10.6.16

Leonardo Sciascia e Giacomo Matteotti. Un frammento da “Porte aperte”

Porte aperte è tra i romanzi dell'ultimo Sciascia uno dei più densi (bello come il film che ne trasse Gianni Amelio con una memorabile interpretazione di Gian Maria Volonté); si è prestato perciò a tante e diverse letture: romanzo sulla Sicilia “irredimibile”, romanzo sul fascismo, romanzo sulla pena di morte ed altre ancora. C'è di sicuro tutto ciò e anche altro, anche se a me pare che il tema principale resti quello centrale di tutta l'opera dello scrittore di Racalmuto, quello su cui non cessò mai di arrovellarsi: la giustizia.
L'incipit del romanzo entra subito in medias res. È il 1937 e nel palazzo di giustizia di Palermo il procuratore del re è in visita dal giudice: tra le carte dell'imputato di un grave fatto di sangue è stato sequestrato, registrato dalla polizia, ma non consegnato alla magistratura, un cartoncino. Pare su sollecitazioni dall'alto. È stato ucciso un pilastro del fascismo palermitano, un avvocato, capo della corporazione degli avvocati, e su quel cartoncino è stampata una foto di Giacomo Matteotti. L'omissione viene adesso sanata e il cartoncino viene consegnato al giudice. Il procuratore si premurerà di evidenziare il messaggio contenuto in quel singolare modo di procedere: “in alto” non si vuole “confusione”, non c'è bisogno di dare risalto a codesto marginale risvolto politico, ci sono “ben altri elementi” per giungere a una condanna esemplare.
La riflessione di Sciascia non è presentata, in questo caso, in forma di digressione, ma è incorporata nel racconto, affidata ai pensieri che la vista di quel cartoncino suscita nel giudice. E' una pagina da ricordare e da meditare. (S.L.L.)
Il giudice lo prese, e subito che vi gettò gli occhi ebbe come un trasalimento: era un’immagine che, tredici anni prima, giornali, manifesti e cartoline avevano come inchiodato nella memoria degli italiani che avevano memoria, nel sentimento degli italiani che avevano sentimento. Questa, proprio questa: un volto sereno e severo, ampia fronte, sguardo pensoso e con un che di accorato, di tragico; o forse con quel che di tragico aveva poi conferito alla sua immagine da vivo la tragica morte. Immagine che riportò il giudice a quell’estate del 1924 (era pretore in un piccolo paese siciliano in cui pochi erano i fascisti e pochissimi i socialisti) in cui la sorte del fascismo parve vacillare, ma declinando l’estate ecco risollevarsi, riaffermarsi e vincere. E nella sua memoria il senso, proprio il senso - i colori, gli odori, i sapori persino — dell’estate che si spegneva, si associava allo spegnersi delle passioni che anche nell’ambito delle famiglie quel tragico caso aveva acceso. Passione che anche lui aveva sentito, ma dentro la passione del diritto, della legge, della giustizia. E pensò: ‘così andava sentita, perché non si spegnesse’.
Accanto alla fotografia, fitta di puntini e di esclamativi, era la scritta in cui a Giacomo Matteotti venivano attribuite, rivolte « ai suoi carnefici », frasi come queste: « uccidete me, ma l’idea che è in me non la ucciderete mai; la mia idea non muore; i miei bambini si glorieranno del loro padre; i lavoratori benediranno il mio cadavere; viva il socialismo». E da quelle frasi ingenuamente solenni ed eroiche (che però, ricordava, facevano effetto non solo a rincuorare l’opposizione ma a commuovere anche le casalinghe), la parola «cadavere» si spiccò greve, dissolvendo in altra immagine quella che aveva davanti: la fotografia del trasporto dei «resti mortali» dal bosco della Quartarella al cimitero di Riano Flaminio: la cassa di legno bianco, i quattro carabinieri che la portavano: e il primo (a sinistra nella foto, ricordò con terribile precisione), il più in primo piano, che si premeva sul naso e sulla bocca un fazzoletto. Ormai da anni non pensava al delitto Matteotti, in certi momenti e di fronte a certi fatti, che con parole che sarebbero state della storia futura, del giudizio storico: ma quel cartoncino rosso lo aveva precipitato in ricordi visuali che non sapeva di avere così nitidi, così precisi: e vi si intridevano quelle parole, quel giudizio. Fotografie, di quel settimanale che allora più di ogni altro ne offriva: le donne di Riano che portano fiori sul luogo dove il cadavere era stato trovato; i funerali a Fratta Polesine, la bara portata a spalla da parenti ed amici (il baritono Titta Ruffo, cognato, particolarmente segnalato nella didascalia: c’erano state per lui, poi, amare vicende a conseguenza di quella parentela, di quella devozione?); e quell'impagabile immagine, che valeva più di un capitolo di un libro di storia, di quei deputati socialisti in ginocchio presso la spalletta del ponte dove Matteotti era stato preso. Avevano deposto una corona, si erano inginocchiati: occhi cupidi di passare alla storia rivolti all’obiettivo; e si erano alzati quelli che, tra gli ultimi, temevano l’obiettivo non li cogliesse. E si propose di ritrovarla, quella fotografia: ricordava due o tre nomi dei genuflessi, lo incuriosiva sapere quel che ne era stato di ognuno.
Di pensiero in pensiero, si trovò avventatamente a dire: «Una cosa cui allora si badò poco: era libero docente di diritto penale all’università di Bologna».
«Chi?» domandò il procuratore.
«Matteotti» disse il giudice: ma dallo sguardo guardingo, e con un che di compassionevole, del procuratore, capì di avergli suscitato, oltre che diffidenza, un sospetto di disordine mentale, di sconnessione. L’argomento era spinoso, spinosissimo; e che c’entrava quel particolare della libera docenza? Ma da quel particolare era rampollata nella mente del giudice una constatazione: che Matteotti era stato considerato, tra gli oppositori del fascismo, il più implacabile non perché parlava in nome del socialismo, che in quel momento era una porta aperta da cui scioltamente si entrava ed usciva, ma perché parlava in nome del diritto. Del diritto penale.

Da Porte aperte, Adelphi, 1987

“Riformista perché rivoluzionario”. Matteotti al di là del mito (Gianpasquale Santomassimo)

La pubblicazione delle Opere di Giacomo Matteotti, curata da Stefano Caretti e patrocinata dalla Fondazione Turati, è giunta ormai al sesto volume (Velia Titta Matteotti, Lettere a Giacomo, a cura di Stefano Caretti, prefazione di Sebastiano Timpanaro, Nistri-Lischi Editori, Pisa, pp. 324, £. 40.000). Nel quasi totale disinteresse della sinistra italiana e della sua cultura. Abituata a riscoprire e rivalutare il superfluo, quest’ultima sembra aver smarrito ogni interesse per ciò che è essenziale e irrinunciabile. E anche la curiosità per i suoi stessi simboli più diffusi. Eppure non si sta parlando di un «bolscevico», ma di un socialista riformista, fondatore in questo paese di quel socialismo democratico a cui gran parte della sinistra dichiara di richiamarsi.
La verità è che Matteotti, come vedremo, può restare simbolo inoffensivo e politicamente corretto solo a patto di ignorare o edulcorare il suo pensiero. Non che il nome di Matteotti sia ignoto agli italiani: ma finisce per essere una via, una piazza, «il Martire» per antonomasia, un simbolo morale di cui pare sia sconveniente approfondire i contenuti politici.
La stessa dimensione del martire, beninteso, non è priva di implicazioni rilevanti. Come ha mostrato il volume dedicato al mito uscito nel 1994, in cui Caretti ha raccolto anche le forme di «devozione popolare» suscitate dall’assassinio: omaggi, scritte anonime, poesie, epigrafi, visioni, «elaborazioni cristologiche». Ma è una dimensione divenuta nel tempo esclusiva e che ha sacrificato lo spessore politico e la portata storica dell’opera di Matteotti. In realtà non si diventava martiri per caso in quel tempo, e il fascismo sapeva scegliere bene le sue vittime.
Dai volumi finora pubblicati - Scritti sul fascismo (1983); Lettere a Velia (1985); Sulla scuola (1990); Sul riformismo (1992); Matteotti. Il mito (1994) - emerge il profilo di un politico coerente e lungimirante, dal percorso ricco di sorprese e di smentite per chi si accontenta di ragionare attorno a formule e slogan. In un ciclo politico e culturale della sinistra che conosce una straordinaria fortuna verbale del riformismo e in cui tutti si dichiarano riformisti, è significativo il disinteresse per una delle pochissime esperienze di un riformismo con la spina dorsale, anticapitalista e antimperialista, che questo paese abbia conosciuto.
L’opposizione alla guerra imperialista è intransigente in Matteotti già al tempo della guerra di Libia. Quando matura l’intervento nella prima guerra mondiale è favorevole all’insurrezione popolare contro la guerra e giudica timida e compromissoria la formula ufficiale socialista del «non aderire né sabotare». Entra in contrapposizione frontale a tutto il mondo dei futuri socialisti liberali, entusiasti per la «guerra democratica». Viene confinato in Sicilia nel 1916 dalle autorità, il più lontano possibile dal fronte, per impedirgli di «minare» lo sforzo bellico. Di qui si oppone a quelli che gli appaiono cedimenti del suo partito in direzione di una «solidarietà nazionale» dopo Caporetto.
Nel breve periodo della sua attività politica (quattordici anni in tutto) Matteotti è legato a una visione 2gradualista” del processo di costruzione del socialismo, che diffida delle scorciatoie demagogiche e del verbalismo rivoluzionario, ma che non per questo è arrendevole o conciliante. “riformista perché rivoluzionario”, come amava definirsi non concede nessuna apertura di credito alla classe dirigente che pone costantemente sotto accusa nella sua quotidiana attività di organizzatore e di polemista. Di fatto nella situazione italiana del primo dopoguerra, Matteotti denuncia proprio il venir meno di una dei presupposti di fondo del riformismo classico, cioè l’esistenza di una borghesia disposta a «rispettare le regole del gioco». Il fatto che essa «per difendere il suo privilegio esce dalla legalità e si arma contro il proletariato» distrugge alla radice l’idea stessa di democrazia, che viene percepita come «vuoto inganno» dalle classi lavoratrici.
Matteotti è del tutto immune dal fascino della Rivoluzione russa, e la sua condanna non è basata sulla invocazione di princìpi astratti e dottrinari ma sulla constatazione concreta e realistica della impossibilità di costruire il socialismo «senza l’autonomia e l’autogoverno delle classi lavoratrici». L’episodio del gennaio ’21 ha un carattere quasi simbolico, e di amara sottolineatura di un paradosso e di un limite che sta sullo sfondo dei dibattiti della sinistra. Partecipa a Livorno al congresso di fondazione del partito comunista, dove dovrebbe parlare in rappresentanza della corrente riformista, ma preferisce abbandonare subito i lavori, non appena giunge notizia dei sanguinosi incidenti di Ferrara e dell’assalto delle squadre di Balbo alle organizzazioni operaie. Una scorta armata fornita dai comunisti lo aiuta a raggiungere incolume Ferrara e a tentare di organizzare una resistenza popolare.
È una scelta di priorità che solo Matteotti sembra percepire con chiarezza in quei mesi. Di fronte al fascismo è il primo politico che comprende la sua novità e la sua torbida complessità, la sua essenza di reazione moderna, e anche la possibilità di contagio in tutta Europa che l’esperienza italiana dischiude. Non l’estremo sussulto di un capitalismo destinato a spegnersi. Non un governo borghese che vale l’altro, come scrivono quasi tutti i comunisti e i socialisti al tempo della marcia su Roma. Non una breve parentesi destinata a richiudersi in maniera indolore. È un nemico nuovo e pericoloso che va contrastato e sconfitto in termini unitari e, anche, energici. Nei termini di lotta armata che la situazione richiede.
Nell’ultima lettera a Turati, poco prima dell’assassinio, sosteneva la necessità di «prendere, rispetto alla dittatura fascista, un atteggia mento diverso da quello tenuto fin qui... Lo stesso codice riconosce la legittima difesa. Nessuno può lusingarsi che il fascismo dominante deponga le armi e restituisca spontanea mente all’Italia un regime di legalità e libertà...». La raffigurazione, ancor oggi predominante, di Matteotti nelle forme di un profeta disarmato e che predica la non violenza di fronte alle squadre fasciste prende corpo solo nei meccanismi di costruzione del mito postumo del martire. Matteotti paga con la vita la sua denuncia delle violenze e delle illegalità che hanno assicurato la vittoria del fascismo nelle elezioni del 1924. Il suo assassinio interrompe un percorso di cui nessuno può ipotizzare compiutamente gli esiti e priva l’antifascismo del suo leader naturale.
Anche da questo carteggio emerge quella immagine di civiltà, pulizia e onestà di sentirnenti che spesso colpisce nei carteggi familiari dell’antifascismo. Nel caso di Matteotti è anche parte integrante, risvolto privato di una costruzione paziente e tenace, dal basso, di una alternativa di società e, al tempo stesso, di unasocietà alternativa che avverte come la vera essenza del riformismo italiano.
«Pare che tutti abbiano piacere della sconfitta in pieno del socialismo – scrive alla moglie nel 1922 -; eppure non ne rimangono sconfitti i difetti, ma la civiltà medesima”.

I conformisti che vogliono ad ogni costo convincerci che il fascismo era un regime normale, sotto il quale non si stava poi tanto male, che alla fine veniva accettato da tutti, dimenticano – o ignorano del tutto – quale cammino democratico il fascismo aveva interrotto con la violenza, quanti pensieri aveva impedito di pensare, a quante alternative di maturare.

"il manifesto", 18 luglio 2000

Losurdo e la non-violenza. Una recensione per "Umbria Contemporanea" (S.L.L.)

La camera ardente di Martin Luther King
All’inizio del 2010 Laterza ha dato alle stampe La non-violenza. Una storia fuori dal mito. Ne è autore Domenico Losurdo, uno studioso di confine, il quale, in quanto accademico, ha avuto e conserva ruoli ufficiali nella struttura universitaria, ma da almeno un decennio si propone di sottrarre alla generalizzata mitizzazione e mistificazione alcuni elementi costitutivi del “pensiero unico” post-Ottantanove.
Da questa ricerca controcorrente sono usciti fuori alcuni testi tra storia, politica e filosofia, tutti molto discussi: una “controstoria” del liberalismo oggi dominante, una rivisitazione apologetica della “leggenda nera” di Stalin e da ultimo il libro sulla non-violenza che ne ricostruisce fondamenti e vicende e ne contesta l’odierna canonizzazione acritica e strumentalizzazione imperialistica.
L’approccio scelto da Losurdo, per affrontare la tradizione politica non-violenta, il suo stratificato edificarsi nel tempo e il suo sostanziale esaurirsi (almeno ai suoi occhi), connette l’aspetto storico-politico a quello storico-filosofico, utilizzando spesso il metodo comparatistico come strumento forte di valutazione.

Tre grandi racconti
Lo studioso è del tutto consapevole - e del fatto dà conto ai lettori - che sono molte le scaturigini e le motivazioni delle teorie e delle pratiche della non-violenza e che esse affondano le radici tanto nella dimensione religiosa dell’esistenza quanto nel più laicistico degli utilitarismi; e tuttavia tenta di ricondurre a unità la complessità, fissando punti di partenza e approdi.
Alle origini della non-violenza come costruzione politica Losurdo pone il tema della pace universale. Esso matura come esigenza fin dal Settecento illuministico, quando trova espressione compiuta nel tendenziale repubblicanesimo e nel federalismo universalistico di Kant; non manca poi di voci autorevoli (da Tolstoj a Freud) tra Ottocento e Novecento; giunge infine a maturità nel cuore del “secolo breve”, nel corso del quale la condizione atomica e lo sviluppo tecnologico esauriscono definitivamente la retorica della guerra “bella” ed “educativa”.
Schematicamente Losurdo individua tre progetti o “grandi racconti” (il che – ovviamente - non nega interrelazioni e contaminazioni tra essi) che aspirano a chiudere definitivamente il tempo della guerra tra gli Stati: quello rivoluzionario che prende origine dal giacobinismo e attraverso il movimento operaio e il marxismo trova il suo apogeo nel leninismo; quello non-violento che tenta di eliminare in radice la possibilità della guerra; quello dell’interventismo “democratico” che punta sulla diffusione del modello occidentale di libertà politica come antidoto al dispotismo bellicista.
L’origine di quest’ultimo “pacifismo”, più ideologico che effettuale, è intravista da Losurdo nella Prima guerra mondiale, quando, nel campo dell’Intesa, intellettuali di sicura fede democratica come l’italiano Gaetano Salvemini giungono a invocare la guerra per “uccidere la guerra” e non esitano a chiedere per questo scopo nobile il sacrificio della vita. Paradossale è che, da una parte, come bersaglio di questa guerra fosse indicata la Germania militarista e il suo espansionismo, mentre la Germania a sua volta giustificava la guerra con la necessità di colpire l’Orso dell’Est, la Russia zarista fonte di autocratica oppressione e di ottusa violenza. A consacrare l’ideologia della “pace definitiva” come prodotto della diffusione nel mondo della “libertà politica” fu poi il presidente Usa Wilson, quando nel 1917 il grande paese d’Oltreatlantico, rompendo con la tradizionale dottrina Monroe, entrò direttamente nella Grande Guerra europea.
Si tratta per Losurdo dell’unica fra le tre opzioni rimasta in campo, seppure con una forte carica di mistificazione. Gli Usa, infatti, tendono oggi a presentarsi come una sorta di “nazione eletta”, che spende sé stessa e le sue risorse per affermare ovunque la democrazia rappresentativa. La prassi e l’ideologia dell’impero ha finito, peraltro, con l’inglobare la stessa non-violenza come metodo di lotta, trasformandola in strumento di acquisizione all’Occidente capitalistico di nuovi spazi di libera espansione.
Contraddizioni radicali non erano mancate anche nel campo dei rivoluzionari socialisti, la cui proposta di pace universale si reggeva sull’internazionalismo dei proletari e delle classi sociali sfruttate e oppresse. Losurdo indica due nodi storici che misero in crisi lo schema: quello delle guerre coloniali cui una parte del socialismo europeo guardò con simpatia in quanto guerre di “civilizzazione”; il primo conflitto mondiale, che spaccava l’Internazionale e scuoteva le coscienze di capi e militanti, divisi tra un antimilitarismo spinto sino al disfattismo e la “nazionalizzazione” armata del movimento operaio.
Il racconto di Losurdo parte dall’America dell’Ottocento, ove i primi movimenti impegnati a costruire ordinamenti civili a base non-violenta risentono di una evidente ispirazione religiosa ed esprimono una forte caratterizzazione riformatrice. Essi rompono, per esempio, con l’idea della guerra santa, caratteristica di tanto protestantesimo nordamericano che, attraverso la predicazione del Vecchio Testamento, giustificava non solo i conflitti con Francia e Inghilterra, ma anche la sottomissione dei pellerossa e la schiavitù, in quanto prosecuzione dello stato di guerra. E’ soprattutto la Guerra civile americana, lunga, dura e piena di lutti, a indurre contraddizioni e ritrattazioni. L’uno dopo l’altro, Stearns e Garrison, tra i capi più prestigiosi del movimento non violento e abolizionista, accettano la guerra come inevitabile; e altrettanto fa Thoureau, il profeta della “disobbedienza civile”.
Il libro poi segue, nei rapporti reciproci, il movimento socialista, Gandhi e Tolstoj, l’anticolonialismo, i dibattiti intellettuali intorno alle due guerre mondiali, Martin Luther King. Il secondo dopoguerra occidentale è anche il tempo della “canonizzazione” della non-violenza e della sua progressiva strumentalizzazione, che a Losurdo sembra evidente sia nella vicenda tibetana sia in quella delle cosiddette rivoluzioni colorate dell’Est europeo.

Il gigante Gandhi
Il passaggio chiave è individuato nella figura di Gandhi, la cui mitizzata intransigenza non-violenta esce fortemente ridimensionata dall’ampia ricognizione su tutta la sua vicenda politica. All’originario rifiuto morale della guerra e della violenza, sempre rivendicato, infatti corrisponde in Gandhi un comportamento politico spregiudicato, con molte svolte, il cui obiettivo è, in un primo tempo, l’elevazione degli indiani al livello degli inglesi nel grande impero coloniale britannico, al di sopra delle altre razze. In questa luce si fa reclutatore di volontari indiani per la guerra contro i boeri in Sud Africa: l’obiettivo è “partire e morire per la causa dell’India e dell’Impero”. Di questa partecipazione Gandhi sottolinea il valore pedagogico: la guerra, infatti, trasformerebbe degli uomini rozzi e indocili in persone animate da gentilezza e senso del dovere. Nel 1906 Gandhi cerca di favorire la formazione di un corpo militare indiano che intervenga repressione degli zulù. Manterrà questo atteggiamento collaborativo a lungo, per tutta la durata della Grande Guerra.
La tesi di Losurdo è che, fino a quel tempo, il campione della non-violenza è semmai Tolstoj, con cui Gandhi scambia alcune lettere, ma da cui è distante per la mancata condanna dei massacri perpetrati dai governi europei nelle loro politiche imperialistiche. È dopo il massacro di Amritsar, messo in atto nel 1919 contro gli indiani dal potere coloniale inglese, che Gandhi definitivamente abbandona l’aspirazione alla cooptazione e tende piuttosto a collocare l’India nel processo più generale di emancipazione del mondo dal colonialismo occidentale.
Losurdo non cessa tuttavia di mettere in fila contraddizioni, cadute e debolezze cui, anche dopo, il Mahatma va incontro, dalla sua simpatia per il fascismo italiano al suo mettere sullo stesso piano Hitler e Churchill, fino all’autoritarismo violento e antifemminista che in un alcune occasioni manifesta nella vita quotidiana della sua comunità. Lo studioso italiano sembra quasi aver assunto il ruolo di “avvocato del diavolo” nei processo di beatificazione di Gandhi, ma, se nel libro costui subisce un ridimensionamento come “non-violento”, di sicuro giganteggia come leader politico nazionale, artefice dell’indipendenza dell’India, e di lui vengono valorizzate le capacità di costruzione culturale e ideologica e di direzione politica. Tra le sue intuizioni ideologiche, politiche e propagandistiche Losurdo ricorda la rivendicazione del primato morale dell’India e dell’Asia gentile sulla barbara Europa guerriera e conquistatrice, l’utilizzazione efficace di motivi ed emozionalità religiose, la lotta non-violenta come produttrice d’indignazione e di consenso perfino tra i “nemici”. In questa chiave anticolonialista, peculiarmente asiatica, Losurdo può mettere a confronto “il partito di Gandhi” e “il partito di Lenin” (meglio si direbbe dei “leninisti” Mao Tse Tung e Ho Chi Minh), trovandovi più analogie che differenze.
Il giganteggiare di Gandhi si ricava del resto dall’esemplarità che assume la sua lotta in tutto il mondo. Con il suo pensiero e la sua azione si confrontano infatti, anche criticamente, alcune tra le più grandi figure dell’intellettualità europea, stimolate dalla coscienza religiosa e attratte dalla prospettiva della non-violenza: Reinhold Niebuhr, Dietrich Bonhoeffer, Simone Weil e Aldo Capitini. E “Gandhi nero” è con buone ragioni denominato, anche da Losurdo, Martin Luther King.
Anche King, come un tempo il Mahatma, parte dalla tentazione di una cooptazione degli afroamericani, a cominciare dalle loro élite, nel potere bianco degli Usa e anche la sua storia gronda lacrime e sangue e vive di contraddizioni laceranti. Cartina di tornasole è questa volta la “sporca guerra” del Vietnam, intorno a cui matura la presa di coscienza dell’impossibilità di una partecipazione al sistema Usa così com’era, connessa peraltro al maturare nell’area della rivolta afroamericana del sogno “terzomondista”.

Il canone non-violento
Nella lettura di Losurdo il partito di Gandhi non è affatto opposto al partito di Mao e di Ho Chi Minh; e non lo è anche perché i due “leninisti” asiatici sono tutt’altro che fautori della “violenza rigeneratrice”. In particolare Ho, in fasi importanti della lotta di liberazione, agli occhi dell’amministrazione coloniale francese, tende ad assumere i tratti di un “Gandhi indocinese”, per la sua ripugnanza, insieme istintiva e meditata, verso soluzioni di forza.
È piuttosto l’Occidente liberale a santificare e neutralizzare Gandhi in tempi più recenti, a trasformale la sua “non-violenza” in un moderatismo da contrapporre come antitesi ai radicali Mao, Ho Chi Minh, Che Guevara o Arafat. Analogamente la vulgata del liberalismo celebrerà il primo King, quello che aspira a rendere anche i neri partecipi del “sogno americano”, e rimuove le successive prese di posizione del leader afroamericano che connette il razzismo bianco degli Usa con la guerra neocolonialista del Vietnam e guarda con ammirazione a Du Bois, l’intellettuale radicale bianco, il genio che aveva scelto di essere comunista.
Il passo successivo di questa campagna di acquisizione della non-violenza all’Occidente liberale è quella che a Losurdo sembra soprattutto una invenzione mediatica in funzione anticinese: l’immagine del Dalai Lama come nuovo Gandhi e dei tibetani come “popolo più pacifico del mondo”. Con una serie di documenti Losurdo rileva il feroce oscurantismo dell’ideologia e della pratica lamaista e l’insanabile conflitto tra la propaganda non-violenta e la realtà di una insurrezione, quella del 1959, condotta addirittura con truppe suicide.
A partire dal caso tibetano il Losurdo costruisce uno schema nel quale la “non-violenza” diventa schermo e arma di propaganda per la sovversione in stati e paesi che si sottraggano all’impero occidentale e le stesse forme di lotta non-violente, marce, digiuni, boicottaggi, sono forme di una guerra psicologica che non esclude, anzi in diversi casi richiede l’intervento militare e la carneficina del bombardamento con le armi più sofisticate. Questa lettura subisce perfino una inarcatura complottista quando al Losurdo pare di vedere lo zampino di grandi strutture spionistico-militari dell’Occidente dietro le cosiddette Rivoluzioni colorate dell’Est europeo, per cui ipotizza lotte non-violente teleguidate e mediaticamente enfatizzate per preparare “guerre umanitarie” con bombardamenti di sostegno a opposizioni amiche o addirittura con truppe d’occupazione. Paradossalmente questa interpretazione di recenti vicende trova argomenti oggi più che nel momento dell’uscita del volume: le vicende libiche e il loro macabro epilogo sembrano corrispondere allo schema di Losurdo. Le manifestazioni non-violente (o come tali presentate) represse dal regime nazionalista di Gheddafi, lette a posteriori, appaiono lo schermo di un’azione militare di gruppi filooccidentali, armatissimi e molto addestrati, cui i cruenti bombardamenti spianano la via verso una violentissima vittoria.

I mezzi e i fini
Saggiamente Losurdo ridimensiona la critica ricorrentemente rivolta a Marx con toni d’accusa di considerare la violenza “levatrice della storia”: attraverso opportune comparazioni, utili a stabilire la portata di quanto viene affermato, documenta come le frasi incriminate siano, nella maggior parte dei casi, costatazioni su eventi del passato e come sia quasi assente in Marx o in Engels la retorica sulla forza catartica della guerra, caratteristica di alcuni loro contemporanei e tanti posteri.
Il volume sulla non-violenza fa di più: mostra anche, attraverso esempi significativi, da Turati a Liebknecht , da Gramsci ai bolscevichi, come la discussione su violenza e non-violenza si innesti nella storia del socialismo europeo, ancora prima che Walter Benjamin nel 1921 impegni la filosofia nella “critica della violenza” anche “a fini giusti”. Il dubbio che i mezzi possano corrompere i fini e deviare dai loro obiettivi i processi di liberazione accompagna la storia del movimento operaio europeo sia nell’Ottocento che nel Novecento e si esprime non solo nel pacifismo e nell’antimilitarismo ma anche nella scelta delle forme di lotta. Non-violenta al massimo grado, anche nella sua espressione simbolica e metaforica (“incrociare le braccia”), è del resto la principale forma di lotta che, superate le tentazioni luddiste, il movimento operaio scelse: lo sciopero. La vicenda del “socialismo reale”, come di tante rivoluzioni anticoloniali “violente”, sembra peraltro aver dimostrato che le rivoluzioni armate tendono a riprodurre forme di oppressione non solo per effetto dell’azione di nemici esterni, ma per fattori collegati alla loro militarizzazione e gerarchizzazione.
Il libro di Losurdo sembra concludere che né l’opzione rivoluzionaria né la scelta non-violenta, la quale quasi mai del resto riesce ad essere attuata fino in fondo, garantiscono da fallimenti, tragedie e tradimenti. Tra questi tradimenti indica il possibile (e relativamente facile) assoggettamento della critica della violenza alla pretesa tuttora viva dell’Occidente “di ergersi a maestro e signore del globo”.

Capitini e la sua eredità
Non è grande lo spazio che Losurdo dedica alla tradizione italiana della “non-violenza”. Giustamente neppure un accenno al pannellismo e al suo “partito radicale transnazionale non-violento”, considerati organici al sistema politico ed economico vigente, sebbene abbiano adottato Gandhi come simbolo e praticato forme di lotta come i digiuni. In più passaggi del resto lo studioso valuta le pratiche di questo tipo, non infrequenti nei paesi occidentali, come un uso deviante della non-violenza, come azioni che ribadiscono la violenza del potere e caso mai accentuano l’elemento gandhiano di pressione morale con l’uso abile delle comunicazioni di massa.
Solo poche pagine sono dedicate da Losurdo all’elaborazione di Aldo Capitini, ma sufficienti a rilevarne taluni aspetti di originalità. Di Capitini evidenzia il legame con il Mahatma e il rifiuto di una non-violenza che metta sullo stesso piano oppressi ed oppressori e si ricorda la simpatia per il socialismo di Marx e per la religiosità popolare di Tolstoj.
Losurdo accenna peraltro all’ambizioso progetto capitiniano di costituire una “Internazionale non-violenta”, sulla scia dell’“Internazionale dei Lavoratori”, rivendicando l’eredità del movimento operaio e socialista senza tuttavia cadere nelle compromissioni di quello che Capitini chiama “riformismo di tipo socialdemocratico”. Il “liberalsocialismo” cui il pensatore perugino aspira non pare allo studioso una terza via, mediana, tra capitalismo e socialismo, ma un progetto di società originale, che si propone di ereditare sia le conquiste civili e democratiche della Rivoluzione francese sia quelle della “rivoluzione collettivistica russa”.
Il suo duro politicismo rende Losurdo poco ricettivo verso il movimentismo e il “basismo” che caratterizza l’esperienza capitiniana. In essa, infatti, non si può separare la “non-violenza” come mezzo dalla “non-violenza” come fine, e cioè da una “rivoluzione” capace di instaurare un nuovo potere diffuso dal basso, l’“onnicrazia” o “potere di tutti”. Il recente volume sulla non-violenza tace pertanto della esperienza dei Cos (i capitiniani Centri di orientamento sociale) e poco dice dei Cor, strumento di una parallela rivoluzione religiosa non confessionale che alimenta la rivoluzione politica e se ne alimenta.
Su questa linea Capitini aspirava esplicitamente a farsi promotore di una corrente nuova di pensiero e di azione, non riconducibile a nessuna delle sinistre tradizionali, né borghesi né operaie. Credo che possa valere come esempio l’incipit di un documento del 1963 pubblicato postumo a cura di Goffredo Fofi da “Linea d’ombra” n.20 del 1988 con il titolo Per una corrente rivoluzionaria nonviolenta: “La situazione politica italiana presenta un vuoto rivoluzionario: i partiti stanno o su posizioni conservatrici o su posizioni riformistiche, prive di tensione e di forza educatrice e propulsiva nelle moltitudini. Così si va perdendo anche l’esatta prospettiva che pone come finalità decisiva della lotta politica il superamento del capitalismo, dell’imperialismo, dell’autoritarismo. Vi sono tuttavia delle minoranze che vedono chiaro, ma tali minoranze devono giungere ad un’azione organica nella situazione italiana per cui, da una società dominata da pochi si passi ad una società di tutti nel campo dell’economia, della libertà, della cultura”.
In un passaggio cruciale del suo argomentare, un paragrafo dal titolo Una svolta nella storia della non violenza (pp.239-40), Losurdo ricorda la profonda identificazione di Gandhi con il movimento anticoloniale: il leader indiano, proprio nello stesso momento in cui denuncia la persecuzione antiebraica e la nazistica “notte dei cristalli”, non esita infatti a condannare la colonizzazione sionista in Palestina e a svolgere considerazioni che ne svelano un aspetto di conquista, di occupazione. Losurdo cita poi il sostegno di King ai vietnamiti e rammenta la scelta di campo di Capitini contro il colonialismo, che nel 1963 – in pieno kennedismo - denunciava il subentrare dell’imperialismo americano a quelli europei nel dominio sui paesi non sviluppati. L’ipotesi dello studioso è che oggi una parte importante della non-violenza abbia tradito le premesse anticolonialiste e antimperialiste, che legano Gandhi a Martin Luther King e a Capitini: ci sarebbe una sorta di “internazionale della non-violenza” che va di pari passo “con la celebrazione di quell’Occidente, che si erge a custode della coscienza morale dell’umanità e si ritiene pertanto autorizzato a suscitare destabilizzazioni e colpi di stato, nonché embarghi e guerre umanitarie in tutto il mondo”. Dell’eredità di Gandhi in questo contesto rimarrebbero solo “le tecniche di produzione dell’indignazione morale”, mentre il suo Satyagraha si sarebbe “rovesciato nel suo contrario: da forza della verità … in un’inedita e temibile forza di manipolazione”.
Il mio timore è che possa accadere altrettanto con Capitini, e che a volte la sua immagine venga strumentalizzata a pro di un “interventismo umanitario”, che facilmente dimentica come dietro ai conflitti ci siano spesso interessi dell’Occidente. Alcuni tentativi di “pacificazione” e ricostruzione democratica in questi ultimi anni – nota giustamente Losurdo - sono stati anche per questo disastrosi. Forse, nell’assumere la lezione di Capitini, non andrebbe dimenticato che – come ha acutamente scritto Binni – non era affatto un “pacifista innocuo” e che la rivoluzione a tutto campo che predicava (religiosa e morale oltre che politica) era sì fondata sulla non-violenza ma prevedeva un sovvertimento radicale delle gerarchie razziali, economiche e sociali del mondo intero.

"Umbria Contemporanea" N.16-17, dicembre 2011 

7.6.16

Partenza. Una poesia di Pietro Pancamo

Ogni saluto è un commento
alla tristezza
di dover partire.

Nel disordine di un abbraccio
escogitiamo
ricordi improvvisati.

da Manto di vita, Lietocolle, 2005 

Lungo il vecchio sobborgo... Una poesia di Sandro Penna

Lungo il vecchio sobborgo
non vive malinconia.
Vivon gli stracci una vita gentile
indorati dal sole. E così sia.

da Poesie, Garzanti, 2000

Se mezzanotte... Una poesia di Sandro Penna

Se mezzanotte viene, ancora gli uomini
sono attaccati al bicchiere e all'amico.
Ma richiamato ai sogni di domani
con lenta grazia già ripiega un volto
adolescente.

da Poesie, Garzanti, 2000

Il pesto ai kazaki. Eccellenze agricole e vetrine virtuali (Gabriele Catania)

Non è facile vendere cantucci, umbricelli, aceto di mele e pesto alla brontese in tutto il mondo, inclusi Paesi remoti come il Gabon e il Kazakistan. La startup ByItaly ci riesce. «Siamo un e-commerce con una filosofia precisa: aiutare i piccoli produttori artigianali di cibo di altissima qualità a esportare», dice a pagina99 l’ad della startup, Giovanni Belia. «Molti di loro non hanno le competenze e l’esperienza per affrontare i mercati stranieri. Alcuni hanno provato a farlo da soli, con un loro e-commerce. Ma non basta avere un sito. Bisogna pure curarlo, promuoverlo, spingerlo sui social, altrimenti nessuno ti trova sul web. Qui entriamo in gioco noi: siamo una vetrina nel mondo per i produttori artigianali».
ByItaly ha sede a Perugia, un luogo perfetto per gli amanti dell’enogastronomia italiana. Oltre a vendere tartufo umbro, prosecco veneto e pesce spada siculo, l’azienda consente di adottare un ulivo locale e riceverne l’olio a fine anno. La parola d’ordine, in ogni caso, è qualità, assicura Belia: «Prodotti non pregiati si possono trovare ovunque nel mondo. Noi vendiamo solo cibi e vini di altissimo livello, fatti con materie prime eccellenti e pochissimi conservanti. Spesso c’è pure la certificazione bio. Ovviamente hanno un loro prezzo, ma la gente è disposta a pagare per la qualità».
In un settore agroalimentare che resta un pilastro del nostro export, ma vanta pochissimi attori di dimensioni globali, la startup perugina è esempio di un modello che sta iniziando a diffondersi: quello che coniuga nuove tecnologie, spesso digitali, con una forte attenzione al prodotto di pregio, magari di nicchia, spesso artigianale o biologico. Della serie: va bene tornare alla terra e al territorio, ma in modalità 2.0.
L’e-commerce, in particolare, è un alleato chiave degli artigiani del cibo. Lo ha spiegato bene ai viticoltori italiani Jack Ma, fondatore del portale di e-commerce Alibaba, durante l’ultimo Vinitaly. «Il futuro del vino italiano è online» ha dichiarato il miliardario cinese, e forse è il caso di starlo a sentire: su Alibaba un’azienda canadese è riuscita a vendere, in un solo giorno, 90 mila pregiatissime aragoste della Nuova Scozia. WineOwine è un’azienda che a Jack Ma forse piacerebbe. Questo e-commerce di “grandi vini di piccole cantine” ha sede a Roma e dà lavoro a 15 persone. A fondarla, due giovani abruzzesi con una passione per il buon vino. «L’idea di wineOwine nasce nel 2012, durante una cena tra amici», racconta il giovane Federico De Cerchio, ad della startup e figlio d’arte, dato che la sua famiglia produce vino dal 1961. «A quella cena avevo portato delle eccellenti bottiglie di una piccola cantina del Chianti Classico, e tale era la qualità del prodotto che tutti mi chiedevano dove comprarle. Cosa non facile, l’unico modo per acquistarle era visitare la cantina del produttore, a 500 chilometri da casa nostra. Da qui l’idea di wineOwine».
De Cerchio non svela il fatturato, però ammette che la startup va molto bene: più di 50 mila le bottiglie vendute sinora. Con il cofondatore Eros Durante, l’imprenditore 28enne seleziona e propone sul sito vini di cantine artigianali di tutta Italia, difficili da trovare in una comune enoteca (o al supermercato). «Lavoriamo con i piccoli produttori perché i consumatori amano le piccole cantine, e perché i piccoli e piccolissimi produttori stanno soffrendo dal punto di vista economico, non avendo modo di accedere ai tipici canali di distribuzione, a cominciare da enoteche e supermercati», spiega. Nel caso di wineOwine, il detto della Silicon Valley “no internet no business” è vero al 100%.
Ma la Rete è importante per un crescente numero di artigiani del cibo e Pmi agroalimentari. «Il web è un ottimo strumento per valorizzare l’anima di un prodotto. È possibile raccontare la sua storia ma, soprattutto, il processo all’origine della sua qualità», dice a pagina99 l’economista Stefano Micelli, teorico degli artigiani digitali nonché autore del saggio Fare è innovare (il Mulino, pp. 132, 11 euro). «Molte startup che oggi operano nel commercio elettronico del cibo dedicano spazi e contenuti a una nuova cultura del consumo, promuovendo il valore della varietà».
Secondo Micelli nel settore agroalimentare uno dei casi più interessanti è legato al mondo della birra. «La birra artigianale rappresenta uno dei terreni di sperimentazione su cui si sono cimentati in tutto il mondo artigiani capaci di creare sapori totalmente originali. Alcune volte, per esempio con la birra Baladin, queste proposte sono state in grado di imporsi al pubblico promuovendo una competizione virtuosa con i grandi marchi dell’industria internazionale».
In effetti il birrificio Baladin, fondato dall’imprenditore delle Langhe Teo Musso, è un ottimo esempio di azienda che, partendo dalla riscoperta di saperi e tecniche tradizionali, è riuscita a fatturare milioni. Le birre artigianali (cioè non pastorizzate) della Baladin sono prodotte con ingredienti italiani, spesso a chilometro zero, e stupiscono l’intenditore per l’ampio spettro di gusti e sentori. La distribuzione tuttavia avviene anche online, il packaging è controcorrente (bottiglie anziché fusti, come per il vino), i social media sono ben presidiati e l’attenzione alla comunicazione è molto alta.
Talvolta l’innovazione non è nella distribuzione ma nella conservazione. In Trentino, e per la precisione a Tuenetto di Taio, in Val di Non, il consorzio Melinda conserva 10 mila tonnellate di mele sottoterra, in celle ipogee scavate nella roccia. Come spiega a pagina99 Franco Paoli, responsabile della logistica della Melinda, è un progetto unico al mondo che non solo aiuta a conservare meglio il prodotto, ma riduce l’impronta ambientale del processo di stoccaggio e non consuma suolo (il che, in una provincia piccola e variegata come il Trentino, è una risorsa preziosa).
L’attenzione per l’ambiente in chiave tech non si trova solo nell’estremo nord est. Cortilia è una startup di Milano che fattura due milioni di euro e opera in Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna. Si tratta, secondo il fondatore Marco Porcaro, del «primo mercato agricolo online che mette in contatto consumatori e agricoltori locali, per fare la spesa come in campagna». Cortilia consegna a domicilio frutta e verdura di stagione, ma pure pane, salumi, marmellate, formaggi, vini e così via. Per farlo si basa su una rete di circa 50 produttori, incluse eccellenze come il caseificio modenese Santa Rita, «unici produttori al mondo di parmigiano bio di vacca bianca presidio Slow Food».
Cortilia punta su concetti che sembrano tratti da un saggio di Michael Pollan, l’autore del best-seller Il dilemma dell’onnivoro (Adelphi, pp. 487, euro 30): consapevolezza alimentare e ambientale, autenticità dei sapori, filiera corta... Sul sito della startup si possono comprare verze, asparagi e confettura da una fattoria di San Possidonio (Modena), torrone friabile da un’azienda di Crema, yogurt e caciotte da una cascina nel milanese. Porcaro, del resto, è una sorta di anello di congiunzione tra due mondi diversi. «Sono legato alla tradizione contadina dei miei nonni, che mi hanno insegnato ad apprezzare i cibi veri; dall’altro il mio background professionale è legato al settore delle nuove tecnologie».
Un’altra startup interessante, ma ancora ai primi passi, è Bjull. A fondarla, Sally Semeria e il marito Francesco, entrambi liguri residenti a Milano. Veterana della scena startup italiana, convinta sostenitrice della sharing economy, Semeria spiega che Bjull è una bacheca «grazie alla quale i piccoli agricoltori e gli hobby farmers possono condividere le loro eccedenze con chi vuole mangiare prodotti a centimetro zero». È «nata di fronte a un minestrone, dal desiderio mio e di Francesco di ritrovare a Milano i sapori della campagna, ma ci hanno ispirato anche gli agricoltori della California, che vendono in fattoria il cesto di legna già tagliata o la cassetta di verdura bio». E in effetti sembra che, almeno nell’agroalimentare, la Silicon Valley e l’Italia non siano poi così distanti.

"Pagina 99", 23 aprile 2016

Sindona e Gualino. Gli affari d’Italia in due vite (Giorgio Boatti)

Ascese repentine e rovinosi capitomboli, ma, anche, un alto tasso di incidenti professionali: nel ruolo che banchieri e big della finanza svolgono nella storia della nostra classe dirigente bisognare mettere in conto anche questo risvolto della medaglia, rammentato da certe drammatiche uscite di scena. Quelle, ad esempio, di Roberto Calvi (Banco Ambrosiano), di GianMario Roveraro (Opus Dei, l’uomo che porta Parmalat alla quotazione in Borsa) e di Michele Sindona.
Sindona se ne va
Il “salvatore della lira
Sul ruolo giocato da quest’ultimo in trent’anni di vicende italiane è uscito da Einaudi un documentato e puntiglioso affresco, Sindona. Biografia degli anni Settanta, dovuto a Marco Magnani, economista della Banca d’Italia. Il sottotitolo del saggio evidenzia l’aspetto fondamentale e prezioso di una ricostruzione che andando oltre la pur rilevante parabola sindoniana, la colloca dentro la complessa partita, non solo finanziaria ma politica, di un decennio tra i più difficili della storia repubblicana.
Certo, le tappe e le modalità dell’ascesa sindoniana nel saggio di Magnani ci sono tutte: a cominciare da quando, nell’immediato dopoguerra, il giovane commercialista di Patti (provincia di Messina) sbarca a Milano, e, a colpi di preziose consulenze fiscali, si conquista la fiducia dell’ala più tradizionalista dell’imprenditoria milanese, poco incline a frequentare l’ufficio tasse. Il successivo salto da Milano a Roma è poi benedetto da una parte della Curia pontificia che, decidendo di rendere liquido e portare fuori dagli orticelli italiani parte dell’immenso patrimonio amministrato dallo Ior, fa di Sindona il braccio finanziario del Vaticano, consentendogli di diventare l’azionista di controllo della Generale Immobiliare, protagonista assoluta della speculazione edilizia nella Roma del dopoguerra.
Acquisita grazie a un massiccio prestito dell’Hambros Bank di Londra, la Immobiliare è un caso da manuale, emblematico di come Sindona dispieghi la sua arte speculativa. Come? Semplice: appropriandosi - scrivono nei primi anni Settanta Scalfari e Turani - «delle spoglie dei vecchi potentati nel momento in cui il sistema economico tradizionale si sta sfasciando». Una volta che ha acquisito le sue prede Sindona ne ignora ogni implicazione produttiva. La sfida industriale non lo tocca. Le prede gli servono come trampolino per ulteriori scalate. In compenso, nelle interviste che rilascia, Sindona - loquacissimo, le mani che non cessano di modellare origami, soprattutto cigni e barchette, da fogli che ha sul tavolo - magnifica gli strumenti finanziari nuovi che sta utilizzando, quali l’opa (offerta pubblica azioni), che non avendo ancora in Italia adeguata regolamentazione gli consente di muoversi in una spregiudicata terra di nessuno.
Pochi anni dopo - quando, frenato in Italia da Cuccia, Cefis e dal governatore della Banca d’Italia Carli, rilancia la sfida e fa il grande salto che lo porta a rilevare a New York la Franklin National Bank, ventesima banca Usa - emerge come dietro lo scontro in corso tra finanza laica e cattolica, tra paladini e avversari di Sindona, ci sia un fitto intreccio filo-sindoniano che salda ambienti vaticani e centri massonici, spezzoni dello Stato deviato e vertici della politica.
Così, al culmine di una tempesta finanziaria internazionale, nei primi anni Settanta, Giulio Andreotti arriverà a definire Sindona un “salvatore della lira”. Non è affatto così e quando le razzie speculative non basteranno a reggere il castello di carte del banchiere e tutto crollerà, a cominciare dalla Franklin Bank, la sua determinazione criminale, alleandosi a settori mafiosi, giungerà a far assassinare Giorgio Ambrosoli, l’integerrimo liquidatore della Banca Privata Finanziaria, reo di aver respinto le pressioni politiche romane dirette a coprire con fondi pubblici le voragini scavate nei bilanci. Condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio, Sindona si suicida due giorni dopo la sentenza definitiva. Dietro di sé, a parte gli origami e lo “scandalo Sindona”, investigato per anni da una commissione parlamentare, solo cocci e voragini sparsi in tutto il sistema finanziario italiano.
Gualino ritratto da Casorati
Il “cagliostro della finanza”
Ma non tutte le discese ardite e le risalite dei banchieri finiscono così, anche se le morti (metaforiche) e le risurrezioni (negli indici borsistici) spesso fanno parte del copione. Ad esempio tre colossali tracolli e altrettante strabilianti rinascite scandiscono la traiettoria di un tycoon dell’Italia della prima metà del Novecento come Riccardo Gualino (Biella, 1879, Firenze, 1964), del quale ormai quasi nessuno si ricorda. Per rammentarne il viso (scavato e deciso) si vedano i ritratti che gli fece l’amico Felice Casorati quando assieme a un altro sodale, lo storico d’arte Lionello Venturi, faceva parte del suo “cerchio magico” torinese. Anni in cui Gualino - azionista alla pari con il senatore Agnelli della Fiat occupata dagli operai lettori dell’Ordine Nuovo di Gramsci - stava per acquisire il Credito Italiano e intanto, discretamente, finanziava l’avventura editoriale del giovanissimo Gobetti. Nel frattempo, convinto che il cioccolato dovesse diventare un consumo accessibile a tutti gli italiani, creava l’Unica, il principale polo dolciario del Paese (Talmone, etc).
Nel primo decennio del secolo Gualino aveva già fatto tempo a diventare un importante commerciante di legname tra l’Impero asburgico e l’Italia, per poi in società con la Hambros Bank di Londra (e rieccoli!) dedicarsi a edificare una sorta di Manhattan nel cuore di San Pietroburgo. La guerra, e la rivoluzione bolscevica, gli spazzano via tutto. Ma, arrivata la pace, lo si trova ben dritto su una montagna di soldi ramazzati con la sua Snia (Società Navigazione Italo-Americana) che ha monopolizzato i trasporti di rifornimenti militari dagli Usa all’Europa. Parte di quanto ha guadagnato lo investe in arte: Modigliani e capolavori (soprattutto fondi oro senesi) di varie epoche, poi donati e che ora si possono vedere alla Galleria Sabauda di Torino. Pochi anni dopo, fabbricando il rayon in decine di stabilimenti Snia Viscosa, Gualino fa dell’Italia la seconda produttrice mondiale di seta artificiale. Se Sindona è stato per Andreotti un “salvatore della lira”, Gualino, arrivata la crisi del 1929, diventa per Mussolini il “Cagliostro della finanza”: da additare quale capro espiatorio alle masse. Mandato nel 1931 al confino, a Lipari, scrive due romanzi - assai interessanti - in un anno. Tornato libero fonda, con discrezione, un colosso dei fertilizzanti, la Rumianca. Intanto riprende a costruire case bellissime per Cesarina, sua moglie: un castello neogotico a Cereseto, una villa sopra la baia di Sestri Levante, un palazzo (con teatro privato incorporato) a Torino. Poi - terza o quarta rinascita di Gualino - fonda a Roma la Lux, casa cinematografica che produce film di Soldati, Lattuada, Castellani, De Sanctis (Riso amaro), Comencini, Germi, Monicelli, Visconti (Senso). Insomma, dietro di sé Gualino, il “Cagliostro della finanza”, non lascia solo origami. Muore nel suo letto, a Firenze, nella villa al Giullarino, nome perfetto per lievi e fecondi commiati.


Pagina 99, 7 maggio 2016

6.6.16

La poesia del lunedì. Sandro Penna (1906 - 1977)

Il vento mi dà pace e la fontana
rumorosa l'oblìo. E intanto penso
ricominciare. E sosto in questa piazza
ove il popolo sosta a me d'intorno.

Poesie, Garzanti, 2000


Riva Rivera Rivoluzione (S.L.L.)


Ieri l'incontro con Rivera a Piazza della Repubblica mi ha riportato alla mente lontane memorie con una eccezionale vividezza. 
Continuo a pensare, come Pasolini, che niente come le canzonette è in grado di riportare in vita, sia pure per un attimo come una seduta spiritica, un tempo perduto; ma anche il calcio a volte funziona. Il ricordo di un gol, di una partita, di uno stato d'animo, del luogo ove ti trovavi, della compagnia ha una sua potenza evocativa. Figuratevi la mia commozione a sentire rievocare figure come Schiaffino, Liedholm, Gipo Viani, Rocco, José Altafini, Cesare Maldini, nomi che accompagnavano certi miei pomeriggi di bambino solitario che non amava la domenica andare come gli altri "alla dottrina" e preferiva andarsene dalla nonna Carmelina e ascoltare le radiocronache alla radio palleggiando, cosa che la nonna - tollerante - mi lasciava fare nell'ampio e spartano soggiorno con la sola raccomandazione di fare attenzione, ma che a volte suscitava l'ira improvvisa ed imprevista della bisnonna Rosa.
Poi la celebre Italia-Germania 4-3, su cui in tanti hanno esercitato il gioco del "dov'eri?". Io ero a Palermo, e la vidi solo, nel buchetto in cui abitavo, dentro una minuscola tv. Ma anche da solo mi entusiasmai e gridai al gol. 
Era per me, quell'estate del 70, un momento di grande felicità: giornate di pieno innamoramento corrisposto, di zingarate, di baci, di scoperte; e serate in cui ripassavo per conto mio la giornata trascorsa nella sua quasi incredibile bellezza. Ma quella sera no, mi lasciai anch'io trascinare dalla passione sportiva e mi dimenticai, per un po', del mio amore. Arrivò poi quel gol di Rivera, quello del 4 a 3, che il suo autore ieri ci ha raccontato, nei suoi antefatti, nei pensieri che l'accompagnarono; e andai in visibilio.
Finita la partita, era notte. Non rammento l'ora, ma era tardi, credo per via del fuso orario. Ma da fuori, quasi subito, arrivarono clamori, dalla piazza Rivoluzione vicinissima a casa mia, dove - immagino - s'era già radunata una piccola folla. Gridavano "Italia, Italia" ed io - malevolo - pensavo a una manifestazione nazionalistico-fascista. Già nei giorni precedenti i giovani dell'estrema destra avevano esibito esultanze per la vittoria italiana contro il Messico, mi pare. La cosa mi scocciava, mi dicevo "ecco, vogliono strumentalizzare". Tuttavia uscii di casa sulla via Roma e vidi un vero e proprio corteo con bandiere tricolori e improvvisati cartelli, inneggianti alla Nazionale o a singoli calciatori. C'era, in piedi su un camioncino, un gruppetto di giovani neofascisti che ogni tanto, a comando, facevano il saluto romano e gridavano "A noi!", ma la folla che andava crescendo man mano che procedeva era assolutamente mista e dentro vi scorgevo compagni di varie appartenenze. Ricordo Cipolla, Vasile, Fofò Gammino, Renato Provenzano, Renato Franzitta, non so dire se intravisti lì o più avanti. Ricordo anche la sorpresa per la presenza di qualcuno che non immaginavo tifoso. Forse Corradino Mineo. L'onda disegnò una doppia curva, all'incrocio con corso Vittorio e poi ai Quattro Canti. Si andava al Massimo e lì vicino conobbi un effimero successo. Stavo in mezzo a un gruppo di cui non ricordo i componenti e neppure se li conoscessi. Ma erano certamente studenti e "compagni" - si capiva dagli abbigliamenti, dal modo di presentarsi e di muoversi e da un paio di cartelli con il Che ed Ho Chi Min, che avevano l'aria di non entrarci per nulla. Mi inventai uno slogan e in un momento di pausa lo lanciai, avevo una gran voce al tempo. Gridai "RIVA, RIVERA, RIVOLUZIONE" e il grido fu ripreso dai vicini. Per qualche decina di secondi quello slogan, sincopato, risuonò ai margini di Piazza Massimo, tra gli "ITALIA, ITALIA".

5.6.16

Prostituzione nigeriana. Il ratto di Vivian intrappolata nel juju (Giuliana De Vivo)

A Vivian non piace ricordare. Tutti i giorni, dal lunedì al venerdì, si sveglia alle 6.30 e cammina spedita verso la metro che la porterà al lavoro, nella mensa di una scuola elementare di Roma. Non si volta indietro. Ma a volte il passato calpesta il suo sonno: si rivede con indosso un vestito bianco macchiato di sangue, rivede papa, sua moglie e lo sciamano. Nell’incubo non hanno volto, però ripetono nei suoi confronti quel rituale di quasi quattro anni fa. Tanto è trascorso dal giorno del juju, variante locale del rito voodoo con cui è cominciato il suo viaggio verso l’Italia.
«Mi spogliarono, mi fecero indossare un vestito bianco e inginocchiare sull’acqua. Papa sgozzò un gallo che aveva portato, ne prese le interiora e le poggiò sulla mia testa, schiacciando forte perché il sangue mi colasse sul corpo. Lo sciamano cominciò la preghiera, diceva: “Se onorerai il tuo debito la tua vita proseguirà liscia come l’acqua di questo mare. Se non paghi finirai in un vortice. Io promisi. Anche se non ci credevo... Non so se ci credevo, in quel momento sentivo che il juju era più forte, che mi soggiogava», racconta Vivian (nome di fantasia), adesso che è abbastanza libera da sfidare se stessa nello sforzo di voltarsi indietro, solo per qualche ora.
Iniziano sempre così le storie delle donne vittime di tratta dalla Nigeria. Destinate allo sfruttamento sessuale in Europa, in tre anni quelle arrivate via mare nel nostro Paese sono più che decuplicate: 433 nel 2013, 1.454 nel 2014, 5.633 nel 2015, denuncia l’Organizzazione internazionale per le migrazioni. Un aumento spropositato anche rispetto alla crescita generale di persone sbarcate sulle coste italiane nello stesso periodo.
L’approdo di Vivian a Lampedusa si colloca all’inizio di questa curva crescente, nel settembre del 2013. La sua è una vicenda che si discosta, nella prima parte, dal copione classico. «Quasi sempre i parenti sanno che le ragazze andranno a prostituirsi: è un’attività accompagnata dallo stigma solo se non ti arricchisci; se invece fai i soldi è tollerata. Purtroppo, in un Paese dove indigenza estrema e corruzione sono diffusissime, la ricchezza è un valore enorme», osserva Simona Moscarelli, esperta legale dell’Oim. Quello che spesso non si conosce è la portata reale del debito contratto: «Prima era attorno ai 50 mila euro, adesso è sceso a 30 mila. Si tratta in ogni caso di somme che pensano di poter restituire con qualche mese di lavoro in strada. Non è così».
Vivian non è stata venduta da familiari consenzienti, spinti dalla povertà, in cerca di una chance di sopravvivenza se non di riscatto sociale. È finita nella rete di trafficanti e maman per mancanza di appigli.
Il fratello maggiore scomparso in circostanze ignote. La seconda moglie del padre musulmano che, rimasta vedova, si appropria di tutto il poco che hanno e la taglia fuori dalla nuova famiglia. La madre, cattolica pentecostale, uccisa poco dopo da un’infezione da diabete che non aveva potuto curare. Uno zio che le lascia le prime violazioni sul corpo. Sola, a 22 anni, incontra l’uomo che ancora oggi chiama papa – «probabilmente un trafficante improvvisato», ricostruisce Chiara Spampinati dell’associazione Differenza donna, la prima a parlare con Vivian quando arrivò nel Cie di Ponte Galeria a Roma, convincendola a sporgere denuncia. È lui a prometterle il passaporto e un lavoro in un ristorante in Niger. «Mi spiegò che non mi conosceva, e che quindi prima di andare a Benin City per fare i documenti dovevamo fare il rito, altrimenti non si sarebbe potuto fidare di me», ricorda. Il juju si svolge in una delle piccole località dove il Niger incontra l’oceano. Quello subìto da Vivian non è tra i più violenti, «il rito canonico prevede che alla ragazza si taglino una ciocca di capelli, i peli delle ascelle o quelli pubici, e che le si pratichi un taglio tra le scapole, in mezzo al seno oppure sul braccio. A volte si procede durante le mestruazioni, dando alla vittima nuovi indumenti intimi nel corso della cerimonia», spiega Spampinati. Una cerimonia di espropriazione dell’anima, «un atto in cui non conta tanto la violenza in sé, ma il simbolismo: sancisce la perdita della proprietà di te stessa, è un rito di magia nera, in teoria slegato dalla religione ma percepito come strettamente connesso ad esso, ed è per questo che lo subiscono tutte, musulmane e cristiane», aggiunge Ilaria Boiano, avvocato di Differenza donna.
Il lavoro nel ristorante di Agadez durerà pochi mesi: «Il marito della proprietaria mi violentava. Lei lo scoprì, s’infuriò e mi cacciò via». Vivian finisce nelle mani di una maman: «Appena fuori, sulla strada di fronte al ristorante vidi una donna su un pick up. Disse che andava in Libia e si offrì di portarmi con lei. Avrei pagato all’arrivo». Di nuovo senza alternative, spaventata e bisognosa di qualcuno di cui fidarsi, accetta. La rotta è la solita, quella che passa per Dirkou, da anni checkpoint dei trafficanti prima di passare il confine. «C’erano auto cariche di persone, si fermavano tutti lì a prendere le taniche d’acqua». Ma arrivate a Zuwara, dopo qualche settimana come aiutante domestica in una casa, la maman alza la posta: i soldi che guadagna non bastano per ripagare il viaggio. «Mi mise in contatto con un uomo, che mi portò in una connection house». È il ghetto dell’addestramento verso la schiavitù in Europa: a quel punto il destino delle ragazze come Vivian è già deciso, vengono abituate a prostituirsi, stuprate, torturate. L’obiettivo è piegarle psicologicamente, ammaestrarle a non fidarsi dell’uomo bianco.
«L’instabilità politica in Libia e la presenza di Boko Haram nel nord della Nigeria hanno amplificato la capacità di fuoco di queste organizzazioni criminali, che con il traffico di donne hanno trovato un business redditizio e funzionale al controllo del territorio», osserva ancora Simona Moscarelli. Prima si muovevano anche in aereo, con documenti falsi, da Lagos verso gli hub di Parigi, Madrid, Milano. Ora i controlli più rigorosi negli scali europei favoriscono la rotta attraverso il deserto e il Mediterraneo. Questo spiega in parte il forte incremento del flusso via mare. Oltre a una domanda, evidentemente, alta. E che negli ultimi tempi si caratterizza per un aumento delle minorenni – l’anno scorso circa un migliaio, istruite a dichiarare la maggiore età – e di donne in stato di gravidanza perché, si legge nell’ultima relazione dell’Oim, i trafficanti sanno che «la presenza di un bambino favorisce spesso la permanenza legale delle donne nei Paesi di destinazione, lasciandole più libere di prostituirsi ed essere sfruttate».
«Dopo circa due mesi l’uomo mi disse: ti porto in Europa con la barca, non so dove finirai ma se ti va bene qualcuno all’arrivo ti aiuterà. Tu non hai nessuno, non ti conviene restare qui». La partenza avviene da Tripoli, passando per altre violenze in un’altra connection house. Vivian, nella tragedia, è stata fortunata: il barcone con cui ha fatto la traversata è andato in avaria, nei soccorsi è stata separata dal trafficante che era a bordo con lei, 24 ore dopo l’attracco a Lampedusa era al Cie di Ponte Galeria.
Ma non va sempre così. Spesso le ragazze viaggiano con in tasca un pizzino con il numero di telefono di un’altra maman che le aspetta a destinazione, e sono loro a chiamarle. Perché, per contraddittorio che sembri, guardano ai loro aguzzini con un sentimento di gratitudine, «come a qualcuno che ha comunque permesso loro di arrivare in Europa; e allo sfruttamento stesso come a un prezzo da pagare per raggiungere una situazione di benessere», spiegano dall’Oim. Gli operatori, tra aprile 2014 e ottobre 2015, hanno individuato 3.952 vittime di tratta sbarcate sulle coste sud d’Italia. Se va bene, al porto riescono a parlare con loro, informandole su diritti e vie d’uscita possibili. Nello stesso periodo quelle convinte a denunciare appena arrivate sono state 91, di cui 36 minorenni. Poche: è come svuotare il mare con un cucchiaino.
Per l’informativa ci sono pochi minuti a disposizione, la si fa per gruppi nei quali è spesso presente anche la maman, non c’è privacy. Molte di loro non denunciano perché immaginano maledizioni conseguenti al tradimento del rito, o temono ritorsioni nei confronti dei familiari rimasti in Nigeria. Che non sono rare (si veda l’articolo qui sotto). «Noi pensiamo che le vittime di tratta siano molte di più, oltre il 70%. Per questo è importante anche intervenire lì, lavorando a partire dal fattore culturale», conclude Moscarelli.

Le organizzazioni
Le più note si chiamano Aye, Black Eye (nato con una scissione del primo gruppo), Vikings. Evoluzione violenta delle Secret Cults (un po’ confraternite e un po’ sindacati degli studenti, nate a metà del secolo scorso), dal 1999 in poi, con l’inasprirsi dei conflitti interreligiosi, «sono state comprate dalla politica e hanno avviato attività criminali», spiega Rosanna Paradiso, ex presidente della onlus Tampep e consulente della Procura di Torino per la tratta di donne dalla Nigeria. Hanno investito nelle attività più redditizie: truffe online, clonazione di carte di credito, traffico di droga e di donne. «A questi gruppi si rivolgono le maman per minacciare le ragazze», e sono loro ad aver conferito ai riti magici l’attuale connotazione coercitiva: «In origine erano una sorta di benedizione per la figlia che partiva».
Per gli stupefacenti si avvalgono della manovalanza dei corrieri dell’Est Europa, «in maggior parte di nazionalità bulgara, per consentire una più sicura circolazione all’interno dell’area Shengen riducendo al minimo il rischio di controlli», ha scritto la Direzione nazionale antimafia nella sua relazione annuale 2014. I viaggi delle ragazze vendute s’intersecano invece con il percorso dei migranti attraverso il deserto e il Mediterraneo: il regno dei trafficanti di uomini, non per forza coinvolti nel successivo sfruttamento della prostituzione, ma in grado di «assicurarsi ingenti incassi dalla sola gestione del trasporto illegale», spiega a “pagina99” Calogero Ferrara, pm della Dda di Palermo titolare delle inchieste Glauco 1 e Glauco 2, avviate dopo il naufragio del 3 ottobre 2013 in cui morirono 366 migranti a poche miglia dal porto di Lampedusa. Uno degli scafisti, l’eritreo 31enne Nuredin Atta Wehabrebi, ha deciso di collaborare con la giustizia. È il primo pentito tra i trafficanti. Le indagini hanno portato finora a 40 misure cautelari, tutte nei confronti di africani.

Ma nei tribunali italiani non fermiamo i veri boss
Nei tribunali italiani si spezza solo l’ultimo anello della catena del traffico. Arrivare all’altra estremità è più difficile: la natura transnazionale del crimine presuppone una cooperazione che nel caso della Nigeria è spesso infruttuosa. Da noi il numero di processi istruiti per articolo 601 del codice penale, che punisce la tratta di persone con pene da otto a 20 anni, è esiguo rispetto a quelli per articolo 12 comma 3 ter del testo unico del 1998, la norma relativa al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina aggravato dalla finalità della prostituzione. La ragione tecnica la spiega bene Paolo Borgna, procuratore aggiunto a Torino dove coordina il gruppo criminalità organizzata e sicurezza urbana, che per anni si è occupato di migranti e criminalità transfrontaliera. «La scelta sulla strada da percorrere dipende spesso da come si presentano i fatti: l’articolo 601 comporta una sforzo accusatorio maggiore, bisogna provare l’assoggettamento fisico della persona – per esempio che la ragazza non può avere contatti telefonici non controllati, che non può spostarsi se non accompagnata – o psicologico». Per farlo servirebbero più intercettazioni ambientali anche dall’altro lato del Mediterraneo, e squadre di interpreti ben assortite per comprendere cosa succede in una federazione di 36 Stati con oltre 500 lingue locali. «Nella mia esperienza, capita di frequente che in primo grado sia riconosciuto anche il reato di tratta e poi in appello solo il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina», prosegue Borgna. E precisa: «Da un punto di vista delle condanne non è un problema: con l’articolo 12 aggravato si può arrivare in teoria fino a 22 anni di reclusione, quindi pene persino più alte di quelle previste per la tratta». Ciò che in questo modo rimane sommerso è l’estensione territoriale del fenomeno. «Il maggiore punto debole delle indagini è il seguente: se una ragazza che si trova in Italia sporge denuncia, viene portata in una struttura protetta. Ma non abbiamo gli strumenti per tutelare allo stesso modo i suoi familiari lì. Non possiamo prometterle che ai genitori non venga bruciata la casa. Così accade che le giovani che decidono di sottrarsi alla schiavitù poi si vedano recapitare i filmati delle vendette subìte dai parenti». Nel luglio del 2003 in Nigeria è nata la Naptip (National agency for the prohibition of trafficking in persons), con il compito di indagare sui traffici di persone, anche rinforzando le sinergie con altri Paesi. Quattro mesi dopo l’allora procuratore nazionale antimafia Pier Luigi Vigna e il ministro della Giustizia nigeriano Akinlolu Olujinmi firmavano un memorandum of understanding di cooperazione.
«Io ero nella delegazione che, assieme ad associazioni e funzionari del ministero dell’Interno selezionati dall’Unicri (United nations interregional crime and justice research intistute), andò in missione in Nigeria, tenendo corsi di formazione a pm e poliziotti», ricorda Borgna. «Doveva essere un nuovo strumento di protezione ai parenti delle ragazze. Ma negli anni, di fronte a denunce e verbali inviati dall’Italia, l’Agenzia ha risposto che le famiglie erano irreperibili, o che addirittura avevano rifiutato il programma di protezione». I maliziosi dicono che la Naptit sia stata un’operazione di facciata in un Paese dove il traffico di prostitute in Europa fa girare molti soldi. «Questo non lo credo», risponde il magistrato, «non ci sono elementi per sostenerlo. Ma di fatto l’Agenzia non sta funzionando come si sperava». E già due anni fa la Direzione nazionale antimafia scriveva nella sua relazione annuale che «le indagini possono essere sviluppate solo contro i trafficanti individuati in Italia, giacché non si riesce a ottenere alcuna concreta collaborazione giudiziaria dal Paese d’origine per colpire i capi che gestiscono i traffici». Al massimo si prendono i pesci piccoli, gli squali del sistema restano dove sono.


Pagina 99, 7 maggio 2016

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