27.6.11

Leptis magna. Gli effetti collaterali della protezione di civili in Libia.

Nel blog di Arianna Di Genova nel sito del “manifesto” nei giorni scorsi è stata “postato” questo appunto sugli “effetti collaterali” della “guerra umanitaria” in Libia. La prima conseguenza di codesta presunta “protezione dei civili” sono le numerose uccisioni, soprattutto di civili. Insieme si distruggono abitazioni, attività economiche e beni culturali, compresi quelli di eccezionale importanza storica che l’Unesco ha posto sotto la sua protezione. (S.L.L.)  
Libia. Leptis Magna. Mercato
Leptis Magna e le bombe che la polverizzano
di Arianna di Genova
L’arte a rischio. La memoria, le testimonianze delle antiche civiltà che ci hanno consegnato le conoscenze cui attingiamo quotidianamente, la filosofia, l’architettura e il sapere scientifico sono a repentaglio a causa dei conflitti bellici che pullulano nel mondo. A cominciare dalla Libia: dopo l’Egitto, dove alcuni vandali hanno approfittato dei giorni delle rivolte in piazza Tahrir per devastare il museo del Cairo e portare via preziosi reperti, sarcofagi compresi,  le ricchezze artistiche e archeologiche di incommensurabile valore in Libia, Yemen, Siria, Afghanistan sono in procinto di collassare. Tanto da indurre l’archeologo Hafed Walda a lanciare un allarme accorato: «E’ un genocidio culturale”. Il suo grido si riferisce al sito archeologico Leptis Magna,  tra i più importanti al mondo, patrimonio dell’umanità protetto dall’Unesco. La città romana nacque sulle vestigia di un insediamento fenicio. Nel sito sembra che abbiano trovato riparo gli uomini del colonnello Gheddafi mettendo così a repentaglio la sicurezza del posto. Qui ci sono teatri, anfiteatri, templi, fontane, mosaici, ma rischia di essere polverizzato dalle bombe mirate a centrare il colonnello e il suo rifugio. Leptis Magna venne strappata dai romani ai Cartaginesi durante la terza guerra punica e Tiberio la incorporò dentro la provincia Africa. fu fiorente grazie al commercio marittimo di spezie, schiavi e animali. Essendo la città natale di Settimio Severo, l’imperatore volle abbellirla: Leptis Magna arrivò a competere per ricchezza di monumenti e eleganza con Alessandria.
L’appello va rivolto a tutti gli intellettuali del pianeta affinché si mobilitino per evitare il disastro. Dopo, non si torna più indietro….


Pietro Nenni su Raniero Panzieri.

Pietro Nenni a Mosca con Raniero Panzieri nei primi anni 50
La prima significativa partecipazione di Raniero Panzieri al dibattito politico della sinistra è riferibile al periodo che va dal XXV congresso del Partito Socialista, il Congresso di Roma segnato dalla scissione saragattiana (gennaio 1947), al XXVI, svoltosi anch’esso a Roma nel gennaio dell’anno successivo. Il tema teorico-politico che più appassiona Panzieri è la natura del Fronte Democratico Popolare, che egli non considera una pura e semplice alleanza tra i due maggiori partiti del movimento operaio italiano, ma “un movimento spontaneo”. Nell’intervento pronunciato al XXVI Congresso egli afferma che “gli organi del Fronte nascono come organi della classe lavoratrice ha formato spontaneamente, per certi problemi davanti ai quali essa si è trovata”. Aggiunge: “Gli organi del Fronte sono le forme embrionali di una società nuova… cioè le cellule di una società nuova. Né gli organi del Fronte possono sostituirsi ai partiti, né i partiti agli organi del fronte, che sono sì la forma di un’alleanza temporanea, ma lasciano prevedere uno sviluppo ampio, continuo, a largo respiro”. In sostanza egli rifiuta una concezione puramente elettorale del Fronte e, in sintonia con altri interventi di giovani come Vittorio Foa (di provenienza azionista) e Laura Conti, sostiene che l’alleanza tra socialisti e comunisti, nel quadro del consolidamento della Repubblica italiana, può essere strumento di forme più avanzate di democrazia, fondate sulla partecipazione diretta dei soggetti sociali.
Il rilievo di queste posizioni nel dibattito congressuale è significativo. E Nenni lo annota nei suoi diari (Pietro Nenni, Diari. Tempo di guerra fredda (1943-1956). Sugarco, 1981): “La discussione ha messo in valore parecchi elementi nuovi, e fra questi Casadei, Laura Conti e Panzieri”.
Tre anni dopo, sempre a gennaio, (nel frattempo si è consumata la dura sconfitta del Fronte il 18 aprile 1948) si tiene a Bologna il XXIX Congresso del Psi. Panzieri, trasferitosi in Sicilia con un incarico di assistente all’Università di Messina, ha preferito la politica all’impegno accademico, si è dedicato a tempo pieno all’attività di partito in tutta la Sicilia e ha dato un contributo appassionato alle lotte dei contadini e dei minatori. Nel gennaio del 1951 è già in pectore segretario regionale del partito. Nenni, durante il Congresso, lo propone per il Comitato Centrale e la Direzione: “Sono rimasto commosso nell’avvicinare in Sicilia i contadini delle località ove si sono svolte le lotte e sentirmi ripetere il nome di questo giovane professore universitario sempre alla testa dei cortei e il primo a sfidare il fuoco della polizia. Ecco come la cultura si concilia con le lotte dei lavoratori” (Atti del XXIX Congresso del Psi, Edizioni Avanti, 1951).
Dopo tanti contrasti, registrando la morte prematura di Panzieri nei suoi appunti (Pietro Nenni, Diari. Gli anni del centro sinistra (1957-1966), Sugarco, 1982), lamenta che sia morto fuori dal partito e assai isolato e ribadisce l’antico positivo giudizio: “Tra i giovani venuti al partito e alla Direzione nell’ultimo ventennio era ai miei occhi il più scombinato, ma anche il più onesto e il più intelligente. La sua curiosità intellettuale  gli poneva ogni giorno problemi nuovi che egli cercava di risolvere in stretto collegamento con gli operai”.  

Libia: stupri, Viagra e mercenari. L'imbroglio mediatico-imperiale.

L’altro ieri (25 giugno 2011) sul “manifesto” l'articolo di Maurizio Matteuzzi che qui ripropongo, con toni assai moderati, faceva il punto sulle accuse che i “facitori d’opinione” filo-Nato hanno cucito addosso a Gheddafi e al suo governo, per giustificare l’aggressione neocolonialistica e i devastanti bombardamenti sulla Libia. Informava anche sui dubbi sempre più grandi che le organizzazioni internazionali  con un minimo d’autonomia (a cominciare da Amnesty) giorno dopo giorno esprimono.
I forsennati attacchi della Clinton sugli stupri di massa e le distribuzioni di Viagra, infatti, risultano sempre di più spazzatura, ma i bombardatori fanno finta di niente e non desistono.
Intanto gli “ascari” (non trovo nome più adatto nella lingua italiana per indicare il mercenario collaborazionismo filocoloniale) di Bengasi, mentre inventano nuove e sempre più improbabili accuse, sono a loro volta accusati di violazioni dei diritti umani.
Ieri è anche arrivato un alt dal presidente sudafricano, a nome dell'organizzazione degli Stati del "continente nero". Quello che dice è evidente ad ogni persona di buon senso e buona fede: la risoluzione Onu autorizza gli stati membri a intervenire anche militarmente in Libia per proteggere i civili da violenze governative, ma non autorizza ad uccidere il colonnello Gheddafi, per di più bombardando con il metodo del “do cojo cojo”, facendo terra bruciata nei luoghi ove si sospetta la sua presenza e ammazzando a centinaia i civili che si dice di voler proteggere.
Forse è tempo che nel nostro paese da parte della minoranza che non si è lasciata abbindolare dalla congiura mediatica o silenziare dal conformismo filo-Nato si inizi in Italia una campagna di denuncia e di lotta per ricostruire un opinione pubblica correttamente informata, democratica, pacifica più consapevole dei suoi stessi interessi. Dal “romperemo le reni a Gheddafi” a noi che alla Libia siamo vicinissimi non possono venire che guai. (S.L.L.)
Stupri di guerra e mercenari: davvero?
Le prove sono scarse o non si trovano.
Ma la guerra umanitaria andrà avanti.
 
Che Gheddafi se ne debba andare è giusto. Che se ne vada, o con le sue gambe (improbabile) o da morto, è scritto o prevedibile (anche se non saranno gli insorti di Bengasi a cacciarlo). Ma quello che è - o dovrebbe essere - insopportabile è il doppio standard, l'ipocrisia, il livello sfacciato di menzogne (sembra di essere tornati ai tempi del conflitto Serbia-Kosovo), o come minimo di unilateralità, con cui la «comunità internazionale», la «coalizione dei volenterosi» (con Sarkozy e Cameron in testa), l'Onu del pallido Ban Ki-moon, la Corte penale internazionale dello strabico procuratore Moreno Ocampo, la Nato, l'Italia (l'Italia dei penosissimi Berlusconi, Frattini, La Russa ma anche del presidente Napolitano e del Pd) ha intrapreso tre mesi fa «la guerra umanitaria» e continua a giustificarla oggi.
Vediamo. Gli stupri di massa commessi dalle forze del Colonnello, utilizzati per giustificare l'attacco Nato e l'incriminazione di Gheddafi davanti alla Cpi, potrebbero (potrebbero) non essere mai avvenuti. Questa è la conclusione di un'inchiesta di tre mesi sul campo (Tripoli e Bengasi) condotta da Amnesty international. Donatella Rovera, l'inviata da Ai, non è riuscita a trovare alcuna prova di queste violenze e abusi dei diritti umani, rilevando che «in alcuni casi» i ribelli di Bengasi avevano dichiarato il falso o manipolato prove. In tre mesi non è stato possibile «trovare alcuna prova o una singola vittima di violenze sessuali, o un medico che ne fosse al corrente» (chiaro: questo non dimostra che gli stupri non siano avvenuti). Anche Liesel Gerntholts, responsabile dei diritti femminili di Human Rights Watch, dopo un'inchiesta sulle accuse di violenze sessuali, ha detto di «non essere stata in grado di trovare alcuna prova». E la famosa storia del Viagra distribuito da Gheddafi ai suoi (come le «fosse comuni», i «10 mila morti a Tripoli»...)? Rovera scrive che la fonte erano i ribelli di Bengasi, che avevano mostrato ai giornalisti stranieri alcuni pacchetti di Viagra trovati su carri armati andati a fuoco, ma che i pacchetti stessi non mostravano bruciature. Un paio di settimane fa il procuratore Moreno Ocampo ha basato le sue accuse contro Gheddafi sulla precisa strategia di «violentare chi è contro il governo» e la settimana scorsa il segretario di stato Usa Hillary Clinton ha parlato di «violenze sessuali» in Libia. Il rapporto di Amnesty combacia con quello di Sherif Bassiouni, il capo della commissione d'inchiesta Onu sulle violazioni dei diritti umani nel conflitto libico, che nel suo rapporto finale, il 9 giugno, aveva espresso gli stessi dubbi su una politica - gheddafiana, ovvio - di strupri di massa («tre casi» verificati), che aveva definito «una gigantesca isteria».
Vediamo ancora. I famosi «mercenari» africani impiegati da Gheddafi contro gli insorti. Il rapporto di Amnesty critica il silenzio, e peggio, del Cnt di Bengasi al proposito. In realtà, secondo quanto ha potuto verificare sul campo, i «mercenari» africani (e quindi neri) «al servizio di Gheddafi» erano figure «mitiche», «lavoratori o gente che cercava lavoro», divenuti capri espiatori per indirizzare la rabbia della popolazione contro i migranti «in un contesto di forti sentimenti razzisti e xenofobi». E il rapporto firmato Bassiouni del 9 giugno, pur consacrato alle nefandezze delle forze gheddafiane verso la popolazione civile (migranti inclusi), ammoniva sulle «possibili violazioni dei diritti umani commesse dalle forze dell'opposizione, specialmente verso la popolazione immigrata residente in Libia». E raccontava del caso di un «mercenario» buttato da una finestra del tribunale di Bengasi (19 febbraio) e finito a colpi di machete e del caso della «esecuzione extra-giudiziale di 5 ciadiani» irrorati di kerosene e poi bruciati vivi (21 febbraio). Per concludere che i «presunti mercenari» erano indicati e perseguiti come tali «sulla base delle loro nazionalità o del colore della pelle».
Sarà che l'inglese The Independent e il francese Le monde che scrivono questo cose sono gheddafiani?
Vediamo ancora. In un articolo sul Sole di ieri a commento dello sblocco delle riserve strategiche di petrolio da parte dell'occidente, Alberto Negri scrive che «il rapporto dei servizi francesi in visita a Bengasi e a Tripoli, redatto tra gli altri dall'ex capo del controspionaggio Yves Bonnet, è chiaro. La rivolta libica, si legge, anche con una certa sorpresa, "non è né democratica né spontanea". Tra le motivazioni dell'intervento francese si riconoscono due punti: le ricchezze energetiche e la frustrazione della Francia di non aver saputo prevedere le rivolte arabe».
Vediamo ancora. Medici senza frontiere, ieri per bocca di uno dei suoi direttori, Loris De Filippi, lamentando «l'incoerenza» dell'accordo del 17 giugno fra il governo italiano e il Cnt di Bengasi e «il doppio standard applicato dai paesi europei implicati in questa guerra», conclude che «è intollerabile che un paese impegnato nei bombardamenti in nome della protezione dei civili, contemporaneamente respinga le vittime della stessa guerra».
Però tutto questo non importa. La guerra «per proteggere i civili» va e continuerà «fino alla caduta di Gheddafi», come ha giurato Sarkozy e hanno concordato all'unanimità ieri i leader del Consiglio europeo a Bruxelles. Che poi si ritiri o no «in un'oasi libica sotto controllo internazionale», come ha proposto un membro del Cnt, si vedrà.
Maurizio Matteuzzi

  

La poesia del lunedì. Sibilla Aleramo

C'è un ramo in fiore
che profuma di miele
e ci sono luci rosse e nere
di legna che arde.
Ricordi inattesi
di paesi
felici,
gemiti improvvisi
per visi
che atrocemente risero
e s'allontanarono.
Interna fragranza
e guizzi in stanza
a sera
pace del fuoco
eco di luce
la pigna in brace
tutte le foreste lungi.
Desdemona
e il salce dov'è?

Postilla
E' il retro di una cartolina illustrata inviata a Dino Campana il 17 febbraio 1917. Vi è aggiunta una frase: "Te la volevo mandare un mese fa! Vedi come è brutta, strappala!".

26.6.11

Troppo ribelle per gli stalinisti. Un film su Guido Picelli (Gian Antonio Orighi)

L’articolo che segue (da “La Stampa” del 2-06-2011) prende le mosse dalla uscita, in Spagna, di un documentario dedicato a Guido Picelli, grande figura di rivoluzionario, considerato una sorta di Che Guevara italiano. L’autore è Gian Antonio Orighi, il quale – non so da chi disinformato – si produce in uno sfondone mastodontico, parlando di una sua elezione, nel 1921, quale senatore socialista. Nel 21 in realtà il Senato non era elettivo, ma di nomina regia. Peraltro né il re né il governo (che proponeva i nomi dei senatori del Regno, tutti a vita), avrebbero mai scelto un socialista. Picelli in verità non fu senatore, ma deputato. Quanto agli altri suoi contenuti l’articolo appare correttamente informato e certamente utile per un primo approccio a questo nostro compagno senza dogmatismi, cioè liberamente comunista. L’ipotesi dell’assassinio ad opera di sicari stalinisti, nella Spagna repubblicana, è assolutamente credibile ed ha molti indizi a suo favore. (S.L.L.)
Torna alla ribalta Guido Picelli, un mito (quasi) dimenticato nella storia dell'antifascismo. Stasera, sugli schermi del cinema Doré di Madrid, esce in anteprima mondiale Il ribelle, un documentario del regista parmigiano Giancarlo Bocchi che ricostruisce la sua vita da rivoluzionario. Dalle barricate di Parma del '22, l'unica resistenza vittoriosa di una città italiana contro gli sgherri di Mussolini, alla morte durante la guerra civile spagnola combattendo nelle Brigate internazionali contro il golpista Franco. Questi i soli episodi a cui è stata fin qui legata la memoria di Picelli. Ma dalla pellicola, 72 minuti inzuppati di spezzoni e documenti inediti, emerge anche l'inedita persecuzione che visse, nella Russia di Stalin, l'inventore della guerriglia urbana. E il sospetto che sia stato assassinato dai suoi ex compagni sovietici.
Guido Picelli (1889-1937) nacque nell'Oltretorrente di Parma, allora un quartiere operaio che sarebbe stato l'indomita fucina di sindacalisti, anarchici, socialisti e comunisti. Figlio di un cocchiere, il «Che Guevara» ante litteram fece capire subito che era un ribelle: da ragazzino abbandono il mestiere di apprendista orologiaio per unirsi a una compagnia di attori che a Torino, allora capitale del cinema italiano, lo avrebbe portato a girare scene con la celeberrima star Ermete Zacconi. Proprio facendo la comparsa, Picelli si politicizza e si schiera con i deboli e gli oppressi, la gente del suo quartiere natale. Volontario della Croce Rossa nella prima guerra mondiale, acclama la rivoluzione russa del '17. Quindi abbandona le posizioni pacifiste e passa dalle armi della critica alla critica delle armi. Si arruola nell'esercito con l'unico scopo di imparare il «mestiere» e, una volta smobilitato, fonda nell'Oltretorrente la sua prima formazione armata clandestina, le Guardie Rosse. Il suo genio guerrigliero lo sperimenta subito con il fascismo alle porte. Crea gli Arditi del popolo, nel '21, l'anno in cui viene eletto senatore socialista. E nel '22 riesce a respingere l'assedio di Parma da parte di 10 mila squadristi agli ordini di Italo Balbo, trasformando l'Oltretorrente in una linea inespugnabile di barricate difesa da quattrocento tra comunisti e cattolici, socialisti e anarchici. Picelli però è anche un politico fine, con un progetto che precede di ben 14 anni il Fronte popolare del Comintern del '36: il «Fronte unico antifascista», a cui dovevano partecipare tutti i partiti. Ma l'idea non passa. Ormai deputato del Pci, famoso in tutto il mondo, il Ribelle riceve da Gramsci l'ordine di fondare una struttura clandestina per insorgere contro Mussolini. Ma viene arrestato, condannato a 5 anni di confino. Poi gira per Francia e Belgio, prima di rifugiarsi nel '32 in Russia. La sua disillusione è enorme. Viene relegato in una fabbrica di Mosca come operaio. Insegna la guerriglia a comunisti del calibro di Dolores Ibarruri, la Pasionaria, ma, nel pieno delle purghe, viene messo sotto processo. Inutilmente implora da Togliatti il permesso di andare a combattere in Spagna, dove è scoppiata la guerra civile. Sempre la stessa risposta: no, in fabbrica. L'eroe di Parma, che sente puzza di gulag, non demorde, riesce a scappare a Parigi, dove prende contatto con il Poum, i comunisti antistalinisti di André' Nin. E dalla Francia passa in Spagna. Per il suo prestigio, gli viene affidato il 9 battaglione delle Brigate internazionali. E, come sempre, vince combattendo in prima fila. Consegue l'unica vittoria italiana sul fronte di Madrid. Ma gli inviati di Stalin non lo perdono d'occhio, nonostante si copra di gloria. Nel '37, proprio quando sta per conquistare Mirabueno, paesino a 100 km da Madrid, una pallottola alla schiena, all'altezza del cuore, lo fredda in pieno assalto. Chi è stato? Il film di Bocchi lascia intendere che possa essere stato un agente di Mosca. Inspiegabilmente, il corpo del Ribelle viene abbandonato per un giorno intero. La ricostruzione della morte e' lacunosa: prima una mitragliata, poi un colpo di pistola. Gli antifascisti gli rendono onori di Stato in tre funerali a Madrid, Valencia e Barcellona (100 mila persone dietro il suo feretro). Nel '38 le Brigate internazionali propongono di concedergli la medaglia postuma dell'Ordine di Lenin, la massima onorificenza sovietica. Ma Antonio Roasio, uomo di fiducia di Togliatti per il Comintern, rivela i suoi contatti con il Poum, che da allora rimarranno segreti. Mosca gli nega la medaglia e lo condanna all'oblio. 

Mario Lodi: "Riuscirà la scuola a salvarci dall'Italia dei Balocchi?"

In “Tuttolibri” in edicola con “La Stampa” sabato 19 settembre 2009 uscì un’intervista di Giorgio Boatti con Mario Lodi, maestro elementare, uno dei protagonisti, con Albino Bernardini, don Milani, Gianni Rodari e molti altri della straordinaria stagione di rinnovamento democratico della pedagogia e della scuola negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. L’intervista, costruita secondo uno schema che lega le esperienze vitali e professionali alle letture, ai libri “importanti”, è a mio modo di vedere assai bella. Trovo molto pertinente il riferimento a Pinocchio, l’idea che in quel capolavoro scappato di penna al conservatore Lorenzini ci siano tante indicazioni sul tempo politico e culturale che stiamo vivendo. Mi sembrano buone ragioni per riproporre quasi integralmente il testo, a due anni di distanza. (S.L.L.)
Alla Drizzona, la bella cascina presso Piadena dove da un ventennio Mario Lodi guida le attività della «Casa delle Arti e del Gioco» da lui fondata, l'ultima calura dell'estate arretra davanti ai porticati ariosi. L'autore di decine di libri per ragazzi - a cominciare dall'indimenticabile Cipì - è ancora sulla breccia con lo stesso entusiasmo di quando, anticipando di una manciata di anni la Lettera a una professoressa di Don Milani, con il suo C'è speranza se questo accade al Vho (1963) cominciò a riflettere sulle sue esperienze di maestro elementare.
Di lì a poco, con Il paese sbagliato (1970), e non pochi altri saggi e variegate iniziative, compreso un giornale per bambini, divenne il simbolo del rinnovamento da operare dentro la scuola dell'obbligo. Un impegno che in Lodi non si è mai attenuato. Nato nel 1922, diplomato maestro nel 1940, di mutamenti ne ha visti tanti ma ora, davanti agli interventi che, impongono il maestro unico prevalente, riducono gli insegnamenti opzionali e altre attività che hanno sorretto la scuola del tempo pieno di cui è stato uno dei pionieri, osserva sgomento. E respinge deciso ogni proposta di classi inizialmente separate per gli alunni extracomunitari: «I bambini, quando arrivano a scuola, non sanno scrivere ma sanno tutti parlare, nelle loro diverse lingue. E la parola è la ricchezza immensa che non va chiusa in ghetti ma educata al dialogo. Solo così il bambino, come auspica la nostra Costituzione, diventa il cittadino del futuro…».
Lodi porta dritto dritto i suoi 87 anni e, se gli si chiede di ricordare i primi libri che gli arrivarono sotto gli occhi, non ha dubbi: «Sono nato proprio nell'anno della Marcia su Roma e uno dei primi libri che mi diedero da leggere a scuola, e che mi si è stampato nella memoria, raccontava le avventure del balilla Vittorio».

Era quello scritto da Roberto Forges Davanzati?
«Sì, stampato dalla Libreria di Stato, era una sorta di Cuore trapiantato dentro le liturgie del Regime. Seguendo le vicende quotidiane di Vittorio tutti gli scolari italiani di quinta venivano coinvolti nei passi fondamentali dell'edificazione mussoliniana. Erano con lui alle grandi adunate, festeggiavano il Natale di Roma, partecipavano alla Befana fascista. E andavano a vedere i lavori di bonifica nell'Agro pontino...».

Per fronteggiare lo zelo del Balilla Vittorio servivano robusti antidoti. Chi li ha riforniti?
«Mio padre, operaio di simpatie socialiste. Portava a casa romanzi che appartenevano alla tradizione popolare. Con personaggi che mi insegnavano cosa era la vita e come starci da uomini giusti. Mi colpiva il Remi vagabondo e curioso delineato da Hector Malot in Senza famiglia. Oppure l'affollato palcoscenico de I miserabili. Un libro che si è così inciso nel mio cuore, tanto che ho chiamato Cosetta mia figlia, proprio come la ragazzina che trova in Jean Valjean un padre giusto e coraggioso…».

I libri come antidoto alla propaganda di regime. E poi?
«Nel contesto, molto semplice e popolare, in cui viveva la mia famiglia i libri trovavano un forte apprezzamento. La padrona della fabbrica dove lavorava mio padre per Natale, ai figli dei dipendenti regalava libri. Testi diventati per me significativi: ricordo ancora un'edizione del Tartarino di Tarascona di Daudet. Mi aveva conquistato almeno quanto le pagine del Corrierino dei Piccoli che cercavo, ogni settimana, di non perdere. Ero già alle medie quando su “Topolino” dell'editore Nerbini, che poi editerà “L'avventuroso”, fu pubblicato il primo fumetto delle avventure africane di Cino e Franco, due ragazzotti che l'autore, un americano, catapultava in un'improbabilissima giungla. Un successo strepitoso…».

Poi con le superiori e l'inizio dell'insegnamento saranno arrivate le letture più impegnative…
«Paradossalmente un segno meno rilevante mi è stato lasciato dai libri importanti, dai classici che alle Magistrali ci dicevano di leggere. Certo fui colpito da un brano di Tolstoj che parlava della scuola avviata nella sua tenuta per i figli dei contadini. Ma rispetto alla pedagogia, al rapporto col bambino, a scuola trasmettevano solo nozioni e mai messe in discussione. Col Rousseau de L'Emilio e, ancora di più, con le intuizioni pedagogiche di Maria Montessori o il "metodo naturale" di Célestin Freinet, ho fatto i conti più avanti, sul lavoro. Tra i banchi delle mie classi che erano sempre in scuolette di questa mia campagna cremonese, sperdute e tuttavia investite più che mai dai cambiamenti in atto nel Paese. Dall'emigrazione per esempio che portava qui dal Veneto e dal Meridione schiere di lavoratori che si avvicinavano ai centri industriali ma non potevano permettersi di abitare in città…».

Lì cominciarono le esperienze del testo libero, del calcolo vivente, della pittura come libera espressione del bambino?
«Sì. I giornali di scuola, le inchieste condotte dai bambini raccontate in C'è speranza se questo accade al Vho. Appena prima dell'uscita di Lettera a una professoressa un amico giornalista, Giorgio Pecorini, mi aveva portato a Barbiana. Voleva che Don Milani e io ci conoscessimo. E per due giorni, su nel Mugello, fui tempestato dalle domande di don Lorenzo: voleva sapere tutto, ma proprio tutto, su come lavoravo in classe…».

Intanto i diari del lavoro compiuto con i suoi ragazzi nel corso dei diversi anni scolastici confluivano in un altro suo testo: come nasce «Il paese sbagliato»?
«Lo avevo fatto leggere nella sua prima stesura a Gianni Rodari che aveva suggerito a Giulio Einaudi di pubblicarlo subito. Eravamo tra il 1969 e il 1970. Ricordo che Einaudi è venuto qua da me, a Piadena, con le bozze de Il paese sbagliato e mi ha dato ventiquattro ore di tempo per tagliare cento pagine, così da alleggerire il tutto. Ventiquattro ore, perché stava andando a Colorno dove Basaglia, che era appena arrivato da Gorizia per dirigervi il manicomio, doveva consegnargli un suo nuovo libro che doveva uscire contemporaneamente al mio. Penso fosse La maggioranza deviante scritto con la Franca Ongaro. Comunque quando Einaudi ha rimesso piede qui io avevo finito il mio lavoro di riduzione del testo. Dopo la pubblicazione, iniziò un impegno di convegni, conferenze, viaggi durato anni...».

Continuato anche dopo che ha concluso l'insegnamento…
«Certo, un'attività di seminari, laboratori, incontri che continuano qui alla "Casa delle Arti e del Gioco" che ho costituito nel 1989 con i proventi del Premio Internazionale Lego che avevo appena vinto. Un impegno che ha investito anche il tema, affrontato in alcuni miei libri, del rapporto dei bambini con la televisione. Non ho mai condiviso alcuna demonizzazione verso la Tv, sin da quando l'ho vista la prima volta dietro la vetrina dell'elettricista di Piadena. Ma piuttosto l'urgenza di farne capire le opportunità e i rischi…».

Dunque prefigurando un futuro che adesso è arrivato...
«Per la verità è un futuro che stava già dentro uno dei libri che ho amato di più, il Pinocchio di Collodi. Lì c'è già tutto sul tragitto che porta il burattino a diventare bambino o viceversa. Quando il cittadino diventa un burattino manovrato dagli altri. E sui Mangiafuoco, o il Gatto e la Volpe che ci vogliono convincere che c'è un campo dove nella notte crescono gli zecchini d'oro, c'è qualcosa da aggiungere rispetto a quanto scriveva Collodi?».

E qualche libro ancora che spieghi come girare le spalle al Paese dei Balocchi e tornare a scuola, dai buoni maestri…
«Allora bisogna leggere Ultimo banco. Per una scuola che non produca scarti. Lo ha scritto Sandro Lagomarsini, un prete che da trent'anni a Cassègo, un borgo sperduto dell'Appennino ligure, ha aperto un doposcuola sulle orme di Don Milani. E' stato pubblicato adesso dalla stessa Libreria Editrice Fiorentina che aveva fatto uscire il libro del priore di Barbiana. E poi c'è un altro libro ancora che mi è piaciuto. E' L'uomo che piantava gli alberi di Jean Giono. Parla di come un uomo solo - con alberi piantati pazientemente l'un dopo l'altro per anni, e seguiti con cura - possa far rivivere una vallata brulla…».

Firenze. Una poesia di Dino Campana.

Mi dispiace non aver trovato in rete che questa immagine in bianco e nero del Lungarno Archibusieri e del vicino Ponte Vecchio. Ma forse non è male: i colori (il vario, l'azzurro, il bianco) ce li mette Campana. La parte in corsivo è il rispecchiamento nell'acqua dell'Arno di ciò che la parte precedente descriveva. (S.L.L.)


Entro dei ponti tuoi multicolori
L'Arno presago quietamente arena
E in riflessi tranquilli frange appena
Archi severi tra sfiorir di fiori.
.   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .
Azzurro l'arco dell'intercolonno
Trema rigato tra i palazzi eccelsi:
Candide righe nell'azzurro: persi
Voli: su bianca gioventù in colonne.

Dai Canti Orfici in Campana, Opere e contributi a cura di Enrico Falqui, Vallecchi 1973 

25.6.11

La capponata ligure ( da "La cucina povera" di Huguette Couffignal)

La cuisine des pays pauvres di Huguette Couffignal, pubblicato per la prima volta in Francia nel 1970, è libro straordinario nel rendere ai sensi del lettore colori, sapori, odori e al suo intelletto il sentimento di una umanità che nel battersi per la sopravvivenza non rinuncia a cercare nel cibo, pur dentro i limiti delle costrizioni economiche e sociali, una più alta socialità e un barlume di felicità. 
La trasposizione italiana ha un titolo un po’ traditore, La cucina povera, scelto probabilmente per inserire alcune ricette italiane, selezionate da Elena Spagnol. L’Italia, in effetti, negli anni Settanta non poteva più considerarsi un “paese povero”, ma povera restava la sua tradizione culinaria, con al centro l’infinita sequela delle paste asciutte. 
Nel libro non ve ne sono. La scelta editoriale è di privilegiare ricette dimenticate o poco note fuori dai loro luoghi d’origine, come quella che segue, la capponata rivierasca (cappunadda a Genova), i cui ingredienti sono pochi e facili da reperire (la “galletta” è facilmente sostituibile con pane raffermo). Assomiglia alla panzanella toscana, soprattutto nelle varianti più aggiornate che potrete trovare nella Rete, ove è aggiunto abbondante pomodoro e diventa prelibatezza marinara nella variante di Carloforte (l’isola sarda popolata da liguri esuli alcuni secoli fa, che ligure continua a parlare e mangiare). Ma nella forma originaria, spartana, è già splendida. 
Sulla capponata o cappunadda o caponata ligure, bisogna evitare confusioni: c’è un piatto siculo dal nome praticamente identico che in comune con essa ha solo alcuni ingredienti ed è piatto assai più elaborato e trionfale. (S.L.L.)
Gallette marinare
Ammorbidire in acqua fredda gallette da marinaio; spremere, condire con olio di oliva, sale capperi, olive e pezzetti d’acciuga sotto sale (ben dissalati). E’ una specialità ligure.
Vi si possono aggiungere anche fettine di mosciame (filetto di delfino seccato), ma con questo cessa di essere un piatto povero.

Anna e Fabio. L'anarchica e il socialista (di Leda Rafanelli)

Di Leda Rafanelli (Pistoia 1880 – Genova 1971), anarchica toscana, giornalista, editrice, romanziera e memorialista, la vicenda biografica più nota è la relazione con Benito Mussolini negli anni 1913-1914, che taluni ritengono soltanto politica e altri vorrebbero anche sentimentale. 
Per i pornografi alla Vespa pare che sia interessante stabilire se i due si divertissero insieme con il sesso, quante volte nella vita e se la cosa avvenisse occasionalmente o fosse collegata a un trasporto spirituale di tipo amoroso, per noi no. Quel che importa è che Rafanelli capì in breve tempo la pochezza umana del futuro “duce” e la rappresentò nel personaggio di Lorenzo Allevi del romanzo Incantesimo scritto nel 1917, ma stampato nel 1921 nel vivo dell’ascesa squadristica.
Leda era stata a Milano una delle “tre erinni dell’anarchia” (con Nella Giacomelli e Maria Rygier) e lì aveva fondato la Società Editrice Milanese; continuò finché poté la sua lotta politico-letteraria, rinunciando all’attività editoriale solo nel 1923, dopo che le squadracce avevano distrutto la sede dell’editrice. Il silenzio, durante il ventennio, venne interrotto solo da un romanzo anticolonialista: L’oasi. Romanzo arabo, del 1929.
Nel 1946 Leda Rafanelli accetta di tracciare in Una donna e Mussolini una diagnosi impietosa del groviglio impazzito di tensioni che aveva condotto al fascismo, analizzando le lettere del futuro "duce".
Il brano che qui “postato” è ripreso dall’antologia della narrativa femminile italiana La voce che è in lei, curata nel 1980 da Giuliana Morandini per l’editore Bompiani ed è tratto da un romanzo sociale del 1905, Un sogno d’amore: vi sono posti a confronto Anna, la protagonista con cui la scrittrice si identifica, anarchica e con un forte senso dell’individualità, e Fabio, socialista collettivista. (S.L.L.)
Erano lontani nella loro fede: l’Anna se n’era accorta subito. In lei fremeva l’anima ribelle, il desiderio di una vita di lotte, un profondo disprezzo per le battaglie sterili a base di legalità sovversive. Lui invece era il calcolatore, era l’esteta che sentiva una segreta repulsione pel popolo minuto, affamato e gridante per le piazze. Negli scioperi non ammetteva che la calma: egli diceva che la solennità della protesta senza un grido  è più forte della rivolta pazza della folla che sbraita e ferisce nell’incoscienza.
Odiava con odio da essere superiore le brutalità verso il nemico, lo slancio rivoltoso dell’incendio e del saccheggio. Egli voleva le battaglie civili, le lotte elettorali, le grandi discussioni parlamentari, le conferenze ascoltate con il rispetto dovuto alle personalità più spiccate. Altrimenti era il caos. L’antiparlamentarismo di Anna era per lui una pregiudiziale esagerata, un’azione negativa. Con che mezzi avrebbe essa fatto delle buone leggi a favore degli operai?
Ma la parola legge finì per irritarli. L’Anna diceva francamente che delle “leggi” al proletariato non interessava niente! le definiva nuove catene messe al popolo schiavo. La sua idea non ammetteva lo Stato: era la libertà completa, il trionfo della società comunista. E allora si era spaventato lui, con i suoi grandi occhi meravigliati fissi sopra di lei!
Che sogni da pazzi! Non c’era che il collettivismo per mettere la società sulla vera base! La produzione regolata al consumo, il consumo regolato al lavoro: no, no, non si trovavano d’accordo.
La questione del divorzio sollevò tra loro una vera tempesta. nemmeno quello lei accettava? Neppure quella legge buona e civile avrebbe appoggiato? Ma poiché lei diceva che se due amanti o sposi si vogliono lasciare non occorre per far quello una legge; lui scosse la testa con un sorriso di compatimento…

24.6.11

Una poesiola per Democrazia proletaria (di Jacopo Manna)

Sabato 28 maggio alcuni compagni che militarono in Democrazia proletaria hanno organizzato a Perugia la presentazione del recente libro di Gambetta che ne rievoca la storia. Alla discussione ha fatto seguito una compagnevole cena di rimpatriata, aperta ai più giovani e ai simpatizzanti di quell’esperienza. Per l’occasione Jacopo Manna ha composto quella che modestamente chiama una “poesiola”. Io sono convinto che invece questa poesia conviviale (o simposiaca, se si preferisce) sia una gran bella cosa, costruita con arte e scienza, rigorosa, commossa e commovente. La sua alta retorica ha persuaso anche me che dell'esperienza di Dp non sono reduce e sono stato osservatore attento e critico e che perciò non posso nutrire alcuna nostalgia.
Mi conferma nella convinzione che ho sempre avuto, che la poesia d’occasione sia fortemente da rivalutare rispetto al pregiudizio romantico, idealistico e decadente che la vorrebbe inficiata da un impoetico utilitarismo. E mi conferma nell’idea che bisogna restituire alla poesia il suo carattere di valore d’uso.  (S.L.L.)
Rivedendo i miei compagni
di Democrazia Proletaria

Cortei, bombe, attentati, ipocrisia,
piombo, liberazioni, agguati, prese
di coscienza, censure, polizia,
sfascio di classe, sfascio del paese,
il patto solidale che si schianta –
è così che finirono i Settanta.

Colletti bianchi a fianco del padrone,
conventio ad excludendum, C.A.F.[1], Bettino,
mafia, sviluppo, privatizzazione,
muro di gomma, muro di Berlino
e tanta tanta tanta grana tanta –
è così che finirono gli Ottanta.

Noi siamo nati in quell’epoca nera
con gli ultimi bagliori a farci strada,
ricucendo gli strappi alla bandiera,
pensando: io resto, accada quel che accada.
Noi siamo nati in anni disillusi,
marchiati come ingenui o come ottusi.

Quanti ne abbiamo visti col pretesto
del pragmatismo arrampicarsi in vetta,
rifarsi un nome e poi, di braccio lesto,
ingrassare brandendo la mazzetta!
Quanti cantando “L’ideologia è morta”
si son presi i tre quarti della torta!

Quanti ne abbiamo uditi predicare
la morale che il mondo è dei predoni,
dei furbi, di chi primo butta a mare
giustizia e libertà (“vane opinioni”),
che l’eguaglianza è un sogno per oziosi,
per perdenti, falliti ed invidiosi!

Ma di tanti signori così astuti,
così attivi nel prenderci per fessi,
quanti ne abbiamo visti, poi, perduti
nel gorgo delle inchieste e dei processi.
Quanti, così potenti appena ieri,
portati via tra due carabinieri!

Noi siamo nati in quell’epoca nera
quando coprì il cemento ogni coscienza,
quando nulla restò di quel che c’era,
quando tutto fu sonno o fu emergenza,
quando dir “comunista” era un insulto,
quando nessun più volle essere adulto.

Sta scritto che i peccati degli umani
si fecero così biechi e perversi
che in tempi misteriosi e ormai lontani
piovve e piovve finché furon sommersi,
ma che un’arca salvò il regno animale
da morte per Diluvio Universale.

Così anche noi vogliam salvare il regno
di libertà e giustizia ed eguaglianza
su quest’arca di antico e nuovo legno
contro alle onde della dimenticanza.
Noi abbiamo traghettato fra i marosi
la nostra storia di facinorosi

portando in salvo critiche e pensieri,
coraggio, parità, lotta, coscienza
di classe, Marx, Brecht, Gramsci, il “Che”, Panzieri,
fraternità, diritti, indipendenza;
e una bandiera rossa di colore
è la nostra memoria e il nostro onore.

Tra gli antichi soprusi e i rinnovati
il mondo soffre ancora e ancora geme.
Compagni qui riuniti e ritrovati,
non si perda ciò che facemmo insieme.
Contro il mare ogni giorno più cattivo
Ciò che salvammo deve restar vivo.
Jacopo Manna
28 maggio 2011 


[1] C.A.F. : in questo caso non sta per Centro Assistenza Fiscale ma per Craxi-Andreotti-Forlani, il triumvirato che segnò la conclusione della cosiddetta Prima Repubblica


23.6.11

Le polpette dell' Artusi.

Non crediate che io abbia la pretensione d'insegnarvi a far le polpette. Questo è un piatto che tutti lo sanno fare cominciando dal ciuco, il quale fu forse il primo a darne il modello al genere umano. Intendo soltanto dirvi come esse si preparino da qualcuno con carne lessa avanzata; se poi le voleste fare più semplici o di carne cruda non è necessario tanto condimento.
Tritate il lesso con la lunetta e tritate a parte una fetta di prosciutto grasso e magro per unirla al medesimo. Condite con parmigiano, sale, pepe, odore di spezie, uva passolina, pinoli, alcune cucchiaiate di pappa, fatte con una midolla di pane cotta nel brodo o nel latte, legando il composto con un uovo o due a seconda della quantità. Formate tante pallottoline del volume di un uovo, schiacciate ai poli come il globo terrestre, panatele e friggetele nell'olio o nel lardo. Poi con un soffrittino d'aglio e prezzemolo e l'unto rimasto nella padella passatele in una teglia, ornandole con salsa d'uova e agro di limone.
Se non tollerate i soffritti mettetele nella teglia con un pezzetto di burro, ma vi avverto che i soffritti, quando siano ben fatti, non sono nocivi, anzi eccitano lo stomaco a digeriri meglio. Mi rammento che una volta fui a pranzo con alcune signore in una trattoria di grido la quale pretendeva di cucinare alla francese - troppo alla francese! - ove ci fu dato un piatto di animelle coi piselli. Tanto quelle che questi erano freschi e di primissima qualità, ma essendo stati tirati nell'umido del solo burro senza soffritto, e almeno un buon sugo, e senza aromi di sorta, nel mangiare quella pietanza, che poteva riuscire un eccellente manicaretto, si sentiva che lo stomaco non l'abbracciava e a tutti riuscì pesante nella digestione.

Postilla
Le polpette dell'Artusi (da La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene) sono quelle tipiche del centro Italia, con l'uvetta e i pinoli, che io trovo decisamente insopportabili. Ma divertente è l'approccio e simpatica l'invenzione, con i suoi deliziosi incisi narrativi.  

Le polpette del Manzoni (di Rocco Moliterni)

Un irrisolto dilemma sui Promessi sposi (che cosa Manzoni intendeva per “polpette”?) si può reperire nella rubrica del quotidiano “La Stampa” Fratelli di Teglia, curata da Rocco Moliterni, di giovedì 16 dicembre, dal titolo originario, Manzoni, giallo all'osteria tra polpette e mondeghilj. Si legge con gusto. (S.L.L.) 

Mondeghilj
Come spiegavano i libri di scuola ben prima che arrivasse la tv furono i Promessi sposi di Alessandro Manzoni a unificare la lingua degli italiani. Mentre li scriveva Don Lisander era anche andato a Firenze per «sciacquare i panni in Arno», ossia per liberarsi da inflessioni dialettali. Da questo risciacquo però non si sa se si siano salvate le polpette. Contrariamente al resto d'Italia nell'800 a Milano per polpette, o meglio polpett, non si intendevano palline fatte con carne o verdura trita, ma degli involtini. Quelle che noi chiamiamo polpette i milanesi le chiamavano (e qualcuno ancora le chiama) mondeghilj, un termine che viene dall'arabo attraverso la dominazione spagnola. Così quando Manzoni, nel capitolo VII del suo romanzo, fa mangiare all'osteria un piatto di polpette a Renzo, Tonio e Gervaso, intende polpett o mondeghilj? «Mai mangia' i mondeghilj all'osteria» suggeriva Angelo Dubini, medico milanese e autore nel 1842 di un celebre libro di ricette, ma i Promessi Sposi erano già stati pubblicati da un anno. Se non sappiamo cosa faccia davvero mangiare Manzoni a Renzo, sappiamo in compenso perché lo fa. A chiederglielo fu infatti sua madre Giulia Beccaria. E lui rispose: «Cara mamma, mi avete fatto mangiare fin da bambino tante di quelle polpette, che ho ritenuto giusto farle assaggiare anche ai personaggi del mio romanzo». Don Lisander sarebbe probabilmente comprensivo nei confronti dei liceali italiani che, costretti a studiarlo, hanno sempre considerato il suo romanzo un polpettone.

Aerei e bombardamenti. Vittimismo frustrato (S.L.L.)

Sabato scorso 18 giugno, in partenza da Trapani Birgi per Perugia, l’apparecchio civile della Ryanair, che sarebbe dovuto partire alle 12 e 40, è partito intorno alle 15. Il perché i passeggeri in attesa l’avevamo capito dai movimenti tra cielo e terra di altri apparecchi: i bombardieri che partivano dal contiguo aeroporto militare per la Libia.
Ubi maior minor cessat - diceva l'antico; e perciò il nostro velivolo, disegnando per i cieli di Sicilia lenti e inutili giri, aveva ritardato il suo atterraggio e, ovviamente, la sua ripartenza, per permettere ai piloti della Nato di eseguire la loro umanissima missione in tutta tranquillità. Che così fosse ci venne confermato in inglese e in italiano dall’altoparlante di bordo. Nel mio egocentrico vittimismo ho pensato: “Ecco. Vanno a bombardare Tripoli per farmi arrivare in ritardo”.
Non vi dico la mia delusione di ieri, nel mio viaggio di ritorno da Perugia a Trapani. Immaginavo che sarebbe successa la stessa aerea sarabanda e che di nuovo m’avrebbero fatto atterrare in ritardo. E invece no. La voce dell’altoparlante, questa volta solo in italiano, alle 10 e 10 ci ha informato che l’aereo stava per atterrare. Con cinque minuti d’anticipo. Il mio egocentrismo vittimistico ha subito un drastico ridimensionamento. Non è per farmi arrivare tardi che i comandi della Nato mandano gli aerei a bombardare, ma perché si divertono a fare ammazzare la gente.

Bellezze. Una poesia di Corrado Govoni.

Bellezze
Il campo di frumento è così bello
solo perché ci sono dentro
i fiori di papavero e di veccia;
ed il tuo volto pallido
perché è tirato un poco indietro
dal peso della lunga treccia.

Da Il quaderno dei sogni e delle stelle, Mondadori, 1924

22.6.11

La vita da cane. Un sonetto del Belli sul mestiere di Papa.

La vita da cane


Ah se chiam’ ozzio er zuo, brutte marmotte?
Nun fa mai gnente er Papa, eh?, nun fa gnente?
Accusì ve pijassi un accidente
come lui se strapazza e giorn’ e notte.


Chi parla co Dio padr’ onnipotente?
Chi assorve tanti fiji de mignotte?
Chi manna in giro l’innurgenze a botte?
Chi va in carrozza a binidì la gente?


Chi je li conta li quadrini sui?
Chi l’ajuta a creà li cardinali?
Le gabbelle, peddio, nu le fa lui?


Sortanto la fatica da facchino
de strappà tutto l’anno momoriali
e buttalli a pezzetti in ner cestino!

Nota
Le "gabbelle" sono le tasse, i "momoriali" le suppliche di fedeli e sudditi.

Magistratura eretica. Livio Pepino sulla storia di Md (da "il manifesto")

Livio Pepino sul “manifesto” ricostruisce la vicenda di  Magistratura democratica a partire da un libro di Giovanni e Viglietta: La Costituzione e i diritti. Una storia italiana. La vicenda di MD dal primo governo di centro-sinistra all'ultimo governo Berlusconi (S.L.L.)
So di essere di parte. Perché la storia descritta da Giovanni Palombarini e Gianfranco Viglietta in è anche la mia vicenda personale e politica. Ma non è detto che sia una controindicazione nel recensire questo lavoro, che ripercorre - con minuziosa passione - la «piccola storia» di Magistratura democratica all'interno della «grande storia» dei nostri ultimi cinquant'anni.
Il protagonista della storia è, appunto, Md, un gruppo di magistrati un po' anomalo: «uno strano animale», come lo definì qualche decennio fa Pietro Ingrao; il protagonista di «uno scisma consumato all'interno della cittadella della giurisdizione», per dirla con Giuseppe (Pino) Borrè (uno dei suoi padri nobili); un «movimento politico di sinistra all'interno della magistratura», secondo una recente icastica sintesi proposta da Alfonso Di Giovine. Ma conviene andare con ordine, seguendo il filo rosso del libro.
Magistratura democratica nasce nel 1964 quando l'omogeneità del corpo giudiziario con le classi dominanti era pressoché totale, era normale vedere i vertici giudiziari accompagnarsi con notabili politici ed economici (magari inquisiti) o definire «fatalità» gli infortuni sul lavoro, era diffusa quella pratica dell'insabbiamento che aveva meritato alla Procura di Roma la definizione di «porto delle nebbie». Contro quella magistratura e contro il contesto istituzionale di cui era espressione nasce Magistratura democratica. Meritoriamente, ché solo contestando una realtà inaccettabile (una giustizia «di classe» nel senso letterale della parola) si potevano porre le basi per un diverso assetto della giustizia. Ma gli eretici non nascono solo per distruggere. E da subito la preoccupazione del gruppo è quella di costruire un modello alternativo di magistrato, di organizzazione giudiziaria, di politica della giustizia. Un modello dichiaratamente attento alle esigenze (anche) delle classi subalterne e di chi non ha diritti.
Che Magistratura democratica sia stata (sia) la sinistra della magistratura è noto e da sempre rivendicato. Di ciò peraltro - per pigrizia o per interesse - si sono spesso fornite letture di comodo, come quella secondo cui obiettivo del gruppo sarebbe stato (sarebbe) quello di sostituire la tradizionale egemonia della destra sulla magistratura con una egemonia della sinistra. La realtà è assai diversa e gli obiettivi di Md ben più ambiziosi e più profondamente innovativi: legati non a contingenti spostamenti dei rapporti di forza ma a un modo alternativo di concepire la giurisdizione nel sistema politico. Il rifiuto della concezione della magistratura come apparato e la sua configurazione come istituzione caratterizzata da un legittimo (rectius, necessario) pluralismo ideale e politico costituiscono un fatto radicalmente nuovo, e in qualche modo dirompente nella storia del paese. Qui sta la prima novità introdotta da Md. La rottura con il passato è radicale e gravida di conseguenze: a una magistratura longa manus del governo si addice, infatti, un modello di giudice burocrate e neutrale, mentre a una magistratura radicata nella società deve corrispondere un giudice consapevole della propria autonomia, attento alle dinamiche sociali e di esse partecipe. La novità, pur ferocemente contrastata, si consolida e diventa un polo di riferimento critico per l'intera cultura giuridica e politica.
L'opzione di sinistra di Md, la sua «scelta di campo», il suo sentirsi solidale con i soggetti sottoprotetti, la ricerca di collegamenti con il variegato arcipelago della sinistra sono espliciti. Ma considerare questa opzione come collateralismo con i partiti della sinistra, e in particolare con il Pci (e i suoi eredi), è frutto di superficialità o di strumentalizzazione politica. Nulla di nuovo né di anomalo sarebbe ravvisabile in posizioni siffatte, data l'esistenza, all'interno della magistratura, di ben altri collateralismi con il potere (talora financo con quello illegale). Ma così non è stato, e non è. La collocazione di Md nella cultura e nell'area progressista, lungi dal produrre fenomeni di subalternità o di fiancheggiamento, è stata stimolo per una più rigorosa autonomia, al punto che la storia del gruppo è stata ed è, nel rapporto con le organizzazioni politiche della sinistra, storia di scontri forse più che di convergenze: dalla critica al pensiero unico sulla matrice anarchica della strage di piazza Fontana alla indizione del referendum per l'abrogazione dei reati di opinione, dalle polemiche contro la legislazione dell'emergenza alla rivendicazione dell'autonomia della giurisdizione rispetto a ogni strategia politica, dal rifiuto della guerra (di ogni guerra) in nome del diritto all'impegno culturale contro le modifiche della Costituzione proposte dalla Commissione bicamerale e contro la legislazione speciale in tema di sicurezza e immigrazione.
Lungo queste direttrici si è sviluppato negli anni il percorso di Md. Il viaggio è stato talora accidentato, ma l'eresia ha messo radici, è cresciuta, ha contribuito a cambiare la magistratura, rendendola capace di interventi un tempo impensabili fino all'esplodere di Tangentopoli, reso possibile non già da forzature soggettive di magistrati prevenuti ma dall'incrinarsi della omogeneità di molta parte della magistratura con il sistema politico corrotto (avvenuto a seguito di un conflitto duro e tuttora tra chi ha burocraticamente accettato lo status quo e chi ha coltivato la prospettiva della indipendenza reale della giurisdizione e della eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge).
Di tutto ciò Palombarini e Viglietta forniscono una ricostruzione analitica, confortata da documenti spesso inediti, in cui ritornano e ricorrono filoni fondamentali di riflessione e di intervento: l'interpretazione conforme a Costituzione, la giurisprudenza alternativa, le interferenze, l'ugualitarismo, il garantismo (quello tout court e non quello selettivo della destra), l'attenzione al «punto di vista esterno» e via seguitando. Ricostruzione tanto più opportuna oggi quando ci sono, anche nella stessa Md, tendenze a trasformare l'antica eresia in una più tranquilla ortodossia: tendenze pericolose ché le ragioni di Md resistono e sono, anzi, più forti in una società caratterizzata da un pensiero unico in cui sembra non esserci più posto per l'uguaglianza.

11 giugno 2011

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