2.7.13

Metamorfosi di Pinocchio (di Ivan Tassi)

Scriveva Italo Calvino nel 1981, in occasione del centenario di Pinocchio, che la fiaba di Collodi è in grado di generare nella fantasia dei lettori immagini di straordinaria potenza: «ogni apparizione si presenta in questo libro con una forza visiva tale da non poter più essere dimenticata». È forse anche per questo motivo che le avventure del burattino di legno, fin da quando apparvero per la prima volta a puntate sul «Giornale per i bambini», furono accompagnate dalle illustrazioni. Dal 1881 ad oggi, sono state circa duecento (in media più di una per anno) le edizioni illustrate che si sono susseguite in una varietà di realizzazioni sorprendente e inesausta. Anche le edizioni più «tecniche», destinate in ultima istanza ad un pubblico squisitamente adulto, non sanno rinunciare agli apparati grafici: al di là delle consuete esigenze editoriali dei libri per ragazzi, Pinocchio sembra intriso di una prodigiosa, enigmatica carica, sempre pronta a rimettere in moto l'estro figurativo dei suoi cultori.

Un burattino in fuga
Che una simile energia possa dirsi tutt'altro che esaurita, ce lo dimostra del resto anche l'ultima edizione delle Avventure di Pinocchio (introduzione di Tiziano Scarpa, con una nota alle illustrazioni di Emilio Varrà, I Millenni, Einaudi, 315 pp., 75 euro), in cui Lorenzo Mattotti, maestro del fumetto e della graphic novel, torna per la seconda volta nella sua carriera ad accompagnare la storia del burattino di Collodi con immagini splendide. Come testimonia l'intervista inclusa nella nota introduttiva di Emilio Varrà, a sollecitare l'interesse di Mattotti è stata la natura inquieta delle incessanti metamorfosi di Pinocchio, che per tutta la durata del racconto si rivela in preda al demone della trasformazione. Prima di risvegliarsi, nell'ultimo capitolo, con le sembianze di un ragazzo in carne e ossa, il burattino recita come marionetta per il teatro di Mangiafuoco, svolge le mansioni di cane da guardia contro le faine in un pollaio, si tramuta in ciuco in seguito alla gita nel Paese dei Balocchi; e dopo essere diventato cibo per la digestione del terribile Pescecane, finisce per convertirsi in bestia da soma al servizio di un ortolano.
È quasi impossibile, allora, non lasciarsi trascinare da questa anomala, ipercinetica refrattarietà alla stasi, e non interrogarsi sui moventi che spingono Pinocchio a non perdurare mai troppo a lungo nella medesima condizione.
Le metamorfosi senza tregua potrebbero innanzitutto costituire un'agile strategia di difesa. Pinocchio - notava già Benedetto Croce - è «la vita»: rappresenta un istinto dinamico e primigenio, ostile a qualsiasi forma di coercizione. A partire da Mastro Ciliegia e da Geppetto, tutti i personaggi che nel corso del libro si imbattono nel burattino desiderano imprigionarlo in un ruolo o sottoporlo a un progetto, per poi ricavare dal suo legno «da catasta» un tornaconto privato; eppure ognuno di loro è destinato a veder prima o poi delusi, trasgrediti o sbeffeggiati i propri piani. Come ha specificato Giorgio Manganelli, Pinocchio risulta, in questo senso, un «animale da fuga»: sempre «di corsa» da un capitolo all'altro, non si sottrae soltanto ai raggiri del Gatto e della Volpe, alle brame di quanti vogliono friggerlo in padella o alle ambizioni materne della fata Turchina, ma anche al proposito scioperato di «correre dietro alle farfalle», che lui stesso, nelle prime pagine della fiaba, formula per sé al cospetto del Grillo-parlante. Incapace di ubbidire ad ogni sorta di programma definitivo, il burattino si configura dunque, a tutti gli effetti, come un personaggio determinato a scappare di mano. Il primo a dover scontare le conseguenze di questa riottosa vitalità, d'altro canto, fu lo stesso Collodi, che si trovò ben presto prigioniero di un'entità narrativa ingombrante.
Quando lo scrittore consegnò a Guido Biagi, responsabile del «Giornale per i Bambini», i primi episodi della fiaba, aveva già alle spalle una carriera di giornalista e romanziere, che lo aveva condotto a pubblicare Un romanzo in vagone (1856), I misteri di Firenze (1857) e due raccolte di racconti, cronache, schizzi umoristici intitolate Macchiette (1879) e Occhi e nasi (1881). Si tratta - secondo Alberto Asor Rosa - di una produzione «frastagliata» e «sfarfallata», che nei confronti del lavoro letterario testimonia un atteggiamento trascurato e «riduttivo», pronto a riversarsi anche su Pinocchio. Come ci rivela il discontinuo ritmo di pubblicazione delle diverse avventure, Collodi cercò infatti, in più di un'occasione, di abbandonare la stesura delle peripezie del burattino prima della sua agognata trasformazione in ragazzo. Furono le esigenze economiche e le insistenze del pubblico che, tuttavia, lo convinsero a proseguire anche controvoglia, e a sviluppare fino in fondo le potenzialità inscritte in un personaggio dalle dirompenti attrattive.
Non c'è da stupirsi allora se l'indolente Collodi, sopraffatto dalle forze di un'idea letteraria ribelle, reagì manifestando nei suoi confronti una sorta di punitivo, insofferente sadismo. Basta rileggere il racconto, e inseguire Pinocchio nei suoi andirivieni, per accorgersi che alle sue spalle si profila l'ombra di uno scrittore-burattinaio spietato e ingegnoso nell'architettare un percorso di vessazioni, torture, patimenti a catena. Da una parte all'altra del libro, il burattino viene colpito, truffato, deriso, mutilato, sottoposto in continuazione ai morsi della fame, alle ristrettezze della miseria, ai colpi, agli insulti e alle angherie mortali di quanti lo circondano. «La crudeltà di Collodi - ha commentato a questo proposito Mario Lavagetto - è raffinata, sottile, instancabile». E non sempre la vediamo impiegata a punire la trasgressione o la disobbedienza del burattino: persino quando è ancora un immobile e innocente pezzo di legno da dirozzare, Pinocchio è costretto a subire le gratuite percosse di Mastro Ciliegia, che, inquietato dalla sua «vocina», prende a «sbatacchiare» il ceppo di legno contro le pareti del suo laboratorio di falegname.

«Seguimi brutale lettore»
Può darsi allora che il sadismo vada ricollegato a ragioni d'ordine più generale, riguardanti l'universo delle fiabe. Le fiabe - scriveva Calvino - sono «vere», perché nelle loro trame è possibile riconoscere una specie di catalogo esaustivo dei destini umani. Non importa poi che quelle stesse trame siano dotate di un dispositivo consolatorio, e che nei loro finali, all'insegna di una magica politica del riequilibrio, il male venga per lo più soppiantato e sconfitto dal bene. Quando varchiamo l'incantato territorio della narrazione fiabesca, possiamo star certi che accanto a principi azzurri, nani servizievoli e provvidenziali cacciatori, ci imbatteremo in fanciulle schiavizzate, tetre matrigne, mele velenose, boschi infestati da lupi voraci, e in tutta una nutrita serie di eroi ed eroine costretti a sopportare prove disumane e atroci supplizi. Se dunque possiamo concordare ancora una volta con Calvino in merito alla paradossale «verità» della fiaba, dovremo accettare allo stesso tempo il fatto che il narratore delle fiabe, gettando un ponte sul vero, ci chiama ad essere spettatori e complici delle feroci brutalità connaturate alla vita «reale».
«Seguimi, brutale lettore, e considera a quali mani ingegnose e crudeli sono stato capace di affidare il mio eroe ridicolmente vulnerabile». È questo - secondo quanto affermava Nabokov in una delle sue Lezioni sul Chisciotte - l'appello che sentiamo risuonare fra le pagine della letteratura crudele; ed è questo stesso appello che, in qualche modo, ci apprestiamo a seguire quando entriamo nella singolare «stanza di tortura» rappresentata dalle Avventure di Pinocchio. Chi insegue Pinocchio lungo un itinerario di errori dovuti alla sua incorreggibile ingenuità, non cerca nel burattino un eroe con cui identificarsi. E dal momento che la liberatoria trasformazione in bambino viene rimandata fino all'ultimo capitolo, il piacere del lettore non può che concentrarsi sugli spettacoli di un patimento quasi senza sollievo; risiede, in altre parole, nel veder precipitare il burattino fra le reti delle prevedibili sciagure, di volta  in volta profetizzate, con puntuale chiaroveggenza, dalla «vocina» del Grillo-parlante e di altri personaggi-oracolo. Anche le immagini - in particolare quelle di Mattotti - collaborano, in questa prospettiva, a cristallizzare e ad esaltare il processo di tortura e lo spettacolo del patimento. Da una parte, i disegni di Mattotti, con le loro linee mobili e inquiete, tentano di riprodurre con verve «espressionistica» le spericolate corse di Pinocchio verso la sofferenza; dall'altra, le congelano in una galleria di icone memorabili, suggellando le sequenze essenziali di una fiaba che - dichiara Mattotti nell'intervista a Varrà - ha da sempre esercitato sull'artista un «potere orrorifico».
A quanti si domandassero se poi, in questo modo, Pinocchio sia stato definitivamente catturato, replica Mattotti: «Per quanto ci lavori da anni, credo di no. E forse non si dovrebbe nemmeno».

"il manifesto", 6 dicembre 2008

Storia della lotta di classe. Un libro di Domenico Losurdo (Roberto Monicchia)

Puntuale come sempre nella individuazione dei nodi problematici dei testi di cui propone la lettura, la recensione di Roberto Monicchia su “micropolis” di giugno 2013 presenta, a mio giudizio, un momento di ambiguità. Non è chiaro se la lettura “positiva” dell’attuale sviluppo in Cina come lotta contro la “doppia disuguaglianza”, come pure la prospettiva “denghista” e “antimaoista” di Losurdo, sia o no condivisa da Monicchia. Se sì, come parrebbe, io esprimo un forte disaccordo. Credo che il dirigismo del Pcc esprima una tendenza “mandarinale”, legata al cosiddetto “modo di produzione asiatico”, e che si sposi con un sempre più dichiarato “interclassismo” che pone la sordina al tema della disuguaglianza sociale e che determina una osmosi sempre più evidente tra burocrazie politiche e capitalisti ai diversi livelli. Occorrerà ragionarne anche con dati di fatto e non solo sulla base di modelli e formulazioni teoriche. (S.L.L.) 
Parigi 1936, Scioperanti dell'edilizia
Da molti anni Domenico Losurdo è impegnato in una generosa e meritoria battaglia contro la straripante egemonia culturale della destra. A partire dall‘equiparazione tra marxismo e totalitarismo, e anche grazie alle abiure di molti intellettuali di sinistra, la rivoluzione conservatrice ha compiuto un lungo percorso di decostruzione reazionaria, per legittimare l’assolutismo liberista.
Questo percorso di critica dell’ideologia (già sperimentato, per citarne solo alcune, nelle opere su Hegel, Nietzsche, Stalin) continua con La lotta di classe. Una storia politica e filosofica (Laterza, Roma-Bari 2013). Negata e contrastata fin dall’apparizione nel Manifesto dei comunisti, la teoria della lotta di classe è stata interpretata e applicata in accezioni tanto diverse da poter fungere da chiave di lettura della vicenda del movimento operaio del XIX e XX secolo.
Losurdo si dedica in primo luogo a chiarire il significato e la portata del concetto così come viene elaborato da Marx ed Engels. Al centro del ragionamento vi è la concezione plurale della lotta di classe, che vale sia in senso storico che in senso attuale: il conflitto capitale-lavoro è solo una delle forme della lotta di classe, che non annulla altre contraddizioni tra le quali hanno particolare importanza la questione femminile e soprattutto quella nazionale. A differenza di Fourier e Proudhon prima e dei socialisti imperialisti alla Lassalle poi, Marx ed Engels riconoscono l’importanza e la legittimità della questione nazionale (la solidarietà con la causa irlandese e polacca è ricorrente) e coloniale (India e Cina). Molto significativa è la decisa presa di posizione per il nord “capitalista” nella guerra di secessione, che indica come obiettivo prioritario l’abolizione della schiavitù: la barbarie dello sfruttamento capitalista si riflette in quella coloniale; la liberazione del proletariato non è una questione economica, ma una “lotta per il riconoscimento”. La dinamica delle lotte di classe è integralmente storica, il che implica un possibile superamento della divisione in classi e l’universale riconoscimento della dignità dei popoli. In questo senso il marxismo nasce e si sviluppa in netta opposizione ad ogni determinismo, tanto quello di chi nega o attenua l’esistenza del conflitto (come nel giusnaturalismo e nel contrattualismo), quanto quello di chi, come Nietzsche, vede nella subordinazione un dato naturale e necessario. L’approdo a questa visione articolata e mobile non è però immediato né pacifica.
Nel 1848, e di nuovo al tempo della Comune, Marx è propenso ad affermare una prospettiva rivoluzionaria unificata sull’asse del conflitto capitale-lavoro.
La molteplicità delle forme e manifestazioni, spesso contraddittorie, in cui si presenta la lotta di classe, acquisisce importanza decisiva nell’epoca aperta dalla rivoluzione sovietica, che a sua volta si sprigiona dalla grande guerra, evidenziando fin dal suo innesco l’intreccio tra questione nazionale e lotta operaia. Lenin è l’interprete più avvertito dell’età dell’imperialismo, di cui coglie la “doppia diseguaglianza” che attraversa il XX secolo: i paesi coloniali o comunque subordinati (come la Russia zarista), non possono realizzare l’emancipazione delle classi subalterne senza uscire dalla dipendenza economica e dall’isolamento politico internazionale. Fin da Brest-Litovsk il governo dei soviet sperimenta per primo il dilemma che tante tragiche scelte imporrà ai regimi postrivoluzionari del ‘900: come espropriare le vecchie classi dirigenti, reperendo contemporaneamente le risorse (in termini di capitali e conoscenze) per sviluppare le forze produttive necessarie a uscire dal sottosviluppo? Lenin affronta il problema con la Nep: bisogna riaprire all’iniziativa economica e al “know how” della borghesia, senza mettere in discussione il monopolio politico bolscevico, perché senza un’adeguata base materiale non è possibile alcuna forma di socialismo.
Vista col criterio della doppia diseguaglianza (sociale e nazionale), lo spostamento verso “sud-est” delle lotte rivoluzione nel novecento non è la confutazione dell’ipotesi marxiana, piuttosto la conferma della natura multiforme e su più piani della lotta di classe. Il realismo “costruttivo” di Lenin è uno dei due poli attorno a cui oscilla il movimento operaio; all’opposto si manifesta a più riprese - come nel 1919-20 - l‘ipotesi di una “guerra civile mondiale” tra le due schiere omogenee della borghesia e del proletariato. Questa visione riduttivistica si accompagna spesso (in Urss e fuori) ad un’identificazione del socialismo con un egualitarismo assoluto, che porta a trascurare la varietà delle lotte o a considerare tradimento e sconfitta qualsiasi altra tendenza. Rientrano in questo schema quanti esaltano la miseria “condivisa” del comunismo di guerra contro la “restaurazione capitalistica” della Nep, come coloro che svalutano la lotta dell’Urss al nazismo perché macchiata da un carattere patriottico. In questo modo si manca la comprensione dell’importanza storica del movimento anticoloniale; del resto il progetto nazista, che proietta in Europa il colonialismo, evidenzia come il capitalismo imperialista si fondi contemporaneamente sull’oppressione di classe quanto su quella nazionale e razziale.
Nella parabola della rivoluzione cinese è contenuto l’intero spettro dei modi di intendere e condurre la lotta di classe. La peculiare esperienza dell’esercito popolare maoista ha al centro la necessità di superare insieme l’oppressione di classe e la dipendenza economica, riconoscendo la funzione progressiva dell’alleanza con la borghesia nazionale in funzione antimperialista. Queste caratteristiche, oscurate da svolte estremiste e catastrofici scacchi, riemergono pienamente con la svolta di Deng, che si rifà ripetutamente all’esperienza della Nep. Precipitosamente liquidata da sinistra come “restaurazione capitalistica”, la strepitosa crescita cinese va invece considerata come l’esperienza più avanzata di uscita dalla “doppia diseguaglianza”. Confermano questa lettura, del resto, gli esiti politici ed economici opposti della crisi del 1989 per Cina e Urss.
La catastrofe sociale e nazionale della Russia postsovietica mostra le similitudini tra quest’epoca e la restaurazione del 1815. Sul piano ideologico il crollo di regimi politici oppressivi e decrepiti diviene discredito di ogni ipotesi di cambiamento, ennesima riproposizione dell‘estinzione della lotta di classe, e insieme rilegittimazione della superiorità occidentale (colonialismo incluso); al modello unico liberale corrisponde sul piano politico il lancio di un progetto globale unipolare. Ma come la restaurazione postnapoleonica chiuse solo momentaneamente l’età delle rivoluzioni, così in pochi anni “superimperialismo” Usa e “fine della storia” sono falliti miseramente. Il paradigma della lotta di classe resta il più adatto a comprendere la storia mondiale. Del tutto di là da venire è invece la possibilità che i diversi conflitti attuali trovino una qualche sintesi, almeno sul breve periodo.

"micropolis", giugno 2013

Terre di conquista. Le mafie nell'Italia centrale ("micropolis", giugno 2013)

Manuela Terracciano
Il patriarca del clan camorristico Terracciano Salvatore, detto O’ Nirone, può essere orgoglioso di come i figli hanno seguito il suo esempio ed esibire curricula malavitosi di tutto rispetto per ognuno dei 71 membri della famiglia, donne comprese.
Una storia esemplare la loro, da studiare per comprendere i meccanismi di conquista del territorio delle mafie. Già i sette decreti di confisca emessi dal Tribunale di Prato nei primi giorni del mese la dicono lunga sulla potenza del clan. Confiscati beni per 14 milioni di euro tra cui 17 aziende, 25 immobili disseminati tra Toscana e Umbria.
Emblematica e istruttiva la loro storia. Originari del comune vesuviano di Pollena Trocchia, i Terracciano esercitano la loro influenza nei quartieri spagnoli di Napoli: usura, droga, prostituzione, riciclaggio. Poi l’alleanza con la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo nella seconda metà degli anni ‘80, le condanne e il soggiorno obbligato in Toscana. Il clan si trasferisce in massa nell’Italia centrale al seguito dei confinati ed in venti anni riesce a mettere in piedi un impero. Una catena di pizzerie, la Sancho Panza e una di ristoranti, la Don Chisciotte, locali notturni, una scuderia di cavalli da corsa. Tra gli immobili e i terreni ci sono quelli di San Secondo nel comune di Città di Castello di cui abbiamo già scritto al momento del sequestro.
Più che di infiltrazioni mafiose siamo di fronte ad un controllo di zone sempre più vaste del territorio. Come ha sottolineato l’attuale procuratore nazionale antimafia Giusto Sciacchitano l’Italia centrale è zona ideale “per l’insediamento soft di associazioni criminali che riescono ad infiltrarsi nel tessuto economico finanziario utilizzando la realtà imprenditoriale presente nel territorio”.
Parole che suonano da monito per le amministrazioni locali che dopo una curiosità iniziale sembrano aver lasciato il campo al contrasto delle attività mafiose ad una improvvisata pubblicistica della domenica.
Monitoraggio del territorio, segnalazione di operazioni sospette alle forze dell’ordine ma anche maggior impegno nel pronto riutilizzo sociale dei beni confiscati. Le mafie compiono crimini per arricchirsi e il deterrente maggiore nei loro confronti è la sottrazione di ogni bene illecito.

La leggenda di Einstein nella scienza del 900 (Gianni Battimelli)

Quando nel 1911 viene pubblicato il primo testo scientifico incentrato sulla relatività einsteiniana (opera di Max von Laue, uno dei giovani fisici teorici tedeschi che per primi erano stati attratti dalla teoria), il fatto che in seconda pagina di copertina fosse riprodotta una fotografia di Einstein suscitò non poche perplessità e irritazioni negli ambienti scientifici. La ricerca era serio affare di una élite, quel genere di esibizioni cosa estranea che ne ledeva la dignità.
Dieci anni più tardi, Einstein è in tournée internazionale, dagli Stati uniti al Giappone, le conferenze sulla relatività sono frequentate da migliaia di persone (che verosimilmente capiscono assai poco), l'uomo di scienza diventa figura popolare. Non è un mistero che dietro a questa disseminazione per il globo del verbo relativistico c'è l'interesse delle autorità politiche della giovane Repubblica di Weimar a rinsaldare i legami internazionali della Germania, nel clima teso del dopoguerra, giocando a tal fine la carta della reputazione internazionale dello scienziato. Comunque, un'immagine pubblica della scienza comincia a formarsi, e proprio in questa occasione due suoi tratti distintivi si vengono delineando: quello che potremmo chiamare dell'internazionalismo scientifico, e quello relativo al carattere paradossale, e comprensibile solo da pochi esperti, delle moderne teorie scientifiche.
Il carattere internazionale dell'impresa scientifica permetterà di dimenticare il coinvolgimento degli scienziati dei vari paesi nello sforzo bellico (dietro la guerra chimica e l'efficienza tecnologica dell'esercito tedesco ci sono i migliori nomi della ricerca fondamentale in Germania: i chimici fisici Nernst e Haber erano sulla lista dei criminali di guerra, a Versailles) o la presa di posizione degli intellettuali tedeschi (cui aderirono numerosi tra i più noti scienziati, tra cui lo stesso Planck) in difesa della aggressione al Belgio neutrale («la cultura tedesca e il militarismo tedesco sono una stessa cosa»). Il sensazionalismo che contraddistingue l'interesse per la relatività sarà il punto di partenza di larga parte degli stravolgimenti e delle banalità che accompagneranno, in diversa misura, i successivi tentativi di divulgazione scientifica.
Ancora una decina d'anni (poco più) e Einstein è in America, a Princeton, esule dalla Germania nazista. Sono gli anni del New Deal, dell'intervento dell'industria e dello stato nella ristrutturazione della ricerca, della nascita della big science. La scienza si viene legando sempre più saldamente al potere, la scienza è potenza; la sua immagine pubblica dovrà esaltare e nobilitare questa sua funzione, occultandone però i meccanismi.
Nel mondo disneyano, ad Archimede Pitagorico, erede della tradizione empirica degli inventori alla Edison, si affianca il dottor Neutron, la nuova fisica teorica degli Slater e degli Oppenheimer. Nella lotta contro il male entra in campo la superiore potenza della ricerca fondamentale. La macchina di produzione del mito marcia più veloce; quindici anni separano la nascita della relatività dalla sua diffusione al di fuori degli ambienti scientifici: molto meno tempo divide la scoperta del neutrone dalla sua comparsa sui fumetti. Sotto quali vesti? Il dottor Neutron scrive formule incomprensibili ma efficaci, è gioviale e distratto, ha lunghi e scomposti capelli bianchi: il dottor Neutron è Einstein.
Perché Einstein? Cioè, perché proprio lui, tra tanti, ha rivestito questo ruolo? Può essere utile, per rispondere, analizzare il mito che ha generato; mito che presenta, d'altronde, più di una faccia. C'è un mito scientifico di Einstein, che vuole la sua statura di scienziato legata fondamentalmente a due momenti: la creazione della teoria della relatività e la sua appassionata difesa della causalità e del determinismo in polemica con l'interpretazione probabilistica della meccanica quantistica, momenti rispetto a cui viene relegato in secondo piano il resto della sua attività scientifica. Si tratta, appunto, di un mito: il dibattito sui fondamenti della meccanica quantistica diventa ben presto un dialogo tra sordi in cui Einstein si trova solo a difendere il suo punto di vista, in una disputa che è del tutto marginale rispetto alle linee dominanti della fisica del periodo (non si vuol dire con questo che chi vince ha sempre e comunque ragione; ma è certa la scarsissima rilevanza di quel dibattito nel determinare le tendenze che allora si imposero).
Quanto alla produzione scientifica, perché la relatività e non, per esempio, la lunga serie di contributi fondamentali sul terreno della statistica? Si può pensare che l'enfasi sulla teoria della relatività sia conseguenza della difficoltà di rendere facilmente accessibili i concetti intorno a cui ruota la problematica della meccanica statistica o della meccanica quantistica; la relatività coinvolge invece lo spazio e il tempo, stravolge direttamente il senso comune. Ma soprattutto, mentre gli altri settori della nuova fisica acquistano le loro caratteristiche attraverso l'apporto dei contributi di numerosi ricercatori, in un continuo confronto a più voci, la relatività può essere agevolmente presentata come l'opera di un uomo solo. Non esiste un unico creatore della meccanica quantistica, mentre l'immagine del creatore della relatività ha fatto breccia. Così, unico ideatore di teorie rivoluzionarie o isolato difensore di una concezione del mondo, questo Einstein ridimensionato è sempre solo. Nella vittoria o nella sconfitta, egli rappresenta il pensatore solitario; attorno a lui può sorgere la leggenda del genio.
La dimensione ideologica del mito appare qui scopertamente: è la confezione, per le masse, di un'immagine dell'attività scientifica come ricerca solitaria della verità, come illuminazione improvvisa e geniale, e dunque non controllabile e fondamentalmente incomprensibile. Unita alla attenzione per gli aspetti paradossali, sensazionali, più conflittuali col senso comune delle teorie scientifiche, questa immagine dell’uomo di scienza finisce con lo svolgere un ruolo oscurantista: questa divulgazione scientifica evoca la figura dello stregone. E l’esito oscurantista del mito dello scienziato è tale perché esso svolge una precisa funzione di occultamento; occorre perpetuare l’inganno del genio solitario per non svelare,  al contrario, la profonda natura sociale della scienza.
Scienza che proprio negli anni del aggiorno americano di Einstein vede accelerare i tempi della propria integrazione col tessuto produttivo e col potere politico, economico e militare, con conseguente modifica dei propri meccanismi di funzionamento e formazione di un nuovo tipo di management scientifico-industriale, di nuova professionalità scientifica e nuove linee di ricerca dominanti. La rottura che la generazione di Einstein ha operato trenta anni prima in Europa si sviluppa e conduce, nel mutato contesto sociale e culturale dell'America a cavalo della seconda guerra mondiale, ad esiti in cui la tradizione della fisica europea stenta a riconoscersi. L'isolamento scientifico di Einstein («qui mi considerano un vecchio fossile», dirà di se stesso a Princeton) può allora essere letto in una chiave più strutturale, meno legata alla eccentricità o alla formazione culturale della persona.
Il prestigio che lo circonda, dentro e fuori dall'ambiente scientifico, sarà allora usato per ergerlo come consolante paravento davanti ad una scienza in cui è ormai un estraneo; la nuova fisica si trova così, in modo solo apparentemente paradossale, ad essere rappresentata dall'uomo che riassume in sé larga parte delle caratteristiche che essa è sul punto di perdere, o che non ha mai posseduto.
Così i fisici americani chiederanno ad Einstein di firmare la lettera a Roosevelt che darà il via al progetto della costruzione della bomba atomica. Per quella firma, il pacifista Einstein è stato indicato come il padre della bomba. Dietro l'immagine dello stregone, capace di evocare le potenze misteriose della natura, compare il fungo distruttore dell'esplosione nucleare.
Naturalmente, la bomba non l'ha fatta Einstein, l'hanno fatta le centinaia di persone che hanno lavorato nei laboratori di Los Alamos al primo grande progetto «industriale» di ricerca scientifica, atto di nascita della big science. Ancora una volta, il mito svolge la sua funzione di copertura della concreta natura della scienza. Quanto Einstein sia stato vittima, e quanto complice cosciente della costruzione della sua leggenda, è in fondo irrilevante. Ciò che conta è che, come scrive J. M.  Lévi-Leblond, «è ora che l'albero cessi di nascondere la foresta».

“il manifesto”, 14 marzo 1979

La scomparsa della soggettività proletaria (di Sergio Garavini)

Ora il discorso verso la parte più debole della umanità è tornato a essere soprattutto caritatevole. Nessuno che conti osa proporre che siano i proletari, come tali, a comandare nel mondo. Anche chi ritiene di rappresentarli, pretende di ragionare per loro conto, li assiste, con la suggestione di discorsi che comunicano con la religiosità. La soggettività proletaria sembra scomparsa nella attenzione di tutti. Il mercato è il centro universale e al massimo, in quanto è un padre crudele, si cerca di proteggere l'infante proletario, che certo non sa e non può altro chiedere e avere se non appunto protezione.

da Ripensare l’illusione, Rubettino, 1999

L'anima laica. "La giornata di uno scrutatore di Italo Calvino" (Lidia De Federicis)

Del raccontare (2005) è un libretto di “saggi affettivi”, che ruotano intorno alla narrazione e rappresentano quasi il testamento di Lidia De Federicis. Tra l’altro vi si ritrova una sorta di profilo che la studiosa torinese tracciò di se stessa, che metteva insieme impegno politico, insegnamento, ricerca letteraria e didattica: «Riassumo in rapido elenco: la passione politica nella sinistra socialista di Riccardo Lombardi; poi una calda attività sindacale nella Cgil e insieme l’attività didattica; e di qui, per passaggi arditi ma comprensibili, nella deriva dei movimenti e delle ideologie, l’approdo al particolare illuminismo del Materiale e l’immaginario con Remo Ceserani. [...] Il materiale e l’immaginario è nato nella scuola; e me ne ha portato lontano, perché ha richiesto un’immersione totale, un impegno lungo, migliaia di pagine lette e scritte. Dalla scuola però sono uscita solo partecipando alla fondazione dell’“Indice”, la rivista a cui lavoro da una ventina d’anni».
Tra i “saggi affettivi” della De Federicis si ritrova anche una lettura della Giornata di uno scrutatore di Italo Calvino di cui è colto con grande efficacia argomentativa uno dei temi centrali (S.L.L.)
 


Vengo a un testo esemplare della laicità, che ci è stato consegnato dal novecento: La giornata  d’uno scrutatore di Italo Calvino. Il protagonista Amerigo Ormea nel giugno1953 si avvia a un seggio dove il partito l’ha designato a fare lo scrutatore, al Cottolengo, in un momento in cui era importante sventare quella si chiamava la “legge truffa”. Quando si avvia al seggio Amerigo riflette sui valori più semplici: l’istituzione è laica in quanto è di tutti, le elezioni sono un dovere di tutti e in questo semplice “dovere civile” sta innanzitutto la laicità della democrazia. Nelle forme dimesse e disadorne del seggio elettorale Amerigo vede «la lezione d’una morale onesta e austera; e una perpetua silenziosa rivincita sui fascisti, su coloro che la democrazia avevano creduto di poter disprezzare proprio per questo suo squallore esteriore, per questa sua umile contabilità, ed erano caduti in polvere con tutte le loro frange e i loro fiocchi…».
Voglio attirare l’attenzione su alcuni elementi fondanti la laicità di questo libro: il primo è che non propone un modello unico di essere umano: la laicità profonda è non avere un modello unico, neanche buono. Non per caso alla fine si prospetta una utopia positiva, dove donne imperfette – nane, gigantesse, storte, ecc. – esercitando l’umile mansione di tirare un carretto e lo fanno ridendo, con gran divertimento: «Anche l’ultima città dell’imperfezione ha la sua ora perfetta, pensò lo scrutatore, l’ora, l’attimo, in cui in ogni città c’è la Città». Lo scrutatore legge l’umanità in una condizione femminile, la sceglie vedendola nell’imperfezione, gli si apre l’enigma delle differenze imposte dalla natura e non dà laicamente una soluzione.
In un altro momento lo scrutatore parla al telefono con la sua ragazza e alla fine così definisce il suo rapporto con Lia: «Si arrabbiava, ma sapeva che l’amore con Lia era appunto l’arrabbiarsi così». Anche nelle relazioni private c’è questo modo di accettare la varietà dell’umano. Per Calvino la laicità è un consimile modo di stare al mondo, nelle situazioni pubbliche e in quelle private. Mai imposizione di un modello, mai autoritarismo. L’anima laica, per dir così, è questo.

Lidia De Federicis e i dilemmi del raccontarsi (Massimo Onofri)


Lidia De Federicis
Una riflessione su che cosa significa «raccontare»? O, più semplicemente, qualcosa che ha a che fare, e in chissà che modo, con l'arte del racconto? Del raccontare, in effetti, s'intitola l'ultimo libro di Lidia De Federicis edito da Manni (pp. 80, euro 8,00): né il sottotitolo, Saggi affettivi, ci aiuta a scioglierne le ambiguità, semmai si aggiunge per accrescerle, oltre a dichiarare l'angolazione dalla quale si è scelto di parlare, quella di «una soggettiva verità».
Lidia De Federicis è stata tra i fondatori d'una rivista, «L'Indice dei libri del mese», che proprio ora ha compiuto vent'anni, e si è occupata da sempre, in proprio ma anche per delega ai tanti collaboratori, di letteratura italiana, soprattutto recentissima. Ma ha anche alle spalle una lunga esperienza nella scuola pubblica dove ha insegnato, quasi da subito al Gobetti di Torino, per più d'un quarto di secolo. Da questo suo doppio e precoce ruolo di insegnante e critico (la prima recensione fu nel 1956, su «Lettere italiane») è venuto fuori, in collaborazione con Remo Ceserani, quell'impresa editoriale che è Il materiale e l'immaginario, che ha contribuito a cambiare, piaccia o no, la didattica della letteratura nelle nostre scuole. Quando la si riconduce con troppo zelo - e accade non di rado - a questa cifra pedagogica, Lidia De Federicis mostra insofferenza. E non ha torto: quella del Materiale e l'immaginario è una vicenda ormai conclusa, così come è finito per sempre un ciclo decisivo della scuola italiana, legato alle speranze di un fervoroso riformismo, a una bella utopia, tutta giocata sulla scommessa d'una vera democratizzazione della società italiana. Si trattava di un'Italia che si fa fatica, oggi, a credere che sia esistita, quella che, per la De Federicis, rispondeva ai nomi di Francesco De Bartolomeis e l'antipedagogia, di Elvio Fachinelli e la psicoanalisi antiautoritaria, di Giovanni Arpino (con cui la De Federicis ha scritto un Novecento) e Albino Galvano, di Tullia Carrettoni, carismatica dirigente del Psi torinese.
La storia di Lidia De Federicis oggi è un'altra e questo libro magrissimo e veloce lo testimonia: un libro spalancato su problemi di non poco conto e non eludibili per chiunque abbia chiara (e a cuore) la situazione della nostra contemporaneità letteraria: poco importa che i narratori italiani coevi, magari i famosi e accreditati campioni del giallo e del noir, non si pongano nemmeno lontanamente questi problemi, piuttosto regredendo a strutture e a situazioni pacificanti (in modo, così, da eludere il conflitto sociale), proponendo una letteratura consolatoria e di risarcimenti che dissimuli il disordine.
I problemi veri, De Federicis lo sa, sono altri: chi è che scrive, quando scrive per un pubblico? E per cosa scrive? Quali garanzie può offrire al lettore, una volta che il patto di credulità stipulato con gli autori è andato, conflagrante il `900, completamente in frantumi, e, davvero, non si può più far finta di niente. Si direbbe che, come molti degli scrittori italiani qui rubricati (dalla Ramondino de L'isola riflessa alla Rasy di Tra noi due, dal Carraro di Non c'è più tempo al Trevi de I cani del nulla), la De Federicis non voglia garantire nulla del proprio racconto, se non attraverso la sua vita e il suo corpo, e grazie alla memoria, credibile, appunto, proprio perché singolare e irripetibile, non replicabile.
«Se davvero, e si è detto, alla fine del Novecento, dopo due secoli di confessioni e autobiografie, l'io è come un genere, il problema sarà quale genere farne, ora che va finendo il novecentesco romanzo dell'io. Il problema è biografico, situarsi e raccontarsi nella mutazione culturale. Tenersi ai limiti dell'io e tuttavia percepire il carattere illimitato, asistematico, della nostra contemporaneità». Sono parole dalle quali si capisce bene che questo libro non sarebbe nato se non trovando il giusto tono di voce: che è, anch'esso, problema cruciale, abbracciando tutte quelle forme di scrittura non solo autobiografica che, solo per pigrizia critica, continuiamo a chiamare saggistica.
Problema cruciale, tanto più per Lidia De Federicis, che s'è trovata ad accordare, a un io prosodico, una vita plurale: critico militante e recensore, saggista, professoressa e, integralmente calata nella storia delle donne, con laico disincanto ma sacrosanta partigianeria, si è impegnata a raccontare la propria vita anche attraverso i libri, e a pensarli, ripassandoli, anche in forza delle esperienze che la vita imponeva. L'ha trovato, quel tono di voce, incontrando qualche anno fa la «sottorubrichetta a intervalli liberi» di «Belfagor»: Minima personalia, appunto, che è il suo modo, un po' all'inglese (ma senza filarsela), di dire delle faccende massime col minimo di retorica possibile. Ecco perché, come la Morante, la De Federicis pare credere che non possa darsi romanzo degno che non si confronti con «le cose ultime»: giusto, allora, il rilievo dato a un libro misterioso, Dava fine alla tremenda notte, della più misteriosa delle nostre scrittrici, Marosia Castaldi. L'extratesto, ecco il punto, qui vince sempre sul testo. Come potrebbe essere altrimenti: «La letteratura può riuscire insopportabile, rispetto al `corpo di un essere vivente che combatte con la morte'».

"il manifesto", 30 aprile 2005

Per Trotzkij (S.L.L.)

20 agosto 2009
Nella giunta che Franco Fortini fece al magnifico L'ospite ingrato, uno dei suoi testi più scomodi e più odiati dagli opportunisti, quando nel 1985 lo ripubblicò l'editore Marietti, spicca una paginetta del 73 intitolata Il prezzo. Si apre con un ricordo, presumo degli anni Cinquanta: "Come arrossì fino alle tempie la giovane bibliotecaria, tanti anni fa, alla 'Lenin' di Mosca, quando le chiesi quale modulo dovessi riempire per avere in lettura un volume di Trotzkij".
Mi accadde qualcosa di simile nella mia unica e tardiva visita a Mosca dell'autunno 91, in una fase di grandi mutamenti.
Dopo il colpo di stato da operetta dei "duri", Eltsin stava mettendo fine al progetto di una Comunità di Stati Indipendenti e si preparava a uno scioglimento "secco" dell'Urss per togliere a Gorbaciov qualsiasi ruolo anche formale. Fuori da ogni regola venivano smantellate le strutture del vecchio potere. Dal grande edificio che era stato sede del Pcus partivano, chissà per dove, camionette piene zeppe di scatoloni di documenti che i militari avevano provveduto a portare giù dagli uffici e caricare; ma in attesa davanti alla tomba di Lenin c'era ancora una lunga coda di visitatori, quasi certamente "sovietici", per lo più coppie di sposini arrivate da ogni parte dell'Unione.
Trecento metri più in là, davanti al museo Lenin, una manifestazione di "comunisti" si opponeva alla ventilata chiusura: erano un centinaio, quasi tutti anziani e tra di loro spiccavano alcuni eroi carichi di medaglie e alcune signore eleganti e ingioiellate.
La città era nel caos totale, per i prezzi ballerini, per l'obsolescenza delle regole antiche e l'assenza delle nuove, e accanto ai segni della svolta "moderna e occidentalista" permanevano i residui del passato, perfino un negozio di "souvenir" sovietici.
Fu proprio lì che spendendo un bel po' di rubli (diventati nel frattempo carta straccia e acquistati per pochissime lire in banca senza alcun ricorso al mercato nero) feci incetta di paccottiglia sovietica, non so quante medagliette di Lenin e dell'Urss, t-shirt puzzolenti di puro petrolio con la faccia del capo rivoluzionario, con la stella rossa o con la falce e martello, una decina di manifesti del 17 tutti uguali, rimasugli di mercanzie un tempo copiose. C'erano anche un paio di esemplari di un altro manifesto, che ritraeva un capo rivoluzionario, con criniera arruffata e occhiali di traverso, il volto rugoso allungato da una rada barbetta a punta. Mi convinsi che doveva essere Trotzkij e mi meravigliai che la perestroika di Gorbaciov fosse arrivata a riabilitare il fino ad allora esecratissimo costruttore dell'Armata Rossa; chiesi i due poster facendone il nome.
Di russo non so un acca e la pronunzia che accompagnava la segnalazione fatta con il dito indice doveva essere pessima, ma la giovane commessa comprese ugualmente il nome proibito e arrossì come la bibliotecaria di Fortini. Poi comunicò la mia strana richiesta a una collega: l'una e l'altra arrossivano e ridevano, a bocca chiusa, come un tempo le educande alle barzellette sporche. Scopersi che non solo quel tipo non era Trotzkij, ma addirittura Dzerzinskij, il creatore della terribile polizia politica. Neanche Gorbaciov dunque, ammesso che lo abbia voluto, era riuscito a sottrarre Trotzkji alla falsificazione della memoria imposta dallo stalinismo.
Cosa è accaduto in Russia dopo è noto a tutti: Eltsin, Putin, democratura, oligarchi, mafie. Non ci sono più tornato e non posso esserne certo, ma ho un sospetto. Che la figura di Trotzkij, che la sua opera teorica (con tutti i suoi limiti, ma anche con il suo spessore critico) sia passata dall'esecrazione all'oblio. Oggi forse non ci sarebbe nessuna commessa o bibliotecaria a provare imbarazzo e vergogna alla pronuncia di quel nome, oramai totalmente sconosciuto.
Una ragione di più per ricordarlo nell'anniversario della sua uccisione da parte degli stalinisti. Magari riprendendo le parole di uno dei suoi ultimi scritti, quasi un testamento in attesa degli assassini, che del resto già ci avevano provato: «Quali che siano le circostanze della mia morte, io morirò con la incrollabile fede nel futuro comunista. Questa fede nell'uomo e nel suo futuro mi dà, persino ora, una tale forza di resistenza che nessuna religione potrebbe mai darmi... Posso vedere la verde striscia di erba oltre la finestra ed il cielo limpido azzurro oltre il muro, e la luce del sole dappertutto. La vita è bella. Possano le generazioni future liberarla di ogni male, oppressione e violenza e goderla in tutto il suo splendore».

L’Europa, il barone, il cavallo (Isidoro Davide Mortellaro)

Rileggo un vecchio articolo dell’economista Mortellaro sulle misure europee per la ripresa e vi trovo una bella citazione romanzesca e una similitudine. Quest’ultima mi pare azzeccata e valida oggi più d’allora. (S.L.L.)

«Mi salvò la mia destrezza e la mia sovrumana energia: afferrai il mio codino e mi tirai su. Proprio così, amici: con la sola forza del mio braccio destro, a rischio di strapparmi il codino, mi tirai su, me e il mio cavallo che stringevo saldamente fra le ginocchia ... tirai, tirai, e finalmente sentii la terra sotto i piedi. Intendo, sotto le zampe del cavallo. E questo vi dimostra l’importanza d’un codino ben fatto e robusto».
Irrefrenabile, mentre scorrono sotto gli occhi gli interventi sulla rotta d'Europa, il pensiero vola alle fantastiche avventure del barone di Münchausen, al magniloquente racconto di come, facendo forza solo sui propri capelli, si tirò su dal pantano, assieme al proprio «cavallo lituano».

“il manifesto” 14 settembre 2011

1.7.13

Marx. Una appassionata e semplice riabilitazione (Marco Gatto)

Terry Eagleton
Considerato oggi il critico letterario più importante e incisivo del panorama britannico, di origine irlandese, marxista eterodosso, Terry Ealgeton di certo rappresenta, in un tempo forse non più suo, l'estrema propaggine di un percorso culturale in tutto e per tutto anglosassone, contrassegnato da un umanesimo radicale, da un socialismo fortemente intellettualizzato e da un serrato confronto interdisciplinare, che permette di tracciare linee sinergiche di notevole interesse.
È forse in virtù di quest'ultima peculiarità del suo pensiero critico - che egli del resto condivide col suo maestro, poi ripudiato, Raymond Williams - che difficilmente potremmo rubricare l'attività di Eagleton a una generica area del sapere umanistico. Non si tratta di un teorico della letteratura tout court, né di uno specialista (per quanto si sia imposto come studioso di Shakespeare e abbia dedicato libri al romanzo inglese, a Samuel Richardson o alle sorelle Brontë, saggi su Conrad, Orwell, Eliot, Auden e molti altri), né tantomeno di un critico della cultura (nel senso «francofortese») o di un intellettuale engagé: Eagleton resta un umanista inglese dalle esibite concezioni socialiste (quanto romantiche), un accademico che non disdegna l'impegno politico materialista, seppure non concepisca quest'ultimo - entrando spesso in evidente contraddizione - in contrasto con una tendenza all'interrogazione religiosa o etico-morale (particolarmente presente nelle ultime sue prove, in cui si nota un inconsueto ricorrere di suggestioni psicoanalistiche, provenienti dalle lettura postmoderniste di Lacan).
Ma il critico letterario di Salford è soprattutto un eccellente scrittore di critica letteraria. E per quanto egli ritenga un limite l'estetizzazione letteraria della saggistica, tanto da accusare il suo collega (e rivale) marxista Fredric Jameson di compromettente uso artistico della riflessione filosofica, si può senza dubbio estendere questo giudizio all'esperienza teorica e critica del medesimo Eagleton, la cui abilità scrittoria - unita a un incontenibile gusto per la boutade e per il sarcasmo, persino ricercato e concepito come necessità ermeneutica - si lascia facilmente riconoscere, specie nelle recensioni o negli articoli di occasione (per non parlare della sua attività di autore per il teatro o di poeta).
Insomma, Eagleton incarna una particolare tipologia di umanista e di critico letterario che sembra ormai fuori dal tempo. La sua poliedricità, assieme a un gusto per l'eccentrico e l'umoristico, pericolosamente si lascia spesso assorbire dal felice nichilismo della nostra contemporaneità. E tuttavia, la sua saggistica d'intervento, sempre tesa, dietro la maschera della diatriba e della protesta, a una difesa del sapere letterario, resta l'esempio forse più importante dell'eredità di critici o intellettuali pure politicamente distanti come Raymond Williams, Caudwell, Arnold, Thompson, Addison, o della presenza nel Regno Unito di un pensiero culturale «europeo» di matrice antagonista, cui fanno capo costanti riferimenti a intellettuali come Benjamin, Brecht, Adorno e Lukács.
Per queste ragioni suscita sempre attenzione la sua comparsa sul mercato editoriale (di cui, nel settore limitato della saggistica culturale, è quasi una star): e non poteva mancare, puntuale, in tempo di crisi e recessione economica, un suo contributo alla lettura di Marx. Why Marx Was Right è il titolo di un volume ricco e generoso, edito quest'anno da Yale University Press, in cui Eagleton prova a contrastare, con la solita sagacia, otto fra le accuse generalmente mosse al marxismo, per dimostrare di quest'ultimo, al contrario, la vitalità e la forza ermeneutica. L'obiettivo di fondo è quello di un'introduzione pratica al pensiero di Marx; il risultato evidente è un tentativo, spesso limitato e ancor più spesso goffo, di semplificare questioni di capitale importanza, con il proposito di attualizzarle o di renderle comprensibili a un largo pubblico. In tal senso, il manualetto introduttivo edito da Sansoni qualche anno fa, e intitolato Marx, rappresentava un esperimento più riuscito. Il nuovo libro, invece, si riassume in una serie di affermazioni pressoché estemporanee. Le obiezioni tradizionali a cui Eagleton intende rispondere sono troppo genericamente sintetizzate, così pure le possibili risposte risultano vaghe e rischiano di perdersi in chiacchiericcio. Così, ad esempio, per opporsi all'idea che il marxismo sia ossessionato dalla nozione di «classe», Eagleton si limita a far notare che, per Marx e i suoi eredi, la classe non ha nulla a che fare con il comportamento, non è una questione di «sentimenti», ma di «ciò che si fa». Oppure, per tranquillizzare il lettore, il critico inglese invita a credere che il marxismo nulla abbia a che vedere con il determinismo o con il riduzionismo, giacché l'umanesimo stesso di Marx vale come salvaguardia dell'espressione individuale (e persino spirituale). E via volgarizzando, semplificando.
Insomma, al di là del piacere estetico che si può ricavare dalla lettura, il libro non offre tanti spunti di riflessione, solo qualche argomento interessante da dibattere, e per il resto pochi rilievi sulla situazione politica ed economica d'oggi. In fondo, anche il titolo risulta incomprensibile: il lettore non informato rischia di non comprendere per quale motivo Marx continui a stimolare l'intelligenza di tanti studiosi. Eagleton si conferma eccessivamente bravo nel sarcasmo con cui dipinge le strategie ideologiche del neoliberismo, ma non altrettanto capace di contrapporre una serrata demistificazione di quest'ultime. È un vizio del marxismo letterario e culturale degli ultimi tempi, quello di concepire la prassi politica come un semplice rendez-vous testuale.

il manifesto 15 settembre 2011

Binni. L'eredità dimenticata di un pessimista rivoluzionario (Marco Gatto)

In tempi di incertezza sociale e di crisi del sapere umanistico, si fa più viva e urgente la necessità di guardare all'esempio dei maestri del passato. Ne sentiamo la mancanza, perché legati a una condizione di orfanezza che pare insanabile, cifra di un'intera stagione della vita politica e culturale che ha eroso ed esaurito la tradizionale dialettica tra padri e figli, lasciando un vuoto di dialogo e di conflittualità. Walter Binni ha rappresentato, per una generazione in particolare, un modello di «letterato-intellettuale» da seguire e imitare. E l'endiadi pare appropriata perché, in fondo, oggi revocabile, se riferita alla costellazione intellettuale italiana: in larga parte, il nostro paese non dispone più studiosi di letteratura capaci di pensare l'attività critica come proposta politica, o di convertire il proprio progetto di ricerca in uno sforzo di comprensione alternativa dell'esistente.
Certo, la cornice ideologica e politica è cambiata, e l'ideologia neoliberista, con le sue teorie sulla fine della storia e delle grandi narrazioni, ha creato un disorientamento costante, tale da trasformare gli intellettuali in una schiera di battitori liberi. Ma dietro questo discorso mistificante, costruito ad arte, si cela l'intima necessità di riaffilare le armi della critica, e di spingere quest'ultima oltre le barriere disciplinari, verso un corpo a corpo con la realtà.
Gli scritti di Binni e il suo percorso di studioso rappresentano, di questo necessario scontrarsi con i problemi della contingenza, un esempio per certi versi magistrale. Non solo per ragioni meramente biografiche - Binni ha sempre coniugato la sua attività culturale a un intenso impegno politico: basti ricordare che prese parte all'Assemblea costituente -, ma perché la forza dei suoi interventi saggistici, si parli degli scritti sul decadentismo o delle analisi leopardiane, si misura sulla base di una capacità sempre vigile di cogliere il dato politico e di far reagire la lettera del testo con le resistenze del mondo (e viceversa), proiettando l'esercizio critico verso una pratica di attualizzazione e di responsabilità sociale.
È la rivista «Il Ponte» a intraprendere, negli ultimi tempi, un percorso di approfondimento e riproposizione degli insegnamenti di Binni. Per le edizioni collegate al periodico, Lanfranco Binni ha raccolto gli interventi di caratura militante in un volume dal titolo La disperata tensione. Scritti politici (1934-1997) (Il Ponte Editore, pp. 352, euro 20); l'ultimo numero è invece uno «speciale» con annessa bibliografia generale (curata da Chiara Biagioli) sulla lezione del critico perugino e raccoglie numerosi interventi, ripartiti in quattro macrosezioni, dedicate rispettivamente al metodo d'analisi e alle questioni di teoria letteraria, all'attivismo etico-politico, alle testimonianze di intellettuali e scrittori e a un percorso di sette interventi firmati da Binni su questioni politiche e culturali.
Fra questi spicca l'invito rivolto, in un articolo del 1988, alle nuove generazioni di seguire l'insegnamento de La Ginestra leopardiana, in tempi che chiamano «ad una lotta per una attiva e concorde prassi sociale, per una società comunitaria di tutti gli uomini, veramente libera, "uguale", giusta ed aperta, veramente e interamente fraterna: lotta il cui successo non ha nessuna garanzia e che è tanto più doverosa propria nella sua ardua difficoltà». È un ideale leopardiano, a cui Binni associa il suo «pessimismo rivoluzionario», il suo materialismo sempre vigile e pronto a demistificare il riflusso misticistico e nichilistico dei nostri tempi, il suo impegno per un socialismo attento alle libertà individuali, e per questo non servo del liberismo selvaggio e sempre pronto a ristabilire la propria distanza dalle logiche di mercato.
Al di là delle opinioni che può suscitare la specifica posizione politica di Binni, resta indubbio il fatto che presenze come la sua oggi ci mancano, e il peso di quest'assenza - che è il riflesso di un vuoto sociale più ampio - è direttamente legato alla necessità di riabilitarne la lezione, il magistero.

“il manifesto 2011.10.02”

Suicidio a Spoleto. Le aziende dei poveri cristi (S.L.L. )

E’ accaduto il 28 maggio, a Spoleto.
Una donna si è uccisa in casa propria. Aveva figli piccoli e un marito reso inabile da una malattia. Gestiva il bar della biblioteca comunale e da mesi non pagava l’affitto. Pare che non abbia retto all’intimazione di un funzionario di riconsegnare le chiavi, perdendo così l’unica fonte di reddito.
Il commento giornalistico più frequente è stato: “un nome che si aggiunge al lungo elenco di imprenditori vittime della crisi”. La notizia, peraltro, è stata trattata come fatto esclusivamente privato da giornali e notiziari on line, che hanno ricordato con affetto la vittima denominandola “imprenditrice” e tacendo l’Ente titolare della “nota struttura pubblica cittadina” ove era inserita la sua “azienda”.
E tuttavia, nonostante la volontà di proteggere da critiche amministratori e funzionari del Comune, il carattere “pubblico” di questa vicenda è venuto alla luce. Una nota ufficiale dall’archidiocesi ha reso noto che “il Presule si è raccolto in preghiera, invocando la misericordia e l’infinito amore di Dio sulla giovane donna”. Il responsabile Caritas ha detto: “Il nostro impegno è massimo, ma oltre alla crisi c’è la povertà relazionale”.
E’ subito intervenuto anche Mencaroni, presidente provinciale di Confcommercio, sul fiscalismo delle istituzioni, invitando ad “abbandonare la rigidità schematica a favore di una valutazione specifica delle singole realtà e problematiche aziendali”. Tattini, che presiede la Confcommercio locale e Confidi, ha svolto una lettura corporativa: “Questa tristissima vicenda spalanchi gli occhi ... Ogni giorno incontro imprenditori che mi dicono che non ce la fanno più…”. Ma, in genere, la retorica del martirio imprenditoriale prelude alla richiesta di provvidenze che nulla hanno a che vedere con persone come la signora spoletina.
Tanti “imprenditori di sé stessi” sono in verità poveri cristi, la cui condizione non è dissimile da quella del lavoratore dipendente sottoccupato. Un tempo si definivano semiproletari. Questi lavoratori, di cui il sindacato si disinteressa, non diventano “ceto medio” per il solo fatto di avere la partita IVA.
La “rigidità schematica” di cui dice Mencaroni – del resto - non è poi così generalizzata. Quando si tratta di imprenditori di un qualche peso qualche la comprensione si trova e l’interpretazione della norma si fa elastica. E’ con i piccoli che si diventa inflessibili, è per i piccoli che non c’è pietà. Tra i commenti on line se ne legge uno che mette il dito sulla piaga: “Non è facile da accettare, un ente pubblico che mette in strada una giovane donna, madre di due figli in tenerissima età, per qualche affitto non pagato....”.

micropolis giugno 2013

La poesia del lunedì.Luigi Di Ruscio (Fermo 1930 – Oslo 2011)

chiudere un porco vero nel reparto
non un porco normale
un porco insomma un maiale insomma
chiuderlo nel reparto per otto ore
vediamo come reagisce l’associazione protezione animali
vediamo come reagisce a questa estrema crudeltà il maiale
schianta strozza impazzisce si indemonia
vediamo se è ancora commestibile
vediamo de il sistema nervoso non gli si è spezzato
vediamo se è diventato impotente
con il sesso aguzzato e torto come un cavatappi
se è sopravvissuto allo schianto liberiamo il maiale
portiamolo nelle tante terre abbandonate
e che pascoli e scovi radici e preziosissimi tartufi
sopravvissuto ad uno schianto atroce ora godi
sgambetta liberato respira arie pure saziati
però la proposta dimostrativa non può essere accettata
il maiale è stato selezionato
perché ingrassi tenere bistecche di maiale
sottilissime fette di prosciutto
e ingrassi un grassissimo cervello
per la schifosa coppa di maiale saziati ingrassa riposa
ti aspetta un lungo coltello
chi lavora in un reparto
è stato selezionato per tutta una cosa diversa
resisti allo schianto per tutta una stagione
sei un animale diverso farti a pezzi non serve a niente
devi resistere intero
sarai selezionato sempre meglio sino a che non scoppi
metti un uomo nel reparto
chiudili dentro per otto ore consecutive
vedi come reagisce
prendi un uomo dell’umanesimo staccalo
dai quadri affreschi dei grandi umanisti
prendi questo uomo umanizzatissimo vedi come reagisce
fare moltissime prove vediamo cosa succede
vedi se diventa pericoloso
(può diventare pericoloso
chi lavora in fabbrica per infinite ore consecutive
può diventare molto pericoloso
controllate tutti i telefoni
apri il suo cervello vedi cosa medita
misura la sua rabbia
aspettati che scoppi)

da Poesie operaie (Scelta antologica), 2007

Walter Bonatti, gigante dell'alpinismo (Matteo Patrono)

Bonatti sul K2
«Walter Bonatti è stato uno degli alpinisti più grandi della storia, l'ultimo alpinista tradizionale, fortissimo in tutte le discipline. Ci lascia un grande testamento spirituale, quello di un uomo pulito che per le vicende del K2 è stato calunniato per 50 anni ma alla fine tutti gli hanno dovuto dare ragione». Il requiem è firmato Reinhold Messner e chi meglio di lui avrebbe potuto rendere l'ultimo omaggio al grande alpinista, giornalista e scrittore che si è spento martedì notte a Roma per una grave malattia. Aveva 81 anni Walter Bonatti e per l'intensità con cui li aveva vissuti sosteneva di averne almeno 200.
Tra gli anni '50 e '60, fu protagonista di alcune delle più straordinarie ed estreme imprese mai realizzate in montagna, lui che non era un figlio dei monti ma un figlio del Po (era nato a Bergamo) che «sognava le terre lontane di Jack London e Ernest Hemingway». Giovane ginnasta impiegato alla Falck, scoprì il fascino delle scalate ammirando la Grigna e in pochi anni si conquistò una fama che nel 1954, nonostante l'età, gli permise di prendere parte alla spedizione italiana al K2 guidata da Ardito Desio. Era il più in forma ma non spettò a lui posare il piede sulle seconda vetta più alta del mondo. Desio affidò l'attacco finale ad Achille Compagnoni e Lino Lacedelli, incaricando Bonatti e l'hunza Mahdi di portar loro le bombole di ossigeno oltre gli 8mila metri. Giunti al campo 8 però non trovarono nessuno (i due temevano che il più giovane volesse sostituirli nel tratto finale) e insieme all'alpinista pakistano Bonatti fu costretto a trascorrere la notte all'addiaccio, in una buca, con 50 gradi sotto zero, sopravvivendo entrambi per miracolo. Bonatti non fece polemiche ma il caso scoppiò quando nel 1964 un articolo della “Nuova Gazzetta del Popolo” lo accusò di aver tentato di sabotare l'impresa dei compagni, consumando l'ossigeno delle bombole durante il bivacco notturno e abbandonando Mahdi la mattina dopo. Per respingere i veleni, Bonatti scrisse ben tre libri ma ci vollero 54 anni perché il Club alpino italiano lo riabilitasse grazie alla relazione di tre saggi tra i quali Fosco Maraini. Alla fine anche Lacedelli e Compagnoni furono costretti a malincuore ad ammettere la correttezza di Bonatti. Dopo aver firmato altre imprese memorabili, Bonatti lasciò l'alpinismo nel 1965 per dedicarsi ai reportage e all'esplorazione degli angoli più selvaggi del mondo tra deserti australiani, ghiacci patagonici e altipiani africani. «Andavo in montagna ma non sapevo esattamente cos'era. Ero un animaletto affascinato da questa gente che si appendeva nel vuoto. Quasi un miracolo».

“il manifesto”, 15 settembre 2011

Walter Binni tra letteratura e politica (S.L.L.)

La prima manifestazione perugina per il centenario della nascita di Walter Binni si è svolta il 4 maggio 2013 nella sala dell’ex oratorio annessa al Museo Archeologico, subito dopo la dedica all’italianista, scrittore e uomo politico di una rotonda in una importante arteria cittadina. L’incontro intitolato a Un protagonista del Novecento aveva al centro il volume appena edito da “Il Ponte”, La protesta di Walter Binni. Una biografia, opera di Lanfranco Binni.
Gli atti del convegno saranno disponibili prossimamente in un "quaderno" dedicato al centenario. Stralci da alcuni interventi sono stati pubblicati da "micropolis" di fine maggio. Qui riprendo, appunto, la parte della mia relazione inserita nel mensile umbro. (S.L.L.)

[...]
Dal 1983, per i limiti di età, Binni è fuori dall’insegnamento, ma non è cessata la sua volontà di comunicazione con le generazioni più giovani e attraverso di esse con le generazioni a venire. Tema centrale ne è il poeta più amato, Giacomo Leopardi, con il quale – per la durezza dei tempi – Walter Binni si sente in sintonia ancora maggiore che in passato. Opera in lui una convinzione d’origine leopardiana, che condivide con Sebastiano Timpanaro il quale in quegli anni non esita a definirsi “marxista-leopardista”: non può darsi una socialità umana fraterna e solidale basandosi sulla pura analisi economica e storica, senza una diffusa coscienza della terribile condizione naturale e materiale dell’uomo e senza lo smascheramento degli autoinganni, delle perniciose ideologie ottimistiche e consolatorie.
In questo Binni, educatore e profeta, il “leopardismo” ben si connette a un originale “capitinismo”: ateo e materialista, egli non può seguire fino in fondo l’amico nella sua “religiosità”, per quanto laica e aconfessionale essa sia, ma dalla filosofia e dalla vita di Capitini trae la persuasione che non si dia azione capace di sconfiggere l’oppressione e lo sfruttamento, se non ha alla base le domande radicali sull’esistenza.
La proposta politica del Leopardi di Binni e del Binni di Leopardi (secondo la felicissima formula di Walter Cremonte) non ha in verità niente a che vedere col mondo dei potenti e con la “politica politicante”, coi “brutti ceffi” su cui pesa la definizione leopardiana di “lega dei birbanti”. Essa si identifica piuttosto con il verace sapere che fonda la convivenza e la fratellanza democratica e repubblicana e richiede una socialità senza privilegio, senza sfruttamento ed oppressione. E’, infatti, la difesa contro una natura che fa vivere gli uomini nella pena e li destina inesorabilmente alla morte a fondare il vincolo sociale, etico, politico e affettivo tra gli uomini, quello che Binni chiama, leopardianamente, “vero amore”.
La “politicità” di Binni-Leopardi viene dunque prima di ogni concreta partecipazione alla vita politica e la ispira, ma viene anche dopo ogni politica e ogni rivoluzione, perché come scriveva il critico già nel 1948 sul “Nuovo Corriere” di Firenze e come ribadiva nel suo intervento del 1987 al Convegno leopardiano svoltosi all’Istituto Orsola Benincasa di Napoli questa peculiare politicità è “su un onda più lunga, ma più lunga di qualsiasi onda che approdi a una civiltà che si consideri ottimisticamente definitiva nella sua struttura, e contro cui Leopardi sarebbe ricorso al suo rigore assoluto di malpensante, alla sua nuda persuasione antimitica, che, lungi da ogni scetticismo, lo rendeva più progressivo di ogni limitata rivoluzione”. E’ il modello di politicità che predomina nell’ultimo Binni, quello di un intellettuale tutt’altro che “sradicato” dai problemi del suo tempo, ma irrimediabilmente e irriducibilmente “ribelle”. […]
All’anziano studioso non manca peraltro qualche nostalgia per un’altra Italia e per un’altra politica. Se ne trova traccia in un “quasi racconto” dedicato a Perugia, nel ricordo che accompagna l’addio alla città natale: “Ripensavo alle semplici, schiette feste che proprio su quel torrione intorno alla rossa bandiera con la falce, il martello e il libro si erano svolte con compagne e compagni socialisti e comunisti, con i loro cari volti a cominciare da quello soavissimo di Maria Schippa comunista a quelli fraterni di Bruno e Maria Enei socialisti, i piú amati dalla mia compagna”.
E’ nostalgia per la “compagnevolezza”, per il sentimento umano che lega uomini e donne uniti da una comune lotta, per una solidarietà di classe, tra lavoratori, che abbraccia anche gl’intellettuali che hanno tradito le proprie origini sociali. E’ nostalgia dei comizi, delle discussioni, dei canti, degli sguardi, delle lacrime che segnalavano un “vivo amore” e alludevano a una fraterna umanità. Il suo Leopardi non aveva potuto conoscere questo tipo di gioia, la gioia della rivoluzione, e non poteva sentirne la mancanza, Walter Binni sì. Penso che, in questo senso, la politica gli mancò per tutta la vita.

"micropolis", maggio 2008

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