19.3.16

Il fiore di san Giuseppe. Zinnie: modestia e sregolatezza (Paolo Pejrone)

Tranne il nero e l'azzurro, si trovano zinnie di tutti i colori

Le ibridazioni ne hanno mutato la natura.
Ora il fiore più sobrio si è trasformato e i contrasti di colore sono alla base del suo successo

Nella serra fredda (ma ben esposta) di Val Salice a Torino, le zinnie venivano seminate a San Giuseppe (il 19 di marzo). Le piantine venivano trapiantate in piccolissimi vasi di terracotta la prima settimana di maggio, e venivano definitivamente messe a dimora nell’orto poco prima di San Roberto (il 7 di giugno). Viste in natura, in Centro America ai bordi dei campi, nei prati più poveri e derelitti, le zinnie si presentano con modestia: sono alte poco più di una spanna, le sorregge un gambo tozzo, il fiore semplice smagliante di un deciso color rosso arancio: niente di più sobrio e per bene.
Troppo per bene per essere lasciate tranquille e quiete: negli ultimi 200 anni l’uomo è intervenuto con selezioni e ibridazioni, ed è riuscito a fare di una semplice pianta quel che si è abituati ormai a vedere: un vero, deciso, autentico e variopinto carnevale. I colori ormai, a eccezione del nero e dell’azzurro, ci sono veramente tutti: e che colori! I più vivaci e spesso i più brillanti e decisi, tanto da farli diventare i più popolari dell’estate: non c’è orto dalla Germania alla Sicilia che non abbia una piccola fila di zinnie, quasi fosse un angolo felice di libertà e di allegra follia, ben comprensibile nel contesto ordinato e serio di un orto «ben temperato».
La zinnia pretende il sole ed il caldo delle canicole e, come tutte le piante annuali di rango, una buona e ricca terra. Compost e concime naturale la portano a esagerare sia nelle foglie che nei fiori (e nell’altezza). Certe zinnie ben alimentate diventano grandissime e bellissime come pesanti grisantemoni. Capaci, e famosi in tutto il mondo, divulgatori (nel secolo passato) furono i Burpee che diffusero in particolare dalla West Coast i famosi e coloratissimi ibridi Super Giants: un poderoso kitsch botanico praticamente all’opposto della modesta e originale Zinnia angustifolia: un vero trionfo del maxi e del mostruoso. Ma che visto in un orto, estrapolato dal giardino, confrontato con gli ortaggi talvolta può diventare un gradevole ed invasivo pendant di allegria.
Comunque niente, a giudizio di Charles de Noailles, il grande esteta e giardiniere francese, sarebbe più noioso ed inutile di una truppa di zinnie di egual colore e di egual altezza. La zinnia è bella se trattata con anarchico disordine e con cromatica sregolatezza: i contrasti di colore sono la base del suo successo. In Italia famosi erano gli ibridi che Carmine Faraone Mennella proponeva dalle sue eclettiche coltivazioni in Campania: piante adatte a dare allegria ai «campi di lavoro». In quelle serie ed efficienti officine all’aperto nelle quali le prese erano cadenzate con spazi abbondanti e eleganza antica. Del resto pochi semi e un po’ di buona volontà erano sufficienti a provocare dei veri carnevali tra quei sudati solchi.
Tutt’altra storia hanno le forme nane o quelle variegate, oppure quelle addirittura tappezzanti, adesso diventate trendy e tanto alla moda presso i «servizi giardini» delle grandi città (spesso e purtroppo generosi fornitori di pessimi esempi di gusto e giardinaggio). Pretenziose e decisamente antipatiche, hanno l’aspetto di tante, piccole ed egocentriche prime della classe (sempre così perfette, sempre così per bene!).
Del resto, il mercato con le sue rigide e miopi leggi si impone e la esasperata ricerca degli estremi diventa assillante e genera molto spesso mediocrità. Con poche e semplici mosse il miracolo può avvenire: una busta di semi per Natale, un vaso vicino ai vetri di una finestra ben esposta per San Giuseppe, un trapianto e una fila di piantine messe a dimora all’inizio di giugno e un po’ di cura e amore possono trasformare un pezzo di terra bruciata ed assolata in un luogo coloratissimo ed allegro.


La Stampa, 10 agosto 2012 

18.3.16

Il platano dei cento bersaglieri (Tiziano Fratus)

Caprino Veronese, Il Platano dei cento bersaglieri
Se c’è un albero che può essere considerato il re delle città italiane è il platano. Decora alberate, viali, giardini, piazze, spunta nei parchi più antichi quanto nelle residenze storiche, trionfa negli orti botanici, lungo la sponda dei laghi come nei sagrati dei paesi dell’Appennino.
Ne esistono tre specie. C’è il Platanus orientalis, quello più antico, importato dai greci e dai romani, di cui parlavano già Teofrasto e ancor più Plinio il Vecchio nel dodicesimo libro del suo Naturalis historia, segnalando che i primi vennero piantati sulla tomba di Diomede, sulle isole oggi chiamiate Tremiti: qualsiasi platano più vecchio di 300 anni è di questa specie. Più raro è il Platanus occidentalis, o Sicomoro americano, arrivato Nordamerica, mentre la specie più diffusa è il Platanus acerifolia o Platanus hybrida, detto Platanus hispanica, in quanto le due specie erano e messe a fianco per la prima volta nel corso del XVII secolo in Spagna.
I due platani più grandi d’Italia si trovano nel profondo Sud, a Curinga, in Calabria, e nel profondo Nord, a Caprino Veronese, e sono ovviamente della specie orientalis. Il tronco del primo ha alla base una circonferenza di 20 metri di circonferenza e 18 a petto d’uomo: c’è chi dice abbia mille anni e sia stato messo a dimora da un monaco dell’Eremo di Sant’Elia nel corso dell’XI secolo.
Il secondo, 15 metri di circonferenza di tronco, è stato invece messo a dimora nel XVI secolo e si trova nel Veronese. Si esce a Peschiera del Garda, si costeggia il lago e si sale verso Lazise e Bardolino, ci si inoltra nelle gentili colline che conducono a Caprino, lo si supera e si raggiunge frazione Platano, lungo la costa di un rivo spesso in secca. È un possente gigante panciuto, rilassato sul tronco, segnalato da un cartello che sottolinea la monumentalità dell’albero. È chiamato Platano dei cento bersaglieri poiché nel 1937, durante le manovre dell’esercito italiano, altrettanti bersaglieri hanno trovato riparo sotto le sue fronde.
Dal tronco si aprono due colossali branche che crescono a V, espandendosi in una chioma che supera i 20 metri di altezza. Ho fatto una bella fatica a girarci intorno per misurare la reale circonferenza, il metro e 30 di altezza qui è praticamente impossibile da individuare. Ce l’ho fatta, scivolando quelle cinque o sei volte. Mi sono seduto sulla sua base, ho aspettato che il sole si inclinasse oltre il profilo delle colline facendomi brillare addosso quella luce dorata che soltanto in certe giornate la natura ci regala. Anche i grandi alberi sospirano davanti a certi spettacoli.

“La Stampa”, 10 agosto 2012

17.3.16

Le origini delle BR e della lotta armata (da “Piombo rosso” di Giorgio Galli)

Renato Curcio
Il primo episodio di lotta armata a sinistra è del 5 ottobre 1970: sequestro dell’imprenditore Gadolla, a Genova, a opera del gruppo XXII Ottobre (dal giorno della data di fondazione, nel 1969, per iniziativa di giovani - come il leader Mario Rossi - iscritti o provenienti dal Pci). I primi gruppi clandestini sono del 1969. Il contesto nel quale matura la lotta armata risale ai primi mesi di quell’anno, dopo gli scioperi (metalmeccanici, edili, chimici) per i contratti e le tensioni sociali che percorrono tutto l’anno, conclusosi con la strage di piazza Fontana (12 dicembre 1969). Tale lotta si manifesta con continuità sino a metà febbraio del 1982, con lo smantellamento delle Brigate Rosse dopo il sequestro Dozier (i superstiti delle Br ne dateranno la «ritirata strategica»): una dozzina d’anni di lotta armata di sinistra sono un fatto unico nel panorama europeo (le guerriglie basca e irlandese sono altri e diversi fenomeni).
Tale durata è dovuta a due ragioni: un parziale insediamento sociale da un lato; e, dall’altro, la strumentalizzazione da parte di soggetti dell’establishment, interessati al perdurare di una situazione di instabilità che sarebbe dovuta sfociare in una stabilizzazione politica moderata; risultante, tuttavia, di difficile conseguimento, nelle varie fasi dell’intero periodo.
In questo contesto, fra tutti i gruppi armati sono le Br a esprimere una continuità che ha una doppia valenza: da un lato, la più che decennale difficoltà nell’applicazione di quel progetto di stabilizzazione; dall’altro, la capacità dell’organizzazione di durare per l’intero periodo, a partire dai primi volantini con la firma al singolare («Brigata rossa», nell’aprile 1970, soprattutto nel quartiere popolare milanese del Lorenteggio, particolarmente nell’anniversario della Liberazione, il giorno 25) sino al citato febbraio del 1982. Da allora, per oltre un ventennio, la lotta armata ha continuato a gravare, come un’ombra, sulla politica, per i misteri non chiariti, per le polemiche non sopite, per qualche attentato lungo gli anni Ottanta, sino a ricomparire, in forma sporadica con gli omicidi D’Antona (maggio 1999) e Biagi (marzo 2002).
In una forma o nell’altra, come realtà o come preoccupazione, la lotta armata si presenta come un fenomeno che investe oltre un terzo di secolo della storia italiana. Un fatto unico, ancora una volta, in Europa e in Occidente, che sembra perdurare oltre eventi epocali, che cambiano il mondo, dall’implosione del sistema imperiale sovietico, alla globalizzazione, all’11 settembre 2001, quando sembra lontanissimo quell’Estate 1969 (titolo di un opuscolo di Giangiacomo Feltrinelli, edito nel luglio di quell’anno) nel quale si legge di «definitivo tramonto non solo del revisionismo, ma anche dell'ipotesi che si possa compiere una rivoluzione socialista senza la critica delle armi».
Si può considerare, questa, la prima enunciazione della inevitabilità della lotta armata per la «rivoluzione socialista» una prospettiva per il futuro che (...) riceve un’accelerazione dalla strage di piazza Fontana, interpretata come una conferma dell'altro saggio di Feltrinelli Persiste la minaccia di un colpo di Stato in Italia, pubblicato nell'aprile 1968 e poi, con lievi modifiche, nel n.III del periodico «La sinistra».
L’influenza della strage sull'evoluzione del Collettivo politico metropolitano, incubatrice delle future Br, è descritta da Renato Curcio, uno dei fondatori di entrambi: «Nel Collettivo, con sede in un vecchio teatro in disuso in via Curtatone, si cantava, si faceva teatro, si tenevano mostre di grafica. Era una continua esplosione di giocosità e invenzione. Con la strage il clima improvvisamente cambiò» (... )
Curcio fermato già il pomeriggio di piazza Fontana, ben conosciuto e rilasciato senza neanche essere interrogato, è il segno che gli apparati di sicurezza stanno seguendo la situazione; il salto dal Collettivo all’ipotesi di lotta armata testimonia di un suo parziale ma esistente insediamento sociale. Sono, come già detto, i due fattori che intrecciandosi formano la chiave interpretativa del terrorismo nostrano, e che, da piazza Fontana in poi, accompagneranno la storia delle Br.(...)
Ma la lotta armata delle Br non comincia, «oggi e qui» (...) Occorrerà attendere il settembre successivo. Le precedono i Gap di Feltrinelli. Già ricercato, egli lascia l'Italia. Si succedono vari commenti sulla sua clandestinità, come nel caso dell'Espresso che, in un articolo di inizio gennaio '70, gli muove una severa critica: «Da 26 giorni la polizia lo sta cercando. Il suo dovere sarebbe quello di presentarsi davanti a un magistrato o davanti al questore di Milano, chiarendo così la sua posizione. C'è chi dice che rifiuta questa soluzione per il prepotente desiderio di giocare alla rivoluzione. Sarebbe un'inclinazione assurda e anche pericolosa». (...)
Feltrinelli non si presenta, assume in clandestinità il nome di Osvaldo Ivaldi (che era stato di Giovanni Pesce, non si sa «se gli fosse venuto per caso o l’avesse fatto apposta»). Pensa a basi di guerriglia in Sardegna (si parla di contatti col romantico bandito Graziano Mesina) e sull’Appennino, tra Emilia e Liguria; e intanto i suoi Gap, organizzati da Giuseppe Saba, incendiano a Genova la sede del Psu (Partito socialista unificato, erede di Saragat) il 24 aprile (anniversario dell’insurrezione della città contro i tedeschi) e la sede del consolato degli Stati Uniti (3 maggio). Curcio ricorda che in quel periodo «una certa “presenza armata” cominciava a farsi strada nel movimento e spuntavano i primi gruppi armati: come il XXII ottobre a Genova e i Gap di Feltrinelli». Il quale, nel numero di luglio del suo mensile “Voce comunista” (che, non a caso, riprende la testata del giornale della federazione milanese del Pci degli anni Cinquanta) scrive o fa scrivere: «L’attacco irregolare (guerra di guerriglia, lotta di popolo) delle avanguardie armate del proletariato (è parte) dell’esercito internazionale del proletariato (con) avanguardie strategiche rivoluzionarie (Asia, Africa, Sudamerica), il grosso delle forze dell’esercito rivoluzionario (Vietnam e Corea del Nord), la prima riserva strategica rivoluzionaria (Cina) e il grosso della riserva strategica rivoluzionaria, la gloriosa Armata rossa dell’Urss e gli eserciti del Patto di Varsavia».
Si tratta di una visione che omogeneizza il quadro militare, in realtà molto più variegato, di quello che allora si definiva «campo del socialismo» e che il movimento nato dal «Sessantotto» valutava in modo assai più critico, così come i fondatori delle Br in formazione (Curcio, Giorgio Semeria, Margherita Cagol da Trento; Alberto Franceschini, Tonino Paroli e Prospero Gallinari, usciti dalla federazione giovanile comunista di Reggio Emilia). Trascorre l’estate del 1970, caratterizzata da un sistema politico instabile, dopo le elezioni regionali, col Psi ondeggiante tra centrosinistra e alleanza col Pci; e ottanta delegati di «Sinistra proletaria» si trovano a Pecorile (sull’Appennino reggiano), per prendere decisioni che lo stesso Curcio così riassume: «C'era l'esigenza urgente di risolvere le contraddizioni che erano maturate dentro la Sinistra proletaria dove gli orientamenti divergevano in modo ormai insanabile (con) la discussione sulla necessità di passare a nuove forme di lotta più incisive e clandestine. Una scelta alla quale Margherita, Franceschini, io e qualche altro compagno eravamo decisamente favorevoli. Nessuno di noi prese la parola, in mezzo all’assemblea di ottanta persone, proponendo di passare alla lotta armata; ma tra alcuni gruppetti ristretti di compagni il tema che circolava era quello.
Parlammo invece apertamente della trasformazione del servizio d’ordine in un nucleo bene organizzato (ma) non con armi da fuoco. Allora si usavano ancora le molotov, i bulloni, le spranghe. In quel momento il contenuto concreto della cosiddetta «lotta armata» era modestissimo (...)».
In realtà, il richiamo alla Resistenza era presente. Le prime armi di Franceschini furono due pistole dategli da un partigiano (una era una Luger sottratta a un ufficiale tedesco). Era un richiamo fatto proprio dai Gap di Feltrinelli, che fonda in piazza Tirana, a Milano, la brigata gappista Valentino Canossi (un operaio morto sul cantiere, 2 settembre 1970): il gruppo compie un attentato proprio in un cantiere edile e il 24 ottobre il terzo numero del «foglio di lotta» Il partigiano gappista minaccia gli imprenditori edili: «Ogni nuovo morto sui cantieri, ogni lavoratore assassinato sarà vendicato».
L’editore manteneva contatti coi vari gruppi, allora contigui alla lotta armata, o che ne discutevano: Lotta continua, Potere operaio, Br (un cui periodico si chiamava comunque Nuova Resistenza): Feltrinelli intendeva «creare un Esercito Popolare di Liberazione («Epl - Comunismo e libertà - Vittoria o morte»), espressione del Fronte popolare di liberazione», pur «mantenendo la peculiarità delle specifiche organizzazioni». E «nel gennaio 1971 Fioroni e Feltrinelli si incontrarono di nuovo, insieme ai dirigenti di Potere operaio e di Lotta continua, a un convegno indetto per una possibile unificazione delle due formazioni». Questa situazione, tra l’autunno ’70 e l’inizio del ’71, conferma la chiave interpretativa tratta dal 12 dicembre: Carlo Fioroni è un personaggio ambiguo, forse già allora controllato dai servizi; il nascente partito armato è sotto osservazione (come Curcio un anno prima); il progetto di Feltrinelli abortirà e la sua morte potrebbe segnare la fine della sola organizzazione che promuove la lotta armata, le Br, il cui primo attentato (17 settembre 1970) consiste nel bruciare la macchina di un dirigente -Giuseppe Leoni - della Sit-Siemens (la futura Italtel), una fabbrica che con la Pirelli e l’Alfa Romeo è una di quelle nelle quali il partito armato ha insediamento sociale.
Al di là di questa chiave interpretativa e delle conseguenze della sua morte, il fallimento del progetto di Feltrinelli (vi possono aver concorso infiltrati nelle varie organizzazioni extra-parlamentari?) pone un problema di fondo nell’analisi della lotta armata: in quale rapporto si dava con l’ipotetica rivoluzione italiana. L’inno di Lotta continua parlava di«lotta di lunga durata/lotta di popolo armata/lotta continua sarà». Carlo Feltrinelli (nel libroSenior Service, ndr) si pone domande e tenta risposte proprie partendo da quel fallimento. «Ma se la piattaforma strategica proposta (da Feltrinelli) non verrà mai sottoscritta è perché le differenze sono più d’una (cromosomi? ’’generazione”? tattica? autofinanziamento?). Per dirla con Prospero Gallinari, potevano essere “due concezioni della lotta di classe in atto”, l’una con una definizione offensiva, l’altra con una definizione difensiva. Lo schema sarebbe questo: per le Br la costituzione del partito armato presuppone una lotta di lunga durata, un processo graduale (alla cinese?) per arrivare al cuore dello Stato. Nel frattempo: accumulare consenso con la “propaganda del fatto” e demonizzare il nemico. Nel “terzomondismo» di Feltrinelli l’analisi è diversa: l’involuzione della democrazia italiana suggerisce una prospettiva immediata che deve unire le forze in campo, invitando a partecipare una parte del Pci”. La struttura militare assume il peso della guerriglia “fuochista”. Per il brigatista Franceschini la vera differenza tra Br e Gap è proprio una questione di tempistica: “Feltrinelli era l’unico a pensare alla rivoluzione in termini contestuali, ora o mai più”. Vittoria o morte: la Rivoluzione è in pericolo, chi può salvarla?».

Postilla

Lo stralcio dal capitolo iniziale qui ripreso fu pubblicato come anticipazione su “l'Unità”, il 9 aprile 2004.  

"Lasciami, non trattenermi..." L'ultima poesia di Mario Luzi

Lasciami, non trattenermi
nella tua memoria
era scritto nel testamento
ed era un golfo di beatitudine nel nulla
o un paradiso
di luce e vita aperta
senza croce di esistenza
che sorgeva dalle carte
ammuffite nello scrigno.
E lei non ne fu offesa, le nascevano, ne sentì prima rimorso
e poi letizia, impensate latitudini
nella profondità dei desiderio,
ecco, la trascinava
una celestiale oltremisura
fuori di quella ministoria, oh grazia.
Si scioglievano
l’uno dall’altro i due
e ogni altro compresente,
si perdevano sì,
però si ritrovavano
perduti nell’infinito della perdita
- era quello il sogno umano
della pura assolutezza

Postilla
La poesia fu pubblicata come “inedito” su “l'Unità” del 2 marzo 2007 ed è probabilmente l'ultima scritta da Mario Luzi, nel febbraio del 2005, pochi giorni prima di morire. Era, a detta del professor Stefano Verdino dell'Università di Genova, curatore del volume dei Meridiani Mondadori dedicato a Luzi, un testo autografo conservato nell'Agenda del Porto di Ravenna del 2005, l'anno della morte.

Ricordo di Mario Luzi (Renzo Cassignoli)


Quando scrisse la sua prima poesia Mario Luzi aveva nove anni. Era una poesia per Dante. Fu una vera e propria folgorazione. «Un giorno stavo giocando per strada, quando a un certo punto sentii il bisogno di tornare a casa e di mettermi a scrivere». Da allora, fino al 28 febbraio del 2005, giorno della sua scomparsa, di anni ne sono trascorsi ottantatré nel corso dei quali uno dei maggiori poeti del Novecento non smise mai di «far volare alta la parola». «La Parola è tutto. È il Verbo» diceva lentamente quasi a voler soppesare il concetto. «Che uno sia credente o non lo sia la parola ha qualcosa di sacro anche per chi rifugge da questi pensieri trascendenti. Per questo la storia della poesia è storia della parola». E oggi? «Oggi, la parola, materia prima del poeta, è ridotta a frastuono, urlo, invettiva» rispondeva. C'è un difetto della Parola, perché c'è un eccesso di parole».
Mario Luzi, è stato uno dei maggiori poeti del Novecento. Con Alessandro Parronchi (scomparso pochi mesi fa) e Piero Bigongiari, formò quella straordinaria triade che Carlo Bo ha definito «la punta più alta dell'Ermetismo». A ricordarlo nel secondo anniversario della scomparsa è stata la Regione Toscana con una giornata dedicata all'opera e al ricordo del grande poeta, al mattino nella sede dell'Accademia della Crusca, dove è stato presentato un suo inedito e al pomeriggio, con un incontro tra amici (che a lui sarebbe piaciuto moltissimo) nella Sala del Gonfalone dell'Assemblea regionale, dove è stata inaugurata una piccola mostra di una cinquantina di opere nelle quali alcuni pittori lo hanno ritratto in vari momenti della sua lunga e bellissima esistenza.
L'intera sua opera Tutte le poesie è stata pubblicata in tre parti negli «Elefanti». Intimamente legata alla sua alta esperienza poetica è l'attività di drammaturgo.
Il suo teatro è stato riunito in un unico volume comprendente tra gli altri Il libro di Ipazia, Corale della città di Palermo per Santa Rosalia e Io Paola la commediante, scritto per Paola Borboni. Ha scritto un'opera sul Pontormo, rappresentata al Maggio Fiorentino e lo straordinario Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini, che ha avuto felici riduzioni teatrali.
Luzi, fu un poeta dall'alta passione civile. Rimase molto colpito dalla tragedia delle Torri Gemelle. «Lo scempio delle due torri - disse - colpisce per la sua ferocia, ma dovremmo anche essere colpiti dalla morte di centinaia di migliaia di bambini uccisi dall'embargo in Iraq, dalla fame o dall'Aids o dalle vittime dell'esplosione di una fabbrica chimica a Bhopal, in India che provocò sedicimila morti. Ma non abbiamo alzato la voce contro quelle ingiustizie, non ci siamo indignati o addolorati per quelle morti innocenti. No, il terrorismo non ha giustificazioni, ma la realtà come risulta dalla storia è molto più complessa e difficile da spiegare».
Poi venne la nomina a Senatore a vita su cui rivolse un impegno civile che gli costò incredibili attacchi della destra berlusconiana e postfascista. Per Luzi quella fu l'occasione per tornare a parlare della Costituzione, argomento che aveva molto a cuore. «La Costituzione non è un patto qualsiasi è una pagina fondamentale della storia di questo Paese lunga quasi un millennio» diceva. «Da Dante al Petrarca, a Machiavelli e al suo Principe siamo saliti su fino all'Ottocento con i fermenti che venivano dall'Europa, si è passati per le guerre di indipendenza e poi attraverso vent'anni di fascismo e una guerra disastrosa, per arrivare alla Resistenza e al riscatto del Paese. La nostra Costituzione è il risultato di questo percorso, delle lotte e delle sofferenze di un intero popolo».
Luzi sognava un mondo meno ingiusto e perverso che potesse farci sperare «in un uomo che si appartenga e non sia alieno a sé stesso, quale invece rischierebbe di essere se la poesia cadesse in disgrazia. Non chiediamoci allora cosa ha fatto la poesia - concludeva - ma cosa sarebbe il mondo senza di essa».


l'Unità 2 marzo 2007

Napoli 11 giugno 1946. La rivolta dei monarchici (Gloria Chianese)

Napoli, 11 Giugno 1946. Manifestanti monarchici, in via Medina,
portano via un giovane morente dopo la carica della polizia
L’11 giugno ‘46 la federazione comunista napoletana fu assalita durante una manifestazione di monarchici che intendevano impedire la partenza del re Umberto. Napoli era diventata il centro dell’iniziativa antirepubblicana e, già durante la campagna referendaria, erano stati devastati sezioni e circoli socialisti e comunisti e di fatto era stata impedita la propaganda elettorale ai partiti di sinistra. In particolare i comunisti venivano individuati come i maggiori responsabili della sconfitta monarchica.
Negli anni ‘70 sono state pubblicate le memorie di due dirigenti comunisti napoletani dove l’episodio è menzionato. Si tratta di Storia di un operaio napoletano di Salvatore Cacciapuoti, antifascista ed a lungo segretario della federazione comunista partenopea, e di Memorie di un comunista napoletano di Mario Palermo, autorevole figura di antifascista, sottosegretario al Ministero della guerra durante i governi d’unità nazionale e più volte parlamentare.
E’ interessante un riscontro tra le due testimonianze, che ricostruiscono le modalità dell’assalto alla sede del Pci avendo presente anche motivazioni di opportunità politica.
Entrambe sottolineano le difficoltà della situazione ma con accenti diversi. Cacciapuoti mette in risalto, con una sorta di orgoglio di partito, le capacità di resistenza dei comunisti: «Eravamo un po’ isolati. Erano loro che tenevano la piazza ogni giorno con grandi masse... È vero che all’incendio della sezione San Lorenzo rispondemmo con il grande corteo della repubblica, è vero che il secondo assalto alla sezione Stella lo pagarono con molti feriti e non ci tornarono più, ma noi eravamo l’ultima forza rimasta sulla breccia e tutti gli attacchi erano rivolti contro di noi. Gli altri avevano tutti mollato, del tutto o in parte».
Palermo si concentra invece sull’impossibilità dei comunisti di effettuare propaganda elettorale: «Ricordo di un comizio che avrei dovuto tenere in Piazza S. Gaetano, nel cuore del centro storico di Napoli (..) Vi era una numerosa folla interessata ad ascoltarmi, ma, ciò nonostante, non mi fu possibile parlare perché appena iniziato il discorso, gruppi di monarchici, infiltratisi tra la folla, o in sosta lungo Via Tribunali, o dai balconi adiacenti a quello sul quale mi trovavo, gridavano ininterrottamente: «viva il re, viva il re» e, nonostante il mio richiamo ai carabinieri per fare allontanare i disturbatori, la gazzarra continuò senza che le forze dell’ordine fossero comunque intervenute per tutelare la mia libertà di parola. Casi di questo genere si verificavano ogni giorno..» La ricostruzione dei fatti ha qualche sfumatura differente. Palermo racconta un episodio. I monarchici tentarono con una scala di raggiungere la sede del Pei in via Medina, che era a fianco della Questura e di fronte ad una caserma di polizia. La scalafu spinta verso il basso dagli assediati e da essa caddero alcuni manifestanti, ovviamente feriti.
Cacciapuoti si limita a ricordare un giovane monarchico che, cercando di arrampicarsi sulla tubatura del gas «con un pugnale tra i denti e agganciata alla cintura alcune bombe a mano», perse l’equilibrio e cadde tra la folla.
Abbastanza simile appare la descrizione dei manifestanti. Prevale una sorta di stupore di fronte alla folla monarchica. Cacciapuoti: «I nuovi Lazzari, istigati dai capi monarchici, come tanti invasati, erano padroni della piazza. Formarono alcuni cerchi umani, come fanno i bambini quando giocano a girotondo. Si tenevano mano nella mano, ballando e gridando: «Vulimmo o rre, vulimmo o rre!». Quindi strilli e invettive contro i nostri balconi».
Palermo: «La manifestazione era impressionante: uomini, donne, vecchi, ragazzi erano come invasati, urlavano la loro fede monarchica ed il loro odio contro il Pci, ritenuto il maggiore responsabile della caduta della monarchia».
L’assedio alla sede del Pci si prolungò per diverse ore. La folla riuscì a sfondare il portone del palazzo ed a raggiungere i locali della federazione tentando di incendiare la porta d’accesso, ovviamente sbarrata.
Palermo sottolinea come l’intervento pur tardivo della polizia impedì che i comunisti ricorressero all’uso delle armi e commenta: «Si ebbero purtroppo morti e feriti, che avrebbero potuto essere risparmiati se la polizia fosse intervenuta tempestivamente».
Cacciapuoti da una ricostruzione un po’ diversa; parla di un assalto alla vicina caserma della Celere che provoca l’intervento di quest’ultima: «I monarchici tornarono alla carica contro la caserma con più forze. Ne nacque una sparatoria generale che durò una buona mezz’ora, poi si spalancò il portone della caserma, suonarono le trombe e caricarono. Dai vicoli adiacenti a Via Medina ancora qualche sparo, qualche scoppio di bomba, poi silenzio, calma perfetta!».
Entrambi i dirigenti comunisti tengono a precisare che a sparare fu la polizia e non gli assediati della federazione. I morti furono 7, tutti monarchici, e 60 feriti.

Infine le notazioni conclusive. Cacciapuoti si limita a sottolineare la «simpatia» che la difesa della sede del Pci avrebbe indotto in alcuni gruppi di cittadini. Palermo è assai più analitico e tenta di comprendere in qualche modo le ragioni di un così radicato consenso monarchico: «La gran massa era rappresentata dal popolo, dal popolo minuto, da quello cioè che nulla aveva da guadagnare con il re e che tuttavia lo difendeva e lo sosteneva. Comprendemmo che la sua azione era ispirata da generosi sentimenti di fedeltà per la monarchia e dall’antico sentimento di separatismo meridionale che si era risvegliato contro il nord che prima aveva voluto il fascismo e lo aveva imposto al sud ed ora voleva imporre la repubblica».

da Lezioni di storia. La fine dei Savoia, Supplemento a "il manifesto", aprile 1994

Il ritorno del vermut (Martina Liverani)

Compie 230 anni la ricetta del vino aromatizzato messa a punto nel 1786 alla liquoreria di Piazza Castello di Torino da Antonio Benedetto Carpano, che miscelò il vino moscato di Canelli e un mix segreto di spezie tra cui predominava l’assenzio (vermut deriva dal tedesco Wermut, termine che indica la pianta dell’artemisia maggiore, con cui si ottiene appunto l’assenzio). Il risultato fu una bevanda dalla bassa gradazione alcolica (tra i 14, 5 e i 21 gradi), che presto divenne l’aperitivo torinese per eccellenza quando ci si incontrava all’“ora del vermut” per un bicchierino defatigante, qualche chiacchiera e confidenze prima di cena.
Mentre la bottega Carpano si trasformava in un’industria, il vermut (o vermouth, alla francese) si diffuse in Europa, poi negli Stati Uniti e nel mondo, facendo la fortuna di aziende come Martini, Cinzano o Gancia. Si gustava liscio o come ingrediente dei miscelati più bevuti negli anni ’20 e ’30: Negroni, Americano, Manhattan e il celeberrimo Martini Cocktail, adorato da Truman Capote e Cole Porter, da Dorothy Parker e Francis Scott Fitzgerald, oltre che da Hemingway, convinto – si dice – che la riuscita di un Martini dipendesse dal vermut (poco, ma buono).

No vermut artigianale, no party
Oggi che il mito del vermut è risuscitato, dopo anni di offuscamento causato dalle mode dei long drink tutti ghiaccio e dolcezze, il più evoluto dei fanatici del Martini Cocktail non si limiterà a chiedere al barman quante parti di vermut miscelare con il gin, ma esigerà un certo tipo di vermut tra quelli in commercio, il più affine ai suoi gusti. Si parla infatti di nuova generazione di vermut, a proposito dei tanti prodotti artigianali, casalinghi o d’autore che compaiono ovunque, rivisitando la ricetta antica in un vermut contemporaneo.
Ogni vermut artigianale ha la sua ricetta e spesso sono i barman a metterla a punto, com’è stato per il Vermut del Professore, prodotto dalla distilleria piemontese Quaglia (distilleriaquaglia.it) in collaborazione con il Jerry Thomas Project, lo speakeasy capitolino, regno dei miscelati, cui si accede con una parola d’ordine.
A Torino, la nuova generazione di vermut si chiama Anselmo: quattro ragazzi hanno rivisitato la storica ricetta del 1854 del liquorista Carlo Anselmo (vermouthanselmo.com). L’azienda astigiana di spumanti Cocchi ha festeggiato i suoi 120 anni riproponendo lo Storico Vermouth di Torino fatto seguendo la ricetta originale del fondatore Giulio Cocchi (cocchi.it). E produttori artigianali come Mauro Vergano sperimentano con i chinati (chinativergano.it). Anche l’alta ristorazione lo presenta come aperitivo: al ristorante Combal.zero di Rivoli, per esempio, la cena si apre con un calice di vermut Martelletti condito con scorzetta di limone.
Prodotti naturali, grande attenzione alla qualità delle materie prime, i vermut d’oggi incontrano le esigenze dei nuovi bevitori, sempre più attenti e disponibili a sperimentare. Ne sa qualcosa Oscar Quagliarini, bartender con una formazione da profumiere e una predilezione per l’utilizzo dei prodotti naturali, autore di Oscar697, linea di vermut (rosso, bianco, extra dry) dalla forte caratterizzazione aromatica (oscar697.com).
Il vermut trova poi sempre più spazio tra le linee di produzione delle cantine vinicole anche in territori non tradizionalmente vermuttisi: in Romagna, alla Tenuta Saiano (tenutasaiano.it), il liquorista profumiere Baldo Baldinini e l’enologo Francesco Boldrini hanno messo a punto le ricette di Clementino e Demos: un dry vermut e un rosso che riportano in etichetta l’annata del vino con cui sono prodotti. «Mi piace partire da un vino specifico e su quello studiare gli accordi aromatici e tessere una ricetta», dice Baldo. Ma non svela il mix di spezie: «Nessun profumiere liquorista lo farebbe mai». Neanche all’ora del vermut.


Pagina 99 we, 23 gennaio 2016

16.3.16

Il Duce meglio di Dante. Caproni e il fascismo trionfante (Mirella Serri)


A volte le parole sono ingannevoli. Riescono ad «allettare sempre, tessendo una maglia di labili convincimenti». Però ci sono parole e parole. Ce ne sono di «straordinariamente semplici e nude». Che risultano efficaci, incisive e dure. Non esortano alla pace ma alla guerra e sono destinate a non rivelarsi mai fallaci: sono quelle dei poeti e dei condottieri. Questa distinzione la avanza lo scrittore Giorgio Caproni in una sua sofisticata prosa d'arte del 1938. Il brano, edito dalla rivista fascista “Augustea”, appare sul numero del 28 ottobre, celebrativo dell'anniversario della Marcia su Roma, e s'intitola Testimonianze al Capo. L'omaggio destinato a solleticare l'ego di Colui che non sbaglia mai - infallibile non solo nell'azione ma anche nel verbo: viene paragonato a Dante e Machiavelli - è del poeta più ritroso e meno desideroso di apparire della letteratura italiana. Il documento getta nuova luce sui rapporti di Caproni con il regime ed è stato ritrovato per caso dalla studiosa Paola Frandini. La ricercatrice - dopo aver raccolto le toccanti lettere degli ebrei italiani al Duce, scritte a ridosso delle leggi razziali (uscite di recente in Ebreo, tu non esisti. Le vittime delle leggi razziali scrivono a Mussolini) - era sulle tracce di ben altro. Cercava qualche pronunciamento degli intellettuali italiani sui provvedimenti razziali che mettono al bando i cittadini israeliti. Niente. I faldoni si sono rivelati vuoti mentre è emersa quest'esternazione di fede e di sconfinata ammirazione di una delle più importanti voci poetiche del secolo passato. Il 1938 è un anno cupo per tutta Europa. Sono terribili i venti di guerra che soffiano, mentre settembre è il mese più crudele per gli ebrei italiani che assistono inermi all'escalation razzista. Non è un anno invece particolarmente feroce per l'autore del Passaggio di Enea. Di origini modeste, il padre Attilio è ragioniere, la mamma una sartina, Caproni ha dovuto faticare sia per imporsi nel mondo delle lettere che per assicurarsi il pane. Finalmente, però, ha trovato una stabile occupazione come maestro elementare a Rovegno, in Val Trebbia, dove passerà anche i mesi della guerra civile. Nell'anno in cui compila La parola di Mussolini, fresco di nozze si trasferisce a Roma, restandovi però solo poco tempo, e da' alle stampe una delle sue piu' importanti raccolte, Ballo a Fontanigorda, destinata ad assicurargli un posto nel pantheon letterario e a consacrare la Val Trebbia come luogo di poesia. La parola «infallibile» di cui esalta i meriti in questa testimonianza non è però solo quella poetica. È la parola che sa pronunciare «un suono convincente che all'istante apre il cuore alla più grande fiducia». A chi appartiene? «Fu la parola di Cesare e di Dante, di Savonarola e di Machiavelli e, oggi unica, è la parola di Mussolini». Infatti è «una parola di ferro, direi una parola armata che conduce gli innumerevoli che sbigottiscono di se stessi, che bramano un condottiero ideale o reale (ed è in quest'ansia la loro nobiltà) che li scagli oltre i limiti di una pace insidiata e perciò insidiosa. Io penso con meraviglia al fatto che tanta potenza scaturisca da vocaboli puri, i vocaboli che tutti comprendono, dal letterato alla tormentata donna di casa, ma che solo le grandi coscienze possono adoperare». Chi ne possiede il segreto? «Solo i condottieri (e a volte pure i poeti sono tali) ne posseggono forse il segreto. Per certo nessuno lo possedette e, oso dire, lo possiederà al grado del Duce». Dopo la fine della guerra, Caproni diventerà firma di primo piano dell'intellighentia di sinistra su “L'Unita'”, “Mondo operaio”, “Avanti!”, “Italia socialista”, “Il lavoro nuovo”. Nel '48 è a Varsavia a rappresentare gli scrittori progressisti e antifascisti al primo «Congresso degli intellettuali per la pace». Il letterato livornese deve infatti la sua fama anche a quella di cantore della Resistenza in Val Trebbia, dove sono pure gli amati luoghi dell'insegnamento. Nel '45 scriveva che aveva molte difficoltà a rientrare a Genova. Avrebbe voluto risiedere per sempre in quei posti dove si era combattuto accanitamente e che solo sentiva come «patria mia».

“La Stampa”, 23 febbraio 2007  

15.3.16

All’ombra dei cipressi. Turismo sepolcrale (Luigi Cruciani)

Parigi, La tomba di Julio Cortazar al Cimitero di Montparnasse
«Eravamo come voi, sarete come noi»: è l’iscrizione posta all’ingresso di tanti cimiteri, memento mori per chi osa dimenticare il suo destino. Ma perché quel “noi” scomparso insiste per avere una voce? La verità è che i morti ci parlano. E i vivi, lo mostrano i riti sepolcrali nati con l’umanità, si rivolgono ai cari estinti, rendendo loro omaggio con fiori o con superalcolici (ogni tanto una bottiglia di assenzio compare sulla tomba di Julio Cortazar, a Montparnasse). Del legame tra vivi e morti, soprattutto quando si tratta di grandi autori, è convinto l'olandese Cees Nooteboom, che in Tumbas. Tombe di poeti e pensatori (Iperborea 2015) ha raccolto trent’anni di viaggi cimiteriali. Per ogni defunto, un pensiero e l’immagine del sepolcro, immortalato dalla fotografa e compagna Simone Sassen. «Ogni visita alla tomba di un poeta», dice Nooteboom, «è un dialogo in cui le risposte precedono quanto noi possiamo dire. È un paradosso e per questo sei venuto qui: per riascoltare quelle parole nel silenzio della morte... Chi è convinto della sua immortalità, ci crede davvero. Per questo a Collioure, accanto alla tomba di Antonio Machado, c’è una cassetta per la posta».
Corrispondenza corrisposta: c’è chi sogna la settimana bianca e chi, come Nooteboom, fa la valigia per visitare i camposanti – e a pensarci bene, non è così assurdo staccare dalle ordinarie fatiche viaggiando sui luoghi del riposo eterno e magari eleggendo a guida (o a Caronte) proprio Tumbas. La scelta va dal sacro Mount Vaea sulle isole Samoa dove giace dal 1894 Robert Louis Stevenson (per lui i capi del villaggio aprirono un sentiero nella foresta pluviale fino alla vetta che abbraccia il Pacifico), al nuovo cimitero ebraico di Praga, in cui Kafka anche da morto deve sopportare il padre, sepolto con lui (per fortuna a far compagnia a Franz c’è anche l’amico Max Brod), alla Parigi del Père Lachaise e del troppo spesso dimenticato Thiais, luogo dove infine sostano, dopo l’esilio di una vita, Paul Celan e Joseph Roth.
Il turismo sepolcrale ha radici lontane, ma rinasce ora, è il caso di dirlo, a nuova vita, tanto che nel 2001 a Bologna è sorta l’Asce, Association of Significant Cemeteries in Europe, rete europea che lega i cimiteri di interesse culturale. Della European Cemeteries Route, mappa elaborata dall'organizzazione all'interno della Cultural Route of the Council of Europe, non fa parte (ma merita ugualmente una visita) il Cimitero allegro di Sapanta in Romania, designato Patrimonio Unesco: qui negli anni ‘30 un artista locale, Stan Ioan Patras, ha iniziato a dipingere le tombe con scene della vita del defunto, accompagnate da poesie spesso ironiche («Coloro che amano la buona grappa / Come me patiranno / Perché io la grappa ho amato / Con lei in mano sono morto»).
E l’Italia dei Sepolcri? Una ricerca del 2014 fatta dalla Jfc, società di consulenza turistica, segnala come in Europa a emergere con 192 cimiteri di potenziale interesse (il 55,2% del continente) sia il nostro Paese, incapace, anche in questo ambito, di valorizzarsi. È infatti la Spagna a guidare la classifica con 21 cimiteri sfruttati turisticamente sui 29 potenziali. Secondo l’indagine, nel 2013 sono state circa 45 mila le visite ai nostri cimiteri (13% gli utenti stranieri), ma con una gestione virtuosa del settore, in pochi anni, 90 siti nazionali potrebbero coinvolgere 400 mila visitatori italiani e 7 milioni di residenti nei Paesi di origine anglosassone.
Tuttavia, anche in Italia si osserva un risveglio del business legato al sonno eterno. I grandi cimiteri intensificano le attività legate alla fruizione culturale dei propri spazi. Su tutti svetta Staglieno a Genova, da sempre sito prediletto dai viaggiatori. Ma anche i Monumentali di Torino e di Milano, la Certosa di Bologna, il Verano di Roma si stanno organizzando. «I gestori dei cimiteri sono i primi ad aver sentito la necessità di valorizzare questi complessi», dichiara Daniele Fogli, responsabile di Sefit, associazione nazionale di categoria, «oltre che per i servizi che offrono all'utenza al momento della sepoltura, anche per le opere contenute».
Da parte loro, operatori e associazioni culturali inventano escursioni di ogni tipo. Con il progetto La civetta di Torino (www.lacivettaditorino.it), per esempio, Manuela Vetrano propone dal 2012 una riscoperta del Monumentale piemontese: «Il cimitero, aperto nel 1829, è un museo a cielo aperto a tutti gli effetti», dice Vetrano a pagina99. Vetrano propone vari percorsi, «da quello generico pensato per chi non conosce il cimitero alle visite tematiche storico-artistiche. Si tratta di esperienze che hanno un ottimo riscontro da parte del pubblico, che spesso ritorna per approfondire meglio». Da parte sua, Valeria Celsi, guida turistica milanese creatrice di un blog sull’arte funeraria (ipercorsidartefunerariadivaleria.blogspot.it), offre itinerari nel Monumentale lombardo, che contiene opere di artisti di fama internazionale come Medardo Rosso o Lucio Fontana e che, afferma Celsi, «esprime la città ottocentesca che lo edificò: monumenti imponenti e sculture sofisticate, specchio del desiderio di emergere della società borghese di allora».
La seconda vita dei cimiteri italiani può essere anche uno spettacolo teatrale o un concerto di musica barocca, ma alcuni non hanno bisogno di eventi per valere un viaggio. Come San Michele a Venezia: l’isola, dal 1837 dominata dai morti, è un luogo di rara bellezza dove rileggere i Cantos di Pound davanti alla tomba del poeta, ragionare con Brodskij di Dolore e Ragione, e per caso incontrare Igor Stravinskij. O come quello di Merna, vicino a Gorizia, diviso nel 1947 dal nuovo confine tra Italia e Jugoslavia: il braccio schizofrenico del Trattato di Parigi ha letteralmente tagliato i sepolcri dei defunti, che in alcuni casi si sono trovati con i piedi in uno Stato e la testa nell’altro.
Ma se ci sono cimiteri italiani in cui il turismo straniero non conosce crisi, questi sono gli acattolici: qui la percentuale di visite cresce fino a toccare il 68%, ed è composta soprattutto da statunitensi (24,5%), inglesi (18,9%) e tedeschi (15%). Uno dei più seducenti è quello che Roma, sempre in bilico tra intolleranza e umanità, ha riservato a partire dal 1716 agli stranieri non cattolici, aprendo poi con moderazione agli italiani. Si trova a Testaccio, ai piedi della Piramide di Caio Cestio. Ieri le osterie losche e il vocio dei Magazzini Generali, oggi la confusione di una zona alla moda: varcato il cancello in una stradina laterale si trova la pace, e la morte non è terribile. Tra pini, cedri e cipressi i turisti vengono a visitare Keats, Shelley, Gramsci e le sue ceneri, e tante altre celebri anime in esilio.
Il segreto, però, è lasciarsi trasportare verso chi non si sta cercando. Ciro Marra, giovane archeologo e inventore delle Roman Special Adventures (www.aperitivoarcheologico.it), ha ideato un percorso il cui filo conduttore è L’antologia di Spoon River e la sua traduzione in musica di De André: «Ci troviamo di fronte a un’esperienza che permette di frequentare la morte, elaborarla, darle un significato», dice Marra. «Nelle civiltà antiche il trapasso e la sua memoria erano molto importanti. Prima o poi tutti saremo in contatto con la morte. Un evento che è parte integrante della vita, e quindi è vita».


Pagina 99 we, 23 gennaio 2016

Ricco e senza filtri. Perché Trump sta scalando gli Usa (Enrico Beltramini)

L'articolo è di quasi due mesi fa, ma l'analisi - a mio avviso - utile ora più d'allora. Vivamente consigliato. (S.L.L.)

A pochi giorni dalla resa dei conti, le primarie nei due stati dell’Iowa e New Hampshire, Donald Trump è ancora in testa ai sondaggi. Perché? Per capire l’imprevisto successo di Donald Trump in politica dobbiamo fare un passo indietro e, come ha suggerito la copertina di pagina99 dedicata a «quanto costa la Casa bianca» (n. 2 del 2016) seguire le tracce dei soldi.
Siamo abituati a pensare che la politica americana funzioni così: un partito che seleziona il candidato; un candidato in competizione con altri candidati, il migliore (in termini di competenza, agenda, esperienza) vince; un sistema mediatico che, appunto, media il rapporto tra il candidato e il suo elettorato. La politica – meglio, il complesso politico-mediatico – è un sistema e il candidato è un agente che opera all’interno di questo organismo. È libero di posizionarsi come vuole, eppure dipende particolarmente dal partito, dal livello dei concorrenti, e dai media.
Il tutto emana una certa razionalità primaria, come se il processo fosse guidato da un principio di saggezza che garantisce la vittoria al miglior candidato. In questa interpretazione della politica americana, Trump è inspiegabile.
La politica americana però non funziona così. È piuttosto un’attività imprenditoriale. Ogni candidato è un imprenditore che si costruisce la propria aziendina con tanto di staff, prodotti e mercato. I fattori di questa nuova forma di politica non sono il partito, i candidati e i media, piuttosto i soldi, le emozioni e la fama.
Oggi la raccolta di fondi ha sostituito la struttura dei partiti. Un tempo, i soldi finanziavano i partiti; oggi i partiti raccolgono soldi per i politici. Persino le cariche istituzionali, tipo quelle di presidente della Camera Bassa o capogruppo – come lo chiameremmo in Italia – della maggioranza e della minoranza è funzione della capacità di generare fondi per il partito. La capacità di raccogliere fondi e finanziare campagne elettorali sempre più costose è l’elemento fondamentale di qualsiasi candidatura.
Se il candidato è ricco, è automaticamente considerato un buon candidato. Poiché ha fondi a disposizione, è un candidato di fatto. Partecipa alla campagna elettorale anche se il partito non vuole. Questo è il primo fattore.
Il secondo fattore è legato alla costruzione del consenso. In una società iper-relativista come quella americana, i fatti non costituiscono un fattore di discrimine. I fatti assoluti non esistono perché non esiste un criterio esterno che garantisce obiettività dei fatti. Tutto è opinabile, anche il merito. La costruzione del consenso passa piuttosto attraverso la generazione di emozioni. Chi parla alla pancia dell’elettorato può costruire consenso lavorando sui sentimenti della gente: siamo in pericolo; possiamo stare sicuri. C’è da aver paura; è tutto sotto controllo. Le emozioni sono il criterio di realtà: se mi sento in pericolo, ha ragione il candidato che dice che siamo in pericolo.
Il terzo fattore è la capacità, da parte di un candidato, di costruirsi la propria audience; o, nel caso ne abbia già una, nel caso sia già famoso, di usare questa fama per attrarre i media (che a loro volta portano audience addizionale). La fama ribalta il rapporto tra politica e media: i media non possono ignorare un candidato popolare. Nel gioco del gatto con il topo, il candidato è diventato il gatto.
Riassumendo: la politica americana si è disintermediata da partiti, meriti e media. Favorisce candidati ricchi e famosi, che possono finanziare la loro campagna elettorale, generare consenso basato su emozioni, e dialogare con un’audience direttamente, senza filtri (a questo punto, un lettore cinico potrebbe concludere che, almeno per quanto riguarda la politica, l’Italia è più “avanti” dell’America). In una politica che funziona così, Trump si trova a suo agio come il topo nel formaggio.
Tutto qui? No, c’è dell’altro. Trump ha indovinato il posizionamento: si presenta come ricco e populista allo stesso tempo. Primo: si presenta come ricco perché, come tale, non dipende dal potere finanziario. L’elettorato ha umori complessi su questa dominanza dei soldi sulla politica: una parte dell’elettorato l’accetta come un male inevitabile; una parte la rifiuta. È la parte a cui guarda Trump. Il fatto è che un candidato ricco può essere socialmente, culturalmente vicino agli interessi dei ricchi, ma non necessariamente dipende, nel suo essere politico, dai ricchi finanziatori. Il contrario è vero: se non sei ricco, la tua candidatura dipende dai finanziatori. Questo è il destino dei politici di professione. Secondo: Trump si presenta come populista perché è un imprenditore. Il confronto tra lui e Mitt Romney, sfortunato candidato Repubblicano alla presidenza nel 2012, può aiutare: entrambi ricchi, entrambi nati nel mondo dell’economia. Ma il secondo appare come un investitore che distrugge valore collettivo per generare valore privato; il primo invece come un imprenditore che genera valore collettivo mentre cerca di crearne per se stesso.
Non è detto che Trump vinca la presidenza e nemmeno la candidatura alla presidenza per il suo partito. I partiti, gli altri candidati e i media, anche quelli teoricamente dalla sua parte, faranno di tutto per fermarlo. Ma il suo successo attuale non è un caso di irrazionalità collettiva; piuttosto, ha radici profonde, è un segno della politica americana che cambia.


Pagina 99 we, 23 gennaio 2016

Diventare cittadini di Malta, un’offerta a scadenza (da "pagina 99")

Per comprare il passaporto maltese l’investimento richiesto è di 650 mila euro, a cui si aggiunge l’acquisto di una proprietà immobiliare per 350 mila euro (o un affitto per almeno 16 mila euro all’anno) e un investimento di 150 mila euro in progetti statali. La legge prevede la naturalizzazione per 1.800 persone, poi il programma verrà chiuso. Secondo i dati di Henley & Partners ad oggi circa 700 persone hanno fatto domanda, in gran parte russi o provenienti dai Paesi dell’ex Urss. Per La Valletta, finora un incasso da un miliardo di euro.


Pagina 99 we, 23 gennaio 2016

1958. La Cina di Edoarda Masi rifiutata da Einaudi (Paolo Di Stefano)

L'articolo che segue, del 1993, è insieme recensione di un libro sulla Pechino degli anni 50, prima ancora della Rivoluzione culturale, e rievocazione di un caso di censura editoriale. (S.L.L.)

"Le forme si dissolvono". Sono le forme della vecchia Cina, raccontata da Edoarda Masi, maoista della prima ora, sinologa e insegnante all'Istituto orientale di Napoli. Nel 1957, poco più che trentenne, ottenne una borsa di studio per un soggiorno di un anno a Pechino. Ne venne fuori un diario in cui l'autrice, oltre a narrare la vita nel campus e l'esperienza scolastica, si soffermava sulla condizione degli intellettuali - docenti, studenti e scrittori - sottoposti al sospetto e alla repressione della nomenklatura cinese. Era il tempo della cosiddetta campagna contro gli elementi di destra: la grande apertura politica e culturale seguita ai fatti di Ungheria metteva in crisi la burocrazia, che cominciò a escogitare soluzioni di trasferimento dai centri intellettuali verso i campi periferici della fatica manuale. Edoarda Masi e i due compagni italiani che la affiancarono nell'avventura pechinese, furono i primi studenti approdati in Cina dall'Europa occidentale dopo il 1949. L'esperienza fu sconvolgente, tanto più per chi, come loro, aveva cullato il sogno maoista come la possibile alternativa tra il socialismo sovietico e il capitalismo rampante occidentale. Ma intanto si allungavano le liste di nomi con fregi rossi e oro affisse agli albi dell'Università , erano i nomi dei "xiafang", coloro a cui l'amministrazione centrale imponeva, come malcelata punizione, l'immersione "nella base" proletaria. Senza questa premessa non sarebbe possibile spiegare la bocciatura che il diario di Edoarda Masi subì, al ritorno in Italia dell'autrice, presso un editore come Einaudi.
Se si aggiunge che il libro viene pubblicato solo adesso da Feltrinelli, con il titolo Ritorno a Pechino (pagg. 205, lire 30.000), non si può negare che siamo di fronte a un caso insolito nell'editoria italiana. Che cosa accadde dunque nel lontano 1958, quando Edoarda Masi decise di affidare il suo diario all'autorità di Franco Fortini? Accadde che Fortini, consulente della casa editrice torinese, sottopose il manoscritto al comitato editoriale, sollecitandone la pubblicazione. Si formarono subito due schieramenti: quello, minoritario, di Fortini e Raniero Panzieri (che sarà, dopo la militanza socialista, il fondatore dei "Quaderni rossi") e quello "istituzionale". I nomi che aderirono a quest'ultimo fronte sono arcinoti e nel 1958 dovevano essere più o meno gli stessi di quelli che cinque anni dopo avrebbero rifiutato l'inchiesta di Goffredo Fofi sugli immigrati meridionali a Torino: da Bobbio a Bollati, da Calvino a Davico, a Venturi, a Vivanti, allo stesso Giulio Einaudi, ai più "possibilisti" (almeno nel caso Fofi) Mila, Solmi, Strada. Edoarda Masi commenta, nel primo capitolo di Ritorno a Pechino, la tormentata vicenda editoriale del suo diario: "fu bloccato da alcuni intellettuali Pci: da un pezzo avevano smesso di credere che 'la verità è rivoluzionaria'. O forse lo credevano e proprio per questo la temevano".
Non è difficile intuire le ragioni del rifiuto, visto che il libro avrebbe offerto un'immagine della Cina poco allineata rispetto alle idee circolanti nella sinistra europea. Fatto sta che Edoarda Masi rinunciò del tutto a pubblicare il suo diario: "Sapevo che, nelle condizioni imposte dalla guerra fredda, dare quel testo a un editore anticomunista avrebbe significato passare dall'altra parte del fronte. Decisi di condurre la mia critica per altre vie. Seguii il consiglio di Panzieri, trattare in forma saggistica il tema della Rivoluzione cinese - approfondire la problematica che essa rivelava e imponeva al mondo, con le sue contraddizioni manifeste e gli esiti drammatici". "Le forme si dissolvono", dunque.
Nel capitolo iniziale di Ritorno a Pechino (che curiosamente esce ora come il Diario 1960 di Fofi) la palude cinese viene rivisitata a trent'anni da quel primo viaggio: "la vecchia Cina resta come folklore impoverito o monumento archeologico museizzato, sempre più scisso dal presente... Gente smarrita, privata di identità e di speranza, che fa le cose per imitazione. Dietro la maschera, sembra il vuoto". Ma nel suo nucleo centrale, il diario (in terza persona) ha l'andamento del romanzo, in cui al di là degli incontri semiclandestini con gli studenti del posto e tra le appassionate discussioni e riflessioni politiche, affiorano i paesaggi, le luci, i pomeriggi invernali, le notti fredde, i sentieri di fango, le botteghe dell'antiquariato, i cieli senza luna che coprono la città.

Corriere della Sera, 29 aprile 1993

14.3.16

La poesia del lunedì. Giorgio Orelli (1921-2013)

A quest'ora la martora chi sa
dove fugge con la sua gola d'arancia.
Tra i lampi forse s'arrampica, sta
col muso aguzzo in giù sul pino e spia,
mentre riscoppia la fucileria.

L'ora del tempo, Mondadori, 1962

13.3.16

Neuropsichiatria poetica. Musil, Proust e le scienze (Franco Voltaggio)

Robert Musil
Pregiudizi duri a morire ci dicono che scienza, letteratura e teatro costituiscono tre regni i cui principi, scienziati, letterati e attori, sono costantemente in conflitto tra loro, giacché le tre verità, scientifica, letteraria e teatrale, che delimitano la rispettiva estensione dei tre antichi domini conoscitivi del genere umano, sarebbero l'una all'altra irriducibili.
Solo che, per l'appunto, si tratta di pregiudizi, ossia di giudizi che pretendono di aver già acquisito una conoscenza che, per nulla raggiunta, potrebbe tuttavia esserlo qualora i tre regni, accettando quanto meno il principio della sovranità limitata, sarebbero disposti a riconoscere che la sola «verità vera» è affidata a un semplice enunciato: «nessuno conosce la verità vera», le parole con le quali Anton Cecov, medico e drammaturgo, concludendo Il duello, ci lascia intendere che quel poco di cui possiamo essere certi - e asserire di non essere certi di nulla è già avere una certezza - può essere ottenuto attraverso compromessi e conciliazioni contaminando saperi apparentemente lontani.
Naturalmente uno dei tre regni deve pur fare il primo gesto di buona volontà. Deputato a farlo è il teatro, se non altro perché, in passato, lo ha già fatto. Prendiamo due giovani, Romeo e Giulietta, che si amano. Si presentano in scena e recitano il loro amore. Le parole che si scambiano rinviano non al lessico del discorso quotidiano, ma alla tradizione letteraria dell'epoca e la loro passione, che si fa sempre più infuocata, si esprime con lemmi che sono quelli propri della fisiologia e della medicina coeve. A modo loro i due innamorati veronesi, sul filo di quello straordinario suggeritore che è Shakespeare, sciorinano davanti agli spettatori un tessuto fatto di conoscenze diverse in stato di feconda collusione.
Ora, se la magia del teatro è sino a questo punto efficace, si comprende la legittimità della sfida conoscitiva affrontata dai responsabili di due fondazioni romane, Musica per Roma e Sigma-tau, nell'ambito di L'arsenale di Galileo - Incontri con la scienza: stasera a Roma, Umberto Orsini, Massimo Popolizio, Lino Guanciale e Elisabetta Piccolomini leggeranno pagine, da opere di Marcel Proust e Robert Musil, che denunciano in modo inequivoco il possesso, da parte dei due grandi scrittori, di una sicura nozione della biologia, fisiologia e psicopatologia del loro tempo.
Ma perché Proust, perché Musil? Gli anni di fine secolo, come quelli precedenti la prima guerra mondiale, non erano forse affollati di scrittori che dicevano di essersi ispirati a contenuti medici e biologici accreditati? Zola non aveva forse letto con profitto
L'introduction à la médecine expérimentale (1865) di Claude Bernard? Crediamo che una possibile risposta sia la seguente. A modo loro, Proust e Musil misero a punto una strategia narrativa, che, per il rigore delle prove e dell'argomentazione, ha tutto il diritto di presentarsi come un esperimento scientifico, in cui i dati quantitativi dello sperimentalismo sono sostituiti dalle qualità, di quelli non meno costanti, delle emozioni e dei sentimenti. Si proposero, in definitiva, come scienziati del cuore umano. Il primo, con la Recherche, compì il tentativo di condurre una ricerca esaustiva sulla coscienza, facendo del tempo il crogiolo in cui essa si forma mescolando, come avrebbe detto più tardi Eliot, «ricordo e desiderio». Il secondo, coltissimo allievo di Mach e, in particolare, del Mach dell'Analisi delle sensazioni (1900), cercò nell'Uomo senza qualità di ricostruire, in un'analisi puntigliosa, il dramma dei personaggi del romanzo, ivi compreso il mitico regno di «Cacania» (l'impero asburgico al tramonto), immersi nella follia senza scampo dell'autodistruzione. Una follia, va detto, che permette di risalire alla condotta mentale «normale», come allora andavano sostenendo le indagini psicologiche e psichiatriche più innovative.
Leggendo in anteprima i brani scelti da Sandro Modeo, scopriamo un Proust, attento lettore di Darwin e buon conoscitore della neurofisiologia che, tra l'altro, ci fa comprendere come ognuno di noi rappresenti, falsificandolo, il proprio rapporto con il tempo, alterando fisionomie di volti conosciuti e di sentimenti da essi ispirati. Questa falsificazione è una vera e propria «menzogna adattativa», come dice Modeo, che ricorda da vicino le osservazioni del primo e secondo evoluzionismo dalle quali si evince che ogni animale, uomo compreso, ricorda per sopravvivere solo, come si direbbe volgarmente, «quello che gli fa comodo», anche a costo di deformare la realtà, salvo poi a ricomporla in un disegno che è esso stesso ispirato dalla finalità dell'adattamento. Quanto a Musil, abbiamo letto, in un luogo tratto dai frammenti e abbozzi del grande romanzo, la descrizione di un gruppo di psicopatiche in un manicomio che ci rivela come, sia pure nell'aura confusa e indistinta del disordine mentale grave, la comunicazione tra i soggetti resti, sì che in un certo senso permane la «normalità», tanto da far dire a Musil che «in fondo chiunque può essere considerato come un campione in scala ridotta di malato mentale».


il manifesto”, 29 settembre 2006

12.3.16

Aprile 2004. Pietro Ingrao ricorda Alfio Caponi

Alfio Caponi
Ho incontrato Alfio Caponi negli anni - per me fecondi e fortunati - in cui iniziai a conoscere e frequentare le organizzazioni di classe, e a vivere i problemi e le lotte della regione umbra. E con Alfio Caponi ebbi un lungo sodalizio, un felice scambio di esperienze umane e sociali.
Ne nacque un’amicizia che non si è interrotta più, anche quando l’età avanzata e le vicende della vita ci hanno separato.
Alfio era - lasciatemi usare questa parola - un “rosso”: un difensore tenace della sorte e del domani degli umili, delle speranze di riscossa degli sfruttati, degli oppressi dal giogo e dalla violenza padronale. Sentiva come una missione la lotta di classe, portando nel suo cuore e nella sua mente un anelito alla giustizia, una speranza mai spenta nella liberazione dei lavoratori. E questi sentimenti lo spingevano tenacemente all’impegno sociale. Quante lotte, ricerche, dibattiti fra compagni ho vissuto con lui! Sempre imparando dal suo coraggio e persino dalla sua testardaggine.
È in fratellanza e amicizia con lui che ho appreso a conoscere la vostra regione, l’Umbria, questo sito che non dimenticherò mai: la bellezza delle sue città e delle sue campagne, il coraggio dei suoi figli, le sue ardenti passioni civili.
Alfio, nel suo cammino, sapeva unire, in modo raro, lo slancio generale della ricerca politica e la concretezza del fare, l’azione semplice, pratica a tutela degli sfruttati, era persino testardo nelle sue convinzioni; e questo animava la passionalità e l’irrequietezza che facevano il suo temperamento, l’agire semplice e concreto che segnavano il suo volto di combattente. Non arretrava mai dalle difficoltà, né dal confronto. Porgo il mio saluto reverente alla sua salma, in un’ora difficile, in cui amaramente vediamo tornare sul globo la guerra di aggressione, e questo nostro mondo vive ore amare. Mi auguro di tutto cuore che la generosa terra umbra voglia tener vivo il ricordo di questo combattente che scompare e gli ideali di emancipazione per cui egli ha lottato, ora che tanti valori nel mondo sembrano in forse.

Addio, compagno che te ne vai. Riposa in pace. A te il mio ricordo e il mio abbraccio.

"micropolis", aprile 2004

Ingrao. La poesia vicina alla politica (Walter Cremonte)

La cosa più importante accaduta nella sinistra in questi ultimi mesi è il dibattito sulla non violenza, iniziato con la presa di posizione di Bertinotti al convegno sulle foibe dello scorso dicembre e proseguito poi con molti notevoli interventi su “Liberazione” e su “Il manifesto”. In questo suo discorso veneziano Bertinotti rinunciava alla frase del vecchio Brecht: “Noi che abbiamo voluto il mondo della gentilezza non abbiamo potuto essere gentili”; quindi: per approntare il mondo alla gentilezza occorre essere gentili - qui, ora, da subito. Ed è vero, non sembra possibile prefigurare un mondo più gentile a furia di brutalità, anche se non è per niente facile liberarsi di quell’altra frase, certo meno poetica: chi pecora si fa, il lupo se lo mangia. Ma questa, probabilmente, è una verità menzognera, come tutta la presunta saggezza secolare che ci tiene inchiodati al nostro limite.
Bisognerebbe saper dire: né pecora né lupo, ma umani - per liberare l’uomo. Qui però si entra in un campo difficile (cos’è essere umani?), in cui ci aiuta forse a districarci, per capire la materia di cui siamo fatti, la lettura dei nostri grandi poeti (Montale, Caproni, Luzi, ...); e la lettura, accanto ad essi, della poesia di Pietro Ingrao. Dico propria della sua poesia, saltando qui d’un balzo perfino il suo intervento nel dibattito che si diceva, e che pure ne segna il punto più alto (per spiegare la contraddizione in cui è indotto - in cui tutti noi siamo indotti - ricorda il ritratto di Che Guevara della moglie Laura, “persona mite” ...). Questo perché, di fronte ai grandi temi che in maniera anche drammatica ci attraversano, abbiamo più bisogno, credo, di andare alla radice del messaggio che ci viene dai nostri maestri (dai “compagni maggiori”): all’espressione più radicale, alla (baudelairiana) “anima messa a nudo”, che è la poesia; anche la poesia controllatissima, severa, classica di un poeta come Ingrao che è lontanissimo dall’effusione lirica e da ogni compiacimento dello spargimento di sé. A patto tuttavia che non si pensi che questo Ingrao sia altro dalla persona che più conosciamo: il poeta è la stessa cosa dell’autore di Masse e potere, solo ad un livello diverso, ad un livello di più profonda radicalità. E tanto meno si pensi (ma questo ormai è evidente) alla sua poosia come ad un tardivo espediente consolatorio o,peggio ancora, ad uno snobistico divertissement - il riposo dell’uomo pubblico.
È la poesia di Ingrao a cancellare, fin da una prima lettura, queste riserve: una poesia difficile, mai tentata dal minimalismo (un testo si apre con “Tutto:"), la cui comprensione richiede l’uso di forti strumenti analitici. E una poesia tutta nel segno della contraddizione irrisolta (“Pensammo una torre. / Scavammo nella polvere.”), quella contraddizione che ce ne fa cogliere il nesso profondo con l’esperienza civile, politica: la progettualità perfino eroica di generazioni di combattenti e la consapevolezza (mai doma, mai arresa) della sconfitta. Veramente qui ci persuadiamo che, come scrive il poeta Cesare Viviani nella nota di copertina del primo libro poetico di Ingrao, “la politica è vicina alla poesia” - e viceversa. Ma lo è in un modo speciale, che si intende solo se si sa rinunciare a un’idea “muscolosa e ottimistica” della politica, come direbbe Fortini. Il quale Fortini poi, rintracciando le “verità etico-politiche” della poesia di Ingrao e sue proprie, scrive: “la dimensione tragica della storia, l’ambiguità di ogni scelta morale, la certezza che i vinti sono illuminati da una luce che abbandona i vincitori, il significato del dolore, della malattia, della morte” (in Conversazione su Il dubbio dei vincitori, ed. Cadmo, 2002; ma la “conversazione” tra Olivetti, Fortini, Scalia e lo stesso Ingrao si è svolta nel 1987). E mi preme qui sottolineare un punto, che forse è quello che resta più forte dopo la lettura di Ingrao: la luce che illumina i vinti e che abbandona i vincitori. Penso che quella luce possa essere la poesia. Ingrao intitola una delle due sezioni che compongono il suo primo libro poetico Le sillabe: sillabica è la pronuncia faticosa, insicura, della voce dei vinti, degli oppressi, degli ultimi (“muti”, “senza lingua”); ma sillabica è anche l’unità metrica della lingua poetica italiana, il ritmo della poesia, che sa parlare anche nei tempi dell’afasia (si pensi al montaliano “sì qualche storta sillaba”). Allora la poesia è una forma di risarcimento, un dire al posto di chi non può dire: di nuovo ritroviamo una vicinanza di politica e di poesia.
I libri di poesia di Ingrao, fino ad ora, sono tre: Il dubbio dei vincitori, Mondatori, 1986; L’alta febbre del fare, Mondatori, 1994; Variazioni serali, Il Saggiatore, 2000. Ma attenzione: il primo, decisivo, libro è ora introvabile in libreria, è fuori catalogo, e a Perugia lo si può trovare solo alla biblioteca della Facoltà di Lettere (nemmeno alla Biblioteca Augusta!). Questo fatto induce a tristi pensieri sul destino dei libri di poesia e mi ricorda un episodio piuttosto deprimente: qualche anno fa (era il cinquantesimo della liberazione di Auschwitz) avevo pensato di adottare in una mia classe, accanto a Dante, L’istruttoria di Peter Weiss, come attualizzazione novecentesca, storica e concreta, dell’inferno. Non potei farlo, perché quel libro (edito da Einaudi nel 1965), ormai fuori catalogo, non era in nessun modo reperibile. Non ci si deve tuttavia arrendere all’azzeramento della comunicazione e della memoria: “Da lontano / ci mandiamo segni”, direbbe Ingrao.


“micropolis”, marzo 2004

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