ricavato dal saggio Sulla pratica: “Se l’uomo vuole riuscire nel lavoro, cioè arrivare ai risultati previsti, deve conformare le sue idee alle leggi del mondo oggettivo esterno; nel caso contrario fallirà”.
Qui è esaltata la funzione spettante alla pratica nel processo conoscitivo, ma non a detrimento dell’oggettività della natura, non per concludere che “la realtà è un prodotto degli uomini” o che è “trasformabile” solo perché è “soggettiva anch’essa”.
Secondo Mao Tsetung il mondo esterno esiste oggettivamente e noi possiamo trasformarlo solo in quanto le nostre idee si conformano alle sue leggi. Il successo delle nostre azioni è garantito da ciò e soltanto da ciò: se esse falliscono è la prova che le nostre idee vanno corrette. “Se (l’uomo) fallisce – prosegue il saggio di Mao – ne trarrà insegnamento, correggerà le sue idee e le conformerà alle leggi del mondo esterno, trasformando così la sconfitta in vittoria”.
Chiunque sia un po’ pratico di scienza non avrà difficoltà a comprendere che la concezione delineata dalle parole testé citate riflette fedelmente il metodo applicato dagli scienziati più seri nell’elaborazione e correzione delle loro idee (cioè delle loro teorie). Ciò dimostra che il pensiero di Mao non nega affatto – come taluni parrebbero ritenere – il grande valore della ricerca scientifica diretta a conoscere le leggi del mondo oggettivo, ma riesce ad inquadrarla magistralmente nel materialismo dialettico. Chi invece pensa di utilizzare l’importanza giustamente riconosciuta alla pratica, per ridurre tutta la realtà a un prodotto degli uomini, non è un materialista dialettico ma un autentico idealista.

Ludovico Geymonat. Un contemporaneo del futuro (di Eros Barone)

Il 29 novembre scorso  ricorreva il ventesimo anniversario della morte di Ludovico Geymonat. Qualche giorno prima il compagno ed amico Eros Barone mi aveva inviato questo profondo e problematico profilo che solo oggi, primo dicembre, leggo. A suo dire lo scopo era duplice: mostrare in che senso Geymonat occupasse un posto non secondario nella cultura filosofica italiana del ’900 e delineare la figura di un intellettuale non conformista e di un pensatore influenzato dal marxismo. Credo che sia riuscito in entrambi gli intenti. Con il suo permesso colloco il testo nel blog per mia memoria e per l’uso eventuale di studiosi e studenti. (S.L.L.)
La scheda biografico-segnaletica di Ludovico Geymonat, antifascista

Geymonat nasce a Torino nel 1908; presso l’università subalpina segue, oltre alle lezioni del grande logico e matematico Peano, i corsi di due filosofi positivisti, Juvalta e Pastore; nello stesso ateneo si laurea dapprima in filosofia (1930) e poi in matematica (1932), ponendo le premesse di quella fusione teoretica tra le due discipline che farà di lui un filosofo matematicamente dotato ed un matematico filosoficamente dotato. Per il giovane studioso rigore e coraggio rappresentano i caratteri distintivi di una scelta di vita che lo porterà, all’inizio degli anni ’30, ad assumere, in filosofia, una posizione critica verso il neoidealismo italiano e, in politica, all’abbandono dell’università, causato dal rifiuto d’iscriversi al partito fascista.
Emerge fin da queste prime prove filosofiche e politiche un connotato della sua personalità d’intellettuale non conformista: lo stretto legame fra la teoria e la prassi. Un legame che nell’Italia di allora, per un giovane che proveniva da quella piccola borghesia intellettuale per cui l’opposizione al fascismo era una scelta morale prima ancora che politica, era destinato a configurarsi come una testimonianza individuale ed una protesta nobile ma impotente, giacché solo con la Resistenza potrà esprimersi in un’azione organicamente politica e sociale. D’altronde, il giovane studioso torinese era stato influenzato in tal senso, oltre che dal radicalismo di Gobetti, da un insigne maestro di vita intellettuale e morale, il filosofo Piero Martinetti, uno dei dodici professori universitari, su un corpo accademico che allora ne contava in tutt’Italia 1250, che, per non sottostare al giuramento di fedeltà imposto dal fascismo nel 1931, lasciarono la cattedra. Martinetti imprimerà un segno profondo e duraturo nell’orientamento teoretico di Geymonat. Tale segno è ben documentato sia dalla quarta sezione degli Studi per un nuovo razionalismo, dedicata ai problemi etici, scritta nella seconda metà degli anni ’30 e ripubblicata nel 1989 con il titolo I sentimenti in una versione arricchita dall’autore con una serie di note relative ad esperienze e riflessioni maturate nel corso della Resistenza e delle vicende socio-politiche del secondo dopoguerra; sia dal saggio sulla Libertà (1988), pubblicato (con un’attenzione ai riferimenti simbolici che è caratteristica della produzione intellettuale di Geymonat) esattamente sessant’anni dopo un saggio sullo stesso argomento e con lo stesso titolo, che era stato una delle opere principali di Martinetti.
Richiamare la tesi che è al centro dello studio filosofico sulla libertà, condotto da Geymonat, è particolarmente utile per individuare il nucleo generatore da cui traggono origine i differenti percorsi seguiti dai suoi allievi, raccòltisi fra gli anni 60 e 70 nella cosiddetta ‘scuola di Milano’. Il saggio di Geymonat poggia sulla tesi secondo cui la libertà consiste in una lotta infinita per la libertà e sembra quindi derivare la sua ispirazione più da Fichte e da Stuart Mill, esponenti filosofici, rispettivamente, dell’idealismo etico a base illuministica e del liberalismo ‘whig’ a base empiristica, che non da Marx. Ora, se da un lato questa impostazione può spiegare le oscillazioni, caratteristiche degli allievi di Geymonat, fra idealismo e materialismo in filosofia e fra liberalismo e comunismo in politica (con una duplice tendenza, che dipende dai temperamenti individuali, o a sopprimere il secondo termine a favore del primo o, più elegantemente, a fare del secondo un caso specifico del primo), da un altro lato la ripresa di tali motivi si può spiegare sia come effetto politico di una congiuntura ideologico-culturale che dura ancor oggi, sia come esito filosofico di una peculiare curvatura della dialettica, operata da Geymonat con il passaggio dallo schema triadico articolato nei tre momenti tesi-antitesi-sintesi, allo schema diadico articolato nei due momenti tesi-antitesi, proprio, fra l’altro, della concezione dialettica di Mao Tse-tung, il quale, secondo quanto osservato dallo stesso Geymonat nell’ampia intervista su scienza e politica pubblicata col titolo Paradossi e rivoluzioni, vede “il processo dialettico” come “un processo senza fine” (op. cit., Milano 1979, p.115).
L’emergere di una tendenza, per così dire, ‘infinitistica’ è inoltre testimoniato dal costante interesse nutrito dal pensatore torinese per tale problema teorico, da lui analizzato nell’opera del 1947 su Storia e filosofia dell’analisi infinitesimale, ed è latente nella stessa concezione di un ‘nuovo storicismo’, fondato su una nozione globale della storicità e della crescita delle conoscenze scientifiche. A questo proposito, tornando a delineare il suo itinerario intellettuale, occorre ricordare che Geymonat fin dai primi lavori degli anni ’30 individua il nucleo centrale del suo pensiero, in opposizione ai neoidealisti Croce e Gentile che negano il valore conoscitivo delle scienze matematiche e fisiche, nell’indagine sulla struttura specifica di tali scienze e sui nessi con la dimensione filosofica. Gli scritti di questo periodo, come Il problema della conoscenza nel positivismo del 1931 (che era la tesi di laurea nella quale, esaminando la filosofia di Comte, fondatore di tale corrente, aveva già posto il problema della revisione del positivismo), mostrano la direzione in cui si muove Geymonat. Determinanti, in quegli anni che sono per la cultura italiana dominati dalla ‘dittatura’ del neoidealismo e da un isolamento rispetto alle principali correnti di pensiero europee e nord-americane, risultano i contatti che egli stabilisce con i maggiori esponenti del ‘Circolo di Vienna’, tra i quali vanno ricordati, in particolare, Schlick (la cui uccisione da parte di uno studente nazista segnerà nel 1936 la fine del circolo), Neurath, Carnap e Gödel. Le esperienze intellettuali mutuate dal neopositivismo e l’assunzione dei contributi di filosofia e storia della scienza forniti da studiosi come Peano, Enriques, Calderoni e Vailati, con cui il giovane studioso  reagisce alla duplice svalutazione, idealistica ed empiristica, della ricerca epistemologica e traccia, nell’àmbito della cultura italiana, una linea alternativa al filone Vico-Hegel-Croce, concorrono a definirne lo specifico orientamento in senso neorazionalista e neoilluminista. Tale orientamento, che Geymonat con grande modestia qualificava semplicemente come una ‘traduzione’ di quelle esperienze nell’àmbito della cultura italiana, troverà espressione nei Saggi di filosofia neorazionalistica del 1953, nella monografia del 1957 Galileo Galilei, un autentico gioiello della letteratura storico-filosofica, in Filosofia e filosofia della scienza del 1960 e in Scienza e realismo del 1977. In questi decenni la tesi che Geymonat argomenta mira a dimostrare che la cosiddetta ‘crisi dei fondamenti’, che ha investito la scienza  contemporanea a cavallo fra ’800 e ’900, costituisce, con il riesame critico, da essa necessitato, dei concetti di numero, funzione, limite, integrale, tutto e parte, la premessa della liberazione della logica, della matematica e della fisica dalle ipoteche di una concezione metastorica di tali scienze e ne mette in luce il carattere ipotetico e processuale.
L’illustrazione ampia e puntuale di questa tesi, sostenuta da uno stile espositivo il cui nitore e la cui profondità fanno pensare all’acqua dei laghi svizzeri, è il tratto saliente della Storia del pensiero filosofico e scientifico in sette volumi, la cui realizzazione, curata da Geymonat e da uno stuolo di collaboratori, si distende nell’arco della prima metà degli anni ’70. L’opera è da considerare senza alcun dubbio un monumento della più avanzata cultura italiana del Novecento, prodotto di uno spirito innovativo che si manifesta sia nella visione integrata dello sviluppo della filosofia e delle scienze matematiche, naturali ed umane, sia nella costante attenzione ai problemi della trasmissione del sapere, attestata dalle sezioni relative alla storia delle teorie pedagogiche e delle istituzioni scolastiche, sia nello spazio dedicato ad argomenti non usuali per la tradizione filosofica italiana, come la storia della logica e i problemi della logica contemporanea: una cultura quindi (e ciò merita di essere sottolineato nella fase attuale, segnata dall’incalzare di tendenze regressive) aperta alle istanze più radicali del movimento progressista, non meno che alle molteplici espressioni intellettuali della cultura mondiale. Geymonat, del resto, ha sempre posto in risalto il legame inscindibile tra progresso scientifico-tecnico, progresso culturale e progresso etico-civile: è proprio questa la lezione che il pensatore torinese ci trasmette attraverso l’opera da lui dispiegata nel campo della filosofia della scienza e nel campo della storia della filosofia. In quest’ultimo campo egli ha saputo operare da vero maestro, capace, grazie al suo manuale, di proporre ad una scuola gravata dalla duplice ipoteca di un positivismo miope e di un idealismo stantìo, uno studio nuovo e criticamente avvertito della storia del pensiero filosofico e scientifico.
Un altro aspetto, che è parte integrante della lezione di Geymonat, è la testimonianza d’impegno politico e sociale, nonché di coraggio civile, fornita con la partecipazione alla Resistenza e alle lotte del movimento operaio. Riguardo alla Resistenza, non bisogna dimenticare che egli considerò sempre come decisivo l’incontro con l’operaio comunista Luigi Capriolo, ucciso dai nazifascisti nel 1944; riguardo alle lotte del movimento operaio, vanno ricordati, in particolare, la direzione dell’«Unità» di Torino nel 1945, la presenza critica nel Partito comunista italiano fino alla rottura sulla questione cinese e il sostegno alle formazioni della sinistra rivoluzionaria.
Geymonat ha condotto un’importante battaglia contro l’irrazionalismo (da quello che si manifesta come ‘reazione romantica contro la scienza’ a quello che può annidarsi all’interno della scienza stessa), le cui radici egli ha identificato sia nella negazione del valore conoscitivo della scienza sia nella negazione di quell’istanza materialistica che è ad essa immanente. L’incontro di Geymonat con il materialismo dialettico, cioè con una nuova concezione della natura e dell’uomo, era quindi consequenziale, anche se la presa di posizione contro l’irrazionalismo è da considerare solo come una condizione necessaria (ma non sufficiente) di tale incontro e anche se l’adesione di Geymonat al materialismo dialettico resterà condizionata dalla tendenza a conciliare il marxismo con il neopositivismo e dalla correlativa tendenza, se non a ‘riformare’ il marxismo, a ‘decostruirlo’ (tendenze comuni anche ad un altro filosofo orientato in senso neoempirista, quale Giulio Preti). In effetti, le stesse vicende della (disgregazione della) ‘scuola di Milano’, oltre a rappresentare un fenomeno significativo nella storia di un certo strato degl’intellettuali italiani fra anni ’70 e anni ’80, possono essere adeguatamente comprese solo se si tengono presenti gli sviluppi generati, nelle scelte politico-ideali e nei programmi di ricerca che hanno connotato due settori degli allievi di Geymonat (distinguibili in ‘parricidi’ ed ‘esecutori testamentari’), dalle persistenti radici eticistiche e volontaristiche insite in quel nucleo generatore della concezione filosofica del maestro su cui ho richiamato l’attenzione. Mentre la deriva dei ‘parricidi’, che hanno tagliato ogni rapporto con il marxismo a favore di concezioni integralmente mutuate dal neoempirismo e dal neoilluminismo, ha portato questo settore, in virtù della sua congruenza con il neoliberismo, ad inserirsi in questo o in quel supermercato della cultura, gli ‘esecutori testamentari’ con la loro ‘critica critica’ dimostrano come il marxismo, privato del suo nerbo materialistico e dialettico, possa essere ridotto a fattore complementare, di tipo etico-sociale, di una diversa visione del  mondo, coincidendo così, in buona sostanza, con una sorta di neoradicalismo.
Ritengo necessario concludere questo articolo con due considerazioni. La prima riguarda, oltre al profilo intellettuale del pensatore eminente e del divulgatore rigoroso, cioè del filosofo che sa ‘pensare difficile’ e ‘mostrare facile’, il profilo politico di un militante comunista che, in un paese dominato dalla ricerca del compromesso sui princìpi e, dunque, dall’opportunismo, ha costantemente espresso un impegno lucido e generoso nella lotta per la trasformazione sociale. La seconda riguarda il profilo etico di Geymonat, che mi piace ricordare con un passo tratto da un testo già citato, nel quale egli esamina dieci sentimenti esemplari, che vanno dalla collaborazione all’odio, dall’amore alla superbia (cfr. I sentimenti, libro di cui consiglio vivamente la lettura per l’alto valore delle analisi e delle riflessioni che contiene).
A proposito della lotta e della violenza (che egli distingue in violenza fisica e in “una violenza più velata e civile, ma non meno aspra né meno spietata” della prima), Geymonat osserva quanto segue: “Il vero nemico non è oggetto di odio né di disprezzo: è oggetto di lotta. Egli è un ostacolo al compimento di un nostro progetto e, come tale, va necessariamente abbattuto. La constatazione di questa necessità non impedisce che si riconosca a lui il diritto di combatterci, e si parli di lui con rispetto comprendendo il suo valore e la sua energia. Ciò che separa i due avversari non è un sentimento di odio, ma la constatazione che i fini, cui essi tendono, sono fatalmente incompatibili tra loro”. L’autore, che aveva scritto queste righe nel corso della lotta partigiana, precisa in una nota che, alla luce delle esperienze del secondo dopoguerra, quanto da lui notato a proposito della “violenza più velata e più civile” dimostra “la sua scarsa fiducia nelle lotte condotte entro il quadro designato come ‘Stato di diritto’”.

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