2.10.15

Jack London dimenticato in America. Intervista a Maxwell Geismar (Oliviero Spinelli)

Nel 1977, in un paginone dedicato a London, “la Repubblica” pubblicò l'intervista che segue, a un importante critico letterario americano sulla “fortuna” dell'autore di Martin Eden negli Usa. Non ho conoscenze sulla situazione in anni a noi più vicini. Può darsi che nel 2016, primo centenario dalla morte, sia possibile tracciare qualche bilancio. (S.L.L.)
Jack London
NEW YORK 
Oggi negli Stati Uniti Jack London è uno scrittore completamente dimenticato. Se qualcuno lo ricorda è soltanto come autore di libri d’avventure per ragazzi, come Zanna Bianca o Il richiamo della foresta. Soltanto gli esperti di letteratura americana hanno sentito parlare o letto Martin Eden, il romanzo autobiografico di Jack London, o di Irone Heel, (Tallone di ferro) il libro in cui lo scrittore americano aveva anticipato l’avvento del fascismo.
Per gli americani quindi sarebbe una vera sorpresa sapere che London è stato uno dei loro autori più tradotti in altre lingue, o che ancora oggi, per esempio, nell’Unione Sovietica London è molto popolare.

Come si spiega l’indifferenza che gli americani continuano a mostrare nei confronti di Jack London? (E’ una domanda che abbiamo posto a Maxwell Geismar, autore di vari studi sulla letteratura americana, che a London ha dedicato un lungo saggio, pubblicato nel libro Rebels and ancestors).
«Fino alla fine degli anni trenta London era conosciuto ed apprezzato dal pubblico americano. Dopo la guerra, tutto è cambiato. Negli anni quaranta infatti è nato un nuovo movimento di critica letteraria, il cui primo programma è stato di far dimenticare agli americani gli anni trenta. O comunque di presentarli come un periodo di fallimenti, di tradimenti, di grande confusione. Mentre noi che li abbiamo vissuti, ce li ricordiamo come anni affascinanti, pieni di vita e di movimento. Ma durante il decennio successivo gli intellettuali americani fecero a gara per rinnegare il loro passato radicale, per «spiegare» la loro adesione ai movimenti radicali, e confessare i loro errori. E, con i loro articoli sulle riviste letterarie prepararono l’America alla guerra fredda e al maccartismo».

Ma London non è stato sempre un socialista anzi si è quasi avvicinato al fascismo, ha difeso l’idea della razza pura. Insomma è possibile che gli americani continuino a ’’punirlo” oggi, dopo più di mezzo secolo, soltanto per il suo passato socialista?
«Sembra incredibile eppure le assicuro che è così. Oggi in questo paese si vive in un clima non molto diverso dall’Inghilterra negli anni della Rivoluzione francese. C’è nel paese una certa paura. Giorni fa ho ricevuto una lettera da un giovane professore di letteratura americana che è stato licenziato da un’Università del Texas perché aveva osato presentare Mark Twain per quello che realmente è stato: un radicale. E un antimperialista. Quello che in genere si tende a insegnare nelle Università è a rifiutare la politica, a non essere critici. Oggi in tutti gli Stati Uniti non esiste una sola rivista di critica letteraria di sinistra. Non a caso i nostri migliori scrittori hanno vissuto nel periodo repubblicano della nostra storia, prima che gli Stati Uniti si trasformassero in un impero. Siamo riusciti ad avere ancora scrittori di valore sino alla seconda guerra mondiale, ma tutto ciò che è stato prodotto da questo paese nel dopoguerra è assolutamente mediocre. I nostri scrittori hanno perso il coraggio di criticare, sono diventati dei semplici «entertainers». La letteratura di questi anni è solo svago ed evasione, dove sono andati a finire i critici come Dreiser?

Ma Jack London è mai stato popolare in questo paese?
«Certo, ai suoi tempi era enormemente popolare. Ci sono stati è vero anche allora tentativi di sabotarlo per la sua fede socialista, e questi attacchi lo rattristarono e amareggiarono. Ma nonostante le campagne contro di lui London rimase fino alla morte uno scrittore amato e seguito da un enorme pubblico. Non bisogna scordare che quelli erano anni in cui il candidato socialista alla presidenza, Eugene Debs, riusciva a raccogliere milioni di voti. E Jack London era stato il primo scrittore americano che aveva parlato della vita dei vagabondi, dei «tramps», che aveva descritto le miserie e le difficoltà dei lavoratori americani. E’ stato un autore inconstante, ma capace di scrivere libri ottimi, come People of the abyss, un’analisi precisa del funzionamento del capitalismo. Il richiamo della foresta poi, a mio avviso è a suo modo perfetto. Negli anni venti fu quasi dimenticato, perché anche quello era un periodo di fuga dalla politica, di isolazionismo. Ma con la crisi del ’29, e il ritorno di un movimento politico radicale Jack London è stato riscoperto.
Negli anni trenta, per esempio, il «New York Post» pubblicò a puntate Iron Heel, il romanzo in cui veniva profetizzato l’avvento del fascismo. Poi, quando i liberali della guerra fredda cominciarono a preparare il paese al maccartismo London scomparve di nuovo dalla scena letteraria americana».

Pietro Ingrao, l'antifascismo, il cinema. Da un'intervista di Nicola Tranfaglia (1990)

Tra il dicembre 1989 e il giugno 1990 Nicola Tanfaglia condusse una lunga intervista a Pietro Ingrao sulla sua esperienza di vita e sulla sua attività politica e intellettuale, all'interno di un progetto elaborato dall'Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico. Dalla lunga intervista fu ricavata una videocassetta intitolata Le cose impossibili. Il testo integrale apparve poi in volume presso gli Editori Riuniti. Alcuni stralci vennero anticipati da “la Repubblica”, donde ho tratto il brano che segue. (S.L.L.)

Possiamo dire in un certo senso, che i Littoriali da una parte erano degli elementi di mobilità culturale e sociale e dall'altra erano uno spazio che lo stesso regime fascista lasciava più libero di altri spazi per dare sfogo a esigenze dei giovani. Questo almeno sembra il modo in cui tu li hai vissuti e coincide con altre esperienze di giovani della tua generazione. Mi sembra un giudizio corretto. E tuttavia, se devo stare alla mia esperienza diretta, direi che l'elemento di messa in comunicazione, di sprovincializzazione, è stato più forte dell'elemento di controllo e di ingabbiamento.
Io sono andato ai Littoriali di Firenze, in stivaloni e in camicia nera. Vestito così la prima cosa che ho fatto è andare al mitico (per me) caffè delle Giubbe Rosse per incontrare Eugenio Montale, il poeta che aveva scritto quei versi scabri e desolati che dicevano: codesto solo oggi possiamo dirti / ciò che non siamo / ciò che non vogliamo. Ho ancora negli occhi l'espressione tra incuriosita e annoiata del poeta, che si vedeva davanti quell'oscuro giovane provinciale vestito in quella maniera. Le cose nella vita non sono mai tagliate con l'accetta.

Ecco, se tu dovessi quindi stabilire un anno in cui si passa da questa prima fase di incontri a una fase più decisa di autorganizzazione e di dibattito nel senso dell' antifascismo, tu che anno diresti? 
Posso dirtelo per me.

Certo, per quanto riguarda te.
Sì, perché alcuni del gruppo romano di giovani intellettuali comunisti di cui ho fatto parte c'erano arrivati prima, e per vie molto più nette e dirette alle mie. Penso, per esempio, all'esperienza di Lucio Lombardo Radice, di Aldo Natoli, di Paolo Bufalini. Ma per me il punto discriminante ha proprio una data precisa: è la guerra di Spagna. Se mi lasci passare una frase un po' retorica, direi che la guerra di Spagna, proprio, è una data che spacca la mia vita: da allora comincia un altro cammino. Come quando svolti un angolo. Perché? Perché a quel punto cambia ormai senza remissione il mio giudizio sul fascismo e comincio a rendermi conto che bisogna lottare. Ancora negli anni che precedono l'intervento in Spagna, sulla questione della guerra d'Etiopia, dentro di me passo attraverso oscillazioni di dissenso e di consenso: te l'ho già detto. Le cose invece cambiano radicalmente, quando avviene l'intervento della guerra di Spagna. Chissà come, un giorno, un momento avvengono certe cesure nella vita. E nessuno, in quel giorno, in quel momento ci sussurra all'orecchio che d'ora in poi sarai un altro. Io ormai vivevo a Roma. Avevo conosciuto giovani che mi parlavano di un'altra cultura e mi presentavano un'altra lettura del fascismo, dell'Italia del primo trentennio, delle vicende che avevano portato alla dittatura fascista. Leggevo o cominciavo a leggere altri libri, e anche altri giornali (ricordo che compravo “Le Temps” che arrivava ancora nelle edicole di Roma). Ma il fatto che spezza ormai le mie oscillazioni e mi spinge verso una scelta di campo è l'aggressione fascista e nazista alla Spagna. Perché? Perché non riuscivo a vedere alcuna motivazione nazionale per quell'aggressione. E perché mi appariva come pugnalata a un paese che cercava di liberarsi. Naturalmente io ti parlo della mia esperienza. Per altri della mia generazione il fatto che li portò alla rottura col fascismo fu la guerra d'Etiopia. E anche la storia del gruppo di giovani intellettuali, che si formò a Roma alla metà degli anni Trenta e che dette poi quadri dirigenti di forte rilievo al Pci, è notevolmente differenziata quanto ai tempi, alle vicende, alle culture. Io arrivai alla cospirazione antifascista e anche alla scelta comunista parecchio più tardi di altri. Paolo Bufalini, Pietro Amendola, Aldo Natoli, Lucio Lombardo Radice per fare solo alcuni nomi giunsero ben prima di me e di Alicata. Essi si formarono in un contatto con un giovane comunista come Bruno Sanguinetti (oggi ingiustamente dimenticato), con cui io ebbi, soltanto dopo, un rapporto sporadico. Essi conobbero e parlarono con Giorgio Amendola, reduce dal confino di Ponza, e l'aiutarono ad espatriare. E anche gli itinerari culturali erano differenti. Alcuni (come Bufalini, che ebbe allora una funzione essenziale) mi sembra che partirono in quegli anni da un orientamento che oggi chiameremmo liberaldemocratico; altri furono orientati quasi subito a una scelta comunista; altri (Paolo Alatri, Paolo Solari) erano allora dei liberali. Trombadori, per non parlare di Guttuso e dei milanesi Treccani e De Grada, venivano dall' esperienza e dalla riflessione sull'arte. Io ero un provinciale, con una confusa spinta populista, innamorato del cinema e della poesia decadente italiana. Alicata combinava l'attenzione per Montale con una polemica passione carducciana. Per non parlare di altri filoni come il fascismo di sinistra di Zangrandi e del suo lungo viaggio verso il comunismo. Insomma le cose non furono univoche. In ogni modo, per me l' evento che mi spostò fu quello:la guerra di Spagna.

E conta anche l'alleanza dell'Italia con la Germania nazista?
Assolutamente, sì: in quel momento (adesso proprio lo fisicizzo) esplode in campo internazionale un protagonista: Hitler, il nazismo. Questo cambiò radicalmente tutto il quadro. In un senso immediato: perché smontava tutta la giustificazione nazionalistica del fascismo. Con Hitler e col nazismo era aperto già un contenzioso che noi ci portavamo dentro (t'ho detto che la questione dell'Anschluss fu un' altra tappa del cammino di tanti sulla via dell' antifascismo). E secondo, assai più importante: perché Hitler mi apparve con un segno sconvolgente. Che io mi ricordi proprio di avere mai pensato che Hitler potesse dirmi qualcosa anche quando aderivo ancora al fascismo questo proprio non sta nella mia memoria. Forse perché Hitler irrompe subito sotto il segno di una violenza senza limiti e senza confini: un dominio che schiaccia, calpesta storie, culture, nazioni, sfere della vita, e nel senso (adopero ancora questa parola) fisico. È difficile spiegarlo oggi, a un giovane di oggi; perché è difficile rendere quella condizione (in cui noi ci siamo trovati) di avere paura, terrore che il mondo cadesse nelle mani di Hitler. Io sentivo che un tale esito contraddiceva a tutte le cose a cui volevo bene, di cui mi occupavo: la poesia, il cinema di Charlot e dell'anarchico Clair, un modo di concepire i rapporti umani, l'autonomia di me stesso... Insomma la paura fu proprio grande; ed è stato uno dei punti decisivi che ha spostato tutta la mia esistenza, che mi ha 'gettato' nella politica.

Hai fatto cenno al cinema. Perché ti sei iscritto proprio nella metà degli anni Trenta al Centro sperimentale di cinematografia? Che cosa è stato nella tua esperienza?
Sì, il cinema. Perché mi affascinava? Come forma di espressione nuova, grande mezzo moderno di comunicazione di massa. Una sete insoddisfatta di comunicazione, una ricerca confusa di strumenti espressivi, l' impressione, in tanti incontri, di non riuscirci mai a dire le cose che premevano sono sempre state un assillo per me. Quante volte avevo la sensazione di colloqui inutili o di conversazioni ' fumose' : come se non ci dicessimo mai l'essenziale. E anche l'impressione che l'essenziale per me non era 'semplice', e tanto meno lineare. Quindi rimanevo deluso di non sapere dire; e anche di non sapere capire (o ascoltare veramente). E d'altra parte, negli anni di cui parliamo, esco definitivamente dal ' villaggio' , ed entro in rapporto diretto con la difficile, complicata modernità: nel senso fisico (Roma, la grande capitale), e nel senso del contatto con culture nazionali e internazionali. Questo in un periodo in cui l' assetto del mondo stava saltando. Quindi diventava ancora più forte il bisogno di trovare forme di linguaggio che avessero un' ampiezza di comunicazione come l' offriva il cinema, che mettessero fortemente in collegamento con la gente, con la società di massa che cominciavo a scoprire. Insomma: si sommano allora in me due cose: questo bisogno di comunità che io ho maturato proprio nel 'villaggio' , e contemporaneamente la scoperta abbastanza lacerante che in quell'Europa, alla metà degli anni Trenta, accadevano fatti che potevano travolgerci, come singoli, come relazioni, come affetti. Anche per questo il cinema, che poteva parlare a milioni. E invece non l'imparai. Dopo un anno smisi. La politica prima di tutto come capire cosa succedeva mi trascinava. Ma l'amore, vorrei dire la 'curiosità' appassionata per il cinema, sono rimasti. Più volte mi è capitato di pensare che capisco più di cinema che di politica.


"la Repubblica", 11 novembre 1990

Un uomo come noi. In morte di Marcello Mastroianni (Umberto Eco)

Mastroianni in "Sostiene Pereira"
Una sera l'ambasciatore americano Maxwell Rabb, per festeggiare la visita romana di Nancy Reagan, aveva deciso di invitare a cena non politici e diplomatici ma personaggi della finanza, della moda, dello spettacolo, i principi del giornalismo, gli scrittori, gli artisti. Aveva fatto le cose per bene, come si girava l'occhio si vedevano solo volti celebri e, tanto per citare solo la gente del cinema, per far compagnia alla Loren, per l'occasione, Gregory Peck. Insomma, si aveva proprio l'impressione che lì si fosse dato convegno tutto il mondo. Mentre si prendevano gli aperitivi, Marcello Mastroianni stava in un angolo con me, quasi per appartarsi con un amico che non gli incutesse soggezione, e mi raccontava come al solito barzellette.
Ne era un grande e prolifico raccontatore, poteva tirare sino a tardi, e talora l'ho visto, quando aveva terminato il repertorio, telefonare al suo fornitore massimo, un fratello che abita in Argentina, incurante dell'ora che facesse in quell'emisfero. Lo tirava giù dal letto, si faceva dire l'ultima, e tornava dagli amici con una nuova storia. Poi (quella sera) è venuta l'ora di recarsi a tavola e, mentre si andava verso la sala da pranzo, Marcello mi ha preso sottobraccio, ha mosso la testa come per indicarmi quell'accolta di persone importanti, e mi ha detto: "Se mi vedesse la mia mamma...".
Si noti che l' episodio si svolgeva una decina d' anni fa, quando ormai Marcello era già celeberrimo, tutte quelle persone le conosceva benissimo, e per la maggior parte erano loro che si sentivano onorate di essere con lui. Per cui si potrebbe dire che stava scherzando, stava recitando la parte del ragazzo di provincia. E forse era anche così, perché l'autoironia era la non ultima delle sue virtù. Ma per fare una parte (i bravi attori lo sanno) bisogna entrare in parte, sentirsi in parte, essere in qualche modo disposti alla parte. Voglio dire che (e quella sera l' ho capito benissimo) Marcello era anche sincero, stava semplicemente dicendo che era ancora un ragazzo venuto dal niente, che non si era adattato alla fama. E (sia che lo facesse sia che lo fosse) si comportava da "mammone", tenero e indifeso, che avrebbe voluto raccontare alla madre non tanto quanto fosse bravo, ma quanto la gente ormai pensava che lo fosse.
A poche ore dalla notizia della sua scomparsa già ho sentito citarlo come il più tipico attore italiano. Francamente, queste etichette valgono sempre quel che valgono. Tanto per cominciare, credo si debba ricordarlo come uno dei più grandi attori del secolo, e questo basterebbe. Certamente ha rappresentato il cinema italiano nel mondo forse più e meglio di ogni altro, e ha quasi sempre interpretato personaggi tipicamente italiani (si pensi alla Dolce vita). Ma ha saputo diventare per esempio un memorabile Pereira portoghese, cosa che forse altri attori più tipicamente italiani non avrebbero saputo fare. Forse lo sentivamo (per orgoglio) dei "nostri", ma proprio perché ci liberava dalla persuasione che un italiano dovesse necessariamente essere una maschera della commedia dell'arte. Molti attori (anche non italiani) diventano una "maschera" e finiscono per credere di essere quello che avevano finto di essere (si pensi a John Wayne). Invece Mastroianni era sempre lui, un uomo come noi, e così lo amavamo, per quella sua tenerezza malinconica, per quella sua umanità ironica, per quella sua impalpabile insicurezza, tanto che - direi - in ogni suo film egli entrava in scena dando l'impressione di non sapere chi e che cosa fosse, e cercava di capirsi a poco a poco, mentre diventava il suo personaggio, o il suo personaggio diventava lui - ma anche alla fine ci lasciava con uno sguardo ancora interrogativo.
Recitava quella sera all'ambasciata americana, mentre parlava a un solo spettatore? O si chiedeva davvero che cosa gli fosse successo nella vita e perché mai fosse finito lì? E forse ha fatto qualcosa di diverso nei suoi film? Mai un attore ci ha forse tanto consolato della perplessità di essere al mondo.


“la Repubblica”, 20 dicembre 1996  

Pugni fascisti (Sergio Vicini)

Primo Carnera conquistò il titolo mondiale dei pesi massimi il 29 giugno 1933 battendo Jack Sharkey per k.o., dopo sei riprese in cui aveva dominato il campo, facendo dimenticare la sconfitta subita dallo stesso pugile alcuni anni prima. Da Le stelle del Duce, un libro che rievoca le celebrità sportive e cinematografiche, che il regime fascista volle ascrivere a sua gloria oltre che a gloria della stirpe italiana, riprendo un brano sulle reazioni italiane. (S.L.L.)

Qualcuno avanza dubbi, si vocifera addirittura che Camera avesse del piombo nei guantoni. Ma probabilmente le cose non stanno così. Primo è molto migliorato sul piano tecnico e va detto che questo è certamente il miglior incontro della sua vita. 
Ma tutti i dubbi vengono messi a tacere dall’entusiasmo che esplode in Italia e nella comunità italiana in America. Primo Camera è diventato l’idolo del Paese e il simbolo del regime fascista che in un decennio, così affermano gli apologeti, è riuscito a trasformare spiritualmente e fisicamente gli italiani. Lo stesso Mussolini - che fra l’altro si vanta di praticare il pugilato e di avere un istruttore personale - non sta nella pelle. E quando, il 24 ottobre 1933, riceve Camera a Palazzo Venezia afferma perentoriamente: “Il pugno è un mezzo di espressione squisitamente fascista”.

Sergio Vicini, Le Stelle del Duce, Hobby & Work, 2008

1.10.15

Un maestro. Giuseppe Fava e i nuovi intellettuali siciliani (Nando Dalla Chiesa)

Rosalba Cannavò, una delle primissime militanti dei Siciliani giovani, scrisse la prima delle molte tesi di laurea dedicate a Giuseppe Fava. Una piccola e combattiva casa editrice siciliana, la Cuecm di Salvo Torre, ne ricavò un libro, di cui questa era l’introduzione. (S.L.L.)
Giuseppe Fava detto Pippo
Chi scrive ha avuto con Fava un rapporto singolare. Un rapporto prima lontano, inconsapevole, nato alla fine degli anni Sessanta attraverso la lettura di Processo alla Sicilia, appassionato reportage dalle zone del sottosviluppo. Un rapporto divenuto più consapevole poco più di una dozzina di anni dopo con la lettura de “I Siciliani”, il mensile messo su da lui, di nuovo in condizioni di estrema difficoltà, nella Catania assurta a nuova capitale di mafia. E diventato infine ravvicinatissimo attraverso il contatto con la redazione dello stesso mensile dopo la sua morte.
Ed è stato proprio in questa terza fase che la curiosità per la figura dell’uomo, il fascino delle sue scelte di vita, l’intelligenza dell’analisi condotta sulle vicende della sua città e della sua isola, hanno stimolato una rilettura più attenta, distesa, meditata delle sue opere e dei suoi scritti giornalistici.
L’impressione, o meglio la convinzione che ne ho ricavato è stata quella di trovarmi di fronte a uno dei maggiori intellettuali siciliani di questo secolo.
Non c’è - sia chiaro – in questa affermazione il peso che potrebbe esercitare il cosiddetto giudizio di valore, necessariamente positivo di fronte a un uomo che per coraggio e per amore della sua terra è andato incontro alla morte. Si tratta di una valutazione obiettiva. Credo davvero che, sia pure con le migliori intenzioni, si faccia un torto a Giuseppe Fava classificandolo tra i “giornalisti uccisi dalla mafia”. Con Fava è stato ucciso un intellettuale, uno specifico modo di intendere la funzione dell’intellettuale nella Sicilia degli anni Ottanta. Dietro il suo assassinio non c’è d’altronde la paura dello scoop compromettente, non c’è la notizia-polveriera che deve rimanere in un cassetto.
Sta una produzione multiforme, un complesso integrato di parole, di sentimenti, di capacità, di analisi, di abitudini, che certo si trasfondono pienamente nella sua attività giornalistica e le fanno qualcosa di particolare; ma che sono prima di tutto opposizione intellettuale.
Si tratta di una figura anomala, per usare un aggettivo che è stato fatto incombere negli ultimi anni sulle vicende siciliane.
Una figura poliedrica, che ha accoppiato in sé la straordinaria forza della denuncia civile con una prosa tagliente, capace di squarci improvvisi e di particolari insistiti, degustati con voluttà al momento stesso che si accinge a tornare ai colori forti. Una figura che ha immesso nel panorama della cultura siciliana dei suoi anni la ribellione: ribellione alla rassegnazione, al lamento dello sconfitto, alla nostalgia dell’emigrato, ribellione all’idea che non vi sia altra forza a muovere la storia se non l’avidità dell’uomo. E forse perciò per questo bisogno di costruire vita anziché ricamarne, il suo stile è così lontano dall’ ovattata ironia, dal prezioso intarsio, dal ritmo raffinato dei suoi contemporanei.
La sua bellissima polemica con Sciascia su “I Siciliani” del maggio 1983 è, vista oggi, uno dei documenti più nitidi del conflitto tra due modi di essere intellettuali, tra due culture e due Sicilie: la Sicilia che vuole trovare anzitutto in se stessa la forza e la fierezza di reagire e la Sicilia scettica che ama il dubbio fino a trasformarlo in fede.
Ma non è solo su questo piano che Fava porta tutta la carica innovativa del proprio atteggiamento intellettuale. C’è pure la sua capacità di trasformarsi in organizzatore di azione e di pensiero. Che è un corollario della sua caldissima fiducia nella vita (una fiducia che è pur percorsa da qualche vena di pessimismo): poiché è qui che nasce la sua disponibilità a dare agli altri, la persuasione che insieme si possa costruire.
Anche per questo si dice troppo poco quando si parla di Fava solo come del “giornalista ucciso dalla mafia”.
Quel giornalista, in realtà, creò altri giornalisti, diede vita ad un collettivo, fondò una testata tirandola fuori con tenacia dal mondo dell’immaginazione. Fu un maestro. Un maestro che ha insegnato a battersi, coll’arma della parola, a un gruppo di giovani.
Ecco perché scoprirlo, apprezzarne il percorso, diventa soprattutto un compito di chi si è trovato nella stessa temperie civile e ha compreso fino in fondo il valore della sua rottura, delle sue intuizioni o dimensioni analitiche, del rapporto stabilito tra informazione e cultura. Ed ecco perché è importante questo libro, che rielabora la tesi di laurea dell’Autrice, già studentessa dell’università di Catania.
Perché proviene da una giovane, da un’esponente di quella generazione di siciliani che nella rottura culturale operata da Fava si è identificata, e attraverso quella rottura ha imparato a guardare il mondo. In fondo, dopo quel 5 gennaio del 1984, proprio gli studenti furono la linfa di un movimento di opinione che si trasmise, per canali disparati, a tutto il paese. Un movimento di solidarietà con una rivista e con una volontà di giustizia. Non si tratta dell’unica tesi di laurea dedicata a Giuseppe Fava. E anche questo è un segno che incoraggia.
Nelle scuole, nelle università di tutta Italia, sempre più frequentemente mi capita di sentirmi chiedere di parlare di questo intellettuale anomalo. Vuoi dire che, nonostante i media, le idee circolano; quelle, voglio dire, che non sono ammesse al grande circuito telematica.
Il ritratto di Fava fornito da Rosalba Cannavò può essere, con le informazioni i riferimenti e le testimonianze che contiene o a cui rimanda, un mezzo per capire e sapere di più, un primo strumento informativo in attesa e nella speranza che altri ancora ne vengano apprestati. Da studenti siciliani. E magari da nuovi intellettuali.


Dalla prefazione a Giuseppe Fava, storia di un uomo libero di Rosalba Cannavò, Cuecm 1990

Palla d'oro. Una poesia di Umberto Saba

Con ali tese e il becco aperto a volte
egli perfino mi sfida... Non vede
sé, come vedo me stesso. Ed in questo
non vedersi è la sua felicità.

Moto perpetuo non si ferma un breve
momento. Verdi radicchi, altri uccelli
che nutre involontario, il suo panico,
sempre ha qualcosa da fare e la cosa
che fa lo prende interamente. In canto
(sia gioia o pena) in trilli si diffonde.
Se Ciu lo chiami, il chiamato risponde.

Viene lenta la sera. Lentamente
tace, si gonfia. Fiducioso al sonno
si chiude, e in sé, come una palla d’oro.

da Quasi un racconto (1951) in Il Canzoniere, Einaudi, 2004

Che le donne maturano (e invecchiano) precocemente è presto confermato. Una poesia di Giovanni Pascutto

Giovanni Pascutto
Io e il mio più caro amico
tornavamo dalla campagna.
Footing come si dice.
Un po’ accaldati e spiritosi:
l’uomo e il ragazzino
in felice convivenza.

Saccheggiammo un ciliegio
prima di rientrare.

Poi l’ho vista. Irriconoscibile.
(Devo descriverla?)
A sinistra la borsa della spesa
l’altra mano trascinava la carrozzina,
Il figlio grande attraversò
senza guardare. Lei urlava.

« È stata il mio primo amore »
dissi all’amico inorridito.


In “Quaderni della Fenice” n.54, Guanda, Milano, 1979

Resistenza e terrorismo. Generalizzazioni e rimozioni (S.L.L.)

Il libro Vecchie e nuove Resistenze del professor Marino e del giornalista Scaglione è stato proposto alla lettura e alla discussione nel campo estivo di LIBERA, che si è svolto in un'azienda agricola confiscata a Pietralunga, in alta Umbria. La compagna che si è occupata dei pomeriggi di formazione che seguivano la mattutina raccolta delle patate, si lamentava con me di alcuni collegamenti che gli sono sembrati forzati o stravaganti: "In una delle settimane è capitato un gruppo organizzato da alcune parrocchie toscane. Tra loro alcuni saputelli confondevano resistenza e terrorismo".
"Hai ragione - le dico - il terrorismo è solo un aspetto della Resistenza, la forma estrema di lotta resa necessaria dalla durezza dei tempi".
Mi guarda come se dicessi cose strane e assurde. Le dico: "L'uccisione dei capi fascisti e collaborazionisti, in agguati, gli attentati alle case del fascio o alle sedi del governo di Vichy, gli agguati a gruppi di tedeschi - anche disarmati - crearono forti problemi etici, ma furono cose ampiamente praticate dalla Resistenza francese e italiana".
Continua a guardarmi stranita, pensa che io mi riferisca agli strascichi della Resistenza dopo il 25 aprile, al "triangolo", alle "volanti rosse", ai fascisti e ai preti spioni ammazzati in quei giorni e mesi di confusione. "No - insisto - io parlo di prima, parlo dei GAP che operavano in città con lo scopo di seminare il terrore nell'Italia occupata, smentendo l'immagine diffusa dai nazifascisti di una normalizzazione, di un potere solido. Certo, evitavano di coinvolgere i civili italiani; era un terrorismo selezionato, mirava ai fascisti e agli occupanti tedeschi, ma era terrorismo". 
La discussione è finita, ma non sembra convinta. Il fatto è che funziona una vera e propria rimozione. Forse andrebbe fatto leggere nelle scuole il libro di Santo Peli, Storie di Gap (Einaudi, 2015), che documenta i dubbi e le tensioni interiori che attraversarono quei resistenti, il valore etico che essi attribuivano a quelle forme di lotta terribili che comportavano l'uccisione di inermi. E andrebbero rivisti i luoghi comuni secondo cui il terrorismo sarebbe sempre e comunque inefficace e perfino controproducente. 
La stagione del terrorismo anarchico che colpì generali, alti magistrati, ministri e perfino capi di governo e di stato sul finire dell'Ottocento determinò sempre e comunque contraccolpi reazionari? 
Non è così. In diversi paesi europei le classi dirigenti tentarono di disinnescare la "bomba proletaria" e di spegnere la "fiaccola dell'anarchia" con concessioni importanti: dal diritto di sciopero all'orario massimo di lavoro stabilito per legge eccetera. In Italia il riformismo dell'età giolittiana venne immediatamente dopo il regicidio di Bresci, dopo l'uccisione di Umberto I giudicato responsabile delle stragi di lavoratori nella crisi di fine Ottocento. Venne dopo e ne fu, almeno in parte, un effetto. 
Nelle guerre di liberazione le pratiche terroristiche sono spesso efficaci. Gli attentati contro i francesi, anche civili, furono terribilmente efficaci, forse determinanti nella liberazione dell'Algeria.
E spesso ottiene i risultati voluti anche il terrorismo reazionario. Molte voci e indizi ci dicono che il terrorismo mafioso dei primi anni 90, culminato nell'assassinio di Lima e poi nei due terrificanti attentati a Falcone e Borsellino, produsse alcune concessioni da parte dello Stato, forse una vera e propria trattativa. Il terrorismo islamico non ha affatto ridotto il peso delle componenti fondamentaliste che lo praticano, ma ha moltiplicato la loro forza.
E, tuttavia, è assolutamente giusto pensare (e le argomentazioni a favore sono pesanti) che il terrorismo rosso degli anni Settanta in Italia e in Germana, quali che fossero le intenzioni dei primi promotori, fu autolesionistico e distruttivo per la sinistra, e fu strumentalizzato dalle forze della reazione e della stabilizzazione conservatrice (le quali dal canto loro alimentavano lo stragismo fascista). Così è assoluta follia l'idea di un terrorismo progressista nel mondo d'oggi, soprattutto in Europa e nelle Americhe.
Insomma le generalizzazioni e le assolutizzazioni sono spesso ideologiche e non aiutano a comprendere la realtà dei fatti. Credo che sia sempre una buona regola "l'analisi concreta della situazione concreta" sia che si studi e valuti la storia del passato, sia che si rivolga al presente la propria attenzione critica.

Ecco a voi Myrna Loy, la moglie perfetta (Romano Giachetti)

“Dovrebbe esserci una legge contro gli uomini che non sposano Myrna Loy”, disse ambiguamente James Stewart nel 1937. Intendeva dire chi non vede Myrna Loy nella donna che sposa? o che tutti avrebbero dovuto desiderare di sposare lei in persona, l' attrice che il “Times” definì allora la più moderna della sua generazione? La risposta ha poco valore: la più duratura delle regine dello schermo degli anni Trenta e Quaranta è rimasta un modello di sofisticata femminilità anche per le generazioni seguenti. Probabilmente lo sarebbe anche per quella attuale, se solo i giovani avessero idea di che cosa sia stata (o forse dovrebbe essere ancora) la sofisticata femminilità.
Pin-up favorita di Franklin Delano Roosevelt, lady-vamp come nessun' altra, desiderata da legioni di uomini e invidiata da tutte le donne, Myrna Adele Williams (ribattezzata Loy dal poeta russo Peter Rurick) poteva far sorgere un solo dubbio: che anche lei, come tante divine del cinema, fosse stata costruita a Hollywood.
Mai dea nel senso attribuito alla Garbo (e poi, ad altro livello, a Marilyn Monroe) Myrna aveva davvero tanta classe, tanto imperturbabile senso dell' umorismo, tanto sex appeal ammantato di disivoltura? Era, insomma, la sposa perfetta lanciata dalla serie di film sull'uomo ombra? Credo proprio di sì. Myrna Loy: Being and Becoming (essere e diventare), l'autobiografia scritta dall'attrice in collaborazione con James Kotsilibas-Davis (Knopf, pagg. 372, dollari 22,95), si distingue dai memoriali del genere perché non vuole rivelare niente di straordinario: è solo il racconto di una vita spesa compostamente, intelligentemente, col sorriso, ma anche con l'impegno politico, anche con una rara dirittura morale.
Myrna Loy è esattamente ciò che è sempre sembrata: una donna divertente e divertita, una donna-donna, testa sulle spalle e appena quel tanto di avventurosità sentimentale che la fa essere spregiudicata perché onesta, desiderabile perché insieme aperta e sfuggente. “Avrei voluto essere una moglie orientale”, scrive: sottomessa all'uomo per non fargli capire quanto forte sia la sua donna. Un'idea ultrapassée? Non in lei, non in Myrna Loy. “Non è una diva, -disse una volta George Cukor - è una persona vera, che nessuno riuscirà mai a costringere al compromesso”. “Ha un sorriso che cambia automaticamente soggetto”, ribadì Joseph Mankiewicz.
Il padre di lei, un ranchero del Montana, la chiamava “il mio piccolo soldato”, per come era tranquilla, assennata, eternamente serena. Fu con quella serenità che, quando la famiglia si trasferì a Los Angeles, Myrna Loy lasciò la scuola e si mise a lavorare, per aiutare le finanze di casa. Avrebbe fatto 124 film (l' ultimo, Just Tell Me What You Want, diretto da Sidney Lumet, lo ha girato nel 1981, a 76 anni); ma allora sognava la danza e il teatro. Alla danza vera non arrivò mai, e sulla scena mise piede per la prima volta a quasi sessant'anni, con l'ardore di una novizia. Non credeva che il cinema fosse la sua strada, ma la misero a fare la Baccante in uno di quei balletti che all'Egyptial Theatre precedevano allora il film. Qualcuno la notò, e Myrna planò silenziosamente davanti a una cinepresa.
Per anni fece donne cinesi, malesi, messicane, zingare, odalische (“mi venne così - dice ridendo - l'idea della moglie orientale). Natasha Ranbova, la moglie di Rodolfo Valentino, disse nel 1925: “Non si capisce se questa ragazza è innocente o sofisticata (intendeva esperta). È certo però che sarà il simbolo di questo decennio”.
LEI non lo sapeva. Poi però, in La maschera di Fu Manchu, volevano farle frustare un uomo e lei ebbe la sua brava ribellione. “Mi rifiuto di fare questa parte, - disse - questa donna è una ninfomane sadica”. “Cosa vuol dire?”, replicò il produttore, sbalordito. E oggi Myrna commenta: “Hollywood allora era così, ma io avevo letto il mio Freud”. Lo aveva letto talmente bene, che di Valentino dice: “Era una pantera, ma solo sullo schermo: nella vita era un meccanico, gli piaceva riparare automobili. Io credo che avesse bisogno soprattutto di una madre”.
Di giudizi simili, sempre sul filo dell'ironia, il libro è pieno. Nessuno di questi giudizi, nemmeno quelli conclusivi sui suoi quattro mariti (tutti maniaci egotisti), è aspro. Di un marito, che le impedì di fare la conoscenza di Roosevelt perché le aveva fatto un occhio nero, dice: “Mi aveva colpita con una statuetta di Rodin. Sempre uomo di classe, il mio Gene”. E di Gary Cooper, scrive: “Ti metteva la testa sulla spalla come nulla fosse. Anche lui era bisognoso di affetto materno”.
Che fosse lei, per quell'impasto di incrollabilità e di tenerezza, per la sua languida sessualità (gli occhi eternamente velati a mezz' asta, le labbra carnose), a ispirare sentimenti simili? Per anni, soprattutto dopo che Jack Warner la mise sotto contratto avviandola al lavoro di schiava, Hollywood la vide esotica. “Cosa fai?”, le chiedevano le colleghe, Joan Crawford per esempio. “Un'altra esotica”, rispondeva laconicamente.
Nel frattempo la sua vita non era da educanda. È il solo particolare di questo libro destinato a riaccendere una certa fiamma in una certa generazione (se non altro una fiamma nostalgica). “John Ford, uomo peraltro sensibile, mi invitava alle sue feste ed erano mezze orge. Come erano divertenti!”. Mentre cercava l' uomo ideale e stava alla larga dai potenti, vedendo come questi alla fine scaricavano le altre, Myrna era perfettamente consapevole di cosa lei provocava, appunto, nei potenti. Con l'arrendevolezza dell'ottantenne che ormai non ha più nulla da mantenere privato, scrive infatti: “Ford avrebbe dato il mondo intero per avermi. Invece mi accompagnò all' altare quando sposai Gene Markey”. Oppure: “Irving Thalberg aveva l' abitudine di parlarmi guardando fuori dalla finestra. Un giorno glielo feci notare. Lui, il titano di Hollywood, parve sorpreso. Da allora prese a guardarmi”.
Tutt'altro che ingenua, dunque. Fece mille esotiche (sessanta film in tutto, girati anche tre alla volta) per arrivare alla moglie perfetta. Ingenui, semmai, erano gli uomini. “Devi perdere il velo della tua... timidezza”, le disse lo stesso Thalberg. E lei: “Avevo perso altro che quel velo!”
La moglie perfetta nacque perché su un testo di Dashiell Hammett, Myrna Loy e William Powell seppero rendere accettabile la commedia coniugale. Nel primo come nell'ultimo dei quattordici film in cui la coppia Loy-Powell interpretò Nora e Nick Charles di L'uomo ombra, fu lei, secondo George Cukor, a dare brio alla faccenda. Erano splendidi insieme perché lui calcava sempre un po' troppo la mano e lei la calcava sempre un po' troppo poco. La reazione chimica era piena di grazia, di fascino. Grazia e fascino: Myrna Loy aveva trovato il suo approdo essere se stessa mentre sembrava che recitasse. Aveva grazia e fascino sullo schermo, in abito da sera o a letto; ne aveva quando nel 1936 si mise alla testa di uno sciopero. E mantenne l'una e l'altro nel suo periodo di maggior fulgore, gli anni che vanno dal 1936 al 1942 (il periodo che la incoronò perfetta diva del cinema, secondo Henry Fonda); poi negli anni 1942-47, quando scoprì l'Europa da mezza espatriata; e ancora dopo quando, rientrata a Hollywood, fu attaccata dai maccartisti. (“Fecero male. Feci causa e dovettero ritrattare tutto; ma mi convinsero che uno dei mali americani è quello di dimenticare troppo spesso che abbiamo diritto alla libertà politica”).
La vecchia signora che è oggi Myrna Loy contempla con la serenità di sempre la sua vita. Fa quasi dimenticare che il tempo passa. “Ho speso molto denaro – scrive - ho speso molte energie sentimentali in matrimoni avventati. Se fossi giovane oggi non mi sposerei, naturalmente. E qualcosa ho fatto nel cinema, nel teatro, per le Nazioni Unite, per la pace e la libertà. Mi preoccupa il galoppante pragmatismo che infesta l' America, come dimostra l' affare Irancontras. Una volta a Hollywood mi sgridarono perché difendevo gli ebrei che giacevano sotto il tallone di Hitler. Ipocriti e fascisti! Oggi, sotto sotto, si fa anche di peggio...”.
Myrna Loy vive ancora, intensamente. È sempre, al di là degli anni, la donna perfetta che niente e nessuno, se non il suo buonsenso, rappresentò sullo schermo. Ciò che la salva è il suo ridere di quella perfezione. “Se tutti capissero che siamo qui solo di passaggio...”, dice. Non si è ancora arresa a non essere bella. In più di un senso.


“la Repubblica”, 12 febbraio 1988

I 90 anni di Silvana Pampanini, "scandalosamente perbene" (Matilde Hochkofler)

Nella vaporosa vestaglia, allungata sul grande letto, Silvana Pampanini è sorpresa in una telefonata d'addio sempre interrotta dal regista che la vorrebbe più intensa, più drammatica, più cattiva. Sul set di Viva il cinema! (1953) l'attrice, che ha compiuto ieri novant'anni, impersona se stessa come l'incarnazione più glamour del cinema italiano dei primi cinquanta. È lei che dopo il lungo periodo affamato della guerra apre la strada all'esplosione delle maggiorate. I grandi occhi chiari, le labbra tumide, la pelle bianchissima, i capelli corvini, il seno prorompente, le lunghe gambe, la voce da soprano, sembra avviata alla carriera di cantante come la celebre zia Rosetta. Ma la sua insegnante del Conservatorio manda una foto al primo concorso di Miss Italia del '46. Se la giuria le preferisce un'altra, il pubblico tifa per lei e le fa superare la delusione portandola in trionfo come la vincitrice morale. Silvana ha ventun'anni, ha avuto un'educazione severa, quando il cinema s'interessa a lei sarà suo padre a farle da agente. Comincia a impersonare canzonettiste, soubrette, ballerine, che mettono sotto i riflettori il suo corpo statuario. Interpreta moltissimi film dal 1950 al 1955, la sua stagione d'oro, in cui si scatena il ciclone Pampanini prima che s'imponga Gina Lollobrigida, mentre Sofia Lazzaro non è ancora Sophia Loren. Sono commedie divertenti che sfruttano le sue doti fisiche sempre esibite in un malizioso vedi-non-vedi. Confesserà più volte di non essersi mai mostrata nuda per una naturale ritrosia, ma di aver indossato e lanciato il pagliaccetto, l'emblema di Ninì Pampan come la chiamano con simpatia i francesi. Scandalosamente perbene, si intitola la sua autobiografia, spiritosa rievocazione degli incontri con i vip dell'epoca. Nella sessantina di film a cui partecipa è accanto a Totò, Peppino De Filippo, Ugo Tognazzi, Nino Taranto, Tino Scotti, Renato Rascel, Walter Chiari, Alberto Sordi, Marcello Mastroianni, Amedeo Nazzari, Massimo Girotti, Paolo Stoppa, Folco Lulli, e a molti altri anche stranieri come Jean Gabin, Jean-Paul Aumont, Pierre Brasseur, Pedro Armendariz e perfino Buster Keaton.
Se nei Pompieri di Viggiù (1949) è l'aspirante soubrette che nello spettacolo indossa un pudico bikini a pois, in 47 morto che parla dell'anno dopo è la canzonettista Marion Bonbon naturalmente in pagliaccetto nero. Come spirito-guida, coperta da un peplo velato con le spalle nude, cerca di adescare il barone Totò che abbocca: «Tu sei fatta d'aria pura» e, annusandola: «Prendo una boccata d'aria». Lei provocante: «Non valgo forse io un tesoro?». Totò le dà una lunga sguardata: «Sì, sì, dammelo te lo amministro io!». Sono gli stessi titoli dei film che evocano immagini accattivanti per il pubblico maschile attratto dal «proibito»: La peccatrice dell'isola, Schiava del peccato, Bellezze in bicicletta, La donna che inventò l'amore, Una bruna indiavolata. Meno farsa e più commedia, La bella di Roma (1955), conferma la vitale energia del suo temperamento di attrice e di donna.
Sempre pronta a mostrare, sul set e fuori del set, la sua indistruttibile vivacità, come quando non più giovanissima alzando la gonna si dà degli schiaffi sulle cosce per mostrare quanto siano sodi i suoi muscoli. Ma il cinema italiano che finora l'ha sfruttata come sex symbol fa in tempo a scoprirne le insospettate qualità drammatiche in almeno tre film di culto. «Ogni giorno mi sveglio con la stessa speranza: lo troverò oggi un marito che fa per me? Non penso che a questo», sospira Anna, affacciandosi alla finestra della sua camera da letto che domina Napoli in Un marito per Anna Zaccheo (1953) di un Giuseppe De Santis più che mai dalla parte delle donne e pronto a cogliere gli umori della sceneggiata napoletana. Anna si sottrae alle intenzioni della famiglia che vorrebbe sistemarla con un ricco anziano per cercare lavoro in un'agenzia pubblicitaria. Il proprietario Amedeo Nazzari, impeccabile in città, un signore per bene quasi un padre, in trasferta non esita a saltarle addosso e a violentarla. Il ritorno a casa è burrascoso perché la famiglia con tutto il quartiere è sconvolta dal manifesto delle calze in cui lei mostra una gamba nuda. Dopo un tentativo di suicidio, ritrova Massimo Girotti, il marinaio di cui è innamorata che, bontà sua, con un lungo bacio si dice pronto a dimenticare tutto. Ma quando passa la notte con lui, paradossalmente, il giovane non ne vuol più sapere. Non può sposarla proprio perché è stata a letto con lui. Avrebbe dovuto rifiutarsi. Il film finisce come era cominciato con Anna alla finestra, confermando la storica impossibilità di cambiare i rapporti uomo-donna.
Non meno congeniale l'incontro di Silvana con il melodramma famigliare di Raffaello Matarazzo. Il senso forte dell'emozione e il brivido della cattiveria maschile non gli impediscono mai, nemmeno in Vortice (1953), di cogliere con lucidità il rapporto tra corpo e denaro che è fin dall'inizio in primo piano, mentre offre all'attrice una delle sue migliori occasioni di interprete. Per salvare il padre dal grosso debito che ha con la banca, Elena è costretta a sposarne il direttore. Sembra incredibile, ma rinuncia al fidanzato Massimo Girotti per l'equivoco Gianni Santuccio che la «compera» per la sua avvenenza. Quando un incidente costringe il marito sulla sedia a rotelle, la cupa claustrofobia dell'interno borghese esplode in tutta la sua ferocia: «Io ti ho sposata perché ti desideravo, tanto. Ma adesso vista da vicino sei come tutte le altre, anzi forse sei peggiore delle altre. Però sei mia moglie e porti il mio nome e io voglio che tu rimanga qui, legata a me, e più questo legame ti fa soffrire e più io sono contento». Avvelenato dall'amante, il cattivo esce di scena. Ma lo strazio di Elena continua perché, incolpata del delitto, finisce in prigione. Il colpo d'ala del film arriva con la scena finale. Quando riabbraccia la figlia che era stata affidata alle suore, sconvolta, teme che le venga tolta per sempre. Si rifugia all'ultimo piano dell'edificio e minaccia di buttarsi giù con la bambina in braccio. L'intera vita di doveri, di sacrifici, di abnegazione sta per andare in pezzi. Le suore e i poliziotti tentano di fermarla. Solo l'arrivo di Massimo Girotti che la discolpa scongiura il salto nel vuoto.
L'ossessione Pampanini è al centro di Noi cannibali (1953) di Antonio Leonviola, dove la bramosia sessuale per il corpo della donna arriva al parossismo. Sin dall'inizio lo spogliarello di Virginia nello squallido spettacolo di rivista, seguito dalla chiassosa partecipazione del pubblico, crea un clima di torrido voyeurismo che segnerà l'intero film. Lasciata la compagnia, ritrova il suo vecchio amico Vincenzo Musolino e va a vivere con lui in una delle catapecchie sorte lungo la ferrovia di Civitavecchia, incredibile corte dei miracoli da brutti, sporchi e cattivi. Anche qui viene accolta dagli stessi epiteti volgari che le venivano rivolti sul palcoscenico. Non le è possibile uscire dalla prigione del suo corpo concupito dagli avidi sguardi maschili. Quando nella borgata si festeggia la nascita di un bambino improvvisando un ballo tra le rotaie, incuriosita si avvicina e accetta ingenuamente l'invito di fare un giro. Ma il ballo degenera subito in forme sempre più sguaiate. Gli uomini la abbrancano, se la scambiano tra di loro, la travolgono. La festa si trasforma in uno stupro collettivo, un rito pagano in cui i maschi famelici sembrano decisi a sbranare il corpo della donna.


“il manifesto”, 26 settembre 2015

L'ultima ora del condannato a morte. Un racconto di Louis Pergaud

Louis Pergaud
Nato nel 1882 a Belmont, una piccola località di campagna nel Doubs, Louis Pergaud, dopo avere frequentato la «école normale» di Besançon, cominciò a insegnare e nel 1904 pubblicò un libro di poesie, «L'Aube». Si cimentò subito dopo con la prosa, con il racconto. Scriveva, almeno in apparenza, per gli adolescenti: storie di animali, di bambini, di ragazzi. Nel 1910 vinse il Goncourt con la raccolta di novelle De Goupil à Margot, uscita l'anno prima. Seguirono La revanche du corbeau (1911), La guerre des boutons (1912) e Le roman de Miraut (1914). 
Alla vigilia della prima guerra mondiale lo scrittore consegnò al “Mercure de France” Les rustiques e subito dopo, il 3 agosto 1914, Pergaud venne chiamato sotto le armi a Verdun. Nella notte fra il 7 e l’8 aprile 1915 scomparve nei pressi di Marcheville e il suo corpo non fu mai ritrovato. 
In Italia La guerra dei bottoni è stato pubblicato diverse volte: l’edizione Einaudi del 2003 fu curata da Laura Pugno, che è traduttrice anche della straordinaria novella qui postata, che ha come protagonista un tasso e racconta una tragica e feroce caccia dal punto di vista della preda. È tratta dalla raccolta postuma La vie des bètes : études et nouvelles, pubblicata in Francia nel 1923 e in Italia ancora inedita. (S.L.L.)

I cacciatori dalle zampe lunghe, con i loro bastoni di morte, e la familiare orda di cani urlanti si erano appena fermati, dopo una breve salita, e con grida tremende e urla basse e roche - risa e latrati - davanti al buco in cui Tasson, il vecchio tasso, aveva fatto la sua tana da quattro o cinque nevicate a quella parte. Nel rifugio, Tasson era in ascolto. La terra, sotto quei gran colpi di martello, tremava, e le vibrazioni che gli giungevano, contrariamente a quanto era successo in tutte le cacce precedenti, non si attenuavano: sembravano anzi amplificarsi, divenire più potenti, più intense, più forti. La situazione, senza dubbio, era grave.
Di solito, quando il nuovo giorno lo sorprendeva all’aperto e gli giungevano rumori inquietanti, richiami di cacciatori o uggiolar di cani, filava via per i sentieri sui sassi su cui le sue zampe non lasciavano traccia e riguadagnava, dopo qualche prudente deviazione, la sua casa nella roccia. Allora sentiva lo scalpicciare della caccia che di colpo arrivava dalle parti della sua dimora, e le vibrazioni che scorrevano lungo il suolo, mescolate alle raffiche di latrati; ma presto tutti quei rumori si fondevano, si diluivano, si dividevano come se il grande fiume d’odio che gli stava alle costole si fosse diviso, a poco a poco, in un’infinità di minuscoli ruscelletti sonori che a loro volta sarebbero stati inghiottiti dalla solenne tranquillità della foresta e del mattino.
Ma stavolta si era forse attardato troppo. Prima di rientrare precipitosamente nel suo buco aveva sentito la terra tremare, rumori di falcata e degli strani richiami, le grida degli zampelunghe, gli sputafuoco che di solito portano al guinzaglio, per i sentieri del bosco, i loro famigli abbaianti e dal lungo vello, i cani. Non si trattava più solo di vibrazioni, erano dei colpi, eco di passi, colpi di tossi, voci improvvise, grida intraducibili e ansiti mescolati a odori forti e mefitici, che dal canale d’ingresso della sua dimora giungevano fino a lui. Erano alla porta: avevano scoperto la sua tana.
Tasson, dal fondo del suo rifugio, avanzò lungo il corridoio e si avvicinò all’entrata tanto quanto la sua naturale prudenza gli permetteva. I cani lì fuori, sentendo il suo odore, abbaiarono con furia. Anche il vecchio tasso respirò il loro odore riempiendosene le narici e il suo musetto appuntito, che fremeva, con una specie di riso animale, di muta soddisfazione, passò la lingua sulle sottili labbra nere.
Le palle di pelo non ce l’avrebbero fatta a entrare. Non potevano, avevano zampe troppo lunghe, gli uomini come i cani. Tasson si tranquillizzò. L’autunno stava per finire, e lui era grasso, poteva attendere e digiunare giorni interi: gli altri si sarebbero sicuramente stancati.
Tasson sapeva che la notte era dalla sua parte, e l'oscurità e la fame li avrebbero piegati e fatti tornare alle loro case e che il sonno li domina ben più che le bestie selvatiche. Sapeva tutto questo, il vecchio tasso, e molte altre cose ancora: che in un canale stretto come il corridoio di casa sua, poteva aggredire la prima bestia latrante che avesse osato avventurarsi nelle tenebre a lui familiari e che gli altri ci avrebbero pensato due volte prima di tentare l’assalto quando fosse stato il loro turno. Sapeva anche che la sua tana era perduta e che avrebbe dovuto, non appena di nuovo libero, abbandonare il suo buco, quell’angolo di pace, perché ogni tana che veniva scoperta dagli uomini era traditrice e maledetta, piena di trappole e di pericoli.
Ciononostante il rumore di fuori non accennava a cessare, e all’abbaiare, alle grida, agli echi di passi si mescolavano anche stridori di seghe e scricchiolio di rami.
Che poteva significare tutto quello schiamazzo? Il vecchio Goupil du Fays, che aveva incontrato una notte in una buca del terreno, gli aveva detto che quanto meno l’uomo fa rumore, all'entrata delle tane, tanto più bisogna diffidarne; e la vecchia volpe non parlava certo alla leggera; ma nel caso specifico, quell’eccesso in senso contrario sembrava al tasso altrettanto temibile.
E Tasson, rattrappito sulle sue zampette corte, gli occhi strabuzzati, le narici aperte e frementi, attendeva con pazienza.
Improvvisamente, l’arrivo di una nube soffocante, qualcosa di acre e di impalpabile gli accecò le pupille e gli punse le narici. Istintivamente, indietreggiando, cercò di azzannare, come se un nemico invisibile si trovasse davanti a lui, ma le sue mascelle, spalancate e subito rinserrate, si richiusero l’una sull’altra; non aveva afferrato altro che il vuoto, e il nemico l’accecava sempre più, lo prendeva alla gola, gli frustava le mucose. Più volte di seguito, serrò i denti su quell’avversario misterioso e terribile e alla fine riuscì a socchiudere un poco le palpebre. Allora si rese conto che il canale d'ingresso, che poco prima era limpido, era oscurato da una caligine tiepida, aspra e cattiva, che gli toglieva il respiro e lo faceva indietreggiare fino all'angolo più riposto della tana.

E poi faceva caldo nel suo canaletto di roccia, troppo caldo. Che cos’era quella nuova specie di bruma creata dai cacciatori o dai cani ? Di solito, nelle mattine d’autunno, quella che sale dalla terra è fresca e profumata, ma tutto ciò che emana dagli uomini è veleno e pericolo.
Impossibile arrestare quell’invasione bianca che lentamente e cautamente strisciava verso di lui. Tasson, coraggiosamente, gli mostrò i denti. Chiaramente, il pericolo aumentava. Ciononostante, la foschia velenosa, come se l’atteggiamento risoluto del tasso e i suoi vani tentativi di azzannarla l’avessero impressionata, esitava ad attaccarlo di nuovo. Solo qualche filo di fumo, rasoterra come serpenti irreali, scivolava verso di lui lungo le pareti. Quando si furono fusi nel grigio delle pareti di roccia, Tasson, inquieto, temendo un attacco subdolo, degli imprevedibili colpi di frusta, restò a lungo in posizione d’attacco, con i denti in mostra e gli artigli già pronti.
Ma il vento era a favore dell’animale e invece di favorirne la diffusione, richiamava fuori il fumo che, a poco a poco, sembrò battere in ritirata e scomparve.

Tuttavia, i suoi nemici erano sempre lì fuori. Le voci umane si alternavano ai guaiti, le grida e le risate agli uggiolìi. Il suo buco era ben presidiato: ad avventurarsi nel corridoio e a lanciarsi per le campagne si correva pericolo di morte.
Tasson, paziente, si rattrappì ancor di più sulle zampe ed attese la notte, certo che l’ombra, la sua complice nemica degli umani, gli avrebbe permesso, anche se la sua tana era ancora assediata, di approfittare di un istante di distrazione dei carcerieri per filarsela e sparire nelle tenebre. No, non aveva fame, ed era grasso, e sapeva attendere. Se necessario, sarebbe restato di guardia per giorni e notti, per scegliere il momento giusto, e quando non se lo aspettavano affatto, se la sarebbe svignata alla faccia dei suoi nemici. No, non l’avevano ancora messo nel sacco!
Passò del tempo che non avrebbe saputo misurare, le sue fruizioni digestive erano come sospese e la sua attenzione concentrata all’esterno. Ed ecco che al rumore delle voci si mescolò un altro rumore, secco e duro, a volte acuto e a volte sordo, ma cadenzato, e che risuonava in profondità. Una specie di grande dente di feno, incredibilmente potente, stava lacerando la ter-
ra e la roccia della tana. Sentiva i colpi di piccone abbattersi uno dopo l’altro, e dopo ogni scossa, che corrispondeva a un rauco grido umano, pietre e zolle d’erba rotolavano da parte con un tonfo duro o sordo, a seconda della violenza dello sforzo.
La situazione era ancora più grave.
Tasson, immediatamente, si rese conto, che i suoi nemici non avevano intenzione di aspettarlo, ma che volevano arrivare fino a lui; dunque, per evitarli, bisognava fuggire, costi quel che costi. Risolutamente, con denti e artigli, attaccò la terra per allungare il canale d’accesso della tana e orientare una via di fuga, prima più in profondità e poi verso l’alto.
Ma i colpi di zappa e di piccone risuonavano sempre più forti all’entrata del sotterraneo; si fermò ad ascoltare. Sì, i colpi proseguivano, i latrati e le grida continuavano e, constatazione più grave, la luce complice degli uomini entrava a fiotti nel corridoio, come per guidare i suoi nemici e rivelargli la posizione della loro pietra.
Tasson, pietrificato, capì che non avrebbe fatto in tempo a scavare un nuovo tunnel di uscita. D’altro canto, l’imboccatura del corridoio, così allargata, consentiva ora ai cani di passare; il pericolo si concentrava ora da quel lato; bisognava stare in guardia per farvi fronte, se fosse stato necessario.
Gli occhi fiammeggianti, furibondo, pronto a ferire, si voltò. Ma i cani non si azzardavano ancora. Prudenti, i padroni li trattenevano presso di sé.

Per un attimo, i colpi di piccone cessarono di martellare la roccia. Tasson ritrovò la speranza. Forse gli uomini si erano stancati? Forse anche loro si scoraggiavano come a volte capitava anche a lui, durante gli agguati che duravano troppo a lungo. Ma la sua speranza fu di breve durata.
Presto, nel canale d’accesso, una lunga pertica di legno verde avanzò a tentoni, dolcemente, come per cercarlo, per sondare la profondità, per scoprirlo, certo, e forse per colpirlo. La vide venire, urtando lungo le pareti, raddrizzandosi, cercando la rotta come il braccio di un cieco, e quando gli fu davanti, pronta a toccarlo, preso da una furia improvvisa gli saltò sopra, l’azzannò violentemente, con tutti i denti, serrando le mascelle per stritolarla, gli occhi rossi di rabbia.
Visto che osava venire, avrebbe scoperto quanto male potevano farle i suoi denti! E come se quel morso le avesse fatto veramente male, la pertica di legno, con la corteccia scorticata, si ritirò, mentre all’entrata della tana le grida e le risate raddoppiavano d’intensità.

Tasson si disse che gli uomini dovevano essere rimasti delusi, visto che gridavano così forte, e se ne rallegrò; e pensò anche che il loro attacco era meno pericoloso di quanto non avesse temuto, dato che con un solo morso aveva avuto ragione del loro alleato e l’aveva fatto fuggire.
Ma i colpi di piccone ripresero, si avvicinarono, si fecero più distinti, ed ecco che di nuovo il braccio di legno venne a tormentarlo nel suo rifugio. Con ancor più foga e violenza, ben deciso a farla finita, gli si scagliò di nuovo addosso e l’azzannò, l’attanagliò, la stritolò sotto le mascelle; ma questa volta la pertica si difese, gli si rigirò in bocca e cercò di tirarlo in avanti, cercò di rovesciarlo su un fianco e con tanta abilità che dovette mollare la presa. E prima di ritirarsi, bruscamente, gli si scagliò addosso un colpo e gli assestò in pieno petto un colpo di punta che non riuscì né a prevedere né a evitare, e che gli mozzò il fiato.

Decisamente, i suoi morsi al nemico non avevano fatto alcun male; i suoi attacchi si facevano a ogni istante più pericolosi. Tasson doveva stare attento.
E i colpi continuavano a tuonare, e la terra e le pietre a rovinare, e la luce entrava, e i colpi di passi, le grida e l’abbaiare si facevano sempre più vicini.
Finché, dopo uno smottamento più forte, Tasson vide... stivali d’uomini e zampe inquiete degli animali, e gambe come tronchi di quercia, e zampe, innumerevoli zampe di cani che passavano e ripassavano e ritornavano ancora sui loro passi. Uno sciame di nemici, una folla di assassini che lo spiavano, pronti a saltargli addosso come fosse apparso. E la notte su cui aveva contato, la notte che non arrivava! Come fare? Molto presto, parecchi di loro avrebbero potuto sfondare l’ingresso! I colpi continuavano a piovere.

Come si fermarono, i cani si scagliarono verso la tana, con gli occhi iniettati di sangue, ansimando violentemente e abbaiando di rabbia. Tasson emise un ringhio sordo. I cani lo videro. Uno di loro, il più ardito, passò davanti agli altri. Il tasso, con i denti scoperti, era pronto all’attacco; davanti alla minaccia dei suoi canini enormi, il cane esitò. Due avversari terribili si misuravano. Ma richiamato dal suo padrone, il cane, obbediente, indietreggiò, con gli occhi sempre fissi sul nemico.
Tasson sentì gli uomini gridare più forte. Il suono argentino delle batterie dei fucili che venivano armati gli sembrò un rintocco funebre, e quel rumore metallico, che gli ricordava l’uomo e i suoi pericoli, gli diede i brividi e gli fece drizzare i peli sulla schiena.
Una voce riprese, dominando il tumulto: “Tenete i cani e i fucili pronti che lo arpiono”.
E la mano di legno, preceduta stavolta da un uncino grigio come un grande artiglio di ferro, appuntito e ripiegato come un gancio, s’infilò per l’apertura e avanzò verso l’animale. Tutto rannicchiato il tasso la vide venire e si preparò, presentendo che quello era un nemico terribile.
L’arpione si avvicinava, stava per toccarlo, gli sfiorava la spalla Di colpo Tasson l’azzannò, serrò i denti e conficcò gli artigli nel pezzo di ferro. Ma quello, impassibile e invulnerabile, gli si rigirò in gola e scivolò, gelido, sotto la presa dei denti. Cercò di afferrarlo nuovamente, di azzannarlo ancora, di stritolarlo; allora l’altro gli si infilò violentemente in gola, si avvitò su se stesso e poi, affondando di colpo, morse ferocemente le carni dell’animale con il suo uncino d’acciaio e ghermì le mascelle della bestia per non lasciarle più. Tasson fece degli sforzi disperati ma un dolore atroce lo feriva, togliendogli finanche la possibilità di mordere o di urlare, mentre l’arpione di ferro, retto da una mano implacabile, lo trascinava spietatamente verso la luce.

Malgrado il dolore, il tasso comprese che, se usciva alla luce, tra gli uomini e i cani e così ridotto all’impotenza, era perduto. E, irrigidendosi sulle zampe e inarcando la schiena, con le reni tese in uno sforzo disperato, si aggrappò alla terra. Ma invano! Passo dopo passo dovette seguire il crudele arpione che l’aveva uncinato, con la gola sanguinante e il collo spaventosamente teso.
E come apparve fuori dalla tana e non appena, in un istante, i suoi occhi iniettati di sangue ebbero intravisto, in una vertigine di terrore, il movimento degli uomini e dei cani che gli si precipitavano addosso, un colpo tremendo assestato sul cranio, il colpo di una mazza di quercia, lo stese ai piedi del suo carnefice tra la marea urlante delle bestie che si accanivano su di lui.
Il tremito durò ancora a lungo nel suo corpo e quando, appeso per le zampe alla pertica maledetta portata da due cacciatori, venne portato in trionfo al villaggio degli uomini, col cervello già oscurato dai fumi della morte, i suoi occhi ancora limpidi poterono scorgere, di lontano, il sole che rosso annunciava l’approssimarsi della notte, e che rideva d’un riso sanguinario basso sull’orizzonte.

“il manifesto”, 17 agosto 2006

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