4.3.16

Poeti in Umbria. In lingua e in dialetto (S.L.L.)

Antonio Pecorelli
Risale alla primavera scorsa l'elegante libretto fuori commercio che Walter Cremonte ha voluto inviare come dono augurale ad alcune decine di amici, Come qualcosa che dura. Forse - è accaduto altre volte - le pochissime poesie e la traduzione che lo compongono rientreranno fra qualche anno in una più ampia silloge, ma oggi anche questo modo di raccoglierle e trasmetterle cospira ad impreziosirle. Quasi alla fine peraltro può leggersi una “poesia d'occasione”, quasi un luogo comune, Sulla tomba di Leopardi, che è una dichiarazione di poetica (“Come s'era detto / portare un fiore / e niente parole / per favore”): vi si conferma e approfondisce un'antica propensione ecologica del poeta perugino, la sua volontà di risparmiare le parole per garantirle, di raccogliere – addirittura – le parole lasciate cadere dagli altri. Qui si arriva, quasi, al silenzio e sulla parola prevale nettamente il gesto, come questo “portare un fiore”, uno solo. Ed è gesto, non canto, quell'incitare, quell'urlare che accompagna Orfeo nella poesia a lui intitolata e che lo invita a resistere, altrimenti “come faremo noi / a vincere la morte...”. E' gesto il guardare un cielo d'agosto, pieno di stelle, cogliere l'acqua nel cavo di una mano, è un gesto, solenne, quello che nella traduzione che suggella il libretto, da Lucrezio, compie Venere (“Cingendolo dall'alto col tuo corpo / divino...) per chiedere la pace. Insomma la poesia resta per Cremonte uno strumento, efficace ed illusorio insieme, per combattere il male e difendere il poco bene che c'è nella vita, per proteggere i nostri sogni ad occhi aperti, gli unici buoni, dall'annichilimento della morte, dal tempo che macina e dissolve, dalla stessa Memoria (quella con la maiuscola) che infama e scorna. Cremonte, nella nota conclusiva, si affida per spiegarsi ad una sorta di “elogio dell'intenzione” tratto da un racconto di Luigi Pintor per il quale “i buoni proponimenti sono un polline che non fiorisce mai, ma profuma l'aria”.
Il risultato di questa poetica sono testi ad alta intensità comunicativa, tra cui due liriche che mi sembrano capolavori, Onde e Un papavero. Una ragione di più per esprimere a Walter gratitudine e per sperare che, in un modo o nell'altro (penso alla potenza della rete!), i lettori dei suoi testi siano assai più numerosi dei destinatari del suo dono prezioso.
Un formato più grande, da antico quaderno scolastico, hanno i quattro libretti, anch'essi fuori commercio, che negli ultimi due anni ha diffuso Enzo Coli, i Quarantuno sonetti del novembre 2013, i Sonetti di primavera del marzo 2014 e i Sonetti del solleone dell'agosto dello stesso anno e infine nel giugno 2015 le Rime baciate di maggio per le quali recupera l'antico pseudonimo di Boldrino. Coli è stato docente di Grammatica Latina all'Università di Perugia e, nella cosiddetta “prima repubblica”, dirigente del Psi perugino, consigliere ed assessore per quel partito al comune di Perugia. Aveva pubblicato nel 2000 per Era Nuova di Perugia I sonetti di Boldrino, in cui aveva dato prova di saper efficacemente maneggiare l'endecasillabo e di sapere a volte ridare vita ad una struttura metrica dai più considerata obsoleta, specie nei sonetti d'amore. Non riusciva quasi mai a mantenere la promessa, ma certi suoi incipit facevano volare (“La casa scalda il sole da tre lati / e i nostri sguardi vanno all'infinito” oppure “Al nostro appuntamento c'era il sole” oppure ancora “Alla tua porta bussa primavera”). I nuovi sonetti si attestano sul versante della vita quotidiana: la famiglia, i successi scolastici e le passioni sportive dei nipoti, il mutare delle stagioni e persino la politica, nel ricordo di antiche passioni (“Quand'ero socialista giovincello / sognavo proprio di cambiare il mondo”) e nella prosaica attualità (le speranze, credo mal riposte, in un “premier novello”). C'è persino il tentativo eroico (e a mio avviso fallito) di dare nobiltà alla campagna elettorale regionale del 2015. Resta invece, come valore positivo, l'indubitabile abilità nel verseggiare e la volontà incrollabile di restituire alla poesia il carattere di “valore d'uso”.
Nel 2015 è uscito anche, per Fara Editore di Rimini, un nuovo libricino di poesia di Sergio Pasquandrea, Oltre il margine. L'autore, un quarantenne di origine pugliese, è insegnante a Perugia e persona dai molti interessi artistici. Recensendo lo scorso anno le sue Approssimazioni, salutavo il suo successo nella sfida che si era proposta, la poesia erotica, cioè l'arte di dire l'indicibile. Il nuovo libro non mi pare all'altezza del precedente: in molte poesie il sovrabbondare delle citazioni, dei riferimenti dotti, delle colte allusioni, degli shock verbali produce una sorta di manierismo privo di sorprese. Il talento dell'autore meglio si riconosce in certi incipit dal tono più dimesso (“Essere sveglio mentre tutti dormono / essere qui e muovere le dita...” oppure “Fra il termosifone e la lavastoviglie / secerne il cartone del latte / la sua tristezza da ippopotamo”) e lascia ben sperare per le prove che verranno.

Scriveva e recitava in pubblico sonetti in dialetto il ternano Antonio Pecorelli (1923-1986): una vita da tranviere, un impegno nel Pci, come segretario di sezione alla Gabelletta e per alcuni anni come consigliere comunale. Il pensionamento precoce (1975) lo mette in contatto con un poeta orvietano, Angelo Rossi, con cui fa coppia recitando versi nei teatri, nelle osterie, nelle librerie. A quasi trent'anni dalla morte il figlio Fabio ha voluto ricordarlo in un libro formato quaderno, Vestito blu, che porta in copertina l'immagine del poeta e che ad una scelta dei sonetti di Pecorelli accompagna una nota biografica, alcuni giudizi critici, commenti che contestualizzano le poesie. Sono assai vari i toni di Pecorelli, che ha come maestro riconosciuto Belli, del quale è tuttavia più bonario. Belliano è certamente il sonetto La mamma poretta, un gioiello di realismo ed ironia. Da mandare a memoria mi pare anche Lu callo de luglio (1966), che documenta i pruriti consumisti di certe famiglie di comunisti tutti di un pezzo; una pantomima appare Lu sposalizio de l'arriccato e ha passaggi da gran barocco Lu martirio de San Valentino. A me, però, chissà perché, piace citare Pollaro, che presenta nel suo attacco una suggestiva definizione del socialismo: “Che è lu Socialismo? È 'na parola / 'ndò che la libertà 'gni loco schiocca. / 'Ndò la patria te scalla e te conzola / pulcino sotto l'ala della biocca”.

Giocare ad essere Dio. Le frontiere della genetica (Maria Teresa Carbone)

Quello che segue è un ampio stralcio dall'articolo, a mio avviso informato, acuto e stimolante, di Maria Teresa Carbone su “Pagina 99”. Ne consiglio vivamente la lettura, come consiglio la lettura del settimanale, sempre pieno di approfondimenti critici. (S.L.L.)
Johnjoe McFadden
A Johnjoe McFadden, docente di genetica molecolare all’Università del Surrey, va riconosciuto per lo meno un gran coraggio. Qualche giorno dopo l’annuncio del via libera dato dalla britannica Human Fertilisation and Embryology Authority all’uso, a scopo di ricerca, del genome editing su cellule embrionali umane, McFadden – sfidando le possibili ire celesti e le sicure critiche terrene – ha scritto un articolo sul “Guardian”, dal titolo chiaro: «L’editing genomico è come giocare a essere Dio, e cosa c’è di male?». Ancora più chiaro il contenuto: «Dio, la natura o le agenzie che ci hanno fabbricato possono avere preso delle cantonate e tocca a noi ripararle».
Frasi audaci, non solo perché sembrano l’espressione massima della hybris, l’arroganza umana che, secondo gli antichi Greci, non poteva non scatenare la collera divina – ma forse anche di più per il contesto in cui si inseriscono. Un contesto dove, parlando di editing genomico, il pensiero non corre soltanto ai bambini (in Italia il 3%, circa 10 mila neonati) che vengono al mondo ogni anno con malformazioni e malattie genetiche e per i quali il genome editing potrebbe, come scrive McFadden, «portare vantaggi rivoluzionari», ma anche al continuo flusso di notizie che rivelano una idea della genetica legata a un desiderio neppure troppo nascosto di perfezione vera o presunta.
Ancora nel Regno Unito, nelle ultime settimane del 2015, ha sollevato un grosso dibattito sui media la rivelazione che la London Sperm Bank, la più grande banca del seme britannica, aveva adottato una regola in base alla quale i donatori dislessici non erano ammessi. «Secondo questo criterio anche Einstein sarebbe stato bocciato», ha dichiarato alla stampa Fred Fisher, trentenne laureato a Oxford, che per la sua dislessia non aveva avuto accesso alla donazione. E subito sulla clinica londinese è piovuta una tale quantità di critiche, anche molto autorevoli, che la decisione è stata rapidamente rimangiata.
Ma quante sono le persone che, in cerca di un padre o di una madre per i loro figli a venire – genitori sconosciuti eppure con un Dna ben concreto –, li selezioneranno dislessici o anche, più banalmente, bassi o con il naso storto, in omaggio al valore della diversità? Difficile saperlo. Quello che è certo è che, a giudicare da bacheche online come co-genitori.it, i requisiti richiesti più di frequente, almeno in Italia, sono una buona salute non solo dichiarata a parole, ma attestata da analisi del sangue fatte di recente, un aspetto gradevole e dove possibile, a mo' di referenze, «molte donazioni andate a buon fine», come scrive orgogliosamente di sé un anonimo genovese (che vanta anche al suo attivo due figlie avute, presumibilmente, con il sistema tradizionale).
I casi di donatori di “fascia superiore” – giovani, alti, sani, magari laureati con buoni voti – e quindi molto richiesti (difficile resistere alla tentazione di chiamarli donatori alfa) sono frequenti. Deriva in larga parte dal fascino dell’uomo nordico, biondo, slanciato e con gli occhi chiari, il successo internazionale delle banche del seme danesi, ma gli esempi si registrano in diversi Paesi: a fine gennaio, per esempio, su “TeenVogue” è stata pubblicata la testimonianza di una ragazza americana che, andata alla ricerca del padre, ha scoperto di avere addirittura 22 tra fratelli e sorelle, tutti come lei provenienti da donazioni.
Non a caso nel 2015 sulla rivista Reproductive Medicine è uscito uno studio guidato dall’olandese Pim Janssens sull’opportunità o meno di limitare la quantità di prole per donatore. La ricerca non ha dato una risposta definitiva, lasciando aperto il confronto fra considerazioni di tipo genetico (e allora non ci sono obiezioni a un tetto che potrebbe raggiungere, e addirittura superare, le 200 donazioni) – e valutazioni di ordine psicosociale (e in questo caso si parla di un massimo auspicabile di 10 famiglie per donatore).
Ecco, il limite: un concetto sovente evocato in questo ambito, ma che rischia di fluttuare pericolosamente quando si passa dall’astrazione delle idee alla concretezza delle azioni. «Non tutto ciò che è possibile è lecito», ammonisce il filosofo Remo Bodei che ha appena pubblicato un piccolo libro intitolato appunto Limite (il Mulino 2016, pp. 124, euro 12). E che, interpellato da “pagina99”, sostiene che «manipolare il Dna degli embrioni umani per evitare che nascano con malattie o malformazioni evitabili non significa giocare a essere Dio, perché altrimenti ogni cura andrebbe contro la volontà sua o della natura che ha provocato la malattia». Al tempo stesso, però, continua Bodei, «ci dovrebbe essere una riflessione approfondita che stabilisca regole precise e non si dovrebbe intervenire per selezionare presunte “razze superiori” o per avere figli perfetti con determinate caratteristiche (per esempio, il colore degli occhi e cose simili). Né si dovrebbero fornire le prestazioni di intervento sugli embrioni solo ai ceti privilegiati dei Paesi ricchi».
Che manchino regole condivise a livello internazionale, è indubbio. In un mondo dove, grazie alla rete, le informazioni circolano più o meno liberamente, ogni Paese si ritrova con codici propri, diversi da quelli del vicino. E non soltanto sul piano della ricerca, ma su quello della pratica quotidiana.
Negli Stati Uniti, per citare un solo esempio, è possibile e riconosciuto legalmente – per una cifra che, a proposito di ceti privilegiati e di Paesi ricchi, si aggira intorno ai 15 mila dollari – determinare il sesso del nascituro (la cosiddetta sex selection). Una opzione invece negata, a dispetto di leggi ben più aperte di quelle vigenti in Italia, ai cittadini britannici, canadesi o australiani che per questo a centinaia ogni anno scelgono di compiere “viaggi della fertilità” negli Usa.
«Tocca alla società civile definire i parametri all’interno dei quali ci dobbiamo muovere: la scienza non va bloccata, ma va controllata, tenendo a mente il caso dell’energia nucleare. E per questo è necessaria una corretta informazione», riflette Domenico Coviello, direttore di genetica umana degli ospedali Galliera di Genova. Gli fa eco Baroukh Maurice Assael, ex docente di Pediatria all’Università di Milano e direttore del Centro Fibrosi Cistica di Verona, di cui Bollati Boringhieri ha da poco mandato in libreria Il gene del diavolo. Le malattie genetiche, le loro metafore, il sogno e la paura di eliminarle (pp. 186, euro 15): «Bisogna che si crei il terreno di fondo, cioè che si diffonda una alfabetizzazione genetica, quella che in inglese si chiama genetic literacy. Le conoscenze biologiche e genetiche dovrebbero essere oggetto di una divulgazione ampia e seria, e far parte, più di quanto avvenga adesso, dei programmi scolastici. Altrimenti il rischio è che finisca per prevalere un’offerta di esami e di prestazioni diretti al singolo, attraverso circuiti che sfuggono a ogni controllo, primo fra tutti internet». Già oggi, navigando in rete, constata Assael, «vediamo come esista un’immensa offerta di test genetici, naturalmente a pagamento, sui quali non è possibile esercitare nessuna verifica. Potrebbero allo stesso modo essere resi disponibili “organismi viventi” per le colture e forse in futuro anche terapie per l’uomo. In un quadro simile l’autoregolazione degli esperti è fondamentale, ma la discussione deve essere ampia e non limitata all’ambito specialistico. A stabilire il limite è il dibattito sociale, non i laboratori. Il confronto di sensibilità etiche diverse, non le imposizioni».
In questo contesto i media giocano un ruolo essenziale e hanno grandissime responsabilità. Quanto incidono sulla dilagante fede nelle possibilità della genetica gli articoli e le notizie che ci informano sulla scoperta pressoché quotidiana di un nuovo “gene”, che determinerebbe la voglia di viaggiare o la tendenza alla paura, la timidezza o la violenza?
«In Italia», commenta Letizia Gabaglio, fondatrice nel 2004 della media company di divulgazione scientifica Galileo, «la comunicazione della scienza oscilla spesso fra paternalismo e sensazionalismo, senza trovare una cifra equilibrata, per intenderci come quella dei Paesi anglosassoni. Una difficoltà che è figlia del ruolo marginale a cui vengono relegate la scienza e la ricerca, dell’analfabetismo scientifico diffuso, anche fra gli operatori della comunicazione. È vero: l’esigenza di produrre un titolo, di alzare una polemica a volte prende il sopravvento sull’esigenza di spiegare. Ma il vero problema è che in Italia di scienza – qualsiasi sia il tono usato – si parla ancora poco».
Forse per bilanciare i sensazionalismi, paradossalmente (ma non troppo) sono proprio i genetisti a smorzare gli entusiasmi riguardo agli effetti miracolosi dell’editing genomico: «Negli ultimi dieci anni», spiega Domenico Coviello, «si sono fatte scoperte estremamente importanti che confermano certe intuizioni di Freud e d’altro canto mostrano come la salute dell’individuo sia inseparabilmente legata alle condizioni ambientali e quindi alla salute della società. Quella parte del Dna (quantitativamente la più rilevante) che fino a non molto tempo fa veniva bollata come junk, “spazzatura”, perché non produce proteine, rivela oggi il proprio ruolo determinante. Si tratta in sostanza di regolatori, o se preferiamo di interruttori, che accendono e spengono tratti della sequenza e che reagiscono in base alle influenze esterne, si tratti di un trauma infantile o di una piacevole nenia, una ninnananna, un rosario o una preghiera buddista».
Come dire che i sentimenti e le sensazioni contano quanto (o più) dell’anamnesi familiare. È d’accordo Bodei che, citando il neurofisiologo Lamberto Maffei, ricorda come «con il formarsi nel nostro cervello di una rete neurale, diversa per ogni individuo, natura e cultura diventino a una certa età indistinguibili».
Giorno dopo giorno il nostro corpo si impasta con gli amori, le simpatie, le paure e le inimicizie, che noi proviamo. Resta da capire se saremo pronti, come individui e come specie, a esporci ancora ai rischi della vita, a innamorarci di persone che forse non avremmo mai pensato di scegliere, ad accettare che i nostri figli siano diversi da quelli che avremmo voluto.


Da “Pagina 99”, 27 febbraio 2016

2.3.16

Irlanda 1913. Un’epocale lotta di classe (Enrico Terrinoni)

Centenari. A Dublino il sindacalista Jim Larkin proclamò uno sciopero generale quando centinaia di lavoratori della Dublin United Tramways Company vennero licenziati. La città si paralizzò...
Il sindacalista Jim Larkin, detto il grande Larkin
Una vecchia ballata dublinese recita più o meno così: «Ricchi erano i padroni, a Dublino nel 1913, e i poveri schiavi / Le donne al lavoro, i figli affamati; ma poi venne Larkin… / La voce dei lavoratori, la voce della giustizia… / Li incitò alla rivolta e diede loro coraggio… / Per otto mesi abbiamo lottato e sofferto la fame / Siamo stati al suo fianco, nel bene e nel male, / ma senza nulla da mangiare, e tra il pianto dei bimbi, sono riusciti a spezzarci il cuore: era impossibile vincere». Corre quest’anno, e precisamente il 26 di agosto, il centenario dell’inizio del più grande sciopero, o meglio, della più grande serrata della storia d’Irlanda, il Dublin Lockout, che paralizzò le strade della capitale irlandese dall’agosto 2013 fino agli inizi del febbraio 2014.
Furono mesi di indicibile indigenza, di sofferenza e di morte per tantissimi componenti della working class di Dublino, assiepati in quei tenements o palazzoni ancora visibili nella parte nord del centro città: edifici georgiani un tempo abitati dalla media e alta borghesia, ma trasformati tra fine ottocento e gli inizi del novecento in dormitori urbani, in cui spesso famiglie intere vivevano a caro prezzo condividendo i servizi fatiscenti con le altre decine di inquilini dello stesso edificio.
Nella sorte particolare che hanno vissuto le rivisitazioni storiche in Irlanda, paradossalmente poco spazio è stato concesso a questo passaggio fondamentale, che segnò il futuro del paese. Ciò, forse, per via della prossimità con altri due eventi maggiormente impressi nell’immaginario collettivo: la prima guerra mondiale, che vide tanti irlandesi, mai perdonati, combattere tra le fila dell’esercito britannico, e la rivolta di Pasqua del 1916, a cui hanno partecipato i nazionalisti anti-britannici e i socialisti rivoluzionari. Eppure, l’ideologia che guidò la partecipazione di parti contrastanti del popolo irlandese ad entrambe le disperate imprese non potrebbe essere compresa in tutte le sue pieghe e contraddizioni senza una lettura critica del Lockout, delle sue motivazioni, e del riverberarsi della eco di quei mesi drammatici nell’imminente plasmarsi della nazione. Ripercorriamo, allora, quegli eventi.
Dublino, una delle capitali dell’impero britannico, non godeva di molte delle prerogative di una capitale. Non essendovi un governo nazionale, il capo di stato era il monarca inglese, il quale delegava i poteri ufficialmente al viceré, ma il potere operativo era affidato al Chief Secretary for Ireland, una sorta di ministro plenipotenziario che si occupava degli affari irlandesi nell’ambito delle dinamiche coloniali. Dublino era una città divisa tra una aristocrazia locale chiaramente filobritannica, una giovane borghesia di piccoli, medi e grandi commercianti e imprenditori, adeguatisi nella maggior parte dei casi allo status quo, e dunque integrati nelle dinamiche di scambio con la «madrepatria», ed infine un’ampia classe popolare, fatta di lavoratori sfruttati e di disoccupati, di famiglie numerosissime che vivevano molto al di sotto di quella che oggi chiameremmo la soglia minima di povertà.
La classe media, e ovviamente l’aristocrazia, non avevano la più pallida idea delle condizioni di vita in cui versava la classe lavoratrice di Dublino. Di 400.000 abitanti, quasi 90.000 risiedevano nei già citati tenements, e l’80% delle famiglie vivevano stipate in una sola stanza. Tra il 1913 e il 1914, una commissione d’inchiesta di nomina governativa fu istituita per studiare il problema delle condizioni di vita delle classi popolari. Nel rapporto del 1914 si legge dell’esistenza di molti tenements composti da «sette o otto stanze, ognuna destinata a una famiglia, che ospitano in totale tra le quaranta e le cinquanta persone». Un testimone interrogato dalla commissione raccontò d’aver visto in uno di quei palazzoni «una stanza di 3 metri quadrati, senza alcun mobilio, in cui una famiglia di 9 persone, tra cui 7 bambini, dormiva senza coperte per terra su un cumulo di paglia che non sarebbe bastato a un gatto». In questa zona, un tempo nobile, di Dublino la prostituzione e l’alcolismo erano la regola. Le drammatiche condizioni di vita, assieme a una disoccupazione massiccia (intorno al 20% nel 1911 tra la popolazione maschile) o nei casi più fortunati a impieghi saltuari, malpagati e soggetti a orari lavorativi oggi impensabili (fino a 70 ore a settimana), alla conseguente malnutrizione generalizzata e alla diffusione di malattie come la Tbc, il tifo, e la dissenteria, erano la causa di elevatissimi tassi di mortalità, anche tra gli adulti.
Queste erano le condizioni in cui operò il sindacalista Jim Larkin, la cui statua tuttora campeggia all’estremo nord di O’Connell street, la strada principale di Dublino, accanto ai quartieri popolari di cui divenne l’indiscusso eroe. Il suo carattere indomito è colto benissimo dal recente graphic novel Big Jim. Jim Larkin and the 1913 Lockout (O’ Brien Press, pp. 80, euro 12.99). Ma Larkin operava anche in una situazione politica del tutto peculiare, in cui un forte partito politico fautore della legge di autogoverno (Home Rule) aveva appena iniziato a perdere consenso a favore del neonato Sinn Féin, fatto di nazionalisti e repubblicani che leggevano la situazione contemporanea tutta in chiave anti-inglese. A questo partito si affiancava idealmente un movimento di rinascita della cultura gaelica, portato avanti da un gran numero di associazioni operanti in vari settori, dallo sport alla lingua, dal teatro alla letteratura. Tuttavia, l’operato di Larkin e la serrata del 1913 vanno inserite soprattutto nel contesto di un labour movement che prendeva piede a fatica in Irlanda, soprattutto per la mancata industrializzazione — con la sola eccezione del Nord.
La maggior parte dei sindacati di peso avevano base in Inghilterra, e riunivano per lo più lavoratori di singoli settori. Larkin apparteneva al sindacato dei portuali (il National Union of Dock Labourers) e da lì, accorpando i tanti lavoratori impiegati nella grande azienda privata dei trasporti cittadini (la Dublin United Tramways Company), ma aprendosi anche a tutti gli altri general labourers, fondò nel 1909 la Irish Transport and General Workers Union (Itgwu), il sindacato che diede l’impulso maggiore allo sciopero e la serrata. Il nemico naturale era ovviamente proprio l’azienda dei trasporti cittadini, capitanata dall’alter ego di Larkin, tale William Martin Murphy, proprietario anche del giornale The Irish Independent, dei magazzini Clery’s, e rappresentante di punta della federazione dei datori di lavoro di Dublino. Questi aveva dalla sua il supporto pressoché unanime della camera di commercio.
Murphy, ferocemente ostile ai metodi oltranzisti di Larkin, e soprattutto alla sua politica del cosiddetto sympathetic strike, ovvero dello sciopero di solidarietà, attuato da lavoratori appartenenti ad aziende non direttamente oggetto del contenzioso in atto, iniziò ad ostracizzare sistematicamente i membri del Itgwu, o a non considerarne l’assunzione. Il 21 agosto del 1913 centinaia di lavoratori della Dublin United Tramways Company ricevettero una lettera di licenziamento, per via della loro appartenenza al sindacato. E fu così che Larkin decise di indire uno sciopero generale per il 26 di agosto, giorno in cui si sarebbe svolto il famoso Dublin Horse Show. La scelta fu oculata. Alle 10 del mattino, senza preavviso alcuno, i tram di Dublino si fermarono, e la città fu bloccata. Altre categorie si unirono in segno di solidarietà.
Seguirono giorni di scontri e violenze, tra scioperanti e crumiri, e soprattutto tra membri del sindacato e polizia. Il 30 agosto ci scappò il morto, James Nolan. Un testimone, Stephen Gilligan, racconta che l’agente Bell, matricola 224C, continuò a picchiare Nolan col suo manganello, anche quando questi finì a terra. Il giorno dopo, gli scontri e le violenze della polizia furono tali da far ricordare quella domenica come uno dei primi Bloody Sunday della storia irlandese. La notte del 3 settembre, Murphy e altri 404 padroni prepararono un documento che, se firmato dai lavoratori, avrebbe permesso loro di essere riassunti. La condizione era di rinunciare per sempre all’appartenenza al sindacato. In pochissimi firmarono, e la serrata continuò.
Dall’Inghilterra giunsero, nei primi mesi, navi cariche di derrate di cibo da destinare agli scioperanti, inviate dal British Trade Union Congress, che tuttavia si rifiutò sempre di indire uno sciopero generale di solidarietà in Gran Bretagna, errore strategico che Larkin non perdonò mai. Invece, il consenso per gli scioperanti in Irlanda cresceva trasversalmente. George Russell, sodale di W.B. Yeats, indirizzò dalle colonne dei giornali queste parole agli intransigenti «padroni»: «forse l’avrete vinta, e con la vittoria vi guadagnerete la dannazione. Le persone la cui dignità di uomini avete piegato vi odieranno… I loro figli impareranno a maledirvi…». Dopo mesi di sofferenze, fame, e indigenza, gran parte dei lavoratori firmò il documento dei padroni, e gli fu permesso di tornare al lavoro.
Ma, come predetto da Russell, fu una vittoria di Pirro. Dopo pochi mesi, in molti si iscrissero di nuovo al sindacato che avevano dovuto abbandonare, e questa volta i padroni non ebbero il coraggio di affrontare una nuova serrata, poiché la prima era costata loro centinaia di migliaia di sterline in commerci mancati. Il senso di questo esempio epocale di lotta di classe è profeticamente colto dal monito dall’altro grande sindacalista irlandese, il padre della repubblica, James Connolly: «I padroni non sono riusciti a condurre i loro affari per via di tutti quegli uomini e quelle donne che sono rimasti fedeli al sindacato. I lavoratori non sono riusciti a spingere i padroni a riconoscere formalmente il sindacato e a preferire il lavoro organizzato. Delle conseguenze di questo pareggio, entrambe le fazioni portano le ferite. Quanto queste siano profonde, a nessuno è dato rivelare».


Alias domenica – il manifesto, 21 agosto 2013

Dolore. Una poesia di Laura Omero

Avido
il dolore
morde
il mio corpo

Ghigno
con le ultime forze
risate
sprezzanti

da falilulelablog

1.3.16

Aldo Capitini e le sue verità (Walter Cremonte)

Davvero benvenuta questa raccolta (Un’alta passione, un’alta visione, ed. Il Ponte) degli scritti politici di Capitini, che attraversano la fase più attiva della vita del filosofo, dal 1935 (“ho visto che c’era qualche cosa che dovevo fare”) agli ultimi testi di quel fecondissimo 1968, appena prima della morte. E sacrosanta la battaglia – culturale e politica – dei due curatori, Lanfranco Binni e Marcello Rossi, volta a restituire a Capitini la qualifica di “rivoluzionario”, che gli spetta e che è anche scritta sulla sua tomba, e a chiarire una volta per tutte il carattere “socialista” del suo liberalsocialismo: contro gli equivoci di natura azionista o, peggio, socialdemocratica.
Questo libro ricchissimo e a tratti commovente (si veda la pagina dedicata a Primo Ciabatti, per esempio) è motivo di un vero, grande respiro di sollievo, liberatorio: dopo le oscillazioni tra una prevalente e un po’ vile tendenza all’oblio e qualche più rara rievocazione anche commossa e coinvolgente, ma per lo più priva del necessario riferimento al pensiero politico di Capitini, abbiamo infine l’opportunità di fare i conti seriamente con questo pensiero complesso (in cui “tutto si tiene e tutto si apre”, si dice nell’Introduzione). Che è anche un fare i conti con noi stessi, con quello che di Capitini ci è rimasto, al di là di una un po’ generica adesione “sentimentale” al ricordo di questa persona straordinaria e del suo esempio. E questo è tanto più vero quanto più – come dice la Premessa – “i temi di Capitini (…) sono oggi attuali, da conoscere, da studiare e da sviluppare”. I temi di Capitini: la nonviolenza, l’omnicrazia, la compresenza… Ed è quanto mai opportuno, allora, aver premesso agli “scritti politici” (politici in un senso più stretto, ma dire così per Capitini è quasi un controsenso: tutto, ogni singola pagina, è ispirato ad una dimensione più alta, direi trascendente) un testo più complessivo come Attraverso due terzi del secolo, un’autobiografia intellettuale scritta da Capitini poco prima della morte: una sorta di consuntivo esistenziale e di testamento morale. Giustamente questo testo mirabile è collocato all’inizio, perché da qui, da questa posizione, getta una luce e un senso su tutto quello che segue, e tutto quello che segue (la vita, l’impegno e la battaglia politico-religiosa, la teorizzazione) ritrova qui, in questo ripensamento generale, il suo senso più compiuto e profondo. A un certo punto, verso la conclusione di questo testo, di fronte alla parola “compresenza” Capitini torna alla poesia, ricordando un brano del suo Colloquio corale, quello che inizia con il verso “La mia nascita è quando dico un tu”, nel quale, come lui dice, si esprime la “tensione fondamentale” del suo “animo”: come è apparso chiaro a chiunque di noi si sia accostato al suo pensiero o, appunto, al suo animo. Questo splendido brano poetico è tutto scandito da versi-frasi che si chiudono ognuno con il punto: come verità inoppugnabili, che non ammettono replica (perché vengono prima di una distinzione vero-falso, così come Antigone viene prima di Socrate). Capitini, alla fine del suo percorso, ritorna alla poesia (da cui era partito), leopardianamente consapevole del potere di persuasione che ha la poesia – agendo su una sfera diversa dalla pura razionalità – rispetto anche a termini teorici che potrebbero, a volte, lasciarci perplessi. Come tutta la tematica della compresenza (la compresenza dei morti e dei viventi), meravigliosamente consolante ma tale da richiedere uno”scatto” di natura religiosa che non tutti siamo disposti a riconoscere. Ricordiamo, a proposito, una Nota decisiva di Walter Binni nel suo La tramontana a Porta Sole: “In alcuni di noi, suoi amici e collaboratori etico-politici, il problema ‘religioso’ e quello stesso della nonviolenza non avevano il valore (del resto ben coerente in lui) che avevano in Capitini”.
Ma di fronte a questa dimensione del pensiero di Capitini, che contempla il “puro dopo”, la nostra finitezza, sentiamo veramente che le nostre parole sono insufficienti. Una cosa però vorrei dirla ancora: dalla lettura di questo libro, degli scritti politici di Capitini, viene una forte nostalgia “politica” per un tempo – e per le personalità che quel tempo hanno abitato – davvero migliore: per la chiarezza delle posizioni con le quali confrontarsi, o scontrarsi, così lontana dall’amalgama indistinto da cui a mala pena riemergiamo. Anche noi, la nostra “parte”: vogliamo tutti, e ne siamo tutti in qualche misura partecipi, la nascita (o rinascita) di un partito della sinistra, del lavoro, ma prevale, chissà perché, questa un po’ stucchevole polemica antiidentitaria, che sembra voler negare la memoria – anche simbolica – di quello che siamo. E quello che siamo ha le sue radici nel campo di un socialismo (nel senso che tante volte ci ha ricordato il nostro Maurizio Mori di “socialismo o barbarie”) libertario, o di un comunismo antidogmatico e antiautoritario. Guai, ho letto da qualche parte, a parlare di “cosa rossa”. Non dovrà più essere rossa neanche la bandiera agitata (inconsapevolmente) dal proletario Charlot in Tempi moderni? Ma già, viviamo in tempi postmoderni…


“micropolis”, 27 febbraio 2016

Il signore andato via. Una poesia di Vivien Lamarque (Trento 1946)

Era un signore andato via.
A lei qui rimasta tantissimo mancava.
La traccia da lui lasciata segnava ovunque
intorno a lei l'aria.
Come un quadro spostato
per sempre segna la parete.

Da Il signore d'oro, Crocetti, 1997

Cronache Giubilari. Dal macabro al grottesco (S.L.L.)

Non m'immischio!
Nonostante l'appoggio della Cei, la manifestazione del 26 gennaio contro la legge sulle unioni civili in discussione in Parlamento, non ha avuto il successo indiscutibile che gli organizzatori si aspettavano. Con il Circo Massimo quasi pieno avevano indicato la cifra di due milioni di manifestanti, coincidente con l'obiettivo più volte dichiarato nei giorni precedenti; ma a fare le pulci ai clericali stavolta ci si è messa “La Stampa”, che sembra avere un filo speciale con l'entourage del Papa. Il quotidiano rompe il fair-play e usa con la piazza di Bagnasco il trattamento che risrvava alle piazze sindacali nei momenti di maggiore scontro con i padroni FIAT: conta i metri quadrati occupati, indica il massimo affollamento possibile per metro quadrato e sentenzia: “Erano meno di trecento mila”. È un servizio a dispetto: Bergoglio, che nelle sue esternazioni ha quasi ignorato la manifestazione, non deve esserne affatto dispiaciuto. Anche lui – è ovvio - volentieri affosserebbe la legge sulle cosiddette unioni civile (lo ha ribadito nei suoi interventi dottrinari), ma preferisce lavorare ai fianchi, “sotto sotto”, con manovre avvolgenti; sistematicamente evita, invece, le “guerre culturali” care a Giuliano Ferrara e, da gran “piacione”, cerca di non inimicarsi nessuno. Quando, nei primi giorni di febbraio, la Cirinnà è arrivata in discussione al Senato, il presidente della Cei Bagnasco ha chiesto il voto segreto, provocando la facile replica di Renzi (“Decide il Parlamento!”), ma il segretario della stessa conferenza episcopale, il bergogliano Galantino ha dichiarato: “Preferisco non parlare per rispetto delle istituzioni”. Alla fine, intervistato sull'aereo che dal Messico lo riportava in Italia, s'è pronunciato lo stesso Papa: “Non m'immischio. I parlamentari decidano con coscienza ben formata”.

Il vino del papa
In verità il pontefice da tempo lavora per ridurre l'area di consenso dei cardinali e dei vescovi italiani tradizionalisti, ostili – soprattutto per ragioni di potere – ai suoi progetti di riorganizzazione e, a questo fine, ricorre anche a mosse spericolate. La prima risale all'apertura dell'Anno Santo: concesse ai preti “lefebvriani” ordinati dalla Fraternità San Pio X, già in trattativa con Ratzinger, la licenza di confessare per tutto l'Anno Santo. Né Bergoglio s'è limitato a dichiarare valide le assoluzioni, ma ha dichiarato di confidare che in un prossimo futuro sia possibile “recuperare la piena comunione” con i ribelli. Disse d'essere rimasto “di stucco” perfino Franz Schmidberger, rettore del Seminario «Herz Jesu», già “superiore” della Fraternità, peraltro convinto che “a lungo termine si arriverà sicuramente ad una regolarizzazione”. Poco importa se, fino ad oggi, attraverso il loro sito, i seguaci di Lefebvre continuino a considerare eresia le deliberazioni del Concilio Vaticano II e ad accusare la Chiesa e il papa di “modernismo”, Bergoglio ha già ottenuto un grande risultato di immagine: mostra di volere una Chiesa accogliente in tutte le direzioni, anche verso gli amanti della Messa in latino, odiatori dei “perfidi Giudei”.
Ma con Bagnasco e con i ruiniani papa Francesco ha realizzato un vero e proprio spariglio, ha messo sul tavolo la carta che fa saltare i giochi avversari, padre Pio, o san Pio come si dice adesso. La traslazione a Roma del corpo del frate cappuccino delle stimmate e delle zuffe con il diavolo, meticolosamente studiata nelle sue tappe da San Giovanni Rotondo a Roma e da basilica a basilica all'interno di Roma con la finale ostensione a piazza San Pietro il 6 febbraio, ha avuto successo. Si ripeteva la caratteristica commistione di moderno e di arcaico già realizzata con la traslazione, in elicottero, di Santa Rita da Cascia a Roma, nel corso del Giubileo del 2000. Attorno al cadavere, con il volto ripristinato dal silicone ed altre plastiche, si vedevano masse fanatizzate a urlare e applaudire. A migliaia poi sono stati i fedelissimi che hanno profittato dell'occasione per farsi un selfie con il santo e alle televisioni che intervistavano più d'uno parla del profumo che promana dalla santa salma. Uno spettacolo di superstizione sconcertante, ma anche un successo.
Alla evidente contraddizione tra una personalità facile all'ira, piena di durezze e perfino di volgarità, che sembrava venire dal tempo in cui si bruciavano vivi eretici, streghe e omosessuali e il Giubileo della Misericordia, l'entourage papalino replica che, essendo stato confessore, padre Pio era, di necessità, strumento della Misericordia. Su “Avvenire” del 18 febbraio Luigi Gazzaneo, rievocando l'arrivo per san Pio e per San Leopoldo (un altro frate cappuccino di recente canonizzazione, veneto-croato, che gli faceva da damo di compagnia) di gruppi di preghiera provenienti da ogni dove, scrive: “Papa Francesco, nel richiamarne l'esemplare figura, sulle orme dei suoi predecessori...”. Quali predecessori? Certamente Giovanni Paolo II e Benedetto XVI che lo hanno beatificato e santificato in fretta e in furia, ma non papa Giovanni XXIII, il “Papa buono” che definì “idolo di stoppa” quel frate, che passava come un grande consumatore di acido fenico.
Bergoglio è un furbone e, dopo codesta esibizione di cadaveri, per me un po' disgustosa, presume di avere riguadagnato alla sua causa gran parte dei credenti più ingenui e retrogradi, sottraendoli alle sirene dei Bagnasco e dei Family Day. Non si può escludere peraltro che questa sua elasticità, questa sua eccessiva furbizia finiscano per perderlo, vanificando i suoi propositi di riforma. Non è possibile rinnovare il cattolicesimo usando padre Pio. Non lo ha letto - da qualche parte - che “non si può mettere il vino nuovo negli otri vecchi?”. Ha fatto i conti senza l'oste: il suo vino si sta guastando e nessuno glielo comprerà.

La strage di san Valentino
È andata male anche al vescovo di Terni, mons. Piemontese. Anche lui ama trafficare con le salme dei santi, ma aveva obiettivi più modesti: trasferire i resti di San Valentino dalla basilica dedicata al santo, sede di una parrocchia, alla Cattedrale. Ha incontrato la strenua resistenza del parroco e dei parrocchiani. Presumeva di averli convinti ad accettare un trasferimento temporaneo in occasione della solenne celebrazione del santo patrono domenica 14 febbraio, in quella che è diventata la festa degli innamorati, e già pregustava, nel suo piccolo, il successo. Ma, se tra san Giovanni Rotondo e Roma dominava il macabro, qui si è passati al grottesco.
Secondo le cronache la protesta inizia nel tardo pomeriggio di venerdì 12, dopo la recita del rosario nella basilica parrocchiale. Mentre all'esterno un furgone aspetta il sacro carico, un gruppo di parrocchiani e residenti circonda l'urna delle sante ossa con le panche. I tecnici addetti allo spostamento vanno via, ma tornano dopo un po', in compagnia del vescovo. E intanto arrivano anche polizia e carabinieri. La parola d'ordine dei resistenti sembra essere “Dio ce l'ha dato, guai a chi ce lo tocca”. C'è una sorta di divisione sessuale del lavoro: le femmine, sedute sulle panche continuano a recitare il Rosario. I maschi fronteggiano il vescovo e i suoi collaboratori anche alzando la voce. Il vescovo tratta e fa promesse, ma senza risultati.
A mezzanotte in diocesi si rassegnano: nel giorno di sabato 13 e il giorno della festa patronale in Cattedrale sarà esposto il busto di San Valentino che si trova già lì, in cui – a quanto pare – è stata inserita qualche reliquia del santo martire. Un surrogato. Il vescovo raccoglierà dichiarazioni di solidarietà da vescovi, politici, associazioni, incluso un Consiglio Pastorale che supponiamo non composto da allevatori di pecore, ma questo non farà sbollire la sua ira che esploderà domenica 14 nell'omelia, nel corso del solenne pontificale del Santo dell'Amore, davanti al sindaco Di Girolamo, la presidente e il vicepresidente della Regione Marini e Paparelli, il prefetto Pagliuca. È un complottista il monsignore. Secondo Massimo Colonna e Chiara Fabrizi, i cronisti che sono la nostra fonte principale, parla di “una sceneggiata orchestrata ad arte da burattinai rimasti nell’ombra” ed estende a tutta la città che conta il sospetto di un gioco al massacro di voci tendenziose e infondate senza un dibattito pubblico e aperto. Tuona che non è questo il modo di reagire a una crisi profondissima (“la città che in Italia ha registrato l'aumento più alto della cassa integrazione”). Anche in un osservatore disinteressato il sospetto che sia in corso una guerra per bande è fortissima e il pensiero corre alla strage di san Valentino ordinata da Al Capone contro i suoi concorrenti.
Piemontese non tace sulla crisi economica della Curia: contento che i prelati coinvolti in inchieste giudiziarie siano stati scagionati, coglie “l'occasione dell'Anno Santo per sottoporre alla misericordia del Signore peccati o errori, che pure ci sono stati”. Non mi pare malignità leggere in questo un'allusione al gerarca ciociaro, il vescovo emerito Paglia.

Primati
Il 6, il 7 e l'8 febbraio, in collegamento con il Giubileo, si è svolta Fides, una fiera che ha rappresentato una novità nel panorama della città di Roma, già ai primi posti nel consumo di oggetti liturgici e devozionali. Negli spazi della Nuova Fiera di Roma i più importanti produttori nazionali ed esteri del settore si sono dati convegno per incontrare i commercianti al minuto e i rappresentanti di diocesi e parrocchie. Pare che ci siano novità nel campo degli aspersori: potranno debuttare già nella imminente campagna pasquale di benedizione delle abitazioni. Dall'Abruzzo – lo riferisce “Popotus”, il supplemento per ragazzi di “Avvenire” - è arrivato un oggetto da Guinnes dei primati, un rosario lungo 83 metri, con un perimetro, dunque, di 146, realizzato a Chieti da 30 volontari dell'Unitalsi. Potrebbe tornare buono per una più lunga resistenza delle parrocchiane di San Valentino, a Terni, nel caso in cui Piemontese tornasse alla carica.

Messico e nuvole
S'è esaurita intanto la missione giubilare di Bergoglio, nella nativa America Latina. A Cuba, di passaggio, ha incontrato il patriarca ortodosso di Mosca, per esprimere la speranza di una ritrovata unità delle Chiese. Lo ha chiamato “mio fratello Cirillo”. Qualcuno ha visto, in questo successo diplomatico, lo zampino del vecchio Castro.
Il soggiorno in Messico, cominciato con la celebrazione dell'anno giubilare e l'incontro con le famiglie nel prestigioso santuario della Madonna di Guadalupe, avviene in un paese dove oggi, anche per effetto delle politiche neoliberistiche, per il peso delle narcomafie e per la dilagante corruzione nella politica, nella polizia e nell'esercito, sembra vigere un'oppressione e una repressione più feroce che altrove, che si concreta nel numero dei desparecidos, soprattutto studenti, oppositori politici e attivisti sindacali. Non è solo opera dei narcos, ma di squadre di poliziotti travestiti. Bergoglio si è trovato peraltro alle prese con un episcopato molto chiacchierato, almeno in alcuni suoi importanti esponenti, per i favori resi ai politici (un discutibile annullamento del matrimonio concesso al presidente della Repubblica) e per la protezione concessa a preti pedofili: ha chiesto ai vescovi di prendere le distanze dal potere, dalla ricchezza e dalle sue pompe e recuperare la “limpidezza dello sguardo”. I discorsi, di durissima denuncia, rivolti al mondo del lavoro e ai migranti sono stati di sicuro i più importanti ed hanno incontrato molta risonanza in un subcontinente dove pezzi di Chiesa sono impegnati in lotte sociali. In essi il Papa ha usato categorie cui non ricorre spesso, come lo “sfruttamento”. Occorrerà una lettura più attenta per capire direzione e senso del messaggio.
Intanto, lasciando il Messico avvolto nelle sue torbide nuvole, Francesco è tornato in Vaticano. L'Anno Santo continua con il Giubileo della Curia Romana, del Governatorato e delle Istituzioni collegate alla Santa Sede. Serpi in seno.

"micropolis", febbraio 2016

La psicanalisi nel postmoderno (Remo Cesarani)

Siamo ormai in molti a sostenere (suscitando, ovviamente, non poche opposizioni e pareri in contrario) che a metà del secolo scorso, negli anni Cinquanta e Sessanta, c'è stata, nella storia dei paesi a capitalismo avanzato, una frattura, un grande salto epocale, che ha trasformato radicalmente i rapporti economici tra i soggetti in campo, i modi della produzione, le tecniche della distribuzione e della comunicazione, le abitudini e concezioni di vita, le culture, i nostri immaginari. Il quadro della periodizzazione storica ne è uscito trasformato: un primo lungo periodo, iniziato con il salto epocale della «modernità» tra Sette e Ottocento, proseguito nel secolo «breve» del Novecento (nel quale va a ricollocarsi anche la rivoluzione freudiana) e un secondo periodo, inaugurato dopo la metà del Novecento, a cui abbiamo convenuto di dare il nome di «postmodernità».
Di fronte a un cambiamento di tale portata, che ha avuto conseguenze profonde sui nostri modi di pensiero, sulla nostra percezione del tempo e dello spazio, sul nostro stesso essere e atteggiarci nel mondo, e che ha provocato grandi trasformazioni in gran parte dei nostri paradigmi culturali, come si pone la psicoanalisi? E’ un interrogativo al quale sono già stato sollecitato a rispondere in occasione dell’uscita di un numero speciale della rivista «Psiche» intitolato Il secolo della psicoanalisi che fu seguito da una pubblica discussione, a Padova.
La constatazione di un fatto storico di grande rilievo, da sola rende vacue tutte le operazioni che ragionano in termini di «centenario», di «secolo della psicoanalisi», e simili. Non c’è dubbio, mi pare, che la psicoanalisi, come movimento di pensiero e ambizioso progetto di liberazione della vita umana dal dolore e della civiltà dai suoi traumi originari e dalle sue persistenti storture, sia stata una delle espressioni più autentiche della ’modernità’, non a caso nata in quello straordinario laboratorio che è stata Vienna (accanto a Parigi e Londra, e in gara con esse) all’inizio del Novecento.
Il soggetto che viene posto al centro del lavoro analitico è, per ipotesi e per definizione, un soggetto modernamente forte, nonostante le interne lacerazioni e frammentazioni provocate da pulsioni profonde e da repressioni e censure provenienti le une e le altre da elementi strutturalmente e conflittualmente costitutivi della sua stessa soggettività. Il soggetto si pone come obbiettivo di comprendere quelle pulsioni e censure e trovare un equilibrio su un piano di forza e maturità superiore. La storia di sé che costruisce si presenta certamente sotto la forma di un modello narrativo lineare e totalizzante, quella che, con il linguaggio di Lyotard, possiamo chiamare una «grande narrazione» e che molte delle filosofie ed epistemologie contemporanee hanno messo in discussione. Possiamo anche aggiungere che mentre la psicoanalisi, nel corso di questo secolo, si è consolidata come pratica clinica, ha prodotto un ventaglio molto ampio di scuole, saperi, riforme e controriforme, ha offerto modelli di metodo interpretativo e nuclei di conoscenza a una quantità di altre discipline, tuttavia sembra non avere realizzato sino in fondo il suo obbiettivo più ambizioso: quello di contribuire (al pari di altri grandi slanci e progetti della modernità) a un reale avanzamento della ’civiltà’ umana. Come per quegli altri progetti, lo slancio è rimasto sospeso a mezz’aria. E ora, anche per la psicoanalisi si pone il problema se sia possibile recuperare quello slancio e quei progetti rimasti in sospeso, e in che modo, dentro la nuova condizione che ci è data.
Certo, bisogna riconoscere che la psicoanalisi, proprio perché così fortemente connotata e radicata nella modernità, ha conservato intatto un suo nucleo forte di impegno epistemologico e conoscitivo. Investita, come gran parte delle altre attività e discipline, dai processi di mercificazione che hanno largamente trasformato la nostra cultura (provocando, appunto, una sua riduzione a merce) ha ceduto molte frange e accettato qualche compromesso, ma molti ne ha rifiutati; nel complesso ha resistito bene.
Il soggetto che ora l’analista ha di fronte non è più lacerato o frammentato, forse neppure più stratificato come con metafora archeologica sosteneva la psicoanalisi classica, forse neppure sdoppiato e contraddittorio come con una metafora matematicologica e biologica sosteneva Ignacio Matte Bianco. È un soggetto debole e sfuggente, ha molto meno profondità e spessore, sembra quasi appiattito sulla sua superficie, che diventa per lui come un sottile specchio in cui si contempla come Narciso; è immesso in una rete di esperienze e percezioni veloci e multiformi, anch’esse deboli e passeggere. Anche il suo corpo è cambiato: è un aggregato di parti che fanno capo ciascuna a una medicina e una cosmesi diversa e specializzata, sostituibili attraverso i trapianti, manipolabili e modificabili attraverso la chirurgia plastica. Il suo corpo può ogni giorno prendere una forma diversa, assumere un look secondo la moda o la bizzarria del suo proprietario. Il mercato dei corpi e delle cliniche che li manipolano li trasforma in un insieme scoordinato di protesi e feticci. I gabinetti di ricerca delle industrie farmaceutiche, quelli più artigianali che producono le sostanze stupefacenti, mettono a disposizione del corpo pillole miracolose che trasformano le sue sensazioni, controllano le sue euforie e depressioni.
Le trasformazioni nel modo della produzione e nei rapporti fra produzione e consumo hanno a loro volta cambiato in forma radicale il mondo del lavoro e le forme dell’alienazione, e anche il rapporto tra lavoro e tempo libero: il nuovo soggetto, in molti dei lavori che fa (compresi quelli sempre più numerosi e differenziati appartenenti al terziario, alla comunicazione, all’intrattenimento, all’industria culturale) appare al tempo stesso molto più direttamente coinvolto nel processo della produzione e molto più isolato e parcellizzato dentro una rete ampia e inafferrabile di rapporti impalpabili, dentro una microfisica di relazioni, dati ed elaborazioni immateriali. Inoltre, il rapporto del nuovo soggetto con le strutture di potere (quelle della famiglia, quelle sociali) è anch’esso dominato da forze incontrollabili ed eterodirette. Il potere, secondo la diagnosi di Foucault, ci produce e però è sempre fuori dalla nostra presa: la metafora che esprime questa improvvisa mancanza di punti di orientamento e di presa è quella dell’impressione che non sia il cane a muovere la coda, ma la coda a muovere il cane.
La storia si riduce, per questo nuovo soggetto umano, a un perpetuo presente, senza gli insegnamenti del passato e senza le speranze del futuro. È, per usare l’espressione di Althusser, «un processo senza soggetto». La vita di relazione, quella degli affetti, ne risulta trasformata. Le ideologie, che erano anch’esse, nella loro forte capacità strutturante dei comportamenti individuali e collettivi, una delle caratteristiche principali della modernità, non sono, come spesso si sente dire, «finite», ma sono state sostituite da un’unica ideologia uniformante, omologante, potentemente silenziosa: l’ideologia della fine delle ideologie.
Ebbene, mi domando, può la psicoanalisi continuare a usare i suoi strumenti interpretativi e a praticare i suoi obbiettivi di decifrazione, ricostruzione, reintegrazione nella vita di relazione di un soggetto che vive in questa nuova condizione? Detto altrimenti: è possibile che degli strumenti di analisi creati, messi a punto e affinati per operare in una determinata condizione storico-sociale, vengano applicati a una situazione storico-sociale radicalmente diversa?
In favore di una risposta positiva stanno due considerazioni: 1) quegli strumenti costituiscono un modello euristico forte ma anche molto flessibile, come è dimostrato sia dalle esperienze del maestro viennese, che ha proceduto continuamente per ripensamenti, revisioni, aggiunte, sia, paradossalmente, dalla storia tumultuosa e spesso rissosa delle scuole psicoanalitiche, che si sono scontrate per anni e decenni proprio sui problemi del mantenimento ortodosso del modello o delle tante proposte di revisione; 2) capita a volte che la storia del pensiero e della scienza producano strumenti conoscitivi che sembrano nascere in un momento di distacco, di presa di distanza -Kenneth Burke avrebbe detto di «perspective by incongruity» - rispetto ai problemi e alle situazioni della contingenza storica in cui sono stati creati, e acquistare quindi un valore probabilmente non assoluto e totale, ma potenzialmente molto esteso e forte, e un’applicabilità a situazioni storiche molto diverse.
Questo credo si possa dire del modello di interpretazione freudiano della vita psichica dell’uomo e anche, nonostante le caducità storiche e le molte trasformazioni intervenute, anche del modello marxista di interpretazione della vita economica e sociale (anch’esso prodotto tipico della modernità, anch’esso messo in discussione a seguito della trasformazione postmoderna).
La forza del modello freudiano e di quello marxista credo stia nel fatto che entrambi hanno un referente esterno alla pura dialettica del rapporto fra momento storico da interpretare e soggetto interpretante, l’uno nella densa realtà della vita psichica, l’altro in quella della vita sociale, entrambe fornite di una lunga storia e di una certa autonomia.
Devo aggiungere un’avvertenza. Quei modelli freudiano e marxista di cui qui parlo sono strumenti complessi, flessibili, dotati di forti potenzialità ermeneutiche: non sono e non vanno ridotti al rango di metodi. L’idea del metodo come una utility intercambiabile, acquistabile nel grande super-mercato dei metodi, applicabile a piacere alle più diverse situazioni, secondo le circostanze e un pragmatismo abbastanza banale, è un’idea molto diffusa, perfettamente congeniale all’ideologia dominante nell’età postmoderna. La psicoanalisi può dare un contributo importante, con il suo distanziamento prospettico, di comprensione della nuova condizione di vita e dei nuovi soggetti sociali, in un mondo che sembra apparentemente molto facile da capire e però è straordinariamente complesso e sfuggente, solo se mette a disposizione tutto l’insieme delle sue capacità e procedimenti interpretativi, senza irrigidirsi e semplificarsi in questo o quel metodo, mostrandosi fedele a se stessa e al tempo stesso molto flessibile.


“il manifesto, 24 agosto 2000

Bolzano. Il preside che vietò i telefonini (Paola Mastrocola)

Fece scalpore qualche mese fa la notizia di un preside che scovava i telefonini accesi con un detector per attuare le norme che ne vietano l'uso. Ecco qui il commento di Paola Mastrocola. (S.L.L.)

Il preside di una scuola vicino a Bolzano è diventato famoso per aver proibito i telefonini a scuola. Cioè, non si è limitato a proibirli: li ha anche sequestrati, e ha sanzionato chi non ha rispettato il divieto. La notizia era su tutti i giornali: era una notizia! Evidentemente comportamenti così sono talmente desueti e forse inconcepibili dalle nostre menti malate di permissivismo, da sorprenderci tanto quanto un canguro che si aggiri in un supermercato spingendo il suo carrello tra gli scaffali.
Ma la cosa più bella è che le mamme sono andate a ringraziarlo, racconta lui, e gli hanno detto: «Lei è riuscito a convincere i nostri figli a stare disconnessi per un’intera mattinata».
No, sbagliato: non li ha convinti, gliel’ha vietato.
È diverso.


Il Sole 24 ore Domenica, 28 giugno 2015

Classici. Zola, un lamento delle tenebre (Luca Pietromarchi)

Con la pubblicazione del terzo volume dei Romanzi di Zola nella collana dei Meridiani giunge a compimento l’ambizioso progetto editoriale di offrire nove dei più significativi intrecci del naturalista francese in nuova traduzione. L’impresa, affidata a Pierluigi Pellini, è stata iniziata nel 2010 con il volume dedicato a Thérèse Raquin, L’Assommoir e Nana, seguito nel 2012 da Pot-Bouille, Au Bonheur des Dames e La joie de vivre. Il terzo tomo contiene tre delle massime cime del ciclo dei Rougon-Macquart, il grande massiccio centrale della storia del romanzo europeo ottocentesco: Germinal, La Terra e La Bestia umana, nelle rispettive traduzioni, tutte ammirevoli, di Giovanni Bogliolo, Donata Feroldi e Dario Gibelli (Mondadori, «I Meridiani», pp. 1920, euro 80,00). Questo insieme costituisce un vanto dell’editoria italiana ed è merito delle introduzioni del curatore, veri e propri saggi appassionati quanto informati, nonché del vasto e mai superfluo apparato di annotazioni che riassumono un secolo e mezzo di critica, aver dato la possibilità di una nuova lettura di quelli che rimangono, comunque, tra i romanzi più conosciuti della letteratura moderna.
Germinal anzitutto. Come la polvere di carbone che ricopre i corpi esausti dei minatori nei cunicoli sotterranei di Montsou, uno strato altrettanto spesso di interpretazioni critiche si è sedimentato sulle pagine di questo immenso romanzo. Realismo, naturalismo, indagine sociologica, documento politico, racconto mitico o visionario, romanzo di formazione sentimentale e sindacale: sin dalla sua pubblicazione nel 1885, la critica ha tentato tutte le vie per scalare questa montagna di carta nera d’inchiostro e di carbone. Per piantare sulla sua cima il cartiglio che doveva riassumere la funzione essenziale della letteratura: indignare, commuovere, convincere, rivoluzionare, seminare speranza o gettare rassegnazione.
Sono vessilli che il vento della storia ha moltiplicato e stracciato allo stesso tempo. La tensione patriottica che attraversa l’opera di Zola si spegnerà nelle trincee di Verdun, Freud metterà fuori gioco la fisiognomica di Lombroso, il sole dell’avvenire socialista che sorge nelle ultime pagine di Germinal è tramontato negli ultimi decenni del secolo scorso. L’anonimo capitalismo contro cui si scatena la furia dei minatori ha proseguito, come la locomotiva della Bestia umana, la sua corsa devastante e trionfante; del loro sciopero omerico la storia ha fatto un vuoto rituale, e l’indignazione si è raffreddata in indifferenza. Dell’odio sociale che incendiava lo sguardo di Lantier non rimane che sordo rancore personale: buono tutt’al più ad assassinare la propria moglie, e non, come nel romanzo, a castrare il padrone. In fin dei conti, nessuna delle promesse ideologiche di cui l’opera di Zola sembrava essere portatrice è stata mantenuta.
E tantomeno risulta rispettata la funzione che lo scrittore assegnava al romanzo, radicalizzando l’ambizione che già era stata di Balzac: spiegare l’occulta dinamica che governa il destino di ciascuno ricorrendo alle teorie ottocentesche della genetica o della fisiognomica. Quella vena rossa, rosso sangue e non politico, che doveva collegare natura e destino in base alle leggi dell’ereditarietà, è un filo che si è rivelato senza resistenza. Il padre non spiega il figlio, le tare familiari sono come dadi lanciati in aria: quasi mai la Bestia lascia indovinare la sua presenza attraverso le apparenze esteriori, che siano i tratti del volto, la forma del cranio o l’indole personale.
La Bestia. Prima ancora che Zola la nomini nel titolo del suo romanzo ferroviario per designare la locomotiva che devasta i paesaggi che attraversa e i destini che la incrociano, essa è l’espressione metaforica della cieca, immensa e violenta forza che attraversa tutto il ciclo dei Rougon-Macquart, animando le masse come gli individui, declinando la passione politica in pulsione erotica e assassina, coniugando Eros e Thanatos in una rappresentazione della vita pubblica e privata che ha l’afflato di un moderno racconto mitologico ed epico. La Bestia sta al cuore dei romanzi di Zola, e in particolare di questi tre, come il Minotauro è accucciato al centro del Labirinto.
In Germinal, il Labirinto sarà il villaggio operaio di Montsou che ruota attorno al Voreux, la miniera, vorace già nell’etimo, nelle cui viscere inghiotte e divora una dopo l’altra generazioni di minatori, e che alla fine si allaga come una sorta di Stige furioso, consegnando le sue vittime all’implacabile Capitale, che placido attende in superficie.
Già i primissimi lettori di Zola, primo fra tutti Jules Lemaître, avevano riconosciuto in questi romanzi un afflato epico, e in Zola il primo creatore di moderni miti. La critica zoliana, tra le più fertili del secondo Novecento – si ricordino i grandi saggi di Henri Mitterand, Michel Serres, Philippe Hamon – ha molto insistito su questo aspetto, senza evitare sempre il rischio di sottrarre la rappresentazione della Bestia alla sua crudità, facendone una forza metastorica che investe l’Umanità prima che il proletariato, la Folla, intesa come moderno soggetto epico, più che il popolo.
La notte nera che, in apertura di Germinal, avvolge il protagonista che muove i primi passi verso il suo destino facendo risuonare la cadenza di un verso alessandrino, risulta, in questa prospettiva, la grande e nera tela di fondo su cui la lotta tra capitale e lavoro si staglierà come una tragedia greca – «lamento delle Tenebre» dirà Huysmans – prima ancora che come terribile dramma sociale.
Ora, è questa tela che, nelle sue tre ampie, rigorose e allo stesso tempo vibranti Introduzioni, Pierluigi Pellini invita a sollevare. Per scorgere dietro di essa lo sguardo feroce della Bestia e riconoscere in ognuno di questi romanzi anzitutto «il romanzo della Bestia che abita nell’inconscio sociale e nell’inconscio individuale di un’umanità refrattaria a ogni idealizzazione». Per non dire a ogni forma di redenzione, secondo la lezione di Schopenhauer. È la Bestia che, nutrendosi della sua fatica, logora il sangue del lavoratore, ne acceca la coscienza, procurando, nel corpo sociale, come in quello degli individui, le più inaudite violenze, le ferite più sanguinose, gli stupri più efferati. In Zola la miseria non è una piaga della società, è anzitutto piaga del corpo, tumefazione della pelle, ferita subita e inferta. E quindi esibita in tutta la sua umana nudità e disumana violenza affinché risulti in controluce, ma immensa e imperdonabile, la pressione alienante del lavoro cui è sottoposto il minatore, il contadino, il macchinista.
Questa lettura giustifica la selezione del Meridiano di recente uscita, che presenta, dopo Germinal, due dei più violenti, neri, addirittura truculenti romanzi dei Rougon. La Terra è il romanzo del mondo rurale, come La Bestia umana è dedicato a quello delle ferrovie. Sono entrambi dominati dalla figura dello squarcio: anzitutto di quel velo idillico che il romanzo ottocentesco aveva steso sul mondo contadino, nonché di quello tessuto dal mito del progresso che rivestiva il ferro della locomotiva per farne un destriero lanciato verso un radioso futuro. Ma di future prosperità, agricole o industriali, non vi è qui traccia. Di nuovo, solo tracce di ferite e stupri arrecati da contadini piegati alla – piagati dalla – feroce religione del possesso della terra, che è «erinni e non alma mater», da cui ogni contadino è posseduto, come in Verga, primissimo lettore di Zola. Tra i ferrovieri, ferite e delitti sono il frutto dell’abbrutimento dovuto a turni di lavoro massacranti per servire una macchina che si nutre, Minotauro meccanico, di fatica umana, bruciandola come carbone. E lasciando dietro di sé nella notte due fanalini rossi come tizzoni, gli occhi della Bestia.
Né di destra né di sinistra, l’opera di Zola si rivela in questi romanzi anzitutto sinistra: «la sinistra rappresentazione, scrive Pellini, di un’esistenza disumana». Disattese le promesse rivoluzionarie che gli erano state attribuite, quest’opera che non spiega, che non redime, in cui la fatica rende il bene e il male indistinguibili, dove tutti sono colpevoli, vale per quello che mostra, ciò che la letteratura come la buona coscienza dinanzi a ogni scena di miseria preferisce ignorare: il fondo nero della miseria umana, dove la devianza è norma e la sopraffazione regola. E vale per quel che non dice, ma che essa suscita: pietà, orrore e compassione. Come dirà Zola di Germinal, ma può valere per tutto questo grande Meridiano: «opera di pietà, non di rivoluzione».


“alias domenica – il manifesto”,17.1.2016

Tradizioni ebraiche. Rompete i bicchieri (Giulio Busi)

Sposo ebreo procede alla rottura rituale del bicchiere
Un calice rotto in mille pezzi, con un bel rumore secco, e più fa fracasso, miglior fortuna porta. Del rito matrimoniale ebraico, antico e arcano, la rottura del bicchiere da parte dello sposo è il simbolo più enigmatico. È forse in memoria della distruzione di Gerusalemme, lutto portato sempre, anche nella festa più gioiosa? Oppure il cristallo che si spezza ricorda la frattura dei vasi cosmici, che per i cabbalisti ha dato origine al nostro mondo, rabberciato e tutto da riparare? Qualcuno pensa che quel gesto sia metafora dell’apertura dell’imene, una deflorazione in vetro.
A cercar tra le schegge, spunta però un ospite che nessuno vuole, un demone, o molti brutti ceffi suoi pari, che portano male, chi mai li ha invitati? Il botto, la coppa nuova schiantata a terra, potrebbero essere altrettanti accorgimenti per placare e scacciare le forze cattive, che a procurar danni ci vanno, appunto, a nozze. O almeno così era in antico, quando nacque l’usanza. A poco a poco, col rabbonirsi dei demoni (chissà se è vero!) e con il progresso, del vecchio malocchio s’è perso il ricordo, e son restati solo i frammenti sparpagliati tra moglie e marito. Uno per cerimonia, pensate quanti bicchieri rotti sono nascosti tra le pagine dei contratti matrimoniali, le ketubbot, della raccolta Fornasa di Sermide, nel Mantovano, di cui ora si pubblica il catalogo (Sofia Locatelli, Mauro Perani, Le ketubbot italiane della collezione Fornasa, Giuntina, Firenze). Da Ancona a Firenze, da Roma a Mantova, e fino a Gibilterra, e dal Seicento fino all’Ottocento, decine e decine di pergamene ricordano nomi, date, luoghi, e raccontano di un giudaismo italiano tenace e gioioso. Dei demoni nessuna traccia. Che si tengano pure i loro cocci - basta che se ne stiano alla larga, che qui ci si ama.


Il sole 24 Ore Domenica, 28 giugno 2015

Per un mondo di pace. L'“Adone” del cavalier Marino (Paola Mastrocola)

Ci sono opere che non leggeremo più. Che già noi non abbiamo letto, e meno che mai leggeranno le nuove generazioni. L’Adone, per esempio.
Io sono stata fortunata, ho potuto conoscere almeno in parte questo grandioso e sorprendente poema, il più lungo della nostra letteratura, perché ai miei tempi insegnava a Torino Marziano Guglielminetti, che dell’Adone è stato un grande studioso. E ora sfoglio per caso una rivista che mi arriva a casa, «Vita e Pensiero», e trovo un articolo di Marc Fumaroli proprio sull'Adone (n. 1,2015). «Un poema italiano che predicava la pigrizia e la voluttà», dice Fumaroli, l’effeminazione, la devirilizzazione dell’eroe epico e dell’aristocrazia guerriera.
L’Adone in effetti, che il nostro Giovan Battista Marino scrive durante tutta la vita e pubblica nel 1623, celebra non la guerra e l’eroismo delle armi, ma un mondo di pace, dove al massimo un infortunio di caccia può incarnare la tragedia. Per questo, dice Fumaroli, il grande poema del Marino, subito condannato dalla Chiesa perché morum corruptivus, fu radicalmente ostracizzato in Francia: non si poteva tollerare una «apologia della civiltà come deliziosa decadenza e non come progresso duramente conquistato e da spingere sempre più avanti». L’Adone era un vero e proprio programma politico pacifista, era l’idillio portato a dimensioni epiche, era «la fine della storia», l’esaltazione dell’amore, della riflessione e della memoria, senza azione, senza eroismo: era «l’allegoria della felicità, certamente fragile e fugace, ma di gran lunga preferibile all’inferno sulla terra: la guerra». La politica di Richelieu non poteva tollerarlo.
Noi dovremmo rileggerlo. O meglio, leggerlo. Per esempio nelle scuole, dove invece, da sempre, si salta. Noi che oggi siamo una (deliziosa?) civiltà decadente.

Il Sole 24 ore Domenica, 28 giugno 2015

Raccontare la fame (Raffaele Liucci)

Di fronte alla «miseria disperata e inumana del Terzo e Quarto Mondo», ha scritto Norberto Bobbio, «parole come Democrazia, Stato pluralistico, Diritti dell’uomo sembrano perdere qualsiasi significato». Riusciremo mai, noi occidentali satolli, a condividere le sofferenze di chi sconta questa condizione estrema? Ci prova ora lo scrittore argentino Martin Caparrós (La fame, Einaudi, Torino) con un tomo di oltre 700 fitte pagine: un lavoro ricco di brillanti reportage sul campo, ma con troppe glosse, digressioni, arringhe. Un buon libro è fatto anche di lacune ed elisioni, altrimenti diventa un calderone indistinto. Senza contare gli accostamenti talvolta fuorvianti: per esempio, tra la fame sofferta dalla sua bisnonna nel ghetto di Varsavia assediato dai nazisti e la fame “strutturale” che affligge il Kenya o il Sudan.
L’autore rifulge soprattutto quando, dismettendo gli abiti del pamphlettista, esplora le terre flagellate. La fame, lo ammette lui stesso, «non esiste al di fuori delle persone che la patiscono». Gli incontri sono ben cesellati. Aisha, nel profondo Niger, sogna di possedere due vacche, mentre intorno il viso dei bambini denutriti assomiglia a quello di «un vecchietto triste».
I sarti e le modiste del Madagascar, costretti a cambiare mestiere da quando il Paese è stato invaso dagli «abiti dei morti, i resti che l’Occidente ricco manda all’Africa». I disperati argentini, all’assalto dei cumuli di spazzatura nelle discariche. S’alternano gli scenari, ma i protagonisti hanno tutti un tratto in comune: trascorrono i propri giorni domandandosi ogni sera se potranno mangiare l’indomani. Per alcuni il cibo concupito è una palla di miglio, per altri, nei bassifondi della luccicante Chicago, una scatoletta di junk food.
È anche un viaggio attraverso il nostro passato rimosso. Nelle lande africane e asiatiche bistrattate dalla Storia, la vita materiale riecheggia alla lontana quella dell’Europa preindustriale («il mondo che abbiamo perduto» del celebre studio di Peter Laslett). Una vita senza luce elettrica, acqua corrente, WC, riscaldamento, medicinali, densa di rumori e afrori intollerabili ai nostri pregiati sensi. Una vita promiscua, in cui il creato si estende al massimo per qualche chilometro, il tempo libero non è ancora stato inventato e la vecchiaia resta un problema ipotetico, giacché quasi tutti spirano prima di deteriorarsi. Una vita regolata, semplicemente, dalla legge del più forte. Onde il sentimento ambivalente in noi lettori. Caparrós vorrebbe persuaderci dell’oscenità della nostra epoca, in cui la fame non è più dovuta alla mancanza di cibo, bensì alla sua cattiva distribuzione. Eppure, il nostro imperfetto Occidente è stato capace di conquiste dietetiche altrove impensabili.
Le pagine più conturbanti sono riservate alla “teodicea”. L’autore parla con decine di affamati e alla fine pone loro sempre la stessa, inquietante domanda: «Come può Dio aver creato un mondo con così tante persone che non hanno abbastanza cibo?». Nessuno degli intervistati nega la legittimità di un essere superiore: «Dio vuole così, che possiamo farci...»; «i poveri devono pregarlo per avere qualcosa da mangiare»; «questo lo sa solo Lui, non io. Per questo è Dio». L’ateo Caparrós se ne rammarica: «Credevamo di esserci liberati delle religioni. La loro ricomparsa è uno dei colpi più duri di questi anni». Ma come stupirsi se quanti «si destano dal sonno sapendo di non avere più speranza» (Thomas Bernhard), s’illudono di scorgere il senso della vita in un roseo futuro ammannito dal Cielo?


Il sole 24 Ore Domenica, 28 giugno 2015

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