19.8.19

Storia naturale della mucca (Giorgio Nebbia)


All'inizio di luglio è morto Giorgio Nebbia, che scienziato e docente universitario, fu uno dei fondatori in Italia dell'ambientalismo. Uomo di straordinario rigore e coerenza, politicamente schierato a sinistra, fu parlamentare per la Sinistra Indipendente, eletto nelle liste del PCI dal 1983 al 1992. Dopo ha continuato il suo lavoro di ricerca e partecipato a molte battaglie ecologiste da “cane sciolto”. Non condivideva i compromessi di un ambientalismo che si definiva “nuovo” con le pratiche di uno sviluppismo senza limiti. Il testo che segue, informato e godibile, rappresenta un esempio del suo modo serio, documentato e ragionato, di fornire informazioni, presentare problemi, prospettare soluzioni. (S.L.L.)


Può sembrare frivolo parlare delle mucche in una rivista che si occupa di geografia; dal momento, però, che questa rubrica è intitolata Il pianeta degli uomini, penso che sarò perdonato se mi occupo anche di altri inquilini dello stesso pianeta che sono strettamente legati alla vita umana.
Sulla Terra, in compagnia dei circa 7200 milioni di persone, che pesano complessivamente circa 400 milioni di tonnellate, abitano circa 1500 milioni di bovini, del peso complessivo di circa 600 milioni di tonnellate. L’uso del verbo “pesare” non è inappropriato perché gli umani e i bovini, come gli altri animali pesano letteralmente, con i loro corpi, sulla superficie terrestre, siano strade, città umane e allevamenti, campagne, pascoli, e pesano con la loro richiesta di alimenti e con i loro rifiuti organici (e, nel caso degli umani, anche merceologici). Non a caso alcuni studiosi propongono di studiare gli effetti ambientali attraverso la misura dell’“impronta” lasciata sul pianeta dai suoi abitanti.
Le mucche costituiscono circa un quarto dei bovini. A guardare una mucca da lontano, con il suo lento ruminare, non si pensa che quel tranquillo animale sia una macchina, non molto diversa da quelle di una fabbrica. Come una fabbrica introduce materie prime e combustibili e produce delle cose utili; così l’erba o il mangime sono le materie prime per il “funzionamento” della mucca che, con la combustione degli alimenti nel suo corpo, vive e “produce” il latte che arriverà poco dopo sulla nostra tavola e circa un vitello all’anno. Come una fabbrica “butta fuori” nell’ambiente una parte delle materie in entrata sotto forma di gas e rifiuti e scorie, così anche la mucca, nel suo processo vitale quotidiano butta nell’ambiente gas, urina ed escrementi.
L’esame della storia naturale della mucca fornisce alcune utili informazioni; non è facile redigere una contabilità del suo funzionamento ma si possono fare dei conti approssimativi. Immaginiamo una mucca ”media” che pesa 500 chili; nel corso di un anno questa mucca mangia circa 3.000 chili di erba e mangimi, e beve circa 10.000 chili di acqua. Dopo essere stata fecondata la mucca ha partorito un vitello per la cui alimentazione trasforma (come succede per tutti i mammiferi) una parte del suo cibo nel latte.
Gli allevatori regolano la vita delle “loro” mucche --- la successione delle gravidanze --- in modo che il latte di ciascuna mucca sia abbondante e in eccesso rispetto alle necessità del vitello e che una parte del latte sia disponibile per noi umani: una quantità che, per una mucca media nei paesi ad agricoltura e zootecnica progredite, ammonta in media a circa 6.000 litri all’anno, 600 milioni di tonnellate all’anno nel mondo.
Il latte è un liquido contenente circa il 3 percento di grasso, circa il 4 percento di proteine, circa il 6 percento di zuccheri e l’1 percento di sali dei preziosi (dal punto di vista biologico) elementi calcio e fosforo. Le proteine del latte hanno un buon contenuto di amminoacidi essenziali, quelli che l’organismo umano non è capace di sintetizzare e che devono essere apportarti con la dieta. Il latte prodotto in un anno contiene circa 100 chili di sostanze nutritive, formate da quelle che erano originariamente presenti nel cibo della mucca.
Prima di arrivare nella tazza della nostra colazione o nei dolci, il latte deve fare un lungo cammino; trattandosi di una soluzione instabile deve essere rapidamente analizzato, trasferito, sottoposto ad un processo di conservazione, per lo più un riscaldamento a bassa o alta temperatura; alla fine, dopo altri viaggi, viene inscatolato e distribuito nelle confezioni che si trovano nel negozio. Di tutto il latte prodotto in un paese, in Italia circa 10 milioni di tonnellate all’anno, a cui si aggiungono altri tre milioni di tonnellate di latte importato, soltanto circa un terzo viene avviato al consumo diretto. Il resto viene inviato nei caseifici dove viene trasformato nei numerosissimi formaggi commerciali, dopo separazione di parte del grasso che viene commerciato come burro. La soluzione restante viene fatta coagulare: la parte dei grassi e delle proteine insolubili in acqua (globuline) si separa dalla soluzione acquosa in cui restano disciolti una parte delle proteine (le albumine), e gli zuccheri. Questo liquido, il siero, viene per lo più usato per l’alimentazione dei suini, avendo cura che non finisca nell’ambiente dove diventerebbe fastidiosa fonte di inquinamento delle acque.
Finora abbiamo considerato le cose utili, i “prodotti” della fabbrica-mucca, ma una parte del cibo ingerito dalla nostra mucca, nel corso del processo vitale viene trasformata in rifiuti gassosi: si tratta di circa 3.000 chili all’anno di anidride carbonica, immessi nell’aria con la respirazione, e anche di una certa quantità di gas puzzolenti che fuoriescono da una parte del corpo della mucca che non nomino; quest’ultima miscela di gas libera nell’aria circa 100 chili all’anno di metano. Il metano è un gas che contribuisce a modificare negativamente il clima, anzi un chilo di metano danneggia il clima come circa 23 chili dell’altro “gas serra”, l’anidride carbonica. Un bel po’ delle modificazioni climatiche sono quindi dovute anche alla zootecnia: il prezzo ambientale che si deve pagare per avere carne, latte e formaggi. Niente è gratis in natura.
Ma c’è di peggio: una mucca, come, in proporzione, qualsiasi altro animale (umani compresi), elimina una parte dell’acqua e dei rifiuti sotto forma di escrementi. La nostra mucca ne elimina circa 6.000 chili all’anno; si tratta di una miscela puzzolente di sostanze liquide e solide fangose, contenenti azoto, fosforo, molecole organiche. Quando gli allevamenti del bestiame avevano a disposizione grandi pascoli, gli escrementi finivano nel terreno e, decomponendosi, addirittura fornivano sostanze nutritive per il pascolo o i successivi raccolti; insomma erano rifiuti rimessi in ciclo secondo le buone regole ecologiche. Con gli allevamenti intensivi lo smaltimento dei liquami degli allevamenti è diventato un problema.
È però possibile evitare che i liquami zootecnici vadano ad inquinare l’ambiente; trattandoli con microrganismi si recupera metano in forma utilizzabile come fonte di energia: con gli escrementi della nostra mucca “media” è possibile ottenere ogni anno circa 150 metri cubi di metano, equivalenti più o meno a circa 150 litri di gasolio. È vero che il processo di fermentazione produce anch’esso altri rifiuti gassosi e anche fanghi, ma nella vita non si può avere tutto.
Dopo alcuni anni, alla fine della sua vita “utile” (“utile”, naturalmente dal punto di vista dell’economia umana), la mucca raggiunge i suoi colleghi maschi nei macelli; la sua storia naturale continua in un altro ciclo produttivo, un triste e doloroso cammino a cui non si pensa così poco quando mangiamo la carne.
Circa la metà di ogni bovino macellato è costituito dai cosiddetti “quattro quarti”, che verranno poi trasportati con mezzi frigoriferi fino ad altri macelli e, alla fine, nelle macellerie dove acquisteremo la carne, un alimento pregiato contenente dal 10 al 20 percento di proteine con buona composizione di amminoacidi essenziali, dal 10 al 30 percento di grassi e da circa 1 percento di sali inorganici; hanno impiego alimentare anche le frattaglie, circa il 10 percento dell’animale macellato. La pelle, circa 10 percento, dopo la concia diventerà scarpe o borsette, e altri sottoprodotti della macellazione saranno utilizzati come concimi, nutrimento per i vegetali che diventeranno nutrimento per altri animali.
Si può ben dire che la vita della nostra povera mucca continua, nel corpo umano e in altre forme di vita. Lei non lo sa, là tranquilla nella stalla o nel pascolo, e non sa neanche che i generosi movimenti vegetariani e vegani si battono per sottrarla al suo destino di “bestia” economica. Resta il fatto che le proteine animali, del latte e della carne, hanno un elevato contenuto di amminoacidi essenziali e che molti milioni di terrestri non sarebbero in grado di sopravvivere soltanto con le proteine, povere di tali amminoacidi essenziali, dei vegetali di cui dispongono. Alla mucca almeno un grazie per come aiuta a “Nutrire il pianeta”, secondo l’invito dell’EXPO di Milano.

Da “Ambiente Società Territorio”, 60, luglio-agosto 2015 – nel sito “Il mondo delle cose” 23/11/2015

Il metodo Roosevelt. Le giornate di Eleanor, la first lady (Matteo Persivale)



Parlare, ogni giorno, a tutta l’America. Direttamente. Senza filtri. Dalla Casa Bianca. Magari scrivendo alla mattina presto, o nel cuore della notte, dalla residenza privata presidenziale. Trasmettere tutto in diretta. E influenzare la giornata politica, innescare dibattiti, smorzare o acuire tensioni.
Il metodo Trump – usare Twitter come strumento di espressione senza censure, né tantomeno autocensure – è stato alla base del suo successo da candidato, alle primarie repubblicane e poi alle presidenziali contro Hillary Clinton e resta il suo metodo preferito di gestire il potere esecutivo.
Ma c’è un precedente storico importante, quando Twitter ancora non esisteva: il metodo Trump, in realtà, andrebbe chiamato metodo Roosevelt. Roosevelt come Eleanor, la First Lady moglie di Franklin. La signora Roosevelt – che a causa della polio che aveva colpito il marito viaggiava in continuazione per essere «gli occhi e le orecchie» di Franklin bloccato a Washington sulla sedia a rotelle – dal 1936 in poi tenne una rubrica quotidiana, sei giorni alla settimana, su 90 giornali letti da quasi 5 milioni di americani (americani che allora erano 128 milioni, 200 milioni meno di oggi).
Si chiamava «My Day», la «Mia giornata», e in uno stile asciutto, secco, paratattico che sugli odierni social media funzionerebbe a meraviglia, la First Lady raccontava per l’appunto la sua giornata, le sue impressioni. Sempre in linea con la politica del marito, ovviamente – «My Day» non fu mai uno strumento di indipendenza politica per Eleanor, che pure era nettamente alla sinistra di Franklin sopratutto su temi come il razzismo – perché la First Lady non cercò mai incarichi elettivi, neanche da vedova. Ma il successore di Roosevelt, Truman, sfruttò nel 1946 la sua grande popolarità, grinta e le competenze acquisite in oltre 12 anni alla Casa Bianca, dandole un incarico alle Nazioni Unite che conservò fino al 1952 quando si ritirò dalla politica.
Eleanor Roosevelt usò «My Day» per bacchettare gli avversari del marito, certo in maniera radicalmente opposta a quella greve che rappresenta parte integrante del brand trumpiano, ma senza timidezza: a un parlamentare repubblicano che odiava Franklin, Hamilton Fish – che neanche a farlo apposta rappresentava il collegio dello Stato di New York dove avevano la residenza i Roosevelt – Eleanor riserva alcune delle sue incursioni più gelide. Nel 1941 l’isolazionista Fish aveva mandato ai suoi elettori una lettera che attaccava Roosevelt accusandolo di usare metodi totalitari per portare l’America in guerra. Fdr tace, e affida la risposta a Eleanor: che scrive la sua rubrica rivolgendosi direttamente a Fish, elencando i Paesi europei che hanno subito l’invasione hitleriana. E conclude: «Prego per la pace ogni giorno, ma non credo che noi, come nazione, abbiamo smesso di distinguere tra il bene e il male».
Dal ’36 al ’40, con la Grande Depressione come tema centrale del dibattito politico e dell’azione di governo, Eleanor viaggia in continuazione, partecipa a riunioni, visita fabbriche e chiese e mense, davvero «occhi e orecchie» del marito, e «My Day» è quasi sempre un diario di viaggio – come nella rubrica, divertentissima, del 1937, nella quale rivendica la sua indipendenza e la sua scelta di girare a volte senza scorta. E il consigliere principale del marito, Louis McHenry Howe, grande architetto della carriera politica di Fdr, le consiglia almeno di girare armata. Così Eleanor racconta ai lettori di aver imparato a sparare, e di girare con un revolver nella borsetta.
Non è tutta politica. Proprio come fa Trump, Eleanor scriveva spesso di cultura pop: citava Shirley Temple, allora la star più famosa di Hollywood, e in una rubrica dedicata a una visita alla Casa Bianca della piccola, descrive un fan deliziato nel quale non è difficile riconoscere il marito, così serioso e distinto in pubblico, ma privatamente grande ammiratore dell’attrice e nonno affettuosissimo con i nipotini.
La First Lady, su certi temi, non era in sintonia con Franklin: lui, per quanto fosse personalmente contrario alla segregazione razziale, sapeva che il Sud razzista costituiva una parte fondamentale della sua coalizione, e non fece mai nulla per alienarsi le simpatie di quegli elettori nonostante nei loro Stati fosse in vigore sostanzialmente l’apartheid americana. Questo, per Eleanor, era inaccettabile e non potendo contraddire il marito in pubblico utilizzò comunque la rubrica, assai di frequente, e attirandosi critiche, per ribadire la sua posizione antirazzista. Nel 1939 il grande contralto Marian Anderson, afroamericana, viene invitata a cantare a Washington in una sala da concerto controllata da una potente non profit alla quale apparteneva anche la First Lady. La non profit nega l’uso della sala. Eleanor nella sua rubrica spiega, gelida, di essersi dimessa dall’associazione. Il 65% del Paese, dice un sondaggio, è con lei.
Franklin, nel ‘37, cerca di attuare quello che resta uno dei piani più audaci nella storia della presidenza americana: la Corte suprema boccia molte delle sue decisioni? Non può licenziarne i giudici, nominati a vita, allora cerca di espanderne il numero mettendo in minoranza i suoi nemici. Piano azzardatissimo che fallisce: anche nel suo staff erano quasi tutti contrari. Tranne Eleanor: che in una rubrica pubblica la presunta missiva di un lettore favorevole. Gli storici sospettano che l’autore fosse Franklin.
Certo Eleanor stupisce per la generosità di spirito, ma resta una donna del suo tempo (era nata nel 1884) e della sua formazione (patrizia): sorprende leggere la rubrica nella quale la donna che sarebbe stata uno straordinario presidente, senatore, segretario di Stato, scrive che le donne non sono brave in matematica e non sono brave scienziate, seguendo gli stereotipi del tempo, lei che gli stereotipi generalmente si divertiva a demolirli. Con un tweet ante litteram, scritto a letto su un quaderno e poi mandato ai giornali via telegrafo o dettato dalla sua segretaria.

Corriere della Sera, 5 maggio 2019

Il rinnegato. Intervista a Giampiero Mughini (Antonio Gnoli)



Sostiene di avere una memoria da elefante. Gli chiedo per farne cosa. Per ricordarmi di tutte le offese subite, risponde. Sono tante? Domando. Mi guarda da un punto in penombra della stanza dove siamo e dice che un altro al posto suo avrebbe perso il conto. Giampiero Mughini ha 78 anni e un carattere di non facile decifrazione. O meglio: tutto in lui indurrebbe a pensare al temperamento orgoglioso che facilmente scivola nell’ira. Mi rendo conto che il personaggio possa apparire antipatico a coloro che praticano l’arte dell’understatement e che la sua popolarità tragga forza e riconoscibilità dall’essere proprio così: teatrale, vistoso ( perfino nel vestire), gestuale e a tratti ruvido. Ma sono convinto altresì che una voce dentro di lui, non quella metallica e assertiva, ci implori di credere a un altro Mughini: meno aspro, più dolce, più dubbioso e tollerante. Non so se sia davvero così acceso il contrasto, ma quello che noto in lui è una lealtà di fondo mista a un’ossessione che lo porta a fare costantemente i conti con il proprio passato. Nel quale scava e si tormenta come in quest’ultimo libro Memorie di un rinnegato, appena pubblicato da Bompiani.

Com’è il rapporto con la tua memoria?
«Eccellente, non dimentico soprattutto gli insulti».

Rinnegato ti chiamò Marco Bellocchio, in che occasione?
«Eravamo in uno studio televisivo. Io facevo le domande, lui doveva rispondere. Gli chiesi, visto il suo coinvolgimento nel Sessantotto, se c’era niente di quel periodo che avrebbe messo in discussione. Poteva darmi una risposta meditata. Glissare. Scelse l’insulto: meglio aver partecipato a quei cortei piuttosto che essere diventato un rinnegato. Era evidente l’allusione a me».

Perché era evidente?
«Perché l’anno prima, cioè nel 1987, era uscito Compagni addio, un mio bilancio sulle penose e tragiche vicende che riguardarono quegli anni. Sui cattivi maestri, molti dei quali non fecero mai autocritica. Personalmente mi dimisi presto dal Sessantotto ».

Come fosse una professione?
«Non si distingueva poi tanto tra la vita privata e l’impegno. Vivevo a Catania quando, più che ventenne, fondai insieme ad altri Giovane Critica, una rivista che all’inizio si occupava di cinema e che in seguito allargò lo sguardo al mondo della politica e ai fermenti che avrebbero condotto al Sessantotto».

In che anno nacque la rivista?
«Alla fine del 1963. Ricordo un abbonamento sostenitore che ci arrivò da Luciano Della Mea, fratello di Ivan. Fui sorpreso perché Luciano, nonostante fosse un intellettuale importante, viveva in grandi ristrettezze economiche. Ringraziandolo del gesto, gli rispedii i soldi. Diventammo amici. Per me fu un fratello maggiore. Anche se il rapporto tra noi si ruppe. Non ci sentivamo più da tanto, quando nel 2000 ricevetti una sua lettera che mi ferì profondamente».

Cosa c’era scritto?
«Commentava l’Italia di fine millennio, sciatta, miserabile e deludente. E concludeva con due righe sprezzanti: mentre questo paese va in pezzi tu te ne stai acquattato e sazio in un angolo. Acquattato? Sazio? Sentii quell’offesa bruciarmi. Gli rispedii la lettera senza alcun commento. E poi, un anno e mezzo dopo, Luciano è morto. Di tutte le fratture quella fu la più dolorosa».

Forse avresti dovuto accettare la provocazione, capire cosa l’avesse motivata.
«Mi chiedo tuttora il perché della mia reazione. Da tempo avevo seppellito il mio passato, denunciando tutte le cazzate che avevamo fatto a sinistra. Mi ritrovai solo e frustrato. Una condizione in qualche modo simile a quella che avevo vissuto nell’infanzia».

Spiegati meglio.
«Sono figlio di due separati. Oggi è normale ma nella Catania della fine degli anni Quaranta ero visto alla stregua di un paria».

Che età avevi quando i tuoi genitori si separarono?
«Cinque anni, il tempo che era durato il loro matrimonio. Si conobbero in treno, mio padre vedovo, già con due figli e mia madre giovanissima. C’erano tra loro vent’anni di differenza».

Fu questa la ragione della separazione?
«No, penso che alla fine mia madre non sopportasse più la sua durezza. Decise lei di rompere e puoi immaginare cosa significava quella scelta per una donna ancora giovane, in un posto come Catania. Le voci, le allusioni, i sorrisetti. Ho odiato quella città».

Come vivevate?
«Male. Papà non passava soldi. C’erano le 60 mila lire di pensione del nonno, che era stato professore di stenografia. Giravo con un solo paio di scarpe. Buone per la festa, per i giorni feriali, per giocare in strada. Non ci potevamo permettere né il telefono né il frigorifero né il televisore, che andavamo a vedere da certi cugini ricchi. In casa non c’era un libro. Provavo vergogna per la mia vita».

Frequentavi tuo padre?
«Andavo a pranzo da lui tre o quattro volte al mese. Poi un giorno mi disse: tu sai che la mamma ha un uomo? Allora ero timidissimo. Ma trovai il coraggio per dirgli che era nel suo pieno diritto. Mi guardò stupito e non disse più nulla».

Cosa faceva tuo padre?
«Le sue origini erano toscane. Fervente fascista, lavorò per un’azienda legata alla Fiat, che a un certo punto lo spedì a Catania. Decise di cambiare lavoro e aprì un piccolo studio da commercialista. A un certo punto cominciò a passarmi una paghetta di 6 mila lire al mese che negli anni del boom divennero 30 mila. Spendevo quasi tutti i soldi in libri. Cominciai a leggere seriamente dopo i 19 anni. Feci l’università prima a Catania e poi a Roma, dove mi laureai tardi. Ci fu anche una fuga a Parigi, dove vissi per due anni. Fu quello il periodo al quale faccio risalire il mio atto di nascita. Poi nel 1970 decisi di abbandonare definitivamente Catania per andare a vivere a Roma».

Che città incontrasti?
«Bellissima con le sue trattorie abbordabili, i suoi vicoli, e l’eterno barocco. Ma dovevo mantenermi. Non avevo soldi. Portavo con me una macchina da scrivere che mi era stata regalata da mio fratello. Era chiaro il mestiere che volevo fare. Cominciai a scrivere per la rivista “Astrolabio”. Ogni articolo mi veniva pagato 25 mila lire. In redazione c’era anche Tiziano Terzani. A un certo punto ci liquidarono perché considerati troppo di sinistra. Tiziano partì per l’Oriente. Io mi imbarcai nell’impresa del “manifesto”. Ma anche lì non è durata a lungo».

Perché?
«Per un dissidio con Lucio Magri. Voleva un giornale che si autocelebrasse. Io volevo un giornale vero. Spiegai le mie dimissioni con una lettera a Luigi Pintor».

Di nuovo in mezzo alla strada.
«Di nuovo la miseria. Per quanto la città in quegli anni potesse essere a buon mercato, non ce l’avrei fatta a sopravvivere. Mio padre morì nel 1973. Nonostante tutto fu un duro colpo. Avevo cominciato ad apprezzarlo. Lui, fascista, non disse mai nulla delle mie scelte politiche di sinistra. Anzi, quando la rivista “Giovane Critica” cominciò ad avere problemi finanziari, fu il ragionier Mughini a prendere in mano l’amministrazione e a far quadrare i conti. Quando morì, il giornale “La Sicilia” pubblicò due pagine di necrologi su di lui. Scoprii, con mia sorpresa, che fu anche un uomo amato e apprezzato».

Te lo sei portato dentro.
«Per me c’è un prima e un dopo la sua morte».

Un dopo cosa vuol dire?
«Provai a fare i conti con l’intolleranza che in quegli anni si viveva nel nostro paese. Rigettai tutta la muffa ideologica del marxismo-leninismo, le aberrazioni del maoismo e mi avvicinai a quegli intellettuali che avevano capito la lezione del 1956. Non ho mai avuto tessere, ma ho quasi sempre lavorato per giornali e riviste di sinistra: “Mondoperaio” che fu il mensile politico secondo me più bello a cavallo degli anni Settanta e Ottanta; “Paese Sera” prima con Arrigo Benedetti poi con Aniello Coppola. Godendo di grande libertà. Ma l’esperienza più bella e formativa l’ho avuta con Claudio Rinaldi, che ha diretto tutti e tre i grandi magazine. È stato il migliore direttore della mia generazione. Quante belle cose ancora avrebbe potuto fare se la morte non se lo fosse portato via».

La tua storia, diciamo tra politica, saggistica e giornalismo in che modo si concilia con la televisione?
«Mi pagano e io do valore al denaro. Consentendomi di dire tutto quello che voglio».

Davvero ti senti libero?
«Ho scelto di fare una televisione popolare. A me non interessava il programmino notturno in cui ti avvolgi in profonde elucubrazioni mentali. Per me fare la televisione in fasce normali di ascolto è stato come entrare in un luogo che non è casa mia, che non somiglia a casa mia e che si rivolge a un pubblico che non è quello che di solito frequento privatamente e al quale mi rivolgo con un linguaggio abbordabile, senza smentire di una virgola quello che sono stilisticamente».

Ti soddisfa davvero questa autoassoluzione?
«Perché non dovrebbe? E poi non mi sto giudicando, né assolvendo. Lascio agli altri il compito di farlo».

Le tue frequentazioni televisive non ti hanno reso un po’ pittoresco?
«Cosa vuol dire pittoresco?»

Sei vivace, riconoscibile, plateale. Televisivamente puoi aspirare alla maschera "Mughini".
«La televisione non è tutta uguale. Ci sono un linguaggio e dei tempi che devi rispettare. Per me è stata anche una scuola formidabile».

In che senso?
«Nello scrivere, per esempio, ho tenuto conto di quello che avevo sperimentato in televisione. Poi tu dici: pittoresco. Penso che alla fine ognuno risponda di se stesso. E sono pronto ad affrontare qualsiasi "processo di Norimberga"».

Non ho dubbi. Anche se penso che nella tua vita, nel modo con cui hai chiuso certi rapporti, fino ai tuoi approdi televisivi, ci sia una forte componente teatrale.
«Non ci ho mai pensato. Forse è un retaggio della mia sicilianità».

Pesano le tue origini?
«Moltissimo. Nel senso che le detesto. E credo di avertelo spiegato».

So che sei anche un collezionista.
«Lo sono diventato. Ho collezionato tra l’altro un intero catalogo in edizione futurista composto da 53 libri. Di lì altre avventure nel Déco e nel Liberty».

Ti piace il Novecento?
«Un grande secolo, nel bene e nel male».

Cosa ti attrae del collezionismo?
«L’aspetto conoscitivo e soprattutto quello erotico. Erotismo di testa, beninteso».

Applicabile anche alle donne?
«Nella mia vita le donne hanno contato più per la loro assenza che per la presenza. Tranne Michela, che è la compagna con cui vivo ormai da anni, l’unica reale, le altre sono state immaginazione, scacco, sopravvalutazione. Frutto appunto di un erotismo di testa».

Ti senti un privilegiato?
«Non ho mai goduto di privilegi: né di casta né frutto di compromessi. Nella mia vita ho cercato solo di arrancare. Beccandomi anche un paio di depressioni».

Quando?
«La prima a cavallo tra il 2014 e il 2015. Improvvisamente ebbi la sensazione di stringere sabbia tra le mani. Fui sorpreso. Spaventato. Da quella tristezza così invasiva. Farmi una doccia era un problema. Mangiare un boccone di riso era come avere un montone nel piatto. Leggere libri era impossibile. Scrivere non ne parliamo. Fu un momento buio della mia vita. Poi la seconda depressione è arrivata nel 2017. L’ho curata con i farmaci. E ne sono uscito abbastanza presto».

Temi che possa arrivarne una terza?
«Gli esperti dicono che è possibile. Sono come una sentinella che aspetta l’arrivo del vuoto. Vedi, c’è una parte di me divorata da un pessimismo assoluto. Non mi aspetto niente da nessuno. Forse anche questo è un tratto della mia sicilianità».

Torni mai in Sicilia?
«Da quando è morta mia madre, nel 2000, non sono mai tornato. Non c’è nulla più che mi lega a quella terra. Se non il ricordo di quella donna che ancora mi fa soffrire».

Perché?
«Anche mia madre cadde in depressione. Alla fine non parlava più, non comunicava più. Al telefono le chiedevo come stava, la imploravo di dirmi qualunque cosa. Ma lei taceva. La misi in una casa di riposo dove avrebbero potuto accudirla. Morì dopo due mesi. Per lungo tempo ho vissuto con un senso di colpa atroce. Ma che potevo fare?».

Che cos’è la morte degli altri?
«È la metafora della tua morte. Ricordo che andavo a trovare Antonello Trombadori a casa. Era già molto malato. Gli parlavo della politica, del Pci, delle manifestazioni. Dei compagni che aveva conosciuto, amato, detestato. E lui mi disse: Giampiero non ti seguo, scusa. Ecco, la morte è anche questo, perdere l’attenzione per tutto quello che hai creduto dovesse essere o rimanere importante».

Robinson – la Repubblica, 5 maggio 2019

La poesia del lunedì. Raymond Queneau (1903 - 1976)



Ben collocate ben scelte
poche parole fanno dei versi
è sufficiente amare le parole
per scrivere una poesia

non sempre si sa quel che si dice
quando nascono i versi
bisogna poi trovare il tema
per dare titolo alla poesia

ma d'altra parte si piange o si ride
mentre si scrivono dei versi
c'è sempre qualcosa di estremo
in una poesia

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Bien placés bien choisis
quelques mots font une poésie
les mots il suffit qu’on les aime
pour écrire un poème

on ne sait pas toujours ce qu’on dit
lorsque naît la poésie
faut ensuite rechercher le thème
pour intituler le poème

mais d’autres fois on pleure on rit
en écrivant la poésie
ça a toujours kékchose d’extrème
un poème.

trad. Salvatore Lo Leggio

18.8.19

La Sicilia al centro dei commerci del Settecento. Un saggio sui traffici marini con l'Inghilterra (Luca Platania)

Il porto e la città di Messina in una rappresentazione del 700

La storiografia ha dimostrato che l’immagine di un Mediterraneo immobile dopo la scoperta delle Americhe è falsa, con buona pace dei manuali ancora in uso nelle scuole. La Sicilia si trova, per tutta l’età moderna, in una posizione privilegiata per lo scambio tra Occidente ed Oriente nonché produttrice di merci ambite dai mercati europei: seta, agrumi, sale. Il nuovo libro di Salvatore Bottari (Nel Mediterraneo dal mare del Nord. La presenza commerciale inglese nella Sicilia del Settecento, Aracne, Roma, 2012), focalizza lo sguardo sulla partner privilegiata di questi commerci, ossia l’Inghilterra. Lo studio si concentra sui traffici nei porti di Messina, Palermo e Trapani, traendone inediti dati in appendice.
Il commercio inglese tocca la Sicilia già nel XV secolo con la diffusione di “pannilana” colorati; nel 1581 c'è l’istituzione della Levant Company da parte della regina Elisabetta I, ma è durante tutto il Seicento ed il Settecento che i mercanti britannici stabiliscono basi durature per il loro commercio, specialmente a Messina, e diventano privilegiati interlocutori con la Sicilia per il commercio della seta. La presenza mercantile inglese nella nostra isola non conosce interruzione, nonostante pause significative in coincidenza dello scontro cristiano-turco culminato nella battaglia di Lepanto, della dittatura di Cromwell, della guerra di Successione spagnola.
L’autore, pur criticando la definizione di un rapporto commerciale di stampo «colonialista», rileva comunque un trascorso non privo di ambiguità, specialmente nella interpretazione diplomatica data a questo rapporto dai consoli inglesi: “…in realtà, i consoli stranieri hanno come finalità precipua la difesa degli interessi della madrepatria ed in definitiva dei propri interessi: anche i consoli, infatti, sono quasi sempre mercanti e questo fine ispira qualunque loro iniziativa”; le iniziative in questione, va notato, annoverano anche il contrabbando.
Sullo sfondo le guerre e le alleanze tra Inghilterra e Francia, Spagna, Impero Austriaco, le scorrerie barbaresche, le nascenti rivalità tra gli inglesi e Carlo III di Borbone. Stupisce, infine, il numero registrato nel report del 1774 redatto dal console inglese Katenkamp sull’esportazione dei prodotti siciliani, che coinvolge circa 2000 navi all’anno. Solo 600 battono bandiera napoletana o siciliana, comunque navi per la maggior parte destinate alla navigazione di cabotaggio: le esportazioni (sale, vino, seta, frutta secca, manna, grano) sono di pertinenza francese, genovese, inglese, spagnola, veneziana, danese, olandese, svedese e l’elenco continua. Una Sicilia allora toccata da un flusso europeo, non solo di viaggiatori alla ricerca di vestigia classiche o distrazioni esotiche, ma da una sorprendente e dinamica rete commerciale.

La Sicilia, 23/04/2013

Impariamo da Hegel. Serve un New Deal. Conversazione di Maurizio Ferrera con Axel Honneth

Axel Honneth, filosofo e politologo tedesco, insegna all'Università di Francoforte (ove dirige l'Istituto per la Ricerca Sociale a suo tempo guidato da Horkeimer) e alla Columbia University di New York ed è autore di testi importanti sul socialismo e la libertà.
Feltrinelli ha pubblicato di recente, per la traduzione di Flavio Cuniberto, il suo Riconoscimento. Storia di un'idea europea. Secondo Honneth bisogna reinterpretare il concetto di riconoscimento secondo le linee della tradizione idealista tedesca, per cui il rispetto sociale è parte costitutiva della nostra libertà. Ciò si traduce anche in una nuova concezione della solidarietà europea, che implica l’abbandono della logica dell’austerità. Riprendo qui il testo della conversazione con Maurizio Ferrera apparsa sulla “Lettura” del Corsera qualche mese fa. (S.L.L.)

Axel Honneth Foto di Jürgen Bauer

«Riconoscimento» è un termine alla moda del lessico politico di oggi. Ma che cosa significa? Paul Ricoeur identificava 23 diverse accezioni, a loro volta raggruppabili in tre categorie: riconoscimento come identificazione, come auto-riconoscimento e come mutuo riconoscimento. La terza categoria è quella su cui oggi più si concentra l’attenzione di filosofi e scienziati sociali: riconoscere una persona vuol dire rispettarla come tale, specie nella sfera pubblica. Axel Honneth è uno dei principali protagonisti di questo dibattito. Allievo di Jürgen Habermas, docente a Francoforte, viene spesso in Italia, ospite del Centro internazionale di ricerca per la cultura e la politica europea del San Raffaele di Milano. Nel dialogo che segue, Honneth chiarisce la sua posizione «neo-hegeliana», partendo dal suo libro Riconoscimento, appena uscito in italiano da Feltrinelli.

MAURIZIO FERRERA — La cultura europea moderna ha inventato il concetto di «riconoscimento» ma si è anche divisa sui suoi significati. Nel libro lei richiama tre distinte tradizioni: francese, britannica e tedesca. Esaminiamole brevemente, iniziando da quella francese.
AXEL HONNETH — Dalla prima modernità una corrente del mondo intellettuale francese concepisce la nostra dipendenza dal riconoscimento che proviene dagli altri come qualcosa di pericoloso, perché ci induce a fingere di possedere proprietà individuali che in realtà non abbiamo. Questa visione negativa inizia con i moralisti francesi, in particolare La Rochefoucauld, ed è ripresa in modo più sfumato da Rousseau, secondo cui la dipendenza, la nostra spinta verso l’amour propre, ci induce a dimenticare chi siamo davvero. Tale visione culmina con Essere e nulla di Jean-Paul Sartre. Le caratteristiche che ci riconoscono coloro dai quali dipendiamo ci «reificano», espropriandoci della nostra libertà originaria. È stato sorprendente per me scoprire questa continuità nella concezione francese di riconoscimento.

MAURIZIO FERRERA — Molto diversa dalla concezione britannica, che invece considera il riconoscimento come un incentivo, un’occasione per l’autocontrollo morale individuale.
AXEL HONNETH — Esatto. A partire dall’Illuminismo scozzese, la ricerca individuale di rispetto e onore è stata vista come qualcosa che aiuta a sviluppare autocontrollo morale ed epistemico. L’idea di Hume e di Smith è che la nostra brama di rispetto agli occhi degli altri operi come costante ammonimento a rendere le nostre credenze morali e teoriche coerenti e credibili. Cosicché alla fine queste credenze diventano ragionevoli e congruenti con ciò che si ritiene essere vero e giusto. In poche parole, nella tradizione britannica il riconoscimento stimola l’autocontrollo, la capacità di pensare e agire in modo corretto.

MAURIZIO FERRERA — Nella sua ricostruzione, con Kant, Fichte e soprattutto Hegel la tradizione tedesca ha elaborato una concezione molto più profonda. Il riconoscimento viene visto come una modalità di interazione attraverso la quale gli individui sono autorizzati a esercitare la loro autonomia senza indulgere in alcuna forma di amor proprio. Lei sostiene anche che la concezione dell’idealismo tedesco è superiore alle altre in quanto fornisce una piattaforma di base su cui le altre due tradizioni possono in qualche modo essere innestate.
AXEL HONNETH — Non difendo certo la tradizione dell’idealismo tedesco per sentimenti nazionalistici e nel libro mi sforzo di argomentare la mia posizione. L’enorme vantaggio della tradizione tedesca è di considerare la dipendenza dal rispetto degli altri come qualcosa di costitutivo della nostra capacità di autodeterminazione: senza rispetto non vi sarebbe autorizzazione pubblica a fare uso sociale della nostra libertà individuale e quindi verrebbe a mancare la possibilità di essere considerati esseri razionali. Kant, Fichte ed Hegel propongono versioni diverse di questa concezione ma tutti condividono l’idea che si diventi parte della comunità morale solo nella misura in cui si è riconosciuti dagli altri come agenti autonomi. È la funzione «costitutiva» del riconoscimento a fornire la piattaforma teorica su cui le intuizioni delle altre tradizioni possono essere innestate. Nel libro formulo alcune proposte su come reinterpretare e valorizzare in questo quadro sia la visione negativa della tradizione francese sia la visione positiva britannica.

MAURIZIO FERRERA — Nel libro lei menziona Baruch Spinoza e Francisco Suárez, ma nessun filosofo italiano. Tuttavia si potrebbe sostenere che l’umanesimo italiano fu il primo ad affrontare la questione della diversità, della discordia e delle inevitabili lotte all’interno della società e della politica. Nel suo recente La mente inquieta Massimo Cacciari evidenzia la novità del principio umanista dell’amicitia, la scoperta di affinità al di là e al di sopra delle opposizioni.
AXEL HONNETH — Questo è un punto delicato. Ho deciso di concentrarmi sulle tre tradizioni francese, britannica e tedesca in parte per la mia conoscenza limitata delle altre culture europee e delle loro lingue: non avrei potuto studiare l’Italia o la Spagna con la stessa attenzione e profondità. Ma ci sono altre due ragioni. Ho voluto partire dal momento in cui inizia la dissoluzione del mondo feudale, e spero di non sbagliare dicendo che questa prese avvio in Francia quando la nobiltà fu attaccata dalla borghesia e iniziò un conflitto sui temi del rango e della stima sociali. Inoltre, sono partito dall’intuizione che fossero proprio le culture francese, britannica e tedesca ad avere elaborato le paradigmatiche concezioni su che cosa significhi e implichi trovarsi in una situazione di dipendenza. Tre concezioni che ancora oggi influenzano la nostra auto-comprensione politica e sociale.

MAURIZIO FERRERA — Veniamo a oggi. Il riconoscimento è principalmente riferito alle persone ma può essere utilizzato anche per i popoli. Nella seconda metà del XX secolo, la cultura europea ha fatto da pioniere anche su questo. L’integrazione comunitaria prese avvio come ambizioso progetto di riconciliazione dopo le carneficine di due guerre, basato sul principio dell’eguaglianza politica fra popoli e Stati. Tramite la «cittadinanza europea», il trattato di Maastricht ha poi creato un’area di uguaglianza fra tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro nazionalità. Durante l’ultimo decennio, tuttavia, la crisi ha interrotto questo percorso. Come ha notato Habermas, le relazioni fra popoli e cittadini hanno palesemente violato il principio di pari dignità. I Paesi debitori (in particolare la Grecia) sono diventati il bersaglio di valutazioni moralizzanti e di castigo paternalistico da parte dei Paesi creditori. I lavoratori provenienti dagli Stati membri dell’Europa centrale e orientale sono stati accusati di turismo sociale, persino di rubare lavoro. Non stiamo assistendo a una svolta politica pericolosa e regressiva, che tradisce quei principi normativi di riconoscimento fra popoli e fra cittadini che pensavamo irreversibilmente radicati nella cultura europea, almeno a livello di élite?
AXEL HONNETH — Sarebbe uno strano segno di cecità politica negare quegli sviluppi. Il progetto europeo è in profonda crisi. L’unificazione monetaria ha generato crescenti divari economici. Quella che viene falsamente chiamata crisi dei rifugiati ha rispecchiato la diversità di culture e approcci su come trattare i richiedenti asilo che fuggivano da condizioni devastanti nei loro Paesi d’origine. Per superare la crisi occorre una nuova visione sulla solidarietà europea e allo stesso tempo un programma convincente su come superare i divari nelle condizioni di vita tra i diversi Stati membri. Nella conferenza «Marc Bloch» che terrò a giugno su invito dell’École des hautes études en sciences sociales cercherò di delineare alcune idee su questo. La solidarietà europea deve poggiare sulla comune volontà di superare i crimini e i misfatti del passato: solo così sarà possibile mobilitare gli europei verso l’obiettivo di superare divisioni e divari.

MAURIZIO FERRERA — La Germania è il più grande potere economico e politico della Ue: lei non pensa che abbia una particolare responsabilità in questo processo di erosione del riconoscimento fra popoli? Sembra che le élite tedesche abbiano perso la capacità di empatia e reciprocità con partner spesso dati per irrimediabilmente indisciplinati.
AXEL HONNETH — Certo, i divari socioeconomici fra Paesi sono in parte causati dall’insistenza del governo tedesco sulle politiche di austerità, da cui l’economia tedesca trae maggior profitto. Ma questa è solo una faccia della medaglia; l’altra è, come ho detto, la moneta comune e le conseguenze non previste della sua adozione. Dal mio punto di vista c’è bisogno di qualcosa di più grande che un semplice aumento dell’empatia da parte tedesca — un’empatia che tra l’altro si è mostrata più elevata rispetto alla maggioranza degli altri Paesi quando si è trattato di accogliere le masse di rifugiati e di integrarli nella società. Ciò che serve è una sorta di New Deal. Un nuovo contratto sociale per equiparare le condizioni di vita dei popoli europei. Ciò implica l’abbandono dell’austerità e l’adozione di ambiziose misure di investimento economico e sociale. Ispirate dalla volontà di realizzare il bene comune europeo.


La Lettura - Corriere della Sera, 5 maggio 2019

Un ricordo di Berlioz, il “grande sconfitto” (Paolo Isotta)

Hector Berlioz

Quando Hector Berlioz morì centocinquant’anni fa, aveva sessantasei anni. Trascorse gli ultimi anni nell’amarezza e nella solitudine. Era distrutto nel fisico e nel morale da due cose: aveva vissuto molte vite, ed era stato un lottatore come ce ne furono pochi. Lottatore per i suoi ideali artistici, che anteponeva alla stessa sua opera di compositore; e lottatore per le sue composizioni.
Fu uno dei sommi genî della musica; taluni glielo riconobbero in vita, a cominciare da Liszt, che quanto a penetrazione e generosità verso l’arte altrui non aveva rivali. Ma in realtà morì da vinto. I suoi successi, molti e forti, vennero superati dalle sconfitte e da una diffidenza nei suoi confronti che pare inspiegabile. Oggi la situazione non è diversa. Sommo compositore, sì; ma nella vita musicale posposto a un’infinità che non valgono la millesima parte di lui.
Tra le sue Opere teatrali, la più alta è Les Troyens, finita nel 1858. È una vertiginosa vicenda ch’egli, anche poeta, trasse dal II e dal IV libro dell’Eneide. La distruzione di Troia, con i foschi bagliori dell’incendio. L’amore di Didone per Enea, vietato dagli dei, e il suicidio dell’eroina. Virgilio ha avuto tanti melodrammi tratti da Metastasio, ma questo è il solo omaggio degno del più grande poeta mai vissuto. Berlioz non ascoltò mai Les Troyens. La prima esecuzione avvenne nel 1890 a Karlsruhe sotto la direzione di Felix Mottl: ironia della storia, un seguace di Wagner. Ancor oggi, quanti possono dire di aver ascoltato il capolavoro a teatro? O anche solo in esecuzioni concertistiche? Che poi sarebbero preferibili. Vedere Enea in abito da tupamaro e Didone vestita da Marina Berlusconi… Quando Berlioz, innamorato della Salammbô di Flaubert, gli si rivolse per consigli sulla storia e la vita di Cartagine…
Nell’Ottocento molti compositori erano dotati di vasta cultura generale. Sovente, la filosofia la inquinava. Berlioz di filosofia s’intrigava poco; è anche uno dei più eleganti scrittori francesi del secolo, con una vena, persino, di narratore surreale (Les Grotesques de la Musique, Les soirées de l’orchestre) che meriterebbe miglior fortuna di molti romanzi di Dumas. Ha coltivato Byron, dedicandogli una meravigliosa Sinfonia, Harold en Italie; ma al vertice del suo amore sono Shakespeare e Virgilio, adorati con assoluta equanimità. Poi viene Goethe, al quale s’è ispirato, modificando il poema, per la geniale Dannazione di Faust. E per quanto tocca Shakespeare, insieme con Verdi è stato il più grande di tutti i compositori shakespeariani.
Ma la sua cultura era diversa. Era un latinista. Quando, in ritardo perché per quattro volte era stato bocciato, vinse il Prix de Rome, invece di fare i compiti se ne girava per la Campagna Romana pensando alle vestigia dell’antica grandezza. E Roma è anche l’oggetto di un altro suo capolavoro teatrale. La Roma del Rinascimento. Nel Benvenuto Cellini la scena più terribile e commovente è quella della fusione della statua di Perseo: mancandogli il metallo, Cellini getta nella fucina tutto quel che ha, il suo oro, persino altre sue opere. È uno dei più bei simboli della creazione artistica trasformati in teatro.
Quando tornò a Parigi, compose La Sinfonia fantastica. È purtroppo l’unica sua opera effettivamente in repertorio. E dico purtroppo giacché perpetua di Berlioz la falsa immagine, sempre prevalente sulla vera. È un pezzo di pseudo autobiografia, di pseudo automitografia. Rappresenta i delirî di un giovane artista in preda all’oppio, il quale si perde dietro all’immagine fantastica di una donna amata, impersonata da una melodia ricorrente. Al poeta viene tagliata la testa. Indi scende all’inferno, ritrova la sua melodia orribilmente sconciata e infine si disperde nel Sabba del quale fa parte anche la melodia liturgica del Dies irae.
Venne e viene classificato come l’esponente di un Romanticismo estremo e caduco. Non si comprese che la Sinfonia fantastica è scritta del tutto a freddo, che ogni effetto è studiosamente calcolato, e che dietro il pandemonio si cela una perfetta forma classica.
Solo partendo dal fatto che l’aspetto letterario, a partire da un nuovo tipo di venerazione per Shakespeare, di Berlioz, è romantico, ma quello musicale classico, si può inquadrare la sua figura. Riesce a trasformare Romeo e Giulietta non in un banale melodramma, ma in una Sinfonia che sintetizza il dramma e usa il coro come narratore da Tragedia greca. Compone un Requiem al quale Verdi si è ispirato per il suo e che gli è persino superiore. Nelle ultime battute le parole di speranza sono contraddette da un accordo di Sol maggiore fatto da tre timpani soli, l’immagine del Nulla.
Ha rinnovato l’idea stessa del timbro orchestrale: tutti i compositori gli debbono qualcosa, da Wagner a Verdi a Liszt a Rismkij-Korsakov a Ravel e Debussy. Il suo Trattato di orchestrazione venne tradotto in tedesco da Richard Strauss: è un monumento di dottrina e di gusto che aiuterebbe moltissimo i direttori d’orchestra. Salvo che ormai la gran parte dirige a orecchio. Il Grande Sconfitto contempla dal Nulla il Nulla della civiltà.

il Fatto Quotidiano, 5 maggio 2019

Monarchie. Tutto su Rama X, nuovo sovrano della Thailandia (Francesco Giambertone)



Per sostenere una corona di sette chili d’oro, il principe «don Giovanni» doveva mettere la testa a posto. Niente più apparizioni in canottiera e infradito col barboncino Fufu in braccio, niente più serate esagerate nella sua tenuta di Monaco di Baviera tra donne e alcol: a 66 anni e con un regno finalmente suo, Maha Vajiralongkorn è stato incoronato nuovo re della Thailandia, per i suoi sudditi un gradino sotto al solo Buddha, e ha indossato i panni del sovrano.
Nelle oltre due ore di cerimonia al Gran Palazzo di Bangkok, trasmessa a reti unificate, il nuovo re non si è speso in grandi sorrisi, concentrato com’era a rispettare il rigidissimo protocollo: il bagno di purificazione con l’acqua «santa» di 5 fiumi e 4 laghi, la consegna da parte dei sacerdoti bramini degli oggetti reali simbolo del potere – uno scettro in legno e oro, ma anche una frusta di peli di yak e un paio di elegantissime babbucce —, gli omaggi dei notabili e poi l’arrivo della «Corona della Vittoria» del 1782: una torre dorata alta oltre 60 centimetri, sormontata da un diamante indiano dall’inestimabile valore.
Fuori dal palazzo, la Guardia reale sparava salve di cannone e folle festanti celebravano il nuovo capo di Stato. E non potevano fare altrimenti: la Thailandia, monarchia non più assoluta ma costituzionale dal 1932, conserva con fierezza una legge che può far finire in carcere per «lesa maestà», da 3 a 15 anni, chiunque si azzardi a parlar male del re o della sua famiglia. Così almeno in pubblico nessuno dice quel che molti pensano: il principe playboy, quattro matrimoni all’attivo – ultimo dei quali pochi giorni fa con una ex hostess, prossima regina – e un numero infinito di figli rinnegati, educato (con fatica) da pilota militare tra la Gran Bretagna e l’Australia, non era la figura ideale per rimpiazzare il padre Bhumibol Adulyadej, amatissimo re per 70 anni.
Forse ne dubitava lui stesso: per accettare il trono dopo la morte del papà nel 2016 impiegò nove settimane. Una forma di rispetto, si disse, per un lutto personale e nazionale; ma anche un messaggio di autonomia – ipotizza l’Economist — ai soldati che dal colpo di Stato del 2014 guidano il Paese: re Rama X avrebbe preso le decisioni coi suoi tempi. Da allora si è calato nel nuovo ruolo, mostrandosi di più in pubblico e soprattutto riprendendo il controllo dell’Agenzia della Proprietà della Corona, lo strumento che gestisce il patrimonio immobiliare e gli investimenti della famiglia reale e che vale 40 miliardi di dollari. Ha piazzato i suoi uomini nei ruoli chiave, e gode – se non della stima – almeno della riverenza dei soldati e del primo ministro Prayut Chan-o-cha. Oggi attraverserà la città su un baldacchino: nella sua vita precedente forse ci avrebbe portato anche Fufu, ma quel principe eccentrico e quel barboncino non esistono più.

Corriere della Sera, 5 maggio 2019

Sfida al sapere ufficiale: gli umanisti eterni ribelli. Un libro di Massimo Cacciari (Mauro Bonazzi)

Giovanni Pico della Mirandola

Gli umanisti «non hanno nulla a che fare con la filosofia, neppure nel senso più vago del termine», scriveva Paul Oskar Kristeller, che pure di quel periodo e dei suoi protagonisti fu studioso raffinatissimo. Era in buona compagnia, del resto. Ma tutto sta a intendersi su che cosa sia la filosofia. Dall’Ottocento, prima nelle università tedesche e di lì in tutta Europa, l’appiattimento progressivo dei saperi umani sul modello di quelli scientifici impose con forza crescente una nozione di filosofia intesa come «scienza rigorosa» e teoretica: un sapere che si articola in sistemi e che ha come compito una comprensione e una spiegazione della realtà. È un modello possibile, che ha goduto di grande successo anche prima, nei secoli medievali che avevano assistito, nelle università di Parigi e Oxford, al trionfo della scolastica e delle sue cattedrali di pensiero.
Niente di più lontano dalle idee degli umanisti. Fuori dalle aule universitarie, perché impegnati nel governo delle città; insofferenti rispetto ai tecnicismi di un linguaggio, quello degli scolastici, incapace di cogliere la ricchezza della realtà; convinti che il vero compito del pensiero sia guidare gli uomini nelle scelte pratiche: sminuiti come dilettanti (per quanto geniali) e filologi (come se fosse un demerito), gli umanisti sono stati in realtà i campioni di un’idea alternativa di filosofia, intesa come esperienza di vita più che come sistema dottrinale; come attività pratica e non mero supporto dell’indagine scientifica; come ricerca di felicità mondana e operosa, non divina. Il problema dell’Umanesimo è una sfida alla filosofia tradizionale: è un problema filosofico.
In questo sta la lezione di Coluccio Salutati, Leon Battista Alberti, Lorenzo Valla o Pico della Mirandola, e non è una lezione semplice, come spiega Massimo Cacciari nel libro La mente inquieta (Einaudi). Il tentativo di articolare un nuovo linguaggio, ispirato dalle lingue classiche, eloquente perché concreto e preciso, in grado di andare alle cose, che vuole non rievocare il passato ma risvegliare il presente, non è mai dimentico del fatto che la molteplicità delle attività umane sfugge a ogni tentativo di inquadramento. E all’esaltazione per quello per cui lotta, un mondo in cui l’uomo agisca da protagonista, si accompagna la consapevolezza dei rischi che la libertà comporta: siamo esseri capaci di creazioni divine e di degenerazioni bestiali. Con gli umanisti l’uomo tornava sì al centro della scena ma in tutti i suoi chiaroscuri, senza il conforto di facili celebrazioni, come invece spesso si ripete.
È proprio in quest’inquietudine, tipica di una mente incapace di riposo, che sta la cifra dell’Umanesimo: un periodo di crisi, dubbi e lacerazioni — di fiducia nella ragione, ma anche di disincanto circa la capacità di ricomporre il tutto in un ordine perfetto. Non fa anche questo parte dell’esperienza umana? Sulla copertina campeggiano i Tre filosofi di Giorgione (sempre che siano filosofi). Ci sarebbe stato bene anche il ritratto di marinaio (che marinaio non è) di Antonello da Messina, «con uno strano sorriso sulle labbra», scriveva Vincenzo Consolo, «un sorriso ironico, pungente e nello stesso tempo amaro, di uno che molto sa e molto ha visto, sa del presente e intuisce il futuro; di uno che si difende dal dolore della conoscenza e da un moto continuo di pietà», che però non rinuncia ad agire. Difficile trovare descrizione più appropriata degli umanisti e della loro filosofia, impastata, scriveva Eugenio Garin, di «tempo e memoria, e senso della creazione umana e dell’opera terrena e della responsabilità».

La Lettura-Corriere della Sera, 5 Maggio 2019

5 anni fa. Rissa nel branco dei leghisti (Alberto Custodero)

Bossi e Salvini in una foto recente, dopo aver fatto pace.
Nel febbraio scorso Bossi ha dichiarato alla stampa:
"Ho lasciato a Salvini una efficiente macchina da guerra".
Salvini ha risolto tutto appropriandosi di rimborsi non dovuti
e poi ottenendo il privilegio di spalmare su alcuni decenni
le decine di milioni di euro che la Lega deve allo Stato italiano


Salvini nega il vitalizio a Bossi, che lo denuncia
Accordi non mantenuti e accuse di tradimento e truffa. Finisce in tribunale una lite tra il fondatore della Lega Nord, Umberto Bossi, e l’attuale segretario del Carroccio, Matteo Salvini. Ecco l’antefatto di questa querelle giudiziaria “Lega contro Lega”. Bossi da tempo percepisce dalla Lega un “vitalizio” di 900 mila euro – così si legge nella citazione di Bossi contro Salvini – per sostenere le sue spese mediche, e finanziare quelle del suo staff politico, il famoso “cerchio magico”. Il legale del Senatur, inoltre, l’avvocato Matteo Brigandì, aveva presentato alla Lega una parcella milionaria per la sua attività professionale dal 2000 al 2013. E, per farsi liquidare l’esosa parcella, aveva chiesto e ottenuto dal Tribunale il sequestro cautelativo di sei milioni di euro sui conti leghisti.
Dall’altra parte, il segretario del Carroccio, Salvini, al momento del suo insediamento, aveva manifestato l’intenzione di non versare più alcuna somma al fondatore leghista, non voleva pagare la parcella a Brigandì, e aveva annunciato la volontà di costituirsi parte lesa, come Lega, nei processi contro lo stesso Bossi e i suoi figli, Renzo e Riccardo. Una faida fratricida tra i massimi vertici delle camicie verdi. Grazie alla mediazione di Stefano Stefani, tesoriere del partito, tra i due è stato raggiunto un accordo che avrebbe dovuto porre fine a questa faida tra padani. E così il 26 febbraio di quest’anno Bossi, Stefani, Brigandì e Salvini firmano una scrittura privata che avrebbe dovuto sancire la fine della guerra in via Bellerio. Ecco gli accordi tra i quattro. Bossi avrebbe imposto al suo legale di rinunciare alla parcella e di svincolare i sei milioni di euro. In cambio Salvini avrebbe garantito al Senatur un “vitalizio” di 400 mila euro annui, e si sarebbe impegnato a non costituirsi parte lesa nei processi contro la famiglia Bossi.
Ma da febbraio ad oggi le cose non sono andate come previsto dalla scrittura privata. Anzi. Bossi ha effettivamente provveduto a liberare i soldi leghisti
fatti sequestrare dal suo legale che ha rinunciato alla parcella. Ma la Lega ha usato quei sei milioni di euro per la campagna elettorale delle europee, li ha spesi tutti. E il bilancio del partito è andato in rosso. Rimanendo senza soldi, il segretario Salvini ha fatto sapere a Bossi di non potergli più garantire i 400mila euro promessi. A stento avrebbe potuto offrirgliene la metà. La goccia che ha fatto traboccare il vaso, infine, è stato l’annuncio che la Lega alla prima udienza del 10 ottobre contro i familiari di Bossi, si sarebbe costituita parte lesa. Il decreto che fissa l’udienza, del resto, non consente smentite. Questo vuol dire che Salvini chiederà i danni all’uomo che ha creato il movimento. Insomma, il Senatur s’è sentito tradito e truffato: il suo legale ha perso 6 milioni di euro, lui ha perso 200 mila euro annui, e ora rischia di dover risarcire il movimento che ha fondato. Montato su tutte le furie, Bossi ha deciso di reagire con una denuncia, incaricando il suo avocato (Brigandì) di citare in giudizio Salvini in tribunale per danni. E riservandosi di procedere sul fronte penale per truffa. Bossi chiede ai giudici due cose: o il rispetto della scrittura privata. Oppure il suo annullamento, ripristinando così il credito del suo legale vantato nei confronti di via Bellerio di sei milioni di euro. E nella citazione scrive: «La Lega Nord si è resa inadempiente alla scrittura privata del 26 febbraio 2014. Si tenga conto che è notoria la malattia dell’onorevole Bossi e, per usare una parola di moda, l’agibilità politica gli era stata assicurata con il pagamento di 400 mila euro».

“la Repubblica”, 18 agosto 2014

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