7.1.11

Pavlov, Bucharin e le farfalle (S.L.L.)

Ivan Pavlov
Quando Bucharin fu nominato, per volontà del partito, membro dell’Accademia sovietica delle scienze, il famoso scienziato Ivan Pavlov (il fisiologo del “riflesso condizionato”, vincitore del premio Nobel nel 1904), che non amava i bolscevichi, fece un duro discorso contro la sua elezione accusandolo di essere “nel sangue fino alle ginocchia”. Bucharin ne fu scosso.
“Io rispettavo molto Pavlov come scienziato, come studioso e come uomo: perciò decisi di andare a trovarlo” – raccontò Bucharin nel 1936 a Boris Nicolaevsky durante la sua ultima visita a Parigi. Pavlov lo ricevette con estrema freddezza, ma erano nel suo appartamento e l’ospitalità ha le sue leggi.
Conversarono per diverse ore. All’ora della colazione lo scienziato non poté fare a meno di invitarlo a desinare seco e nella sala da pranzo Bucharin notò decine di farfalle incorniciate alle pareti. Collezionista anche lui ne riconobbe una varietà assai rara e chiese notizie sulla sua origine. Pavlov capì che se ne intendeva davvero. Da qui cominciò un’amicizia che ridimensionò i pregiudizi del grande fisiologo verso i bolscevichi.
Bucharin ebbe una grande influenza su Pavlov e con lui discusse un’idea per migliorare l’Urss che era condivisa anche da Gorky. Pensavano che fosse indispensabile migliorare i rapporti tra i capi bolscevichi e l’intellighentsia e che questo potesse essere favorito dalla presentazione alle elezioni, oltre alla lista del Pcus, di una seconda lista, di intellettuali, che non fossero contraria ai principi del regime sovietico, ma potessero avanzare proposte per una politica di riforme. “Se c’è una sola lista – disse Bucharin a Nicolaevsky – non c’è concorrenza, è lo stesso del fascismo”.

Del rosso... Una poesia di Alessandro Riccioni.

Dal numero di ottobre 2010 dei bellissimi Folia fluctuantia curati dall’ottimo Daniele Protti, medico, poeta, camminatore, antropologo ecc. e diffusi attraverso la rete, recupero questi versi di Alessandro Riccioni, bibliotecario e critico d’arte nel Bolognese, da una raccolta intitolata Chiedimi il rosso. (S.L.L.)
Davide Bernardi, Lampo
Del rosso io non posso fare a meno
del suo rotondo suono
del canto che mi detta
dell’ombra che rallegra il nero
della sua grande vicinanza
al sangue e al vero

6.1.11

Ritratto di Stalin (Aldo Natoli)

21 dicembre 1979, nel centenario della nascita di Stalin “la Repubblica” dedicò le quattro pagine centrali a un dossier sullo storico capo dell’Unione Sovietica, intitolandolo Josif, imperatore di tutte le Russie. E da lì che ho recuperato questo denso e acuto ritratto, opera di Aldo Natoli. (S.L.L.)
Di fronte alla miseria e all’oppressione zarista, feudale, capitalistica, Stalin fu un rivoluzionario convinto, ribelle indomito; e per più di quaranta anni combatté senza respiro, certo di muoversi sulle vie inesplorate del socialismo e del comunismo.
Nella spietatezza estrema della guerra civile, alla violenza oppose, immediata e centuplicata, la violenza. Più tardi, con lunga attesa e fortunata astuzia, costruì e montò la macchina strapotente del suo potere, la massima concentrazione di violenza per costruire il suo socialismo. Voleva cancellare l’arretratezza, l’inferiorità, l’abiezione della vecchia Russia; raggiungere e superare i paesi capitalistici; sviluppare nel più breve tempo possibile, a ritmi folli, l’industria perché nell’industria si fondevano i miti del progresso e dell’abbondanza. Volta a volta seppe indurre ed esaltare una missione nuova, storica e nazionale, dei popoli della vecchia Russia.
Virtù e ferocia di questo Principe si aguzzarono nel ferro e nel fuoco di una rivoluzione industriale che ricapitolò i percorsi secolari delle società dell’Occidente. Forse si può dire che quei dieci anni mutarono il corso successivo della storia d’Europa e del mondo, e si può non oziosamente riflettere sul crepuscolo che sarebbe caduto sull’Occidente se i russi non avessero posseduto le armi e l’orgoglio necessari per sconfiggere i nazisti a Stalingrado e per inseguirli fino a Berlino. Ma armi e orgoglio erano serviti a creare la potenza della Russia, non la gloria del socialismo e dell’uomo…
Lenin aveva colpito esattamente la brutalità (la ferocia, avrebbe detto Machiavelli) del personaggio, come pure la sua smisurata brama di potere, l’inesorabilità nell’esercitarlo. Paradossalmente fu proprio Trotzkij, accecato dalla propria superiorità intellettuale, dal disprezzo verso la “mediocrità”, a non comprendere la dimensione reale, la terribilità plebea, dell’uomo che doveva diventare il suo nemico mortale.
Il “socialismo” di Stalin era il rozzo coagulo di venti anni di lotta illegale e ribelle sotto il dispotismo dello zarismo e dell’arretratezza della vecchia Russia. Alla violenza e oppressione dello Stato zarista egli contrappose frontalmente la violenza “proletaria”; all’ignoranza e all’arretratezza il mito della scienza e della tecnica, che si incarnò nell’industria. Dopo la rivoluzione, sulla scorta di parole semplificate di Lenin, il socialismo sarà la fusione del potere assoluto con lo sviluppo più rapido dell’industria, dell’industria pesante. Il cemento fu il terrore prolungato, l’esito l’incorporazione della società civile e delle classi in una nuova struttura sociale dispotica.
Socialismo e comunismo marxiani, rovesciati avevano subito un processo di reificazione: non vi fu estinzione, ma ipertrofia dello Stato, non libera associazione di produttori, ma assoggettamento al potere burocratico, non liberazione dalla subordinazione servile alla divisione del lavoro, ma inserimento nelle nuove gerarchie della produzione. La qualità del “marxismo” di Stalin era tale da giustificare ampiamente il presago diniego di Carlo Marx, quando si schermiva dicendo: “Non sono marxista”.

"Typana, typana". "Jingle bells" in latino (di Medea e Salvatore Lo Leggio)

Per il trascorso Natale con mia nipote Medea Lo Leggio, giovane ed eccellente linguista, abbiamo preparato una traduzione latina di Jingle bells (l’inglese in verità lo conosce lei soltanto). Il suo ragazzo Giuliano, tutte le volte che può, da attore volontario rallegra con lo scherzo e con il canto gruppi di malati cronici. Era lui il destinatario della bislacca operazione. Ecco dunque qui socializzato il risultato del nostro lavoro, maccheronico come deve essere in un Natale allietato dalla familiare pasta al forno. Chi vuole potrà usarlo per l’Epifania (“che tutte le feste porta via”) o aspettare con pazienza un altro Natale. (S.L.L.).
Typana, typana
Tinniunt undique
Equitare gaudium est
In curriculo-oh!

Typana, typana
Tinniunt undique
Equitare gaudium est
In curriculo!

Currentes in nive
In curriculo
Campos pererramus
Ridentes per iter

Cauda tintinante
Quae accendit animos
Gaudium noctu canere
Curriculo cantum

Typana, typana...


Testo inglese
Oh, jingle bells, jingle bells
Jingle all the way
Oh, what fun it is to ride
In a one horse open sleigh
Jingle bells, jingle bells
Jingle all the way
Oh, what fun it is to ride
In a one horse open sleigh

Dashing through the snow
In a one horse open sleigh
O'er the fields we go
Laughing all the way
Bells on bob tails ring
Making spirits bright
What fun it is to laugh and sing
A sleighing song tonight

5.1.11

Citazioni di Lev Davidovic Trotzkij

Il socialismo in un solo paese
“Mirare a costruire una società socialista nazionalmente isolata significa, nonostante i successi temporanei, spingere indietro le forze produttive anche rispetto al capitalismo. Tentare di realizzare una compiuta proporzionalità tra tutti i settori dell’economia entro i confini nazionali indipendentemente dalle condizioni geografiche, culturali e storiche di sviluppo di un paese che costituisce una parte del mondo nel suo insieme, significa perseguire un’utopia reazionaria”. (da La rivoluzione permanente).

La rivoluzione antiburocratica
“Non si tratta di sostituire una combriccola dirigente con un’altra, ma di mutare i metodi stessi della direzione economica e culturale. L’arbitrio burocratico dovrà cedere il posto alla democrazia sovietica. Il ristabilimento della libertà dei partiti sovietici, a cominciare dal partito bolscevico, e dei sindacati, vi sono inclusi. La libera discussione delle questioni economiche diminuirà le spese generali imposte dagli errori e dagli zig zag della burocrazia. I lavori di lusso, quali il palazzo dei soviet, i nuovi teatri, le metropolitane costruite per incantare la gente, faranno posto alle abitazioni operaie… La gioventù potrà respirare liberamente, criticare, sbagliare, maturare. La scienza e l’arte scuoteranno le loro catene…”. (da La rivoluzione tradita).

Contro l’abominio totalitario
“Il socialismo non avrebbe alcun valore se non portasse con sé non solamente l’inviolabilità giuridica ma anche la piena salvaguardia di tutti gli interessi della persona umana. Il genere umano non potrebbe tollerare un abominio totalitario sul modello del Cremlino. Il regime politico dell’Urss non è una società nuova ma la peggior caricatura della vecchia…”. (dall’Intervista al “Saint Louis Post Dispatch, marzo 1940)

Nota
Ho ricavato le citazioni dall'articolo di Adriano Guerra Lev Trotzkij l'anti-Stalin pubblicato su "l'Unità" del 19 agosto 1990 nel cinquantenario della morte del rivoluzionario russo. (S.L.L.)

Lo zdanovismo nel Pci (di Italo Calvino)

Italo Calvino
Mercoledì 14 dicembre 1977 "la Repubblica" dedicava il paginone centrale ad Andrej Zdanov e allo zdanovismo. Tra l'altro contiene un'intervista di Bernardo Valli ad Italo Calvino da cui ho ripreso qui un ampio stralcio saltando le domande.(S.L.L.)
Dopo la liberazione passarono un paio di anni in cui la politica culturale del Pci non era ancora ben definita e la pressione per uniformarsi al modello sovietico non si faceva ancora sentire. C’erano polemiche di gruppo e di tendenze e anche forti settarismi, ma in un’atmosfera generale di ricerca e di innovazione. L’Urss era vista ancora con immagini del clima rivoluzionario, diciamo majakovskiane.
Il primo episodio intimidatorio clamoroso, a mio ricordo, fu nel 1947 un articolo della Pravda contro Picasso, di cui veniva condannato il “formalismo”. Era un lungo articolo, con fotografie di suoi quadri pubblicate per dimostrare quanto erano brutti e ridicoli. L’articolo ebbe molta risonanza in Occidente, dove Picasso era l’artista comunista più famoso ed era considerato come l’alfiere della battaglia per una nuova cultura. Quell’attacco non credo fosse firmato Zdanov, ma inaugurò l’era delle scomuniche che resta legata al suo nome.
Il nome di Zdanov ricordo di averlo letto per la prima volta come autore d’uno scritto contro una storia della filosofia pubblicata allora in Urss. La diffusione di questo testo provava che Andrej Zdanov, che aveva diretto l’organizzazione di partito a Leningrado assediata durante la guerra, aveva acquistato un’autorità ideologica seconda solo a quella di Stalin. Nello stesso periodo ci fu la critica di Zdanov al “formalismo” dei musicisti sovietici, tra cui Sciostakovic, e la condanna alle riviste letterarie leningradesi con la poetessa Achmatova.
Quello fu un momento davvero allucinante: tutta l’autorità di questo Partito-Stato onnipotente che scagliava i suoi fulmini contro un’anziana poetessa, autrice di versi delicati e raffinati. Mai il potere politico aveva rappresentato in modo più paradossale l’incapacità di riconoscere che il proprio discorso non esaurisce tutti i discorsi possibili. E mai era capitato alla poesia di mostrare i suoi poteri in maniera altrettanto emblematica: provocando con la sua flebile voce  una condanna così tonante.
Di lì a poco Zdanov, all’apogeo della sua autorità, mentre i suoi scritti venivano tradotti in tutte le lingue, morì di non si sa quale accidente e fu sepolto con tutti gli onori. Lo zdanovismo continuò estendendosi alle scienze (Lysenko) e allo stesso marxismo (le scomuniche ideologiche di Lukàcs a Budapest), tutto questo soprattutto negli anni 1948-1953.
Togliatti  anche nella cultura, come nella politica, cercava di muoversi nelle linee generali dettate da Stalin al movimento comunista internazionale per sviluppare una politica che aveva dietro ragioni italiana, una continuità di storia italiana. In quello era molto abile, oltre a crederci veramente, nel suo storicismo, nella sua sfiducia per ogni improvvisazione. Aveva il senso di quel che era il mondo culturale italiano di allora, più sensibile alla continuità che all’innovazione appena si usciva dagli ambienti di punta. Amava ostentare gusti classicisti e studi filologici. Faceva le sue polemiche culturali su Rinascita sotto lo pseudonimo di Roderigo di Castiglia, che nella novella di Machiavelli è il nome sotto cui si nasconde Belfagor, l’arcidiavolo travestito da cavaliere. In questi suoi corsivi poteva avere la mano pesante (come con i pittori, nel 1948) e nelle polemiche non concedeva nulla all’avversario (Vittorini, Massimo Mila, Norberto Bobbio).
Nello stesso tempo cercava di neutralizzare le pulsioni degli zdanoviani espliciti nel partito, di quelli che importavano le direttive sovietiche pari pari, senza neppure lo sforzo di “tradurle”. Per esempio, nel momento in cui in Urss vennero decretati classici della critica letteraria i democratici russi dell’Ottocento, Belinskij, Dobroljubov, Cerniscevskij e anche in Italia si progettavano opere complete di quei tre autori. Togliatti trovava modo di dire in un suo discorso che era meglio studiare  prima bene De Sanctis. Quelli che gli sono stati più vicini raccontano che detestava i romanzi sovietici.
L’operazione culturale che Togliatti seppe condurre meglio fu la pubblicazione delle carte di Gramsci, che nel giro di pochi anni, tra il 47 e il 50, fece di Gramsci un punto di riferimento centrale, mentre prima era un autore assolutamente inedito e sconosciuto. Questa valorizzazione di Gramsci come personalità intellettuale italiana autonoma, fuori dallo stretto uso di partito, fu un’iniziativa personale di Togliatti che di solito si sottovalutava come  se fosse del tutto ovvia e naturale, mentre non lo era affatto.
L’ufficio del lavoro culturale fu creato, credo, nel 47-48 e affidato a Emilio Sereni: le impostazioni zdanoviane più pesanti ebbero come propagatore in Italia quest’uomo che era invece estroso, paradossale, napoletano, euforico, efficientissimo, di cultura vivace e geniale; tutte doti che non gli impedirono di esercitare allora un’influenza disastrosa. 

1953. Muore Stalin. A Mosca è tragedia (di K.S.Karol)

"il manifesto" del 6 marzo 1993 pubblicava, a firma di K.K.Karol, un articolo dal titolo 40 anni dopo. Stalin, il consenso e il terrore. Ne propongo qui la prima parte che rievoca la tragica giornata moscovita in cui la morte del capo dell'Urss venne annunciata. (S.L.L.)
Quando quarant’anni fa, nel marzo del 1953, appresero che Stalin era morto, i sovietici furono traversati da un brivido di dolore e di angoscia. Mosca venne immediatamente isolata dal resto del paese, per non essere invasa dalle folle della provincia che tentavano di inchinarsi ancora una volta al leader defunto. Ma neanche questa misura eccezionale evitò la tragedia: centinaia di migliaia di cittadini di Mosca corsero verso il centro, soli o in gruppi formatisi per caso, o per famiglie, giovani e vecchi. Quella marea umana finì schiacciata contro lo sbarramento dei camion militari che bloccavano l’accesso alla Casa del Soviet dove il corpo di Stalin era esposto.
La folla non poteva arretrare e nessuno pensò di spostare i camion. Ne risultò un gigantesco accalcarsi nel quale perirono centinaia, forse migliaia di persone: neppure oggi si conosce il numero esatto delle vittime. Le autorità dispiegarono ogni sforzo per nascondere al paese, e tanto più all’estero, quel che era successo. I corpi identificati vennero resi alle famiglie soltanto nelle notti successive, con la proibizione di parlarne e di seppellirli di giorno.
Occorse attendere la destalinizzazione kruscioviana perché si cominciasse a parlare di quella giornata, e dapprima sottovoce, per le vie traverse del romanzo. Mai la Russia, né prima né dopo la Rivoluzione d’Ottobre, aveva raggiunto scene di disperazione tali da giungere a un massacro come dopo la morte di Stalin. Il dramma del marzo del 1953 dà la misura dell’isolamento dell’Urss in quel periodo e del panico da cui fu presa. Oggi se ne parla a Mosca con un certo imbarazzo, perché quegli eventi mal s’inquadrano nella tesi della maggioranza degli storici post-sovietici, secondo la quale il regime di Stalin era fondato soltanto sul terrore.

4.1.11

Deputato per caso. Trappolino e il "Rinascimento verde".

Carlo Emanuele Trappolino, orvietano, è deputato per caso. Era al quinto posto nella lista regionale umbra del Pd alla Camera dei deputati e nessuno pensava che potesse essere eletto, tant’è che l’uscente Stramaccioni, cui era stata proposta quella collocazione, la rifiutò sdegnosamente. Al momento della presentazione delle liste, infatti, appariva inimmaginabile la totale scomparsa dal Parlamento della cosiddetta “sinistra radicale” ammonticchiata nella lista dell’Arcobaleno.
Trappolino era stato messo lì per rappresentare un territorio e attrarre qualche simpatia giovanile e come deputato non l’hanno scelto né Veltroni né Bettini né D’Alema, ma la sorte. Sarà per questo che riesce a fare qualcosa di buono.
La storia che qui racconto, di cui ho avuto notizia dal sito “Terni in rete”, comincia un anno e mezzo fa, quando il ministro dell’agricoltura, il leghista Zaia, lamentò che l’età media dei coltivatori italiani era molto alta rispetto all’Europa e si inventò una misura che doveva favorire l’ingresso nell’attività produttiva e nel mercato di giovani agricoltori. Parlava di Rinascimento verde. Tanta prosopopea serviva ad annunciare l'inserimento nel decreto  “anticrisi” del 3 agosto 2009 di una misura che assegna le terre demaniali ai giovani agricoltori.
La ricognizione sui terreni disponibili venne affidata all’Ismea, che giunse alla conclusione, alcuni mesi fa, che le terre di cui si parlava o non sono più agricole o sono già coltivate oppure sono destinate a bosco e a prato. Pochissimi in verità hanno seguito la vicenda: la politica di questo governo è fatta essenzialmente di annunci che non hanno effetto, ma non sempre l’opposizione parlamentare è lì a tampinarlo come dovrebbe.
Non così Trappolino, deputato per caso, che con la sua collega Cenni chiede al nuovo Ministro Galan notizie sull’assegnazione delle terre. La risposta svela il bluff del suo predecessore e di tutto il governo degli imbonitori: non ci sono terre disponibili, non c’è trippa per gatti. Il Rinascimento può attendere.

Damiano sul referendum Fiat. L'opportunismo produce demenza.

Stamane (4 gennaio) “l’Unità” pubblica un articolo dal titolo Damiano:«Autoescludersi è un errore». E’ un’intervista di Felicia Masocco all’ex ministro del Lavoro (http://www.unita.it/economia/damiano-autoescludersi-e-un-errore-1.264106).
Con il mio caro amico Valentino Filippetti, che l’ha diffusa via fb, ho avuto battuta facile: “Sarà per questo che lo escludono sempre gli altri”.
Le dichiarazioni dell’esponente piddino, tuttavia, sono interessanti, emblematiche di un modo di pensare che l’opportunismo rende contorto, scervellato e spudorato.
Un esempio lo si trova fin dall’inizio dell’articolo quando l'omino denuncia un “asse politico-sindacale”, che consisterebbe nella “crescente convergenza di Idv e Sel sulle posizioni Fiom”. Ci si aspetterebbe, come conclusione, l’insopportabile solfa per cui l’appiattimento sulle posizioni del sindacato incrinerebbe l’autonomia della politica. E invece no: tutto il contrario. Chissà perché il sostegno di Idv, Sel e Rifondazione (ma Damiano non la cita) alle posizioni dei metalmeccanici della Cgil avverrebbe “a scapito dell’autonomia del sindacato”.
Evidentemente è per difendere questa autonomia che Damiano vorrebbe che dentro il Pd nessuno possa levare una voce in appoggio alla Fiom: “La direzione deve discutere e votare un documento vincolante per tutti”.
Intanto, in dissenso dal suo vecchio amico Cofferati, Damiano appoggia la segretaria della Cgil Camusso sull’idea che, se vincesse il sì nel referendum, la Fiom dovrebbe firmare l’accordo “tecnicamente”. L’impressione è che, come l’ex ministro, anche la “casta Susanna” sia accecata dall’opportunismo e che non sappia di che cosa sta parlando.
Sarebbe bene che qualcuno lo spiegasse a questi signori: la Fiom non si limita a dissentire da un cattivo accordo, ma denuncia il documento firmato dalla Fiat e dai sindacati gialli come una violazione di diritti costituzionalmente garantititi, e afferma che il referendum si svolge sotto ricatto. Dica Damiano, dica Camusso, con quanta logica e quanta credibilità Landini potrebbe dire ai lavoratori: “Tranquilli, se passa il diktat io firmo come quegli altri”?

Don Antonio 'o cecato (Salvatore Di Giacomo)

Della posteggia napoletana (il gruppo di suonatori ambulanti che nel tardo Ottocento e nel primo Novecento allietava o, talora, infastidiva le strade, le trattorie e altri luoghi d’incontro) facevano parte persone con menomazioni fisiche, ciechi soprattutto. E’ passato alla storia Silvio Antonio, Don Antonio ‘o cecato, che veniva presentato dai suoi compagni come “celibe per necessità”. Della sua leggenda dà testimonianza nelle sue Cronache Salvatore Di Giacomo. (S.L.L.)
Don Antonio 'o cecato in un disegno di fine Ottocento

“Don Antonio ‘o cecato” era nato in Napoli nel Vico Ecce Homo a Porto, il maggio del 1816. Suo padre era primo sergente nei cannonieri di Marina, sua madre faceva la cambiavalute all’angolo del vico. Il povero piccino era nato cieco. Quando divenne grandetto il sergente dei cannonieri gli comprò un violino, e Totonno imparò a suomare; e così, per diletto, si lanciò nell’arte che poi gli doveva occorrere per campar la vita. Era allegro – come lo sono molti ciechi -; era lungo lungo, gli mancavano l’esse, la g, la elle, mezzo alfabeto; faceva ridere; il popolo ne fece una conquista preziosa e lo volle ad ogni festicciola di sgravo, di promessa di matrimonio, di battesimo. Il violinista trovò due compagni indivisibili, un trombone ed un ottavino; il trombone gli attaccò il capo di una corda ad un buco del panciotto, si cinse dell’altro capo la vita e così sempre se la trascinò dietro per i vicoli napoletani; l’ottavino faceva da battistrada. Dal 1836 al ’93 Don Antonio suonò tutte le canzoni napoletane del mezzo secolo e fu l’antologia del pentagramma plebeo. Tra le preferite era Cicerenella, l’antica canzonetta che è morta anch’essa. 

Bazhanov racconta Stalin.

Boris Georgievic Bazhanov nacque nel 1900 e fu dal 1923 al 1926 aiutante di Stalin e segretario del Politburo del Pcus.  Nel 1928 fuggì in Francia, ove sarebbe morto nel 1983. Nel 1979 rilasciò a Dario Staffa, del settimanale italiano “L’Europeo”, un’intervista per un inserto speciale dedicato a Stalin per il centenario della nascita del dittatore georgiano. Ne ho tratto i due seguenti significativi aneddoti. (S.L.L.)
La cosa più importante
Alla fine del 1923 , nel corso di una seduta della “trojka” (Zinoviev, Kamenev e Stalin) si discuteva del crescente potere dell’opposizione trotzkista all’interno del partito. Kamenev rivelò che c’era un serio pericolo di perdere la maggioranza e chiese agli altri cosa si potesse fare. Stalin rispose: “Penso, compagni, che non abbia nessuna importanza come e per chi voterà il partito. Estrema importanza ha invece come e chi conterà i voti”.

Una malattia canina
Nel plenum del Comitato centrale del maggio 1924, quando Kamenev lesse il testamento di Lenin nel quale si chiedeva l’allontanamento di Stalin dalla segreteria, fu Zinoviev a salvarlo. Quando, un anno e mezzo dopo, Stalin riuscì ad escludere Zinoviev dal potere, questi gli rinfacciò di averlo a suo tempo salvato e soggiunse amaramente: “Sapete voi, compagno Stalin, cosa sia la riconoscenza?”. “Certo che lo so, lo so benissimo: è una malattia canina”. Questo era l’uomo che negli anni Trenta avrebbe eliminato un’intera classe dirigente del suo partito. 

Trotzkij sulle radici sociali dello stalinismo (1936)

La divinizzazione sempre più imprudente di Stalin, malgrado quello che ha di caricaturale, è necessaria al regime. La burocrazia ha bisogno di un arbitro supremo inviolabile e alza sulle proprie spalle l’uomo che meglio risponde alle sue pretese di dominio… I bolscevichi più fermi e più fedeli, il fior fiore del partito, sono nelle prigioni, negli angoli sperduti della Siberia e dell’Asia centrale, nei numerosi campi di concentramento… Le donne vengono strappate ai loro mariti allo scopo di spezzarli entrambi e di costringerli alle abiure… Il funzionario (burocrate) finirà col divorare lo stato operaio o sarà la classe operaia a mettere il funzionario nella impossibilità di nuocere? Tale è la questione da cui dipende la sorte dell’Urss. (Da Diario d’esilio, 1936)

3.1.11

La poesia del lunedì. Lalla Falilulela (Laura Omero)

Come foglia, come pianto

Sull'autunno che la nebbia
già sbiadisce
gronda pioggia,
come acqua,
come pianto

E sul ramo del ciliegio,
una foglia,
una soltanto,
lenta ciondola
e resiste
Chissà come,
chissà quanto?

Perché averti amato?
Tanto.
Non sapevo
che l'amore,
come foglia
come pianto,
dura un attimo
soltanto?

da http://falilulela.blogspot.com/

Le telefonate di Bersani. L'articolo della domenica.

A leggere “Il Riformista” di oggi sembrerebbe che Bersani voglia direttamente impegnarsi sul caso Fiat e lo voglia fare come se fosse tornato a svolgere il mestiere di ministro dello Sviluppo economico. Avrebbe telefonato non solo a Landini e Camusso, ma anche a Marchionne per chiedere conto degli investimenti di cui si parla negli accordi: “Parlavate di venti miliardi di investimenti, ma sul tavolo ce n’è soltanto due. Dove sono finiti gli altri diciotto?”. 
Secondo il giornale l’interventismo sarebbe il “di più” che dovrebbe garantire la tenuta all’interno del Pd e il successo anche al suo esterno della linea “cerchiobottista” sintetizzata nello slogan “sì all’accordo, no alla regressione per i diritti dei lavoratori”.
Lo slogan è, in realtà, del tutto velleitario. La polpa degli accordi di cui si parla, infatti, non è rappresentata dai turni molto pesanti di cui pure si ha notizia, ma dalla soppressione per i lavoratori di diritti fondamentali: quello di sciopero, conquista storica del movimento operaio, oltre a quello di avere la paga garantita in caso di malattia. Inoltre connaturata al cosiddetto “lodo Marchionne” (più giusto sarebbe chiamarlo “diktat Marchionne”) è l’eliminazione o, quanto meno, la forte riduzione delle libertà sindacali nei luoghi di lavoro per chi non lo accetta e non lo firma.
Sarà difficile pertanto a Bersani reggere, su questa linea, alle contestazioni interne, sia di chi critica l’accordo come Cofferati o Orfini sia di chi vorrebbe un più evidente allineamento sulle posizioni della Fiat e della Cisl.
Anche meno questa linea potrà reggere di fronte a quei lavoratori, di tutti i settori e comparti, che chiedono al segretario Pd e al suo partito una sponda e un sostegno nella resistenza all’attacco padronale che sta oggi toccando i diritti di tutti. Sarà inevitabile per il partito una scelta netta e definitiva.
E’ giusto pertanto che da sinistra (la sinistra sindacale, culturale, politica) si intensifichi la battaglia e la mobilitazione sui temi del lavoro, anche in vista dello sciopero Fiom di fine mese e si moltiplichino le pressioni sul Partito democratico perché corregga la rotta. Ho seri dubbi che ciò possa avvenire, ma se, come temo, il Pd dovesse confermare il  tradimento del mondo del lavoro e delle sue ragioni storiche, non saranno le telefonate di Bersani a renderlo digeribile.

2.1.11

La 'nduja e Gianduja. I figli della Rivoluzione.

Nella rubrica “Fratelli di teglia” sul “La Stampa” del 12/08/2010 trovo un gustoso pezzo di Rocco Moliterni che qui ripropongo con diverso titolo. (S.L.L.)


Gli ascoltatori di Sei uno zero popolare trasmissione di Radio 2 Rai conoscono Fiore Calabro, la radionovela a puntate in cui il protagonista vive un autentico dramma: non osa dire alla madre che la pasta con la ’nduja della zia è più buona di quella che prepara lei. La ’nduja, insaccato spalmabile e piccante è sinonimo di Calabria. Il nome viene però dalla Francia, ossia dal termine «andouille» che vuol dire budello e anche salsiccia (l’andouillette è la salsiccia di trippa di maiale difeso da un’apposita associazione di gourmand) e probabilmente il battesimo della ’nduja si deve alla permanenza in Calabria delle truppe napoleonica a inizio ’800. Ma colpisce il fatto che anche in Piemonte esiste un salame che si chiama «dla duja».
Che cosa è la «duja»? E’ il recipiente di terracotta che contiene il grasso in cui si immerge il salame. La «duja» dà anche il nome alla più famosa maschera torinese ossia Gianduja, che sta per «Gioan dla duja», dove in questo caso duja è il boccale in cui si versa e si beve il vino. Le maschere vengono in Italia «codificate» ai primi dell’800, quindi tanto la ‘nduja quanto Gianduja sono in qualche modo figli della rivoluzione francese e di Napoleone. Dagli Anni 60 del ’900 con l’immigrazione meridionale a Torino anche Gianduja può trovare il modo di assaggiare la ‘nduja. D’altronde la popolare maschera secondo la tradizione ama avventure e battute piccanti: con la ’nduja potrebbe trovarsi a suo agio non solo per il nome.

Il "Cardigan" e la manica "Raglan".

Alessandro Barbero su “La Stampa” del 6 gennaio 2010 raccontava la guerra di Crimea (1853-36) e gli elementi di modernità che la caratterizzarono: l’ospedale da campo di Florence Nightingale, gli inviati dei giornali, i fotografi. Rievocava in particolare la battaglia di Balaclava con la carica a cavallo dei Seicento inglesi, la poesia di Tennyeson che ne cantò l’eroismo, e il film di Richardson che mostrò l’assurda mostruosità di quel macello. Qui recupero dall’articolo alcune curiosità.
A guidare la carica dei Seicento fu lord Cardigan, un personaggio quanto meno controverso. Ammanicatissimo a corte, pare che in Crimea trascorresse i giorni a bordo del suo yacht a vapore, ancorato nel porto di Balaclava, mentre i suoi uomini morivano di freddo e di colera sotto le tende. “ Stando sullo yacht – racconta Barbero - perse l'occasione di partecipare a più di una battaglia: alla sera della battaglia d'Inkerman incontrò l'inviato del ‘Times’ e gli rivolse la domanda diventata celebre: «Come mai sparavano?»”.
Al nobiluomo accadde però, per caso, di essere a terra il dì della battaglia di Balaclava e di condurre personalmente la brigata al macello contro i cannoni russi. I giornali, che in tempi di guerra raccontano favole, ne fecero un eroe, al punto che quando tornò in Inghilterra fu il primo a meravigliarsi dell’accoglienza di folle entusiaste. L’industria inglese della lana non si lasciò sfuggire l’occasione per lanciare una nuova moda: quella della maglia di lana abbottonata che il nobile ufficiale inglese indossava in Crimea per difendersi dal gelo. Tuttora si chiama Cardigan.
Altre mode vennero da quella guerra. Balaclava si chiamò e pare tuttora si chiami, soprattutto in Inghilterra, il tipo di passamontagna usato dalla truppa inglese per fronteggiare il freddo. E dal comandante in capo degli inglesi in quella spedizione, lord Raglan, si fece derivare un certo taglio delle maniche ancor oggi usato: per l’appunto la manica Raglan.
Un po’ meno di un secolo dopo un altro generale inglese, Montgomery, avrebbe dato il suo nome a un capo d’abbigliamento dal successo travolgente, un grezzo cappotto con il cappuccio, abbottonato con gli alamari. Ma quella è un’altra storia.   

Polesse (Può darsi). Una poesia di Ombretta Ciurnelli in dialetto perugino e in versione italiana.

Polèsse 
[versione originale in dialetto perugino di S. Martino in Campo]

N cantone de no spiazzo
o no stradello
arcercheto per gì
fora da l monno

i che stremlivo
ta le su carezze
e golèvo
pî bège che me deva

Polèsse
che na storia de la vita
per uno è na foja
pe n antro è còme n albro

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Può darsi  
[versione italiana ]

Un angolo di uno spiazzo
o un viottolo
ricercato per andare
fuori dal mondo

io che avevo i brividi
per le sue carezze
e volavo
per i baci che mi dava

Può darsi
Che una storia della vita
Per uno sia una foglia
Per un altro sia come un albero

La Rivoluzione (di Edmondo De Amicis)

Al socialismo Edmondo  De Amicis si convertì nel 1890. E già l’anno dopo cominciò il romanzo ispirato alla nuova fede, il Primo maggio, che nelle intenzioni avrebbe travolto la gloria di Cuore e tinto di rosso l'immagine dello scrittore. Due anni dopo, insoddisfatto del suo lavoro, decise che non avrebbe mai pubblicato il romanzo.
Nel 1970, morta dopo il figlio Ugo la nuora di De Amicis, tutto ciò che rimaneva di lui, mobilio, libri e carte, passò al Comune di Imperia, nel cui territorio era nato (a Oneglia, prima che si unificasse con Porto San Maurizio). Tra i manoscritti fu soprattutto il romanzo “socialista” ad attirare l’attenzione. Ne ebbe visione nel 1977 il giornalista e scrittore Gian Franco Venè che ne ricavò un articolo per “L’Europeo”: conservo il ritaglio da cui si può desumere l’annata, ma non sono in grado di indicare numero e data precisa. E’ da quell’articolo che ho tratto queste informazioni e il frammento che segue sulla rivoluzione. (S.L.L.)
Scoppierà in occasione d’uno sciopero universale, sinfono e sincrono, di tutti i lavoratori d’Europa? O in conseguenza d’una grande guerra? O per effetto d’un enorme cataclisma finanziario verso il quale corrono tutti gli stati europei con i loro cento miliardi di debiti? Chi può saperlo? Ma scoppierà senza ombra di dubbio.   

Il ragazzo Lorenzo Milani (di Oreste Del Buono)

A dieci anni esatti dalla morte di don Lorenzo Milani, il 26 giugno 1977, "La Repubblica" dedicò al priore di Barbiana il paginone centrale. Vi si trova, tra l'altro, l'articolo di un grande del giornalismo e della cultura, Oreste Del Buono, che aveva conosciuto Milani da ragazzo e ne era stato insiema amico e rivale. Ne propongo qui un ampio stralcio. (S.L.L.)  
Ritratto del priore, da giovane.
Siamo stati compagni di scuola
Diffidate sempre dei compaesani che sostengono di aver capito già dall’adolescenza, già dalla prima infanzia la grandezza di qualcuno a cui stavano vicini per sorte. Mentono senz’altro. Soprattutto i compaesani del paese angusto, gretto, ottuso che è la scuola. E la scuola di quei tempi, poi, la scuola dei tempi fascisti.
Guardo la fotografia ormai ingiallita di una classe intera e sparuta: tutti ammucchiati con selve di capelli e certe facce intontite, trafitte da un distratto entomologo improvvisatosi fotografo, e Lorenzo Milani ostenta l’unica espressione radiosa, con quelle inverosimili fossette presidianti il sorriso. Ma è un’impressione di oggi, allora lui era uno dei “compaesani” del liceo-ginnasio Berchet a Milano, solo più scorbutico, meno tollerante, più difficile da sopportare del resto della classe.
Il carattere di Lorenzo non era mite neppure prima della sua conversione a prete scomodo. Nella confusione che dominava allora i ragazzi chiamati immaturamente a maturare mentre il paese rotolava verso la guerra e la catastrofe. Lorenzo era uno dei pochi portati ad affermare come superiore a quelle altrui ogni idea che gli venisse in testa. Lui stava per la pittura, io per la letteratura. Cercavamo adepti tra i compaesani del Berchet. Mi battevo al mio meglio, o al mio peggio, che è lo stesso, ma non sapevo quanto sarei potuto resistere anche moderatamente indipendente. Lorenzo era di Firenze, quindi proprio toscano. Essendo io dell’Elba, quindi un mezzo toscano, ero più o meno destinato a cedere. E non mi andava tanto. Dev’essere per questo che in un ormai ingiallito diario di quel tempo ho trovato annotata con neppure celato sollievo la notizia della partenza di Lorenzo per Firenze.
Il paese era ormai rotolato nella guerra e nella catastrofe, vi sprofondava giorno dopo giorno. Il mio diario di allora, addirittura insopportabile per falsità prese in prestito dall’ermetismo per il desiderio di apparire ai miei occhi stessi al di sopra delle righe, per la voluttà di fingermi una coscienza letteraria in assenza di una coscienza politica, è incrinato da troppo rari barlumi di sincerità. Uno, appunto, e probabilmente il maggiore, è rappresentato dall’annotazione relativa alla partenza di Lorenzo. Se ne era andato a Firenze a fare il pittore sul serio. Un rivale che sgombrava il campo.
Poi da Firenze arrivarono le sue lettere e cominciai a sospettare che la sua presenza mi mancasse. Le lettere di Lorenzo sono scritte nel “giovanilese” di allora. Il loro impasto è diverso da quello delle annotazioni del mio diario, ma in un certo modo è ugualmente insopportabile. E’ impegnato lo stesso a barare, a sostenere un altro tono, un tono di baldanza, di sicurezza, di disinvoltura, che eravamo lontani dal possedere. Così, invece che a Carlo Bo o a Oreste Macrì, rifà il verso a Mosca e Metz, invece che al Frontespizio, si ispira prevalentemente al Bertoldo. E’ sotto gli scherzi che va cercata la vera confessione di un’incertezza, di una ricerca. Com’eravamo. Com’eravamo ignoranti.
Era il 1942. Le lettere di Lorenzo erano immancabilmente ferite di nero dalle cancellature della censura. Non che mi rivelassero segreti militari, ma la censura, in mancanza d’altro, si accaniva sulle parolacce, in cui ogni tanto si coagulava la veemenza di Lorenzo, rompendo lo stile bertoldesco.
L’ultima, in ordine cronologico, delle sue lettere conteneva un anticipo sulla sua vita futura. Lorenzo raccontava che in una cappella di campagna di proprietà della sua famiglia aveva trovato un messale. “Sai che la Messa è più interessante dei Sei personaggi in cerca di autore…”. Pareva trattarsi di uno scherzo. Nel 1943 Lorenzo entrò nel seminario maggiore di Firenze.
…Non mentirò: la grandezza di Lorenzo non la intuii neppure l’unica volta che ci siamo visti nel dopoguerra e lui era ormai prete. Non riuscivo anzi a capire come uno potesse essersi fatto prete. Era in convalescenza per malattia, ricordo il suo estremo pallore, non litigammo come ai tempi del Berchet, perché non avevamo molto da dirci. Scambiammo poche parole, il suo sorriso era, però, radioso di quelle inverosimili fossette.
La sua grandezza l’ho capita dopo. E non da solo. Me l’hanno fatta capire gli altri, l’ho trovata nel suo riflesso negli altri.     

1.1.11

Non solo Francesco. L'Assisi di Sciamanna e Francalancia ("micropolis" - dicembre 2010)



E’ uscito qualche mese or sono, per Minerva Editrice, un libro davvero bello, pensato – credo –per l’albero di Natale o per la calza della vecchina. S’intitola – semplicemente – Assisi ed è opera di due cittadini innamorati della loro città, il critico d’arte Enrico Sciamanna e il fotografo Marco Francalancia, che in coppia avevano curato per la stessa casa editrice un libro sull’Assisi romana.
Il rischio del già visto e dell’oleografia convenzionale, in libri come questo, è assai grave: Assisi è città fin troppo fotografata e raccontata, spesso con l’intenzione di sottolinearne la intrinseca spiritualità, di mostrare arcane corrispondenza tra il sito e la vicenda di Francesco e del Francescanesimo, altre volte nell’intento, neanche troppo nascosto di rivenderne l’immagine a pellegrini e turisti.
L’Assisi di Francalancia e Sciamanna è altra cosa. “Non è mai stata – si legge nelle prime pagine del volume -  una città semplice con una identità unica”. E’ questa appunto la chiave di lettura prescelta: una Assisi molteplice dall’identità complessa e cangiante, una Assisi che non è solo Francesco, ma che appare policentrica nello spazio fisico e nella vita sociale e culturale.
Sciamanna usa questa categoria per ripercorrere la storia della cittadina dai primordi ai giorni nostri, con attenzione prevalente alla dimensione urbanistica, monumentale ed artistica, ma non senza arditi scandagli nella vicenda politica e sociale, economica e religiosa.
Francalancia esplora e documenta i molti volti di Assisi con un uso sapiente della macchina fotografica. Anche in questo caso la varietà emerge come cifra fondante: varie e ricche le testimonianze monumentali della storia religiosa e artistica, varie le figurazioni dell’oggi, il mercato, il lavoro, la festa, le abitazioni, le botteghe, i campi coltivati. Forse due temi, più di altri, emergono a simbolo della città: il cielo che muta nelle ore e nelle stagioni con una grande ricchezza di colorazioni e sfumature e l’olivo, pianta umile e utile che sembra esprimere insieme la gioia e la fatica di vivere. La fotografia di Francalancia, il cui strumento principe è come vuole l’etimo la luce, è volutamente classica per il nitore delle immagini e l’armonia delle composizioni, ma non è mai oleografica e, se la si sa leggere, non è mai, neppure nelle singole performance, “semplice e con una identità unica”, ma complessa e cangiante. Esattamente come la città che rappresenta.
Tutto ciò fa di Assisi non già un sontuoso volume da tenere in bella mostra, ma un libro da leggere e da sfogliare, da guardare e da studiare. Vi contribuisce anche l’estrema cura che è stata riservata all’oggetto libro, dalla qualità della carta alla sua stampa. Stupisce, pertanto, che un’opera siffatta, tutt’altro che usuale nel quadro dell’editoria regionale, non abbia trovato nella kermesse di Umbrialibri lo spazio che meritava. (S.L.L.)

da “micropolis” dicembre 2010

L'Ordine regna in Italia.

Il notaio di Hector Zablach
Sapevo, come molti, del “comparaggio” diffuso tra i medici di famiglia; ed ho avuto netta, di recente, l’impressione che quelle pratiche continuano. Ho udito quest’estate un medico (come almeno tale si qualificava) che senza tema diceva al telefonino: “A Vienna deve venire anche mia moglie … Non importa se è pediatra, è medico e deve venire anche lei”. Ho pensato male, ma forse ci ho azzeccato: quel tipo probabilmente parlava con l’agente di una qualche società farmaceutica e stava chiedendo la contropartita di un qualche favore. La prescrizione di scambio.
Un “focus” di Flavia Amabile su “La Stampa” del 2 ottobre 2010, giorno successivo alla scoperta dell’ennesima truffa sui farmaci in cui sono coinvolti dei medici, ha confermato la mia impressione. Si intitolava Sesso, soldi e congressi. Il sacco della Sanità; si proponeva di spiegare “come le multinazionali del farmaco impongano i medicinali sul mercato”. Vi si leggeva, tra l’altro: “Nessuno sa a quanto ammonti il giro d’affari della corruzione nel mondo dei farmaci e più in generale della sanità. Si dice cento milioni di euro contando l’intero circo di traffici di politici, imprenditori, burocrati e medici”. E si riportava la testimonianza del presidente della Corte dei Conti, Lazzaro, «Siamo tra i peggiori Paesi al mondo per corruzione» e la sua precisazione che «alcuni settori sono particolarmente a rischio truffa e sperpero, in particolare il settore della spesa farmaceutica-sanitaria». Tra le irregolarità citate da Lazzaro non mancava l’eccesso di prescrizione di farmaci. La Amabile cita poi alcuni casi, sventati, di sperpero, tra cui “la farmatruffa esplosa nel 2003 con viaggi, regali, cene, consulenze per un totale di cento milioni di euro per comprare circa tremila medici che avevano prescritto prodotti farmaceutici in cambio di denaro”. Sulla stessa pagina del quotidiano torinese si legge una breve dichiarazione del ministro Fazio: “Contro gli abusi in medicina stiamo cambiando il sistema sanzionatorio dell’Ordine dei medici per renderlo più agile e in grado di dare risposte tempestive. Ogni sperimentazione deve essere resa evidente e comunicato agli ordini professionali”. Insomma la verifica dei comportamenti dei medici è affidato alla corporazione dei medici: controllori e controllati.
Mettiamo questa notizia vicina a un paio di altre.
Prima. Al concorso per notai organizzato dall’Ordine professionale si scopre un gigantesco imbroglio: una parte dei concorrenti conosce in anticipo e con precisione i temi dell’esame scritto. Qualcuno dice “aboliamo l’Ordine”; il governo risponde “l’Ordine colpirà gli abusi”.
Seconda. Berlusconi ha fatto sapere che tra i primi provvedimenti del prossimo anno ci sarà la cosiddetta “riforma” dell’Ordine degli Avvocati, cioè l’abrogazione delle norme proposte da Bersani che permettevano qualche forma di liberalizzazione nella professione. Il governo, per esempio, vuole tornare alle tariffe minime e riportarle in capo all’Ordine che solo può determinare il giusto salasso per il cliente.
Insomma, possiamo stare tutti tranquilli: l’Ordine regna in Italia.

2011. Le schiave del sesso ancora più schiave.

I giochi politici culminati con il trionfo parlamentare del Cavaliere ed altri, certamente più gravi, problemi del paese hanno allontanato l’attenzione da un provvedimento che, pure, nei giorni in cui fu preso, venne esaltato dalle tv berlusconizzate come esempio di buon governo e di affettuosa sollecitudine. Si tratta delle misure sulla prostituzione di strada che nei primi giorni di novembre, in pieno caso Ruby, il Consiglio dei ministri, su proposta di Maroni, inseriva nel decreto legge sulla sicurezza.
Le opposizioni politiche si lasciarono allora andare a una facile ironia sulla estrema tolleranza che il governo riservava alle strapagate escort reclutate per le residenze di Re Silvio (ovviamente a sua insaputa) o di altre lussuose ville. Case di tolleranza, per l’appunto.
Il dispositivo del provvedimento è semplice: se delle donne non italiane, ma regolarmente soggiornanti in Italia, verranno sorprese ad attirare e attendere clienti in strada, per loro scatterà una punizione severa, il foglio di via.
Flavia Amabile, de “La Stampa”, ha notato che, grazie a questo provvedimento, le prostitute nazionali divengono una categoria protetta. La stessa cronista, l’8 novembre scorso, ha provato a sondare l’ambiente sulla Salaria. Le ragazze dell’Est europeo che ha sentito, fingendosi una disgraziata, le hanno detto che praticamente non cambierà nulla. Ne sono convinto anch’io.
In verità le misure contro la prostituzione stradale nascevano come risposta propagandistica all'ennesimo scandaletto berlusconico. La vicenda di Ruby di per sè non creava troppi guasti tra i fans del ducetto di Arcore. In larga maggioranza essi pensano che è lui padrone e il capo e fa quel che gli pare con le ragazze e con la polizia. Ma la storia indirettamente rammentava a tanti elettori di periferia, più vecchi che giovani, il fastidio (spesso immaginario) di certe presenze. L’inserimento nel decreto della minaccia di espulsione serviva a dare a costoro l’impressione che il governo stesse facendo qualcosa per mettere fine allo sconcio spettacolo che offende suore e bambini. Insomma lo scopo propagandistico della trovata di Maroni risultava analogo a quello delle “gride” contro i bravi che il Manzoni cita nel suo celebre romanzo, la cui efficacia era praticamente nulla nonostante la gravità delle sanzioni minacciate.
E tuttavia queste moderne gride qualche effetto lo hanno avuto e lo avranno ancor più nell’anno a venire. Uno lo denuncia la Amabile. Le “ragazze” saranno più di prima nelle mani dei “protettori”. Di un'altra conseguenza nessuno però dice: una parte di esse sarà ancora più ricattabile da quegli sbirri corrotti (ce ne sono anche in Italia) che, di quando in quando, senza alcun rischio di denuncia, potranno con meno problemi svuotarne le borsette e obbligarle al pompino o ad altre prestazioni.

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