4.3.15

Impalcature sociali. Rania ha un piano per la Grecia (Roberta Carlini)

Rania Antonopoulos, vice ministro del lavoro greco, ha un piano per uscire dalla crisi che punta su infrastrutture sociali e uguaglianza di genere: Job Guarantee, un piano di assunzioni pubbliche a termine nei servizi sociali. Quali i pro e i contro? Un'analisi, problematica come dev'essere, in questo articolo di Roberta Carlini, aspettando di vedere cosa succederà sullo scacchiere europeo.
Rania Antonopoulos
La foto di gruppo del governo Tsipras nega alla radice la carica innovativa e radicale che l’ha portato al trionfo: non c’è una donna, nella prima linea del nuovo corso. Ma a guardar bene, in seconda fila, e con un piano nel cassetto, una donna c’è. Non cavalca le moto e non porta il bomber come l’ormai famosissimo Varoufakis, economista e ministro delle finanze. Ma Rania Antonopoulos, viceministro del lavoro del nuovo governo greco, ha tutte le caratteristiche per diventare protagonista del New Deal ellenico – se, e sottolineiamo il se, il drammatico braccio di ferro di questi giorni prelude a una sensata trattativa sul debito con la Commissione europea e l’Eurogruppo: se dunque si aprirà lo spazio per fare una politica economica in Grecia e non salterà tutto con una rovinosa “Grexit” (l’uscita della Grecia dall’euro). Cosa farà per il lavoro il governo greco, se un accordo sul debito sarà trovato e si potrà passare alle politiche concrete? Vale la pena di guardare nel piano di Antonopoulos, così come viene fuori – oltre che dai programmi elettorali - dalle sue pubblicazioni negli anni precedenti, anche oltre il caso greco, per capire che tipo lavoro c’è nel new deal che Syriza offre al popolo greco. Il quadro teorico che lo sostiene privilegia le infrastrutture sociali rispetto a quelle fisiche, e le misure politiche più efficaci nel chiudere i gap, primo tra tutti quello di genere: rifacendosi così a un ricco filone di ricerca, del quale si è parlato spesso su questo sito (l’ultima volta, proprio alla vigilia del voto europeo). E declinandolo in salsa greca, con una proposta destinata di certo a far discutere: la Job Guarantee, ossia un piano di assunzioni a termine nei servizi sociali, a salario minimo.

Curarsi della cura
Economista specializzata nelle questioni di genere, lavoro e sviluppo, Antonopoulos ha focalizzato negli ultimi anni molti suoi lavori sui benefici economici degli investimenti sociali. In un articolo intitolato Why president Obama should care about care – scritto con altri colleghi nel 2010, quando gli Stati Uniti assaggiavano gli effetti del primo programma di stimolo fiscale di Obama, il cosiddetto Arra, e la Grecia stava per avviarsi nel precipizio – ha contribuito al dibattito (allora molto forte negli Stati Uniti) sull’efficacia di quel pacchetto in numero di posti creati, impatto sociale e di genere. “C’è urgente bisogno – si legge nel paper – di progetti per una massiccia creazione pubblica di lavoro, e di allocazioni della spesa commisurate alla scala del problema”. Insomma, di ottenere il massimo dell’efficacia da ogni dollaro speso. E ogni dollaro speso in investimenti sociali (cura, assistenza, istruzione) frutta, in termini di posti di lavoro, più del doppio di un dollaro investito in strade, ferrovie e altre infrastrutture fisiche – la antica tipologia dei lavori “new deal” – e circa un terzo in più degli investimenti nelle energie pulite – il Green new deal, parte importante del pacchetto di stimolo fiscale americano. Per un milione di dollari spesi, si attivano 23 lavori se li si mette in infrastrutture sociali, 17 nelle energie pulite, e 11 nelle infrastrutture fisiche. Si potrebbe pensare che la maggior resa in quantità di posti di lavoro va a scapito della qualità: dato che quello dei servizi, e quelli dell’assistenza in particolare, è in gran parte a bassi salari, bassa specializzazione e bassa produttività. Ma le simulazioni di Antonopoulos et al. mostrano che non è così: è vero che la maggior parte dei lavori creati sono per persone con diploma di scuola superiore o al di sotto di questo, ma il numero di lavori per persone laureate o con specializzazione post-laurea è comunque superiore a quello che si attiverebbe con le infrastrutture fisiche, e solo di poco inferiore a quello dei “programmi verdi”. Allo stesso tempo, la parte più consistente dei nuovi lavori va a beneficiare direttamente le fasce più vulnerabili e a rischio povertà: interrompe “il circolo che tiene i poveri, le donne e i giovani chiusi fuori dal mercato del lavoro”.
“Chiudere i gap oggi per avere domani cittadini più sani e istruiti, con maggiore produttività e potenziale di reddito”: se questo è l’obiettivo, bisogna anche chiedersi con quale tipo di programmi per il lavoro possa essere perseguito. Un altro paper valuta in due casi-studio – Sudafrica e, di nuovo, Stati Uniti – l’impatto di schemi conosciuti come Public Works and Employment Guarantee: si tratta di programmi mirati, di durata pre-definita, che danno lavoro al salario minimo a gente che non ha lavoro e che è disponibile a lavorare, per fornire servizi sociali, assistenziali, educativi (soprattutto nella prima infanzia) su base territoriale. Insomma, programmi molto mirati sui poveri e sulla trasformazione del lavoro femminile non retribuito in lavori pagati. Lo scopo è di attivare una crescita “pro-poor”, capace di avere un impatto sull’occupazione e sul reddito complessivo più efficace di altre forme di intervento pubblico.

La proposta per la Grecia: Job Guarantee
Arriviamo alla Grecia dell’oggi, e alla proposta di Rania Antonopoulos per aggredire insieme povertà e disoccupazione: una “Job Guarantee” per la Grecia la si trova nei dettagli nella pubblicazione After Austerity: Measuring the Impact of a Job Guarantee Policy for Greece diffusa dal Levy Economics Institute of Bard College.
Gli elementi chiave della Job Guarantee (JG) sono quelli visti prima per lo studio sui casi americano e sudafricano: salario minimo, lavori a termine nei servizi sociali, piano nazionale ma su base territoriale e gestione locale. In questi schemi, sottolinea Antonopoulos citando Minsky, lo Stato svolge il ruolo di “datore di lavoro di ultima istanza”. Crea direttamente lavoro, per persone che molto difficilmente rientrerebbero nel mercato del lavoro “normale”, ammesso che la normalità sia dietro l’angolo. C’è un precedente anche nella storia greca recente, nel 2012, ma troppo piccolo e misero per aver avuto un impatto: 55.000 lavori per 5 mesi. Il piano attuale è più massiccio: Job Guarantee per un anno, a salario minimo per una forchetta di lavoratori che va dai 200 ai 500.000. Nell’ipotesi di un salario minimo di 586 euro al mese, il piano finanzierebbe direttamente 300.000 lavori per attivarne in tutto 393.000: il che vuol dire, quasi dimezzare la disoccupazione attuale. Due i punti delicati: il primo è nel calcolo dei posti di lavoro aggiuntivi che si generano, oltre a quelli direttamente finanziati dalla mano pubblica. L’indotto dei lavori minimi, calcolato stimando gli effetti di un maggior benessere delle famiglie più povere, dunque un aumento della loro capacità di spesa, da un lato; e l’aumento di potenzialità di lavoro per il tempo liberato per donne e uomini (es. donne con bambini piccoli o anziani a carico, che possono andare a lavorare perché i servizi sociali se ne prendono cura).
Il secondo punto delicato è il finanziamento del progetto, la cui spesa è valutata tra l’1 e l’1,2% del Pil (misurando il costo netto, considerando perciò anche le maggiori entrate che arriveranno allo Stato per effetto dell’aumento del reddito e del potere d’acquisto). Diverse sono le ipotesi avanzate: un Fondo nazionale per l’occupazione nel quale confluiscano diverse fonti tra le quali anche quelle comunitarie e della Banca europea per gli investimenti; titoli da emissioni speciali; oppure (quella a maggior impatto, e collegata al dibattito infiammato di questi giorni) il “dirottamento” per tre anni dei soldi destinati annualmente al rimborso del debito estero (i 7,5 miliardi di euro che la Grecia deve ai suoi creditori potrebbero finanziare ogni anno 440.000 JG, innescando un processo di rilancio che, al termine della fase, permetterebbe al paese di riprendere a pagare i debiti). Ma anche in quella che gli autori considerano la peggiore delle ipotesi, cioè fare nuovo debito per finanziare il piano, si prevede una riduzione negli anni del rapporto tra deficit e Pil in virtù della crescita di quest’ultimo.
C’è poi un’obiezione più generale, alla quale qui in Italia potremmo essere particolarmente sensibili. Piani del genere ricordano schemi a noi noti, come quelli dei “lavori socialmente utili”, che non godono di buona fama. Non tanto per l’aura di assistenzialismo che portano con sé, quanto per la scarsa qualità generata a sua volta dalle prestazioni sociali rese. Se lo Stato deve essere datore di lavoro di ultima istanza, perché non spendere i soldi pubblici in lavori “buoni” (e dunque proporzionalmente retribuiti)? E come garantire che tali “infrastrutture sociali” siano effettivamente utili a chi ne riceve i servizi, e non solo agli addetti reclutati per l’occasione? Il piano Antonoupulos, a quanto sembra di capire, punta molto sulla territorialità dei servizi (e sulla vicinanza delle istituzioni ai cittadini, dunque) per sciogliere questi nodi: ma purtroppo l’esperienza del decentramento italiano ci ha insegnato che la base territoriale non è una garanzia, anzi.

Conclusioni
Il piano Antonopoulos si caratterizza per la scelta di puntare tutto (in una situazione sociale drammatica e con poche risorse a disposizione) sulle infrastrutture sociali. Al di là dello specifico della situazione greca – caratterizzata da un tasso di disoccupazione altissimo e povertà dilagante, nella quale dunque si calano più facilmente programmi contro la disoccupazione basati su lavori inizialmente “poveri” – e dell’agibilità politica che queste proposte avranno in Europa, è una scelta che va sottolineata. Considera il welfare state non (solo) come assistenza, riparazione ai danni del mercato, ma come investimento; e la riduzione dei gap – in primis quello di genere – non come un risarcimento ma come una politica per lo sviluppo: non è una novità, nel dibattito teorico e politico europeo; se ne parla sempre più spesso anche nelle istituzioni europee, a livello di ricerca (si veda per esempio questa recente proposta per un piano di servizi all’infanzia in Austria, come potente strumento di rilancio di una domanda qualificata); nel nostro piccolo lo abbiamo proposto anche qui a inGenere a più riprese, chiamandolo “pink new deal” (si veda qui, un articolo pubblicato già al primo anno della crisi e qui).
È una piccola novità vederlo oggi nei programmi di un governo europeo. Lo strumento prescelto – la Job Guarantee – si presta a numerose obiezioni e critiche, in particolare in contesti che finora non hanno brillato per efficienza e correttezza della gestione pubblica diretta. Ma vale la pena discuterlo e approfondirlo: se le infrastrutture sociali sono una via d’uscita più efficace, inclusiva e paritaria, qual è lo strumento più efficace per costruirle e farle costruire? L’intervento pubblico diretto è l’unica via? Ne parleremo ancora su inGenere, aspettando vostre idee e proposte.

“inGenere.it”, 10/2/2015

3.3.15

Licenze poetiche. Fantasie d'amore in tempo di guerra (Guillaume Apollinaire)

Nell'inverno tra 1914 e il 1915, nelle licenze dalla grande guerra in cui, da volontario apolide in attesa di naturalizzazione, combatte per la Francia, il poeta coltiva l'amore con Louise de Coligny-Châtillon, che un po' si nega e un po' di dà. 
La rinomina Lou e dal fronte spedisce alla bella alcune straordinarie poesie erotiche, che mettono in scena l'esplodere e il trionfare del desiderio. Rimarranno inedite fino agli anni Cinquanta. 
Apollinaire trascorre con Lou i periodi di licenza a Nîmes. L'ultimo incontro amoroso si svolge alla fine di marzo, tra il 28 e il 31, quasi cent'anni fa: non si dicono addio, anzi si promettono di restare buoni amici. La guerra continua. (S.L.L.)
Guillaume Apollinaire nel 1915

FANTASTICHERIA SULLA TUA VENUTA
Mia Lou, mio Cuore, mia Adorata,
darei dieci anni e più
per la tua chioma bruna
per i tuoi sguardi irrisoluti
per il tuo prezioso vello d’ambra

Più prezioso di quanto non lo fosse
quello di cui conosceva la via
sulla strada maestra del Catai
che Alessandro percorse interamente
la Circe che Giasone fustigava

Lui la fustigava con dei rami
d’aromatico lauro o di ulivo
la svergognata scuoteva le anche
ché nulla aveva per affascinarlo
delle sue chiappe bianche più potente

Quel che Giasone fece alla Regina
per i suoi intrighi di stregoneria
per il suo tossico e la sua magarìa
a te io lo farò o gioia mia
quando soli saremo a casa mia

Ancora più a te io lo farò
l’amore lo scudiscio e così via
un culo sarà nero come un Moro
quando qui arriverà la mia signora
vieni, vieni mia Lou che io ti adoro

Nella camera delle voluttà
quando io verrò a trovarti a Nîmes
mentre prendiamo il tè
nell’ora breve dell’intimità
come mi abbellirà la tua bellezza

E noi faremo mille porcherie
malgrado tutti i mali della guerra
troveremo per noi belle sorprese
gli alberi in fiore le Palme
Pasqua e le prime ciliegie

Noi leggeremo nello stesso letto
nel libro del tuo stesso corpo
- è un libro che si legge bene a letto –
noi leggeremo il poema incantato
delle grazie del tuo grazioso corpo

Noi passeremo domeniche dolci
più dolci che non sia la cioccolata
giocando insieme il gioco delle anche
a sera sarò sfatto
tu pallida e con le labbra bianche

Un mese dopo te ne partirai
la notte calerà sopra la terra
invano io ti tenderò le braccia
magica di mistero
mia Circe sparirai

Dove andrai dove andrai o mia graziosa
a Parigi in Isvizzera o piuttosto
sul bordo della mia malinconia
questo flutto mediterraneo
che non si ferma mai

Allora suoneranno suoneranno
i trombettieri dell’artiglieria
tapun tapun noi marceremo avanti
piccolo patapum gioietta mia
verso quello che si chiama Fronte

Io compirò chissà quali prodezze
siccome tutti quegli altri pelosi
in onore delle tue belle chiappe
dei tuoi dolci occhi irrisoluti
e delle tue divine carezze

Per il momento sono qui che aspetto
aspetto il viso gli occhi il collo il culo
ch’io non debba aspettare troppo tempo
la bella truppa delle tue bellezze
mia amica dai bei seni palpitanti

E vieni qui su vieni perché t’amo
e te lo canto in tutti quanti i toni
cielo di nuvole notte tenebrosa
la luna va a tentoni
un’ape sulla panna.
Louise de Coligny-Châtillon, la Lou di Apollinaire

Rêverie sur ta venue
Mon Lou mon Coeur mon Adorée
Je donnerais dix ans et plus
Pour ta chevelure dorée
Pour tes regards irrésolus
Pour la chère toison ambrée

Plus précieuse que n’était
Celle-là dont savait la route
Sur la grand-route du Cathai
Qu’Alexandre parcourut toute
Circé que son Jason fouettait

Il la fouettait avec des branches
De laurier-sauce ou d’olivier
La bougresse branlait des hanches
N’ayant plus rien à envier
En faveur de ses fesses blanches

Ce qu'à la Reine fit Jason
Pour ses tours de sorcellerie
Pour sa magie et son poison
Je te le ferai ma chérie
Quand serons seuls à la maison

Je t'en ferai bien plus encore
L'amour la schlague et cotera
Un cul sera noir comme un Maure
Quand ma maîtresse arrivera
Arrive ô mon Lou que j'adore

Dans la chambre de volupté
Où je t'irai trouver à Nîmes
Tandis que nous prendrons le thé
Pendant le peu d'heures intimes
Que m'embellira ta beauté

Nous ferons cent mille bêtises
Malgré la guerre et tous ses maux
Nous aurons de belles surprises
Les arbres en fleur les Rameaux
Pâques les premières cerises

Nous lirons dans le même lit
Au livre de ton corps lui-même
- C'est un livre qu'au lit on lit -
Nous lirons le charmant poème
Des grâces de ton corps joli

Nous passerons de doux dimanches
Plus doux que n'est le chocolat
Jouant tous deux au jeu des hanches
Le soir j'en serai raplapla
Tu seras pâle aux lèvres blanches

Un mois après tu partiras
La nuit descendra sur la terre
En vain je te tendrais les bras
Magicienne du mystère
Ma Circé tu disparaîtras

Où t'en iras-tu ma jolie
À Paris dans la Suisse ou bien
Au bord de ma mélancolie
Que jamais jamais on n'oublie

Alors sonneront sonneront
Les trompettes d'artillerie
Nous partirons et ron et ron
Petit patapon ma chérie
Vers ce que l'on appelle le Front

J'y ferai qui sait des prouesses
Comme font les autres poilus
En l'honneur de tes belles fesses
De tes doux yeux irrésolus
Et de tes divines caresses

Mais en attendant je t'attends
J'attends tes yeux ton cou ta croupe
Que je n'attende pas longtemps
De tes beautés la belle troupe
M'amie aux beaux seins palpitants

Et viens-t'en donc puisque je t'aime
Je le chante sur tous les tons
Ciel nuageux la nuit est blême
La lune chemine à tâtons
Une abeille sur de la crème.

4 février 1915

Poèmes à Lou, folio Gallimard, 2006

Prefazione a Giap (Ernesto Che Guevara)

Guerra di popolo, esercito di popolo di Vo Nguyen Giap fu pubblicato a Cuba nel 1964 con la prefazione del “comandante”, Ernesto “Che” Guevara, che al tempo era ministro dell'Industria nell'isola caraibica, ma stava lavorando al libro sulla “guerra di guerriglia”, che molto si sarebbe ispirato agli scritti e alla prassi di Giap, oltre che agli scritti e alla prassi di Mao, Chu Teh e Lin Piao, guide militari della lunga e vittoriosa guerra di popolo in Cina. Quando, pochissimi anni dopo, il comandante lasciò gli incarichi (e gli agi) del governo per andare in Bolivia a compiere quello che riteneva suo dovere rivoluzionario, il messaggio che mandò al mondo era spedito da “un altro Vietnam” e “Creare due, tre, molti Vietnam” era la parola d'ordine lanciata. (S.L.L.)

È per noi un altissimo onore premettere poche parole a questo libro basato sugli scritti del generale Vo Nguyen Giap, attualmente vice-primo ministro, ministro della difesa nazionale e comandante in capo dell'esercito popolare della Repubblica Democratica del Viet Nam. Il generale Giap parla con l'autorità che gli conferiscono la sua lunga esperienza personale e quella del Partito nella lotta di liberazione. Quest'opera, che ha di per sé un'attualità permanente, riveste il massimo interesse in considerazione della tumultuosa serie di avvenimenti verificatisi in questi ultimi tempi in quella regione dell'Asia, e delle controversie sorte sull'adeguato ricorso alla lotta armata come mezzo per risolvere le contraddizioni insanabili esistenti tra sfruttatori e sfruttati in determinate situazioni storiche.
I combattimenti che sostennero con tanto successo e per lunghissimi anni gli eserciti eroici e l'intero popolo del Viet Nam, si ripetono ora; il Viet Nam del Sud è sul piade di guerra; la parte del paese tornata al suo legittimo padrone, il popolo vietnamita, è sempre più prossima alla vittoria. Anche quando i nemici imperialisti minacciano l'invio di migliaia di uomini, i temerari parlano dell'impiego dell'arma atomica tattica e il generale Taylor viene nominato ambasciatore presso la cosiddetta "Repubblica del Viet Nam del Sud," nonché, tacitamente, comandante supremo delle forze che tenteranno di liquidare la guerra del popolo; anche cosi nulla potrà impedire la loro disfatta. A brevissima distanza, nel Laos, è scoppiata la guerra civile, provocata sempre dalle manovre dei nordamericani, sostenuti, in un modo o nell'altro, dagli alleati di sempre, mentre il regno neutrale dì Cambogia, che fa parte, come i fratelli Laos e Viet Nam, della cosiddetta Indocina Francese, è oggetto di violazioni di frontiera e di attacchi permanenti, a motivo della sua salda posizione di difesa della neutralità e del proprio diritto a vivere da nazione sovrana.
Pcr tutti questi motivi l'opera che presentiamo varca i limiti di un semplice episodio storico determinato, per acquistare validità per tutta quella zona; e, inoltre, i problemi che il libro suscita hanno un'importanza tutta particolare per la maggior parte dei popoli dell'America Latina sottoposti al dominio dell'imperialismo nordamericano, senza contare l'enorme interesse che potrebbe avere la sua conoscenza per tutti i popoli dell'Africa, che di giorno in giorno sostengono lotte sempre più aspre, ma sempre ripetutamente vittoriose, contro colonialisti d'ogni specie.
Il Viet Nam ha caratteristiche tutte sue particolari; una civiltà antichissima e una lunga tradizione di regno indipendente, con tratti distintivi propri e con una cultura autonoma. Nella prospettiva della sua storia millenaria, l'episodio del colonialismo francese non è che una goccia d'acqua. Indubbiamente le sue qualità fondamentali e quelle opposte dell'aggressore sono analoghe, in linea di massima, alle contraddizioni insanabili che si presentano in tutto il mondo soggetto, e analoghe sono le forme di soluzione; Cuba, senza conoscere questi scritti, né gli altri che sono apparsi con la narrazione delle esperienze della rivoluzione cinese, iniziò il cammino della sua liberazione con metodi simili e con il successo che oggi è dato a tutti di vedere.
Quest'opera, perciò, pone questioni di interesse generale per il mondo in lotta per la propria liberazione. .Si possono riassumere cosi: la fattibilità della lotta armata in condizioni particolari che abbiano annullato i metodi pacifici della lotta di liberazione; di che genere la lotta armata debba essere in località con ampie estensioni di terreno - favorevole alla guerra di guerriglia e con popolazione contadina maggioritaria o comunque ingente.
Benché il libro sia basato su una ricompilazione di vari articoli, una sua certa unità è innegabile, mentre certe ripetizioni non fanno che apportare un maggior vigore all'insieme.
Nel testo si tratta della guerra di liberazione del popolo vietnamita; della definizione di questa lotta come guerra del popolo e del suo braccio esecutivo come esercito del popolo; dell'esposizione delle grandi esperienze del Partito nella direzione della lotta armata e nell'organizzazione delle forze armate rivoluzionarie. Il capitolo conclusivo tratta dell'episodio definitivo della contesa, Dien Bien Phu, in cui le forze di liberazione si qualificano maggiormente e passano alla guerra di posizione, sbaragliando anche su questo terreno il nemico imperialista.
L'opera si apre con la narrazione di come, al termine della guerra mondiale conclusasi con il trionfo dell'Unione Sovietica e delle potenze alleate d'Occidente, la Francia si beffò di tutti gli accordi, creando una situazione di tensione estrema in tutto il paese. I metodi pacifici e razionali di risolvere le controversie dimostrarono sempre più la loro inutilità, finché il popolo non imboccò la strada della lotta armata in cui, date le caratteristiche del paese, il maggior ruolo toccò ai contadini. Era infatti una guerra di caratteristiche contadine, per i luoghi fondamentali dell'azione e per la composizione fondamentale dell'esercito, ma era una guerra diretta dall'ideologia del proletariato, confermando ancora una volta l'alleanza operaia-contadina come fattore fondamentale della vittoria. Anche se nei primi momenti, a motivo delle caratteristiche della lotta anticolonialista e antimperialista, si trattò di una lotta di tutto il popolo e di una gran moltitudine di persone la cui estrazione non corrispondeva esattamente alle definizioni classiche del contadino povero o dell'operaio, tuttavia si inseriva ottimamente nella lotta di liberazione; un po' per volta si vennero a definire i rispettivi campi e cominciò la lotta antifeudale, che intanto acquistava il suo autentico carattere antimperialista, anticolonialista e antifeudale, dando come risultato l'instaurarsi di una rivoluzione socialista.
La lotta di massa fu utilizzata in tutto il corso della guerra dal Partito vietnamita. Fu utilizzata, in primo luogo, perché la guerra di guerriglia non è altro che un'espressione della lotta di massa e non la si può pensare isolata dal suo mezzo naturale, che è il popolo; guerriglia, in questo caso, significa l'avamposto numericamente inferiore della gran maggioranza del popolo che non possiede armi, ma che, nella sua avanguardia, appunto, esprime la volontà del trionfo. La lotta di massa fu inoltre utilizzata nelle città, in ogni momento, come arma imprescindibile per lo sviluppo della lotta; è anche importante far notare che mai, in tutto il corso dell'azione per la liberazione del popolo vietnamita, la lotta di massa abdicò minimamente ai suoi diritti per accogliere determinate concessioni del regime; non parlamentò mai su mutue concessioni, chiari la necessità di ottenere determinate libertà e determinate garanzie senza alcuna contropartita, evitando cosi che in molti settori la guerra si facesse anche più crudele di quanto già non la rendessero i colonialisti francesi. Questo significato della lotta di massa nel suo carattere dinamico, senza compromessi, da un'importanza fondamentale alla comprensione del problema della lotta di liberazione nell'America Latina.
Il marxismo fu applicato coerentemente alla situazione storica concreta del Vietnam e proprio per questo i vietnamiti, guidati da un Partito d'avanguardia, fedele al suo popolo e conseguente nella sua dottrina, strapparono una vittoria tanto clamorosa contro gli imperialisti.
Le caratteristiche della lotta, il fatto cioè di dover cedere terreno e attendere molti anni prima di vedere il frutto della vittoria finale, con alti e bassi, flussi e riflussi, sono quelle tipiche di una guerra prolungata. Per tutto il tempo della lotta si può dire che il fronte si sia trovato dov'era il nemico; a un dato momento il nemico occupava quasi tutto il paese e il fronte era disseminato in tutti i punti dove si trovava il nemico; in seguito si ebbe una delimitazione delle linee di combattimento e allora si ebbe un fronte principale, ma la retroguardia nemica costituiva costantemente un altro terreno di battaglia per le bande in lotta, tanto che la guerra fu totale e mai i colonialisti riuscirono a mobilitare agevolmente, su un solido terreno-base, le proprie truppe d'aggressione contro le zone liberate.
La parola d'ordine "dinamismo, iniziativa, mobilità, decisione istantanea di fronte alle situazioni nuove," è la somma sintesi della tattica guerrigliera e in queste poche parole si esprime tutta la difficilissima arte della guerra popolare.
In certi momenti le nuove guerriglie, organizzatesi sotto la direzione del Partito, si trovavano però in luoghi in cui la penetrazione francese era fortissima e la popolazione era terrorizzata; in questi casi veniva costantemente praticata quella che i vietnamiti chiamano "la propaganda armata." La propaganda armata non è altro che la presenza delle forze di liberazione in determinati luoghi allo scopo di dimostrare il proprio potere e la propria imbattibilità, immerse nel gran mare del popolo come il pesce nell'acqua. La propaganda armata, perpetuandosi nella zona, catalizzava le masse con la sua presenza e rivoluzionava immediatamente la regione, acquistando nuovi territori da aggiungere a quelli già in mano all'esercito del popolo. E fu cosi che proliferarono le basi e le zone guerrigliere in tutto il territorio vietnamita; in questo caso la tattica si riassumeva in una parola d'ordine che si può esprimere così: se il nemico si concentra, perde terreno, se si disperde, perde forza; nel momento in cui il nemico si concentra per attaccare di prepotenza, bisogna contrattaccare in tutti i luoghi in cui il nemico ha dovuto rinunciare all'impiego sparso delle proprie forze; se il nemico si volge ad occupare determinate località a piccoli gruppi, il contrattacco avrà luogo a seconda della correlazione in atto in quelle località, ma ancora una volta la forza fondamentale dell'urto nemico si troverà dispersa. Questo è uno degli insegnamenti base che si possono ricavare dalla guerra di liberazione del popolo vietnamita.
Durante la lotta si sono avute tre fasi che, in genere, caratterizzano lo sviluppo della guerra del popolo; si comincia con guerriglie di piccola entità, di straordinaria mobilità, perfettamente diluibili nella geografia fisica e umana della regione; col passar del tempo si producono processi quantitativi che, a un dato momento, danno luogo al salto qualitativo che è la guerra di movimento. A questo punto si hanno in azione gruppi più compatti, che dominano intere zone, e, per quanto dispongano di mezzi maggiori e di una miglior capacità di colpire il nemico, la mobilità resta pur sempre la loro caratteristica fondamentale. Passato un altro periodo di tempo, quando siano maturate le condizioni opportune, si giunge alla tappa conclusiva della lotta, cioè al momento in cui l'esercito si .consolida, arrivando persino alla guerra di posizione, come accadde appunto a Dien Bien Phu, puntello della dittatura coloniale.
Nel corso della contesa che, dialetticamente, si sviluppa fino a culminare, con l'attacco a Dien Bien Phu, nella guerra di posizione, si creano zone liberate o semiliberate dal nemico che vengono cosi a costituire territori di autodifesa. L'autodifesa è concepita dai vietnamiti anche in senso attivo, come parte di un'unica lotta contro il nemico; le zone di autodifesa si possono difendere da sole contro attacchi di portata limitata, fornendo intanto uomini all'esercito del popolo, mantenendo la sicurezza interna alla regione, mantenendo la produzione e assicurando gli approvvigionamenti alla linea del fronte. L'autodifesa non è che una minima parte di un insieme, ma con caratteristiche speciali: non si potrà mai considerare la zona di autodifesa come un punto a sé stante, ossia, come una regione in cui le forze popolari tentano di difendersi dagli attacchi del nemico mentre tutto il territorio esterno a tale zona resta calmo e tranquillo. Se cosi accadesse, il focolaio verrebbe agevolmente localizzato, attanagliato e soffocato, a meno che non si passi immediatamente alla prima fase della guerra di popolo, cioè alla lotta delle guerriglie.
Come s'è già detto, tutto il processo della lotta vietnamita dovette basarsi soprattutto sui contadini. In un primo momento la lotta, senza una definizione chiara nei suoi contorni, veniva condotta esclusivamente nell'interesse della liberazione nazionale, ma, un po' alla volta, cominciarono a delimitarsi i vari campi, e la lotta si trasformò in una tipica guerra contadina, mentre si fissava la riforma agraria e si venivano approfondendo le contraddizioni e, anche, la forza dell'esercito del popolo; si ebbe insomma la manifestazione della lotta di classe all'interno della società in guerra. La guerra era diretta dal Partito al fine di annullare la maggior quantità possibile di nemici e di sfruttare al massimo le contraddizioni con il colonialismo degli amici poco sicuri. E cosi, combinando accortamente le contraddizioni, il Partito riusci ad approfittare di tutte le forze espresse da questi urti, in modo da conseguire il successo nel minor tempo possibile.
Il compagno Vo Nguyen Giap ci parla anche dello stretto vincolo che lega il Partito all'esercito, dicendoci come, in questa lotta, l'esercito non sia che una parte del Partito guida della lotta. Ci parla anche dello stretto legame esistente a sua volta tra l'esercito e il popolo; come l'esercito e il popolo non siano che la medesima cosa, il che si viene sempre più comprovando con la magnifica sintesi che soleva ricordare Camilo: "l'esercito è il popolo in uniforme." Il corpo armato, durante la lotta e dopo, ha dovuto adottare una tecnica nuova, una tecnica che permettesse di avere la meglio sulle nuove armi del nemico e di respingere ogni genere di offensiva.
Il soldato rivoluzionario ha una disciplina consapevole. Durante tutto il processo, egli si caratterizza essenzialmente per la propria autodisciplina. Intanto nell'esercito del popolo, rispettando tutte le norme dei codici militari, deve esserci una gran democrazia interna e una grande uguaglianza nella ripartizione dei beni necessari agli uomini nella lotta.
In tutte queste trattazioni, il generale Nguyen Giap insegna ciò che noi già abbiamo avuto modo di conoscere per nostra propria esperienza, esperienza di cui ci si rende conto dopo qualche anno dalla conquista della vittoria da parte delle forze popolari vietnamite, ma che rafforza l'idea della necessità di una profonda analisi dei processi storici del momento attuale. (Ciò deve essere fatto alla luce del marxismo, utilizzando tutta la sua capacità creativa, per poterlo adattare alle mutate circostanze dei vari paesi, in tutto dissimili tra loro nell'aspetto esteriore della conformazione, ma identici nella struttura colonizzata, nell'esistenza di un potere oppressivo imperialista e di una classe associata all'imperialismo con strettissimi vincoli. Dopo un'accurata analisi, il generale Giap giunge alla seguente conclusione: "Nell'attuale congiuntura mondiale, una nazione, anche se piccola e debole, che si levi come un solo uomo sotto la direzione della classe operaia per lottare risolutamente per l'indipendenza e la democrazia, è davvero in grado, moralmente e materialmente, di sconfiggere qualsiasi aggressore. In condizioni storiche determinate, questa lotta può conseguire il successo attraverso una lotta armata di lunga durata — la resistenza di lunga durata."
Queste parole sintetizzano le caratteristiche generali che deve assumere la guerra di liberazione nei territori soggetti.
Crediamo che la miglior dichiarazione per concludere questa prefazione sia la medesima che usano gli editori di questo libro e che noi accettiamo in pieno: "Tutti i nostri amici, come noi ancora soggetti alle mire e alle minacce dell'imperialismo, possono trarre da Guerra del popolo esercito del popolo, ciò che ne traiamo noi: nuove ragioni per credere e per sperare."
Comandante Ernesto "Che" Guevara

L'Avana, 1964


In Vo Nguyen Giap, Guerra di popolo esercito di popolo, Feltrinelli, 1968

Articolo 32. Salute e dignità nella Carta Costituzionale (Lorenza Carlassare)

Un'ottima sintesi delle problematiche costituzionali sui temi della sanità pubblica e della salute di ciascuno. (SL.L.)

L’art. 32 della Costituzione “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti” è l’unico in cui un diritto viene qualificato “fondamentale”. Grande è il rilievo attribuito alla salute, presupposto indispensabile per la realizzazione piena della persona e base di tutti gli altri diritti. In quanto “diritto primario fondamentale” inerente alla persona deve essere riconosciuto a tutti: ai cittadini e, nel suo nucleo irriducibile, agli stranieri qualunque sia la loro posizione rispetto alle leggi sull’immigrazione e il soggiorno nello Stato (Corte cost., sent. 252/2001; 432/2005). E deve essere assicurato in modo “eguale” in tutto il territorio nazionale, almeno nei suoi livelli essenziali. Il “perseguimento di una sempre migliore condizione sanitaria della popolazione”, uno degli obiettivi primari assegnati alla Repubblica, coinvolge tutti gli apparati pubblici: l’espressione ‘Repubblica’ designa infatti lo Stato, le Regioni e gli altri enti pubblici esistenti sul territorio. Diverse sono le situazioni garantite: dalla pretesa negativa di ciascun individuo a che altri non tengano comportamenti dannosi per la salute, alla pretesa positiva verso la Repubblica, tenuta a predisporre mezzi e strutture per assicurare cure adeguate a tutti e gratuite agli indigenti. Siamo infatti nel campo dei ‘diritti sociali’ che – a differenza dei diritti di libertà che esigono la ‘non interferenza’ dello Stato – per essere soddisfatti richiedono l’intervento pubblico e l’erogazione di prestazioni positive. L’art. 32 tutela l’integrità della persona nelle sue molteplici dimensioni fisica, psichica e sociale: la giurisprudenza, da questa ampia concezione di ‘salute’ è arrivata alla risarcibilità del “danno biologico”, danno alla salute come bene in sé a prescindere dalle conseguenze patrimonialmente valutabili sulla produzione del reddito. Dal diritto all’integrità psico-fisica dell’individuo la giurisprudenza ha tratto il diritto a un “ambiente salubre” come indispensabile presupposto: la Corte costituzionale ha dato “riconoscimento specifico alla salvaguardia dell’ambiente come diritto fondamentale della persona e interesse della collettività” (sent. 210/1987). L’ambiente è protetto “come elemento determinativo della qualità della vita” e “assurge a valore primario e assoluto (sent. 641/1987). Tuttavia il bilanciamento con i costi economici, la considerazione della necessaria gradualità nell’imposizione alle imprese della modifica di impianti dannosi e inquinanti, le tolleranze crescenti, rendono difficile affermare che, a tanti anni di distanza da quelle sentenze, viviamo in un ‘ambiente salubre’. Eppure già in Assemblea Costituente si precisava che la tutela della salute implica anche la prevenzione delle malattie. Con il comma 2 dell’art. 32, “Nessuno può essere sottoposto ad un trattamento sanitario se non nei casi previsti dalla legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”, rientriamo in pieno nella dimensione dei diritti di libertà. Trattamenti sanitari imposti, ai quali il malato non abbia consentito, sono rigorosamente vietati; “se non nei casi previsti dalla legge” è scritto nel testo, che non significa libertà per la legge di costringere a trattamenti sanitari (come ha sostenuto un politico scarsamente informato nel caso Englaro). La salute è tutelata come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività; due sono dunque i riferimenti costituzionali, l’individuo e la collettività: il diritto del primo può cedere, eccezionalmente, soltanto di fronte ad un interesse della seconda. La persona è al centro del sistema; non la collettività o lo Stato come nel fascismo. Il trattamento sanitario può essere imposto soltanto quando sia direttamente in gioco l’interesse collettivo: ad esempio epidemie, malattie contagiose che per la loro diffusione si risolvono in un diretto danno sociale. Ogni limitazione alla libertà individuale deve trovare un’adeguata giustificazione negli interessi collettivi. Per consentire trattamenti sanitari imposti l’interesse della collettività dev’essere anche attuale; se si tenesse conto di un possibile danno futuro, o di un interesse futuro della collettività a selezionare individui sani, belli e simili, si arriverebbe ad esiti finali spaventosi: interventi di eugenetica, conosciuti nei regimi autoritari, come la sterilizzazione obbligatoria dei portatori di malattie ereditarie, o degli individui di una certa razza. “La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”, così termina l’art. 32; ed è interessante ricordare la formula originaria del Progetto: “Sono vietate le pratiche sanitarie lesive della dignità umana”. Sulla dignità della persona è costruita l’intera Costituzione (basta ricordarne i primi articoli) e ad essa, come alla libertà della persona, si richiamano i Documenti fondamentali che fissano i principi cardine della nostra civiltà. E’ scindibile la vita umana dalla dignità e dalla libertà? La domanda ha una risposta certa: ogni persona è libera di scegliere fra il rischio di una morte naturale e trattamenti sanitari che le assicurino il prolungamento di una vita senza libertà e dignità. Incertezze rimangono sulla ‘naturalità’ della morte (nel progresso tecnologico) e sull’apprezzamento necessariamente soggettivo del concetto di vita libera e dignitosa. Per questo la decisione non può che essere del malato, nessun altro può sostituirsi a lui. Ciascuno ha il diritto di rifiutare le cure anche per il futuro se non sarà in grado di esprimersi: la legge potrebbe disciplinare le modalità di esercizio delle dichiarazioni ma non limitare un diritto: “Il valore costituzionale dell’inviolabilità della persona” va costruito “come libertà nella quale è postulata la sfera di esplicazione del potere della persona di disporre del proprio corpo” e dunque come diritto d’impedire illegittime intromissioni altrui, ha detto la Corte.


il Fatto 30.3.2010

2.3.15

Lapide seconda. Una epigrafe di Gianni Rodari

Agrigento, Via Pirandello, già Via San Pietro (anni 70 del Novecento)
 A QUESTA PORTA
IN SEGUITO
A INFORMAZIONE INESATTA
BUSSÒ NEL QUATTORDICI
IL RAGIONIER FEDERICO GIOBATTA
DA PORTOFINO
DIMANDANDO DI GIACOMINO
SOLERTE E SEVERA
RISPONDEVAGLI PORTIERA
NESSUN GIACOMINO QUI RISIEDE
NÉ MAI RISIEDETTE
NÉ MAI RISIEDERÀ
RAGIONÒ IL RAGIONIERE
NON SI PUÒ MAI SAPERE
CHI VIVRÀ VEDRÀ

da Il cavallo saggio, Einaudi 2011

La poesia del lunedì. Mario Rapisardi (Catania 1844 - 1912)

Non sono morto ancora
Non caro volto, non parola amica,
Non benigna risposta. È un mese, un anno,
Un secolo che qui m'han seppellito?
Non sorriso di sol, non mutamento
D'aura, non moto di viventi cose,
Ma tacite fantasime perdute
In perpetuo crepuscolo; ma ombre
D'uomini senza nome, senza voce,
Evaníenti in un mistero immenso....
Non è questo un sepolcro? E chi m'ha chiuso
In questa fossa, in questa bara? Aprite
Questa bara; scoprite questa fossa;
Non gettate su me la fredda terra:

Uomini, udite, io non son morto ancora!

In Raccolta di poesie scelte (a cura di Nunzio Vaccalluzzo), Patron Palermo, 1930

1.3.15

Formiche (di Franco Fortini)

Del sistema nervoso degli insetti non so nulla. Più di una volta ho però notato che cosa succedeva se posavo sul tavolo una matita a tagliare la strada a una formica che lo venisse attraversando: subito mutava direzione, io spostavo la matita, le chiudevo la via, la obbligavo a fermarsi e a ripartire per un altro percorso. Se insistevo, a un certo momento la formica, come impazzita, si rovesciava sul dorso.

da Il muro del rischio (giugno 1976) in Insistenze, Garzanti, 1985

La guerriglia (Vo Nguyen Giap)

Ho tratto il brano che segue da Guerra del popolo, esercito del popolo, il più celebre trattato militare del generale Giap, geniale stratega delle due grandi guerre di liberazione del popolo vietnamita, quella contro il colonialismo francese conclusasi con la battaglia di Dien Bien Phu (1964) e quella contro l'imperialismo americano conclusasi con l'indipendenza e l'unificazione dell'intero paese (1975). A me sembra che la riflessione sulla guerriglia non abbia solo un valore militare, ma anche politico. Vo Nguyen Giap è morto, ultracentenario, nel 2013. (S.L.L.)
La guerra popolare di lunga durata del Viet Nam richiedeva anche forme di combattimento adeguate: adeguate alla natura rivoluzionaria della guerra, al rapporto di forze in quel tempo nettamente favorevole al nemico, alle ancora molto deboli basi materiali e tecniche dell'Esercito popolare. La guerriglia era questa forma di combattimento adeguata. È possibile affermare che la guerra di liberazione del popolo vietnamita fu una lunga ed ampia guerriglia che andò via via facendosi sempre più complessa fino a dar luogo, negli ultimi anni della guerra di resistenza, ad una guerra di movimento.
La guerriglia è la forma tipica della guerra combattuta dalle masse popolari di un paese economicamente arretrato, in lotta contro un esercito d'aggressione fortemente equipaggiato e ben sostenuto. Il nemico è forte, lo si evita; è debole, lo si attacca; al suo armamento moderno si oppone, per conseguire la vittoria, un eroismo illimitato che si traduce in operazioni di logoramento e di annientamento del nemico, secondo le circostanze; si attua al tempo stesso una combinazione delle operazioni militari con l'azione politica ed economica; non vi è linea di demarcazione fissa, il fronte è dappertutto, là dove si trova il nemico.
Concentrazione di truppe, per realizzare una schiacciante superiorità ove il nemico si trovi abbastanza allo scoperto e per poter così distruggere le sue forze vive; iniziativa, duttilità, rapidità, sorpresa, prontezza nell'attacco e nel ripiegamento. Finché il rapporto strategico di forze permane sfavorevole, concentrare risolutamente le proprie truppe per ottenere una superiorità assoluta in un combattimento in un dato luogo a un dato momento. Logorare a poco a poco il nemico con piccole vittorie, e al tempo stesso preservare ed accrescere le proprie forze. Concretamente, non perdere assolutamente di vista che l'obbiettivo fondamentale dei combattimenti consiste nella distruzione del potenziale umano del nemico e che bisogna quindi evitare combattimenti, che, volti alla conservazione ad ogni costo del terreno, abbiano come conseguenza delle perdite. E ciò al solo fine di potere recuperare in seguito i territori occupati e di poter liberare completamente il paese.
Nella guerra di liberazione vietnamita, la guerriglia si estese in tutte le regioni temporaneamente occupate dal nemico. Ogni abitante divenne un soldato; ogni villaggio una fortezza; ogni cellula di Partito, ogni Comitato amministrativo di comune uno stato maggiore.
Tutto il popolo partecipava alla lotta armata combattendo, secondo i principi della guerriglia, in piccoli drappelli, ma sempre secondo una sola e stessa linea, secondo le stesse direttive, quelle del Comitato Centrale del Partito e del Governo.


Da Guerra del popolo esercito del popolo, Feltrinelli, 1968

Revisioni. La memoria integrale dell'onorevole Verini (R.M.)

La mascella di Verini
Tra le curiosità di questo nostro tempo, che già qualcuno intitola l'epoca del figlio di Tiziano, c'è l'uso di rovesciare il valore delle parole, per cui quando senti parlare di “riforma sociale” immediatamente pensi che ti stiano togliendo qualche diritto, quando odi “democrazia” ti viene in mente un tiranno e quando si pronunciano parole come “memoria” o “ricordo” quello che si pretende è rimozione ed oblio. Nell'ottima “battaglia delle idee” dell'ultimo “micropolis” (27 febbraio ultimo scorso) qui “postata”. Roberto Monicchia, con argomentare documentato, affronta l'ultimo di questi stravolgimenti semantici, in riferimento ad alcune ispirate frasette pronunciate a proposito della “giornata della memoria” e di quella “del ricordo” dal deputato umbro Walter Verini, già noto come attaché di Walter Veltroni. Si legga che c'è da leggere! (S.L.L.)
Il saluto romano di Polverini
“Sulle tragedie del Novecento basta politica settaria”. E’ la sintesi che l’on. Walter Verini (“Il Messaggero”, 12 febbraio) trae dalle inziative cui ha preso parte presso l’Itis di Terni per la “Giornata della memoria” e il “Giorno del ricordo”. Verini nota con soddisfazione come nel primo caso a discutere con lui vi fosse una parlamentare di destra, mentre l’Anpi ha organizzato anche il dibattito sulle foibe. Riducendo all’opera di “qualche nostalgico dell’estrema destra” e di “una sinistra irrimediabilmente datata” le contestazioni ricevute, il deputato del Pd nota con soddisfazione come ormai si possa andare oltre le divisioni ideologiche che hanno funestato il secolo breve, per costruire una politica che non consideri mai l’avversario come nemico assoluto. Se non può esservi una memoria condivisa - aggiunge Verini - è possibile e necessaria una memoria “intera”.
Difficile replicare a tanta saggezza, a simile olimpica conciliazione dei torti e delle ragioni, in cui si riconosce bene l’influenza ideale e perfino lo stile retorico del mentore di Verini, Veltroni. Ci limitiamo quindi a dare il nostro contributo, proponendo alcuni appunti utili a rendere “intera” la memoria.
Nella legge del 2000 che istituisce la “Giornata della memoria” non ricorre mai la parola “fascismo”: il ventennale regime di Mussolini, con la feroce coda dei “ragazzi di Salò”, non pare avere un ruolo specifico nella costruzione della strada che porta allo sterminio. E la data scelta - la liberazione di Auschwitz - allontana la memoria delle responsabilità italiane, che sarebbero state ben più presenti scegliendo ad esempio il 16 ottobre 1943 (liquidazione del ghetto di Roma).
Per converso la data scelta per il giorno del ricordo - il 10 febbraio - non si riferisce al momento degli eccidi e delle foibe (settembre 1943, aprile-maggio 1945), né all’esodo degli italiani di Istria e Dalmazia, ma alla firma del trattato di pace. Oltre all’intento di avvicinarsi il più possibile al 27 gennaio, i promotori di questa legge, volevano forse contestare gli esiti della seconda guerra mondiale. Si tratta di un punto chiave, che rimanda ancora al tema delle responsabilità e della memoria di ieri.
Il 10 febbraio 1947 l’Italia usciva definitivamente da un conflitto che aveva voluto e condotto; sceglierla come data del “ricordo” significa recidere le origini profonde di quella tragedia. Giova ricordare che furono l’Italia e la Germania ad aggredire la Jugoslavia nel 1941, e non viceversa. Il regime di occupazione italiano fu crudele e feroce quanto quello tedesco. Ancora: il principale responsabile di quelle stragi, generale Roatta, fuggì durante il processo per crimini di guerra (complici i servizi britannici e il Vaticano) e fu poi prosciolto dalla Cassazione.
Senza dimenticare che la guerra seguiva un ventennio di politiche violente di “deslavizzazione” dell’Istria, cominciate già dai governi liberali e poi rese sistematiche dal fascismo. L’uso del giorno del ricordo come “contrappeso” logico e storico alla giornata della memoria e come deresponsabilizzazione tout court dell’Italia e degli italiani, che ascrive le foibe allo scatenamento di una furia cieca (alternativamente ideologica: i comunisti! o nazionale: gli slavi!), è cominciato subito. Lo stesso Napolitano si fece prendere la mano, insistendo sulle responsabilità “slave”, dovendo poi scusarsi con il presidente croato Mesic. Figuriamoci come intende il ricordo la destra:
basti a Verini l’esempio delle pubblicazioni ufficiali della regione Veneto, in cui si esalta la Rsi per aver difeso “l’italianità di quelle terre”.
Forse Verini ricorderà come il premio nobel della letteratura Boris Pahor, sloveno nato a Trieste, prigioniero di Dachau, rifiutò la cittadinanza onoraria della città giuliana offerta da un sindaco di An, che rifiutava di ammettere le responsabilità del fascismo nelle tragedie giuliane del ‘900. Non è quindi in discussione il dovere di ricordare tutte le vittime delle vicende del confine orientale. Si tratta però di capire, distinguere, approfondire. Altrimenti si rischia il lavaggio della coscienza a buon mercato, il ritorno ai rassicuranti luoghi comuni degli “italiani brava gente”, l’assegnazione generica delle colpe al ‘900 delle “idee omicide”. Ciò vale anche per l’esigenza di attualizzare il discorso: le opinioni della destra attuale circa immigrazione, islam e via discorrendo, mostrano che con un certo passato vi è un rapporto di piena continuità. Denunciare certe tendenze una volta era antifascismo; adesso pare si chiami “politica settaria”.

P.s. La parlamentare di destra invitata all’Itis per la giornata della memoria era Renata Polverini, la ex presidente del Lazio nota, oltre che per gli scandali che hanno travolto la sua giunta, per la ripetuta ostentazione del saluto romano.

Il buio. Una poesia di Gianni Rodari


Ho vegliato il tuo respiro.
Ti ho suggerito un sogno.
Il buio era sempre più freddo,
appollaiato sulla mia spalla
come una cornacchia.

da Il cavallo saggio. Poesie epigrafi esercizi, Einaudi, 2011

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