3.9.12

L'Aquila. Obama "brunello" non mantiene le promesse (Flavia Amabile)

A Obama si imputano colpe anche gravissime e tra queste alcune importanti ed impegnative promesse mancate e quelle agli aquilani, fatte tre anni fa, in occasione del G8, andate anch’esse a vuoto, potrebbero a tanti sembrare quisquilie. Eppure per noi italiani quelle promesse hanno un peso e il loro mancato adempimento deve entrare nella valutazione politica ed etica del presidente Usa. A scanso di equivoci ricordo che esse risalgono a un momento in cui era già esplosa la crisi finanziaria e che, ad eccezione degli Usa e della Gran Bretagna, tutti gli altri paesi hanno onorato gli impegni presi. Bene ha fatto, dunque, Flavia Amabile a ricordare il caso su “La Stampa” ai primi di luglio e bene farebbero gli italiani a ricordarsi che il capo della Casa Bianca è –  per dirlo alla palermitana – un “brunello" e che non sono affidabili neanche i politicanti italiani che si ispirano al suo modello. (S.L.L.)
Tre anni sono trascorsi dal terremoto che ha messo in ginocchio L’Aquila ma non tutti hanno mantenuto le loro promesse. Il sindaco della città Massimo Cialente era primo cittadino anche allora e ricorda bene tutto quello che si era detto sull’onda dell’emozione, soprattutto quando in città arrivarono i grandi capi di Stato in occasione del G8. «Con Obama parlai cinque minuti, mi assicurò che avrebbero pensato alle università, ai giovani studenti». E invece?
«Non hanno fatto niente. Alla conta finale i soldi non sono mai arrivati», denuncia Cialente. Dagli Stati Uniti ieri nessuna risposta all’accusa. Dei fondi in arrivo da Washington e dintorni c’è traccia solo nelle risorse raccolte dal Niaf, la Fondazione che rappresenta i cittadini italo-americani. Hanno messo in piedi l’iniziativa «Adotta uno scolaro» che ha portato 40 ragazzi dell’università de L’Aquila a frequentare un master di alcuni mesi negli Stati Uniti, come ricostruisce Fabrizia Aquilio, avvocato, nominata dal ministero degli Esteri a tenere i contatti con i Paesi che presero impegni durante il G8. Sarà questo l’aiuto promesso da Obama? La risposta arriverà nei prossimi giorni.
Ma non solo gli Stati Uniti sono finiti nel mirino di Massimo Cialente, anche la Gran Bretagna non ha donato nulla. Ma l’ambasciata britannica in Italia smentisce. Non il mancato arrivo dei fondi ma la presenza di un impegno. «Il Governo britannico non si è mai impegnato alla destinazione di fondi pubblici per la ricostruzione de L’Aquila… ».
… In ogni caso, esclusi Gran Bretagna e Stati Uniti, tutti gli altri Paesi hanno mantenuto le loro promesse. In totale arriveranno 32 milioni di euro. Alcuni, come il Kazakhistan, hanno inviato il loro ambasciatore con un assegno in mano di un milione e 700 mila euro per non perdere tempo. E ci sono Paesi come il Giappone che ha speso già 600 mila euro per realizzare l’Auditorium e ha confermato anche i 6 milioni di euro promessi per costruire un Palazzetto dello Sport nonostante nel frattempo abbiano avuto un sisma devastante anche loro. O i russi che hanno già speso 6 milioni per restaurare due edifici, hanno promesso in tutto 7 milioni e duecento ma se non dovessero bastare hanno già spiegato che possono arrivare senza difficoltà anche a nove milioni. Questione di stile e di promesse.

Simonetta: il fascino discreto della borghesia.

Simonetta Conti o, più confidenzialmente, Simonetta, cura una rubrica per “La Stampa”, edizione di Torino e del Nord Ovest, dal titolo Saper spendere. Il target è un pubblico che forse esiste sempre meno, una piccola borghesia di negozianti, impiegati, sottufficiali, ragionieri ed insegnanti, di persone bene educate che non rinunciano a qualche lusso, ma che spendono con attenzione e conservano con cura arredi, suppellettili e oggetti di famiglia. Simonetta si occupa di molte cose, festicciole, piccolo antiquariato, lavori in giardino, arredamento e, naturalmente, di cucina, spesso su sollecitazione di un pubblico affezionato di lettori che le scrive chiedendo consigli oppure offrendo soluzioni e ricette gastronomiche. Per le risposte Simonetta si affida spesso ad esperti che quasi mai risultano evasivi.
La linea che Simonetta segue si potrebbe ben dire borghese anche in campo culinario. Non manca certo qualche richiamo a grandi chef, ai loro locali e alle loro trovate, ma sembrano esclusi i forti odori di fritto e di vinoso delle trattorie popolari e il più delle volte ci si affida a un mangiare tradizionale, pensato per persone anzianotte, con innovazioni prudenti e non troppo pesante, con ingredienti di qualità e non troppo cari.
A me generalmente le ricette di Simonetta piacciono (il fascino discreto della borghesia). Ho provato e trovato assai intrigante, per esempio, quella che segue, del 3 agosto scorso, un piatto estivo proposto da una lettrice mantovana, Patrizia Zanoni, che apprendo essere nota nel giro della rubrica per un suo speciale polpettone e che attribuisce al piatto una qualche ascendenza ebraica: «E’ un primo fresco, estivo, che ricorda un piatto della tradizionale cucina ebraica mantovana».
In questi giorni, finalmente, piove. Ma dicono che un po’ d’estate tornerà e i pomodori di settembre, non di serra, sono saporiti. La pietanza, sia che abbia sia che non abbia ascendenze ebraiche, risulterà più buona. Provare per credere. (S.L.L.)

Un primo fresco
Tagliare 300 g di pomodorini a piccoli pezzi, unire 10 foglie di basilico,1 spicchio d’aglio schiacciato (facoltativo), sale, pepe e olio d’oliva abbondante, lasciare macerare 2 o 3 ore in modo che i pomodori rilascino l’acqua. Lessare per 2 minuti 250 g di capelli d’angelo all’uovo, scolarli e mescolarli ai pomodori finché tutto il liquido è assorbito. Raffreddare. Consumare fredde, magari con una mozzarellina tagliata a cubetti.

Le ricerche del generale Dalla Chiesa

Emanuela Setti Carraro con il marito Carlo Alberto Dalla Chiesa
"Ho fatto ricerche su questo fatto nuovo: la mafia che uccide i potenti, che alza il mirino ai signori del Palazzo. Credo di aver capito la nuova regola del gioco, si uccide quando avviene questa combinazione fatale: è diventato troppo pericoloso ma si può ucciderlo perché isolato"
Carlo Alberto Dalla Chiesa

Intervista a Giorgio Bocca, "la Repubblica", 10 agosto 1982

New York, settembre 1912. La fine precoce di "Manette d'oro".

NewYork, Coney island, 1912
Fine agosto 1912: a New York è morto un curioso personaggio, un giovane (ex) milionario che faceva per hobby il poliziotto. Il 2 settembre "La Stampa" di Torino riprende la notizia da Londra e non manca di condirla con un pizzico di ironica irrisione delle "americanate". (S.L.L.)
La morte a New York d'un poliziotto volontario milionario
Londra, 1, mattino.
Telegrafano da New York. La città di New York ha perduto oggi una delle sue macchiette più note, il signor Irving Childs, il quale è morto all’età di 26 anni, dopo aver» consumato cinque milioni di franchi in uno spazio di cinque anni. Egli dissipò tutta la sua proprietà, per soddisfare alla mania di parere un grande e provetto detective. Childs si era fatto nominare deputato sceriffo della Polizia di New York. La nomina era puramente formale, ma tanto bastava per deciderlo ad ostentare ed a portare con sé un paio di manette d’oro ed una rivoltella, ugualmente d'oro, tempestata da gemme. Egli era conosciuto da tutti i “detective” e frequentemente, allorché dovevano fare qualche arresto senza importanza, il Childs dava una buona mancia a qualche “detective” che gli permetteva di arrestare in sua vece il delinquente. La più grande gioia che il Childs potesse provare era quella di afferrare il criminale per il petto e di dire a bruciapelo: “Vi arresto in nome della legge”. Quindi gli applicava le manette d'oro intorno al polsi. Chiunque si fosse impegnato a presentargli un proprio amico, come grande detective, già appartenente alla Polizia Internazionale di Londra, poteva avere da lui un prestito di danaro. Uno degli svaghi più favoriti del Childs era di prendere di tanto in tanto a pranzo dello ragazze di café-concerto e di offrire un considerevole premio a quella che avesse mangiato di più. Childs non rifiutò mai un prestito ad alcuna donnina, che non fosse brutta.

2.9.12

Intrighi in Vaticano. La successione (di Galeazzi & Grignetti)

La Stampa, a fine maggio, pubblicava un articolo di “quadro” in margine alle notizie sul “Corvo tra i Corvacci”, come qualcuno chiama l’accompagnatore del Papa, autore di rivelazioni sgradevoli per le gerarchie vaticane. Nel pezzo sul significato di questa vicenda e di altre manovre cardinalizie e prelatizie ragionavano Giacomo Galeazzi e Francesco Grignetti, il primo dei quali dispone in genere di buone fonti curiali, visto che molte sue indiscrezioni e previsioni hanno poi ottenuto conferma. Il titolo dell’articolo In gioco c'è la scelta del successore è peraltro molto esplicito e le fazioni in lotta sono indicate con una certa precisione. Mi pare pertanto che valga la pena riproporlo dopo qualche mese, proprio mentre i corvacci seppelliscono il gesuita Martini, odiato da molti di loro perché “liberale”. (S.L.L.)
Il papabile Angelo Scola, arcivescova di Milano
In gioco, come è di tutta evidenza, ci sono gli equilibri più delicati del Vaticano. E lo scontro che si va consumando dietro il Portone di Bronzo riguarda la posta più alta che ci possa essere: la scelta del prossimo Papa. Così la leggono, almeno, gli analisti più fini. Secondo una lettura condivisa anche dall’«intelligence» italiana, è in corso una guerra di posizione tra almeno due schieramenti l’un contro l’altro armati. Da una parte la vecchia guardia, la diplomazia della prestigiosa scuola di piazza della Minerva (Sodano, Sandri). Dall’altra il nuovo che avanza: Bertone e i suoi fedelissimi (Versaldi, Calcagno, Coccopalmerio, Bertello). Che le munizioni siano documenti segreti che finiscono ai media, poco conta. Resta il fatto che i vertici della Santa Sede stanno smottando, una casella alla volta. Tutti gli «infedeli» debbono essere cacciati, nessuno deve rimanere in sella. Prima il segretario generale del Governatorato, l’arcivescovo Carlo Maria Viganò. Poi il presidente dello Ior, Ettore Gotti Tedeschi.
Non è un mistero che nel mirino dei «corvi» ci sia ora il segretario di Stato, Tarcisio Bertone. Ieri il Pontefice ha esternato pubblica fiducia verso i suoi più «stretti collaboratori» proprio per puntellare la posizione del suo braccio destro. E’ la gestione bertoniana, però, che avrebbe scatenato la faida dentro la Curia vaticana. Un passo, in particolare. La nomina da parte del Papa di 22 nuovi cardinali nel concistoro del 18 febbraio. Erano mesi che se ne parlava nei corridoi del Vaticano. Ma quando si sono conosciuti i nomi, alla corrente ostile a Bertone è parso chiaro che gli equilibri nel Sacro Collegio stavano cambiando perché molti dei nuovi cardinali erano italiani e molti quelli considerati di osservanza bertoniana. E così un intellettuale cattolico che parla chiaro come lo storico Alberto Melloni spiegava fuori dai denti: «Ormai lo hanno capito anche i sassi, è dentro il cuore del potere curiale che si addensa il grosso delle tensioni e delle insoddisfazioni».
Certo, nel collegio cardinalizio la componente italiana è molto forte, ma da che mondo è mondo i cardinali non hanno mai votato guardando alla bandiera. Gli italiani hanno perso il conclave nel ‘78 e nel 2005 non perché fossero pochi ma perché erano divisi. La maggioranza nel prossimo conclave, dunque, è la vera posta in gioco. Ovvero gli equilibri tra le diverse cordate.
Il tutto in vista di una scadenza che è nella natura delle cose, considerando che Benedetto XVI ha compiuto 85 anni. L’accenno di ieri all’adempimento del suo ministero conferma che Benedetto XVI non ha la benché minima intenzione di dimettersi. Una proposta che il direttore del «Foglio» Giuliano Ferrara, tra gli altri, è tornato a prospettare in questi giorni. «Elucubrazioni giornalistiche», l’ha liquidata il portavoce vaticano Federico Lombardi. Lo stesso Ratzinger, peraltro, non aveva escluso l’ipotesi di dimettersi, nel libro-intervista Luce del mondo, qualora non fosse più in grado di guidare la Chiesa per impossibilità fisica, psicologica o spirituale, ma aveva precisato che un comandante non lascia la nave nei momenti di difficoltà.
Intanto si annuncia ormai un nuovo concistoro, che si dovrebbe tenere a dicembre e che qualcuno Oltretevere chiama «di risarcimento» perché dovrebbe ristabilire gli equilibri destabilizzati dall’ultima infornata di porporati. Anche gli episcopati nazionali manifestano malumore per la sproporzione tra capidicastero premiati con la berretta cardinalizia e Chiese locali sottorappresentate nel Sacro collegio.
La tempistica della fughe di documenti fa pensare ad un piano predefinito, ma resta da vederne gli effetti. Quanto la «guerra dei veleni» all’interno della Curia romana può accrescere o diminuire le chance di ascesa al Soglio di Pietro di un candidato italiano dopo due pontefici stranieri? Uno scenario sotto osservazione dell’«intelligence» soprattutto da quando un papabile italiano (l’arcivescovo di Milano, Angelo Scola) è in pole position per la successione. «Il Papa non è fuori dalla disputa, alla fine farà giustizia ed emergerà chiaramente chi avrà vinto e chi avrà perso in questa contesa», assicura un cardinale «mediano» tra le due fazioni in lotta. La commissione cardinalizia non fa sconti, tiene «audizioni» con monsignori e porporati, riferisce personalmente al Pontefice ciò che di più grave emerge. L’attenzione è focalizzata in particolare su un cardinale di Curia di lungo corso.
«I cardinali rispondono al Papa, se ci sono problemi seri che riguardano un cardinale sicuramente dev’essere coinvolto - spiega padre Lombardi -. Non può dipendere dal capo della Gendarmeria o dal magistrato inquirente se interrogare o meno un cardinale». La commissione d’inchiesta raccoglie testimonianze e informazioni su Vatileaks, ma è tutt’altro che risolta anche la partita-Ior. Nel «direttorio» della banca del Papa, i cardinali Nicora e Tauran hanno chiesto chiarimenti sulla sfiducia a Gotti Tedeschi. «Non poteva restare presidente: faceva scenate in consiglio e trattava male gli altri componenti laici del board», spiega un banchiere vicino a Bertone. Se l’orizzonte ultimo è il conclave, la tappa intermedia è la segreteria di Stato. A dicembre Bertone compie 78 anni e il Papa potrebbe sostituirlo per pacificare la Curia. A seconda se al suo posto andrà il ministro degli Esteri Mamberti (continuità) o Sandri (cambio di direzione) si capirà quale fazione ha avuto la meglio.

"La Stampa", 31 maggio 2012

San Benedetto, pesce e brodetto

Mercato ittico di San Benedetto del Tronto. L'asta del pesce.
In un "itinerario" slow food  per le vie e il lungomare di San Benedetto del Tronto Gianni Ranieri, con suggestive metafore sembra trasferire in una ideale America la cittadina marchigiana. Del pezzo, nel complesso pregevole, riprendo la parte finale, più corposa e gustosa. (S.L.L.)


D'accordo: di mercati del pesce è piena la penisola. Ma, se non l'avete già conosciuto, date un migliaio di occhiate a «questo» Mercato del pesce all'ingrosso che è il più importante d'Italia, costruito nel 1886, rimodernato nel 1936 non dall'ingegner Onorati perché l'avrebbe progettato e preteso delle stesse misure dell'intero porto di New York, e ristrutturato nel 1997 dopo i bombardamenti dell'ultima grande guerra nel suo primitivo stile pompeiano. Veniteci alle 4 del mattino, assistete all'asta delle 4,30, muovetevi tra le cassette tutte guizzi e colori. Una Broadway ittica. Protagonisti, tra moltissimi attori a pinne e squame, triglie, moscardini, scampi e naselli. E passare dalle meraviglie del mercato ittico alle 300 e passa imbarcazioni da mare Mediterraneo e da oceano; saltare dal |monumento del pescatore trombettiere al monumento del gabbiano Jonathan Livingston, perché c'è anche la creatura di Richard Bach sulla passeggiata del molo Sud; slanciarsi dalle triglie e i naselli al celeberrimo Brodetto I è question d'un istante, come avrebbe scritto Emilio Salgari, se si fosse trasferito dai Misteri della giungla nera ai misteri della Zuppa sanbenedettese.
Il Brodetto ha molte, troppe, varianti e ormai nelle Marche ognuno lo fa a modo suo. Ma la versione di San Benedetto è quella originale, e su di essa vegliano impugnando il mattarello come arma di dissuasione e difesa, le nonne ubicate in quella parte della città non sedotta dai piani logistici dell'ingegner Onorati.
Il vero Brodetto abbisogna, oltre che di pesci, di pomodori verdi - che siano verdi e di nessun altro colore! - e di peperoni ai quali è consentito, anzi è richiesto, d'essere a corno giallo e rosso. L'aceto di vino bianco, unendosi ai pomodori e ai peperoni, darà il via all'ingresso trionfale di seppie, polpo, coda di rospo, scorfano, rana pescatrice, triglie, palombo a fette, gattuccio, razza, occhiata e merluzzo. E non vi salti in testa, una volta impadellato e posto sul fornello il tutto, rispettando il tempo di cottura e quindi il turno dei vari ingredienti dal più duro al più morbido, di mettervi a lavorar di mestolo. Guai, vi becchereste un colpo di mattarello sul groppone. Il Brodetto deve compiersi nell'immobilità. Su, a tavola.

"La Stampa", 31 maggio 2012 

Fiori per 45 milioni esportati nel 1937 ("La Stampa", 9 aprile 1938)

Anni Trenta del 900. La raccolta dei garofani nei dintorni di Sanremo
Roma, 7 aprile 1938
In occasione della Mostra erboristica organizzata presso la quarta biennale di floricoltura dalla Federazione fascista del commercianti di fiori, prodotti erboristici e affini, ha avuto luogo una riunione del Consiglio direttivo della Federazione stessa che si è soffermato in particolare sulla situazione della nostra esportazione floreale, constatandone il progressivo aumento.
Preso atto dei 45 milioni di lire di prodotti floricoli e dei 17 milioni di prodotti erboristici inviati all'estero nel 1937, il consiglio ha ritenuto opportuno richiamare ancora una volta l’attenzione delle categorie sul comandamento «esportare», onde siano superate anche nel 1938 le cifre precedenti, nonostante che la fortissima ondata di gelo abbia distrutto nel gennaio scorso milioni di fiori e ridotto le disponibilità della merce atta all'esportazione. Il Consiglio ha rilevato inoltre i buoni risultati degli accordi stipulati con le associazioni degli importatori svizzeri di fiori, nonché l’utilità, dimostratasi alla prova dei fatti, dell'accordo economico per le tariffe dell'esportazione dei fiori in Gran Bretagna.

Maigret, il detective senza idee (di Massimo Raffaeli)

«Io non penso mai», oppure «Io non tiro conclusioni», o anche «Io non ho mai idee».
Le storie del commissario Maigret sono costellate di simili dichiarazioni, che, pronunciate nella patria di Cartesio, costituiscono un vero e proprio paradosso. Maigret è infatti un individuo del tutto sprovvisto di immaginazione dialettica e di estro deduttivo. Pesante, schermato da un'opacità che può sembrare bovina, egli passa il tempo a ruminare sensazioni piuttosto che a pensare. Pare stia meditando ma in realtà è perduto in una congestione psicofisica che lo stringe allo stomaco, gli martella le tempie e, d'inverno, si annuncia con tremendi raffreddori di testa. Vale ricordare che tra la notitia criminis e la risoluzione del caso trascorrono di regola due o tre giorni, i quali sono infatti scanditi da torpide sedute al bistrot (con cicli progredienti di birra tiepida, cognac, calvados) ovvero da sprofondamenti nella poltrona del suo ufficio al quai des Orfèvres, cui si alternano peraltro fulminee sortite sui luoghi del delitto. Lì è come si immergesse, volta a volta, dentro una pienezza sinestetica che si sprigiona preferibilmente da un sentore, da un odore. Maigret ha bisogno di assaporarlo e metabolizzarlo sino in fondo, prima di entrare in azione.
Ciò significa che prima d'essere un detective (nulla gli è più distante dell'algida teoretica di un Poirot) il commissario è, alla lettera, un semiologo: compiacendo virtualmente il metodo che fu di Aby Warburg ed è di Carlo Ginzburg, il suo paradigma indiziario necessita in effetti del dettaglio concreto, di una minima deiezione del quotidiano o traccia fisica che sia, per rendersi efficace. (Che Maigret abbia studiato da giovane semeiotica medica non è un mistero per nessuno: nella biografia vagheggiata da Georges Simenon, nel 1907 Jules, ventenne orfano di entrambi i genitori, si vede costretto a interrompere gli studi presso la facoltà di medicina dell'Università di Nantes e a trasferirsi a Parigi ove presto si arruola nella polizia). Nemmeno è un caso che Simenon associasse il suo personaggio prediletto alla pazienza lenticolare dei pittori fiamminghi, e lo definisse anzi, per la capacità di isolare i dettagli, «un fiammingo minore».
Tuttavia Maigret ha bisogno che trascorra del tempo per compulsare/introiettare il dettaglio primario e connetterlo via via ai dettagli successivi: perciò sprofonda volentieri nel dormiveglia, traffica con la pipa che non vuole accendersi, e sembra abbuiarsi in un fosco ruminare i cui soli sintomi sono gli sbuffi, di noia o rabbia costipata, i cicchetti propinati al fedelissimo Lucas e la densa traspirazione che per regola alona alle ascelle le sue grisaglie un poco anacronistiche. È a tale stadio di semivacuità e presunto vuoto che tornano, affiorando alla stregua di grumi, i dati parziali che, a loro volta, compongono il totale, cioè ridisegnano in emblema l'evento delittuoso trascorso. Maigret non deduce nulla; viceversa, il suo penare e vano almanaccare vengono ricompensati di colpo dall'intuizione, o meglio da un'illuminazione che ha qualcosa dell'istantanea zen. Lo scopo infatti non consiste per lui in un astratto conoscere, quanto in un etimologico «comprendere», quasi nel ri-vivere o comunque nel ri-vedere quel che fino a un attimo prima sembrava privo di figura complessiva e perciò chiuso nel geroglifico dei dettagli irrelati. Maigret sarà pure un borghese malinconico, un liberale totalmente disincantato, ma c'è da giurare avrebbe sottoscritto la massima di Lenin secondo cui è inutile vedere migliaia di alberi ignorando cosa sia una foresta, come avrebbe condiviso la dottrina dell'unico collega che in letteratura gli somigli, anche nella sonnolenza e nel vestire ordinario, don Ciccio Ingravallo del Pasticciaccio, ubiquo ai casi e nemico giurato, in criminologia, delle ipotesi schematiche e monocausali: «Sosteneva, fra l'altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l'effetto che dir si voglia d'un unico motivo, d'una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero che alla romana vuol dire gomitolo». In ciò le vicende del commissario si somigliano tutte e assumono cadenza persino obbligata, fatale: basti leggere adesso Maigret, Lognon e i gangster (traduzione di Laura Frausin Guarino,) e Maigret e la Stangona (traduzione di Emma Bas, pp. 163), i titoli più recenti dell'ottima collana di Adelphi «Le inchieste del commissario Maigret» (a cura di Ena Marchi e Giorgio Pinotti), che lo ripropone in integrale e in versioni accurate, così liberandolo dalla veste (certo classica, ma un po' troppo grigia e stazzonata) dei vecchi Oscar Mondadori. Rispettando il cursus cronologico (Simenon dedicò a Maigret settantasei romanzi e ventisei racconti, editi fra il 1931 e il 1972) entrambe le storie risalgono alla piena maturità di genere, 1951, e furono scritte, come sempre in poco d'ora, nell'oasi americana di Lakerville, in Connecticut: l'una si connette a un intrigo internazionale che fa emergere la vena più domestica (e un filino, magari, sciovinista) di Maigret, l'altra invece si legge come una storia sua tipica, di borghesia parigina crassa e ipocrita che nasconde i propri delitti in un villino-bene dalle parti di Neuilly. È nel primo dei due romanzi che, a un certo punto, Maigret svela la sua metodica paradossale, vale a dire la smaniosa sofferenza che prelude alla folgorazione zen: «Non dormiva, però. Aveva caldo, e gli sembrava di avere un po' di febbre. Con gli occhi socchiusi, cercava di riflettere, ma la sua mente si annebbiava e ogni pensiero si concludeva invariabilmente con la stessa affermazione: 'Li inchioderò!' Come ci sarebbe riuscito, era un'altra faccenda. A dire il vero non ne aveva la minima idea, ma poche volte in vita sua era stato così deciso a risolvere un caso».

“alias”, 6 settembre 2003

La filosofia di don Ciccio Ingravallo, commissario (di Carlo Emilio Gadda)

«Sosteneva, fra l'altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l'effetto che dir si voglia d'un unico motivo, d'una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero che alla romana vuol dire gomitolo».

Da Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana, Garzanti,

1.9.12

Capperi! (di Paolo Pejrone)

Riesce a crescere nei terreni più poveri e improbabili, talvolta affonda le sue radici nei muri, il cappero è pianta rustica e povera: è figlia del poco, quasi del nulla. E riesce a far miracoli: i suoi fiori profumati, leggeri e bellissimi (che aspettano la notte per aprirsi) sono tra i pochi segni di vita che le terre aride e sassose quasi bruciate dal sole, regalano d'estate. Tutto si deve alle sue speciali radici che sensibili ed intelligentissime riescono ad insinuarsi nelle crepe dei muri vecchi e porosi d'una volta.
Pochi arbusti sono così mediterranei e generosi e, nello stesso tempo, misteriosi: sono piante molto conosciute ma raramente coltivate, spesso interpretate dai «si dice» a cominciare dalla antichissima leggenda del fico. Si tramanda di come fosse indispensabile che un frutto di fico contornasse il seme fresco del cappero (a suo futuro sostegno e nutrimento) quando conficcato nelle fessure profonde dei vecchi muri. Vuole il sole pieno e ama le rifrazioni forti ed i suoi bollori, gode delle bruciature degli arroventati mezzogiorni d'estate ed ugualmente sopporta le notti gelate (simili a quelle dell'inverno scorso). Per chi ne volesse sapere di più può essere di grande aiuto Il cappero, il piccolo libro edito da Edagricole nel 2001, scritto dall'attuale assessore all'ambiente al comune di Palermo, l'appassionato e serio professore Giuseppe Barbera.
Qui da noi, in Piemonte, a differenza di allori ed ulivi, i capperi, imperturbabili, hanno iniziato da poco tempo la loro abbondante e bellissima performance estiva di foglie, boccioli, fiori e semi. Come tutti gli anni. Bellissimi e in pieno fiore, addirittura esagerati nell'abbondanza (e nell'eleganza), sono quelli che crescono sugli spalti del castello di Passerano nell'astigiano, o quelli di due differenti varietà dell'arcipelago dei Galli, vicino a Positano. O a quelli ancora famosi ed apprezzati di Salina e Pantelleria, la vera Rhur del cappero, il posto privilegiato per ottime ed antiche coltivazioni. E ottimi prodotti. Ogni muro a secco ben esposto d'Italia, sotto i 500 metri di altitudine, in teoria potrebbe diventare una ripida palestra di bellezza e di bontà.
Anche se sembra parte di antiche favole, è pur sempre curioso (e pare assodato) il matrimonio tra le lucertole e i semi del cappero, unione, a detta di Giuseppe Barbera, antica e provata.
I semi, avvolti da uno zuccherino e scurissimo miele, pare (io onestamente non l'ho mai visto consumarsi) s'incollino alla ruvida pelle del ventre delle lucertole che passeggiando tra buca e buca a caccia di insetti (e insinuandosi con accortezza) sembra possano rilasciare gli stessi semi negli anfratti più reconditi (e adatti).
Non va dimenticato come le piante di cappero amino (appassionatamente) il terreno calcareo della nostra penisola, quello stesso che fa felice sia le viti sia le rose. Con intelligenza e caparbietà ultimamente si è anche riusciti a moltiplicare nuove piccole piante in vaso…
Non deve sorprendere come quei quattro capperi che spesso vediamo sui piatti della cucina mediterranea abbiano dietro di sé una lunga storia: una vera e faticosa odissea fatta di sole, secco, radici, rovine, sassaie e sale. E soprattutto di fiera e dignitosa povertà.

“La Stampa”, 3 agosto 2012

Alberti pittore. Una vita in bilico tra colori e inchiostro


Rafael Alberti, Colores
Non solo letterato e poeta, Rafael Alberti in realtà ha esordito come pittore nell'ambito delle avanguardie europee, mixando linguaggi diversi, quali cubismo, astrattismo e surrealismo. E come scrittore - una svolta precoce nella sua vita, l'anno spartiacque è il 1923 - non ha mai dimenticato l'altra sua anima «cromatica». Tanto da dedicare alla pittura stessa (era il '45) una raccolta di poemi: tre per i materiali, sei per i colori, nove per le tecniche e 29 per gli artisti da Giotto a Picasso (con cui ebbe un'amicizia strettissima, nel 70 comporrà per lui Gli otto nomi di Picasso). A studiare l'arte, Alberti aveva cominciato nel '17, quando con la famiglia si era trasferito a Madrid e già nel '22 aveva esposto i suoi lavori - in bilico tra composizioni ordinate e sfaccettatura surreal-cubista - all'Atheneum di Madrid. Poi il suo nome finisce al fianco di Gris, Dalì, Bunuel, Lorca: un'arena politica che combatteva con le idee i barbarismi correnti. Nel '39, quando si «esilierà» in Argentina, la pittura tornerà in prima linea come unica fonte di sostentamento. Un'arte particolare la sua, che intrecciava disegno e scrittura in una serie di «liricografie». E quello stile ebbe grande influenza sulle nuove generazioni di artisti argentini. Più tardi, nella sua Noche de guerra en el Museo del Prado ('56), il museo per antonomasia si trasformerà in un simbolo dell'innocenza e della cultura da contrapporsi all'inciviltà della guerra.

“il manifesto”, venerdì 29 ottobre 1999

Rafael Alberti. Il cantore del mare di Cadice (di Luigi Giuliani)

Artista poliedrico, Alberti,
dopo una lunga militanza nel partito comunista,
era stato costretto all'esilio
in Argentina e in Italia

Una poetica della memoria
sempre tesa alla semplicità
e alla musicalità del verso
in una continua ricerca
di profonde emozioni

Rafael Alberti è morto nella notte di ieri nella sua casa andalusa del Puerto de Santa Maria (Cadice) che lo vide nascere quasi novantasette anni fa. L'enorme commozione che ha provocato in Spagna la notizia della scomparsa del poeta è spiegabile non solo con la grande popolarità dei suoi versi, ma soprattutto per il luogo speciale che egli occupa nella memoria collettiva di questo secolo ormai agli sgoccioli. Per molti spagnoli l'immagine di Alberti è e sarà per sempre quella di un anziano dai lunghi capelli bianchi, sorridente, che scende la scaletta di un aereo il 27 aprile 1977 ed è accolto da migliaia di persone all'aeroporto madrileno di Barajas, al ritorno di un esilio di quasi quarant'anni. E poco più tardi, il 13 luglio dello stesso anno, di nuovo i capelli bianchi di Alberti - e quelli altrettanto candidi di Dolores Ibàrruri, la Pasionaria - si stagliavano sullo sfondo scuro del tavolo centrale della Camera spagnola quando entrambi presiedono, in qualità di deputati più anziani, la seduta inaugurale del primo Parlamento eletto democraticamente del dopoguerra.
Nato nel 1902 da una famiglia borghese di lontane origini italiane, sin da giovane rivela una forte sensibilità artistica che sembra spingerlo inizialmente verso la pittura. Nel 1917, trasferitosi a Madrid con la famiglia, scopre le meraviglie della pinacoteca del Prado, dove passa estasiato ore e ore intento nello studio e la copia di Goya, Velàzquez, Murillo... Ma nella Madrid degli anni Venti si sta forgiando una generazione eccezionale di poeti: Garcia Lorca, Pedro Salinas, Gerardo Diego, Vicente Alexaindre, Jorge Guillén, Dàmaso Alonso. E' la Generazione del '27, così chiamata dall'atto commemorativo del terzo centenario della morte del poeta barocco Luis de Góngora, da essi stessi organizzato e tenutosi appunto nel 1927 a Siviglia. Alberti aveva già pubblicato la raccolta Marinero en tierra (1925), per la quale aveva ottenuto il Premio Nazionale di Letteratura. Il libro appare solcato da immagini luminose: il sole, il mare del golfo di Cadice, un'anelito di libertà che si traduce nella straordinaria semplicità e musicalità del verso, alla ricerca di emozioni profonde e ritmi tradizionali che sembrano accostarlo al Lorca di Romancero gitano.
All'insorgere di una profonda crisi spirituale è dovuta l'apparizione di Sobre los àngeles (1929), e la crisi del poeta è anche quella del momento storico. Siamo sul finire della dittatura militare di Primo de Rivera. Di lì a poco (1931) un referendum provocherà la caduta della monarchia. La proclamazione della Seconda Repubblica coglie Alberti in piena svolta ideologica. L'anno precedente aveva conosciuto Maria Teresa Leon, che sarebbe poi diventata sua moglie e che fu decisiva nella sua scelta di aderire al Partito Comunista. Comincia un periodo di viaggi all'estero (Parigi, l'Unione Sovietica, Amsterdam, New York, Cuba, il Messico) che non alterano i ritmi della sua produzione poetica, sempre più marcata dall'impegno politico (Consignas, 1933; Un fantasma recorre Europa, 1933; Sermones y moradas, 1935; Yo era un tonto y lo que he visto me ha hecho dos tontos, 1935), a cui affiancherà anche lavori dramaturgici El hombre deshabitado, 1931).
Lo scoppio della guerra civile sorprende Alberti e Maria Teresa a Ibiza. I due si nascondono per giorni in una grotta e fuggono poi dall'isola con l'aiuto di alcuni pescatori. Giunti sulla penisola, si mettono subito al servizio della Repubblica svolgendo un'intensa attività culturale, aderendo all'Al-leanza degli Intellettuali Antifascisti. Durante l'assedio di Madrid da parte delle truppe franchiste, ad Alberti viene affidato il compito di mettere al sicuro dai bombardamenti i quadri del Prado.
Nel '39, con la sconfitta della Repubblica, Alberti e Maria Teresa abbandonano il Paese come migliaia di altri repubblicani. Dopo un soggiorno iniziale a Parigi, considerato il clima prebellico che si respira in Europa, i due si imbarcano per Buenos Aires. Rimarranno in Argentina per ventiquattro lunghi anni, in cui la vena poetica di Alberti si vedrà rafforzata dalla tematica dell'esilio: la raccolta poetica più significativa di questo periodo, Baladas y canciones del Paranà (1953), segna un ritorno alla semplicità delle immagini, ispirate dal paesaggio della Patagonia e venate di melanconia. Si tratta, in gran parte, di una poetica della memoria, che, sul versante teatrale, raggiunge il suo apice con Noche de guerra en el Museo del Prado (1956).
Nel '63 Alberti e Maria Teresa si stabiliscono in Italia, dove trovano quasi una seconda patria. A Roma abitano prima in Via Monserrato, nei pressi di Campo de' Fiori, per poi trasferirsi a Trastevere, in via Garibaldi. I due esuli sono accolti a braccia aperte dal mondo della cultura di sinistra: Pasolini, Giorgio Petrocchi, Sciascia, Gassman, fra gli altri, frequentano la casa di Alberti, che è diventata ormai un punto di riferimento e di incontro degli antifascisti spagnoli all'estero. E Roma segna anche l'inizio di una nuova stagione poetica. Con Roma, peligro para caminantes (1968), Alberti torna al sonetto, alle forme classiche, guidato dalla «scoperta» della poesia del romanesco Giuseppe Gioachino Belli, e riallacciandosi alla grande poesia barocca spagnola: egli, definendosi «figlio del mare di Cadice, / nipote di Lope, Góngora e Quevedo», non è più solo un rifugiato politico, ma anche l'ambasciatore di una tradizione letteraria secolare.
Dalla sua casa di Trastevere, l'anziano Alberti segue le vicende della politica spagnola senza smettere di comporre (Los ochos nombres de Picasso, 1970; Canciones del Alto Valle del Aniene, 1972) e attendendo la possibilità di tornare in patria. Eppure alla morte del generale Franco (1975), preferisce attendere fino al consolidamento della fase di transizione alla democrazia. E giunge il '77, l'anno del ritorno e della sua elezione come deputato per il Pce. Alberti è ormai un simbolo. Egli stesso se ne rende conto e rinuncia al seggio tre mesi dopo la sua elezione: non vuole fare della politica la sua professione e poco a poco va preparando il suo ritiro dorato nel suo paesino natale. Sa scegliere quali premi accettare e quali rifiutare. Se nel 1965 era stato insignito del Premio Lenin per la Pace del 1965, nel 1983 riceve il Premio Cervantes per la letteratura (il «Nobel» spagnolo), ma respinge l'invito a entrare nella prestigiosa Real Academia de la Lengua («Come potrei? Commetto un sacco di errori di ortografia quando scrivo!», obiettava). Nel 1988 muore Maria Teresa Leon, e Alberti si sposa con Maria Asunción Mateo, una studiosa di letteratura molto più giovane di lui. Gli ultimi anni non si muoveva più dal Puerto de Santa Maria, ma era sempre pronto a ricevere le innumerevoli persone che volevano vedere con i propri occhi quel frammento di storia vivente che Alberti ha rappresentato per la Spagna.

il manifesto Venerdì 29 Ottobre 1999

A Gabrielle d'Estrées, 10 febbraio 1593. Una lettera d'amore di Enrico IV.

In una noterella qui postata ho dato notizia delle lettere d’amore di Enrico IV, re di Navarra e poi di Francia e ne ho scelta una, brevissima, a mo’ di esempio.
Qui ne riprendo un’altra dall’aureo libretto che le contiene, tra quelle dirette all’amatissima Gabrielle d’Estrées, che gli diede tre figli e fu vicinissima a sposarlo. Per i particolari rinvio al post dell’anno scorso (S.L.L.)
Gabrielle d'Estrées au bain
Non so quale fascino abbiate usato, ma non ho mai sofferto una vostra assenza con tanta impazienza come questa volta; mi pare che sia già un secolo che sono separato da voi. Non dovreste fare altro che sollecitare il mio ritorno. Ogni mia vena, ogni muscolo mi rammentano in ogni momento la felicità di rivedervi, e non ve n'è che non mi faccia sentire il dolore della vostra assenza. Credete, mia sovrana, l'amore non mi violentò mai a tal punto. Confesso di avere ogni motivo per lasciarmici trasportare, e l'ingenuità con cui lo faccio testimonia la sincerità del mio sentimento, poiché sono certo che voi non ne dubitate…
Salto a cavallo e vado a mangiare a Beaugency. Se Monsieur de Guise ha lasciato Orléans, domani ci vedremo. Mio tutto, amatemi molto.
Ti giuro, amore mio bello, che durante tutto il viaggio, i miei occhi vedranno solo quanto sarà necessario per potervi raccontare ciò che accade là dove passerò. Questo viaggio ritarderà di tre giorni il mio ritorno.
Buongiorno, mia sovrana. Bacio un milione di volte le vostre belle mani.

Da Marchenoir, il 10 di febbraio.
Henry

"Conferenza stampa". Un testo teatrale di Harold Pinter

Ho trovato su un “manifesto” del 2002, presentato da Gianfranco Capitta, questo breve e intenso testo di Harold Pinter, ambientato non si sa dove. So che è stato con successo presentato dalla scuola di Renato Carpentieri, a Napoli. Lo lascio qui a disposizione mia e di altri.


Errata corrige (13-3-2013)
In realtà - lo apprendo da un informato visitatore del sito, che ringrazio - lo spettacolo, comprendente anche altri studi su testi di Pinter, non fu realizzato a Napoli, ma a Salerno presso il Centro Universitario Teatrale, con la regia di Antonello Cossia e la direzione artistica del Maestro Renato Carpentieri. (S.L.L.)
Vincenzo Triggiano in "Conferenza stampa"
STAMPA
Dunque prima di diventare Ministro della Cultura lei era a capo dei servizi segreti.

MINISTRO
Esatto.

STAMPA
Non trova che ci sia una qualche incongruenza fra questi due ruoli?

MINISTRO
Assolutamente no. Come capo dei servizi segreti la mia responsabilità, nello specifico, era quella di proteggere e salvaguardare le nostre radici culturali contro tutte le forze che miravano a distruggerle. Dovevamo difenderci dal verme. Cosa che facciamo tuttora.

STAMPA
Il verme?

MINISTRO
Il verme.

STAMPA
Qual era la sua linea politica nei confronti dei bambini quando era ancora a capo dei servizi segreti?

MINISTRO
Ovviamente, se erano figli di sovversivi, erano considerati una minaccia.

STAMPA
E qual era la prassi?

MINISTRO
Li confiscavamo e cercavamo di educarli come si deve o se no li uccidevamo

STAMPA
Come li uccidevate? Cioè in che modo?

MINISTRO
Spaccando l'osso del collo.

STAMPA
E con le donne?

MINISTRO
Stupro. Faceva parte del programma di rieducazione. Un programma culturale.

STAMPA
In base a quale proposta?

MINISTRO
Una proposta fondata sul rispetto della legge e delle sue norme.

STAMPA
Come si pone di fronte a questo suo nuovo ruolo?

MINISTRO
Il ministro della cultura ha gli stessi obblighi del capo dei servizi segreti. Noi riteniamo sia giusto avere un atteggiamento sano, energico e allo stesso tempo morbido nei confronti delle nostre radici culturali e degli obblighi che comportano. Obblighi che sottostanno naturalmente alle priorità del libero mercato.

STAMPA
E per quanto riguarda il dissenso?

MINISTRO
Approviamo il dissenso, crediamo in uno scambio versatile ed energico, confidiamo nella fecondità.

STAMPA
E il dissenso attivo?

MINISTRO
Potremmo accettarlo... purché rimanga tra le quattro mura. Io dico sempre... lasciatelo a casa. Sotto al letto. Accanto al vaso da notte.
Ride
Al suo posto.

STAMPA
Ha detto nel vaso da notte?

MINISTRO
Badi a come parla se no nel vaso da notte ci finisce la sua testa.
Ride. Ridono entrambi.
Cercherò di essere più chiaro. Abbiamo bisogno del dissenso, perché questo ci mantiene vigili. Ma non vogliamo sentirlo al mercato o per strada o nelle piazze delle nostre belle città. Né tantomeno nelle nostre autorevoli istituzioni. Finché i dissensi rimangono tra le quattro mura a noi stanno bene, vorrà dire che ogni tanto andiamo a tirarli fuori da sotto al letto, li leggiamo e li discutiamo con l'autore, al quale, a seconda del caso, diamo una pacca sulla spalla, una stretta di mano oppure un calcio in culo o nelle palle e poi di quei dissensi facciamo un bel falò. E' così che intendiamo difendere la nostra società dalle contaminazioni. Ma ce sempre spazio per i pentimenti, le confessioni e i patteggiamenti.

STAMPA
Perciò ritiene che questo suo nuovo ruolo di Ministro della Cultura sia altrettanto dinamico e produttivo.

MINISTRO
Molto produttivo. Vede, noi crediamo nella bontà innata di Tizio e Caio. E la vogliamo proteggere. Vogliamo proteggere quella bontà, proprio quella di Tizio e Caio Lo riteniamo un obbligo morale. E' nostra precisa intenzione tutelare dalla corruzione e dalla sovversione con tutti i mezzi di cui disponiamo.

STAMPA
Grazie signor Ministro per le sue parole sincere.

MINISTRO
Il piacere è tutto mio. Posso dire un'ultima cosa?

STAMPA
Ma certo. Sì. La prego. Sì!

MINISTRO
La nostra filosofia è… ogni lasciato è perso.
Grazie!

Applausi. Il ministro esce salutando con la mano.


“il manifesto”, 10 febbraio 2002
Traduzione di Alessandra Serra

Il sogno del Papa (di Émile Zola)


Il ritratto di Zola dipinto da Edouard Manet
in un francobollo della Repubblica del Rwanda
«Gli uomini del Vaticano fanno, prima di tutto, della politica. Molti sono cattolici sinceri. Quando hanno compiuto i loro doveri religiosi, mettono il buon Dio in disparte, e per la sua maggior gloria si danno a tutte le loro combinazioni. A Roma ciò che appare subito è la politica. La religione non è che il pretesto. Ora, qual è questa politica? Roma è, prima di tutto, il paese della tradizione. Il Papa non è che il continuatore dei Cesari, come il Sacro Conclave è il continuatore del Senato romano. Augusto è il grande antenato: egli era ad un tempo Imperatore e Pontefice massimo. Il sogno di ogni Papa è ridiventare Imperatore, pur restando Pontefice. È per questo che tutti hanno lottato disperatamente per conservare quel lembo di territorio che era la consacrazione del loro potere temporale».

Da un’intervista a "Le Matin", ripresa da “La Stampa”, 2 agosto 1895

Al cittadino non fare sapere...

Lo svuotamento progressivo della democrazia rappresentativa si accompagna sempre più con l’esistenza e la tetragona difesa degli arcana imperii, con i segreti del potere, politico, economico o militare, l’indicibile che si pretende di sottrarre al sistema dell’informazione al di là delle “trasparenze” da “casa di vetro” che di tanto in tanto si continua a propagandare.
Uno dei momenti che hanno reso evidente nel mondo intero questo processo di opacizzazione del potere, di sottrazione di conoscenza pubblica è in Italia l’indagine e il dibattito sulla cosiddetta trattativa “Stato-mafia”, ove la parola d’ordine lanciata da tanti, da Scalfari a Cicchitto, è “il cittadino non deve sapere”. A livello mondiale una manifestazione di questa tendenza è stata l’eclatante reazione all’attività di Wikileaks, culminata un paio di settimane fa, nel tentativo del Regno Unito di togliere definitivamente la libertà al suo fondatore al costo di uno scontro durissimo con l’Equador.   
Come non di rado capita, il nostro quotidiano comunista, prova a leggere negli eventi più clamorosi di ogni giorno meno i processi che investono il mondo globalizzato dal capitalismo finanziario e dalla suo crisi. Così sul “manifesto” del 17 agosto Benedetto Vecchi, che qui riprendo, perché mi pare che le sue riflessioni durino nel tempo e ci rendano più consapevoli degli imminenti, duri attacchi alla Rete e alle sue potenzialità democratiche. (S.L.L.)

Il nemico pubblico del segreto di stato
Benedetto Vecchi
Il braccio di ferro tra Londra e Quito ha una rilevanza che va ben al di là della sorte di Julian Assange. La posta in gioco, infatti, è la possibilità o meno che la Rete possa essere un medium per un'attività giornalistica al di fuori delle grandi corporation dell'informazione. In fondo Wikileaks ha svolto, nelle forme che ha deciso più opportune, di diffondere informazioni che avevano una indubbia rilevanza pubblica.
La messa on line del video e dell'audio relativi all'uccisione di alcuni civili iracheni da parte di militari statunitensi, la pubblicazione dei cablogate delle ambasciate statunitensi al dipartimento di stato, ma anche la diffusione di materiali che testimoniavano episodi di corruzione di questa o quella multinazionale sono state azioni che attengono appunto ad una normale attività informativa, giornalistica. In fondo, i media dovrebbero avere questo compito, cioè rendere pubblico ciò che il potere vuol tenere celato all'opinione pubblica. Sarebbe questa infatti la mission dei media. A sostenerlo non sono mediattivisti radicali, bensì le costituzioni liberali di mezzo mondo. Poco importa se alcuni dei materiali arrivati a Wikileaks fossero «segreti», cioè resi top secret dagli Stati uniti. Quando un giornale entra in possesso di notizie scottanti dovrebbe sempre pubblicarli. Così, non è stato e quel compito è stato dunque svolto da Wikileaks e Julian Assange. L'accanimento degli Stati Uniti e del Regno Unito contro Julian Assange ha dunque il sapore della vendetta di un potere costituito contro chi ha violato la consegna del silenzio. Una colpa insopportabile nell'era della comunicazione globale e della Rete.
Certo, sulla testa di Julian Assange pende l'accusa, grave, di stupro da parte della magistratura svedese. Un'accusa che è stata sempre respinta dal fondatore di Wikileaks, che ha visto nel provvedimento aperto da un tribunale svedese un tassello di un complotto per estradarlo negli Stati Uniti, dove è considerato dal Pentagono e dal Dipartimento di Stato un attentatore alla sicurezza nazionale. Una posizione, questa di Assange, debole, come reticente è la sua spiegazione sui rapporti intrattenuti con le due donne che lo accusano di stupro. Al di là della vicenda giudiziaria è però evidente la volontà degli Stati Uniti di mandare in prigione Julian Assange proprio per il suo «lavoro giornalistico». Per questo, la sua battaglia va sostenuta, perché la libertà di informazione non può avere infatti un limite nella ragione di stato.
Spesso Wikileaks è stata accusata di estremismo, di assenza di responsabilità, di collusione con il «nemico», visto le esternazioni di Assange sul libero mercato come ottimale strumento regolatore della vita sociale e economica. È stata anche data per morta, ma la sua capacità di portare dalla sua parte uno stato sovrano come è l'Ecuador segnala invece la sua capacità politica di produrre una diffusa opinione pubblica in suo favore. Inoltre, la libertà di espressione è una libertà radicale, che agisce in base a un principio di responsabilità che porta a dire che il segreto di stato è una limitazione della democrazia. Di questo è stato sempre convinto Julian Assange. Posizioni che ha espresso nei pochi testi scritti o nei tanti speech pubblici che ha tenuto in questi anni, al punto che è arrivato anche a scendere a patti con i media mainstream per dare maggiore risalto mondiale alle informazioni che ha voluto rendere pubbliche. Certo, ci sarebbe molto da discutere sulla sua concezione di trasparenza e sulla scelta di pubblicare tutto, lasciando ai singoli di formarsi una propria e autonoma opinione sui fatti che quelle informazioni rendevano noti. E da respingere è la sua illimitata fiducia nel libero mercato. Ma libertà di espressione vuol dire garantire la libertà di chi la pensa diversamente da te. C'è ingenuità, certamente, ma la libertà di espressione può correre il rischio dell'ingenuità. Quello che certo non può contemplare è di accettare i diktat e i limiti che il potere vorrebbe imporre.

31.8.12

Il bambino che gioca. Una poesia di Franco Fortini

Il bambino smise di giocare
e parlò al vecchio come un amico.
Il vecchio lo udiva raccontare
come una favola la sua vita.

Gli si facevano sicure e chiare
cose che mai aveva capite.
Prima lo prese paura poi calma.
Il bambino seguitava a parlare.

Da Questo muro, Il falso vecchio (1970-1972)
in Una volta per sempre. Poesie 1938-1973, Einaudi, 1986

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