8.10.10

Il mal nero del benessere (di Leonardo Sciascia - da "Mondo nuovo", 31 luglio 1960)

Un altarino a Castrofilippo, nell'Agrigentino
Secondo coloro che ci governano, l’Italia in questo momento gode di un “benessere eccezionale”. E’ tanto eccezionale, il benessere, da scatenare avvenimenti pubblici eccezionali. Se si contano le antenne della televisione sui tetti e le automobili nei parcheggi, l’indice di un certo benessere – in rapporto al livello di vita degli italiani nel recente passato – indubbiamente vien fuori. Ma bisogna considerare che è caratteristica della povertà l’esigenza del superfluo. Basta entrare in un quartiere popolare di una città siciliana per trovarsi dentro una giungla di canzoni: dagli apparecchi radio e televisivi aperti a tutto volume, i dammusi, cioè le case a piano terra, in cui vivono in mucchio famiglie che avrebbero avuto dalle mani della buonanima medaglie e sussidi, rovesciano continuamente nella strada i selvaggi clamori di cui i programmi radiotelevisivi son prodighi. Giurare su quel proverbio spagnolo che dice “la danza vien dalla panza”, e che gli abitanti dei dammusi abbiano ben mangiato prima di aprire a tutto volume i propri apparecchi, sarebbe arduo: non solo hanno mangiato male e poco, ma l’ufficiale giudiziario è già in moto per riprendersi gli apparecchi non pagati. Ma avere un nuovo apparecchio è facile; quel che è difficile è trovare da mangiare.
Per dare una visione completa del “benessere eccezionale” di cui gli italiani godono, scegliamo la zona della Sicilia compresa nel triangolo Agrigento – Canicattì – Licata. E’ una zona davvero eccezionale. Le colture agrarie sono in prevalenza a carattere estensivo: rotazione biennale di fave e grano, piuttosto rara la rotazione triennale fave – grano – orzo. Quest’anno la produzione media per ettaro è stata di quintali 3 per le fave, di quintali 6 per il grano. Un ettaro seminato a fave ha reso, cioè, 18 mila lire, e un ettaro seminato a grano 51 mila lire, considerando però il prezzo massimo stabilito dalla Regione Siciliana. Per un ettaro seminato a fave le spese sono state: 7 mila lire di sementi, 10 mila di motoaratura, 10 mila di perfosfato; spese divise in parti uguali tra il proprietario e il mezzadro, e dunque per ciascuno una perdita viva di 4.500 lire. Bisogna aggiungere per il mezzadro almeno 30 giornate di lavoro: semina, prima e seconda zappa, mietitura, trebbiatura, trasporto; e per il proprietario circa 15 mila lire di tasse fondiarie e contributi unificati.
Dalle 51 mila lire che ha reso in media un ettaro seminato a grano, bisogna detrarre 10 mila lire di sementi. 10 mila di motoaratura, 5 mila di nitrato. Restano da dividersi tra proprietario e mezzadro, 26 mila lire: sulle sue 13 mila il mezzadro si ripagherà delle 35 giornate di lavoro impiegate; e il proprietario delle 15 mila lire di fondiaria e contributi. Siamo, anche per il raccolto del grano, sul passivo. Né, essendo di solito le colture consociate ai mandorli, c’è speranza di rifarsi con un raccolto, sia pure minimo, di mandorle; gli alberi hanno soltanto foglie. E le vigne non promettono di meglio: già attaccate dalla peronospera e dall’oidio (qui comunemente detto mal nero; che pare un simbolo del male che attacca la vita della nazione).
Della malannata discorriamo con un piccolo proprietario che, per fortuna sua, vive dello stipendio di impiegato statale, e allo stipendio attinge per pagare le tasse sulla proprietà: ma il mezzadro su quella piccola proprietà ci vive, o dovrebbe viverci. Ci fa vedere i suoi conti. Per quattro ettari di terra, metà seminati a fave e metà a grano, ha speso 20 mila lire di motoaratura (altrettante il mezzadro: e così per ogni altra spesa), 16 mila di sementi, 10 mila di perfosfato, 5 mila di nitrato: 51 mila lire in totale, alle quali bisogna aggiungere circa 60 mila lire di fondiaria e contributi. Ha ricavato dai raccolti 99.700 lire. Gli è andata bene: ha perduto soltanto un migliaio di lire. Ma un ettaro di vigneto che ha a parte, coltivato in economia, sarà una perdita secca; già si vedono i pampini attaccati dalla ruggine della peronospera, e al suo occhio esperto si svela l’insidia dell’oidio. E le sue sono terre buone, di mezza collina, ricche d’acqua.
Già i contadini cominciano a capire che la mezzadria, anche senza la malannata, non è più conveniente per loro: se va bene, dà loro lo stretto salario delle giornate di lavoro; e se va male, nemmeno il salario: debiti, anzi, col proprietario che anticipa le spese o con le banche. Cominciano perciò a lasciare le mezzadrie cui finora sono stati tenacemente attaccati: che se la sbroglino i proprietari con le macchine agricole e coi concimi, perlomeno hanno la risorsa di poter vendere le loro terre, mentre hanno ancora un prezzo (la cosa strana è che le terre abbiano, come si suol dire, “il prezzo”: che si vendano ancora bene; e forse è dovuto al fatto che il contadino emigrato a lavorare nelle miniere del Belgio o della Germania dà mandato ai familiari di comprare qui terre, piccole proprietà cui ancorare il suo ritorno).
In questa situazione, l’usura – solitamente attiva in questa zona – ha raggiunto una vergognosa intensità. I paesi ne sono bruciati: segretamente, come di un male che internamente corrode il corpo sociale in nessun modo manifestandosi. Insospettabili “galantuomini” si sono dati a esercitare l’usura. Affidano qualche milione a persone di fiducia, generalmente uomini “di rispetto” o comunque temibili, e ricevono nel giro di un anno il doppio. E’ un mestiere sicuro: basta sapere scegliere la persona cui affidare “il capitale”.
Questi amministrando il capitale affidatogli non può contentarsi di un semplice diritto percentuale sulla mediazione: ma stabilisce un tasso di interesse più alto di quello che il “capitalista” pretende. Sicché si può dire che il medio tasso d’interesse sia del 10 per cento: al mese, si capisce; essendo il mese l’unità di misura temporale di tali prestiti. Basta un “capitale” di cinquanta milioni a bruciare un paese intero.
Una inchiesta per avere dati sicuri sulla frequenza e l’incidenza della usura nella vita dei paesi siciliani, presenta enormi difficoltà e pericoli. Secondo l’autorevole giudizio del colonnello dei carabinieri Renato Candida, autore di uno degli studi accurati sulla mafia (Questa mafia, Salvatore Sciascia editore, Caltanissetta), l’usura è uno dei tanti rami di attività della mafia: e ciò può spiegare il silenzio che ristagna intorno al fenomeno, lo scorrere tranquillo e puntuale dei pagamenti, il rarissimo ricorrere delle vittime alla legge. A nostro ricordo, in un paese della zona che conosciamo benissimo, nel giro di trent’anni una sola denuncia per usura è stata avanzata: e colpiva un ex sottufficiale dei carabinieri, denunciante un comunista (dato, pensiamo, piuttosto significativo; che sia stato un comunista ad avere il coraggio di denunciare). L’imputato ebbe condanna con sospensione condizionale: ma perse il suo posto di capo dei vigili urbani. Il suo errore, a quanto pare, era stato quello di non servirsi di una mediazione: che, anche nel caso di una denuncia, gli sarebbe servita da schermo. Errore che gli usurai non commettono più: e hanno vita tranquilla, rispettata. Si capisce che della loro segreta attività si mormora: e basterebbe tendere l’orecchio per cogliere i loro nomi e, anche a non poter procedere contro di loro per la cronica mancanza di prove, basterebbe autorevolmente diffidarli. Ma siamo, evidentemente, affaccendati in ben altre faccende.
Ma, più dei contadini, a ricorrere ai prestiti degli usurai sono gli zolfatari. Un contadino può accedere al credito agrario: per opportuno decreto del governo regionale, durante la presidenza Milazzo, in Sicilia, agevolato e dilazionato; o può, con l’avallo del proprietario o di un proprietario, contrarre presso una qualsiasi banca un prestito che, a confronto di quelli degli usurai, è addirittura una goduria (abbiamo parlato con un contadino che aveva avuto di recente un prestito da una banca: gli avevano dato 95 mila lire facendogli firmare una cambiale di 100 mila, scadenza a quattro mesi, gli interessi trattenuti in anticipo stabiliscono dunque un tasso superiore al 15 per cento nominale). Ma il credito agrario non va al di là delle 50 mila lire per ogni ettaro di terreno che il mezzadro coltiva; né è facile accedere ai normali prestiti, non sempre trovandosi i proprietari disposti all’avallo: dunque anche il contadino è a volte costretto a ricorrere all’usuraio, e ancora di più lo sarà quest’anno.
Il rapporto tra usurai e zolfatari è più antico, costante: lo zolfataro, forse per la continua presenza della morte nel suo lavoro, è portato a scialacquare: e oggi, tentato dal superfluo (radiofonografo, televisore, frigorifero, dischi; oltre agli oggetti di vestiario o di moda) in maggior misura che nel passato. Questo per gli zolfatari che hanno lavoro continuo e salario regolarmente pagato: che non sono molti. Ma ci sono gli zolfatari che lavorano e ricevono solo acconti; e altri che per mesi non ricevono nemmeno acconti. Il prestito è per loro in funzione del necessario: altro che superfluo. E si trovano presi dentro una rete inestricabile.
Non possiamo, come abbiamo già detto, fornire dei dati sicuri: ma possiamo affermare che il fenomeno esiste, e in proporzioni allarmanti. Dagli episodi che ci sono stati raccontati, dalle cifre che ci sono state fornite, abbiamo dedotto che l’usura dà, a poche persone (due per ogni mille abitanti, secondo i nostri calcoli), un reddito fisso pari alla somma inizialmente impiegata e, dopo il primo anno, definitivamente recuperata. Cioè: una persona che ha inizialmente affidato a un mediatore un milione di lire, quali che siano le usure che ne ricaverà, non metterà mai in circolazione una somma superiore al milione: e per varie ragioni. Se l’esercizio dell’usura aumenta non lo è per la mutata tecnica degli usurai, da una tecnica che potremmo chiamare del reddito fisso a quella, propriamente bancaria, che in qualche modo corrisponde alla figura matematica della martingala (nella nostra incompetenza parliamo di figure matematiche come di figure retoriche): l’usura cresce perché gli usurai aumentano di numero; il risultato di reddito dell’investimento allettando tutti coloro che, sprovvisti di elementare senso morale, dispongono di un piccolo risparmio che giace in una banca a fruttare un misero 3,50 per cento.
In un paese ci è stata indicata persino una mendicante, quasi cieca, come implacabile. Ma in ogni paese ci sono stati indicati dei “galantuomini”, uomini d’ordine in politica e osservanti in religione, come sospetti, dietro lo schermo dei mediatori, di esercitare questa spaventosa attività. Diceva san Bernardino alle donne degli usurai: “Voi con quelle cioppe in capo, torcetele e ne uscirà sangue di creature”. Poiché il denaro dell’usura è sangue: e forse a spremere le cioppe dell’ultima moda, i delicati e fioriti cappellini di certe signore, ne uscirebbe un po’ sangue di questi zolfatari, di questi contadini, di questi poveri pensionati che hanno sempre il libretto “impegnato” nelle mani di un usuraio.
Abbiamo tentato di dare qualche elemento del “benessere” di cui alcuni italiani, secondo uomini responsabili, godono. Daremo in un prossimo articolo un quadro della particolare situazione di Licata.

Postilla
Leonardo Sciascia nel “Mondo nuovo” di Lucio Libertini.
Tra il 1958 e il 1959 il dibattito interno del partito socialista italiano conobbe una chiarificazione, che sembrava superare l’ambiguità con cui si era chiuso all'inizio del 1957 il congresso di Venezia, ma approfondiva il solco tra le correnti.
Nenni sempre più si avvicinava alla tradizionale “destra” autonomista di Riccardo Lombardi e addirittura hesembrava scavalcarla nei progetti di unificazione con il Psdi di Saragat. I quadri “morandiani”, che continuavano a guidare l’apparato, restavano ancorati a una politica frontista, di unità stretta con i comunisti.
Viene così meno l’esperienza unitaria di Mondo operaio, la rivista teorica del partito, che aveva come direttore responsabile il fondatore Pietro Nenni  e come condirettori Francesco De Martino e Raniero Panzieri. Era stato soprattutto il secondo l'anima della rivista, aprendo il dibattito a temi nuovi, di grande spessore teorico e sociale, fuori dalle secche della retorica umanitaria e dello stalinismo che avevano inaridito il pensiero del Psi. In redazione Panzieri aveva avuto  vicino un quadro ancora giovane dall’esperienza politica assai travagliata e minoritaria: Lucio Libertini, (http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2010/08/libertini-e-il-pci-ovvero-il-vizietto.htlm), che aveva alle sue spalle la scissione di palazzo Barberini , il tentativo di creazione di un giornale “titoista” e la partecipazione con i dissidenti comunisti Cucchi e Magnani all’Unione socialista indipendente, contraria sia al frontismo che a governi con la Dc, che nel 1957 era confluita nel partito socialista di Nenni.
Libertini, integrato nella redazione di “Mondo operaioera diventato il più stretto collaboratore di Panzieri, insieme al quale aveva redatto uno dei testi a cui si fa risalire la “nuova sinistra”, le Sette tesi sul controllo operaio, un manifesto “consiliare” e “operaista” che rilanciava la prospettiva di una lotta politica dal basso, nella fabbrica, che precedesse e orientasse la mediazione parlamentare, .
Sul finire del 1958 Panzieri scelse di lasciare l’attività di partito e il ruolo di funzionario, per dedicarsi  a un lavorodi base e di ricerca con i “Quaderni rossi”. Libertini invece (con Panzieri vi fu anche qualche screzio), si impegnò nel lavorìo del Psi, favorendo la convergenza delle correnti di sinistra, ostili all’unificazione socialista e diffidenti verso un governo con la Dc che rompesse l’unità con i comunisti. Si trattava dei “carristi” (i quadri morandiani come Vecchietti e Valori che avevano approvato l’intervento dei carri armati sovietici in Ungheria), degli amici del luxemburghiano Lelio Basso e dei “sindacalisti” di Vittorio Foa. A questa alleanza correntizia, tutt’altro che omogenea, Libertini portò un contributo di attivismo ed elaborazione, dando vita, sul finire del 1959, alla rivista “Mondo nuovo” (con un’implicita polemica verso l’invecchiato “Mondo operaio” di Nenni). Dopo la scissione nel Psi, nel 1964, la rivista sarebbe diventata organo del nuovo partito, il Psiup. Fu merito di Libertini quello di cercare valide collaborazioni fuori dallo stretto ambito dei politici e dai sindacalisti . Una delle più importanti, sebbene limitata nel tempo, fu quella di Leonardo Sciascia, che scrisse per "Mondo nuovo" alcuni articoli, su argomenti assai vari (dalla situazione economica in Sicilia e in Calabria alla vicenda dei monaci di Mazzarino, alla rievocazione dei Mille). L’occhio acuto di Leonardo Sciascia sembrava peraltro spesso appuntarsi sulla “mafia” e sul ruolo di intermediazione violenta che spesso assumeva in quel contesto sociale arretrato. L’articolo qui riproposto analizzava la condizione di contadini e zolfatari in una delle aree più depresse della Sicilia (ieri come oggi), quella in cui sia lui che io abbiamo avuto la ventura di nascere e vivere, il triangolo Agrigento - Canicattì - Licata. (S.L.L.)

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