4.6.14

Scelba: fin da piccolo tra i poliziotti (Mario Melloni - Fortebraccio, 1966)

Da un mensile del Pci recupero questo divertente articoletto sull'infanzia e la giovinezza di Mario Scelba di Mario Melloni, più noto come Fortebraccio, lo pseudonimo che adoperava da corsivista per "l'Unità". Utilizzando come fonte una "agiografia" dell'uomo politico siciliano, con satirica aggressività, Melloni mette in luce il paradosso di Scelba: "antifascista", per di più non insensibile alle ragioni dei ceti popolari, e insieme "uomo d'ordine", e in quanto tale oltranzistico difensore di un ordine sociale ingiusto. Per chi volesse approfondire il tema suggerisco la biografia di Giuseppe Carlo Marino  La Repubblica della forza. Mario Scelba e le passioni del suo tempo, edito da Franco Angeli nel 1995, ma ristampato l'anno scorso (2013) e perciò reperibile. (S.L.L.)
Mario Scelba
Non molti, forse, sanno quando e come è entrato nella vita politica l'on. Scelba. Nel 1909, un giorno, giunse a Caltagirone, invitato a tenervi un comizio, Guido Podrecca, direttore de «L'asino». Per l'occasione, nella piazza principale della città fu ordinato un grande spiegamento di forze, polizia, carabinieri e persino cavalleggeri in colbacco, che, a un certo momento, bloccarono gli accessi alla piazza. Gli sturziani erano arrivati tardi e ora, raccolti in municipio intorno al sindaco, che era Don Sturzo, se ne stavano lì, inutili e smarriti. Sentite il biografo: «Come sapere i fatti precisi, le accuse, gli errori di quel Demostene da sotto-prefettura? Desolati in municipo si guardavano i fedeli di Don Sturzo. Ligi alla consegna, col sottogola in bocca, i soldati non lasciano passare nessuno, 'Io posso infilarmi' dice a un tratto un ragazzino di otto anni che sta lì insieme al babbo. Mezz'ora dopo è di ritorno. Issato sopra un tavolo, fa un resoconto semplice, completo di ciò che va sbraitando l'oratore, laggiù, dietro la truppa. Domani sul giornale si potranno smontare uno per uno gli argomenti dell'avversario. Mario Scelba ha fatto il suo ingresso nella vita politica». (Onello Onelli, «Mario Scelba», ed.Al pescatore di luna, Roma, pagg. 15 e 16).
Ecco un racconto emozionante e, insieme, esemplare. Secondo i biologi, le vocazioni si formano persino prima della nascita, fin dagli albori, affascinanti e segreti, del concepimento. Scelba ha la vocazione della polizia, come Giotto ebbe quella della pittura, e come il piccolo pastore del Mugello, senza fatica, con vena spontanea e felice disegnava davanti a Cimabue le pecore del suo gregge, Scelba, davanti ai suoi maestri, scelse con ispirata e lieta inclinazione la sua prima missione politica: andare tra i poliziotti e superarne gli ottusi divieti. Costoro «sentirono» il loro uomo, indovinarono il capo di domani, e lo lasciarono passare. Così, scivolando lesto tra le gambe dei questurini, entrava nella vita politica italiana l'on. Scelba. Non mai ingresso fu meglio appropriato e presago.
In questo libro che abbiamo sotto gli occhi, la carriera dell'on. Scelba viene tutta tracciata con mano affettuosa e, a momenti, rapita. Ed è detto delle sue vicende di antifascista e poi delle sue esperienze di cospiratore e infine delle sue valentìe ministeriali. Ma nulla è pari, per l'ardore con cui la conduce e per la bravura che la contraddistingue, alla sua opera per «riorganizzare» e «potenziare» la polizia, che è sempre, per lui, la «forza dell'ordine». Nella sua mistica dell'«ordine» e nel suo culto per la forza destinata a difenderlo, c'è un orrore profondo, vorremmo dire organico, per ogni forma di ribellione. La antica miseria della sua gente ha spento per sempre, in questo siciliano, ogni capacità di riscossa.
Se gli operai, se i lavoratori chiedono qualche cosa, si può e fors'anche si deve, secondo Scelba, ascoltarne le ragioni. Ed è persino probabile che egli si auguri che siano buone ragioni. Ma se si ribellano, se vogliono prevalere, non c'è più ragione che valga: bisogna salvare l'«ordine».
Sull'antifascismo di Scelba, nessuno può, onestamente, avanzare dubbi; così come nessuno ha diritto di dubitare della sua personale probità. Ma fu certamente antifascista perché gli repugnava, del fascismo, quel sovversivismo sguaiato e reazionario, che offendeva l'idea che egli si fa del padrone, del «signore» come gli piace: sdegnoso di difendersi con le proprie mani, protetto, appunto, dalle «forze dell'ordine», del suo « ordine », s'intende. E si direbbe che non c'è momento, nella sua vita, in cui sia venuto meno questo «gusto» dei poliziotti, questa vocazione degli sbirri che lo condusse lietamente e fiduciosamente fra loro, quella prima volta, ragazzo, a Caltagirone. Molto più tardi in piena lotta clandestina (è sempre il suo biografo che racconta), «un giorno un amico, in tribunale, gli mormorò: "Hai i poliziotti in casa". Scelba si precipitò. "Sono usciti in questo momento — gli disse la moglie — hanno detto che sarebbero tornati". Scese le scale, ritrovò per strada i due agenti. "Mi chiamo Mario Scelba. So che siete venuti in casa mia. Sono a vostra disposizione". Questo atteggiamento li colpì. Frugarono per la forma, accettarono un bicchierino». (idem, pag. 27).
Badate bene che questo episodio non descrive un pavido, descrive uno che con certa gente si sente in famiglia e disegna la figura di un devoto. Un devoto, appunto, dell'autorità seigneurial, per cui chi comanda ha diritto di comandare e le «forze dell'ordine» sono lì per essere obbedite. Così, quando la DC elegge Scelba suo presidente, compie una precisa scelta di conservazione. Con uomini come Scelba niente di sostanziale e di decisivo cambierebbe mai nel mondo. Lo avevano già capito, molti anni fa, quei due questurini della perquisizione, che, invitati in salotto da un padrone di casa sorridente, «accettarono un bicchierino».

Dalla rassegna Nomi e fatti del regime in “I Comunisti”, anno II n.5 , Novembre 1966

Perché comunisti. Appello per l'iscrizione al PCI (Luigi Longo, 1966)

Luigi Longo
Questo testo era contenuto nel rotocalco mensile “I Comunisti”, diretto da Sandro Curzi, che veniva diffuso gratuitamente dal Pci tra gli attivisti e nelle sezioni più combattive, nel numero di novembre 1966, come appello per l'apertura del tesseramento 1967 e della campagna per il reclutamento di nuovi iscritti. A me l'argomentare di Longo, diretto ed efficace, sembra una realizzazione concreta di quella “semplicità difficile a farsi”, che secondo Brecht era l'essenza del comunismo. Considero il “postarlo” un contributo alla conoscenza dei comunisti italiani per com'erano, per come pensavano, parlavano e scrivevano, e non per le deformazioni e il fango interessatamente gettato su una storia di lavoratori e su un ideale di liberazione umana. Aggiungo, come considerazione personale e sentimentale, che a quell'appello risposi e che quella del 1967 fu la mia prima tessera del Pci (alla Fgci m'ero iscritto nel 1965). Benché in questo momento sia complicato trovarla e perfino cercarla, so che è ben conservata qui nella mia casa di Perugia, tra gli oggetti più cari della memoria. (S.L.L.)

Molti si chiedono cosa significa iscriversi al P.C.I., cosa significa diventare un militante attivo della causa del movimento operaio, diventare un protagonista della vita di una organizzazione di lotta per il socialismo. Iscriversi al Partito significa per l'operaio, per il contadino, per il tecnico uscire da una condizione immediata che lo rende oggetto passivo della politica delle classi dominanti per diventare protagonista attivo e cosciente di un movimento generale di lotta per il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori e per la liberazione dell'uomo dallo sfruttamento.
L'operaio, il tecnico che il padrone vorrebbe chini sulle macchine, chiusi nel reparto; il contadino il cui orizzonte dovrebbe limitarsi ai confini del campicello, entrando nel Partito si sollevano al di sopra dei confini angusti del reparto, della fabbrica, del campo; il loro orizzonte si allarga a tutti i problemi della vita della società italiana e dell'organizzazione del mondo: diventano classe dirigente, discutono i problemi generali dell'uomo e della società.
Oggi in particolare, iscriversi al Partito comunista, significa combattere ogni forma di svuotamento della democrazia, di impoverimento della partecipazione attiva e diretta delle masse alle scelte generali della vita economica sociale e politica del paese; significa opporsi alla tendenza di far decidere tutto dall'alto, dal governo e dal sottogoverno; significa impedire che la democrazia perda vigore e diventi una finzione perdendo l'apporto indispensabile della presenza viva delle masse popolari.
Il rafforzamento del nostro Partito coincide, quindi, con la difesa e il rafforzamento della democrazia in generale, e con la difesa delle condizioni immediate, elementari di tutti coloro che vivono del proprio lavoro.
Iscriversi al nostro partito significa anche, in questo momento particolare, mettersi a fianco dei gloriosi combattenti del Vietnam, significa scegliere la forza di pace più conseguente, significa quindi rinnovare la propria scelta internazionalista per la pace e la libertà dei popoli. Mentre il mondo ancora una volta è sull'orlo dell'abisso di una nuova guerra, mentre nel Vietnam gli imperialisti americani mitragliano, torturano, uccidono uomini e donne, vecchi e bambini, i comunisti sentono che ancora una volta spetta a loro assumersi la responsabilità di difendere la pace, le sorti della civiltà umana e della dignità dei popoli.
Noi comunisti ci rivolgiamo quindi a tutti gli uomini offesi e colpiti da una società nemica, a tutti chiediamo un comune impegno ideale e politico per la costruzione di una società nuova e per l'edificazione di un nuovo ordine internazionale in cui siano eliminati la rapina, lo sfruttamento dei popoli, l'arbitrio e l'umiliazione dell'uomo.
A tutti vogliamo infondere la fiducia e la certezza che le cose possono cambiare, che è possibile costruire una società nuova, in cui l'uomo divenga signore della società e della natura, utilizzi la scienza e la tecnica e non ne sia strumento e schiavo. Ma tutto ciò non viene da solo: l'avvenire — noi lo sappiamo — si conquista e si costruisce con l'azione e la lotta di ogni giorno. Si conquista solo se siamo in molti, se siamo uniti, se l'intelligenza, la volontà e le aspirazioni di ognuno di noi si traducono in azione politica e lotta collettiva, se il partito riesce ogni giorno a farsi animatore dell'azione unitaria delle masse.
Dico queste cose che, forse, potranno sembrare superflue, ma non lo sono. L'avversario nostro cerca oggi, con ogni mezzo, profittando delle asprezze e difficoltà che le forze del progresso e della pace devono affrontare, di seminare sfiducia, stanchezza, rinuncia all'azione organizzata. A questo attacco dell'avversario rispondiamo con la nostra presenza, con la lotta di chi non disarma, ricordando, non solo la necessità delle battaglie sulle rivendicazioni immediate, ma, anche, l'indissolubile legame che esiste tra queste e la prospettiva più generale di una società più giusta, più libera, più umana.

"I Comunisti", Anno II n.5, novembre 1966

3.6.14

Omofobia. Papà e mamma alla crociata (Stefano De Cenzo)

Anche se non freschissimo (è di fine aprile) l'articolo di Stefano De Cenzo sul penultimo “micropolis” è attualissimo. Ha al centro il revanscismo educativo dei clericali, alimentato dalla sistematica propaganda mediatica, specie della tv di Stato, attraverso la costruzione del mito del papa gentile e l'affidamento alla “preterìa”, storica negatrice delle libertà, di una sorta di “monopolio dei valori”. La pressione sulle scuole dei nuovi “crociati” rischia peraltro di distruggere quel che resta della scuola. (S.L.L.)
Non si placano le feroci polemiche in merito alla distribuzione in diverse scuole d’Italia degli opuscoli promossi dall’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Unar), che fa capo al Dipartimento per le Pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei ministri, nell’ambito della “Strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere 2013-2015” avviata nell’era Monti dall’allora ministro Fornero e poi definita dal governo Letta.
L’ennesima offensiva reazionaria, guidata da clericali ed ex fascisti, e sostenuta da un ampio schieramento di media che va dal Corriere della sera ad Avvenire, passando per l’immancabile Libero (che proprio in questo mese nella sua versione online ha “strillato” nel suo solito inconfondibile stile di lezioni di sesso anale in un istituto di Reggio Emilia), ha dato i suoi frutti, costringendo il ministero dell’Istruzione ad ordinare il ritiro dei materiali con la giustificazione che l’Unar abbia agito di propria iniziativa senza alcuna autorizzazione da Viale Trastevere, concetto ribadito dal neo ministro Giannini in una intervista rilasciata proprio al quotidiano della Cei il 18 aprile scorso.
La levata di scudi contro quella che viene definita con disprezzo teoria gender o, se preferite, promozione della omosessualità, d’altronde, si inserisce in un contesto più ampio che riguarda la ferma opposizione al disegno di legge Scalfarotto contro l’omofobia, peraltro approdato in Senato in forma assai edulcorata rispetto all’originale, così come quella alla fecondazione eterologa, come dimostrano le reazioni contrariate seguite all’ultimo pronunciamento della Corte costituzionale che ha smantellato un altro pezzo della tanto discussa Legge 40.
Un sentire che ha trovato espressione, tra l’altro, nel cosiddetto movimento delle Sentinelle in piedi, anche se loro, dal proprio sito online, precisano di non essere né un movimento né un’associazione piuttosto una “resistenza di cittadini che vigila su quanto accade nella società e sulle azioni di chi legifera denunciando ogni occasione in cui si cerca di distruggere l’uomo e la civiltà”. Si tratta della derivazione nostrana de Les Veilleurs (Le Vedette o I Veglianti) movimento sorto in Francia nel 2013 contro la legge sul matrimonio gay. Il loro slogan è: “Ritti, silenti e fermi vegliamo per la libertà d’espressione e per la tutela della famiglia naturale fondata sull’unione tra uomo e donna”. E così organizzano veglie nelle piazze delle città italiane in cui si presentano ciascuno con un libro aperto da leggere “simbolo della formazione permanente”. Il 29 marzo l’happening ha toccato Piazza della Repubblica, a Perugia, dove non sono mancate contestazioni.
Ma i neo oscurantisti umbri si sono mossi tempestivamente anche nello specifico della scuola come hanno dimostrato gli strali lanciati contro le presunte favole gay (vedi “micropolis”, febbraio) e come conferma il decalogo stilato dal Forum delle associazioni familiari dell’Umbria, pubblicato sul proprio sito, e significativamente intitolato Dodici strumenti di autodifesa dalla “teoria del gender” per genitori con figli da 0 a 18 anni. Dopo averlo letto più volte – soprattutto in rapporto ai “famigerati” opuscoli Unar (anch’essi facilmente reperibili in rete) - per quanto ci sforziamo non riusciamo a definirlo se non come l’ennesimo bando di una nuova crociata contro il Male, nei contenuti e nei toni. Valgano solo alcuni stralci.

“Cosa fare prima di scegliere la scuola per i vostri figli.
1 […] verificate con cura i piani dell’offerta formativa (Pof ) e gli eventuali progetti educativi (Pei) della scuola, accertandovi che non siano previsti contenuti educativi mutuati dalla teoria del gender. Le parole chiave a cui prestare attenzione sono: educazione all’affettività, educazione sessuale, omofobia, superamento degli stereotipi, relazioni tra i generi o cose simili, tutti in nomi sotto i quali spesso si nasconde l’indottrinamento del gender […]
Cosa fare durante l’anno scolastico.
4. Visitate spesso il sito internet della scuola per verificare che il gender non passi attraverso ulteriori lezioni extracurricolari (es. Assemblee di istituto o altra attività straordinarie) […]
Cosa fare se la scuola organizza lezioni o interventi sul gender per gli studenti.
6. Date l’allarme! Sentite tutti i genitori degli studenti coinvolti e convocate immediatamente una riunione informale aperta anche agli insegnanti […] 9. Informate immediatamente le associazioni dei genitori del territorio e il forum delle associazioni familiari e, eventualmente, i consiglieri comunali e regionali del vostro territorio o i vostri parlamentari di riferimento”.

E così via. La conclusione è perentoria: se la scuola insisterà nel proporre simili attività, nonostante anche la presentazione di una istanza di sospensione al dirigente scolastico, in nome dell’art. 30 della Costituzione, “nelle sole ore in cui si svolgeranno tali lezioni terrete i vostri figli a casa”.
Il testo, come si vede, parla da solo, tuttavia non è superfluo, crediamo, fare alcune considerazioni. La prima. Non siamo di fronte ad una componete minoritaria oltranzista: il forum infatti raccoglie un ampio ventaglio di associazioni, ben 26, tra cui Cl, Movimento per la vita, Azione cattolica, ma anche le Acli e il Circolo Giorgio La Pira. D’altronde, come ricordavamo prima, è questa la posizione della Cei e i recenti interventi di Bagnasco lo dimostrano. Si tratta di un aspetto importante da tenere a mente proprio in questo momento di generale infatuazione per Papa Francesco e ci farebbe piacere in proposito sentire che cosa ne pensano i tanti, siamo convinti, credenti che continuano a pensare ad una chiesa caratterizzata, al contrario, dall’apertura all’altro, al diverso da sé.

La seconda riguarda più direttamente il tema dell’educazione e dell’istruzione che ad esso si lega. Nella scuola pubblica la cosiddetta partecipazione democratica frutto delle spinte del ‘68 e sancita con i decreti delegati del 1974 è ormai, da almeno un ventennio, un inutile simulacro. Al suo posto una presenza dei genitori sempre più individualista e vertenziale (ogni occasione è buona per fare un ricorso o una denuncia) che trae sostegno dal generale discredito, alimentato ad arte dai media, di cui gode l’istituzione. La scuola abbandonata a se stessa non è in grado di reggere pressioni come quella in questione. E’ necessario riaffermare, a dispetto dei tanti forum delle famiglie, che il diritto all’educazione dei propri figli, sancito dalla Costituzione, non si può certo tradurre in diritto all’intolleranza e che la scuola, almeno quella pubblica, ha al contrario, proprio il compito di favorire l’incontro delle diversità. Sapranno i nostri attuali governanti dire una parola chiara e netta in proposito? Ne dubitiamo fortemente.

micropolis, aprile 2014

La storia delle àncore

Ancora preistorica in pietra di circa 50 chilogrammi
recuperata dalla Guardia di Finanza di Alghero nel 2012
In un vecchio numero del “Calendario del Popolo”, in un articolo non firmato trovo una sorta di storia dell'àncora non molto approfondita, ma utile per un primo approccio. (S.L.L.)

Da tempo immemorabile l'ancora rappresenta il simbolo della marineria. Si può dire anzi che essa costituisca addirittura il simbolo più popolare e più universalmente usato: campeggia su stemmi e su bandiere, sul berretto degli ammiragli e su quello dei bagnini, sulle spalline degli ufficiali e sulle magliette dei bambini, è stampata sulle liste dei ristoranti specializzati in manicaretti a base di pesce ed è tatuata sulle braccia muscolose dei pescatori. Gli psicanalisti direbbero che la ragione del suo enorme successo va ricercata nel fatto che alla ancora è associata una sensazione di sicurezza e quindi di distensione e di protezione, atta a correggere quel senso di insicurezza che è tipico dell'uomo, nonostante le sue arie di dominatore e di re della natura. Ma, a parte ogni interpretazione più o meno valida, bisogna riconoscere che l'ancora ha esercitato un notevole fascino su tutti i popoli e in tutte le epoche e che, se il suo simbolo stilizzato fosse stato inventato da un designer, questi sarebbe senz'altro diventato il più ricercato pubblicitario del mondo.
Considerando la cosa da un punto di vista storico, dobbiamo invece constatare che l'ancoraggio rappresenta una tecnica relativamente recente. L'arte della navigazione nacque circa 7.000 anni fa, ma per migliaia e migliaia di anni gli antenati dei nostri marinai furono costretti a sobbarcarsi l'ardua fatica di trascinare la loro nave sulla riva quando giungevano a destinazione o quando dovevano mettersi al riparo dalla furia dei venti e degli elementi. All'inizio la nave veniva portata in secca a forza di braccia; successivamente fu inventato una specie di argano che, con l'aiuto di robuste corde, consentiva di risparmiare tempo e fatica. Questo tipo di argano viene usato ancor oggi in molti villaggi di pescatori e negli squeri in cui vengono effettuate le riparazioni delle imbarcazioni di piccolo cabotaggio.
Quando è stata inventata l'ancora, e da chi? E questa una domanda a cui è impossibile dare una risposta. Sappiamo solo, grazie a un geroglifico egiziano, che nel 1500 a.C. i navigatori usavano una rudimentale ancora costituita da una grossa pietra forata che veniva fissata alla nave per mezzo di una corda (fig.l). Si trattava evidentemente di un primo tentativo e piuttosto mal riuscito; perché su un sottofondo marino molle e fangoso un'ancora del genere finiva fatalmente per impantanarsi, mentre su un sottofondo compatto correva il rischio di venir trascinata dalle correnti. Un notevole miglioramento fu ottenuto intorno al 1000 a.C. con l'introduzione dell'ancora di legno, appesantita da sassi (fig. 2). Il suo uncino si fissava sul sottofondo impedendo il trascinamento o l'affondamento dell'asse principale dell'ancora, ma naturalmente non doveva essere sottoposto a trazione o a sforzi eccessivi; quindi non poteva essere usata in alto mare dove più forte è l'azione dei venti e delle correnti.
La situazione migliorò radicalmente con l'avvento dell'era dei metalli. Sembra che la prima ancora metallica sia stata realizzata dagli indiani intorno al 700 a.C. Per evitare un eccessivo insabbiamento dovuto alla pesantezza del nuovo materiale impiegato, essa venne munita di un secondo braccio simmetrico, ma privo di macinatura (fig. 3). Questo tipo di ancora fu usato, con lievi modifiche, fino al 1821, quando la costruzione di vascelli più pesanti e l'introduzione di argani più potenti permisero l'utilizzazione di un nuovo modello a uncini simmetrici atti ad aderire fortemente al sottofondo marino. Di questo modello vennero successivamente elaborate più di 100 varianti per arrivare poi all'«ancora Gruson» (fig. 4) oggi comunemente usata su quasi tutte le navi che solcano i mari del mondo.
La storia dell'ancora non finisce tuttavia così. Nel 1939 l'ingegnere inglese Danforth brevettò un tipo di ancora particolarmente adatta ai fondali melmosi, che è adottata da numerose marine come ancora supplementare o ancora «leggera» da usarsi in particolari circostanze.

La tecnica dell'ancoraggio è diventata oggi una specie di scienza, retta da leggi matematiche ben precise che indicano ai comandanti delle navi quante e quali ancore devono essere messe in opera in relazione ai venti, alla velocità delle correnti, alla natura dei fondali e al peso della nave. Ma, nonostante questa razionalizzazione e questa codificazione burocratica del suo impiego, l'ancora non ha cessato di esercitare su quanti amano il mare il suo primitivo fascino poetico.

"Calendario del popolo" n.317, marzo 1971

2.6.14

Bartolomeo Vanzetti alla Corte, all'atto della condanna a morte

In fondo dobbiamo ringraziarvi.
Senza di voi saremmo stati due uomini qualsiasi: un buon calzolaio, un povero pescivendolo... Mai in tutta la nostra vita, avremmo potuto sperare di fare tanto in favore della tolleranza, della giustizia, della comprensione tra gli uomini...
Voi avete celebrato la riuscita, il trionfo delle nostre esistenze. Ho finito. Grazie!

Citato da Tino Ranieri, Sacco e Vanzetti contro l'intolleranza, in "Il calendario del popolo" n.319, maggio 1971 

Stefania Giannini. La ministra che volava alto ("micropolis", maggio 2014)

Vorrei volare in cima al Pantheon: chissà se Roberto Benigni avrà intonato questa sua vecchia canzone all’allora rettora dell’Università per stranieri di Perugia e oggi Ministra dell’Istruzione Stefania Giannini. La seguace del rigore Monti (quello che doveva far pagare l’Ici anche alla Chiesa), quella che sottolinea sempre l’importanza di premiare il merito e il ruolo delle scuole paritarie. Chissà quale meriti si attribuiva quando nel 2011, per volare a Bruxelles con l’attore toscano ad una manifestazione per il 150° dell’unità, usava a spese dell’Università, non un normale volo di linea ma un Falcon privato da 10 posti. Forse, anche in quel caso, voleva istruirci sul ruolo fondamentale delle compagnie di volo paritarie.

Dalla rubrica Il piccasorci

Una scienza divina. La Matematica fra cielo e terra (Paolo Zellini)

L'Erma di Pitagora ai Musei Capitolini
Copia di un busto del V secolo A. C.
I primi a porre problemi matematici non furono uomini, ma dei.
Le fonti lo comprovano con un numero così impressionante di racconti, spiegazioni e concordanze da sospettare che non si tratti di semplici favole, di narrazioni ingenue o superflue. Eschilo ci dice che Prometeo è stato il padre del numero e il primo a distinguere i segni astronomici che scandiscono il tempo. Erano inventori del numero anche il dio egizio Thot, alter ego del greco Ermes, nonché Palamede, allievo del centauro Chirone ed eroe della guerra di Troia. Sarà calunniato da Ulisse, che gli consigliava malignamente di rivolgere le sue ricerche alla terra anziché al cielo, e ucciso dai suoi compagni con l'accusa ingiusta di tradimento. Pitagora, che aveva una natura tra l'umano e il divino, apprese dagli egizi e dai babilonesi un'arte della misura trasmessa dagli dei. Da Eutocio, commentatore di Archimede, apprendiamo poi che Minosse, il mitico re di Creta e figlio di Zeus, voleva raddoppiare una tomba regale della forma di un cubo. La costruzione a Delo di un altare di forma cubica doppio di quello esistente sarebbe stata prescritta dall'oracolo di Apollo.
Nell'India del I millennio a. C. troviamo problemi sorprendentemente simili a quelli greci, ma meglio collegati, questa volta, a un sistema di prescrizioni rituali e di libri sapienziali ispirati dagli dei. In quei libri si parla dell'origine del mondo, del modo in cui l'universo cominciò ad assumere una forma intelligibile e di come, con esso, iniziarono a configurarsi il nostro pensiero e la nostra coscienza. Occorre solo cautela nell'interpretare il rito come una pura messa in scena del mito cosmogonico. Per un verso esso era pura sintassi, una rigorosa esecuzione formale di azioni e recitazioni virtualmente in grado di mettere in comunicazione con le potenze celesti. Il rigore e l'esattezza (satyam) erano d'obbligo, gli errori inammissibili. «L'esatto per eccellenza era il rito», avrebbe notato Louis Renou.
Non stupisce dunque che alla matematica, nel rito, spettasse una parte importante. I diversi "trattati della corda", gli Sulvasûtra, a partire dal VI secolo a. C., insegnano nel modo più scrupoloso e laconico come costruire altari di mattoni dalle complesse forme geometriche e come ingrandirli, in scala, fino a oltre cento volte. Ma perché gli altari vedici, come quello di Apollo a Delo, dovevano poter essere ingranditi? In testi più antichi in cui sono esposte verità rivelate, come gli Satapathabrâhmana, si racconta come Prajâpati, il grande demiurgo, giacesse esausto e smembrato dopo la creazione dell'universo. La creazione era un immane sacrificio che l'azione rituale (karman) doveva rinnovare ogni volta. Agni, l'altare del fuoco, era allora l'altro nome dello stesso dio Prajâpati una volta ricomposto, restaurato e in condizioni di «crescere per via di giunture e legamenti». C'erano altari di forma quadrata o circolare, e l'area doveva essere la stessa: di qui la difficile costruzione di un cerchio equivalente a un quadrato assegnato e poi, inversamente, il celebre problema della quadratura del cerchio. Gli altari di forma più complessa imitavano invece l'immagine stilizzata di un falco, composta di quadrati e di triangoli.
La crescita dell'altare implicava quindi quella di un quadrato, e la questione matematica correlata era in breve la seguente: in quale modo la crescita o la diminuzione del lato del quadrato ne altera la superficie? Una questione semplice ma decisiva, da cui derivarono le più note procedure per risolvere un'equazione e alcune tecniche fondamentali dell'analisi moderna. In origine era il dio, Agni o Apollo, a crescere, e la crescita non ne alterava la forma. Invarianza nel mutamento: è stata questa l'idea guida che molti matematici hanno posto a fondamento della loro disciplina. Alla matematica degli dei risalgono procedure di calcolo ancora oggi di straordinaria efficacia. Ma cosa ne è stato poi del rapporto degli dei con la matematica? In India si celebrano ancora i riti di Agni. Il logos greco e la sapienza veterotestamentaria, inseparabili dalla matematica, si trasmisero e rinnovarono nel logos cristiano fin dai primi secoli della nostra era. Per questa ragione Agostino poteva affermare che numero e sapienza sono la stessa cosa. Più tardi Alberto Magno, maestro di Tommaso d'Aquino, indagando sulla natura dell'infinito, ripensava alla crescita di un quadrato come già l'avevano concepita i pitagorici, e ancor prima gli indiani. La filosofia scolastica ripensò poi quella profonda adaequatio rei et intellectus, la corrispondenza tra le cose e la nostra intelligenza, tra l'uomo e l'universo, che gli altari matematici dell'antichità già volevano realizzare.
La matematica ha sempre avuto il ruolo di natura intermedia tra Cielo e Terra, esattamente come Pitagora aveva mediato tra gli uomini e gli dei e come le "intime giunture" di Agni avevano trasformato la materia informe dell'universo in una regione del pensiero, ciò che in Grecia divenne il kósmos noetós, il mondo ordinato e intelligibile dei platonici. Ma questa posizione intermedia della matematica è stata pure causa di oscillazioni e di virtuale instabilità. In Grecia, osservava Alexandre Kojève, il cosmo intelligibile e matematico fu una vetta assoluta, un limite estremo e invalicabile, per ogni pagano, di tutte le possibili incarnazioni del suo Dio. Il dogma dell'Incarnazione avrebbe cambiato le cose: Dio poteva esistere nel mondo senza perdere nulla di sé; quindi ci si poteva limitare allo studio della perfezione matematica sulla Terra. Il Cielo cominciò allora a perdere la sua ingerenza, la matematica e la teologia presero strade indipendenti e la matematica degli dei, come ebbe a dire il celebre matematico Pafnutij L. Èebyšëv, fu presto soppiantata da una matematica di tecnici. Ma quest'ultima, ci chiediamo noi, riuscì mai a diventare solo profana? Ancora John von Neumann, pur così coinvolto nelle sue prodigiose applicazioni tecnologiche sulla Terra, ne rivendicava, in pieno ‘900, la natura divina.


“la Repubblica”, 15 maggio 2014

Amelia. Funerale a cinque stelle ("micropolis" - maggio 2014)


Il Movimento 5 stelle di Amelia (Terni) ha scoperto che da quando, nel 2009, una delibera del Consiglio ha affidato in esclusiva per sette anni alla Ditta Mizzella “tutte le operazioni cimiteriali”, i costi sono lievitati: fino al 100% in più che a Terni, il 250% in più che a Narni, l’86% in più di Guardea. 
Si dice che a pagare e a morire c’è sempre tempo: ad Amelia c’è un motivo in più per ritardare l’infausto evento.

dalla rubrica Il piccasorci

Onde... Un Haiku di Richard Wright

Onde spumeggianti sulla baia:
Un'insegna rotta che sbatte
Nel vento di Aprile.


Citato in Scrivere un haiku nel sito “wiki how”

La poesia del lunedì. Richard Wright (Mississipi, 1908 – Parigi, 1960)

Ho visto mani nere..
Sono negro e ho visto mani nere, milioni e milioni di esse . . .
Erano stanche e deformi e incallite e incrostate di sporcizia e coperte di pellacce indurite.
E venivano prese entro le cinghie vertiginose delle macchine e schiantate e schiacciate e maciullate,
e correvano agili su e giù per le macchine pulsanti ammassando mucchi d'oro sempre più alti nelle banche dei padroni,
e accumulavano sempre più alte cataste d'acciaio, ferro, legname, frumento, segala, avena, grano, cotone, lana, petrolio, carbone, carne, frutta, vetro e pietra finché ve ne fu più del bisogno, e afferrarono fucili e se li misero in spalla e marciarono e brancolarono in trincee e combatterono e uccisero e vinsero nazioni che comperarono le merci fabbricate da mani nere.
E ancora mani nere accatastarono merci in cumuli sempre più alti finché ve ne fu più del bisogno,
e allora le mani nere strinsero tremando davanti la porta della fabbrica il temuto foglio di licenziamento,
e le mani nere rimasero inerti e dondolarono vuote e si fecero molli e divennero fiacche e ossute in conseguenza della disoccupazione e della fame.
E si fecero nervose e sudaticce, e si aprirono e chiusero nell'angoscia e nel dubbio e nell'esitazione e nell'irresolutezza...
*
Sono negro, e ho visto mani nere, milioni e milioni di esse ...
tendersi trepide da giorni di lenta morte verso le merci che avevano fabbricate, ma i padroni ammonirono che le merci erano private e non appartenevano a loro,
e le mani nere presero a picchiare disperatamente a difesa della loro vita e scorse il sangue, ma i padroni inferociti decretarono che anche questo era ingiusto,
e le mani nere toccarono le gelide sbarre d'acciaio della prigione, le sbarre che avevano fabbricato, disperate saggiarono la loro forza e trovarono che non potevano piegarle né romperle, e le mani nere combatterono e misero fuori gli artigli e cessarono dal lavoro, ma mille mani bianche le presero e le legarono, e le mani nere sollevarono le palme in muta e futile invocazione verso le facce umide della plebaglia invasata d'orge sadiche,
e le mani nere si protesero e adunghiarono e si sforzarono invano di sciogliere il laccio che si stringeva intorno alla gola nera, e le mani nere ondeggiarono e batterono orrendamente le alte fiamme che arrostivano e riducevano in carbone nero la carne nera .
*
Sono negro e ho visto mani nere
levate a pugno in segno di rivolta, accanto ai pugni bianchi dei lavoratori bianchi,
e un giorno — e solo questo m'incoraggia a vivere — un giorno ve ne saranno milioni e milioni,
un giorno scarlatto in uno scoppio di pugna serrate davanti a un orizzonte nuovo!


Richard Wright, da Nuovissima poesia americana e poesia negra (1949-1953), a cura di Attilio Bertolucci, trad. di C. Izzo, Guanda, 1953.

"Fiori di riso, rivoli d'acciaio". Poesia collettiva cinese

Shanghai, 1967 - La rivoluzione culturale in fabbrica
Alle gare poetiche i poeti si affollano,
il drago vola e danza la fenice, festa di acque e montagne,
montagne di poemi, immagini infinite,
fiori di riso, rivoli d'acciaio, musica nuova ai canti.


La poesia è opera di un “Gruppo di creazione dell'industria elettronica” di Shanghai, nato nel corso della Rivoluzione Culturale per esprimere una presenza diretta degli operai nelle lettere e nelle arti. L'ho ripresa da Le ciminiere di bambù. 99 poesie cinesi dal balzo in avanti a oggi. Introduzione traduzioni e note di Anna Bujatti. Officina edizioni, 1974

1.6.14

Il generale alla guerra dei libri (Italo Calvino per "l'Unità" - 1953)

In Panduria, nazione illustre, un sospetto s'insinuò un giorno nelle menti degli alti ufficiali: che i libri contenessero opinioni contrarie al prestigio militare. Difatti, da processi e inchieste era risultato che quest'abitudine ormai così diffusa di considerare i generali come gente che può anche sbagliare e combinar disastri, e le guerre come qualcosa di talvolta diversa da radiose cavalcate verso destini gloriosi, era condivisa da una gran quantità di libri.
Lo Stato Maggiore di Panduria si riunì per fare il punto della situazione. Ma non sapevano da che parte cominciare, perché in materia bibliografica nessuno di loro era molto ferrato. Fu nominata una commissione d'inchiesta, al comando del generale Fedina, ufficiale severo e scrupoloso. La commissione avrebbe esaminato tutti i libri della più grande biblioteca di Panduria.
Era questa biblioteca in un antico palazzo pieno di scale e di colonne, scrostato e qua e là cadente. Le sue fredde sale erano stipate di libri, strapiene, in parte impraticabili; solo i topi potevano esplorarle in tutti gli anditi.
I militari presero possesso della biblioteca un piovoso mattino di novembre. Il generale smontò da cavallo, la grossa collottola rapata, con le sopracciglia aggrottate sopra il pince-nez: da un'auto scesero quattro tenenti spilungoni, a mento alzato e palpebre abbassate, ognuno con la sua cartella in mano. Poi venne una squadra di soldati che s'accamparono nell'antico cortile, con muli, balle di fieno, tende, radio da campo e bandiere a lampo di colore.
Furono messe sentinelle alle porte, e un cartello che vietava l'ingresso, «causa le grandi manovre, fino a tutta la durata delle stesse». Era un espediente, perché l'inchiesta potesse essere compiuta in gran segreto. Gli studiosi che usavano recarsi in biblioteca ogni mattino, tutti incappottati, con sciarpe e passamontagna per non gelare, dovettero tornarsene, indietro. Perplessi, si chiedevano: «Ma come le grandi manovre in biblioteca? Ma non metteranno in disordine? E la cavalleria? E faranno pure i tiri?».
Del personale della biblioteca rimase solo un vecchietto, il signor Crispino, reclutato perché spiegasse agli ufficiali la dislocazione dei volumi. Era un tipo bassottino, con la testa calva a uovo, e occhi come capocchie di spillo dietro gli occhiali.
II generale Fedina si preoccupò innanzi tutto dell'organizzazione logistica, perché gli ordini erano che la commissione non uscisse di biblioteca prima d'aver condotto a termine l'inchiesta: era un lavoro che richiedeva concentrazione, e non dovevano distrarsi. Così si procurarono rifornimenti di viveri, alcune stufe da caserma, una provvista di legna cui andarono ad aggiungersi alcune raccolte di vecchie riviste, reputate poco interessanti. Mai c'era stato tanto caldo in biblioteca, di quella stagione. In luoghi sicuri, circondati da trappole per topi, furono poste le brande dove il generale ed i suoi ufficiali avrebbero dormito.
Poi si procedette alla divisione dei compiti. A ognuno dei tenenti furono assegnate determinate branche dello scibile, determinati secoli di storia. Il generale avrebbe controllato lo smistamento dei volumi e apposto timbri diversi a seconda se il libro era dichiarato leggibile per gli ufficiali, sottufficiali, la truppa, oppure andava denunciato al Tribunale militare.
E la commissione cominciò il suo servizio. Ogni sera la radio da campo trasmetteva il rapporto del generale Fedina al comando supremo, «laminati volumi numero tanti. Trattenuti come sospetti tanti. Dichiarati leggibili per ufficiali e truppa tanti». Di rado quelle fredde cifre erano accompagnate da qualche comunicazione straordinaria: la richiesta di un paio di occhiali da presbite per un tenente che aveva rotto i suoi, la notizia che un muto s'era mangiano un raro codice di Cicerone lasciato incustodito.
Ma avvenimenti di portata ben maggiore andavano maturando, di cui la radio da campo non trasmetteva notizia. La foresta dei libri anziché sfoltirsi, pareva farsi sempre più aggrovigliata ed insidiosa. Gli ufficiali si sarebbero smarriti, non fosse stato per l'aiuto del signor Crispino. Per esempio, il tenente Abrogati s'alzava ip piedi di scatto e buttava sul tavolo il volumje che stava leggendo: «Ma è inaudito! Un libro sulle guerre puniche che parla bene dei cartaginesi e critica i romani! Bisogna subito fare la denuncia!». (Va detto che i panduri, a torto o a ragione, si consideravano discendenti dei romani). Col suo passo silenzioso nelle pantofole felpate, gli s'avvicinava il vecchio bibliotecario. «E questo è niente... - diceva - legga qui, sempre sui romani, cosa c'è scritto, ci potrà mettere anche questo nel verbale, e questo e questo...», e gli sottoponeva una pila di volumi. Il tenente cominciava a sfogliare i volumi, nervoso, poi più interessato leggeva, prendeva appunti. E si grattava la testa borbottando: «Perbacco! Ma quante se ne imparano. Ma chi l'avrebbe detto!». Il signor Crispino si spostava verso il tenente Lucchetti che chiudeva un tomo con furia, dicendo: «Bella roba! Qui hanno il coraggio di esprimere dei dubbi sulla purezza degli ideali delle Crociate! Signorsì, delle Crociate!». E il signor Crispino, sorridente: «Ah guardi, che se deve fare un verbale su quell'argomento, posso suggerirle qualche altro libro, dove può trovare più dettagli...», e gli tirava giù mezzo scaffale. Il tenente Lucchetti si faceva sotto a testa bassa, e per una settimana lo si sentiva scartabellare e mormorare: «Però queste Crociate, bell'affare!».
Nel comunicato serale della commissione, la cifra dei libri esaminati era sempre più grossa, ma non si riportava più alcun dato sui verdetti positivi o negativi. I timbri del generale Fedina restavano inoperosi. Se egli, cercando di controllare il lavoro dei tenenti, chiedeva a uno di loro: «Ma come mai ha lasciato passare questo romanzo? La truppa ci fa più bella figura degli ufficiali! È un autore che non rispetta l'ordine gerarchico!», il tenente rispondeva citando altri autori e impelagandosi in ragionamenti storici, filosofici ed economici. Ne nascevano discussioni generali, che continuavano ore e ore. Il signor Crispino, silenzioso nelle sue pantofole, quasi invisibile nel suo camice grigio, interveniva sempre al momento giusto, con un libro che a suo parere conteneva particolari interessanti sull'argomento in questione, e che aveva sempre l'effetto di mettere in crisi le convinzioni del generale Fedina.
Intanto i soldati avevano poco da fare e s'annoiavano. Uno di loro, Barabasso, il più istruito, chiese agli ufficiali un libro da leggere. Lì per lì volevano dargliene uno di quei pochi che erano già stati dichiarati leggibili dalla truppa; ma pensando alle migliaia di volumi che restavano ancora da esaminare, al generale rincrebbe che le ore di lettura del soldato Barabasso andassero perdute ai fini del servizio; e gli diede un libro ancora da esaminare, un romanzo che pareva facile, consigliato dal signor Crispino. Letto il libro, Barabasso doveva riferirne al generale. Anche altri soldati chiesero e ottennero di fare lo stesso. Il soldato Tommassone leggeva ad alta voce a un suo camerata analfabeta, e questi diceva il suo parere. Alle discussioni generali cominciarono a partecipare anche i soldati.
Sul proseguimento dei lavori della commissione non si conoscono molti particolari: quello che successe nella biblioteca nelle lunghe settimane invernali non è stato riportato. Sta il fatto che allo Stato Maggiore di Panduria i rapporti radiofonici del generale Fedina arrivarono sempre più radi, fino a che non cessarono del tutto. Il comando supremo cominciò ad allarmarsi: trasmise l'ordine di concludere l'inchiesta al più presto e di presentare un'esauriente relazione.
L'ordine giunse alla biblioteca mentre l'animo di Fedina e dei suoi uomini era combattuto da opposti sentimenti: da un lato stavano scoprendo ogni momento nuove curiosità da soddisfare, stavano prendendo gusto a quelle letture e a quegli studi come mai prima avrebbero immaginato; d'altro canto non vedevano l'ora di tornare tra la gente, di riprendere contatto con la vita che appariva loro adesso tanto più complessa, quasi rinnovata ai loro sguardi; e d'altro canto ancora, l'approssimarsi del giorno in cui dovevano lasciare la biblioteca li riempiva di apprensione, perché bisognava render conto della loro missione, e con tutte le idee che andavano loro rampollando in capo non sapevano più come cavarsi d'impiccio.
A sera guardavano dalle vetrate le prime gemme sui rami illuminate dal tramonto, e le luci della città accendersi, mentre uno di loro ad alta voce leggeva i versi d'un poeta. Fedina non era insieme a loro: aveva dato ordine di esser lasciato solo al suo tavolo, perché doveva stendere la relazione finale. Ma ogni tanto s'udiva il campanello suonare e la sua voce chiamare: «Crispino! Crispino!». Non poteva andar avanti senza l'aiuto del vecchio bibliotecario, e finirono per sedersi allo stesso tavolo e stendere la relazione insieme.
Un bel mattino finalmente la commissione uscì di biblioteca e andò a rapporto al comando supremo: e Fedina illustrò i risultati dell'inchiesta davanti allo Stato Maggiore riunito. Il suo discorso era una specie di compendio della storia dell'umanità dalle origini ai nostri giorni, in cui tutte le idee più indiscutibili per i benpensanti di Panduria erano criticate, le classi dirigenti denunciate come responsabili delle sventure della patria, il popolo esaltato come vittima eroica di guerre e politiche sbagliate. Era un'esposizione un po' confusa, con affermazioni spesso semplicistiche e contraddittorie come capita a chi ha da poco abbracciato nuove idee. Ma sul significato complessivo non si poteva avere dubbi.
Il consesso dei generali di Panduria allibì, sbarrò gli occhi, ritrovò la voce, gridò. Il generale non poté neppure finire. Si parlò di degradazione, di processo. Poi, per timore di scandali più gravi il generale e i quattro tenenti furono mandati in pensione per motivi di salute, causa «un grave esaurimento nervoso contratto in servizio». Vestiti in abili civili, furono visti spesso entrare, incappottati e imbottiti per non gelare nella vecchia biblioteca, dove li aspettava il signor Crispino coi suoi libri.


“l'Unità”, 23 novembre 1953

Tolomeo e l'America. Un libro di Lucio Russo (Paolo Zellini)

La mappa "ecumenica" di Claudio Tolomeo (II sec. a.C.)
«In questo libro si fa qualche luce su un problema generale di grande rilievo risolvendone uno molto particolare». Così inizia un notevolissimo saggio di Lucio Russo, L'America dimenticata. I rapporti tra le civiltà e un errore di Tolomeo. Il problema generale riguarda la storia delle civiltà: le culture si sono evolute separatamente, per via di un determinismo biologico e di leggi universali, oppure si sono sviluppate per via di interferenze di cui si sono perse le tracce? Gli oceani che separano i continenti parrebbero dimostrare che le diverse civiltà hanno seguito percorsi indipendenti. Ma la tesi reggerebbe ancora se scoprissimo, come confermano numerosi indizi, che alle coste dell'America approdarono le navi di Fenici e Cartaginesi?
Claudio Tolomeo, autore nel II secolo d.C. di un trattato di geografia, ci consegnò una mappa deformata e rimpicciolita dell'ecumene, cioè del mondo ritenuto abitabile. Era la terra che si estendeva a Nord fino a Tule, all'intersezione della Groenlandia col Circolo polare artico (già raggiunti nel IV secolo a.C.), e si allargava in longitudine tra le "Isole Fortunate" e la capitale della Cina. Assumendo una lunghezza di soli 500 stadi per grado di meridiano, invece dei 700 di Eratostene, Tolomeo finiva per spostare Tule a Est dell'Irlanda e avvicinare le Isole Fortunate alla costa africana fino a confonderle con le Canarie. A queste isole assegnava pure latitudini sbagliate, con errori che equivalevano a collocare Napoli in Svezia. Anche alle luci di altre fonti, sarebbe allora evidente per Russo che le Isole Fortunate identificate da Tolomeo erano piuttosto le Piccole Antille, verosimilmente già conosciute in epoche remote.
Il rimpicciolimento dell'ecumene di Tolomeo diventa così una grandiosa immagine del decadimento scientifico e del brusco tracollo culturale del mondo antico tout-court provocato dalle conquiste romane nel biennio 146-145 a.C.. Proprio a quei due anni fatali risalgono infatti la distruzione di Cartagine e di Corinto di cui riferisce in modo drammatico Polibio e quindi lo smantellamento di intere biblioteche ridotte a prede di guerra. Paradossalmente, sarebbe stato l'Impero romano a restringere l'ecumene nei confini di un imponente sistema militare, politico-amministrativo e giuridico. Abituati a vedere in quell'Impero il simbolo di una vasta civiltà, dimentichiamo che già nel V millennio a.C. il mondo era solcato da linee di transito tali da consentire viaggi a lunga distanza e interferenze tra culture diverse. Le comunicazioni tra Mesopotamia e valle dell'Indo sono documentate da antichi testi sumerici e già da tempo le affinità tra le matematiche greche, indiane e cinesi hanno autorizzato l'ipotesi di una loro origine comune.
Ma il libro di Russo non è solo lo scoop di una scoperta dell'America antecedente a Colombo. Gli errori di Tolomeo si spiegherebbero, anche in base a un trattato precedente di Russo, La rivoluzione dimenticata, con l'oblio della geografia matematica di Eratostene e Ipparco e della scienza ellenistica del III-II secolo a.C., quando vissero pure Euclide, Apollonio e Archimede. Sarà stato forse l'attento confronto di scienziati di quella grandezza con autori post-ellenistici di mediocre genio scientifico a suggerire a Russo un'ardita definizione di scienza mutuata sul modello di quella ellenistica: un sapere teorico rigorosamente deduttivo, applicabile a problemi concreti grazie a precise "regole di corrispondenza" tra teoria e mondo reale. Di per sé si tratta di una definizione problematica, anche se chiarisce quale scienza andò smarrita. Per Russo la scienza nacque una sola volta: con l'Ellenismo; ma certe idee nacquero prima dell'Ellenismo e la "rivoluzione" ellenistica "dimenticata" se ne è a tratti dimenticata a sua volta. So che Russo potrebbe eccepire, ma tra i suoi meriti c'è anche quello di accendere la passione del dibattito. Proprio il suo stile erudito, a volte ruvidamente polemico, serve a recuperare il valore inestimabile delle lingue antiche e del sapere trasmessoci da quelle fonti. Certo, se ci si attiene alle fonti, le navi che solcano il mare non incontrano sempre un destino benevolo. L'esplorazione di Tule, come il mitico viaggio di Giasone alla conquista del vello d'oro, assumono nei poeti tragici un senso ambivalente, in cui prevale se mai il pessimismo e il tono apocalittico. Il Coro della Medea di Seneca profetizza che «Giorno verrà, alla fine dei tempi, che l'Oceano scioglierà le catene del mondo, si aprirà la terra, Teti svelerà nuovi mondi e non ci sarà più un'ultima Tule». Ma la conquista dei "nuovi mondi" (un presagio delle scoperte di Colombo) si accompagna a colpe e vendette che evocano le potenze infernali e risvegliano le fiamme del drago della Colchide. Il mare infido e infinito già narrato da Euripide ritorna così nei versi di Seneca, in cui "il prezzo del viaggio" degli Argonauti è Medea, un "male maggiore del mare", il rischio incombente per chiunque osi affidarsi a «un legno sottile, confine troppo gracile tra le vie della vita e della morte».


“la Repubblica”, 19 agosto 2013  

Mistica e geometria. Dibattito su Simone Weil (Antonio Gnoli)

Simone Weil
Morì a 34 anni nel letto di un ospedale di Londra. Era il 1943. Simone Weil concluse il breve tragitto terreno non immaginando che il suo pensiero sarebbe diventato straordinariamente fecondo tra coloro che ebbero in odio dottrine sicure e ideologie trionfanti. Abbracciò con pari entusiasmo il pensiero religioso e quello scientifico. Ma di entrambi privilegiò l'aspetto meno ortodosso. Oggi ci si interroga se fu una mistica. Non c'è dubbio che su quella strada trovò spesso le ragioni del suo pensare e agire. Nel nome di una purezza assoluta scandagliò le passioni umane e le grandi storie. L'antica Grecia e i suoi protagonisti e l'altra, riferita al Cristianesimo. Ci fu davvero continuità tra i due eventi, come la Weil provò a raccontarci nei saggi raccolti nel libro La rivelazione greca (Adelphi)? Per discuterne abbiamo invitato il matematico Paolo Zellini e lo storico delle religioni e, in particolare, del pensiero mistico Marco Vannini.

In che senso si può parlare di un pensiero mistico della Weil?
VANNINI: Farei una premessa. L'attenzione della Weil per il mondo greco nasce dalla lettura dei poemi, delle tragedie e da alcune opere filosofiche. Con questa idea di fondo: qualunque cosa l'uomo faccia nel nome della verità rivela la potenza divina. È un segno di Dio.

Anche se il mondo greco è pagano?
VANNINI: Certamente. Del resto, un grande mistico contemporaneo di Dante, Meister Eckhart, disse che i maestri pagani conobbero la verità prima della rivelazione cristiana. Non c'era ai suoi occhi una rottura sul senso della verità. I due mondi si parlavano. La Weil non farà altro che riprendere quella straordinaria intuizione fino ad estenderla alla scienza greca.

Quando si dice "scienza greca" cosa dobbiamo intendere?
ZELLINI: Per la Weil è la scienza vera e propria. Tutto quello che successivamente accadrà nel pensiero scientifico fu una continuità o un tradimento di quel nucleo originario.

In cosa consiste questo nucleo?
ZELLINI: I greci stabilirono dei criteri e crearono delle teorie che permisero la nascita di una episteme, cioè di un modo peculiare di pensare che non aveva precedenti. La grande innovazione greca fu di cogliere nella varietà dei fenomeni - nel mutamento delle cose ma altresì nel mutamento dell'anima - delle invarianti. Scoprire, ad esempio, che la stella del mattino è uguale a quella della sera, perché è sempre Venere, consentì ai greci di darsi, pur nel mutamento, dei punti fermi.
VANNINI: La scienza greca in un certo senso stabilizzò il mondo dei fenomeni.
ZELLINI: Permise che quel mondo potesse essere conosciuto. Non a caso furono i greci a mettere a punto il concetto di dimostrazione, di cui la geometria di Euclide fu la più classica delle realizzazioni. D'altronde, sono stati sempre i greci, attraverso l'analisi e la sintesi, a inventare un nuovo modo di ragionare. E quel ragionamento per analisi e sintesi, via via che si procedeva, si estese ad altri ambiti che non erano solo quelli della scienza o, più in particolare, della matematica. Fu a questa estensione che la Weil guardò con interesse. Quando prese concetti come forza, equilibrio, misura, numero, rapporto e simmetria, lo fece consapevole di trasferirli nell'ambito ristretto della matematica a quello più generale del mondo dello spirito.

La scienza greca, diversamente dalla scienza moderna, era per la Weil un modo originale per accostarsi alla religione?
VANNINI: Più che un modo dia ccostarsi, un modo di essere religione. Fu la sua grande intuizione, discutibile quanto si vuole, ma certamente in grado di aprire a una lettura originalissima del mondo greco. Da questo punto di vista, è chiara la lontananza della Weil dalla scienza moderna che vide soggetta alla categoria dell'utile ed esposta allo scientismo. Ai suoi occhi la scienza doveva avere per oggetto la verità.

Anche le scienze moderne hanno come oggetto la verità.
VANNINI: Certo, ma non era a quel tipo di verità che la Weil faceva riferimento. Non era alle verità sperimentali che lei pensava. Piuttosto si riferiva a quella verità che l'uomo razionale cerca e non trova nella semplice correttezza o accordo con i fatti, bensì gli si impone attraverso la rivelazione. È ciò che i greci chiamavano aletheia, un concetto che apre a un modo di pensare religioso.
Zellini: Per Simone Weil, e su questo è molto esplicita, fu la religione a innescare in qualche modo i problemi della scienza e, in particolare della matematica. Le figure della geometria, i numeri, secondo lei, erano immagini divine. E di una intensità tale che richiedevano, per forza di cose, un'esattezza del pensiero. Di qui la necessità della dimostrazione rigorosa.

Non può apparire sconcertante questo accostamento?
ZELLINI: Non più di tanto. Perché gli storici della matematica hanno recentemente mostrato come effettivamente non solo in Grecia, ma anche in altre civiltà, possa essere stata proprio la religione a introdurre dei problemi matematici. Ad esempio, in India, la costruzione di certi altari per i rituali religiosi richiedeva competenze matematiche notevoli.

Tornerei alla questione religiosa e alla relazione che la Weil stabilì tra mondo greco e cristianesimo. Si può far partire questa relazione dal saggio bellissimo, compreso in questo libro, che lei dedica all'Iliade come poema della forza?
VANNINI: Porrei la questione in questi termini: la Weil vide nei Vangeli l'espressione estrema di quello spirito greco che nell'Iliade aveva già una sua compiutezza. Il testo omerico va interpretato a partire dalla forza, cioè dalla sottomissione dell'uomo alla necessità. È la comprensione della forza che apre alla "regina delle virtù", ovvero all'umiltà.

Insomma la forza non è solo quella che si esercita ma anche quella che si subisce?
VANNINI: Meglio: che si accetta. Già nei Sermoni di Meister Eckhart troviamo declinata l'umiltà non come espressione di generica virtù o di devozione, ma come sapere. L'umiltà è allora il sapere che noi siamo quasi in tutto e per tutto soggetti alla necessità - o a ciò che oggi chiamiamo determinismo - cioè al fatto che le circostanze, l'educazione, la disciplina, in una parola l'imperio della forza, ci dominano.

Ma questa assunzione della forza in che modo si traduce nel messaggio evangelico?
VANNINI: La Weil ci dice che nessun poema ha saputo, come l'Iliade, mettere sullo stesso piano nemici e amici. La stessa comprensione, lo stesso dolore, la stessa trascendenza si rivolgono tanto alla morte dell'uno quanto alla morte dell'altro. E questo senso di eguaglianza, starei per dire di compassione, lo si ritroverà pienamente nei Vangeli.
ZELLINI: È giusto il richiamo di Vannini all'idea di equità presente nell'Iliade. Equo ci dice la Weil è Ares, il dio della guerra, che uccide coloro che uccidono. Quindi l'Iliade non è solo il poema della forza ma anche della debolezza e del rapporto che si stabilisce tra il forte e il debole. Perché quando la forza è senza limiti, quando è esercitata in tutta la sua hybris, diviene problematica. Colui che esercita la forza senza limiti perde il pensiero e smarrisce anche il senso di giustizia ed espone se stesso a una condizione psichicamente caotica.

La forza gli si ritorce contro?
ZELLINI: Egli stesso finisce col diventare vittima della forza degli altri. Il gioco della guerra, nota Simone Weil, è pendolare. È un'oscillazione dove il forte non vince mai in maniera definitiva. Il simbolo di questa oscillazione è la bilancia. E viene in mente la bilancia d'oro di Zeus che pesa le sorti dei contendenti. Ma anche il numero si può definire come una bilancia, ci ricorda la Weil. Per calcolarne le cifre si usava, nel mondo arabo, una "regola dei piatti della bilancia". E quando, in ambito cristiano, incontriamo un Clemente Alessandrino che dice che Dio è bilancia, misura e numero di tutti noi, è alla Grecia che occorre risalire per spiegare l'origine di questa immagine.
VANNINI: Nel mondo medievale anche la croce è vista come una bilancia.

Quello che l'Iliade rappresenta sul piano della narrazione epica, Platone lo rappresenterà sul piano filosofico. È convincente la lettura che la Weil fa dei Vangeli come diretta emanazione del pensiero platonico?
VANNINI: A mio parere è una lettura persuasiva. La Weil interpreta la Repubblica, in particolare il "Mito della caverna", e altri testi come il Convito, con la necessità che per accedere al bene e alla verità l'uomo abbia una conversione. Il "prigioniero" della caverna deve girarsi e volgersi indietro e per far questo deve essere liberato dalle catene, non si libera da solo. Per la Weil la natura umana è corrotta, cieca. I prigionieri vedono solo ombre. Solo la conversione, cioè la grazia, può portarli alla luce. Ecco dove l'idea platonica si salda con il messaggio cristiano.

In che misura la mistica, con cui la Weil interpretò Platone e predilesse una certa via del cristianesimo, diventò esperienza personale?
VANNINI: Tutta la filosofia della Weil porta con sé un problema di conversione e di testimonianza. Ed è una filosofia segnata profondamente dal misticismo perché il suo pensiero è esercitato con tutta l'anima, con tutta se stessa, mettendo in discussione la sua vita. Fu una donna che provenendo dall'École Normale decise, per scelta, di fare l'operaia alla Renault, di partecipare alla Guerra di Spagna, di entrare nella Resistenza e finì con l'ammalarsi gravemente. È abbastanza raro imbattersi, con quella coerenza, in una vita rivolta alla verità.
ZELLINI: C'è da dire che la Weil non ebbe mai uno spiccato temperamento pratico e non riuscì poi a fare tutto quello che avrebbe voluto. Non riuscì, più di tanto, a lavorare nelle fabbriche.

Cosa ritrovava nel lavoro di fabbrica?
ZELLINI: A parte i temi dello sfruttamento credo che la cosa che la interessasse era ancora una volta il rapporto con la scienza. Addirittura arrivò a dire che la geometria nasce dal coraggio dell'operaio, perché è il lavoro manuale che ci mette a contatto con lo spazio e col tempo. Più tardi cambiò idea. E proiettò la scienza nel contesto religioso. Ci si potrebbe a questo punto chiedere se la verità matematica è la stessa verità religiosa o sono due cose diverse. E la risposta non sarebbe facile. Certamente no, in senso assoluto. Perché Dio non è fatto di cerchi o triangoli. D'altro canto certe forme geometriche sono in qualche modo immagini divine.
VANNINI: Si potrebbe attribuire alla Weil una specie di galileismo per cui la matematica è il linguaggio privilegiato di Dio.
ZELLINI: Sì, ma per lei la rivoluzionaria legge di inerzia di Galileo era già un tradimento: se un mondo dove c'è un corpo che conserva indefinitamente la sua velocità e la sua direzione era equivalente a un mondo in stato di quiete, veniva a cadere la stessa nozione di equilibrio.


“la Repubblica”, 22 marzo 2014

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