4.9.14

“Poeta senza poesia”. Giovanni Raboni su Pier Paolo Pasolini

In occasione del ventennale della morte di PPP “L'Espresso” chiese ad alcuni poeti italiani di ricordarlo con una poesia: non si tratta di grandi cose, anche se un paio le riprenderò in altri post come curiosità. Giovanni Raboni rispose all'appello con quest'articolo in cui esprime argomentate riserve sulla poesia pasoliniana, riserve niente affatto condivisibili che tuttavia giovano a definire la “poetica” di Pasolini. I versi di Pasolini sono infatti volutamente “impuri” e vivono nella “contaminazione”; cosa che non si può dire della poesia di Raboni o di quella di Fortini, i quali vogliono conservare alla parola poetica una sua specificità, un suo statuto particolare. Non intendo parlare dell'aura, cui nessuno dei tre autori citati rinuncia del tutto, ma la “sacralità” cui aspira Pasolini sta proprio nel contaminato, nel mescidato, nell'impuro. (S.L.L.)
Pier Paolo Pasolini con Giuseppe Ungaretti
Più passa il tempo e più crescono la mia ammirazione per Pasolini scrittore e le mie riserve su Pasolini " poeta: includendo nel primo alquanto arbitrariamente, il saggista, il critico letterario, l'opinionista-polemista. il pedagogo, il geniale dilettante di filologia e di semiologia, ecc. ecc., e nel secondo, altrettanto arbitrariamente, l'autore di opere teatrali e narrative oltre che, si capisce, il poeta in versi. Ho cercato più di una volta di spiegare le ragioni di questa valutazione apparentemente dicotomica, ma senza riuscire, temo, ad essere chiaro come avrei voluto. Il fatto è che la dicotomia è, appunto, solo apparente, e che la ragione per la quale amo Pasolini "scrittore" e quella per la quale non amo Pasolini "poeta" sono praticamente identiche.
All'origine di entrambe c'è, infatti, la straordinaria qualità intellettuale, la quasi incredibile acutezza e chiaroveggenza di ciò che Pasolini ha pensato, capito e detto intorno alla realtà storica e antropologica del nostro tempo e del nostro paese: una qualità che continua ad emergere in termini estremamente attuali noi i solo dai suoi scritti saggistici e militanti, ma anche dai suoi scritti creativi.
Ma mentre nel caso dei primi questo ha il valore, non meno esaltante che inquietante, di un privilegio non scaduto, nel caso dei secondi ha, per una sorta di amaro paradosso o contrappasso, il significato di una condanna inespiabile. A vent'anni dalla sua morte, complice l'atroce stagnazione del contesto sociale e politico, il discorso di Pasolini è un discorso ancora bruciante, ancora capace di ferirci e, spesso, di illuminarci: ma appare sempre più chiaramente, appunto, come un "discorso", il cui senso è affidato essenzialmente agli strumenti della descrizione e della dimostrazione, che Pasolini maneggiava magistralmente e mai o quasi mai a quelli della suggestione formale e dell'ambiguità metaforica, le cui risorse Pasolini non padroneggiava e che forse, da moralista, inconsciamente condannava.

Scolastico epigono
In altre parole, in tutti i suoi scritti Pasolini analizza, critica, denuncia con estrema lucidità e chiarezza; ma se questo è un grande merito per un intellettuale, non lo è per un poeta. E sta di fatto che dalle Ceneri di Gramsci in poi (cose diverse, ma non tali da modificare sostanzialmente il giudizio, bisognerebbe dire dei suoi esercizi giovanili in friulano, che rivelano in lui un notevole ma scolastico epigono della grande tradizione novecentesca) le poesie di Pasolini sono, con pochissime e non decisive eccezioni, dei ragionamenti in versi, privi di un concreto e autonomo spessore figurale e di un'autentica immaginazione formale, dove la suggestione delle immagini e del ritmo, lungi dal risultare - come avviene in ogni vera poesia - consustanziale al senso e da esso inscindibile, dà spesso l'impressione d'essere "aggiunta" a scopo di abbellimento e persuasione.
Non mi sembra necessario estendere queste mie perplessità ai testi teatrali (che lo stesso Pasolini considerava, d'altronde, opere di poesia) e a quelli narrativi (la cui natura forzosa e dimostrativa è. a mio avviso, ancora più lampante). Farei un'eccezione solo per Petrolio, che non è un romanzo ma un saggio sull'impossibilità di scrivere un romanzo e che proprio per questo è molto più "poetico" degli altri. Perché lo strano destino di questo grande saggista, di grande scrittore, grande intellettuale e stato quello d'essere un poeta in tutto, nella critica come nel giornalismo, nella filologia come nel cinema - in tutto, tranne che nella poesia.


“L'Espresso”, 22 ottobre 1995

Letteratura e vita. In difesa della bruttezza (Francesca Lazzarato)

L'articolo di Francesca Lazzarato qui “postato”, apparve su una Talpa del “manifesto” nel '91. Sollecitato da alcune pubblicazioni del tempo e da alcune notizie di cronaca risulta tuttora uno  stimolante percorso, che tuttavia  approfondimenti e aggiornamenti. (S.L.L.)
Charles Laughton nel ruolo di Quasimodo
in "Il gobbo di Notre-Dame" (Dieterle 1939) 
Mentre sta per chiudersi a Napoli una serie di incontri votati a interrogare il concetto di bellezza così come ha preso corpo nel passato, l'attualità recente ci consegna una sequenza di aneddoti che mettono in primo piano il dramma della bruttezza nelle sue spietate declinazioni al presente. In un paesetto siciliano tre giovanissime sorelle, stanche di essere continuamente e pubblicamente derise per la loro scarsa grazia fisica, accoltellano il loro principale sbeffeggiatore davanti agli occhi di tutti, riducendolo in fin di vita.
In Lombardia una altrettanto giovane estetista viene licenziata dall'istituto di bellezza che l'ha assunta per un periodo di prova: ha le gambe troppo grosse per continuare a lavorare in un simile santuario del fascino femminile.
Negli Stati uniti, una hostess vince la causa contro il suo datore di lavoro, una compagnia aerea che intendeva imporle l'obbligo del maquillage (e che del resto chiede a tutti i suoi dipendenti di attenersi a precise regole estetiche: trucco e messa in piega impeccabile per le donne, capelli corti per gli uomini).

Emarginati e derisi
Sono solo tre piccole storie, di quelle che la cronaca delle ultime settimane inscrive nel genere delle «notizie curiose», dei microscopici faits divers da dieci righe a fondo pagina. Ma sono anche tre testimonianze del fatto che niente, ancora, sembra aver cancellato la biblica esclusione del corpo «difettoso» («Ciascun uomo della tua razza, e ogni tuo discendente che abbia un difetto fisico, non potrà accostarsi al sacrificio divino. Chiunque abbia un difetto fisico non potrà avvicinarsi: un uomo cieco o zoppo, col naso camuso o un arto troppo lungo: un uomo col piede o la mano fratturati: un uomo gobbo oppure orbo...» Lev. XXI.17-20) o fatto cessare definitivamente quello che Jean Héritier chiama, in una sua recentissima storia della bruttezza, «il martirio dei brutti» (Le martyre des affreux. La dictature de la beauté. Denoèl. 1991). terribile miscela di emarginazione, derisione e torture fisiche imposte dalle protesi e dalle mille panacee che dovrebbero rimediare alle «mancanze» della natura.

Bello, cioè buono
Mai come adesso, infatti, sottolinea Héritier. c'è stata richiesta di corpi lisci, fiorenti, sani, perfettamente aderenti a un modello prefissato; e mai come adesso si è cercato a qualsiasi costo di costruirseli con ogni mezzo, perché «la bellezza è sempre più vissuta come una forma di cortesia che si deve agli altri, e soprattutto come un simbolo di riuscita sociale».
Sono sempre le élites, dice il giovane storico francese, a imporre oggi come ieri la norma estetica e a farne il primo, indispensabile requisito per rendersi «riconoscibile»: è per questo che «chiunque voglia avere una audience cerca di migliorare il proprio aspetto o di costruirsi una maschera»; è per questo, scrive Isabelle Faivre in Autoplastie de l'apparence (n.3-4 di “Ethnologie Francaise”) che «non si può lasciarsi andare. Bisogna rimodellare, stimolare, nutrire, proteggere, rassodare, eliminare, rinforzare, prolungare, rigenerare».
Ma che ne è di tutti quelli che non possono permettersi di partecipare a questa sinfonia del «corpo magnificato», di adeguarsi, di pagare per diventare una delle tante «bambole sanguinanti» sottomesse al bisturi che gonfia le labbra o tira su il seno? Semplicemente, li si giudica brutti, senza mai riuscire, tra l'altro, a prescindere del tutto dall'antica identificazione tra Bello e Buono, poiché il corpo non ha mai cessato di rappresentare, per noi, lo specchio dell'anima. Per rendersene conto basta pensare alla complessa fisiognomica espressa dai proverbi popolari, che attribuiscono a ogni dettaglio fisico un significato caratteriale, o alla contrapposizione diretta e brutale tra la bella orfana conculcata e la perfida bruttona cui, nelle fiabe folkloriche, crescerà in fronte una coda d'asino o un sanguinaccio.
E agli stessi principi è fedele buona parte di quella narrativa popolare che Antonia Arslan esamina a fondo in Dame, droga e galline (Unicopli, 1986), mettendo in luce come i personaggi principali siano, allo stesso tempo, dei tipi ben riconoscibili, la cui malvagità o bontà sono fisicamente connotate (pensiamo, tanto per fare un esempio, alla terribile bolscevica Vera, crudele quanto brutta, in Schiava o Regina di Delly, o al Maitre d'école dei Misteri di Parigi di Zola).
A questa fisiognomica spicciola, ancora vivissima nella pratica quotidiana, ne corrisponde un'altra, più «scientifica», coltivata nel medioevo da Averroè e Alberto Magno e nel Cinquecento da Giambattista della Porta, sistematizzata nel 1775 dalle 500 tavole dei Frammenti Fisiognomia di Johan Kaspar Lavater (pastore calvinista svizzero che tentò di conciliare illuminismo ed esoterismo cristiano in una nuova scienza dell'anima e del corpo), e infine sfociata nell'antropologia criminale di Cesare Lombroso (L'uomo delinquente, 1876) e nelle misurazioni frenologiche di Alphonse Ber-tillon, che nel 1893 riuscì a creare, a Parigi, un Service de l'identité judiciaire.
Così orecchie ad ansa, prognatismo, strabismo, asimmetria, sopracciglia troppo folte, accentuate bozze frontali, occhi troppo vicini e mille altri segni di disarmonia e di diversità vengono classificati e decifrati in funzione di una lettura del corpo tesa a identificare tutto ciò che si sottrae alla norma o che a essa contravviene, perché «resta esigenza dell'uomo medio, lombrosianamente onesto, il cercare nel delinquente tutto ciò che, costituendolo come diverso, rassicuri nei confronti vuoi della propria auto-immagine di uomo normale, vuoi di naturali diritti di autodifesa», scrive Mario Portigliatti Barbos in La scienza e la colpa. Crimini criminali criminologi: un volto dell'ottocento (a cura di Umberto Levra, Electa, l985).
Bruttezza come sinonimo di crimine, dunque, ma anche segno di appartenenza a una classe sociale bassa e servile: il nobile medioevale ha il capelli biondi, lo sguardo vivo, il colorito rosa, mentre il villano ha la pelle olivastra, occhi opachi, brutte mani e brutto viso, un corpo grottesco, riferisce Stanley Leman Galpin in Cortois and Vilain, uno studio sulla poesia provenzale pubblicato nel 1905. E Jack London, disceso ai primi del '900 nelle tenebre dell'East End londinese, conferma, in Il popolo dell'Abisso (Sonzogno, 1974) che davvero i poveri sono brutti.
«C'erano anche altre facce e forme, - scrive London - strane, bizzarre, mostruosità contorte che mi toccavano da ogni parte, inconcepibili tipi di cupa bruttezza, relitti della società, le carcasse ambulanti, morti viventi...e uomini, in abiti fantastici, alterati dalla miseria e senza più le sembianze di uomini».
In quale casella verrebbero collocati, costoro, dalla moderna morfopsicologia, incarnazione attuale della fisiognomica che, denuncia Héritier, a partire dagli anni '80 propone ai capi del personale delle grandi imprese nuovi modi di valutazione dei «candidati», per identificare «il nervoso-infatico che sarà l'ideale in materia di gestione, o il futuro leader, bilioso o sanguigno»?
Eppure, nonostante tutto, esiste anche una bruttezza «santa» (confortata dal Nuovo Testamento che, tramite Giovanni, afferma: «La carne non conta», e sostiene, con Matteo, che «dal corpo vengono i cattivi pensieri»). Unica vera bellezza nascosta nell'involucro della virtù spirituale: tale è, ad esempio, quella della Jane Eyre di Charlotte Brònte o della Anne Elliot di Persuasione (forse il più maturo tra i romanzi di Jane Austen), e soprattutto di Brigitta, l'ungherese dagli occhi neri e dal colorito scuro che Adalbert Stifter elegge a protagonista in un incantevole libro del 1842, proposto di recente dalla Marsilio nella traduzione di Matteo Galli. Priva di ogni grazia, e perciò non amata e ignorata dalla sua stessa famiglia (che non possiede - come la moglie di Abdia, altro «brutto» stifteriano - «gli occhi spirituali, quelli del cuore»), Brigitta trova tuttavia un uomo capace di darle ciò che essa esige: «un amore estremo, perché io so di esser brutta, e perciò pretenderei un amore più grande di quello che attende la fanciulla più bella di questa terra. Non so quanto grande ma mi pare che debba essere senza misura e senza confini».
Ed è giusto che sia così poiché, dice Stifter, non sempre siamo in grado di dire ove risieda l'incanto: «è nell'universo, è in uno sguardo, e invece non lo troviamo in lineamenti che pure sono modellati a rigor di norma».
Ma il brutto può piacere proprio in quanto tale: lo sanno bene i protagonisti maschili della Fosca di Tarchetti (1869) o della Roberta di Luciano Zuccoli, stregati da due bruttissime donzelle che divengono però sessualmente interessanti; e non per la purezza dell'anima loro, ma perché l'eccesso patologico spalanca davanti agli innamorati un abisso irresistibile.

Chi piangerebbe Desdemona obesa?
Solo che la donna brutta è raramente una Fosca, e l'uomo brutto non indossa sempre i panni di Cyrano, nasuto quanto tenero e geniale: la bruttezza «famosa», la bruttezza che Velasquez prova gusto a ritrarre e Tarchetti a esaltare, non modifica in nulla la concreta situazione di chi si sa poco attraente, di chi è licenziato per via di un polpaccio troppo florido, di chi deve ricorrere al tribunale per evitare di dipingersi la faccia.
«Se Desdemona fosse grassa, a chi importerebbe se Otello la strangola? Come mai le ragazze torturate dai nazisti sulle copertine delle più scadenti riviste per soli uomini sono sempre bellocce? Farebbero tutt'altro effetto se fossero grasse. Invece di trovare la cosa immorale o sessualmente stuzzicante gli uomini la troverebbero comica», scrive giustamente Margaret Atwood in Lady Oracolo (Astrea 1986), immaginaria autobiografia di una cicciona che alla fine riesce a «sgusciar fuori dal suo corpo come da un baccello», ma che non si libererà mai del proprio fantasmatico «doppio» obeso.

Ammirazione per il Mostro
Non c'è dunque speranza per i brutti che debbono o vogliono, in quest'epoca di prodigiosi cyborg costruiti sul tavolo operatorio, restare tali? E non c'è nessuno che voglia affermare, come Cyrano nella lunga tirata in difesa del proprio naso, un sempre negato «diritto alla bruttezza»?
Se è scontato che il Brutto sia soprattutto compatito o deriso, è altrettanto certo che il Mostro viene ammirato, temuto e adorato. Meglio, forse, incarnarsi in un Freddy Kruger o in un Edward Mani-di-Forbice, piuttosto che continuare a barcamenarsi tra l'intolleranza dell'estetica e l'ansioso tentativo di adempiere totalmente i dettami di una cultura somatica, dice Héritier. che fa del corpo «un pezzo separato, semi autonomo e funzionale, d'una macchina collettiva ad alta tecnologia».

"la talpa libri il manifesto", 14 giugno 1991

3.9.14

Edoardo Sanguineti: "Se io fossi junghiano...". Le immagini vendicative

Carl Gustav Jung
Se io fossi junghiano (che non sono, un po' per incompetenza professionale, si capisce, e un po' e forse soprattutto, per allergia ideologicamente fondata), mi porrei il problema delle resistenze allo junghismo, e delle relative motivazioni. E probabilmente, ancora, direi (poiché non sarebbe una questione soltanto nazionale) che si tratta, genericamente parlando, di resistenze al simbolico in quanto tale, anche se variamente e diversamente razionalizzate. Di qui, un'ipotesi certamente arrischiata, ma seducente: che i trionfi della semiologia siano la forma ultima, e oggi dominante, nella cultura europea globalmente considerata, onde reprimere, con il simbolico, tutte le pulsioni dell'inconscio di cui esso è normale veicolo. E sarebbe risposta perfettamente ortodossa (junghianamente), mi pare, poiché tra le preoccupazioni e i pensieri dominanti di Jung fu proprio la distinzione netta tra semiotico e simbolico.
Si può deplorare il tutto da un punto di vista accademico: per rimanere in Italia, adesso, si può osservare che i competenti credibili di storia e di scienza del simbolico sono più rari delle mosche e dei corvi bianchi, così nell'ambito largo delle scienze umane, come in quello, più limitato, ma non poco sintomatico, della scienza della letteratura e dell'arte. Come «Ersatz», cioè in sostituzione, vige un po' di discorsi intorno all'iconografia per dive.
Il tutto meriterebbe di essere studiato da un punto di vista più profondo (di psicologia del profondo, e di inconscio collettivo, proprio, se non si vuole fare un passo vero, e onesto, in direzione sociologica), con una «Einstellung», un atteggiamento, un po' più analitica, per l'appunto. Non voglio dire, si intende, che le resistenze a Jung significhino immediatamente resistenze
al simbolico in quanto tale. Dico che rientrano in questo quadro, e che non sono un buon indizio, così inquadrate, di buona salute psichica collettiva (e, insomma, di buona salute sociale). Se non altro, perché è lasciata via libera a un simbolico non disciplinato, non sorvegliato, non razionalmente gestito. Scambiato per segno, riduzionisticamente, il simbolo si vendica. E le immagini sono piuttosto vendicative, come si è visto molte volte, nella storia naturale dell'uomo (animale simbolico, non segnico soltanto).
Continuando ancora un pezzettino su questa strada, le cose, però, per me, vengono intanto direttamente a rovesciarsi, come è giusto. Perché si arriva alla domanda, infine, che mette in giuoco il significato di Jung e dello junghismo (e della «jung-renaissance»). La risposta rozza, ma suppongo non inautentica, è che Jung in blocco ha rappresentato un enorme «ritorno del rimosso», ed è tutt'altro che spiegabile, di conseguenza, come un accidente o un infortunio nella storia del freudismo, e dunque come questione interna alle vicende della teoria e della pratica psico-analitica. Non manca niente, infatti, o quasi niente dall'alchimia all'astrologia, dalla mistica alla «Synchronizitat», dallo yoga ai mandala, dalla tipologia psicologica come fisionomica antimaterialistica alla parapsicologia, dalla mistica agli Ufo — sto per dire alla psicoanalisi (cioè, a una certa idea della psicoanalisi e dello psichismo).
Con il volume ottavo dell'edizione Boringhieri, a disposizione da un anno, consiglierei a qualunque connazionale di andarsi a leggere almeno le prime pagine del Problema fondamentale della psicologia contemporanea, con la neutralizzazione ivi operata della questione idealismo-materialismo (anzi, mi correggo, spiritualismo-materialismo), con la polemica contro la «psicologia senz'anima», e poi, soprattutto, con le invettive contro lo «spirito del tempo» (« Nulla vieta alla speculazione intellettuale di spiegare l'indeterminazione al livello atomico con l'ipotesi di una vita spirituale»). Dietro, ci sta sempre Shopehnauer.
Comunque, per il candido lettore, che può temere di smarrirsi, vittima di una manovra tendenziosa, ai margini, tengo disponibile, come ricambio insospettabile, la conclusione dei Tipi psicologici, dove risuona, nitidissima, la solita parola d'ordine della «destra tradizionale»: tutti i disastri incominciano con gli immortali principi, e la storia si oscura (perde di senso) con l'Ottantanove («In questa nostra epoca nella quale sulla base delle conquiste della Rivoluzione francese, etc. etc»). Lo «spirito del tempo» contro il quale Jung si scatena, è quello lì, naturalmente...
Adesso, formulate così una specie di tesi e di antitesi, molto di corsa, vengo a una possibile sintesi. E può essere la considerazione che Jung non è affatto condannato ad essere, essendo tale qual è, manipolato in esclusiva dalla «destra tradizionale». Forse, chi se ne intende, potrebbe operare un po' alla maniera di Walter Benjamin, quando, circa quarant'anni orsono, trovandosi di fronte all'eredità di Bachofen, lanciò la parola d'ordine della «profezia nell'ambito della scienza». Il ponte, in proposito, per non allontanarci troppo da Jung, è nel Karl Kerény carteggiante con Thomas Mann (e viceversa). E si tratterebbe di restaurarlo, soltanto, e di percorrerlo, poi, sino in fondo. Insomma, di fronte alla «jung-renaissance» che si disegna, la strategia migliore, culturalmente, è quella di puntare sopra un rovesciamento della gestione spiritualistica del simbolico.
Da noi, per intanto, bisognerebbe incominciare a rileggere un po' di Vico.


“la Repubblica”, 1 settembre 1977

Il meglio. Una poesia di Karin Boye (Göteborg 1900-1941)

Karin Boye
Il meglio che possediamo
non lo si può dare, 
non lo si può dire
e neanche scrivere.

Il meglio del tuo animo
niente lo può lordare.
Risplende profondo laggiù
per te e per Dio solamente.

È il colmo della nostra ricchezza
che nessun altro possa raggiungerlo.
È il tormento della nostra miseria
che nessun altro possa averlo.


In "Poesia", Anno I n.9, settembre 1988 
Traduzione di Daniela Marcheschi

Scrittori in provincia. Mario La Cava scrive a Leonardo Sciascia. E viceversa

All'incirca tre anni fa la stampa (Giorgio De Rienzo sul Corsera per esempio) diede notizia di un carteggio, del tutto inedito, contenente le oltre trecento lettere che si scambiarono Mario La Cava, lo scrittore calabrese autore dei Caratteri, e Leonardo Sciascia a partire dai primi anni Cinquanta per trent'anni e più. I testi che seguono, pubblicati dal “Corriere” nel 2011, hanno come oggetto principale di riflessione il rapporto tra gli scrittori e la vita di provincia. (S.L.L.)
Mario La Cava
Bovalino M., 13 luglio 1951
Caro Sciascia,
da molto tempo sono ritornato a casa, ma le mie preoccupazioni e miei impegni di lavoro letterario mi hanno impedito di scriverti, per ringraziarti della lettera in cui parli del mio libretto, che ti avevo raccomandato di leggere con spirito critico.
Ho fatto un lungo viaggio, ho rivisto molte persone che conoscevo, altre ragguardevoli per varie ragioni ho conosciuto per la prima volta: mi son dato da fare, come meglio ho potuto, e spesso mentre mi trovavo solo nelle città che frettolosamente visitavo, pensavo a te, ritirato in un paese di Sicilia, al pari di me che ho sempre vissuto in Calabria. Certo non è possibile affermarsi nel campo dell'arte, se non si sollecitano incontri personali con quelli che possono aiutare: la permanenza nelle grandi città è utile ai fini del successo e di una certa sistemazione pratica. Ma quanto al perfezionamento artistico, escludo oggi, più di prima, che la grande città possa essere favorevole; non solo per le distrazioni irreparabili che offre, ma anche per le difficoltà evidenti che la sua mostruosa organizzazione oppone ad una approfondita osservazione della vita. L'ideale sarebbe potersi muovere frequentemente, per poi ritornare al proprio paese a lavorare. Mi interesserò del tuo libretto quando scriverò un articolo sui favolisti italiani (ma non presto). Ti saluto cordialmente. A Roma ho visto Mario dell'Arco col quale ho parlato di te. A Lucca non ci sono andato; non ho avuto quindi occasione di conoscere Mario Tobino.
Di nuovo saluti e buon lavoro dal tuo
Mario La Cava
Leonardo Sciascia
Racalmuto, 2 agosto 1951
Caro La Cava,
mi trovo da circa un mese in una campagna molto distante dal paese: e la possibilità di ricevere la posta si presenta a lunghi sbalzi di giorni. Perciò la mia risposta ti giungerà con ritardo. Mi fa piacere che il tuo viaggio sia stato fruttuoso di incontri; così accade anche a me: ma appena rientro nel solito ritmo dei giorni, tutto quel che ho vissuto in città assume una fredda distanza, come se non mi appartenessero e fossero i giorni di un altro. E lascio così cadere tante possibilità. Ma in fondo vivere così mi piace: leggere un libro al giorno e scrivere un articolo ogni mese; e quando posso, una piccola scappata oltre lo Stretto. Sono d'accordo con te sulla vita delle città: tra chiese e gallerie e circoli ed incontri, non capisco quale tempo e voglia resti agli amici per leggere, e per scrivere. Li vedo, nei pochi giorni che sto con loro, sempre fuori, assillati da preoccupazioni economiche. Parlano di quattrini; e noi invece andiamo in libreria e parliamo di letteratura. Fossi in città, con questo stipendio, non avrei anch'io voglia di parlare di letteratura; qui il problema economico mi è invece più lieve. Mi contento insomma; e godo ottime e tranquille letture. A proposito ho visto in libreria i tuoi Caratteri, giunti ora con una fascetta che dice del premio «re degli amici» per quelli inediti. Ti ringrazio di quel che hai intenzione di scrivere per il mio libretto. E vorrei pregarti, se l'articolo apparirà su una rivista che non sia «Il Ponte» o «L'A», di segnalarmelo.
Auguri e buone vacanze.
Affettuosamente.
Leonardo Sciascia



Corriere della Sera, 31 gennaio 2011

"Piangete Donne...". Una poesia di Gaspara Stampa

Piangete, donne, e con voi pianga Amore,
poi che non piange lui, che m'ha ferita
sì, che l'alma farà tosto partita
da questo corpo tormentato fuore.

E, se mai da pietoso e gentil core
l'estrema voce altrui fu essaudita,
dapoi ch'io sarò morta e sepelita,
scrivete la cagion del mio dolore:

«Per amar molto ed esser poco amata
visse e morì infelice, ed or qui giace
la più fidel amante che sia stata.

Pregale, viator, riposo e pace,
ed impara da lei, sì mal trattata,
a non seguir un cor crudo e fugace».

Biancomangiare da Nord a Sud (Rocco Moliterni)

Nel Ragusano. Uno schietto biancomangiare a forma di pesce
Ci sono dolci (e non solo) la cui origine se non proprio misteriosa si può definire incerta. Un caso è quello del Biancomangiare, un dessert che si trova con lo stesso nome tanto in Val d'Aosta (qui sarebbe approdato dalla vicina Francia) quanto in Sicilia (qui l'origine viene attribuita alla presenza dei musulmani, ma se si desse retta all'origine francese potrebbe essere stato portato dai Normanni). In Val d'Aosta ça va sans dire, lo chiamano Blanc Manger, e lo fanno con il latte di mucca, in Sicilia la ricetta originale prevede invece quello di mandorle. Ma il bello è che nei ricettari medievali con questo nome si intendeva un piatto fatto con i petti di pollo, più di recente invece era una minestra, poi diventata una sorta di budino di riso. La versione siciliana è abbastanza vicina a quella codificata dal grande Caréme agli inizi dell'800. Per ottenere quella che sostanzialmente è una sorta di gelatina di latte (di mandorle o no) ci si divide ancora sull'uso degli addensanti: c'è chi punta sulla colla di pesce e chi sull'amido, e alla fine c'è chi spolvera di cannella, chi di pistacchi tritati e chi usa stampi con lo zucchero caramellato. Qualunque variante si scelga, è comunque sempre meglio il Biancomangiare che mangiare in bianco.


La Stampa, 21 novembre 2013

Goethe misogino. "Tratta la donna...". Una poesia dal Divano.

Tratta la donna con indulgenza!
Fu creata da una costola storta,
e a Dio non riuscì di drizzarla per bene.
Se la vorrai piegare, si spezzerà;
se la lascerai stare, sarà ancora più storta.
Allora, mio buon Adamo, che cosa è peggio? -
Tratta la donna con indulgenza: 
non è bene lo spezzarsi di una costola.

da Divano occidentale-orientale, traduzione di Pietro Kobau

2.9.14

L'ultimo desiderio di Renzo Pezzani (Egidio Bandini)

Il nome di Renzo Pezzani (Parma, 4 giugno 1898 – Castiglione Torinese, 14 luglio 1951), poeta e scrittore per bimbi e ragazzi, a quelli e quelle della mia generazione è noto fini dalle prime classi elementari. La sua è una delle prime firme che si incontrano in calce a delle poesie ed esse, generalmente, sono cantilene e filastrocche di consolazione e risarcimento: valorizzano l'operaio, la massaia, il contadino, il fabbro, la sofferenza e le piccole gioie della povera gente e non fanno mancare madonne e angeli custodi, anche se talora quest'ultima presenza mostra risvolti inquietanti. Ho letto le sue biografie in rete, che manifestano qualche analogia con la vicenda umana di Salgari. Pezzani, maestro elementare e fin da giovanissimo apprezzato autore di testi per l'infanzia, ebbe a metà degli anni Venti qualche rogna con i fascisti e pubblicò soprattutto per la SEI di Torino, la casa editrice dei salesiani, in maggiore sintonia con i suoi orientamenti e sentimenti cattolici. Risalgono tuttavia al famigerato “ventennio” i primi tentativi, falliti, di emanciparsi diventando editore di sé stesso. Altri ne compì, invano, nel dopoguerra. Morì relativamente giovane (52 anni) in Piemonte, dove s'era trasferito dalla nativa Parma. Nella sua evoluzione “politica” sembra esserci uno scarto: nel 1945 si iscrisse al Partito Comunista Italiano e pare che ampia collaborato con “l'Unità”. Non so dire se mantenne la tessera fino alla morte, soprattutto dopo che la guerra fredda spinse la Chiesa cattolica a una più forte contrapposizione verso il comunismo italiano, considerato strumento di Stalin; presumo che non vi furono rotture clamorose, altrimenti le biografie le registrerebbero. Il pezzo che qui “posto”, dalla “Gazzetta di Parma” racconta di una stretta amicizia negli ultimi anni con Giovannino Guareschi (il creatore di Don Camillo), che di certo non simpatizzava per i comunisti. (S.L.L.)
Renzo Pezzani
«E adesso dobbiamo dirvi che a Torino è morto Renzo Pezzani. Scrisse libri di lettura, poesie per ragazzi, racconti, favole, commedie. Ma come faccio a spiegarvi chi era Renzo Pezzani se le poesie che io amo di più sono quelle scritte in dialetto parmigiano? Il parmigiano è un dialetto aspro, contorto, che, ogni tanto, sa di bassifondi parigini. Renzo Pezzani faceva della poesia con quella roba lì: come uno che trabaltando dei ferri vecchi, cava fuori della musica dolce e sottile».
Così, nella rubrica “Giro d’Italia” del n° 29 di Candido, il 22 luglio del 1951 Giovannino Guareschi raccontava la morte dell’amico e poeta parmigiano. Un annuncio accorato, quello di Guareschi, cui rispose, con una lettera commovente, l’editore torinese Andrea Viglongo, che nel 1948, fra gli altri, aveva pubblicato La Regina dei Caraibi di Emilio Salgari.
«Caro Guareschi, - scrive Viglongo - se è vero che gli amici dei nostri amici sono anche nostri amici, l’amicizia comune per Renzo Pezzani mi autorizza a rivolgermi a Lei a cuore aperto. Il saluto gentile che Lei ha rivolto alla memoria di Pezzani nel “giro d’Italia” mi ha commosso e quasi mi sento in dovere di ringraziarLa, sebbene i miei titoli di vicinanza alla Ombra amica non siano certo superiori ai Suoi. La ragione è che io ho visto la fine di Pezzani, ed ho raccolto confidenze, che per l’improvvisa catastrofe, imprevedibile a tutti, ma a cui egli più di tutti era impreparato, assumono il carattere di estremi desideri».
Viglongo racconta a Giovannino il giorno della morte di Renzo Pezzani che, poche ore prima di accasciarsi nella sua «Villa Zitta», aveva fatto visita all’amico editore, per parlare con lui, per rinfrancarsi da un malessere improvviso. Quindi, descrive il drammatico cammino del feretro dalla collina a valle, tra pioggia e fango: «Non erano moltissimi gli amici che avevano sfidato il maltempo, per fare ancora un tratto di strada insieme al povero Renzo, schiantato all’improvviso dal destino beffardo: stava finalmente, dopo tanti travagli, per riprendere in serenità la sua strada di creatore di fantasie care alla fanciullezza»! Sì, Viglongo sapeva che Pezzani aveva una forte speranza, legata all’aiuto dell’amico Giovannino Guareschi: «In quell’ora di conversazione, alle soglie della morte in agguato, Pezzani mi confidò tutta la speranza che riponeva nella pubblicazione del romanzo affidato a Rizzoli, mi par di ricordare in relazione ad un concorso. Io gli feci il Suo nome, ed egli mi disse che Lei della cosa era già informato e che sulla Sua amicizia sapeva di poter contare. Lo credo anch’io, come credo che non Le spiaccia sapere che il Suo nome fu uno degli ultimi pronunciati nelle estreme ore di lucidità da Renzo Pezzani, che in fin di vita sperava nella pubblicazione di “quel libro” colla trepidazione del giovinetto che attende il primo foglio stampato con parole sue».
Un nuovo romanzo per ragazzi? Chi lo sa e, soprattutto, chi lo saprà mai. Neppure Giovannino Guareschi ne parlò più, anche se, in quel “Giro d’Italia” scrisse: «.. Però una delle sue poesie per ragazzi ve la voglio presentare. Perché, anche se non capite il parmigiano, vogliate un po’ di bene a Renzo Pezzani in italiano. La poesia s’intitola «Dieci più». Le mamme scrivono tutte alla stessa maniera/ quando gli altri sono a letto e più zitta è la sera/.../ Come su neri spini improvvisi esplodono fiori/ scrivono in grosse lettere con bellissimi errori./ Oh, se dal buio tempo tornasse la loro/ maestra di terza a raccogliere il lavoro/ per quel “cuore” così grande sfuggito con la q/ chissà che voto avrebbero con la matita blu./ Ma lì è così bello, tra lagrime, sorrisi, preci/ che alla mamma che scrive ogni bimbo dà dieci./ E forse dieci più».


“Gazzetta di Parma”, 28/12/2011

L'arrotino. Una poesia di Renzo Pezzani (Parma, 1898 – Castiglione Torinese, 1951)

Arriva l'arrotino
e si ferma ai cancelli
e chiama il contadino
che gli porti i coltelli,
le forbici, le scuri.
Tutti quei ferri oscuri
invecchiati nei campi
ora mandano lampi.

Processo a Giuliano. La Corte di Viterbo in trasferta in Sicilia (Benedetto Benedetti)


CON I GIUDICI DI VITERBO SUL FEUDO INSANGUINATO

Nelle canzoni popolari siciliane 
echeggia il tragico interrogativo 
sui mandanti della strage.

La corte ha terminato i suoi sopraluoghi 

Gaspare Pisciotta  parla con un avvocato al processo di Viterbo
Con la spedizione di oggi al feudo Trasacco, dove il campiere Busellini fu assassinato dai banditi che ritornavano dalla Portella la Corte d'Assise di Viterbo ha concluso il suo laborioso sopraluogo giudiziario in Sicilia. Per l'ultima volta questa mattina, alle 6, la lunga colonna delle autovetture di avvocati e giornalisti è partita rombando per la via di Monreale lasciandosi alle spalle la città addormentata dove circolavano solo gli strani lattai palermitani, conducendo lentamente per le cavezze le loro vacche fulve e scheletrite per andare a mungere, secondo l'usanza, il latte sulle soglie delle case dei loro clienti.
Monreale è il passo obbligato per arrivare a Trasacco; la topografia di questo luogo è la guida indispensabile e sicura per arrivare alla ricostruzione dei delitti di Giuliano e della sua banda: il luogo dove la Corte abbandona la strada per inoltrarsi nel feudo Lo Presto, dove fu ucciso Busellini, non dista più di mezz'ora di macchina da Villa Carolina, la casa dei Miceli, posta un po' fuori di Monreale dove si tennero i convegni dei banditi.

Paesaggio apocalittico
Poche decine di chilometri in linea d'aria ci separano dalla incantevole piana digradante sul mare, dove ieri siamo passati, attraversando i giardini di limoni ed i campi di grano, fitti di olivi secolari: e siamo già in pieno feudo, in un passaggio apocalittico, dominato da impervi roccioni calcarei, sparsi di pietrame tra il quale cresce a stento un grano duro, di montagna, e sorgono pochi alberi di mandorlo dall'ombra rada.
Sotto il sole implacabile la Corte ha faticato non poco a raggiungere il luogo dove Busellini fu visto passare per l'ultima volta dal contadino Giovanni Arrigo.
«Tre gruppi di banditi — ha detto il testimone — sbucarono ad un tratto dalla costa della collina che sovrasta il mio campo: stavo mangiando seduto a terra ed al vedere i banditi, mi appiattai ancora di più fra il grano. Passarono al limite della coltura prima tre, poi 4, poi 5 persone; nell'ultimo gruppo era Busellini. Non vidi altro».
Quello che non ha visto l'Arrigo è stato ricostruito nelle indagini dei carabinieri. I banditi raggiunsero un pozzo, poco distante dal feudo e, posta la loro vittima contro un muretto, la crivellarono di colpi, rovesciandola poi nell'umida tomba.
Un mese dopo, quando la polizia (forse per informazione dell'assassino, il Ferreri detto 'fra Diavolo') recuperò il corpo del Busellini, nella tasca del disgraziato campiere si trovò il fatale documento che aveva provocato la sua condanna a morte: un bigliettino, reso quasi illeggibile dalla azione dell'acqua: in esso un maresciallo della Piana dei Greci fissava al Busellini un appuntamento per il giorno seguente a quello della sua morte.
Undici uomini (oltre al Busellini) furono visti dall'Arrigo: Pisciotta ne ha nominati quindici. E gli altri quattro?
«Quelli andavano in macchina — ha risposto al Presidente l'avvocato Crisafulli — e portavano le armi. Sullo stradale si divisero in due gruppi: mentre il primo prese la strada della montagna in direzione di Montelepre, l'altro proseguì in automobile per la strada di Monreale».
Nella città dominata dalla mafia, il giorno del 1° maggio si correva la gara dei cerberi, i piccoli e velocissimi cavalli locali, e tutta la gente era ammassata ai bordi del corso principale dove si doveva svolgere la competizione. Invece, della sfrenata corsa dei cavalli senza fantino, la gente vide arrivare le autolettighe ed i camions carichi dei morti e dei feriti a Portella preceduti dall'urlo lugubre delle sirene.
E forse qualcuno avrà visto anche il misterioso jeppone che probabilmente precedeva le autolettighe e a bordo del quale erano Giuliano ed i suoi luogotenenti, reduci dal loro più nefando delitto. Ma quelli che aspettavano giù a Monreale e che potrebbero chiarire alla Corte più di un dubbio, non sono imputati nel processo per la strage di Portella della Ginestra. 
Dopo il faticoso, se pur breve sopraluogo, la Corte ritorna a Palermo presto, alle 10. C'è in giro un'aria di partenza con frettolosi saluti, strette di mano, arrivederci a Roma. La Corte dovrà riprendere le sedute mercoledì prossimo a Viterbo e quasi tutti i suoi componenti, escluso il Presidente, partiranno oggi insieme con gran parte dei giornalisti.

La festa di Santa Rosalia
La capitale siciliana è in festa per le onoranze a Santa Rosalia. La città brulica di gente venuta da ogni parte della Sicilia e che affolla le vie, animatissime, come in una domenica, per il « festino».
Ci aggiriamo incantati in questo meraviglioso andirivieni, tra venditori ambulanti che strillano, carrozzelle, gelatai, bambini che vendono gelsomini portando in giro la loro mercanzia raccolta in grandi mazzi dal profumo acutissimo e inebriante.
All'angolo di una strada un capannello con al centro un cantastorie. Le nenie del cantore popolare ci riportano di colpo alla realtà che avevamo dimenticato per un momento. Esso canta: i frati Ginovesi su accusati/comu li guardaspaddi di Giuliano. / Mannino e Cucinella su imputati. / P'ù stissu fatto Licari c'entrò! / Ora dico che Sciurtino / ch'è cugnato di Turìddu: /perchè proprio solo a iddu/ Stati Uniti nun mannasti? / Iddu li sapì i veri mandatari / e Licari i canusci sti signuri. / Ferreri e Sapienza su d'unuri. / Pir chìstu Gaspanni scatasciò! / Lu dramma è Viterbu, ma la farsa/ la fannu pri sollazzo l'awucati: / vonnu cantari, ma sunnu stunati».
Ecco la tragedia di Giuliano che prende il posto delle cantate delle gesta degli antichi paladini; è anche nella trasfigurazione del poeta popolare quell'interrogativo che assilla tutti: i mandanti? Intorno a noi non vediamo né il Presidente né i giudici popolari. Ma confidiamo che l'essere venuti in Sicilia abbia dato loro, oltre che quelle indicazioni che chiedevano ai luoghi che furono teatro della strage, anche l'impressione precisa di quello che il popolo siciliano pensa e si aspetta dal processo di Viterbo.

L'Unità, domenica 15 luglio 1951
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POSTILLA
BENEDETTO BENEDETTI, SANGUE ROMAGNOLO
Benedetto Benedetti in una posa da attore
L'articolo che qui ho ripreso da “l'Unità” riguarda il sopralluogo in Sicilia della Corte che a Viterbo, per legittima suspicione, fu chiamata a giudicare la banda Giuliano nel 1951, dopo l'uccisione del celebre fuorilegge. Ne è autore Benedetto Benedetti, figura di geniaccio di provincia di cui si trova qualche significativa traccia anche in rete.
Era nato in Romagna, a Perticara, “paese di lanterne magiche” (così lo chiamò) e di zolfo, aveva studiato, compagno di classe di Sergio Zavoli al Liceo Classico di Rimini. 
Dopo aver molto girato, è morto a Novafeltria, nel Riminese all'inizio di questo 2014, ottantanovenne.
Fu giornalista, scrittore prolifico (di testi generalmente incompiuti e inediti o autopubblicati, narrativi, storici, etnografici ecc.), fu sceneggiatore (lavorò con Fellini, con Florestano Vancini - per Bronte - e con altri  registi) e critico musicale di prima fascia; a quanto raccontano fu anche amatore appassionato e protagonista di vicende troppo inverosimili per essere del tutto inventate.
Sulla sua attività di cronista a “l'Unità” Benedetti scrisse quanto segue: "dopo le tristi vicende della guerra, a Roma redazione dell’Unità allora in Via Quattro Novembre. Non presi mai la tessera del partito, e nessuno me la chiese. Capo servizio d’infallibile intuito, Alfredo Reichlin, titolista nato: "Toghe sdrucite" in titolo di un articolo per una inaugurazione d’anno giudiziario; direttore il cordiale Ingrao; redattore capo un gran signore, riflessivo e triste, Maurizio Ferrara, padre dell’attuale direttore del "Foglio". La scuola dell’Unità ebbe tre cardini: il discorso di Togliatti per la morte di Stalin, il caso Don Camillo e il processo Pisciotta a Viterbo. Inviato a Palermo per documentarsi sul bandito Giuliano, ebbi la sorpresa: le fotografie di Pasquale Sciortino, il misterioso cognato del bandito Giuliano, date per introvabili, potevano essere comprate seguendo il canale giusto, con una certa facilità. Le coperte vie conducevano a una Sicilia che voleva dire Trinacria. Trasmisi un servizio riferendo i versi di un cantinpiazza che ripeteva esattamente le tesi del Partito Comunista sulla strage di contadini compiuta da Giuliano a Portella delle Ginestre e mi fu poi riferito che Reichlin smontò la prima pagina del giornale per pubblicarlo. Non so ancora oggi se è vero, ma quando me lo dissero, ne ebbi piacere. Il caso Chiaretti-Pajetta fu lo scontro fra radical-chic e un grande industriale della politica. La cosca intellettuale romana era stata unanime a rifiutare di immischiarsi nel film tratto dal romanzo "Don Camillo" di Guareschi, l’inventore dal “Candido” dei trinariciuti comunisti: la regia fu affidata a Duvivier, grandissimo professionista... Si formò la coppia storica Gino Cervi-Fernandel. Successo smisurato, ma l’ingualcibile Chiaretti che era anche critico cinematografico dell’Unità intitolò la sua recensione "Italia Offesa": Duvivier infatti, nazionalità e carriera francesi. Pochi giorni dopo, stessa collocazione, stesso rilievo, in apertura di terza pagina, Pajetta intervenne iniziando: «a me invece il film è piaciuto». Per il lupo di mare politico, il film traghettava il partito dal triangolo della morte ed altre facezie, alle facezie Cervi-Fernandel. Morto Stalin, Togliatti iniziò la sua commemorazione in Parlamento, con le parole «sono percosso, attonito». Scandalizzato, il poco perspicace, andò per lumi da un vecchio militante che aveva avuto in Russia qualche carezza stalinista: dopo i doverosi insulti del caso, egli lo esortò a meditare sull’interrogativo del cinque Maggio di Manzoni: «fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza». Era cominciata la destalinizzazione".  
Benedetti tentò una sua personale destalinizzazione con un film di cui fu soggettista, sceneggiatore e attore coprotagonista (con Helmut Berger), Sai cosa faceva Stalin alle donne? (regista Liverani). Vi si racconta la storia di uno che guardava a Stalin come esempio di virilità. Non piacque granché, per sua stessa ammissione neanche a Benedetti.
L'articolo qui postato, cui sono arrivato casualmente mentre consultavo l'archivio in rete de “l'Unità” , è proprio quello dedicato alla trasferta palermitana della Corte di Viterbo di cui Benedetti racconta. A me sembra che gli schizzi sulla Palermo degli anni Cinquanta e la rappresentazione del paesaggio tra la città e l'entroterra vadano oltre l'immancabile "colore locale". (S.L.L.) 

1.9.14

“L'Unità” al tempo di De Gasperi. Cronache di lotte e repressioni

Cercando altro ho trovato nelle pagine de “l'Unità” dell'estate 1951 la cronaca non firmata che ho qui trascritto, sulle lotte mezzadrili in Sicilia e nel Centro-Italia. Vi spicca la denuncia delle sistematiche provocazioni della polizia di De Gasperi e Scelba contro il movimento contadino e contro i comunisti che ne erano alla testa, specialmente in Sicilia. Giova ricordare che, al tempo dell'articolo, Pio La Torre era in carcere da 17 mesi (dal marzo 1950) e sarebbe uscito - assolto da ogni accusa - solo il mese dopo, il 23 agosto, mentre i poliziotti suoi accusatori facevano carriera.
So fare i conti e so che sono passati 63 anni, una vita neanche troppo breve. So che chi viene dalla storia comunista, perfino tra quelli che c'erano, può aver cambiato legittimamente idea e può pensare che il progresso e la civiltà stessero nella parte che esprimeva il governo De Gasperi e perfino nei mazzieri (in divisa e in borghese) che difendevano l'ordine nelle campagne. Può legittimamente pensarla così non solo Renzi che lo ha sempre fatto, ma anche Napolitano, che un tempo mostrava tutt'altre convinzioni. E tuttavia il fatto che si dedichi a De Gasperi una “festa dell'Unità” è cosa che turba e addolora. 
Che bisogno c'era di offendere la storia, l'intelligenza altrui, la dignità propria, quando in una generica “festa democratica” si sarebbe potuto celebrare lo statista trentino in santa pace? (S.L.L.)

Pio La Torre e Nicola Cipolla, dirigenti del movimento contadino e del Pci in Sicilia
PER LA GIUSTA RIPARTIZIONE DEL PRODOTTO
Successi dei mezzadri ad Orte e in Sicilia
La protesta dei lavoratori costringe la polizia a revocare il fermo del deputato siciliano Cipolla

La lotta dei lavoratori della terra per la divisione dei prodotti secondo la legge, ha registrato, nella giornata di ieri, notevoli successi in parecchie zone dell'Italia centrale. Particolarmente brillante è la vittoria che hanno ottenuto i mezzadri di Orte, in provincia di Viterbo i quali hanno proceduto alla divisione del prodotto al 60 per cento, come stabilisce la legge, trattenendo anche le annate arretrate l947-'48-'49 e 50. La trattenuta del prodotto è stata effettuata anche nei confronti di quegli agrari che si erano ostinatamente rifiutati di trattare con la Federmezzadri.
In provincia di Terni la lotta intrapresa nei giorni scorsi dai mezzadri del Narnese e dell'Amerino prosegue con immutato vigore, estendendosi ad altre decine di aziende delle zone di Orvieto e del Ficullese.
Una ignobile provocazione viene, intanto, segnalata dalla Sicilia dove il compagno Nicola Cipolla, dirigente regionale del movimento contadino e deputato all'Assemblea siciliana ed il compagno Filippo Tornabè, segretario dell'Associazione provinciale contadini di Palermo sono stati fermati dalla polizia col chiaro intento di scompaginare la lotta nelle campagne. Il fermo è avvenuto nel feudo Terzo Sottano, in territorio di Alia, dove da circa dieci giorni è in corso uno sciopero compattissimo dei mezzadri per la giusta ripartizione dei prodotti e dove i compagni Cipolla e Tornabè si erano recati per fronteggiare la gravissima situazione determinatasi nelle ultime 48 ore a causa di un arbitrario intervento della polizia. Quasi alla stessa ora nel feudo Tudia, in territorio di Resuttano venivano fermati il compagno Salvatore Amico, dirigente provinciale dei contadini di Caltanissetta assieme a 10 mezzadri.
La notizia del fermo diffusasi nelle prime ore di ieri ha avuto larghe ripercussioni a Palermo. Nelle fabbriche si sono avute spontanee astensioni dal lavoro mentre la segreteria della Camera del lavoro, riunitasi d'urgenza ha votato un'ordine del giorno nel quale si chiede, tra l'altro che gli arrestati vengano rilasciati subito e si rivendica il diritto alla immunità parlamentare per tutti i deputati regionali.
Di fronte alla compatta e immediata protesta popolare, le autorità sono state costrette, ieri a tarda ora, a rimettere in libertà i compagni arbitrariamente arrestati.

l'Unità, domenica 15 luglio 1951

Come ho incontrato il "Gattopardo" (di Giorgio Bassani)

Lo scrittore Giorgio Bassani scoprì e lanciò Il Gattopardo. “La Repubblica” gli chiese, nel ventennale della morte di Tomasi di Lampedusa (22 luglio 1957), come fosse venuto in possesso del manoscritto e come giudicasse quel testo dopo due decenni di successo editoriale. Ecco la sua risposta. (S.L.L.)
Giorgio Bassani
Il manoscritto de Il Gattopardo mi venne segnalato nell'autunno del 1957. Lampedusa era già morto. La persona amica che me ne parlò per prima mi confidò d'avere l'impressione che il manoscritto fosse di mano d'una anziana signorina dell'aristocrazia palermitana. Incuriosito, andai a ritirare il testo. Ricordo che il pacchetto m'era stato lasciato nella guardiola del portinaio. Lo aprii immediatamente e cominciai lì stesso, a scorrerne le prime righe. Ebbi subito l'impressione che non si trattasse affatto d'un'anziana signorina, ma di un vero scrittore. Seppi, più tardi, che il manoscritto era del principe Tomasi di Lampedusa che avevo conosciuto, due anni prima, a San Pellegrino insieme a Lucio Piccolo, il poeta suo amico, in un incontro di giovani scrittori.
A quell'incontro era venuto, in treno dalla Sicilia, accompagnato da un servitore, anche Lampedusa. Quando fui più avanti nella lettura del manoscritto, il mio interesse si trasformò in entusiasmo. Chiamai la vedova a Palermo e ricordo che la principessa, con quel suo strano accento russo-tedesco, mi chiese al telefono: «Ma lei crede veramente che si tratta di bello libro?». «Stupendo», risposi e aggiunsi che avrei richiamato appena completato il manoscritto. Quando finii la lettura, mi accorsi per la verità che il testo era un po' tronco nel finale e di ciò parlai con la vedova dell'autore in una seconda conversazione. La principessa a quel punto mi chiese:« Lei crede che starebbe bene un ballo verso la fine?». Insomma mi mise sulla strada, e mi dette in seguito le indicazioni per rintracciare poi a Roma, da sua sorella, il manoscritto del capitolo del ballo, fondamentale nella struttura del racconto. Confrontando però quella nuova parte manoscritta col manoscritto che ne era stato tratto, m'accorsi delle molte imprecisioni e scorrettezze commesse da chi aveva fatto il lavoro. Decisi allora d'andare a Palermo per tentare di ritrovare l'intero manoscritto originale. La vedova di Lampedusa, la prima volta che le avanzai la mia richiesta, negò che il manoscritto esistesse.
Nel pomeriggio di quello stesso giorno però mi recai, in sua compagnia, a trovare il nipote di Lampedusa Gioacchino Lanza di Trabia, che oggi è direttore artistico dell'Opera di Roma. Anche con lui espressi il mio dispiacere per la perdita del manoscritto ma Gioacchino Lanza m'interruppe: «Come perduto? Il manoscritto è qui, l'ho io». E andò a prenderlo. L'originale del testo non solo conteneva il capitolo del ballo, di cui ero già venuto in possesso a Roma, ma anche un altro capitolo, quello del «Viaggio di padre Pirrone», fondamentale per dare al romanzo la dimensione spaziale e temporale di cui aveva bisogno.
L'editore Feltrinelli, che già allora s'era invischiato nella letteratura sperimentale, stampò il testo senza neanche rendersi conto di che cosa si trattasse. Ne tirò inizialmente 3 mila copie che ovviamente andarono subito esaurite. Allora ne ristampò altre 30 mila che si esaurirono a loro volta.
Se lo colloco nella prospettiva dei vent'anni che sono trascorsi giudico oggi quel romanzo importante come allora. Il Gattopardo non è un tentativo di restaurare il romanzo storico ottocentesco. E' invece un grande messaggio di cui ad esempio Vittorini, che com'è noto ne rifiutò la pubblicazione, non aveva capito il senso. Qual è questo senso? Per afferrarlo bisogna risalire a Verga. All'indomani del fallimento dell'unità d'Italia Verga aveva fatto intendere agli italiani che, tramontato quel tentativo, lui avrebbe cominciato a scrivere in siciliano. L'uso della lingua dell'isola era la rivolta dei siciliani contro l'unità, l'affermazione del loro separatismo, letterario se non politico.
Tra l'altro è per questo che Verga è un grande poeta e non un piccolo imitatore dei realisti francesi. Questo dunque per Verga. Cosa dice Lampedusa? All'indomani della fine della Resistenza (il testo fu scritto tra il 1955 e il 1956 e rivisto l'anno successivo) Lampedusa dice agli italiani che la guerra di liberazione è fallita, che il fallimento coinvolge l'intera nazione e che proprio per questo non è più necessario scrivere in siciliano. Si può benissimo scrivere in italiano colto, dal momento in cui siamo tutti siciliani.
E' la stessa cosa che Sciascia ha cominciato a sostenere da qualche anno, proprio lui che aveva polemizzato all'inizio col principe di Lampedusa vinto dai suoi complessi piccolo-borghesi.
Lampedusa genialmente scavalcò il sicilianismo e con questa operazione ricongiunse la letteratura dell'isola a quella nazionale. E non credo sia stato un caso che sia toccato a me di stampare quel testo. Come Lampedusa, non ho sempre descritto anch'io, in qualche modo, il tramonto delle grandi illusioni?



“la Repubblica”, 25 luglio 1977

La poesia del lunedì. Marino Moretti (1885-1979)

Valigie
Voglio cantare tutte l'ore grigie
in questa solitudine pensosa
mentre raduno ogni mia vecchia cosa
a riempir le mie vecchie valigie.

Oh le valigie, le compagne buone
dei poveri viaggi in terza classe
vecchie, sfiancate, fatte con qualche asse
sottile e con la tela e col cartone.

Le camicie van qui da questa parte,
quaggiù ai colletti cerco di far posto,
lì le cravatte e qua, quasi nascosto,
un manoscritto, e ancora libri e carte.

Ecco il pacchetto della mamma. Odora
vagamente di cacio e di salame.
Già, se avessi in viaggio ancora fame.
E questo libro e un altro, un altro ancora.

Dove vado? Non so. Ma mi sovviene
d'averla pur desiderata questa
partenza come, il piccolo, la festa
che col serraglio e con la giostra viene.

Dove, non so. Ma pare a me ch'io debba
vivere senza scopo, allo sbaraglio;
e a tratti con l'inutile bagaglio 
partir per i paesi della nebbia...

Uccidere il drago (Bertrand Russel)

Con l'attuale tecnica industriale, si potrebbe, volendo, procurare una discreta esistenza a tutti. Del resto la popolazione del mondo sarebbe stazionaria, se non fossimo ostacolati dall'influenza politica delle Chiese, le quali alla limitazione delle nascite preferiscono guerre, pestilenze e carestie. Con il progresso del sapere e della tecnica, la felicità universale può essere raggiunta; ma il principale ostacolo alla loro utilizzazione per tale scopo è l'insegnamento della religione. La religione impedisce ai nostri figli di ricevere un'educazione razionale; la religione ci impedisce di rimuovere le cause fondamentali delle guerre; la religione ci impedisce di insegnare l'etica della collaborazione scientifica in luogo delle vecchie, aberranti dottrine di colpa e castigo. Forse l'umanità è alla soglia di un periodo aureo; ma per poterla oltrepassare sarà prima necessario trucidare il drago di guardia alla porta: questo drago è la religione.


Da Perché non sono cristiano, TEA, 1997

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