23.3.18

Sessantotto. Cantando sotto la guerra (Joan Baez)


L’estate del Sessantotto fu segnata dall’arresto di mio marito David Harris e dalla mia gravidanza. Mi ero calata al cento per cento nei ruoli di moglie e di futura madre; non ero interessata a nient’altro. Vivevamo sulle colline sopra Palo Alto, in una comune. Io e David avevamo la nostra casetta, l’edificio era in comune con un’altra coppia. Anche lei era incinta. A poche decine di metri c’era la costruzione principale della comune, che si chiamava “Struggle Mountain”. I bambini vivevano letteralmente sugli alberi, io passavo le mie giornate a cucinare e a fare il pane nel forno. Il tempo era caldo e bello. Ognuno aveva il suo orto dove coltivava le verdure.
Era un’estate meravigliosa, anche se vivevamo nell’attesa dell'arresto di David per renitenza alla leva. Lui era uno dei leader del movimento contro la guerra nel Vietnam e l’arresto veniva considerato senza drammi, come parte di quella lotta. Lo davamo per scontato, anche se con un certo batticuore da parte mia.
Avevamo amici nell’ufficio dello sceriffo, quindi venimmo informati del loro arrivo. Li accogliemmo calorosamente, con loro sconcerto. Demmo loro il benvenuto, offrimmo loro pane e tè, li facemmo accomodare. La cosa buffa è che loro non sapevano chi arrestare perché non potevano identificare David, finché fu lui a farsi riconoscere. Gli misero le manette e noi lo fotografammo, e continuammo a chiacchierare. Alla fine fu l’ora di andare. Cantammo in coro “Amazing Grace”, filmando tutto con una cinepresa.
I poliziotti lo misero nella macchina e si avviarono. Ma nel frattempo i bambini erano riusciti a attaccare alla targa della loro macchina un adesivo del movimento di renitenza alla leva, e il film mostra tutto questo, con David che si volta a salutare dal lunotto posteriore. Fu un momento buffo e triste. Non avevo paura, perché la polizia non maltratta i leader del movimento, almeno non fisicamente. Sapevo, tuttavia, che i primi giorni tengono gli arrestati nella cella del commissariato, e questo può essere piuttosto sgradevole.
Dopo la partenza della macchina dello sceriffo tutto ritornò molto quieto e io andai a fare una lunga passeggiata nei boschi, camminai per varie ore cantando per me sola. Mi ricordo che cantavo "There’s a lesson too late for learning" (C’è una lezione che è troppo tardi per imparare), poi un verso di una canzone di Tom Saxton, "The last thing in my mind”.
David rimase in carcere 20 mesi, durante i quali nacque Gabriel Earl. Aveva 14 mesi quando suo padre usci. Fu un periodo duro. Le visite erano molto, molto difficili e le guardie facevano di tutto per renderle sgradevoli. Mi ricordo per esempio che in Arizona era caldissimo. Tutte le mogli e i bambini erano in cortile. C’era una cannella d’acqua e naturalmente i bambini giocavano a schizzarsi. La volta dopo avevano tolto il rubinetto. Piccole persecuzioni.
Non ho mai raccontato a mio figlio niente di quel periodo, niente di tutto ciò. Io stessa me ne ero praticamente scordata finché la vostra richiesta non mi ha indotto a frugare tra i ricordi. Penso che stasera glielo racconterò.

Da '68. Una storia aperta, Supplemento a “L'Espresso”, 25 gennaio 1988

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