25.3.18

Benedico il lavoro... Una poesia di Marina Cvetaeva


Benedico il lavoro d’ogni giorno,
benedico il sonno d’ogni notte.
La grazia del Signore e - del Signore il giudizio,
la buona legge e - la legge della pietra.

E la mia porpora polverosa con tanti buchi...
E il polveroso bordone tutto raggi!
Ancora, Signore, benedico - la pace
in casa d’altri e il pane nel forno altrui!

21 maggio 1918

da Poesie, a cura di Pietro A. Zveteremich, Feltrinelli, 1979

Un mondiale nomadismo... Una poesia di Marina Cvetaeva

Un mondiale nomadismo è cominciato nel buio: 
sono gli alberi che vagano sulla terra notturna. 
Sono i grappoli che fermentano in vino dorato, 
sono le stelle che di casa in casa peregrinano, 
sono i fiumi che il cammino cominciano a ritroso!
E io ho voglia di venire da te sul petto - a dormire.

14 gennaio 1917

da Poesie, a cura di Pietro A. Zveteremich, Feltrinelli, 1979

Sessantotto. Le allegorie di Franco Fortini (Luca Lenzini)


[Intervento al ciclo Franco Fortini e gli anni 68, coordinato da Pier Paolo Poggio, Fondazione Luigi Micheletti, Brescia, 2 ottobre 2017, nell’ambito del centenario della nascita di Fortini.]

Quando mi è stato chiesto di intervenire su Fortini e il ’68 ho pensato che un modo per affrontare un tema così impegnativo, e con una bibliografia tutt’altro che esigua, poteva essere quello di partire da un flash, da un momento specifico, lasciando alla discussione il compito di tentare sintesi e svolgere discorsi più ampi. Un episodio significativo, da leggere nel contesto del lungo lavoro intellettuale di Fortini, del suo “impatto” sulla cultura circostante, mi è parso allora quello che data all’anno precedente, 1967: per la precisione 23 aprile 1967.
Firenze, piazza Strozzi. La piazza è colma di studenti convenuti per una manifestazione contro la guerra del Vietnam. Dal ’65 gli Stati Uniti bombardano il Vietnam del Nord con una intensità che supera di molto quella della campagna contro la Germania nazista: è l’operazione Rolling Thunder, che tuttavia non impedirà, come sappiamo, la vittoria finale dei vietnamiti. Anche a Berlino, a Pechino gli studenti sono in rivolta, e di lì a poco lo saranno a Berkeley (“The Summer of Love”). Proprio quel giorno era arrivata, inoltre, la notizia del colpo di stato in Grecia. Anni dopo, ha scritto Fortini (cito da Notizie sui testi in F. Fortini, Saggi ed epigrammi, Mondadori, Milano, 2003, p. 1794): “Quando venne il mio turno, il comizio durava già da quasi due ore, veniva buio, gli studenti accendevano le fiaccole. La tensione della folla non pareva davvero diminuita. Altri interventi dovevano seguire il mio, disponevo appena di un quarto dʼora. Ero scorato e furioso: perché il colpo dei colonnelli greci aveva fornito agli oratori della opposizione ufficiale la possibilità di attingere all’eterno repertorio antifascista e di evitare il discorso di fondo sul Vietnam e perché mi chiedevo come mai, contro le mie convinzioni, avessi accettato di parlare. So che non devo recitare da tribuno, non è la mia parte, i letterati che si fanno microfono politico mi ripugnano. Ma c’era odio e collera sempre più esasperata per il modo, sempre più sicuro di sé, tenuto per ucciderci. Dico, i vietnamiti; ma anche noi, anche se in altre forme. Di “finirci”; un verbo molto esatto. Di farci vomitare la vita in una fogna sempre più stretta. Lessi allora quei foglietti con impeto. Il consenso mi parve molto grande”.
L’intenzione degli organizzatori della manifestazione era di creare un fronte unito di protesta contro la guerra in Vietnam tra le diverse anime della sinistra parlamentare, quella socialista, comunista, cattolica. Avevano aderito autorevoli personalità di varia estrazione politica come Lelio Basso (Psiup), Tristano Codignola (Psi), Giorgio La Pira; era presente il primo sindaco di Firenze dopo la guerra, il comunista Mario Fabiani (allora senatore del Pci). L’intenzione unitaria e di ordine pacifista della serata, tuttavia, non era pienamente sintonizzata con gli umori e le aspettative dei giovani presenti in piazza Strozzi, in buona parte studenti universitari (ma non solo); e l’intervento di Fortini arrivava, in quel frangente, a sparigliare le carte. Non l’unità del fronte istituzionale gli stava a cuore, infatti; anzi le sue parole andavano in direzione opposta: «Storia ed esperienza mi hanno insegnato / che si deve oggi tendere non ad unire ma a dividere. / A dividere sempre più violentemente il mondo, / a promuovere l’approfondita, la sola vera, la sola feconda divisione, / divenuta sempre più chiara, dolorosa e necessaria, / per entro l’unità creata dal mercato internazionale, / per entro l’unità determinata dal potere e dall’oppressione. / Vuol dire anzitutto distruggere le false divisioni del passato, / vuol dire vedere identificare interpretare / l’unità confusa e corrotta che oggi esiste.» (Intervento alla manifestazione per la libertà del Vietnam, in Saggi ed epigrammi cit., p. 1402).
Numerose sono le testimonianze su quella serata, che si concluse con degli scontri sul lungarno davanti al consolato americano. Stigmatizzando la posizione fortiniana, Giuseppe Zagarrio sul «Ponte» osservò all’indomani che la manifestazione di piazza Strozzi si inseriva in «tutta una tradizione di pazientissime tessiture ideologiche e politiche», quella che aveva caratterizzato la storia della «sinistra italiana dagli anni dell’antifascismo a oggi» (G. Zagarrio, Fortini a Piazza Strozzi, «Il Ponte», XXIII, 5, 31 maggio 1967, p. 568); e così era, ma il fatto è che dal punto di vista di Fortini, cioè di uno che, proprio allora – Verifica dei poteri era uscito due anni prima – con i rituali dell’antifascismo voleva aver a che fare non più di quanto fosse interessato alle strategie di autolegittimazione dei partiti ufficiali della sinistra, il punto era decisamente un altro e quel punto fu perfettamente inteso dagli studenti presenti. In quel momento, infatti, si affacciava alla storia un nuovo soggetto, una collettività ancora non pienamente autoconsapevole di sé ma in movimento e (avrebbe detto Sartre) in via di “fusione”: è a quel soggetto in formazione che parlava Fortini, catalizzando e spingendo a maturazione «l’unità confusa e corrotta che oggi esiste».
Il discorso fortiniano in piazza Strozzi è rilevante, tuttavia, non solo e non tanto per i motivi della divisione e del conflitto in sé, enunciati in esordio, quanto per il modo peculiare in cui questi temi erano da lui interpretati, tradotti nel qui e ora. Egli procedeva da una precisa e provocatoria assunzione o meglio identificazione, che a sua volta implicava una netta divisione presente sia all’interno del paese, sia dentro alle soggettività (ovvero dentro la cultura ricevuta e lo stesso inconscio di ognuno): «Quando gli Stati Uniti producono la metà di tutto quel che il mondo produce, / quando la metà di quel che mangiamo leggiamo impariamo è / prodotto direttamente o indirettamente dalla potenza economica e industriale / degli Stati Uniti / questo significa che noi siamo per metà americani / e che dobbiamo non solo saperlo ma accettarlo / perché è un modo per dire che siamo cittadini di quel mondo / che dall’interno del capitale si dibatte contro il capitale». Dunque noi, il noi storico convocato in quel luogo e in quel tempo, dice Fortini, «siamo già Stati Uniti»; ma per un’altra metà, dice ancora, «noi siamo Vietnam. Siamo / quel che in politica economia cultura / tutto il Vietnam sarebbe stato / non avesse scelto, in una sua parte, di morire piuttosto. / Non avesse scelto questa strada, / non avessero scelto di essere pietra d’intoppo della favola coesistenziale, / pietra sulla via della controrivoluzione esportata, / non avessero scatenate contraddizioni altrimenti latenti, / gli Stati Uniti / col garbo di cui talora non mancano, con quello / che il linguaggio delle loro “relazioni umane” chiama good will, / li avrebbero accolti come federati nel loro impero. / Avrebbero loro assegnato un preciso tasso di sviluppo / – in armonia con i loro interessi mondiali – / e oggi i Vietnamiti starebbero “bene”, / come noi, più o meno, stiamo “bene” / nelle città nelle scuole negli ospedali nella amministrazione. / Avrebbero avuto anche una buona ed apolitica protezione sindacale. / E dopo vent’anni avrebbero anche potuto forse / nazionalizzare la loro industria elettrica.» (Intervento… cit., p. 1403-1404).
Insomma e a farla breve, niente «pazienti tessiture», in piazza Strozzi. Non a ragionamenti legati alla gestione del potere, con ogni evidenza e intenzionalmente, apparteneva il discorso di Fortini; né la sua lingua era la stessa dei media e dei funzionari di partito, inchiodata agli stereotipi, alle mezze verità di rapida presa e breve respiro (come la sclerotizzata contrapposizione URSS – USA, o l’uso edulcorato della Resistenza, l’appello a valori generici…). Proprio per questo la sua voce è ascoltata: ha dei destinatari attenti, quella sera, alle divisioni che attraversano ognuno e il mondo e al mondo guardano (per usare categorie brechtiane) dal basso e non dall’alto; destinatari che non si contentano né delle formule né delle convergenze “parlamentari”. Non a caso un futuro dirigente della Rai lottizzata prontamente censurò quel discorso su «Rinascita»: «Quando Franco Fortini, in mezzo a tante altre deliranti affermazioni, giunge a dire che sul Vietnam non ci si unisce ma ci si divide, o gruppi di provocatori fischiano Codignola o La Pira che aderiscono senza equivoci e reticenze alla lotta per la pace e la libertà del Vietnam, allora esiste un ostacolo, un pericolo che dobbiamo abbattere e spazzare via» (C. Petruccioli, Sul Vietnam ci si unisce, «Rinascita», XXIV, 17, 28 aprile 1967, p. 5).
Il finale in stile alquanto squadrista non inganni: a suo modo il giovane redattore di «Rinascita» aveva fiutato il pericolo di una convergenza dal basso sui temi e le prospettive indicate da Fortini; e quanto all’ostacolo, nel suo zelo conformista e nel tentativo di esorcizzarne la forza d’urto, aveva pur colto nel segno. Lo stesso discorso di Fortini accennava al motivo della «pietra d’intoppo», motivo che per l’appunto, con le sue ascendenze bibliche, rappresenta uno dei luoghi cruciali – insieme metafora e modo d’essere – del suo lavoro d’intellettuale; del resto, aveva osservato Walter Benjamin nel ’39, commentando Brecht, che «per chi non taglia più la strada a nessuno e non conta più molto non può accadere più nulla d’importante, che non sia la decisione di mettersi in mezzo ed obbligare gli altri a tenerne conto» (Commenti a poesie di Brecht, del 1939, ora nel vol. VII, Scritti 1938-1940, delle Opere complete di Walter Benjamin, nella traduzione di E. Filippini; qui cito dalla versione di Renato Solmi, Introduzione a W. Benjamin, Angelus novus. Saggi e frammenti, Einaudi, Torino, 1962, p. XXXI). Ma la storia del mettersi in mezzo o di traverso di Fortini è lunga: comincia almeno ai tempi del «Politecnico» (cioè all’indomani della Liberazione) e in realtà non finisce che nel novembre del ’94, quando entro un orizzonte completamente, radicalmente mutato da quello del 1967 (non solo in Italia, bensì nel mondo), non si stancherà di ripetere: «Bisogna spingere la coscienza agli estremi. Dove, se c’è, c’è ancora e per poco. Quando non si spinge la coscienza agli estremi, gli estremismi inutili si mangiano lucidità e coscienza» (Lettera all’assemblea per la libertà dell’informazione, in Saggi ed epigrammi cit., p. 1754). Ma tornando al ’68 e per concludere (senza conclusioni), ricorderò un’osservazione sullo «spirito del ’68» che si legge nella prefazione all’edizione del 1973 di Dieci inverni (1957).
Osserva qui Fortini: «nel ’68 criticai [quello spirito] per le sue stoltezze ma […] oggi, quanto più è attaccato da quelli medesimi che allora si misero a quattro zampe davanti agli studenti contestatori, tanto più appare uno dei punti alti della coscienza sovversiva a misura mondiale, dei nostri tempi» (F. Fortini, Dieci inverni. Contributi a un discorso socialista, Bari, De Donato, 1973, p. 15). In proposito va aggiunto che se Fortini non mancò di criticare lo spirito del ’68 (Il dissenso e l’autorità è il testo più noto in questo senso, apparso originariamente su «Quaderni piacentini», VII, 34, maggio 1968, pp. 91-100 e poi ripreso in Questioni di frontiera. Scritti di politica a di letteratura 1965-1977, Torino, Einaudi, 1977), è tuttavia altrettanto certo il suo contributo a quella «coscienza sovversiva a misura mondiale» (non bisogna separare sovversiva da mondiale) di cui egli parla retrospettivamente nel saggio del ’73 ma anche in poesia, per esempio in Questo muro e in Paesaggio con serpente. Nello stesso passaggio di Dieci inverni si noterà l’orgoglio, non esibito ma nemmeno celato, di un’altra annotazione sul libro: «Anche in queste pagine […] hanno parlato o conversato coloro che, con me, anni dopo, hanno portato ad una svolta e a una rottura nell’amministrazione ordinaria del pensiero socialista nel nostro paese».
Se allora scriveva così, Fortini, era per difendere il libro del ’57 da «chi lo accusa di mancanza di rigore e di non esser stato scritto da Sartre o da Adorno o da Marcuse»: difesa che gli consente di nominare come compagni di strada, per inciso, alcuni dei nomi più influenti per la generazione del ’68, tutti ben presenti (non a caso, con Fanon, Malcom X, Chomsky, Foucault, Mandela) nell’antologia di Laterza Profezie e realtà del Novecento, che insieme a Verifica dei poteri (dello stesso anno, 1965) rappresenta uno dei vertici, e non solo in Italia, della riflessione sulla società contemporanea in quel giro cruciale di anni. «Rottura nell’amministrazione ordinaria del pensiero socialista»: formula eufemistica, per non dire cancelleresca; si trattava, in realtà, dell’esito di un processo (più che un evento) con una sua lunga e tormentata storia, che per Fortini aveva conosciuto una svolta decisiva proprio intorno al ’56-57, allorché – restituita la tessera del Psi ricevuta da Silone durante l’esilio svizzero, e consumatesi le tragedie di Polonia e di Ungheria – gli era parso che il comunismo potesse tornare ad essere «quello che abbiamo sempre creduto dovesse essere, e cioè “l’erede della filosofia classica tedesca”» (p. 53). Per giungere a una tal conclusione, aveva dovuto prima constatare – lo dice Il senno di poi – che «dai partiti socialisti e comunisti non poteva venir nulla» (ivi, p. 37), e che dunque i compagni erano da cercare altrove, fuori dalle formazioni politiche ufficiali e tra i più giovani; e anzi occorreva farsi, con le sue parole, «allievo di coloro che quasi potrebbero essermi figli» (p. 55).
Chi erano, allora, si chiederà il lettore di oggi, questi figli di cui Fortini si fece allievo? Erano i giovani che (come egli stesso ha notato altrove) in netto dissenso con la politica dei partiti della sinistra, rifiutavano tanto il ruolo del dirigente politico quanto quello di ideologi di una cultura “alternativa”; in primo luogo, i componenti del gruppo di «Discussioni» (Renato Solmi, Delfino Insolera, Luciano Amodio, Michele Ranchetti, Roberto Guiducci, Sergio Caprioglio, Cesare Cases, Claudio Pavone), poi quelli di «Ragionamenti»; più avanti i redattori di «Quaderni Rossi» e di «Quaderni Piacentini» (Raniero Panzieri, Sergio Bologna, Edoarda Masi, Piergiorgio Bellocchio, Grazia Cherchi, Goffredo Fofi); ma poi sempre, dialogando e battagliando con sodali e avversari, il discorso di Fortini è ai giovani che sarà rivolto, fino ai suoi ultimi giorni.
Un’annotazione finale per la discussione, infine. Dentro le scritture in versi e in prosa di Fortini, insieme a tante altre cose, c’è anche una specie di storia o meglio, forse, allegoria di quella «coscienza sovversiva» di cui parlava (o piuttosto, su cui scommetteva) Dieci inverni: storia che può essere narrata come parabola consumatasi tra due momenti esemplari, due funerali, che coincidono con due svolte di segno opposto (di fine l’una, e di cominciamento l’altra). Se in Pasolini è il funerale di Togliatti (in Uccellacci e uccellini, 1965) a fare da crinale, in Fortini lo è quello di Raniero Panzieri, ottobre 1964; mentre a chiudere il periodo è quello di Giuseppe Pinelli, dicembre 1969. Quest’ultimo, da lui raffigurato anche in un dipinto, è raccontato in una prosa dell’Ospite ingrato; datata dicembre 1969, vi si legge (cito da Saggi ed epigrammi cit., p. 1003): «Non so come ma ho la certezza che con la strage di pochi giorni fa, l’orrendo coro dei giornali e questo assassinio del Pinelli, è davvero finita una età, cominciata ai primi del decennio». Quanto al primo, quello di Raniero Panzieri, in una testimonianza retrospettiva, dopo aver osservato che al funerale era stata rifiutata «qualsiasi presenza di partito nonostante egli fosse stato un militante della sinistra italiana», Fortini aggiungeva: «ma la cinquantina di persone che quella sera erano al cimitero di Torino, pochi anni dopo erano alla testa del movimento operaio e studentesco.» (“Radio 3 Antologia”, intervista a cura di Mirella Fulvi, Guido Barbieri e Michele Gulinucci, marzo 1988). È forse su questo genere di allegorie che dovremmo interrogarci, ancora e di nuovo, oggi, per combattere gli «estremismi inutili» ma anche per decifrare «l’unità confusa e corrotta» dentro e intorno a noi.

Sito della Fondazione per la critica sociale, 9 gennaio 2018

Letteratura americana. L’eterno ritorno di Bellow e Roth (Giulio D’Antona)

Philip Roth

Le storie che compongono l’epopea della letteratura moderna americana sono per la maggior parte avvolte in un’atmosfera d’altri tempi: Dick Stern che convince Philip Roth a scrivere Goodbye, Columbus (1959) dopo aver mangiato un hamburger in condizioni igieniche precarie, John Cheever e Raymond Carver che si ubriacano tra i dormitori dell’Iowa Writers’ Workshop, Bernard Malamud che vive di una mela e un litro di caffè al giorno in un palazzo che aspetta di essere demolito. Probabilmente è vero che le leggende nascono in un minuto come bugie e impiegano anni a essere ricordate come verità, ma pare che il panorama letterario americano si sia fermato al mito dei primi settant’anni del Novecento.
Allo stesso modo, i romanzieri esordienti pescano miti e ispirazione a due generazioni di distanza dalla propria. Non è un caso se la rivisitazione del passato ricorre tanto prepotentemente tra gli esordi: tornare indietro è il modo per avvicinarsi ai propri modelli.
Molti dei giovani autori che alimentano il famoso milione di libri stampati all’anno trovano i loro riferimenti stilistici in maestri del secolo scorso, saltando a piè pari e quasi completamente un blocco di scrittori attivi dagli anni Ottanta in poi, che evidentemente non ha lasciato granché di sé ai posteri. Ci sono eccezioni notevoli e notevolmente incredibili, ma è molto più facile distinguere in un romanzo d’esordio echi illustri di Joan Didion, Joyce Carol Oates, Don DeLillo, Arthur Miller, Kurt Vonnegut o J. D. Salinger, piuttosto che George Saunders, David Foster Wallace, Elizabeth Strout o Chuck Palanhiuk. Le nuove generazioni, a quanto pare, preferiscono evitare i loro professori per riferirsi, paradossalmente ma non inaspettatamente, a quelle che sono state le fonti di ispirazione di chi gli ha insegnato l’arte.
La quasi totalità della letteratura americana di oggi, declinata su centinaia di nuovi autori all’anno e un’infinità di diverse categorie di lettura, si rifà a un pugno di autori di stampo classico e al vecchio, rassicurante, mito del grande romanzo.

Il canone di Bellow
In una raccolta di saggi uscita da poco in Italia, intitolata Troppe cose a cui pensare – curata da Benjamin Taylor e tradotta da Luca Briasco per SUR – Saul Bellow, premio Nobel nel 1976, delinea bene i confini di queste due generazioni fondanti. Gli ultimi maestri riconoscibili prima della pioggia di autori intercambiabili, formati in catena di montaggio dall’automatizzazione dell’insegnamento della scrittura creativa e dalla sete dell’industria d’intrattenimento di massa.
Tra il 1951 e il 2000, Bellow ha definito i suoi contemporanei assieme ai loro predecessori e contribuito a lasciare ai posteri affamati di modelli condivisibili un canone al quale fare riferimento. Allo stesso tempo, ha sperimentato e tagliato su misura una lingua nuova per la nascente nonfiction letteraria, profondamente influenzata dalla narrativa. «Si dice che i romanzieri utilizzino la mano sinistra, quando si occupano di saggistica», ha scritto una volta Martin Amis sul “New York Times”. «Ma posso testimoniare che Bellow è ambidestro». Un’abilità, non a caso, poi condivisa da Joan Didion, John McPhee e Susan Sontag, per citare alcuni esempi notevoli.
Nel panorama fondativo che Roth, allievo principale di Bellow e suo più grande promotore, ha definito come «colonna vertebrale della cultura americana», quel brodo primordiale evoluto che ha contribuito a fissare le basi per la letteratura a venire, ci sono i maestri dei maestri, i colleghi e i successori. Tra i primi è il caso di citare Ernest Hemingway e Vladimir Nabokov, che Bellow rilegge con devozione e senso critico, interrogandosi continuamente sul valore oggettivo delle opere che lo hanno formato e immergendosi tanto nella lettura da chiedersi a un certo punto: «Cosa c’è di attraente nella narrativa?». È una domanda che rimane senza risposta, a dirla tutta, ma che aleggerà come uno spirito infestante sulle teste di chi se ne occuperà di lì in poi.

La famiglia salingeriana
Pensando a Salinger e riferendosi soprattutto al ciclo di racconti e romanzi brevi che hanno come protagonista la famiglia Glass – contenuti in Nove racconti, Franny e Zooey e Alzate l’architrave, carpentieri e Seymour, pubblicati in Italia in varie edizioni Einaudi – Bellow individua il futuro della famiglia perbene, che, con le sue macchie evidenti e i suoi segreti inconfessabili, diventerà la protagonista di un gran numero di romanzi a venire. I ragazzi Glass, puri di cuore e di mentalità aperta ma non per questo privi di di un’anima scura, sono il prototipo sentimentale e patologico dei Lambert in Le correzioni di Jonathan Franzen e dei Leary di Matthew Thomas in Non siamo più noi stessi, ad esempio. La buona linfa della classe media americana, impegnata giorno dopo giorno a superare la propria ambizione all’equilibrio emotivo. Volendo fare un passo oltre, ma accostandosi meglio all’origine salingeriana, i Glass sono i Tenenbaum del film di Wes Anderson, i Berkman di Il calamaro e la balena e i Meyerowitz di Noah Baumbach. Bellow, anche in questo caso, ha designato un punto di partenza, invariato settant'anni più tardi.

Roth, l’intellettuale riluttante
Nel saggio dal titolo La palude della prosperità definisce il primo libro di Philip Roth «un esordio che non è un esordio, nato con i capelli, le unghie e i denti», e regala al mondo il suo figlio prediletto. Roth – del quale uscirà in Italia il primo dei “Meridiani” Mondadori, curato da Elèna Mortara e che raccoglierà le opere dal 1959 al 1986 – è probabilmente il più influente tra gli scrittori americani del secondo Novecento (assieme soltanto a Don De Lillo). La sua figura, quella del romanziere spaesato ma in qualche modo altero, dell’uomo libertino ma sempre impegnato in goffi tentativi di riparare ai propri danni, contemporaneamente vittima e artefice della propria rovina, debole ma abbastanza risoluto da decidere di smettere di scrivere, è diventata il modello fisico dell’intellettuale riluttante. La sua scrittura è la base di partenza e lo standard a cui tendere, tragicamente comica e comicamente spiazzante.
Nel “Meridiano” assistiamo alla nascita di Nathan Zuckerman, che sarebbe riduttivo definire un alter ego e ridondante definire un personaggio. Zuckerman, che fa la sua comparsa in My Life as a Man del 1974 come creatura e si afferma come protagonista in Lo scrittore fantasma del 1979, è la copertura della copertura: il modo che Roth ha escogitato per non far trapelare niente di se stesso attraverso le maglie strette della narrativa. Oppure per rivelare tutto dando l’impressione di non farlo. Si tratta nuovamente di un primato, poi riciclato e riutilizzato dalle nuove leve e dagli estimatori. Mai, fino ad ora, eguagliato.

La linea ebraica
La linea che passa tra Bellow e Roth, prendendo idealmente avvio da Franz Kafka e Sholem Aleichem, ramificandosi in Isaac Bashevis Singer, Salinger e Bernard Malamud, per poi confluire nel genio comico di Fran Lebowitz e in Norman Mailer ed essere trasmessa a Gary Shteyngart, Nathan Englander e Shalom Auslander come un’eredità, è riconoscibile nell’identità ebraica. Bellow si è interrogato spesso sulla matrice dei suoi scritti e su quanto l’ebraismo li abbia influenzati, concludendo di poterne fare a meno ma, contemporaneamente, lasciando ai suoi successori un ennesimo argomento di discussione. È una storia che si ripete: di maestri, sempre gli stessi, e allievi sempre nuovi, dei quali è difficile tenere traccia.
Da una parte ci sono due generazioni di talenti inscalfibili che prendono spunto l’una dall’altra per modellare la nuova letteratura americana, tra ubriacature nei campus, critici schiaffeggiati e discussioni sulle verande delle case di campagna. Dall’altra c’è Franzen che si ribella a Oprah nel tentativo di acchiappare la maggiore fetta di pubblico possibile: non un bello spettacolo.

Pagina 99, 3 novembre 2017

L’algoritmo è innocente, Facebook e Google no (Lelio Simi)


Gli algoritmi stanno diventando sempre più complessi e complicati, il loro utilizzo si sta espandendo in settori che fino a poco tempo fa non avremmo mai immaginato potessero essere “governati” da sistemi di calcolo. La grande paura di algoritmi tanto evoluti da diventare entità autonome capaci di sopraffare la volontà stessa degli individui che li hanno generati alimenta studi, analisi, previsioni spesso apocalittiche.
Nulla di nuovo, si dirà. L’incubo di macchine così intelligenti da poter sottomettere l’uomo ha radici lontane – la letteratura di fantascienza lo racconta, spesso mirabilmente, da oltre un secolo – ma oggi le narrazioni distopiche si sono moltiplicate con il crescente utilizzo di sistemi sempre più evoluti di intelligenza artificiale. Vi ricordate la bufala dei due robot progettati nei laboratori di Facebook che avevano iniziato a parlare tra di loro in una lingua sconosciuta gettando nel panico i loro stessi programmatori?
In realtà si è trattato di un esperimento, già noto da tempo, di AI applicata a una chat (non erano robot) nel quale tutto è sempre stato sotto il più totale controllo dei ricercatori.
Eppure la narrazione terrorizzante ha prevalso. Con quale risultato? Uno, sicuramente, è poco visibile: questo genere di storytelling offre una comoda via d’uscita alle aziende tecnologiche per non farsi carico concretamente delle proprie responsabilità. Quando, ad esempio, subito dopo la strage di Las Vegas tra i primi risultati delle “top stories” di Google sono apparsi contenuti dal sito “4chan” – la cui scarsissima affidabilità è nota – contribuendo in modo determinante a far dilagare notizie false sulla reale identità dell’attentatore, la giustificazione data da Mountain View è stata: un semplice difetto dell’algoritmo non prevedibile. Una spiegazione a cui sempre più spesso ricorrono anche aziende come Facebook o Uber.
Ma è davvero plausibile che questi colossi tecnologici, così bravi nello sviluppare algoritmi sempre più efficienti per perseguire i propri modelli di business, possano sollevarsi dalle loro responsabilità quando le ricadute sociali di certi avanzamenti sono negative, dando la colpa alla difficoltà nel gestire i loro stessi sistemi?
È vero che, per l’enorme e rapidissimo sviluppo delle loro piattaforme, queste stesse aziende si trovano sovente ad affrontare criticità di carattere sociale o politico per loro del tutto nuove. Ma dal punto di vista della gestione delle tecnologie, ogni qual volta hanno presentato dei problemi o dei “bug” che mettevano a serio rischio la redditività dei loro servizi, le stesse aziende hanno sempre dimostrato di essere perfettamente in grado di risolverli e correggerli.
Nello storytelling di successo, ogni “pietra miliare” raggiunta a ogni nuovo bilancio economico è il frutto del lavoro dei manager e delle loro squadre di ingegneri, mentre gli effetti negativi causati dalle manipolazioni possibili delle loro piattaforme sono semplicemente gli inevitabili danni collaterali di una generica complessità tecnologica.
«È colpa dell’algoritmo», è la nuova formula magica per giustificare iniquità e disservizi. Nella gestione delle risorse umane, per esempio, se emergono errori nel valutare il profilo di un neo laureato o il rendimento di un impiegato di McDonald’s, è colpa della difficoltà nell’aggiornare con frequenza i codici, ma se si tratta di atleti delle leghe professionistiche americane o europee costati decine di milioni di euro, gli algoritmi per valutarne il rendimento non presentano alcun problema nell’essere continuamente perfezionati. Una deresponsabilizzazione di comodo che ha contagiato anche società pubbliche e istituzioni: per Trenitalia è «colpa dell’algoritmo» l’ingiustificato aumento dei prezzi degli abbonamenti per pendolari; è «colpa dell’algoritmo» per il Miur se nella mobilità dei docenti scoppia il caos.
The algorithm is innocent ha scritto su “The Outline” William Turton, l’enfant prodige del giornalismo tecnologico americano. Le scelte e le strategie aziendali sono un po’ meno innocenti, invece. Dovremmo cominciare seriamente a pretendere un’altra narrazione sull’evoluzione degli algoritmi più incentrata sulle reali responsabilità di chi li sviluppa, si arricchisce e li utilizza a propri fini e meno sulla loro ineluttabile e ingestibile complessità.

Pagina 99, 3 novembre 2017

“Povera cultura, ormai è in dialisi”. Intervista a Valerio Magrelli (Marco Ceravolo)

Valeri Magrelli

«Un tempo c’era una distinzione, una capacità critica che oggi è sparita. Quando apro i giornali nazionali, vedo le pubblicità della Feltrinelli e il consiglio “leggete questo libro” è firmato da un comico o addirittura da un lettore; quando compro un libro di poesia e la prefazione è scritta da un conduttore televisivo, vuol dire che la bussola è impazzita. Non esistono più punti di riferimento». Nell’era dei social media, della fine degli esperti e dell’uno vale uno, la critica letteraria non fa eccezione. «Un tempo potevi costruirti una fama di critico e il giornale ti chiamava, ora è il contrario: prendono uno qualsiasi, lo fanno scrivere di libri ed eccolo diventato critico».
A parlare è Valerio Magrelli, poeta, scrittore, professore di letteratura francese all’Università di Cassino. Lo incontriamo nel salotto della sua casa romana, a due passi da Piazza del Popolo. Argomento: la fine degli esperti in letteratura.
«Attenzione», ci tiene a precisare al riguardo, «nelle riviste, in moltissimi siti, ci stanno fior fior di ragazzi studiosi, critici, come forse non ce n’erano prima. Ma il mercato, grazie alla compiacenza di chi poteva frenarlo, ha voluto confondere tutto. Ecco perché sentiamo il cantautore che si presenta come professore universitario, quando non lo è; ecco perché sentiamo un giudizio critico espresso da un cantante, un romanzo scritto da un attore televisivo, e vediamo in classifica i libri da passatempo (sacrosanto e dignitosissimo), ma spacciati per letteratura».
Ce l’ha con i critici di professione Magrelli? «Piuttosto, con i non-critici. Ce ne fu uno che diventò famoso perché su un giornale nazionale pubblicò una copertina con il titolo “Giorgio Faletti, il più grande scrittore italiano”. Se scrivi su un giornale nazionale una cosa del genere, sei responsabile di migliaia di ragazzi che, fidandosi dell’autorità del quotidiano, crederanno a una sparata del genere. Non penseranno che magari possa essere un Tabucchi, uno Zanzotto; no, Faletti, contro il quale io non ho nulla. È stato un bravo comico, magari avrà scritto un buon libro, ma questo titolo è come il napalm. Distrugge tutto, fa il deserto. Chi perderà più tempo a leggere Gianni Celati?»
Secondo Magrelli, è ancora necessario distinguere tra letteratura di ricerca e letteratura di consumo, o meglio, precisa, «fra letteratura di interrogazione e letteratura di intrattenimento. Per questo parlo di una cultura in dialisi. Questa è l’immagine che ho avuto: la dialisi è quella cura che si mette in opera quando i reni non funzionano più, non filtrano più. Ecco, per me i reni della cultura erano le pagine culturali. Quando propongo un articolo su Céline, e mi dicono che andrà nella pagina successiva perché nella prima c’è un’intervista a Ombretta Colli, vuol dire che i reni sono da buttare. Ombretta Colli che sta nella prima pagina di uno dei più importanti giornali culturali è come una bandiera bianca. Ci arrendiamo. È finita. In Italia io ho visto tutto ciò dall’inizio. Ricordo il “responsabile” (lo dico scherzando): Antonio Ghirelli. Un giornalista che scrisse del calcio come cultura. L’imbroglio era nato».
Per l’autore degli Esercizi di tiptologia (Mondadori, 1992) tutto dipende da cosa si intende per cultura. L’equivoco nasce da qui.
«Una cosa è la cultura in senso antropologico, lì possiamo parlare del seppellimento dei morti, delle feci o del modo di cucinare (è cultura in senso lato); altro è parlare di cultura in senso stretto. Lo scambio tra queste due sfere ha fatto sì che adesso i rettori diano la laurea honoris causa a sarti, cuochi e motociclisti. Mi spiace, su questo non transigo. Detesto la celebrazione dell’ordinario. Tu non puoi fare un corso sulla Storia della televisione e metterlo sullo stesso piano di un corso sulla Storia dell’Illuminismo».
Per Magrelli il discusso Nobel per la letteratura a Bob Dylan è l’esempio paradigmatico di questo cortocircuito. «Non c’è niente da fare, non è dietrologia, io vedo da vent’anni in qua, un sistematico attacco portato contro la scuola pubblica e contro il concetto di cultura come pensiero critico. Adesso l’alternanza scuola-lavoro è il colpo di grazia. Certo, esiste ancora chi legge i classici. Io vedo dei ragazzi preparatissimi, per fortuna. Ma questi sforzi sono offuscati dalla glorificazione dell’esistente. Ricordo, ebbi una lite violenta perché a una seduta di laurea uno studente aveva portato una tesi triennale su Amleto e un altro sulle parole di De Andrè. Al momento della valutazione, volevano dare il massimo a tutt’e due. Io dissi: “Passerete sul mio corpo: non sia mai che un testo di tale complessità venga messo sullo stesso piano delle parole (si badi: non “parole e musica”) di De Andrè”».
Secondo il poeta non è questione di alto o basso, ma di coefficiente di difficoltà. «Come nei tuffi: tu mi fai un tuffo a bomba impeccabile, l’altro mi fa un triplo carpiato. Ecco, le parole di De Andrè (attenzione, ripeto, non parlo della musica) sono un tuffo a bomba. È fatto bene, certo, ma ammetterete che comunque ci voleva meno che scrivere l’Amleto. O no? Andando via, domandai: “Alla magistrale, tesi sui Fratelli Righeira? (che peraltro hanno scritto canzoni di rara intelligenza, vedi L’estate sta finendo)”».
E se dovesse essere Valerio Magrelli a consigliare ai lettori di pagina99 degli autori italiani contemporanei di qualità, chi sceglierebbe?
«Nella narrativa, che in realtà seguo poco, ho letto recentemente uno dei primi romanzi di Michele Mari. Ho visto degli spettacoli teatrali di Vitaliano Trevisan, molto belli. Mi piacciono Michela Murgia o Mauro Covacich. Ma è difficilissimo immaginare quello che può interessare al pubblico. Per me è una sfida impossibile, mi sono arreso. Nel 2010 scrissi Addio al calcio, in cui credevo molto: andò malissimo. Mi dissi: a questo punto scrivo un libro che potremo leggere solo io e mia sorella, e scelgo pure un titolo insolito, Geologia di un padre; me ne frego di tutto. Inutile dire che è il mio volume andato meglio. Anche con i miei figli era lo stesso: quando erano piccoli mi divertivo a consigliare loro dei libri e li sbagliavo tutti. Indovinare è impossibile. Una volta, ad esempio, mia figlia liceale prende dalla mia scrivania Finzioni di Borges, un testo difficilissimo. Tempo dopo mi dice: “Era questo che mi dovevi far leggere, non gli altri”. Oppure mio figlio con Lolita di Nabokov. Mi disse: “Ma perché mi hai consigliato tante stupidaggini al posto di questo?”».

“Pagina 99”, 3 novembre 2017

Emilio Lavagnino e l'occupazione tedesca. L’uomo che salvò i capolavori (Francesco Erbani)

La Pietà di Sebastiano del Piombo, Museo Civico, Viterbo

Nella chiesa dell'Immacolata di Sutri, provincia di Viterbo, lavorarono per due ore e mezza. A mani nude smurarono «le grappe della cornice di ferro che tiene a posto il cristallo di protezione del dipinto», un Cristo in casa di Marta e Maria del cinquecentesco Jacopo Zucchi. A poca distanza piovevano grappoli di bombe. Era così che Emilio Lavagnino, durante l'occupazione tedesca di Roma, agli sgoccioli della seconda guerra mondiale, metteva in salvo quadri e altri oggetti d'arte. Un'opera avventurosa e piena di fascino, che fu decisiva per la tutela di un patrimonio minacciato e che rivive in un volume curato da Raffaella Morselli per conto della Fondazione Bellonci. Il volume - che raccoglie scritti di Andrea Emiliani, Paola Nicita, Belinda Granata e Simona Rinaldi, con la prefazione di Tullio De Mauro - s´intitola Fuori dalla guerra (Mondadori, pagg. 279) e ricostruisce le peregrinazioni di Lavagnino fra chiese e palazzi laziali alla frenetica ricerca di opere da nascondere in Vaticano, dove sarebbero state al sicuro. Ma soprattutto propone una schedatura di tutto ciò che fu salvato da Lavagnino, costruendo un'ideale galleria di capolavori che altrimenti sarebbero finiti in polvere oppure depredati dai tedeschi. Una specie di catalogo di sopravvissuti. E infine riproduce il diario tenuto dallo stesso Lavagnino e la relazione che questi stilò, dopo la liberazione di Roma, al Soprintendente.
Lavagnino era uno storico dell´arte, funzionario del ministero dell'Educazione nazionale. A lui nel 2006 ha dedicato un romanzo sua figlia, Alessandra Lavagnino (Un inverno 1943-1944, Sellerio). Fra febbraio e maggio del 1944, a bordo di una scalcinata Topolino, con le ruote procurate da Palma Bucarelli, la leggendaria direttrice della Galleria nazionale d'Arte moderna, e per il resto a sue spese, compresa la benzina raccattata al mercato nero, Lavagnino prese a battere le strade dell'alto Lazio, schivando mitragliatrici e bombe, e seguendo un itinerario fra le chiese che sapeva contenevano quadri preziosi.
Cominciò con due opere di Sebastiano del Piombo, la Pietà e la Flagellazione custodite nel Museo civico di Viterbo, seguite nella stessa città da altri quadri. È lui che racconta: «Il Girolamo da Cremona e l'Antoniazzo della Cattedrale, il polittico del Balletta di S. Giovanni in Zoccoli e la grande tavola di Lorenzo di Bicci di San Sisto». In una prima fase era accompagnato da colleghi, da un autista e anche da un ufficiale tedesco, Peter Scheibert, che poi sarebbe diventato professore di storia all'università. Ma da un certo momento in poi fece tutto quasi da solo. Dopo Viterbo eccolo a Sutri, quindi a Vetralla, Montefiascone, Bagnoregio, Orvieto, Acquapendente, Bolsena. E poi Caprarola e Ronciglione, Trevignano e Bracciano. Il suo "bottino" fu ricchissimo: quei quadri erano pregiati in sé, ma rappresentavano soprattutto l'esperienza artistica di un territorio minore, erano i simboli di un paesaggio culturale che andava sottratto alla distruzione e alla rapina e consegnato a una memoria viva. Un esempio di tutela a qualunque costo.

“la Repubblica”, 28 marzo 2011

L’eretico Newton. Dalla mela ai colori, un genio infinito (Stefano Moriggi)


«Un francese che giunga a Londra trova molti cambiamenti nella filosofia, come in tutto il resto». Così avrebbe scritto Voltaire, esiliato in Inghilterra nel 1726. Si sentiva come chi, «lasciato il mondo pieno, lo trova vuoto». Se infatti a Parigi — notava nelle Lettere filosofiche — «si vede l’Universo costituito da vortici di materia sottile; a Londra non si vede niente di tutto ciò». Oltremanica una mela del Lincolnshire aveva cambiato tutto. Isaac Newton l’aveva vista staccarsi dal ramo e cadere a terra. Da quel momento una serie di interrogativi e intuizioni lo avrebbe portato a capire che «la mela attrae la Terra come la Terra attrae la mela».
Questo avrebbe detto un anziano sir Isaac a William Stukeley — l’amico archeologo che così ricorda il loro incontro a Kensington, nel 1725: «Dopo pranzo andammo in giardino a bere il tè all’ombra di alcuni meli. Mi disse che si trovava in una situazione analoga quando, tempo addietro, aveva concepito l’idea della gravitazione». Alla formula definitiva, in realtà, sarebbe arrivato un ventennio dopo il leggendario episodio e la rese nota nei Principi matematici della filosofia naturale (1687). Complice anche l’aspra concorrenza con Robert Hooke il quale, negli anni Ottanta, aveva ipotizzato che le orbite ellittiche di Keplero si spiegassero con un’attrazione gravitazionale che diminuisce «in relazione quadrata alla distanza dal centro relativo» . Era sulla buona strada, ma continuava a sfuggirgli ciò che neppure il ventiquattrenne Newton, al tempo della mela, aveva compreso: ossia, che la gravitazione era una forza di attrazione reciproca, e non solo relativa alla massa dell’oggetto attratto dalla Terra. Ma quando quella mela cascò, Isaac aveva da poco conseguito il baccalaureato al Trinity College di Cambridge. E, in fuga dalla peste — che nell’estate del 1665 già infuriava a Londra — si era rintanato per qualche mese nella casa di famiglia, a Woolsthorpe.
Quel periodo lontano dall’accademia sarebbe stato intenso e proficuo. «Ero nel fiore della creatività — ebbe a ricordare Newton — e mi dedicavo alla matematica e alla filosofia più di quanto abbia mai fatto in seguito». E infatti, ben prima di succedere (1668) a Isaac Barrow sulla cattedra di matematica, aveva già dimostrato il teorema del binomio e sviluppato quel metodo delle flussioni (oggi detto calcolo infinitesimale) — sul quale si sarebbe innescata la polemica con Leibniz per il primato della scoperta. Eppure, la comunità scientifica si sarebbe davvero accorta del suo genio solo nel 1671, quando Newton impressionò i membri della Royal Society con un telescopio a riflessione di sua costruzione. Nominato membro della prestigiosa istituzione, si convinse così di rendere pubblica la sua Nuova teoria sulla luce e sui colori: la luce solare non è pura e semplice, ma «consiste di raggi che differiscono per gradi indefiniti di rifrangibilità», ciascuno dei quali è un colore. Quella che lui stesso definì «la più straordinaria, se non la più considerevole, rivelazione che sia stata compiuta finora nelle operazioni della natura», gli assicurò inimicizie e livori, a partire da quel Robert Hooke che lo avrebbe poi costretto a rimettere mano ai suoi calcoli su mele e corpi celesti. Pur di non concedergli repliche, Newton decise di pubblicare l’Ottica solo dopo la morte del rivale, nel 1704. Nel frattempo si isolò a Cambridge, dove più che di orbite e corpuscoli luminosi, si sarebbe occupato di alchimia e in segreto di teologia. Era seguace di Ario, e il fatto di negare la Santissima Trinità non sarebbe stato gradito al Trinity College... Negli ultimi vent’anni di vita ricoprì cariche di rilievo: fu presidente della Royal Society, parlamentare e soprattutto, dal 1699, severo direttore della Zecca di Londra. Nel marzo del 1727, anche Voltaire era a Westminster Abbey per rendere omaggio al «grande distruttore del sistema cartesiano» che veniva «seppellito come un re che avesse fatto del bene ai suoi sudditi» .

Corriere della Sera, 30 marzo 2011

24.3.18

Tra rassegnazione, indignazione e frustrazione. Il declino di un Paese sperduto (Goffredo Fofi)


Vecchio ritaglio con la vecchia recensione di un vecchio libro. Nel frattempo anche noi siamo diventati più vecchi e la situazione non è migliorata. Anzi … (S.L.L.)

Distinguere i buoni-veri dai buoni-finti è, oggi come oggi, molto difficile. Più facile è distinguere tra i libri buoni e quelli che toccano i problemi fondamentali con la superficialità dei piccoli profittatori opportunisti. Il dovere di chi segue la produzione libraria e in generale artistica e culturale è quello di segnalare il meglio, soprattutto tra i saggi che parlano dell’Italia e dei suoi problemi, e per fortuna ce ne sono diversi che non sono né pretestuosi né ruffiani, perché nonostante tutto l’università continua ad avere, in alcune sacche e in alcuni anfratti, molte teste pensanti e riesce ancora a produrre molti giovani di talento che non fuggono dall’Italia appena possibile (ma se lo fanno, hanno tutte le ragioni per farlo) e che sono interessati a una conoscenza attiva e propositiva, a confrontarsi con la realtà. Lo fa l’università, non lo fanno i media, quasi sempre micidiali.
Dei tanti libri inutili che narrano le pene dell’Italia odierna l’elenco di quelli brutti sarebbe interminabile, ma è piuttosto lungo anche quello dei buoni, e uno in particolare dovrebbe sollecitare l’attenzione dei lettori, Italia sperduta di Carlo Donolo (Donzelli). Donolo è un sociologo serio, seriamente preoccupato di capire l’Italia, le ragioni del nostro declino e anche i pochi motivi di speranza, l’indicazione pur generica di qualche strada possibile, di qualche accidentato sentiero per uscirne. Il suo è anzitutto un libro di analisi e constatazione e non indulge ai toni lamentosi o altisonanti dei più, e cioè alla retorica. Se si vuole uscire dalla melma in cui ci siamo ridotti e abituati a vivere, bisogna capire come e perché ci siamo finiti. Con parole certamente diverse da quelle di Donolo, ricavo dalla sua analisi: la grande miseria intellettuale e morale dei ceti dirigenti (anche di sinistra) e il risultato della loro incapacità o delle loro truffe: “illegalità e corruzione, criminalità organizzata, inefficienza delle istituzioni, crisi fiscale, bassa produttività, disoccupazione”; il populismo che trionfa e che ha la sua base in una piccola borghesia amorale e aggressiva, familista e lobbista, stupida e frastornata, che è divenuta la forza maggiore e decisiva nel paese, sostanzialmente amorale essa cerca di mantenere i suoi standard anche in una situazione di sviluppo bloccato e si lascia incantare e manipolare dalla sua parte più ricca e più cinica; un sistema elettorale decisamente antidemocratico; l’incertezza e lo sconcerto dei più giovani di fronte a modelli piuttosto ignobili (e che, comunque, anche quando sembrano migliori, non hanno la vista lunga e le gambe solide, la mente aperta e il cuore al posto giusto, e non sembrano tenere in alcun conto valori come la sincerità e l’interesse pubblico).
La nostra classe dirigente, insiste Donolo, è “socio-culturalmente omogeneizzata per stile di vita e ambizioni, abituata a un tenore di vita stravagantemente più elevato di quello della popolazione lavoratrice, auto-referenziale nel lessico, nei gesti, nelle condotte, e occupata in maniera preponderante dalle questioni interne. Poca capacità di rispondere alle esigenze sociali e poco senso di responsabilità, poca cultura europea, poca fantasia” e una “costante dipendenza da cattive abitudini”. E a sinistra? “Un riformismo che si potrebbe dire mai nato, fragile, poco convinto, attratto dal moderatismo, poco incline a dire la verità”. Il risultato è una società senza conoscenza e senza morale, un’identità già fragile ma mai così tanto, per non parlare della perdita di senso della politica che è diventata casta e mestiere, mai vocazione alta alla responsabilità verso la “res publica”. Eppure le potenzialità ci sarebbero, ma anche Donolo è costretto a constatare senza mezzi termini sia la presenza di una gran quantità di “buoni” che la loro debolezza e l’incapacità di collegarsi e farsi politica.
Queste forze ci sono “in ogni settore e in ogni territorio: ma sono frammentarie, divise, spesso isolate, e non hanno ancora elaborato un lessico comune, per quanto sotto molti aspetti ne esistano ormai tutte le precondizioni. Molti dei migliori italiani tacciono: per la sorpresa dell’essere andati così avanti nel degrado, per lo choc di constatare la fragilità degli anticorpi, per la sofferenza della solitudine e della mancanza di prospettive”. La nota finale è decisamente malinconica e, per quel che mi riguarda, condivisibile: “Quelli della mia generazione che, come si dice, hanno fatto il ’68, chiudono un ciclo di vita tra rassegnazione, indignazione e frustrazione, con il rimorso di lasciare ai giovani una società intimamente corrosa e un patrimonio di beni comuni pericolante”.

“l’Unità” 27 marzo 2011

Sessantotto. La rivoluzione culturale della musica e il riflusso (Franco Bolelli)

Una lettura provocatoria, discutibile, ma di sicuro stimolante, della colonna sonora del “movimento” americano e del Sessantotto europeo. Da leggere. (S.L.L.)
Gli MC5
«Non c’è bisogno del meteorologo, per sapere da che parte tira il vento» (Bob Dylan n.d.r.), cantava una ventina di anni fa un poeta-guerriero non ancora ad domesticato. A prevedere le metamorfosi del tempo, c’era allora la musica. Perché negli anni Sessanta la musica ha saputo esprimere forse per l'ultima volta — quella funzione di presagio, di premonizione dei mutamenti, che è la sua stessa ragione di vita. Mentre Marshall McLuhan annuncia l’avvento di un'epoca di cultura globale, la musica si propone per istinto genetico come la prima lingua davvero planetria. A scandire il ritmo dei movimenti di ribellione, è in ogni parte del mondo la stessa colonna sonora. Che anzi ai movimenti non fa soltanto da sfondo, ma da scintilla: perché è innanzitutto intorno alla musica che avvampano quella calda temperatura e quello spirito di ribellione che alimenteranno poi l’immaginario politico e culturale dei movimenti
Ma attenzione: questa musica non è una sola, ma la momentanea e irripetibile congiunzione di costellazioni culturali, emotive e sonore tutt’altro che omologhe. La linea di massa (con i Beatles in testa) enfatizza euforici ammodernamenti del costume e del gusto, o tutt’al più (da Elvis Presley ai Rolling Stones) infrange sfrontatamente le superstizioni del più provinciale senso comune. Ci sono poi arrabbiati cantori nella tradizione della beat generation (Bob Dylan), bande radicali di una poetica dell’estremismo più incondizionato (dagli MC5 ai Fugs), ma anche pacifisti di quel rock più moderato che celebrerà a Woodstock la sua ultima illusione. Surfers di solare energia (Beach Boys) convivono con profeti del vizio e dell’eccesso (Velvet Underground) e con esploratori di vibrazioni spaziali (Pink Floyd). La stessa, irresistibile sensibilità vitale della black music si divide fra gioiose spensieratezze (Supremes, Temptations), passioni e tormenti dell’anima (Otis Redding), vampate incendiarie di un jazz libertario (John Coltrane, Albert Ayler). Fino all’avventurosa imprudenza di un rock politico e psichedelico, verso l'allargamento della percezione e delle coscienze (dai Jefferson Airplane, fino allo stesso Jimi Hendrix).
Finché la temperatura ideale tiene alto il calore dell’epoca, tutto questo concentra in sé una sintesi energetica che è vera e propria rivoluzione culturale. Fra radicalismo musicale e movimenti di liberazione la sintonia è ormai elettiva, e quando Ginsberg, Leary e Rubin chiamano a raccolta tutte le tribù della cultura alternativa, sono Jefferson Airplane e Grateful Dead a dar corpo al suono di questo assalto al cielo. Ma appena la temperatura si affievolisce, ecco che la musica continua sì ad agire come presagio, solo che stavolta è il presagio di un declino. Nessun tradimento, ma piuttosto un respiro corto del linguaggio che viene impietosamente a galla quando l’alta marea dell’immaginario collettivo si ritira. Gran parte di queste musiche cominciano a sopravvivere a se stesse ripetendo formule sempre più prevedibili, e a chi vuol vivere all’altezza del mito la scena musicale di fine anni Sessanta sembra non offrire che la crudele chance della morte (quella fisica per Hendrix, Coltrane, Redding, Jim Morrison, Brian Jones, e quella artistica per chi sceglie di scomparire piuttosto che dar spettacolo della propria paralisi inventiva). Si apre un’epoca di grande freddo, con le tribù musicali impegnate a conservare la propria identità autorizzata. Le avanguardie imboccano testardamente il vicolo cieco di una rivoluzione puramente grammaticale. Il rock, come tutti i linguaggi trasgressivi, è costretto dalla sua stessa natura a ripetere per sopravvivere: ripetere, spostato di volta in volta il limite da trasgredire, la formula sempre più rituale della trasgressione, fino a disinnescarla a luogo comune. Dal «vogliamo il mondo e lo vogliamo adesso» dei Doors si arriva agli Stones addomesticati di «è solo rock&roll ma mi piace». Per dire che troppo spesso le dichiarazioni trasgressive non sono che l’estemporaneo aggettivo di una qualità poetica troppo fragile per aprire orizzonti davvero autonomi, al di là dell’orbita del reale.
Se alziamo lo sguardo oltre il terreno della storia, appare chiaro che i soli progetti musicali degli anni Sessanta che non si esauriscono in quella breve stagione sono quelli che sperimentano più profondi mutamenti del linguaggio e che azzardano poetiche più globali. Miles Davis innanzitutto, che all’immaginario della metamorfosi regala intorno al '68 la folgorante visione di una sintesi analogica dove la metropoli si fonde con la giungla, la lingua nera con l’elettronica, il piacere ritmico con la raffinatezza estetica. E gli stessi Jefferson Airplane, che prima di scivolare nelle sabbie mobili dell’abitudine catturano la luminosa intuizione di un rock trasfigurato e surrealistico, proiettato verso più grandi orizzonti mentali ed emotivi. È il reale come punto di riferimento che viene lasciato alle spalle, con una premonizione che arriva al cuore non soltanto della musica, ma dello stesso movimento di liberazione. Non è più questione di avanguardie e di trasgressioni, ma di mettere a fuoco nuove forme di linguaggio e di vita. Come tutta l’arte davvero grande, anche la grande musica degli anni Sessanta mette in scena il vertiginoso passaggio dal mondo come unità di misura alla progettazione di sensibilità per altri, infiniti mondi possibili.

In Nanni Balestrini, Primo Moroni, L'orda d'oro 1968-1977, SugarCo, 1988

Carnefici italiani. Giovanni Preziosi a Salò (Simon Levis Sullam)


È uscito tre anni fa da Feltrinelli un volume di Levis Sullam, che insegna Storia Contemporanea alla Ca' Foscari, dal titolo I carnefici italiani. Scene dal genocidio degli ebrei, 1943-1945. Attraverso la ricostruzione dello sfondo e di singoli emblematici episodi il libro svela la falsità e il carattere mistificatorio dell'autoassoluzione dei fascisti italiani. Perfino quelli di Salò hanno tramandato la leggenda secondo cui l'antisemitismo riguardava una parte piccolissima e marginale del fascismo repubblicano, che le leggi razziali erano state un fatto imitativo e un tragico errore e che i “repubblichini” non collaborarono se non per costrizione al genocidio deciso da Hitler e, anzi, quando poterono salvarono non pochi ebrei. Questo castello di bugie viene puntualmente smontato nel libro di Levis Sullam che – come ha scritto furio Colombo - “gli insegnanti dovrebbero portare in classe”.
Il brano che ho scelto è tratto dal capitolo iniziale, dedicato alle premesse ideologiche e al sostegno propagandistico dato al genocidio. Spicca La figura di Giovanni Preziosi, che da teorico e ideologo quale era stato nel Ventennio, diventa nella RSI uomo di governo e aspirante legislatore. (S.L.L.)

Giovanni Preziosi
Apriamo quindi la stampa di Salò - quotidiani, riviste, libri e ascoltiamone le voci rileggendone alcune pagine. “A proposito, dove si compera il volume Bolscevismo, Plutocrazia e Massoneria di Giovanni Preziosi edito e diffuso da Mondadori? E dove si possono trovare I Protocolli dei Savi di Sion, dei quali sono concessionari esclusivi per l’Italia Baldini e Castoldi?”: così si concludeva un breve articolo del primo numero di “Avanguardia Europea”, settimanale dei volontari italiani delle SS, pubblicato il 18 marzo 1944 sotto il titolo Il ritorno di Preziosi. L'articolo riferiva di un incontro recente, lungo e cordiale, di Preziosi con Mussolini e annunciava la creazione dell'ispettorato generale per la razza, retto da Preziosi medesimo, con lo scopo di condurre “una sistematica e drastica epurazione di carattere nazionale”, ispirata alla tesi secondo cui “la tragica situazione in cui [era] caduta la Patria [era] dovute esclusivamente alle mene massoniche e giudaiche”. La Repubblica sociale aveva dunque riportato in auge l'ex sacerdote, giornalista e agitatore Preziosi, cui già prima dell'avvento al potere del fascismo si dovette prima traduzione italiana dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion (1921), ripubblicati nel 1937-1938, e di nuovo nel 1944-1945, in tre edizioni, tra cui una a cura del ministero della Cultura. Preziosi aveva inoltre diretto la rivista “La Vita Italiana” anch'essa resuscitata dalla Rsi, che nel corso di tutto il Ventennio aveva agitato i temi del complotto ebraico mondiale e di un razzismo esoterico-tradizionalista propugnato dal suo principale teorico Julius Evola, ai quali Preziosi univa in quelle pagine una specifica componente “biologico-mistica”. Dopo la caduta del fascismo, l'ex sacerdote e propagandista razzista era stato accolto in Germania e ricevuto da Hitler nel suo quartier generale, iniziando a svolgere dal settembre 1943, grazie al sostegno tedesco, attività di propaganda radiofonica con trasmissioni dirette da Monaco verso l’Italia. Preziosi tornò infine in contatto con Mussolini al principio del dicembre 1943 e gli inviò dapprima alcuni articoli che aveva pubblicato sul "Volkischer Beobachter" (organo nazista diretto da Rosenberg), in cui spiegava ai tedeschi le responsabilità di massoni ed ebrei nella caduta del fascismo e caldeggiava una “profonda epurazione della massoneria”, nonché la “integrale soluzione della questione ebraica”. Quindi, alla fine di gennaio 1944, Preziosi sottopose al Duce un memoriale in cui, dopo aver ripercorso la propria lunga fedeltà nella costante denuncia del ruolo pernicioso di massoneria ed ebraismo, ricordava al dittatore, allora nella fase costituente di Salò, una frase profeticamente sinistra del Mein Kampf di Hitler: "Primo compito non è quello di creare una costituzione nazionale dello Stato, ma quello di eliminare gli ebrei [...]. La difficoltà non consiste nel formare il nuovo stato di cose, ma nel fare posto per esse”.
Nel marzo 1944 l’Ispettorato generale per la razza, con alla guida Preziosi affiancato da ventuno collaboratori, iniziava la sua attività. L’ispettorato aveva funzioni di accertamento delle “posizioni razziali”, di servizio informazioni sulla massoneria, sulla “plutocrazia” e sulle forze politiche occulte; di promozione e studio delle “questioni razziali”, in particolare quella ebraica; di controllo delle attività di confisca dei beni ebraici; di propaganda dell’antisemitismo nella scuola italiana e per mezzo della rinata rivista “Razza e civiltà”, divenuta organo dell’ispettorato stesso. In concomitanza con questa azione, Preziosi elaborò alcune proposte tese a inasprire la legislazione antisemita estendendo i provvedimenti persecutori a soggetti “misti” e “meticci” sia stranieri che italiani, e creando delle nuove “schede genealogiche” per la certificazione individuale del proprio “sangue italiano”. Sia gli aspetti organizzativi dell'ispettorato sia la proposta politica e legislativa di Preziosi si avvicinavano e spesso si rifacevano esplicitamente al modello nazista. Inoltre, quando Preziosi proponeva una “soluzione integrale del problema ebraico”, certamente era informato di quella adottata dai tedeschi, i cui dettagli aveva potuto apprendere di persona, al più tardi nell’autunno del 1943, durante il suo soggiorno in Germania. Nel memoriale per Mussolini egli aveva scritto fra l’altro: “Compito numero uno, non è la cosiddetta ‘concordia nazionale’, della quale assieme a[l filosofo Giovanni] Gentile vanno blaterando tanti, ma la totale eliminazione degli ebrei, cominciando da coloro, e sono già tanti, che tali si rivelarono nel censimento, non mai reso pubblico dell’agosto 1938. Poi scovare gli altri più o meno battezzati o arianizzati. Indi escludere da tutti i gangli della vita nazionale, dall’esercito, dalla magistratura, dall’insegnamento, dalle gerarchie centrali e periferiche del Partito; i meticci, i mariti delle ebree e quanti hanno gocce di sangue ebraico. Lo stesso va fatto per quanti hanno appartenuto alla massoneria”. Tra nuove proposte legislative e rinnovati imperativi politici, si trattava, piuttosto esplicitamente, di una "licenza di genocidio”, concepito - e a quella data ormai avviato - come una comune impresa italo-tedesca.

Da I carnefici italiani. Scene dal genocidio degli ebrei, 1943-1945, Feltrinelli 2015

La contessa Morosini (Camilla Cederna)

La contessa Annina Morosini intorno al 1950

Le donne sono spesso molto più utili come informatrici: infatti amano il racconto. Altre, però sono soltanto dispettose. Di una signora dell’alta società, protettrice di giovani attori e vecchi pittori, e della quale era stato noto, cinquantanni prima, il legame con una testa coronata, non riuscii a saper nulla circa questo suo flirt regale. Da una sua amica fui informata invece con una certa ostinazione su un altro trascorso romantico della capricciosa signora. « Dolly era piuttosto egoista, vuole un esempio? Una volta che era in vacanza insieme con un suo amico, ammiraglio mi pare, fu invitata a un ballo in una delle ville vicine. Volle andarci con tutti gli altri suoi ospiti, benché l’amico fosse a letto con un grave ascesso alla gola. Per un caso misterioso, anche la servitù era assente in quella notte, e il povero ammiraglio senza soccorsi poco dopo mezzanotte morì soffocato. Allora », concluse calma l’informatrice, «ricordo che Dolly fu assai criticata». (Storia inedita, ma difficile da raccontare sui giornali.)
Quando morì la contessa Morosini, che avevo visto soltanto una volta e da lontano, andai a trovare due dame sue amiche. Erano due signore estremamente à la page, che avevano una conversazione deliziosa. Prima di entrare in argomento, una di essa infatti stava spiegando all’altra come doveva essere una rosa in quell’anno 1954 (“ovoide, con almeno trentacinque petali, cuore turbinato, foglie non troppo lucide né troppo opache”). L’altra invece cominciò col raccontarmi com’era amante della cucina la duchessa di Windsor e la sua definizione dei soufflés: «Les soufflés font la poésie d’un repas». Infine venimmo a parlare della contessa Annina, ed ecco un esempio fortunato di intervista a terzi. «Era un misto piccante di grandeur e di accattonaggio », attaccò la prima signora e l’altra spiegò : «Riceveva come nessuno, ma era avara come un pidocchio». «Bella?» chiesi. «Incantevole. Viso stupendo, mani e piedi orridi.» «Colta?» ripresi. «Molto intelligente ma d’un’ignoranza immonda». E avanti con questa conversazione in bianco e nero, dalla quale però usciva ben chiaro un carattere. «Faceva fondere i regali d’argento che riceveva, esigeva dagli amici tacchini, polli, champagne e tartufi per le sue parties, regalava quattro fiori secchi a una sposa, ma era capace di mandare all’aria alla vigilia un ricevimento di duecento persone solo perché un amico stava male. Capito il genere?» Capito benissimo, e dopo mezz’ora di dialoghi di questo tipo, era bell’e fatto l’articolo sulla Morosini.

da Noi siamo le signore, Longanesi, 1958 

Marsala. I panini “cunzati” (Giuseppe Culicchia)


Il panino cunzato più cunzato che c’è l’ho mangiato a Marsala non nel 1972 ma nel 1997. Progettavo con mia moglie una gita ai Sassi Bianchi, una spiaggia di massi non lontana da San Vito Lo Capo, e pensai di chiedere se potevo avere un paio di panini cunzati al signor La Vecchia, gentilissimo e baffuto proprietario del negozio di alimentari di via Santa Caterina, nonché mio fornitore di semola per il cuscus, proveniente da un mulino locale e di ottima qualità. “E che problema c’è?” rispose il signor La Vecchia, affabile come sempre. “Non si preoccupi, lei si faccia una passeggiata che glieli preparo.” Feci la passeggiata e al mio ritorno trovai un sacchetto con i panini cunzati. Quando intorno all’una del pomeriggio attaccammo a mangiarli sulla spiaggia dei Sassi Bianchi, Barbara e io scoprimmo che il signor La Vecchia mi aveva preso molto sul serio e che aveva farcito i pani di grano duro ricoperti di giuggiulena con pomodori secchi, pecorino, acciughe, capperi, sale, olio, pepe, basilico, origano, melanzane, cipolle e molti, molti peperoncini. Naturalmente, avvertiti che la spiaggia era isolata, ci eravamo portati due bottiglie d’acqua. Per tenerle in fresco, le avevo sistemate in mare ancorandole ad alcune pietre. Ma quando con la bocca infuocata dai peperoncini e dal resto andai a recuperarle, scoprii che la corrente se le era portale via tutte e due. Mia moglie si congratulò. Non credo di aver mai avuto tanta sete in vita mia.
In realtà, la maggior parte dei marsalesi si procura gli ingredienti necessari alla preparazione dei panini cunzati al mercato, da cui si può accedere sia da via Garibaldi, sia da piazza del Popolo. E il mercato si trova a pochi passi da quel tempio della gastronomia marsalese che è Gerardi, lussuosissimo emporio di prelibatezze di piazza Mameli, dietro Porta Garibaldi. Quando d’estate la temperatura all’esterno viaggia intorno ai quaranta gradi, entrare da Gerardi è un sollievo: l'aria condizionata vi regna sovrana. E in fatto di prodotti alimentari vi si trova tutta la Sicilia, isole minori comprese.

Sicilia, o cara. Un viaggio sentimentale, Feltrinelli, 2010

Cammini, a me somigliante... Una poesia di Marina I. Cvetaeva (Mosca 1892 – Elabuga 1941)


Cammini, a me somigliante,
gli occhi puntando in basso.
Io li ho abbassati – anche!
Passante, fermati!

Leggi – di ranuncoli
e di papaveri colto un mazzetto
– che io mi chiamavo Marina
e quanti anni avevo.

Non credere che qui sia – una tomba,
che io ti apparirò minacciando…
A me stessa troppo piaceva
ridere quando non si può!

E il sangue affluiva alla pelle,
e i miei riccioli s’arrotolavano…
Anch’io esistevo, passante!
Passante, fermati!

Strappa uno stelo selvatico per te
e una bacca – subito dopo.
Niente è più grosso e più dolce
d’una fragola di cimitero.

Solo non stare così tetro,
la testa chinata sul petto.
Con leggerezza pensami,
con leggerezza dimenticami.

Come t’investe il raggio di sole!
Sei tutto in un polverìo dorato…
E che almeno però non ti turbi
la mia voce di sottoterra.

Koktebel, 3 maggio 1913


da Poesie, Feltrinelli, Milano, 1979 Trad. di Pietro Antonio Zveteremich

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