24.3.18

Grazie dei fiori. Una lettera di Rosa Luxemburg a Matilde Jacob (1915)

Bottondoro

Venerdì, 9 aprile 1915

Mia cara signorina Jacob,
[...] Un grazie tutto speciale per i fiori; Lei non sa che buona azione è stata la Sua. Così posso occuparmi nuovamente di botanica, il che è la mia passione e il miglior modo di riposarmi dopo il lavoro. Non so se Le ho già fatto vedere i miei quaderni di botanica, sui quali, dal maggio 1913, ho raccolto circa 250 piante — tutte meravigliosamente conservate. Li ho tutti qui, insieme ai miei vari atlanti ed ora posso impostare un nuovo quaderno, uno speciale per la «Barnimstrasse». Proprio tutti i fiori che Lei mi ha mandato non li avevo ancora, ed ora li ho messi nel quaderno; sono particolarmente contenta del bottondoro (quel fiorellino giallo nella prima lettera) e della pulsatilla, perché qui intorno a Berlino non se ne trovano. Anche le 2 foglie d’edera della signora von Stein sono state eternate — in realtà l’edera non ce l’avevo ancora (hedera helix in latino); la loro origine mi fa doppiamente piacere. A parte l’erba trinità, tutti i fiori erano stati spianati a dovere, il che è importante per fare della botanica.
Sono contenta per Lei che possa vedere tante cose; per me sarebbe una punizione se dovessi visitare musei e simili. Mi viene subito l’emicrania e ne ho le ossa rotte. Per me l’unico riposo consiste nel bighellonare o sdraiarmi sull’erba, al sole, osservando gli insetti più minuti o fissando le nuvole. [...]

In Per conoscere Rosa Luxemburg, a cura di Lelio Basso, Oscar Mondadori, 1977

Voci. Una poesia di Konstantinos Kavafis

Voci ideali e care
di quelli che morirono, di quelli
che per noi sono persi come i morti.

Talora esse ci parlano nei sogni
e le sente talora tra i pensieri la mente.

Col loro suono, un attimo ritornano
suoni su dalla prima poesia della vita -
come musica, a notte, che lontanando muore.

53 Poesie, Trad. Filippo Maria Pontani, Mondadori, 1996

Sessantotto. La ribellione morale (Peppino Ortoleva)


In occasione del ventennale (1988), in Italia molto celebrato (ma anche esecrato), il Saggio sui movimenti del 1968 in Europa e in America di Peppino Ortoleva rappresentò, a mio avviso, il più originale e brillante tentativo storiografico italiano di interpretazione unitaria della “Sfinge Sessantotto” come movimento composito ed internazionale.
Riprendo qui una pagina emblematica su un aspetto spesso trascurato dalle rievocazioni e, a mio avviso, centrale. (S.L.L.)

Oltre (e per certi versi prima ancora) che in un rifiuto dell’autorità come oppressione, la rivolta giovanile ha le sue premesse, e lo dimostrano bene i primi documenti soprattutto americani, in una ribellione morale, nel sentimento di avere a che fare con autorità potenti ma prive di ogni legittimità che non sia il semplice esercizio del dominio. Questa caratteristica del movimento non sfuggi ai suoi piu attenti osservatori, da C. Wright Mills11 che già nel 1960 parlava di «una rivolta morale che segna la fine dell’apatia», ad H. Arendt, che ha scritto di una «rivolta mossa quasi esclusivamente da considerazioni morali».
Due sono gli aspetti di questa ribellione che vorremmo qui sottolineare. In primo luogo il movimento studentesco dava voce in Occidente a una crisi, quella che veniva definita allora «crisi di credibilità», che coinvolgeva i rapporti fra istituzioni e cittadinanza in quasi tutte le democrazie; mentre in Europa orientale prendeva apertamente di mira la totale separazione fra potere e società. L'autorità politica e quella delle istituzioni pubbliche appariva delegittimata in quanto mistificante e menzognera, fondata sul segreto, sul rifiuto della trasparenza, e sull’accorta manipolazione dell'opinione pubblica.
Che cosa c’era di specificamente giovanile nel modo m cui il movimento studentesco proponeva la sua critica all'autorità? Mentre nelle generazioni adulte il distacco e la diffidenza nei confronti del potere avevano la forma passiva dell’apatia, la ribellione dei giovani contro il potere esprimeva la contestazione all'autorità in forma attiva, volta al cambiamento, ed esaltava anzi le potenzialità inesauribili dell’agire politico di contro alla rassegnazione: la sua critica morale si rivolgeva quindi allo stesso tempo, e spesso con la stessa durezza, sia alle istituzioni dominanti, sia a una cittadinanza, quella delle generazioni precedenti, che aveva accettato senza reagire la propria espropriazione da ogni forma di reale partecipazione politica, sia ancora alla stessa leadership dei movimenti di opposizione già esistenti, che veniva accusata allora non solo e non tanto di cedimenti ideologici, quanto di non aver saputo evitare il chiudersi degli spazi politici. Mentre nei paesi più autoritari (come quelli dell’Europa orientale, ma anche il Messico) ciò comportava soprattutto una esplicita richiesta di democrazia e di trasparenza, in Occidente il compito che il movimento si assumeva era anche un altro, quello della «demistificazione», quello di stracciare i veli che nascondevano la reale natura del potere, mostrando cosi il suo vero volto anche a coloro che erano stati assuefatti da decenni di «falsa coscienza»: per questa via, tra l’altro, gli aspetti politici, quelli morali, quelli conoscitivo-educativi della lotta studentesca si trovavano strettamente interconnessi.
La manifestazione prima, e più immediata, di questa crisi del rapporto con l’autorità fu la caduta di ogni forma di deferenza, anzi la pratica aperta dell’irriverenza. Fra i tratti più universali del ’68 vi furono l’uso generalizzato della beffa (nelle scritte, nei volantini, nel confronto personale), il rifiuto di rispettare ogni tipo di procedura prestabilita per la «presa della parola», l’attacco sistematico a ogni rituale e simbolo del potere e dell’ordine costituito: pratiche che vennero vissute dalla comunità giovanile come esperienza ludica e grande elemento unificante, mentre da coloro che ne furono oggetto furono risentite, spesso, come dramma e trauma. Ciò contribuì ad approfondire il fossato, e le difficoltà di comunicazione, fra le generazioni. Gli aspetti giocosi di tanti comportamenti contestativi non potevano che irritare chi era fuori del gioco (e tutti gli adulti lo erano): coloro che si schieravano con l’autorità perché ne condividevano il senso di dignità ferita, coloro che dubitavano della serietà di una simile contestazione, e denunciavano (a volte con preveggente lucidità) i suoi aspetti «carnevaleschi», violentemente trasgressivi quanto alla fine destinati, passata la festa, a lasciare poche tracce.
In secondo luogo, il movimento studentesco avvertiva drammaticamente il problema della responsabilità: il mondo che i giovani si preparavano a ereditare era condizionato da «macchine» sempre più complesse e impersonali, proprio quelle macchine di cui lo studente era destinato a divenire, con l’educazione universitaria, una ruota inconsapevole e passiva. Chi rispondeva di scelte che potevano mettere a rischio il futuro stesso dell’umanità? Chi rispondeva delle distruzioni irrimediabili che erano state prodotte negli ultimi decenni di storia? L’irresponsabilità programmata della società moderna è sicuramente un tema privilegiato dei testi del movimento americano, ma in forme diverse compare anche in quelli europei, con accenti simili a est e a ovest della cortina di ferro.
Proprio questa società irresponsabile imponeva al giovane e allo studente una condizione contraddittoria e insopportabile: da un lato, lo rinchiudeva in una sorta di limbo, incapace di provvedere a se stesso e ridotto di fatto in una prolungata condizione di dipendenza; dall’altro gli chiedeva di sottoporsi a prove per dimostrare di essere «adeguato» ad accedervi. In questa situazione, anche l’autorità degli educatori si presentava come puro dominio impersonale, in cui un’istituzione irresponsabile pretendeva conformismo e «senso di responsabilità» dagli educati, mentre li condannava a uno stato di minorità.
La rivolta giovanile si proponeva anche come una via per uscire da questa condizione: i suoi protagonisti assumevano, attraverso l’azione politica, l’onere di riconoscere, denunciare, superare, i mal prodotti dal dominio impersonale sul mondo, e: possibilmente smascherare i reali colpevoli; sfidavano le autorità ad accettare d sottoporsi loro per prime a esami, ed eventualmente a bocciature, esaltavano la disobbedienza come prima e necessaria risposta degli individui a un ordine oppressivo. Ma questa spinta (particolarmente forte nei movimenti dell’Europa orientale) si intrecciava con un’altra, contraddittoria: il rifiuto di assumersi responsabilità per una società irresponsabile; l’esaltazione della propria condizione separata, e per molti versi dis-inserita, come modo di «star fuori» rispetto a un sistema che si rifiutava di condividere. Nella contro-cultura, questa posizione poteva portare a sbocchi decisamente, e volutamente, apolitici; nell’insieme della ribellione giovanile essa si incontrò con l’azione politica in forme complesse e dinamiche: in un intreccio complessivo fra spinte politiche e spinte antipolitiche che costituisce uno degli aspetti più enigmatici dell' intero ’68.

da Saggio sui movimenti del 1968 in Europa e in America, Editori riuniti, 1988

Cina 1955. Gli uomini devono essere felici (Franco Fortini)

Ritratto di giovane, Foto di Franco Fortini (Cina 1955)

Tzu Min ha un viso giovane e allegro, senza bellezza, limpido come talvolta quello, da noi, delle giovani suore. Un attenzione animata e viva più nello sguardo che nei moti del volto, quale diremmo di specie intellettuale; ma meno penetrante e febbrile. Porta corti i capelli che le scoprono il collo magro. Ha sulla giubba il fregio dei Komsomol sovietici; e mi rammenta la giovane signora, ingegnere in una fabbrica di turbine, che a Leningrado, davanti alla stazione di Finlandia, tra la folla che ci aveva accolti sotto la statua di Lenin, aveva voluto darmi il suo distintivo: quanto diverse, eppure rese vicine dalla comune assenza di certe ombre, in un modo comune di «essere-al-mondo», quasi coscienza o senso dell’esatto luogo occupato dal loro corpo in rapporto agli altri corpi umani. Qualcosa che ho ritrovato in tante ragazze sovietiche. Era un sorriso lungo e puro, alla stazione di Minsk o lo sguardo della giovane assistente di biologia durante una conversazione serale per le vie di Mosca. Un modo di essere «a fuoco», un equilibrio insomma, instabile forse come qualsiasi altro, ma d'una qualità diversa da quelli che talvolta si danno nei nostri paesi, troppo rari per non esser compromessi dalla propria natura eccezionale. Sembra di poter comprender a contrario le pagine di Marx sulla alienazione: penso alle mani di queste ragazze, mani né belle né brutte, che si accettano per quello che sono, senza servilismo né orgoglio e che paiono allontanare nel passato, nel nostro passato, tanto le palme delle Beatrici quanto quelle, di opposto e oscuro fascino, delle Operaie, le mani «meravigliosamente impallidite sul bronzo delle mitraglie».
Tzu Min siede all’estremità del consueto lungo tavolo e aspetta le mie domande. Vicino alla porta ascoltano due inservienti, perché non c’è nulla di segreto, e quando il personale della Casa della Cultura Operaia si riunirà per la seduta settimanale di autocritica, anch’essi dovranno poter dire la loro opinione sulle risposte della vicedirettrice al visitatore straniero. È passato mezzogiorno, è un’ora morta per questa istituzione, che al mattino riceve comitive e delegazioni e nel pomeriggio vede affluire, dei settemila lavoratori che sono la media quotidiana delle frequenze, quelli che i turni di lavoro lasciano liberi.
È nata nel 1929, mi dice, presso Hangchow: «Mio padre è un piccolo commerciante. Ho due fratelli minori e una sorella maggiore. I miei ragionavano all’antica, disprezzo per le fighe e preferenza per i maschi. Così i miei fratelli han potuto frequentare le scuole elementari e medie mentre io ho dovuto smettere dopo la terza elementare». Chiedo conferma all’interprete delle locuzioni impiegate; ed è chiaro come vi corra non poca animosità contro la famiglia, che non deve aver saputo perdonare l'emancipazione della ragazza. Avevo letto che il Partito era dovuto intervenire a frenare lo zelo di troppi figli, che pretendevano riformare i genitori. So che questo contrasto fra padri e figli si è posto in modo drammatico quando le leggi sulla parificazione giuridica dei sessi hanno scosso la vita della società cinese. Il precedente trentennio di «femminismo» era stato limitato a determinati ambienti delle grandi città, aveva toccato le giovani studentesse, le donne entrate a contatto con l’Occidente. Era stata la via «giapponese», e ad Hongkong ne avrei potuto vedere i risultati: l’inseguimento impotente dei modelli forniti dal cinema USA e dalla televisione. Tzu Min avrà tentato la «conversione» dei suoi genitori? Certo è uno di questi esseri umani «nuovi», nati dalla rivoluzione, non diversa da Tin Tsu-tian, la ragazza ventenne responsabile per l’organizzazione femminile nel piccolo villaggio agricolo del Liaoning che abbiamo visitato una settimana fa.
«Riuscii a frequentare una scuola serale. Vi trovai degli insegnanti comunisti che mi hanno aiutata. Ho parlato con loro; e così ho conosciuto la verità. Ho capito i rapporti fra le classi e ho saputo che cosa si dovesse fare. Non stavo bene di salute (e accenna con le due mani alle sue spalle esili) eppure ho deciso di darmi al lavoro sindacale. Mi sono occupata delle biblioteche operaie. C’era da compiere un grande, grande lavoro preparatorio, fra gli operai...»
Chiedo se è sposata. «Sì, dal 1951.» Che cosa fa suo marito? «Impiegato negli uffici amministrativi di un Istituto Nautico.» Ha una casa propria? «Due stanze.» Figli? «Nessuno.» Che cosa fa nei giorni di vacanza? domando. Va al cinema? Vede dei conoscenti?

«Qualche volta andiamo a far visita a mia suocera - risponde. - Ma più spesso rimaniamo a casa a leggere. Tanto io quanto mio marito ci sentiamo molto ignoranti. Dobbiamo studiare, imparare e ancora imparare. Spesso parliamo insieme del nostro lavoro, ci consigliamo a vicenda. Qualche volta riceviamo amici.» Che cosa studia? «C’è da migliorare il livello delle nostre conoscenze politiche, c’è da studiare bene la nostra costituzione, il Piano quinquennale. E poi debbo approfondire la nostra letteratura...» E una lingua straniera? «Prima debbo conoscere meglio la lingua cinese. Poi studierò il russo.» Le domando quali libri preferisca; e le risposte sono così facilmente prevedibili che dopo aver inteso il titolo di un libro di Ostrowski e di uno di Polevoi, appena dice: «E anche un romanzo cinese...», posso già interromperla: «Si tratta di La mia vita per il Partito?». Tzu Min annuisce, ridendo. Sì, legge i libri che tutti leggono, i romanzi della produzione, le opere che esaltano l’energia dei costruttori del socialismo; saranno forse romanzi mediocri, ma le sono di aiuto. «In quei libri - mi dice - vedo come bisogna essere, come mi devo comportare.» Terza elementare, scuole serali; siamo lontani dal giovane perito edile di Kiev che una sera, al tavolo del Metropol, a Mosca, mi aveva parlato di Flaubert e di Mann, di Sainte Beuve e di Lope de Vega, sue letture appassionate che gli si confondevano nella mente con gli inevitabili Sinclair Lewis... Siamo al 1925, qui, se non come atmosfera politica almeno come furia di trovare raffigurate nella letteratura le persone, i gesti nuovi... Il lavoro è immenso; per questo si prende una ragazza di ventisei anni che certo sarà di poche lettere e di scarse letture e la si mette a fare la bibliotecaria della principale Casa di Cultura Operaia di una città di sei milioni di abitanti e dopo pochi mesi le si dà il posto di uno dei due vicedirettori.
«Una cosa alla volta» mi ha detto; è la medesima risposta che ho avuto da Tsin Kao-lin, uno degli uomini di fatica del servizio di traghetto sul Wang-Pu. Non ha dimenticato le bastonate dei giapponesi, durante l’occupazione; per questo, ora, la sera, compita sul giornale i quattro o cinquecento segni che ha imparato dopo la Liberazione. «Mi piacerebbe viaggiare in Occidente, ma sono ancora troppo ignorante, debbo prima studiare, informarmi, sapere...»
E anche per questo le librerie di Sciangai sono affollate come quelle di Leningrado.
Mi viene in mente che prima di visitare il nuovo e bellissimo Ospedale pediatrico di Pechino, avevamo interrogato il direttore a proposito della politica governativa sul controllo delle nascite; ma, quand’era giunto il momento di rispondere, il primario aveva creduto bene chiudere la conversazione e invitarci alla visita dei padiglioni. So che in Cina il problema è all’ordine del giorno e che vi si affrontano le formule sovietiche, assai rigide - almeno fino a ieri - e il buon senso. Comunque, chiediamo a Tzu Min che cosa ne pensa.
Precisa che si tratta di una opinione personale: vorrebbe avere dei figli, ma solo quelli che potesse nutrire ed educare, e pensa che così dovrebbero fare tutti. «L’essere umano - aggiunge, ed è certo questa una delle frasi del corso di marxismo-leninismo che più le si è fissata nella memoria - è l’elemento più prezioso della produzione.» Cerco allora di spiegarmi meglio; chiedo se nelle campagne, ad esempio, si impartiscano nozioni di igiene sessuale. Dalla risposta, intendo che stiamo scivolando verso uno di quei dialoghi di sordi, assai frequenti in questo paese, un po’ per colpa degli interpreti un po’ per la sottile cortesia cinese che spera sempre, per mutare argomento, in una equivalente cortese intelligenza dell’interlocutore. Ma mi sto sbagliando: infatti, dopo che Tzu Min si è dilungata a spiegare il lavoro delle infermiere e delle ostetriche in lotta, nei villaggi contadini, contro le superstizioni e la mancanza di igiene che erano tra i motivi principali dell’altissima mortalità dei neonati e delle puerpere nei villaggi contadini, quando mi decido a porle la domanda, se esistano o no opuscoli sul metodo di rilevazione dei giorni fecondi e accenno alle esperienze recentemente compiute in India, mi sento rispondere che, naturalmente, opuscoli simili si trovano ovunque, a Sciangai, e che lei stessa li conosce. Quale sia poi la politica governativa in questa materia, ritiene che non ve ne sia una, almeno per ora.
Capisco tutt’a un tratto che ero io nel torto, con le mie prudenti circonlocuzioni; non diversamente da quando, giorni innanzi, persuaso di dovermi trovare di fronte ad un atteggiamento troppo austero, avanzavo ad una delle nostre interpreti caute domande sulla vita amorosa dei giovani, per sentirmi invece rispondere con pulita franchezza. Non voglio dire che tutte le giovani siano così, altrettanto schiette e ragionevoli, ma credo che le loro coetanee sovietiche siano in questa materia più inibite e virtuistiche. Comunque, Tzu Min sembra sapere, anche in questo campo, quello che vuole; e ne parla con la sua tranquilla voce, dove è assente ogni eco di hybris, di oltranza.
Parliamo d’altro, divaghiamo. E poi: «Qual è la cosa che più desidera al mondo?» le chiedo. Ma quando mi risponde: «Che in tutto il mondo finisca lo sfruttamento della classe operaia», so che non mi sarà possibile impedire ai miei amici di sentirle come un imparaticcio di propaganda, come la formula che la giovane funzionarla sa di dover dire allo straniero... La vera, la potente novità del comunismo è questa: l’aver reso autentiche, sincere, feriali, quelle frasi da catechismo. E in verità di questo, più che delle espropriazioni, che trema la nostra borghesia o la borghesia che è in noi: di quelle parole che ormai ci mordono come un rimorso solo quando le leggiamo nei volumi dove pietà e vergogna raccolgono le lettere dei condannati a morte. «Buona salute ai giusti! Continuate la lotta per la giustizia... la luce ci aspetta» dice l’ultima lettera di Wong Scia-hu, fucilato dal Kuomintang il 30 settembre del ’48, otto mesi prima della liberazione della città. Al piano di sopra, dov’è la mostra storica della classe operaia di Sciangai, sta la serie di fotografie di lui davanti ai giudici e poi condotto al supplizio; con un sorriso che conosciamo bene, luminoso fra buie facce di armati.
Eppure, mi dico, anche questa ragazza che fra il suo lavoro e le due stanze della sua casa vive certa di aiutare una causa giusta, dovrà pur conoscere quelle incertezze, quel vuotarsi del sangue di fronte alle ragioni o domande ultime o il riso, dove mentiamo il nostro imbarazzo. Dovrà pur conoscere il deserto, quella nausea che, secondo qualche amico mio, è la squallida religione degli atei... E c’è forse ora con me qualcuno che, col suo solo sorriso, mi impedirebbe di formulare l’ultima domanda? Che mi raccomanderebbe più discrezione e meno ingenuità? Non c’è. E dunque: «La prego di dirmi, se vuole» domando, «ma con una sola frase, la prima che le viene alle labbra, e mi perdoni se le pongo una domanda che potrà sembrarle ridicola o insolente: per quale motivo, per quale fine crede che gli uomini siano al mondo?».
Rimane un po’ sovrappensiero, lo sguardo abbassato, le mani incrociate sul petto; e poi risponde con poche sillabe. L’interprete traduce: «Per essere felici».
Ripensando a quella risposta, mi dico che difficilmente l’avremmo udita in Italia, da una ragazza come Tzu Min; nemmeno da una giovane funzionaria comunista, penso.
La felicità era un’idea nuova in Europa ai tempi di Saint-Just, e lo è tuttora; mentre ogni ragazzo cinese ha imparato a memoria da piccolo, in uno dei loro Classici Venerabili, che «l’uomo è buono per natura». L’idea d’una colpa originaria, d’una condizione umana da oltrepassare, è davvero estranea alla loro tradizione? Per quanto so, non lo credo; non foss’altro, per la profonda penetrazione del buddismo. Ma la «felicità» di cui mi parla Tzu Min non è né la beatitudine o l’eudemonia del saggio, né l’accordo della volontà particolare con quella universale, né la trascrizione immanente della risposta catechistica («Conoscere e amare Iddio in questa vita e goderlo nell’altra»); è qualcosa che si definisce, immediatamente, poveramente forse, dal suo contrario: l’infelicità, la bassezza, la miseria, la malattia e la morte. E lo dice, infatti, aggiungendo: «... per essere felici, liberandosi a vicenda dalla miseria e dallo sfruttamento». Per Tzu Min la felicità è qualcosa di futuro e, al tempo stesso, di presente.
Non mi sbagliavo avvertendo in tante pagine di Mao, e in tanti modi tipicamente cinesi di affrontare i problemi politici, la presenza d’una ispirazione, che in Europa diremmo premarxista. Nel nostro paese ho sentito più volte taluno - nascosta sotto l’apparenza di una fredda e tecnica partecipazione politica una passione che le delusioni e le sconfitte hanno stravolta ma non spenta - parlarmi dei dirigenti del comunismo internazionale quali erano fino al momento della «svolta», quando il Partito sovietico dovette cominciare la lotta contro l’egalitarismo. Ecco, qui - quale che sia il «ventaglio» salariale - l’egalitarismo è ancora passione e costume. Veramente - dico a noi - non abbiamo diritto di abbandonare nessuna speranza. Il comunismo cinese è la prova vivente di una molteplicità e di una ricchezza della rivoluzione che solo pochi anni fa pareva ipotesi o scommessa.
Dico a Tzu Min che scriverò, in Italia, di questa nostra conversazione. Mi accompagna alla porta, e incrociando le braccia sul petto magro, come se avesse freddo, mi saluta e sorride.

«Il Ponte», XII, 4, aprile 1956, pp. 342-6 , ora in Saggi ed epigrammi, I Meridiani Mondadori, 2003

23.3.18

26 luglio 1943. Il grande spogliarello politico (Fruttero & Gramellini)


L'uomo al balcone è a tavola con la moglie, ma non tocca cibo. «Li hai almeno fatti arrestare tutti?» chiede donna rachele. No, non l’ha fatto. È sicuro che Grandi e gli altri gerarchi che la notte prima lo hanno messo in minoranza nel Gran Consiglio del fascismo si pentiranno dell’errore. «Vado a Villa Savoia. Il Re mi vuole vedere.» «Prima falli arrestare tutti», insiste lei, invano.
Alle cinque della sera del 26 luglio 1943 l’Alfa del dittatore attraversa una Roma intontita dall’afa e dallo choc per le bombe americane dei giorni precedenti. Intanto a Villa Savoia si danno gli ultimi ritocchi al colpo di Stato. Esercito, carabinieri e polizia sono in mani fidate. E il successore designato Badoglio ha già controfirmato la lettera di licenziamento del Duce. I fascisti dissidenti si illudono ancora che Vittorio Emanuele affidi il governo a loro. Hanno votato contro il capo per prenderne il posto, senza rendersi conto che con lui stavano seppellendo il regime. Mussolini, l’uomo più sospettoso del mondo, non sospetta alcunché. Il Re lo saluta con faccia di circostanza: «Caro Duce, l’Italia va in tocchi...La guerra è perduta e il voto del Gran Consiglio tremendo.» «Possiamo ancora farcela.» «Gli alpini non vogliono più battersi per voi.» «Si batteranno per voi, Maestà.» «Le mie decisioni sono state già prese. Il nuovo capo del governo è il maresciallo Badoglio.» «Ma io resto il capo del fascismo!»urla un Mussolini invecchiato di colpo.
Il Re cerca di calmarlo e lo accompagna verso l’uscita con piccole spinte. Mussolini muove qualche passo in giardino, dove un ufficiale dei carabinieri lo prega di seguirlo «per la sua incolumità». Lo fanno salire su un’ambulanza lercia che parte sgommando. L’ex dittatore si spaventa: «Qui andiamo a sbattere contro un muro!». È convinto che alla notizia del suo arresto l’Italia fascista insorgerà. Invece si assiste al più colossale spogliarello politico della storia: tutti i funzionari dello Stato, persino i fascistissimi della Milizia, buttano la camicia nera e ne indossano un’altra immacolata, professando fedeltà al Re. I dissidenti del Gran Consiglio scappano per paura di essere arrestati: non più da Mussolini, adesso, ma da Badoglio. «È fatta», sussurra Vittorio Emanuele all’orecchio della regina Elena, l’unica in questa storia a conservare un po’ di dignità. «Far arrestare il primo ministro in casa propria non è un gesto da sovrano.» Il marito cerca di prenderla sotto braccio, ma la figlia del pastore montenegrino si ritrae e corre a chiudersi in camera, non prima di avergli urlato: «Mio padre non lo avrebbe mai fatto!»

Della serie Storia d'Italia in 150 date, La Stampa, 19 agosto 2010

Adesso io ho una nuova casa ... Una poesia di Beppe Salvia (1954 - 1985)


Adesso io ho una nuova casa, bella
anche adesso che non v’ho messo mano
ancora. Tutta grigia e malandata,
con tutte le finestre rotte, i vetri
infranti, il legno fradicio. Ma bella
per il sole che prende ed il terrazzo
ch’è ancora tutto ingombro di ferraglia,
e perché da qui si può vedere quasi
tutta la città. E la sera al tramonto
sembra una battaglia lontana la città.
Io amo la mia casa perché è bella
e silenziosa e forte. Sembra d’aver
qui nella casa un’altra casa, d’ombra,
e nella vita un’altra vita, eterna.

da Un solitario amore, Fandango Libri, 2006

Joseph Roth. Un lupo solitario senza illusioni (Italo Alighiero Chiusano)



Quest’uomo dai baffi spioventi, dagli occhi chiari e ironici è uno dei personaggi più compositi dell’Europa tra Ottocento e Novecento. Per la lingua che usa, Joseph Roth appartiene alla letteratura germanica. Per il mondo geopolitico che l’ha visto crescere e maturare fa parte dell’Impero austro-ungarico. Per la città che lo vide nascere, nel 1894, e cioè Brody, in Galizia, oggi sarebbe cittadino sovietico. Per il sangue che gli circolava nelle vene, per il midollo del suo spirito e della sua sensibilità, è un figlio del popolo ebraico. Per il paese che lo ospitò in esilio (dopo che l'avvento di Hitler lo aveva fatto sloggiare nel 1933 da Berlino e nel 1938 da Vienna) e che lo vide morire, abbrutito e miserabile come un barbone nel 1939, a Parigi, dovrebbe considerarsi francese.
Anche la sua ideologia è combattuta e cangiante. Il suo disperato assillo verso il meglio gli fa prima cercare la palingenesi dell’umanità nel la rivoluzione bolscevica, magari adattata al più duttile umanesimo europeo. Ma un «Viaggio in Russia» (questo il titolo di un suo libro), compiuto nel 1926, gli fa vedere, con forte anticipazione, che quell’esperienza è già sulla via della fossilizzazione autoritaria e burocratica. Joseph Roth resta, per qualche anno, un mesto lupo solitario, un illuminista acuto senza troppe illusioni. Poi si converte, e sul serio, al cattolicesimo. Ma in politica ne fa un uso funerario, rimpiangendo un passato ormai ben morto, ancorché affascinante: quello degli Absburgo e del loro bicipite impero.
Così, come scrittore, inizia ai confini dell’avanguardia, muovendosi in ambito ancora espressionista. Tra il 1923 e il 1929 pubblica romanzi di acerba critica sociale, rappresentando in forma franca, scheggiata, sarcastica il crollo dell’illusione liberale e borghese, lo scoppio quasi liberatorio ma anche apocalittico della guerra e della rivoluzione, l'inizio di quel terremoto planetario che è la grande crisi. Gli italiani, questo Roth prima maniera, volterriano e insieme biblico-profetico, l’hanno conosciuto più tardi, ma è forse qui che egli ci ha dato le sue note più pungenti. Parlo di libri come Hotel Savoy, La ribellione, Fuga senza fine, Zipper e suo padre, Destra e sinistra.
Poi inizia il Roth numero due, e siamo ai titoli celebri o celeberrimi: Giobbe, La marcia di Radetzky, Tarabas, I cento giorni, Confessioni di un assassino, Il peso falso, La cripta dei cappuccini, La milleduesima notte, La leggenda del santo bevitore. La religiosità di lui, prima di sapore laico e politico, un profetismo soprattutto del rinnovamento sociale, ora non solo si àncora alle sue nuove certezze cattolico-absburgiche, ma opera un intenso recupero del suo fondo ebreo, chinandosi con infinito amore su chi vive o viveva nei ghetti dell’Europa orientale.
Se nella fase precedente Roth faceva pensare ai ritmi futuristici, ai sassofoni del jazz, ai rombi delle fuoriserie, ora egli manifesta la sua vocazione a essere l’ultimo discendente di Flaubert e di Tolstoj, un narratore di grande o sommesso respiro epico. La sua «musica» adesso è quella struggente delle liturgie ebraiche, quella solenne dei corali barocchi, quella trascinante delle marce militari, o del valzer, magari il più triste e mortuario di tutti i valzer possibili.

EUROPEO/9 MAGGIO 1987

Sessantotto. 18 dicembre, il giorno che contestammo Adorno (Detlev Claussen)

Theodor "Teddy” Adorno litiga con gli studenti, suoi discepoli, 
che hanno occupato il suo celebre istituto di Francolorte.

Poco dopo il 2 giugno 1967, giorno in cui il funzionario di polizia berlinese Kurras aveva ucciso Benno Ohnesorg sparandogli alle spalle, Theodor W. Adorno aveva introdotto la sua lezione sull’estetica in modo diverso dal solito: «Oggi non mi è possibile iniziare la lezione senza prima aver detto una parola sui fatti di Berlino, per quanto questi siano anche offuscati dagli eventi terribili che minacciano Israele, patria di innumerevoli ebrei scampati a orrori terribili».
Adorno, una voce solitaria nel deserto politico intellettuale della Germania post-fascista, era considerato da parte degli studenti dell’Sds un’autorità indiscussa. Diversamente da quanto accadeva con Horkheimer esisteva tra noi e lui un rapporto non privo di un certo fascino erotico.
Adorno era spaventato dagli slogan del movimento antiautoritario. Egli si opponeva rigidamente alla volgarizzazione e alla popolarizzazione dei pensieri teorici. Diversamente dagli studenti, aveva avvertito il prevalere del conformismo nel movimento di protesta. Ma, allo stesso tempo, gli piaceva vedere che i suoi studenti facevano parte dell’avanguardia degli intellettuali. Ancora nel luglio 1967 ci incontrammo in un’abitazione privata; eravamo un pugno di studenti selezionati della Sds, guidati da Hans Jurgen Krahl, una delle menti migliori dell'organizzazione. Adorno si espresse in termini decisamente radicali circa il carattere del tardo capitalismo e della borghesia tedesca che è «come i lupi» disse.
Dopo il Maggio parigino, il conflitto tra l’apparato dello Stato e il movimento antiautoritario, durante il dibattito sulle leggi d’emergenza, raggiunse il suo culmine che terminò con una nostra grave sconfìtta. Gli attivisti della Sds cominciarono allora a fare spettacolari occupazioni di istituti e università per nascondere la sconfìtta. Dapprima toccò all'Istituto di Jurgen Habermas nella Myliusstrasse. Il vandalismo si mantenne, all’inizio, entro limiti modesti. Ma la direzione dell’Università incalzava affinché si procedesse allo sgombero. Allora alcuni di noi si trasferirono nell'Istituto di Sociologia di Adomo. Anche lì intervenne la polizia; con un atto di miopia politica gli studenti avevano costretto la direzione, compreso Adorno, ad agire contro di loro. Nell’Istituto sgomberato, le cui pareti erano coperte di scritte con lo spray, si svolsero scene spettrali. Adorno stesso, chiese un barattolo di vernice spray. «In questo Krahl (da Hans-Jurgen Krahl) dimorano i lupi», fu il suo graffito.
Il 6 agosto 1969, improvvisamente, Adorno morì. Le sue lezioni erano state spesso disturbate nel semestre estivo. L’azione più nota fu il cosiddetto “attentato dei seni”, quando alcune studentesse, durante la lezione, sbalordirono Adorno mettendo a nudo la parte superiore del corpo. Ci furono anche atti di barbarie; però la leggenda secondo cui gli studenti sarebbero stati la causa della morte di Adorno, è priva di fondamento. In realtà Adorno fu vittima di un infarto provocato dal superlavoro e da dolorosi eventi di natura privata. Ai suoi funerali presero parte molti dei suoi studenti. Nelle parole di Krahl, pronunciate davanti alla tomba, si sentiva sia la grande ammirazione sia una critica che, peraltro, oggi — retrospettivamente - mi appare piuttosto astratta.
Rimase in noi comunque la sensazione di aver agito nei suoi confronti in modo sbagliato.

Da '68. Una storia aperta, Supplemento a “L'Espresso”, 25 gennaio 1988

Sessantotto. Cantando sotto la guerra (Joan Baez)


L’estate del Sessantotto fu segnata dall’arresto di mio marito David Harris e dalla mia gravidanza. Mi ero calata al cento per cento nei ruoli di moglie e di futura madre; non ero interessata a nient’altro. Vivevamo sulle colline sopra Palo Alto, in una comune. Io e David avevamo la nostra casetta, l’edificio era in comune con un’altra coppia. Anche lei era incinta. A poche decine di metri c’era la costruzione principale della comune, che si chiamava “Struggle Mountain”. I bambini vivevano letteralmente sugli alberi, io passavo le mie giornate a cucinare e a fare il pane nel forno. Il tempo era caldo e bello. Ognuno aveva il suo orto dove coltivava le verdure.
Era un’estate meravigliosa, anche se vivevamo nell’attesa dell'arresto di David per renitenza alla leva. Lui era uno dei leader del movimento contro la guerra nel Vietnam e l’arresto veniva considerato senza drammi, come parte di quella lotta. Lo davamo per scontato, anche se con un certo batticuore da parte mia.
Avevamo amici nell’ufficio dello sceriffo, quindi venimmo informati del loro arrivo. Li accogliemmo calorosamente, con loro sconcerto. Demmo loro il benvenuto, offrimmo loro pane e tè, li facemmo accomodare. La cosa buffa è che loro non sapevano chi arrestare perché non potevano identificare David, finché fu lui a farsi riconoscere. Gli misero le manette e noi lo fotografammo, e continuammo a chiacchierare. Alla fine fu l’ora di andare. Cantammo in coro “Amazing Grace”, filmando tutto con una cinepresa.
I poliziotti lo misero nella macchina e si avviarono. Ma nel frattempo i bambini erano riusciti a attaccare alla targa della loro macchina un adesivo del movimento di renitenza alla leva, e il film mostra tutto questo, con David che si volta a salutare dal lunotto posteriore. Fu un momento buffo e triste. Non avevo paura, perché la polizia non maltratta i leader del movimento, almeno non fisicamente. Sapevo, tuttavia, che i primi giorni tengono gli arrestati nella cella del commissariato, e questo può essere piuttosto sgradevole.
Dopo la partenza della macchina dello sceriffo tutto ritornò molto quieto e io andai a fare una lunga passeggiata nei boschi, camminai per varie ore cantando per me sola. Mi ricordo che cantavo "There’s a lesson too late for learning" (C’è una lezione che è troppo tardi per imparare), poi un verso di una canzone di Tom Saxton, "The last thing in my mind”.
David rimase in carcere 20 mesi, durante i quali nacque Gabriel Earl. Aveva 14 mesi quando suo padre usci. Fu un periodo duro. Le visite erano molto, molto difficili e le guardie facevano di tutto per renderle sgradevoli. Mi ricordo per esempio che in Arizona era caldissimo. Tutte le mogli e i bambini erano in cortile. C’era una cannella d’acqua e naturalmente i bambini giocavano a schizzarsi. La volta dopo avevano tolto il rubinetto. Piccole persecuzioni.
Non ho mai raccontato a mio figlio niente di quel periodo, niente di tutto ciò. Io stessa me ne ero praticamente scordata finché la vostra richiesta non mi ha indotto a frugare tra i ricordi. Penso che stasera glielo racconterò.

Da '68. Una storia aperta, Supplemento a “L'Espresso”, 25 gennaio 1988

Tiene firmo ’o sentimento... Una poesia in dialetto napoletano di Francesco Nappo

Federico II a caccia con il falcone

Tiene firmo ’o sentimento,
nun da’ retta ’a pecundria,
nun da’ retta ’a frennesia,
vonno morte, senz’ausanza…
si te lasse ’ntimurì, farrai
fenta ca si’n’ato. Siente
'e vvoce d’ ’o pperduto,
sciatulille e sinfunie.
Arrepuosete int’ ’a ggente,
a ’sta vita avimmo ’a credere.
Tiene mente a Feterico,
c’ ’o falcone ’ncopp’ ’o vraccio,
confessore e peccatore.
Chistu santo Germanese,
chistu figlio d’ ’o Rispetto,
’nce piacevano ’e ccanzone.

Tieni fermo il sentimento,/ non seguir l’ipocondria,/ non seguir la frenesia,/ voglion morte, senza usanza…/ Se ti lasci intimorire, fingerai/ d’essere un altro./ Del perduto odi le voci,/ alitini e sinfonie./ Trova requie entro la gente,/ questa vita è il nostro credere./ Federico abbi presente,/ col falcone sopra il braccio,/ confessore e peccatore./ Questo santo di Germania,/ questo figlio del Rispetto,/ gli piacevan le canzoni.

da "Gli asini" n.46-47, gennaio 2018

22.3.18

Virtù mi parve... Una poesia di Mario Rapisardi (1844 - 1912)


Virtù mi parve, e forse era da pria,
Ma pestifero morbo ora diviene
Questo del mio pensiero abito intenso
Di penetrar le cose, e il come e il quando
D’ogni minimo effetto, e la ragione
D’ogni forma indagare, e scarnar tutte
Le viventi sembianze, e il verme e il nume
A inesorata anatomia sopporre.
Perfin l’alto perché (già che l’audace
Mente un perché si finge) entro alle cose
Scovar presume, e con solenne sfida,
Poi che indarno il braccò, fremendo il chiama.
Tutta così mi si scolora intorno
La vita, tutto si disforma, e vano
Re d’un deserto io gemo. Il mio pensiero
Avoltojo s’è fatto, e ne’ miei caldi
Visceri il rostro insaziato affonda.

Dagli Epigrammi (1888) in Raccolta di poesie scelte (a cura di Nunzio Vaccalluzzo), Sandron, 1930

Poveri (Oscar Wilde)

Si sente dire spesso che i poveri sono riconoscenti della carità a loro fatta. Per qualcuno di loro ciò è senza dubbio vero. Ma i migliori fra i poveri non sono mai riconoscenti: sono ingrati, insoddisfatti, disobbedienti e ribelli. E ne hanno tutte le ragioni.

da L'anima dell'uomo sotto il socialismo in Aforismi, Baldini Castoldi Dalai editore, 2006

Femminicidi classici. La disuguaglianza giuridica della donna nell'antica Roma (Aulo Gellio)

Catone il Censore

Verba Marci Catonis adscripsi ex oratione, quae inscribitur de dote, in qua id quoque scriptum est in adulterio uxores deprehensas ius fuisse maritis necare: "Vir" inquit "cum divortium fecit, mulieri iudex pro censore est, imperium, quod videtur, habet, si quid perverse taetreque factum est a muliere; multatur, si vinum bibit; si cum alieno viro probri quid fecit, condemnatur”.
De iure autem occidendi ita scriptum: "In adulterio uxorem tuam si prehendisses, sine iudicio inpune necares; illa te, si adulterares sive tu adulterarere, digito non auderet contingere, neque ius est".

Riporto le parole di Marco Catone, dall'orazione che si intitola Sulla dote, nella quale si trova anche il concetto che era diritto dei mariti ammazzare le moglie sorprese in flagrante adulterio: “Una volta che ha divorziato il marito è giudice per la moglie, con gli stessi poteri di un censore, e decide a suo piacimento se dalla donna è stato messo in atto alcunché di scorretto e vergognoso; se beve vino, viene punita; se ha commesso scandalo con un estraneo, viene condannata”. Quanto al diritto di ucciderla così sta scritto: “Se avessi colto tua moglie in adulterio, potresti ammazzarla impunemente senza processo; lei, se fossi tu a commettere adulterio attivo o passivo, non potrebbe neanche toccarti con un dito; non è consentito dalla legge”.

Noctes Atticae, Libro X, XXIII, 4-5 – Traduzione S.L.L.

21.3.18

Genoma di Venter. Così piccolo così potente (Giulio Formenti)


Rivoluzioni
Un batterio artificiale dotato di un genoma minimo manipolabile a piacimento. Creato lo scorso anno dal guru della genetica Craig Venter, l’organismo permetterà presto di produrre quasi dal nulla farmaci, biocarburanti, nuovi materiali, tessuti
Craig Venter
Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem. Seguendo l’imperativo categorico del “rasoio” che nel 1324 portò il frate francescano Guglielmo da Occam alla condanna per eresia, lo scorso anno gli scienziati dell’Istituto di ricerca genomica californiano J. Craig Venter hanno annunciato la sintesi di Syn 3.0, un organismo che vanta il genoma più piccolo e meno ridondante noto sulla terra. Tale genoma è stato interamente assemblato ex-novo: a partire cioè da 531.560 nucleotidi (i mattoni del Dna) uniti singolarmente uno in fila all’altro in un unico cromosoma circolare batterico di 473 geni. Pubblicato su “Science” è stato definito “minimo”, in quanto composto dal minor numero di geni noto per consentire la replicazione dell’organismo. Rappresenta dunque una nuova specie, interamente artificiale dal punto di vista genetico. L’impresa ha richiesto 15 anni di lavoro, il culmine di oltre sette secoli di agenda scientifica riduzionista. Lungi dal poter dire di aver creato la vita, che richiederebbe di assemblare ex abrupto tutti i componenti (Dna, proteine, lipidi) in grado di far funzionare la “macchina”, è il più grande risultato in biologia sintetica della storia. E intenzionalmente il più piccolo. «Anche se non pensiamo sia il genoma minimo definitivo, è sicuramente il nuovo campione mondiale di peso piuma», ha detto Craig Venter. Sulla base di questi risultati a marzo scorso un gruppo di scienziati guidati da Joel Bader dell’università John Hopkins a Baltimora è riuscito a produrre non un semplice batterio bensì 6 dei 16 cromosomi di un vero eucariota – il dominio a cui appartengono piante e animali – unicellulare: il lievito di birra. Oltre alle implicazioni filosofiche, quelle immediate per il progresso tecnologico sono enormi.


Una nuova era per gli Ogm
Dagli anni ’90 è possibile incanalare e dunque in linea di principio sfruttare la corrente elettrica prodotta dal metabolismo dei batteri. È anche noto che molte piante, insetti e batteri sono in grado di produrre naturalmente piccole quantità di alcani e alcheni, i principali costituenti dei combustibili fossili. Già nel 2010 la biotech LS9 di San Francisco è riuscita a ingegnerizzare il batterio intestinale E. coli per secernere carburante diesel puro, sfruttando due geni presi in prestito da un’altra specie batterica. La scorsa estate la Synthethic Genomycs, fondata da Vender, mediante l’editing genetico è riuscita a bioingegnerizzare una micro-alga per produrre grandi quantità di lipidi facilmente trasformabili in biodiesel. E ai primi di ottobre anche l’Istituto di ricerca guidato da Venter ha ricevuto dal Dipartimento dell’Energia Usa un finanziamento di 10,7 milioni di dollari per portare avanti un analogo progetto per fornire biocarburanti e prodotti sintetici.
La possibilità di produrre nuove forme di vita batteriche quasi dal nulla pone una nuova pietra miliare sulla strada degli organismi geneticamente modificati. Un organismo minimo riduce le risorse energetiche richieste per il suo funzionamento e i relativi prodotti di scarto. Consente inoltre un disegno preciso delle caratteristiche dell’organismo stesso, che possono essere orientate verso qualsiasi funzione interessi. La produzione di farmaci (dall’insulina agli antibiotici), di prodotti chimici e carburanti, la rimozione di tossine dall’ambiente, la neosintesi di cellule immunitarie in grado di attaccare selettivamente cellule cancerose, nuovi biomateriali e tessuti. Il limite è solo quello della nostra immaginazione.
Certo, l’altra faccia della medaglia è che non si può escludere un uso improprio di queste tecnologie, con danni più o meno intenzionali all’ambiente e/o alle persone. La conoscenza dell’esatta sequenza genomica di organismi patogeni e la capacità di assemblarli in laboratorio dà la possibilità di costruire armi biologiche. Nel 1975, subito dopo che – sotto il nome di Dna ricombinante – divennero disponibili le prime tecniche di ingegneria genetica, molti scienziati si riunirono ad Asilomar in California e proposero una moratoria internazionale per paura che un uso sconsiderato della nuova tecnologia si dimostrasse deleterio. Tuttavia i timori si rivelarono infondati. O, perlomeno, le precauzioni adottate furono sufficienti, non vi fu alcun uso nocivo e anzi fu il primo, fondamentale passo verso Syn 3.0.

Fai la cosa più semplice che funzioni
Per decenni questo adagio è stato appannaggio di informatici e ingegneri. Di converso, l’evoluzione della vita sulla terra non ha mai seguito un percorso lineare e così facendo ha prodotto risultati largamente subottimali e ridondanti in termini di contenuto e organizzazione del genoma. Non solo molto del Dna non ha apparentemente alcuna funzione, ma anche la maggior parte dei geni non codifica per funzioni essenziali all’organismo, è presente in copie plurime, e addirittura geni diversi possono svolgere una funzione molto simile. Questa ridondanza protegge il genoma dagli accidenti dell’evoluzione, le mutazioni, che in un individuo possono inattivare una copia di un gene importante ma possono difficilmente agire su tutte, specie se sparpagliate in punti diversi del genoma. La sola dimensione del genoma, quindi, non predice la complessità di un organismo, come dimostra il fiore giapponese Paris japonica, con un genoma di oltre 50 volte più grande di quello umano e 282.000 volte più grande rispetto a Syn 3.0.

Un genoma plug and play
Quello di Venter è anche il primo genoma costruito seguendo principi di design e progettazione tipicamente umani. Normalmente i geni che concorrono a una specifica funzione nel ciclo vitale di un organismo si trovano sparpagliati in modo relativamente casuale nel genoma in virtù dei continui riarrangiamenti che interessano la sua evoluzione. Ciò è possibile in quanto solitamente non è necessario che geni che concorrono alla stessa funzione (ad esempio quelli che formano una via metabolica che porta alla produzione di un particolare zucchero) siano anche fisicamente contigui. Nel genoma di Venter, invece, i geni sono tutti strettamente ordinati secondo gruppi-funzione. Ad esempio, tutti i geni che servono alla riparazione del Dna si trovano in prossimità nella stessa regione: tale organizzazione modulare consente rimozioni e inserimenti rapidi e puntuali di interi elementi funzionali, come si trattasse di un genoma plug and play.

Che cos’è la vita?
Sul finire della II guerra mondiale, con queste poche parole il fisico teorico Erwin Schrödinger inaugurava un dibattito durato decenni ma che oggi potrebbe avviarsi a una conclusione, almeno se è vero anche l’inverso di quanto un altro fisico del calibro di Richard Feynman soleva sostenere: «Ciò che non so creare, non sono in grado di capire». Nel 1984, per rispondere alla domanda di Schrödinger, uno dei massimi studiosi delle origini della vita, Harold Morowitz, propose di partire dal piccolo genoma del batterio Mycoplasma genitalium, una specie parassita che ha ridotto notevolmente la lunghezza del suo genoma perdendo tutti i geni necessari alla vita libera. Seguendo il suggerimento di Morowitz, già nel 1995 Venter decise di determinare l’esatta sequenza dei suoi 525 geni. Da quel momento e per i quattro anni successivi tentò di comprendere quanti di tali geni fossero essenziali per la vita, accendendoli e spegnendoli uno alla volta e concludendo che almeno 375 dovevano essere indispensabili. Raggiungere un tale risultato all’epoca fu sensazionale. Solo oggi si sono rese disponibili forbici molecolari in grado di tagliare e inattivare geni specifici, mentre la tecnologia di sintesi del Dna allora muoveva solo i primi passi. Il team di Venter dovette ricorrere all’ingegnoso sistema dei retrotrasposoni, la scoperta dei quali valse il premio Nobel alla scienziata Barbara McClintock nel 1983. I retrotrasposoni sono elementi genetici in grado di viaggiare attraverso il genoma e inserirsi casualmente all’interno dei geni, inattivadoli. Attendere l’inattivazione casuale di tutti i 525 geni richiese molto tempo e altrettanto lavoro. Il primo genoma sintetico non fu batterico ma bensì virale: quello dell’epatite C, assemblato nel 2000. Simili nel comportamento a M.genitalium, i virus richiedono le cellule dell’ospite e in particolare la sua macchina replicativa per riprodursi. Possono pertanto permettersi di essere estremamente semplici, arrivando ad avere anche soli quattro geni (è il caso del virus dei batteri MS2). Solo nel 2008 arrivò, sempre a opera di Venter e colleghi, la sintesi di M. genitalium seguita a stretto giro nel 2010 dalla sintesi di M. capricolum, una specie simile ma dal genoma ancora più grande.

Fiat lux et lux fit
Venter e il suo team si sentivano a un passo dalla meta ma erano troppo ottimisti: la sintesi di Syn 3.0 avrebbe richiesto ancora anni. Lo confessa oggi lo stesso Venter quando dice che per produrre Syn 3.0 il suo team aveva provato a seguire due approcci diversi. Il primo fu di tipo bottom-up, partendo cioè dalla nostra conoscenza su quali siano i geni essenziali alla vita per assemblarli in un unico genoma. È come assemblare un’auto avendo a disposizione le istruzioni di montaggio, ma senza includere alcun accessorio. Due team indipendenti fallirono nel tentativo. «È chiaro che la nostra attuale conoscenza della biologia non è sufficiente per disegnare a tavolino un organismo vivente», concluse Venter, «tutti gli studi degli ultimi 20 anni hanno sottostimato il numero di geni essenziali alla vita». L’alternativa rimasta sul tavolo era l’approccio top-down usato già anni prima per la comprensione dei geni essenziali di M. genitalium: significava partire dalla sequenza di un genoma batterico e rimuovere per tentativi i geni, uno alla volta, al fine di ridurre le dimensioni del genoma ai minimi storici. Adesso era possibile perché la tecnologia di sintesi del Dna aveva fatto considerevoli passi in avanti. Tanto che, invece che minimizzare il genoma già piccolo di M. genitalium, il team di Venter decise di partire dai 901 geni di M. mycoides, una specie a crescita più rapida dov’era quindi possibile effettuare esperimenti molto velocemente. Sulla base delle informazioni ottenute, nel 2016 il team di Venter è stato infine in grado di costruire 8 grandi segmenti di Dna, che combinati insieme hanno dato alla luce Syn 3.0. «Un risultato storico», ha dichiarato Venter, «ma tuttora non conosciamo il significato di un terzo di ciò che è essenziale alla vita». Infatti, dei 473 geni presenti ben 149 hanno funzione ignota. Ma, nonostante queste incognite, sappiamo che 438 codificano per proteine e solo 35 codificano per Rna. Sappiamo anche che il 41% dei geni è responsabile dell’espressione genica, il 18% per elementi strutturali e funzionali della membrana batterica, il 17% per il metabolismo e il 7% per la sintesi e la riparazione del genoma stesso.

La ricerca della verità
Nel 1939 in un documento provocatoriamente intitolato L’utilità della conoscenza inutile Abraham Flexner, fondatore dell’Istituto di Studi Avanzati di Princeton (il più famoso centro di ricerca teorica del mondo), rimarcava l’importanza della ricerca di base per il progresso materiale. Come furono essenziali le ricerche in fisica teorica del Cern di Ginevra per la nascita di Internet, così un risultato scientifico quale la produzione del genoma minimo ha prodotto en passant un avanzamento enorme di tutte le tecnologie legate alla manipolazione del Dna. Ma l’importanza di questo risultato va ben oltre il progresso tecnologico momentaneo. Negli ultimi 50 anni sono state oltre 2.000 le pubblicazioni che hanno suggerito come il possesso di una cellula minima avrebbe consentito di fare passi avanti da gigante nella comprensione dei principi della biologia. Attraverso gli sforzi di costruire nuove forme di vita i biologi sono in grado di capire cosa funziona e cosa no, ponendosi la domanda “perché?”. Mentre la razza umana sta devastando l’ambiente, così facendo qualcuno di noi ha deciso di dare un contributo opposto, aprendo nuovi, imprevedibili sentieri lungo la via dell’evoluzione.

Pagina 99, 20 ottobre 2017

Carlo Cattaneo. Un lombardo sfortunato (Nicola Tranfaglia)


Il convegno scientifico che si chiude oggi a Milano nei locali dell'Umanitaria su Carlo Cattaneo e il Politecnico. Scienza, Cultura, Modernità merita attenzione e qualche riflessione; non soltanto perché ha ospitato relazioni di studiosi attenti e significativi del grande lombardo (da Piero Treves a Ettore Rotelli, da Giuseppe Armani a Luigi Ambrosoli, da Luciano Cafagna a Carlo Tullio Altan e a Giorgio Cosmacini, per citarne alcuni) ma anche perché ne trae le conclusioni Norberto Bobbio, che al creatore del Politecnico ha dedicato uno studio durato mezzo secolo e costante nel tempo. Per di più, il seminario ha analizzato in particolare il lavoro svolto da Cattaneo negli anni in cui pubblica la rivista presa a modello nel dopoguerra da Elio Vittorini e in cui chiarisce assai bene il suo metodo e la sua concezione del mondo. Qualche mese fa, infatti, l'editore Bollati Boringhieri ha ripubblicato integralmente Il Politecnico, 1839-1844 con un ampio saggio introduttivo di Luigi Ambrosoli, e si è ripetuta ancora una volta una storia consueta nel nostro paese: grandi lodi per il lombardo, ma scarsa attenzione da parte della stampa quotidiana e settimanale e, nella sostanza, vera e propria indifferenza per i bellissimi volumi della casa editrice torinese. Una prova ulteriore, se ce ne fosse stato bisogno, di quello che Bobbio diceva già ventun anni fa pubblicando in Una filosofia militante (Einaudi) i suoi saggi su Cattaneo e sulla sua sfortuna in Italia. Di fronte a quest'ennesima prova della scarsa compatibilità tra la cultura italiana contemporanea (o almeno tra le sue correnti prevalenti) e il filosofo milanese, gli interrogativi che vengono spontanei sono almeno due; e si sono riproposti più volte in questi anni senza che le risposte siano mai risultate del tutto persuasive. La prima domanda è ovvia: perché questa incompatibilità che dura da più di un secolo pur con il passaggio delle ideologie e delle mode che di volta in volta caratterizzano e affliggono i nostri intellettuali? Rispondendo a una domanda dell'“Espresso” l'8 agosto 1982, proprio Bobbio diceva che la responsabilità della sfortuna di Cattaneo è stata di tanti e in particolare dell'idealismo astratto e metafisico prima, e in seguito del marxismo, che lo trattò, a torto, come l'ideologo della borghesia. Niente da dire sulla diagnosi di Bobbio, che condivido; ma quel che non è chiaro è perché quella sfortuna sia proseguita anche in questi ultimi anni, dopo che l' idealismo e il marxismo sono entrati in una crisi profonda, si è affermata una tendenza neopositivista e sono stati riscoperti autori che hanno da dire assai meno di Cattaneo a tutti noi. La seconda domanda che si porrà il lettore riguarda l'attualità o meno di un autore che qualche volta i giovani incontrano a scuola o all'università, ma che di rado nel dibattito culturale corrente viene richiamato o indagato, almeno sui grandi mezzi di comunicazione (non penso solo a quotidiani e settimanali, ma anche alla radio e alla televisione). Anche qui le risposte non mi hanno mai convinto: non è vero, infatti, come hanno scritto molti che non lo conoscono, che la sua vita fu piena di studi e povera di avvenimenti o di ideali. Né è vero che i metodi che egli usò nell'indagine scientifica e nelle sue pubblicazioni siano superati e poco interessanti. Al contrario, a me pare che da Cattaneo gli italiani abbiano molto da imparare, e che ancora una volta Bobbio abbia colto nel segno nella sua tenace e subalpina insistenza. Vorrei spiegare brevemente perché, nonostante gli evidenti limiti di spazio, e magari di pazienza del lettore. Procederò per punti, riferendomi in particolare ai volumi del Politecnico appena ripubblicati, che contengono in abbondanza esempi del modo di scrivere e di ragionare del lombardo.
Primo punto, forse il più importante. Cattaneo è un autore che rifugge dall'astrattezza e dall'accademia, due mali ancora tenacemente diffusi nella nostra cultura. La rivista che diresse negli anni Quaranta dell'Ottocento è piena di esempi di questo genere: Cattaneo prende a pretesto sempre episodi o personaggi precisi, magari poco importanti, per analizzare, chiarire, approfondire problemi generali che altrimenti sarebbero ostici per i suoi lettori. Voglio dire che parte dalle notizie, come fanno i giornalisti che conoscono il loro mestiere. Volete un suggerimento? Ebbene, andate a leggere un articolo dall'apparenza dimessa come la Notizia economica sulla provincia di Lodi e di Crema e vi troverete un modello di analisi interdisciplinare che interessa nello stesso tempo chi vuol capire la storia della Lombardia e chi è appassionato al carattere dei lombardi o ai loro costumi. E così via dicendo.
Secondo punto, non meno importante. Cattaneo crede al progresso e alla scienza. Qualcuno gli ha rimproverato di non essersi reso conto del fatto, sperimentato da noi uomini del tardo Novecento, che il progresso scientifico e tecnico spesso non va di pari passo con quello morale, come dimostra il caso per fare un esempio di quel che avvenne nella Germania di Hitler. Ma si tratta, senza alcun dubbio, di una critica anacronistica, giacché Cattaneo, al pari dei suoi contemporanei, non ebbe modo di osservare le contraddizioni della società industriale. Resta il fatto, tuttavia, che egli intuì con grande chiarezza che sempre più si imponeva la prospettiva di una società aperta, pluralistica, in due parole democratica. E in questo mostrò di essere uno degli scrittori più avanzati e consentanei alle tendenze del futuro, anche di quello più lontano.
Terzo ed ultimo punto. Lo stile di Cattaneo è l'esplicitazione più chiara e conseguente della sua concezione del mondo e del suo metodo scientifico e culturale. Cattaneo odia le perifrasi, gli incisi lunghi, i discorsi indiretti. La sua prosa, a distanza di quasi un secolo e mezzo (pur con tutti gli inevitabili arcaismi di uno scrittore che si era formato nei primi vent'anni del diciannovesimo secolo), regge alla prova: è una lettura che consiglierei senza esitazione a uno studente di Lettere che si prepari alla tesi di laurea e non sappia come scriverla. Se infatti legge con attenzione gli articoli e le notizie del Politecnico, quello studente potrà impararvi la sobrietà necessaria per arrivare rapidamente al punto, la limpidezza del pensiero che non ama i fronzoli e fa seguire concetto a concetto verso la conclusione del discorso, la competenza tecnica adatta a parlare di economia, di filosofia, di storia, di geografia senza far sentire al lettore che si passa da una disciplina all'altra, da un ramo del sapere all'altro. E questo perché Cattaneo, a differenza degli uomini del Novecento, ma anche di molti del suo secolo, sa che il sapere è unico e siamo noi, per ragioni che all'inizio erano didattiche e poi sono diventate accademiche, a sminuzzarlo il più possibile.
A questo punto, però, devo tornare alle domande iniziali e offrire un mio modesto tentativo di spiegazione al perché Cattaneo continui ad avere sfortuna in Italia e al perché non lo si consideri attuale. È mia convinzione, ormai, che non siano stati tanto l'idealismo e il marxismo a impedire che Cattaneo diventasse un autore non solo stimato, ma studiato e conosciuto a fondo. Ho l'impressione (potrei sbagliare, s'intende), che esista una ideologia italiana che si sovrappone o sottostà alle varie ideologie che si succedono e che è davvero incompatibile con il pensiero del grande lombardo. E non sto a descriverla perché chi mi ha seguito finora non può non aver capito che l'ideologia italiana è fatta principalmente delle cose che in Cattaneo non si trovano: di una grande retorica e di una grandissima spocchia, per incominciare. Quanto al non ritenerlo attuale, l'idea nasce, a mio avviso, dal fatto che si mette l'accento sui contenuti contingenti piuttosto che sul metodo o sullo stile: che invece a me sembrano gli aspetti più importanti dell'opera cattaneana, a centocinquant'anni dalla sua pubblicazione.
Che aggiungere a queste sparse considerazioni? Nient'altro, salvo la convinzione che, anche dopo l'importante convegno di Milano, la sfortuna di Cattaneo continuerà senza interruzioni. Sono troppo pessimista? Spero proprio di sì.

“la Repubblica”, 25 novembre 1989

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