4.7.13

Vittorio Foa. La gradualità del giacobino (Giovanni De Luna)

Negli ultimi due decenni, almeno a partire dalla metà degli anni '80, Vittorio Foa ha cominciato infatti a tessere e ritessere i suoi ricordi, trasformandoli in un racconto avvincente, sfociato prima in quel piccolo capolavoro che fu Il cavallo e la torre, poi in altri libri come quelli con Federica Montevecchi (La memoria lunga) e, da ultimo, con Carlo Ginzburg. Era già vecchio. La vecchiaia è anche uno spaesamento rispetto al proprio tempo: tutto intorno progressivamente spariscono i volti, i linguaggi, i comportamenti in cui erano conficcate le proprie abitudini; si può reagire cercando di fermare il tempo nei propri ricordi, in una sorta di esilio volontario in una cronologia impazzita, oppure si tenta di afferrare il tempo, di inseguirlo anche nelle sue mode e nei suoi tic, di confrontarsi con le sue immediatezze. Vittorio scelse questa seconda via. Utilizzò i suoi ricordi per tracciare la rotta per orientarsi prima nel delirio degli anni '80, poi nel marasma degli anni '90, incrociando lungo quella rotta lo smarrimento della sinistra, il crollo della sua configurazione novecentesca, la devastante realtà delle abiure e delle sconfitte. Da questo incrocio emerse un Foa inedito, chiamato da una sinistra orfana di certezze e in crisi di identità ad ruolo per lui del tutto inconsueto di «padre nobile».
Non lo era mai stato. I suoi esordi erano stati caratterizzati da Giustizia e Libertà, dalla cospirazione antifascista, dal carcere, dalla Resistenza, dalla militanza nel Partito d'Azione. Visse il periodo dal 1932 al 1946 nel segno dell'intransigenza, di un attivismo volontaristico che si nutriva di una insofferenza che investiva non solo il determinismo di Marx, ma anche il catastrofismo della sinistra democratica, che faceva discendere come una fatalità la fine della libertà dalla massificazione delle società europee e dalla vittoria di idee irrazionalistiche. Con i giovani giellisti torinesi Foa condivideva anche una tendenziale ostilità nei confronti del versante filosofico del liberalsocialismo. A Torino itinerari del tipo «lungo viaggio attraverso il fascismo», erano poco frequenti. L'antifascismo si era definito come altro dal regime, in un'opposizione irriducibile e senza compromessi. Il riferimento privilegiato restava sempre quello di Gobetti, la sua idea di libertà come soggetto liberante, come processo di liberazione: il liberalismo gobettiano andava ben oltre il garantismo dei diritti individuali e collettivi di libertà. «La libertà - scriverà in seguito lo stesso Foa - é liberazione, espansione dei soggetti collettivi e nella sofferenza dei soggetti collettivi sta la molla dei processi di liberazione». Si pensava alla democrazia e al socialismo non solo in termini di garanzie istituzionali, quindi, ma come processo, con attori in movimento.
«Non riuscivo», aggiungeva Foa, «ad appassionarmi ai grandi confronti ideologici fra liberalismo e socialismo e quindi al socialismo liberale o al liberalsocialismo mentre ero profondamente interessato agli eventi concreti e alla loro direzione». L'utopia - collocandosi in un futuro indeterminato - consente il compromesso e l'accettazione passiva dello stato di cose presenti; completamente diversi sono gli ideali, che Foa intendeva come «valori da realizzare ogni giorno nella pratica di obbiettivi concreti». Nella Resistenza, il progetto azionista, «la linea di un controgoverno dal basso e dalla periferia come struttura istituzionale, come elemento di democrazia diretta che non doveva sostituire ma integrare quella rappresentativa», fu così l'unico serio tentativo di costruzione di un riformismo «militante», alternativo all'egemonia comunista. Il suo bersaglio era la miseria del riformismo italiano, il suo economicismo, l'assenza di un «mito politico» in grado di soffiarvi dentro l'alito della passione. Di qui la sua coinvogente professione di giacobinismo: «non si doveva separare l'impegno progettuale dal movimento che aveva determinato la rottura con il passato. La dimensione temporale diventava determinante: le riforme (o almeno un loro decisivo inizio) non potevano essere rinviate a momenti successivi. Il movimento non doveva solo creare le condizioni per le riforme, doveva anche avviarle a realizzazione, impedire che un evitabile riflusso del movimento le rendesse irrealizzabili.... Il giacobinismo mi si presentava, quindi, come accelerazione e come anticipazione».
La configurazione politica dei suoi esordi passò sostanzialmente intatta anche attraverso le sue esperienze successive al PdA, quella nella Cgil (dal 1949 al 1970) e quelle nel Psi, nel Psiup, nel Pdup, fino alla fallimentare esperienza delle liste della Nuova sinistra unita nel 1979. Fu animato da una inesausta febbre di ricerca, curioso, instancabile, diffidente verso ogni equilibrio consolidato, verso ogni forma di staticità che puzzasse di apparato. Visse in prima persona scissioni drammatiche come quella azionista del 1946 o quella socialista del 1964. Visse con altrettanta partecipazione il turbinìo di sigle organizzative della sinistra extraparlamentare degli anni Settanta. Niente, niente lo caratterizzava comunque come un padre nobile da invocare come garante delle pulsioni governative che agitavano la sinistra negli anni Novanta, quando si tentò di arginare le tentazioni autodistruttive dei suoi partiti ancorandole all'occupazione delle istituzioni e dei palazzi governativi. Apparentemente Vittorio partecipò con entusiasmo a questo gioco, interpretando quel ruolo con qualche compiaciuta civetteria. Eppure, se ne rileggiamo gli scritti, anche quelli della vecchiaia più tarda, vediamo continuamente riaffiorare i tratti impertinenti e irriverenti del suo antico giacobinismo, anche quando elogia la gradualità: «mi domando adesso - scriveva ne «Il cavallo e la torre», se é possibile conciliare il giacobinismo che mi sembra tuttora assolutamente legittimo col gradualismo inteso come coinvolgimento del prossimo nella realizzazione di un progetto». La domanda era retorica. Tutta la sua biografia può essere letta come rifiuto del gradualismo e della mediazione, come adesione convinta ad una visione conflittualistica della politica; l'intransigenza é (sono sue parole) anzitutto «una condizione esistenziale». «La radicalità», diceva ancora nel suo colloquio con Ginzburg, «guarda a tutto il modo di vivere, non solo a qualche pezzetto delle nostre idee». E più avanti: «parto dall'idea di poter cambiare le cose, anziché aspettarsi che le cose cambino per qualche fatto esterno a me o a noi. E' un'idea cui sono stato lungamente attaccato, che si può chiamare anche autonomia: l'idea che il futuro appartiene agli uomini e non a qualcosa che sia esterno a essi».  

il manifesto, 21 ottobre 2008

Lunedì 26 aprile 1937. Un giorno di mercato a Guernica (Augusto Pancaldi)

Per i cinquant’anni del bombardamento nazista su Guernica, la città santa dei Baschi, diretto ad annichilire la resistenza della Spagna repubblicana, “l’Unità” pubblicò una rievocazione di Augusto Pancaldi, a mio avviso eccellente per sintesi e chiarezza, di cui qui riprendo un ampio stralcio. (S.L.L.)
Guernica 1937. La città dopo il bombardamento
Nel 1937, anno secondo della guerra civile spagnola, il 26 aprile cadde di lunedì. A Guernica, città santa del paese basco, antica capitale della Biscaglia, era giorno di mercato e una buona parte dei suoi 10 mila abitanti era sulla piazza o si pigiava nei vicoli che le serpeggiano attorno, umanità stenta e affamata ma libera ancora e piena di speranza.
Fino a poco tempo prima la guerra aveva risparmiato il paese basco perché il «Caudillo» - ma lo si mormorava più per darsi coraggio che per altro - non voleva provocare i sentimenti nazionali della gente di Euskadi. E adesso che le truppe del generale Mola e le «frecce nere» di Mussolini non erano lontane, a una trentina di chilometri appena, alla ricerca di una rivincita agli scacchi subiti attorno a Madrid, dove s'erano infranti contro il muro repubblicano tutti gli assalti nazionalisti, adesso si diceva la stessa cosa di Guernica: col suo albero sacro attorno al quale, da più di cinque secoli, i sovrani di Castiglia  avevano giurato di rispettare «los fueros», i diritti locali del popolo basco, con la sua piccola fabbrica d'armi come unica industria, Guernica non poteva costituire un obiettivo militare, a differenza di Bilbao e del suo porto, per esempio.
Quel lunedì 26 aprile 1937 è giorno quieto, dunque, pur nell'angoscia permanente della guerra che preme e strepita ai margini e la gente si prepara alla festa serale, attorno all'albero sacro dove, appena sei mesi prima, è stata proclamata la repubblica basca.
D'un tratto, nel vociare del mercato, cade con un sinistro rimbombo il suono delle campane della chiesa di Santa Maria, campane a martello, campane che battono alla disperata per annunciare un'incursione aerea. La gente si precipita verso la campagna rovesciando le bancarelle, le madri stringendo al petto i bambini, e i vicoli si riempiono di urla, di richiami. Sono le 4 e mezza del pomeriggio.
Dieci minuti dopo comincia il bombardamento: prima un Heinkel-111, la nuova meraviglia della tecnologia aeronautica hitleriana, poi una pattuglia di Junkers-52 scortati da caccia Messerschmitt. Le bombe cadono a grappoli sulla città, bombe dirompenti, bombe incendiarie, gli aerei scompaiono dietro le colline e altri ne arrivano, una seconda, poi una terza e una quarta ondata e le case cominciano a bruciare mentre i caccia a bassa quota mitragliano la gente che fugge alla disperata.     
Tre ore d'inferno. È il primo bombardamento sistematico e pianificato di un centro urbano, una pagina nuova e tragica nella storia di tutte le guerre e in quella dell'aviazione militare, che fa da prologo ai grandi bombardamenti della seconda guerra mondiale destinati a demolire non soltanto le città del nemico ma anche il morale dei loro abitanti.
Alle 7 di sera Guernica non esiste più. Quello che le bombe dirompenti hanno risparmiato è stato divorato dagli incendi e la gente si mette a contare, i propri morti, i propri feriti, i propri dispersi, a cercare gli scampati sotto le macerie della «città santa».

Quale fu il bilancio reale del massacro?
Ancora oggi è difficile dirlo e gli storici che cercarono di vederci chiaro tra le cifre forse eccessive dei repubblicani e quelle minimizzanti dei franchisti (fino al 1970 Madrid negò ufficialmente perfino il bombardamento degli aerei della «Legione Condor» hitleriana) hanno dovuto rassegnarsi a un calcolo delle probabilità: un migliaio per i morti, il doppio per i feriti. Quanto alle distruzioni, fu più facile agli «inviati speciali» stranieri contare le case rimaste in piedi che quelle distrutte o incendiate. «Di Guernica non restano che cinque case» titolava il 29 aprile, in prima pagina, un grande quotidiano britannico.
Quello stesso giorno «l'Humanité» pubblica - accanto a un disperato editoriale di Gabriel Peri, secondo cui «il massacro è Stato possibile perché, la politica di non intervento (di Leon Blum in Francia e di Eden in Inghilterra) ha significato, in verità, tolleranza per l'intervento fascista» - un articolo di un testimone oculare, l'inviato speciale del «Times» londinese George Steer.
Ho ritrovato il giornale negli archivi dell'«Humanité». Il racconto di Steer è una minuziosa ricostruzione delle diverse fasi del bombardamento che lo storico Hughes Thomas ha poi ripreso quasi integralmente nel suo libro fondamentale La guerra di Spagna, pubblicato a Londra nel 1961, dopo averne verificato ogni dettaglio interrogando negli anni 50 gli scampati al diluvio. George Steer afferma: «il ritmo di questo bombardamento di una città aperta è di una logica terribile: prima furono lanciate delle bombe a mano e delle bombe da 500 chili per creare il panico tra la popolazione, poi venne il mitragliamento per costringere la gente sotto terra, nelle cantine, infine la pioggia di bombe incendiarie per demolire le case e bruciarle sopra le loro vittime. Quando sono entrato in Guernica, poco dopo la mezzanotte, le case crollavano da entrambi i lati della strada e perfino i pompieri non riuscivano a raggiungere il centro della città. Gli ospedali delle "Josefinas" e del "Convento de Santa Clara" non erano più che mucchi di cenere fumante. Al "Josefinas" erano morti tutti i 44 soldati repubblicani che vi erano stati ricoverati qualche giorno prima per ferite riportate al fronte. Ho visitato di nuovo Guernica oggi pomeriggio. La maggior parte della città bruciava ancora...».
A commento del massacro, provocato da 50 tonnellate di bombe dirompenti («l'Humanité» parla inoltre di mille bombe incendiarie), Steer aggiungeva: «Per la forma della sua esecuzione, la dimensione delle distruzioni e la scelta di questo obiettivo, il raid di Guernica non ha eguali nella storia militare. La fabbrica d'armi che sorge alle porte della città non è stata toccata, come non sono state toccate le due caserme situate a una certa distanza dal centro. L'oggetto del bombardamento, dunque, è stato di demoralizzare la popolazione civile e di distruggere la culla della razza basca. Tutti i fatti confermano questa opinione, a cominciare dal giorno prescelto per il bombardamento, giorno di mercato».

L'indignazione suscitata nel mondo dalla distruzione di Guernica fu immenso. A Parigi, Leon Blum, capo del governo di fronte popolare, pensò di dimettersi riconoscendo implicitamente che la sua politica di «non intervento» aveva favorito, se non proprio la distruzione della città santa, certamente i piani di intervento di Hitler e di Mussolini. L'Inghilterra è costretta a rivedere le proprie posizioni dopo una tempestosa seduta ai Comuni. Le grandi riviste americane «Time», «Life», «Newsweek», che fino a quel momento avevano cercato di mantenere un certo distacco dal conflitto spagnolo, prendono apertamente parte per i repubblicani. Si può affermare che se Franco godeva ancora di una certa simpatia nel mondo democratico e in quello cattolico in particolare, come «castigatore» dei bolscevichi spagnoli, come «argine al comunismo dilagante in Spagna e minacciante il vicino Portogallo», a partire dal bombardamento di Guernica diventa il nemico della democrazia, il massacratore degli innocenti. Guernica costituisce per lui una sconfitta politica di dimensioni incalcolabili.
È a partire di qui che il franchismo si vede costretto a correre ai ripari e alimenta nei giorni successivi al bombardamento, e con tutti i mezzi, una straordinaria campagna di distorsione della verità tendente a dimostrare che se qualche aereo tedesco ha sganciato alcune bombe su Guernica si è trattato di un errore, del resto condannato da Franco in persona, che Guernica è stata in realtà distrutta dai suoi stessi abitanti per non farla cadere intatta nelle mani delle forze nazionaliste «liberatrici».
Si tratta di una linea di difesa che ha la sua efficacia perché da Guernica, occupata dai franchisti qualche giorno dopo il bombardamento, non esce più nessuno a smentire la versione ufficiale. E se qualcuno ne esce, come riferisce Hughes Thomas a proposito del clero basco, non viene nemmeno ascoltato. La storia dei venti preti, testimoni oculari del massacro, e tra questi il vicario generale della diocesi, è in effetti allucinante. Redatta una lettera al Papa, sono due i preti che riescono a portarla in Vaticano. Ma il Papa non li riceve. Li riceve invece il segretario di Stato Pacelli (futuro Pio XII) che, dopo averli ascoltati, li riconduce alla porta ricordando loro, freddamente, che «la chiesa è perseguitata a Barcellona».
Occorreranno molti, moltissimi anni, la rac¬olta di prove irrefutabili come i diari di due aviatori tedeschi e quello del barone von Richtofen, comandante della «Legione Condor», per ristabilire la verità sul bombardamento di Guernica, pianificato dai comandi franchisti e scrupolosamente eseguito dal corpo di spedizione hitleriano che vi impiegò 44 aerei, cioè una trentina di bombardieri e una decina di caccia.

Pablo Picasso non aspettò la «verità storica». Qualche tempo prima del bombardamento aveva ricevuto dal ministero della Cultura repubblicano l'incarico di dipingere un grande pannello che avrebbe dovuto decorare il padiglione spagnolo all'esposizione universale di Parigi dell'estate del 1937. S'era messo al lavoro subito, nel suo atelier parigino dei «Grands Augustins», senza saper bene su quale tema sviluppare il lavoro. E una sera, a una edicola, vede la fotografia di una città avvolta dal fumo degli incendi, i grandi titoli dei quotidiani sul bombardamento e la distruzione di Guernica, legge i resoconti del massacro e torna subito al lavoro sapendo già quale sarà il pannello decorativo del padiglione spagnolo.
Ero a Madrid, nel 1981, il giorno che il Cason del Prado venne aperto al pubblico affinché il popolo spagnolo potesse finalmente vedere l'opera del grande «malagueno» più detestata da Franco, quel Guernica che è ormai un pezzo immenso di storia (oltre che di pittura) avendo fatto il giro del mondo e denunciato, col grido che esso esprime il grido di tutto un popolo massacrato fisicamente e moralmente, quel crimine atroce che fu il bombardamento di Guernica. Centinaia di spagnoli, vecchi e giovani, avevano passato la notte nel parco del «Retiro», di fronte al Cason, per essere tra i primi a vedere, a scoprire quell'opera ormai simbolica al pari del celebre e stupendo Goya sui fucilati del 2 di maggio (i massacri napoleonici): e ho visto sui volti di gente di tre diverse generazioni disegnarsi dolore, emozione, strazio come se il bombardamento fosse avvenuto il giorno prima e si dovesse ricominciare a contare i morti, a fare il bilancio del bombardamento e della distruzione della città santa del popolo basco…

L’Unità, 26 aprile 1987

L’altro mondo di Dante Alighieri (Sonia Gentili)


Dal “manifesto” recupero un ampio stralcio di una lettura colta e ragionata dell’opera dantesca, reazione ad alcuni facili e suggestive attualizzazioni. (S.L.L.)

Il Dante del Signorelli, a Orvieto
Ricordate la novella trecentesca dell'asinaio che ritmava il cammino del suo ciuco con versi della Commedia intercalati da un esortativo Arri!, e lo stizzito commento di Dante davanti alla scena («codesto arri non vi miss'io!»)?
La dialettica tra le due diverse anime del dantismo - un Dante «vivo», soggetto alle distorsioni che la vita fuori dal museo impone all'oggetto storico, e la resistenza filologica alla vita popolare del testo - si esprime oggi sullo sfondo della nostra sostanziale equidistanza da ogni passato.
Il testo medioevale è filologicamente ricostruito e materialmente riprodotto in modo sempre più esatto, ma il suo senso e la sua alterità culturale rispetto a noi vanno appannandosi. Il principio secondo cui la filologia è una scienza autonoma da quella dell'interpretazione dei testi è oggi in piena rinascita, non perché si creda, come credette Karl Lachmann, che la scelta delle varianti emerga con automatismo virtuoso dalla ricostruzione dei rapporti tra i manoscritti, ma perché, come capì Walter Benjamin, lo sviluppo tecnico rende più visibile il passato proprio in quanto esso non è più sorretto dalla tradizione. La crisi del nostro rapporto con la storia sta nel fatto che l'oggetto storico si fa presente e inconoscibile al contempo, come una reliquia laica che custodiamo in una teca di cui abbiamo perso le chiavi.

Confronto tra le fonti
L'edizione della Commedia curata da Giorgio Inglese presso Carocci (Inferno, 2007; Purgatorio, 2011; in preparazione il Paradiso) è il maggiore e più isolato frutto della filologia dantesca attuale proprio perché, in felice controtendenza col fenomeno appena descritto, spiega il testo valorizzando come mai prima d'ora le possibilità di senso che parole e concetti assumono nel Medioevo contestuale a Dante…
Ad esempio, in Inf. XI, 100, i manoscritti si dividono tra una «natura» che nasce da Dio e dalla sua arte («natura lo suo corso prende / da Dio e da sua arte») e una «natura» che nasce da Dio ed è la sua arte («natura lo suo corso prende / da Dio ed è sua arte»). Come scegliere? La chiave è nel capire cosa vuol dire «natura» in questo punto del testo: si tratta del divino che opera e immane al mondo, definito anche «arte divina» (Dante, Monarchia I, ii, 3: «ars divina quam 'naturam' (...)appellant»; così i commenti medioevali alla Fisica di Aristotele).
Ogni ipotesi di lettura non è che una possibilità da discutere, certo, ma se un'ipotesi di lettura non viene formulata, assumendone la fatica ricostruttiva - cioè l'indagine della cultura filosofica dantesca come esplorazione di un mondo altro dal nostro - il testo dantesco resta un oggetto vicino ma inconoscibile….

Come tenere la rotta
Il rapporto tra testo dantesco e fonti filosofiche coeve va inteso, come spiega Paolo Falzone nel suo recentissimo e magistrale Desiderio della scienza e desiderio di Dio nel Convivio di Dante (Il Mulino, 2010), non tanto nei termini della dipendenza diretta, quanto in quelli della posizione di Dante rispetto alle altre voci del pensiero medioevale. Questa strada, praticata da Falzone e da autorevoli medioevisti stranieri (Ruedi Imbach e Irène Rosier in Francia, Thomas Ricklin in Germania, Justin Steinberg negli Stati Uniti) suggerisce che, per tenere la rotta nel capire il Medioevo dantesco, dovremmo sempre puntare sulla sua distanza da noi: anche quando sembra somigliarci, il mondo medioevale è ai nostri antipodi.
Prendiamo la concezione dell'individuo: sappiamo che nella Commedia Dante compie un eccezionale viaggio nell'aldilà con funzione di salvezza universale. In cosa consiste l'eccezionalità di Dante, di cui Marco Santagata ci offre ora un'ampia e complessa interpretazione nel pregevole L'io e il mondo. Un'interpretazione di Dante (il Mulino, 2011)? Dante è davvero un «arcipersonaggio dal destino unico e irripetibile» poiché «è stato il solo, nella storia dell'umanità, a leggere il 'volume' nel quale si raccoglie 'ciò che per l'universo si squaderna' (Par. XXXIII, 86-7) e a trasferirne al mondo la conoscenza» (così Santagata a p. 13)?
In realtà Dante stesso, nel II canto dell'Inferno, indica il suo predecessore in san Paolo, rapito al terzo cielo. Ed è san Paolo a dire nelle sue epistole che gli uomini chiamati da Dio a servire il suo disegno hanno l'unico merito di rispondere alla chiamata: in questo senso Paolo definisce se stesso vocatus, «chiamato», come molti secoli di esegesi biblica (fino a Giorgio Agamben, Il tempo che resta. Un commento alla Lettera ai Romani, Bollati Boringhieri, 2000) affermano.
Nella cultura cristiana medioevale, come per Paolo, l'individuo è limite e finitezza ma la sua anima è parte di Dio: a Dio può rispondere e tornare. Dante è eccezionale solo in quanto vocatus, e il viaggio dantesco è universale per quanto di eterno ed oggettivo vi si rivela: cioè per la visione della verità che è meta del viaggio. La cultura medioevale inverte radicalmente, rispetto a noi, il rapporto tra soggetto umano e verità: non è il «genio» individuale a raggiungerla, ma una verità compiuta ed eterna a concedersi in forma di visione, chiamando e asservendo tirannicamente a sé l'individuo. La visione dantesca non pone al suo centro l'occhio che la guarda - è questo un punto di vista, anzi, dopo Heisenberg, un luogo comune, novecentesco - ma se stessa.
La marginalizzazione della soggettività che caratterizza la cultura medioevale e tutte le culture centrate sulla verità intesa come rivelazione rischia di essere cancellata dalla rappresentazione di un Dante «creativo» e «autore» in senso attuale. In epoca dantesca non c'è «creazione» che non sia quella divina; all'uomo, artista o filosofo che sia, è concessa solo una parziale conoscenza di questa creazione.

Vanificazione delle gerarchie
Nulla, nella Commedia, si sottrae ad un sistema di pensiero che consuma tutta la realtà nel terribile fulgore della verità divina. Persino il famoso pluringuismo dantesco, che potrebbe apparirci più libero e fantasioso rispetto alla lingua poetica successiva, irrigiditasi in forme di lunghissima durata da Petrarca a Carducci, imita la lingua biblica e la spietata centralità, in essa, di un Dio che tutto illumina e tutto chiama a sé, dalle schiere angeliche, agli insetti, ai corpi malati. La lingua della Commedia, piena di latinismi e astrazioni filosofiche (Purg. III, 27: «state contenti, umana gente, al quia»; Par. I, 70-1: «trasumanar significar per verba / non si poria») ma anche di assoluta materialità (Inf. XVII, 26-7: «'l tristo sacco / che merda fa di quel che si trangugia»; Par. XVII, 129: «e lascia pur grattar dov'è la rogna») prende a modello il sermo humilis della Bibbia che sconvolse e vanificò ogni gerarchia degli stili trasmessa dalla classicità: niente più argomenti alti o bassi, poiché il creato è un'unica e varia lingua che parla di Dio.
Per esorcizzare il fatto che l'oggetto storico dantesco sembra lottare con noi, negarci e negare le nostre categorie interpretative, si può creare un Dante attuale, vicino e misterioso al contempo, in modo romanzesco: questa scommessa, ottimamente giocata da Marco Santagata (Dante. Il romanzo della sua vita, Mondadori, 2012) non elimina ma anzi acuisce la necessità della ricerca storica.
Nel Maestro e Margherita di Michail Bulgakov, Satana punisce le ambizioni razionalistiche della ricostruzione storica - rappresentate da due intellettuali sovietici che discutono della storia di Cristo - opponendovi l'eterno presente di un romanzo su Cristo.
Il Satana bulgakoviano simboleggia i limiti della conoscibilità della storia, ma ci chiama, oggi, esattamente da quella angusta regione, visto che un intellettuale noto come Edoardo Albinati è stato in grado di affermare il 28 febbraio scorso, nel presentare un volume di Franco Cordelli, che ad una rilettura recente il Maestro e Margherita gli è parso «una cagata». Quest'episodio, che riporto con orrore anche per il tenore del giudizio, è un chiaro segno del fatto che non capiamo più. E se non capiamo più di quale salvezza e di quale verità Bulgakov parli, l'unica via da tentare è quella di leggere quest'opera riattraversando i nodi e le contraddizioni culturali del remoto mondo staliniano che l'ha prodotta.

“il manifesto”, 5 marzo 2013

3.7.13

Cucinelli. La prosopopea del "parvenu" (Salvatore Lo Leggio)




Su “Tuttolibri”, supplemento del sabato de “La Stampa”, trova luogo da anni una rubrica, Diario di lettura, nella quale una personalità della cultura (scrittore, poeta, scienziato, filosofo eccetera) è chiamata a discorrere del sue rapporto con i libri, indicando quelli decisivi per le scelte di vita. Sabato 15 giugno l’intervistato era Brunello Cucinelli, presentato come “filosofo del cachemire”.
Non è la prima intervista importante del lanaiolo di Solomeo, personaggio di moda specie da quando, l’anno scorso, il titolo della sua azienda ha conosciuto in borsa una straordinaria impennata. Ma questa, rilasciata a Maurizio Assalto, è un’incoronazione e di sicuro ha mandato in solluchero il Cucinelli, che si porta appresso, dal padre “che veniva offeso al lavoro e non riusciva a capire perché”, il desiderio di rivalsa, di autoaffermazione anche culturale, tipico dei parvenus e degli autodidatti.
Senza infingimenti egli, infatti, racconta: “La vita del bar del paese, dopo una cert’ora, è solo fatta di discussione – politica, donne, economia, religione… E chi aveva fatto studi scientifici, chi classici, chi come me aveva studiato da geometra: così, quando a un certo punto qualcuno citava Kant o Schopenhauer, io non potevo rispondere”. Per risposta Brunello va a cercare Kant, di cui capisce poco, ma lo colpisce la frase “il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”. E si ricorda di suo padre “che mi spronava sempre a comportarmi bene”. 
E’ dunque un sentimento di inferiorità a orientare l’approccio del Cucinelli alla lettura e alla cultura, che egli considera da subito un repertorio di citazioni, una miniera da cui ricavare la frase d’autore che colpisce l’uditorio e dà lustro al senso comune, alla banalità. Alla domanda su quanti libri legga in un anno non a caso risponde: “Guardi, io ho moltissimi libri, più o meno tremila, ma per leggere intendo anche una sola frase”.
Con queste premesse l’intervista non può che essere una sequela di citazioni: Yourcenar e il suo Adriano, Severino Boezio che chiede aiuto alla filosofia, Socrate che crede nel valore del dialogo, San Benedetto “rigoroso e dolce”, Rousseau che raccomanda il riposo, l’Ezechiele della Bibbia, papa Francesco che ci vuole custodi del creato e altri ancora. Il più enfatico è il riferimento a Marco Aurelio alla vigilia della battaglia. Dice l’imperatore: “O miei stimati uomini dell’impero romano, domani Roma ha bisogno di voi”. Commenta Cucinelli: “Oggi l’Italia ha bisogno di noi esseri umani, dobbiamo tornare a credere nei grandi ideali: politica, religione, spiritualità… Io trovo un momento bellissimo per la nostra umanità… I nostri figli avranno un mondo meraviglioso”.
Saremmo tentati di considerare tutto ciò sgallinamento, quello che i vocabolari definiscono “atto del parlare a voce molto alta, con ostentazione e sfoggio di sé”, ma il richiamo costante ai “grandi uomini” fa preferire la denominazione prosopopea, la figura retorica che consiste nel far parlare oggetti inanimati o animali come se fossero persone, o i defunti come se fossero vivi.
Cucinelli - si apprende da “Tuttolibri” - fa parlare le statue che ha messo in giardino (i busti di Marco Aurelio, Socrate, Obama, Aristotele, Alessandro Magno e molti altri), rammenta il Peppino De Filippo, pretore di Un giorno in pretura, che battibecca con la statua di Cicerone. Per esempio, a  1700 anni dall’editto del 313 discute con Costantino: “Ma di dove ti sei preso ‘st’idea, il valore del sogno?”.  
Secondo Wikipedia “colui che parla ‘con prosopopea’ si mette in ridicolo perché quello che sta dicendo con tanta enfasi è scontato per la grande parte del pubblico”.
Perché, allora un Cucinelli, pur apprezzato in quanto imprenditore, non viene spernacchiato in quanto filosofo e intellettuale come sarebbe accaduto in altri tempi?
La risposta non è facile ed è connessa con l’ideologia vincente, il cosiddetto berlusconismo, per la quale chi sa far soldi può fare di tutto, dallo statista al “maestro pensatore”. Accade così che grandi giornali e apprezzati giornalisti accreditino l’immagine del “Socrate del cachemire”, il quale peraltro utilizza codesta immagine di sé per fare altri soldi. Sospetto che in cuor suo irrida gli intervistatori più o meno d’assalto che riesce a turlupinare con sgallinamenti e prosopopee.


"micropolis", 27 giugno 2013 

Vittorio Foa. Intervista sul lavoro (a cura di Loris Campetti, 1° maggio 2007)

Alla vigilia del primo maggio del 2007 Vittorio Foa rilasciò a Loris Campetti per “il manifesto” una intervista sul lavoro e sul movimento operaio. Foa non era più nel pieno della salute - sarebbe morto l’anno dopo, in autunno – ma la potenza intellettuale di cui Campetti riferisce è del tutto evidente non solo nei contenuti del suo conversare, anche nelle sue risonanze. E’ un testo tutto da leggere, per taluni versi testamentario. (S.L.L.) 

Parlare di proletariato e rivoluzione è cosa che, come la bestia dantesca, «fa tremar le vene e i polsi». Farlo con un padre della sinistra e del sindacato come Vittorio Foa, che raccoglie e al tempo stesso sconquassa la memoria di un secolo di movimento operaio italiano è ancora più impegnativo. Più che come un'intervista, quella che segue va letta come una conversazione, in cui uno dei due parla e l'altro cerca di rendere ai lettori un pensiero lucido quanto complesso. Foa è così: tu gli fai una domanda e lui ti risponde con altre due domande, ti costringe a scoprirti, a comprometterti. Foa non cerca lo scontro, il frontale, anzi fa del tutto per spostare il terreno del confronto, fa la mossa inattesa, la mossa del cavallo per richiamare uno dei suoi libri più importanti («Il cavallo e la torre», Einaudi). Foa cerca l'aspetto positivo nelle cose e nei processi.
Classe 1910, lucidità e gusto nella provocazione positiva, è vero che Vittorio Foa incorpora la memoria, ma è più interessato al presente e al futuro che non al passato. Vuole sapere come andrà il ballottaggio in Francia. Non pretende, per fortuna, previsioni certe ma aiuti alla lettura, e insomma per cavarsela con Vittorio è meglio cercare di fare come lui e rispondere con altre domande. Ma oggi si parla di 1º Maggio, la festa dei lavoratori. O almeno, da qui partiamo. (L.C.)

Che cos'è per te il 1º Maggio?
Il 1º Maggio richiama un'idea forte: il concetto di proletariato. Storicamente il 1º Maggio ha sempre rappresentato un segnale dell'ampiezza del proletariato. Il contenuto, tanto della festa del 1º Maggio quanto della categoria del proletariato è il lavoro umano. Pensando al 1° maggio mi si ripropone la domanda di che cosa viva ancora di tutto questo, e se sia possibile continuare a parlare oggi di proletariato, se esista un soggetto unico di riferimento. Io sono vecchio, tante cose sono cambiate ma non mi rassegno all'idea della fine del proletariato. Mi si può ribattere che oggi i lavori sono troppo diversi tra loro, ma questa non è una novità, non era forse vero in passato? Però, pur prendendo atto che non c'è più un punto unico di riferimento, non mi voglio rassegnare a un tale vuoto.

Come sostieni questa non rassegnazione, su cosa la fondi?
Io credo che per rileggere la categoria del proletariato, pur con tutte le straordinarie differenze e articolazioni al suo interno, ci possano aiutare due punti di riferimento. Il primo è il precariato, che esiste non solo nel lavoro ma anche nella vita di così tante persone. Il precariato è un elemento di unificazione di tanti aspetti della vita e suggerisce una riflessione più ampia sul lavoro umano e il suo destino. Il secondo punto di riferimento che vorrei suggerire come chiave dei lettura è l'immigrazione, con il suo portato di cambiamento che è un dato di certezza per il futuro. Perché è evidente a tutti che il mondo cambierà profondamente per effetto del processo immigratorio globale. E che conseguenze avrà questo mutamento nei rapporti umani, tra le persone? Mi sembra evidente che, dentro questo processo, un aspetto centrale è e sarà rappresentato dal lavoro umano, con tutte le sue incertezze e le sue speranze, con la straordinaria pluralità dei destini di ciascuno.

Eppure le categorie che vanno più di moda, anche a sinistra, sono altre. Per esempio, lo sviluppo, il sapere...
Come vedi, ho usato due punti di riferimento non professionali per definire una possibile rilettura del proletariato. Potremmo invece parlare di ricerca e di sviluppo del sapere, ma questo è un aspetto quanto mai contraddittorio, sarebbe come navigare nel vuoto. In astratto, la categoria del sapere è, direi, improbabile. Se si affronta dal punto di vista della formazione del lavoro umano, ti accorgi che quel che vuoi formare è già formato, o non lo sarà mai. Nel sapere si ritrovano tante cose e tante differenze straordinarie, quante se ne possono trovare nel reddito. E la considerazione sul reddito è automatica: c'è chi può e chi non può. Così è nella vita, e non ti sembra che ciò valga anche rispetto al sapere? Per questo tale categoria non la sento più come possibile riferimento per definire il lavoro umano, che è molto di più che un accumulo e un uso di energie, al tempo stesso è un insieme di passioni, di delusioni e speranze. Un insieme difficile da distinguere. Nel lavoro umano si rintraccia la pluralità dei destini che vive in ogni cosa umana. Se queste considerazioni di un vecchio come me hanno un senso, non ha invece senso alcuno parlare di fine, o scomparsa del lavoro.

Come si può distribuire il sapere in modo più equo?
Non so rispondere immediatamente alla domanda, e questo non mi preoccupa: l'importante è porsi il problema della diseguaglianza del sapere. So anche che non esistono quesiti o problemi insolubili. Così come so che ognuno è quel che è nel luogo e nel tempo in cui nasce, i nove decimi del destino di ognuno di noi sono segnati.

Lo pensava anche Carlo Marx...
Si, come dice Marx, la condizione determina l'essere. La domanda che dobbiamo porci, allora, diventa: come si fa a modificare l'essere? Ecco, anche in questo caso mi sembra già positivo porsi il problema.

Dire che non ci sono problemi insolubili è un messaggio di speranza ai giovani, un invito a diventare soggetti attivi del cambiamento.
Dicevo che non ci sono problemi insolubili, ma vorrei aggiungere che non credo nelle soluzioni immediate. Lo dico da riformista qual sono, anzi, preferisco usare un altro termine meno abusato: io sono gradualista. Le cose vanno avanti un po' alla volta, non mi convincono le soluzioni immediate.

Non dev'essere semplice per uno come te, che si rifiuta di accettare la teoria della fine del lavoro e del proletariato, prendere atto della cancellazione del lavoro e dei lavoratori come soggetto collettivo dall'agenda della sinistra. Nel manifesto del Partito democratico ci sono le persone, i consumatori. Non ci sono i lavoratori.
Io moralmente appartengo all'idea del centrosinistra. Ero contento quando ha vinto il centrosinistra, poi, invece, sono sopravvenute in me due amarezze. La prima è legata alla corsa di una grande quantità di persone alla conquista dei posti e dei soldi, il potere appare come un'occasione straordinaria per accumulare ricchezza.

Ti riferisci al primo centrosinistra, quello di Nenni e della stanza dei bottoni?
No, penso proprio al centrosinistra di oggi, quello che ha vinto con Prodi. Sul primo centrosinistra, quello di Nenni, ho già detto quel che pensavo tanti anni fa. La seconda amarezza mi viene dalla facilità con cui ci si pente, in particolare di essere stati comunisti. Meglio sarebbe affrontare una riflessione seria su quel che è stato il comunismo, dire qui ho sbagliato e qui invece avevamo ragione. Questi atteggiamenti mi disturbano e determinano in me una grande riserva sul presente. Certo, posso accettarlo, il presente, perché so bene che ci sono alternative possibili decisamente peggiori. Ma queste sono considerazioni da vecchio, e i vecchi hanno meno diritti, anche di pensare.

C'è chi sostiene che la mancata riflessione sul socialismo reale abbia prodotto una rimozione, e nella rimozione si è consumata la perdita delle radici.
Ho pensato a questo, ma la tesi mi convince relativamente perché la perdita di coscienza nasce molto prima del comunismo. Così come la nostalgia. Pensa per esempio alla nostalgia per un episodio rivoluzionario, la Rivoluzione francese, la Rivoluzione d'ottobre, o magari pensa al '68. Quei processi rivoluzionari sono falliti, ma la nostra nostalgia resta e non riguarda l'episodio rivoluzionario, bensì l'idea che gli uomini d'accordo tra di loro pensano di poter vincere lo spazio e il tempo. La nostalgia è per la fattibilità del mutamento attraverso l'azione comune, che è l'idea stessa della rivoluzione prima ancora dei suoi contenuti. Sono situazioni che capitano alcune volte nella vita e nella storia dell'umanità, quando si accumulano speranze, passioni. Cosa resta dopo? Magari dopo la sconfitta? Resta la nostalgia, voi la vivrete sempre la nostalgia. Quanto è durato il governo rivoluzionario di Robespierre? Un anno? Ben più a lungo è durata la nostalgia dei montagnardi. E non dura forse ancora la nostalgia di voi comunisti? In fondo, è la nostalgia per l'idea che il mondo cambierà, potrà cambiare. Con la nostra lotta comune.

Al giovane operaio, al precario nella vita e nel lavoro, a chi il lavoro neanche lo trova, quale messaggio ti senti di dare?
Si potrebbe essere indotti a pensare che se a Roma per il 1° Maggio resta solo un megaconcerto, allora non è che sia rimasto molto. Io non credo che sia in atto solo una riduzione a suoni dell'internazionalismo - e poi, ti sembra poco la musica, la musica vissuta insieme? - piuttosto penso a un'internazionalizzazione diversa. Le cose cambiano ma qualcosa comunque resiste. Ai giovani direi: pensate alla politica che è un pezzo decisivo nella vita delle persone, ma non è tutto. Allora pensate anche ad altro, e soprattutto pensate agli altri. Pensare agli altri è già una prospettiva di vita.

“il manifesto” 2007.05.01

Ilva di Taranto. Vita e morte di un operaio (Francesca Caliolo)

Francesca Caliolo è la moglie di Antonino, un operaio dell'Ilva di Taranto morto il 18 aprile 2006 in un incidente sul lavoro. Nel suo racconto Francesca ridà voce al suo compagno che non c'è più e fa emergere le storie di tante donne tarantine, la sua come quella di Vita, Patrizia e tante altre - mamme, mogli, compagne o sorelle - che hanno elaborato il lutto e trasformato il dolore in rabbia, ribellione e lotta nelle tante iniziative e nei processi per chiedere giustizia. “il manifesto” pubblicò il racconto nel 2008, ben prima che pronunciamenti giudiziari e cronache puntuali fornissero all’intera opinione pubblica nazionale le certezze e i dati di un massacro, che continua e che ha avuto molte complicità. (S.L.L.)

Il giorno in cui misi piede per la prima volta nel cantiere Ilva di Taranto fui preso dallo sconforto, come mai mi era accaduto nella mia lunga esperienza lavorativa. Difficile arrivare alla fine di quella giornata. Trovare quel lavoro non era stato facile: dopo mesi di mobilità e decine di domande un contratto a due mesi mi aveva dato respiro. Conoscevo già il cantiere per averci lavorato in trasferta qualche anno prima. La sensazione che avevo ora, però, era di definitiva appartenenza a quel luogo e questo mi infondeva pessimismo per il futuro. Dovevo avere un'espressione molto avvilita se, tornato a casa, mia moglie mi abbracciò forte, dicendosi sicura che presto avrei trovato qualcosa di meglio. Invece restai in quella ditta per due anni, passai in un'altra come caposquadra per altri due, per poi tornare alla prima divenendo vice-capocantiere circa tre anni dopo. Questo scatto di livello mi gratificò, gravandomi al tempo stesso di una grande responsabilità a causa di lavori molto impegnativi che eravamo chiamati a fare.
Ciò che restava immutato era il paesaggio. Contro un cielo velato dai fumi, si stagliavano bizzarre architetture: come cattedrali futuriste consacrate alla grande economia, svettavano numerose ciminiere attorniate da condutture metalliche che percorrevano in lungo e in largo la città-cantiere, trasportando enormi quantità di gas, per arrivare ai potenti altoforni capaci di ridurre i metalli in lava incandescente.
A fumi e vapori si aggiungeva il polverino, come lo chiamavano qui, che si sollevava dalle nere colline di carbone dei parchi minerali, in una sorta di moderna rivisitazione dell'Inferno dantesco. Di tanto in tanto, paradossalmente, il tutto era avvolto dalle note dell'Inno alla gioia di Beethoven, diffuse dagli altoparlanti per sottolineare il momento culmine della «colata». A questo scenario pian piano non ci feci più caso, se non per il fatto che gradualmente contribuiva ad aggravare la mia allergia.
La prima estate che affrontai in Ilva fu una delle più calde in assoluto, toccò i 40 gradi e a noi toccò ristrutturare un altoforno ancora caldo situato vicino a un altro in funzione, a 1.800 gradi. In seguito bisognò revisionare dei silos contenenti residui oleosi che impregnavano le nostre tute rendendole inutilizzabili; condutture buie e fuligginose che ci rendevano irriconoscibili come minatori a fine turno; strutture poste ad altezze irraggiungibili da chi non avesse una qualche capacità funambolica. Difficile raccontare questo stato di cose a chi non conosceva quell'ambiente.
E infatti non lo raccontavo. Non lo raccontavo ai conoscenti, non lo raccontavo ai parenti. Non lo raccontavo agli storici amici insieme ai quali avevo condiviso battaglie sociali: col tempo le nostre vite erano cambiate, dal punto di vista del lavoro però, la mia vita era cambiata più delle loro. Lavoratori per lo più «di concetto», li ritenevo teorici idealisti, lontani anni luce dal mondo cui accennavo loro con battute ironiche. Mia moglie era l'unica a conoscere nei dettagli la mia realtà lavorativa. Quasi ogni mattina mi chiamava per un rapido saluto che mi rincuorava e poi, una volta a casa, mi martellava di domande per conoscere tutto della mia giornata. Benché restio a raccontare aspetti poco rassicuranti per lei, mi ritrovavo poi a farle un resoconto completo anche di dettagli tecnici. Questo suo modo di essermi vicina era parte integrante di una condivisione totale della nostra vita, e aveva in effetti il potere di alleviare tante giornate difficili, così come mi aiutava il bellissimo, profondo legame con i nostri figli.
Ma anche al lavoro mi aiutavano i contatti umani. Ci tenevo a stabilire rapporti di amicizia prima che professionali; una risata, una battuta, qualche aneddoto ci faceva superare le giornate più pesanti. Avevo buoni rapporti con tutti o quasi e avevo rispetto per i superiori come per l'ultimo arrivato: in passato avevo subito troppe vessazioni solo per essermi opposto a delle ingiustizie da parte di capi tesi ad affermare il proprio ruolo, per non nutrire rispetto per chi avevo di fronte. Oltretutto lavoravo quasi sempre al fianco dei miei operai per condividere rischi e fatica. Era nel periodo delle «fermate», vale a dire il blocco produttivo di un settore del cantiere che permetteva a noi di intervenire, che divenivo duro ed esigente, preoccupato che tutto andasse per il meglio.
Ad ogni modo, odiavo quel lavoro. Non lo lasciavo perché volevo mettere un po' di risparmi da parte per avviare una attività indipendente, magari nella ristorazione. Cosa non facile con una famiglia monoreddito e due figli in crescita. D'altro canto, per quanto ancora avrei potuto svolgere un lavoro così usurante con due vertebre schiacciate, un menisco lesionato e una tendinite al braccio destro? E comunque sognavo un lavoro che mi lasciasse più tempo per vivere insieme alla mia famiglia e programmare finalmente delle ferie in estate, seguire il calcio, la politica, fare passeggiate senza sentirmi stanco e stressato.
E se la stanchezza era dovuta alla manualità del lavoro, lo stress derivava dal carico di responsabilità per l'esecuzione tecnica secondo precisi parametri e tempi sempre troppo limitati, dettati da gare al ribasso, che ci imponevano turni impossibili, arrivando a volte a lavorare per 16 e addirittura 24 ore di seguito! Nel contempo bisognava fare attenzione che nessuno si facesse male e, a dire il vero, la frequenza degli incidenti in tutta l'Ilva non lasciava ben sperare.
A fine giornata pareva un bollettino di guerra, con incidenti di tutti i tipi: ustioni, intossicazioni, fratture e, qualche volta si moriva anche. Le morti ci lasciavano attoniti a pensare all'esagerato tributo da pagare in cambio di un lavoro di per sé duro e alienante. Eroi, martiri del lavoro? Nessuna medaglia, non funerali di stato. E credo che nessuno di quegli uomini avesse voglia di immolarsi a un dio che chiedeva sacrifici in nome di interessi economici e non si prodigava ad attuare migliori misure di sicurezza, definendo «morti fisiologiche» quelle 2-3 che in media si verificavano per anno in un cantiere dove operavano circa 20.000 persone. Ci sentivamo impotenti, rassegnate formiche al cospetto di un colosso; protestavamo e poi, dovendo continuare a lavorare, cercavamo di scongiurare la morte cercando di non pensarci. D'altronde nella nostra ditta non era mai morto nessuno.
Sono passati ormai quasi nove anni dal mio ingresso in Ilva e sono ancora qui, alle prese con un'ennesima «fermata» che si presenta particolarmente complicata e che mi ha caricato di tensione già da qualche settimana. Neppure questa pausa pasquale è servita a ricaricarmi, neppure la giornata di ieri passata in campagna respirando aria pura, cosa non comune per me. Ho avuto da ridire con mia moglie anche prima di andare a dormire, col pretesto che non aveva sistemato bene la piega del lenzuolo. Lei ci è rimasta male perché era stanca, ma io ero nervoso e intrattabile e non ci siamo neppure dati la buonanotte. Più tardi appena avrò un po' di tempo la chiamerò per scusarmi, tanto ormai lo sa che se non termina la fermata non torno sereno. E questo lavoro ci dà già delle noie, un'operazione che non va per il verso giusto, ci tocca smontare e rimontare.
Siamo a venti metri da terra per sostituire delle valvole di un enorme tubo che è stato svuotato, così ci hanno assicurato, del gas che trasportava.
Indossiamo maschere collegate a bombole d'aria perché potrebbero esserci residui di gas, non è la prima volta che torno a casa con nausea e mal di testa da scoppiare. E infatti verso le dieci ho soccorso un ragazzo che si è sentito male. Questo gas è inodore e insapore, perciò più insidioso; un paio di noi hanno il rilevatore ma ormai è certo che da qualche parte c'è una perdita, comincio ad avere mal di testa. Comunque noi siamo abituati ad operare così, né la ditta né l'Ilva si possono permettere di bloccare i lavori ogni volta che qualcosa non va, non gli conviene. A noi scegliere poi se ci conviene rischiare o non lavorare più. Meno male almeno che i turni ora sono regolari, in fondo non è la prima volta che respiro questo maledetto gas, mi dà nausea, vertigini, mal di testa, ma una volta a casa mi riprendo, devo resistere fino ad allora.
Intanto il cellulare continua a squillare, sono quelli dell'altra squadra ed io per rispondere e richiamarli devo togliere la maschera, non posso ogni volta scavalcare questo tubo che ha 3 metri di diametro per raggiungere la postazione di sicurezza, perderei troppo tempo. Anche la scala di accesso è dall'altra parte, così mi allontano del massimo che mi è consentito. Stiamo lavorando come forsennati, vorrei che Gabriele fosse qui e ci vedesse, capirebbe perché insisto tanto sul fatto che studi; ultimamente sono stato anche un po' duro con lui, ma non vorrei mai che si trovasse costretto un giorno a fare questo. Ora non ce la faccio proprio più, mi sento mancare le forze.
Mi allontano verso l'ufficio, vorrei chiamare Franca ma si accorgerebbe che qualcosa non va, non voglio preoccuparla. Nella mente mi scorrono delle immagini, mi rivedo ragazzino a bottega dal fabbro, durante le vacanze estive, mentre i miei amici giocano nel cortile dell'oratorio vicino. Ma io ho perso mio padre a nove mesi e son dovuto crescere in fretta. Mia madre, contadina, ha dovuto tirare su cinque figli da sola. Con un diploma professionale, non ho trovato di meglio da fare che il muratore, stringendo i denti per la fatica eccessiva per un fisico esile come il mio. Qualche anno dopo sono diventato un bravo venditore di macchinari per falegnameria, con i cui proventi ho potuto costruire la mia casa. Dopo nove anni il mercato ristagna, torno così alla condizione di operaio stavolta metalmeccanico, nel Petrolchimico di Brindisi. Dopo altri nove anni la ditta ci impone la condizione di trasfertisti; non ce la faccio ad allontanarmi dalla mia famiglia e rifiuto, ritrovandomi così in mobilità. Fino ad oggi ho trascorso quasi nove anni qui in Ilva e chissà, forse la mia vita avrà una nuova svolta.
Non cerco di dare un senso a questa mia vita di fatica e sacrifici. Il senso è già tutto negli affetti. D'altronde la felicità non è una condizione continua, se non nelle fiabe. Noi dobbiamo accontentarci delle piccole cose e vivere intensamente i momenti di felicità che ci capitano, come dice mia moglie, che sa restituirmi la gioia di vivere. Ora devo tornare al lavoro, non mi sento ancora bene. Qualcuno mi sconsiglia di risalire, non ho un bell'aspetto, dice. Non posso, siamo una squadra e io ne sono anche responsabile. Infatti i problemi non sono ancora risolti; insistiamo, ricominciano le telefonate. Cambia il turno, mi sollecitano a lasciare ad altri il completamento del lavoro. Non posso, ci sono quasi riuscito, è un lavoro pericoloso, meglio completarlo. Stasera a casa voglio abbracciare Franca, Gabriele e Roberta, dire loro quanto li amo, proporgli di fare una crociera, è tanto che ci penso e poi voglio cambiare lavoro, non ce la faccio più, sono stanco, stanco, così stanco che all'improvviso ho voglia di dormire, mi si chiudono gli occhi, squilla il cellulare, dormo.

Amore mio, è passato tanto tempo da quando non ci sei più. Quante volte mi sono chiesta se non sentivi lo squillo della mia chiamata, se proprio in quel momento cadevi, se pensavi a noi.
Di quel giorno posso ricordare tutto, posso anche rivivere lo straziante dolore di una realtà dura da accettare, così dura da far crescere in un attimo i nostri ragazzi, proiettati improvvisamente davanti alla morte, quella del loro adorato papà. Voglio credere che quel giorno il Signore ti abbia fatto cadere tra le sue braccia, per portarti a vivere una felicità mai provata prima. Voglio credere che tu sia qui tra noi, che continui a proteggerci col tuo amore e la tua tenerezza. Dev'essere così, altrimenti non saprei spiegarmi perché continuo ad amarti tanto e ad avere la forza di vivere senza di te.

“il manifesto”, 30 dicembre 2008

Memorie siciliane – Bagheria. “Tre gocce di zammù” (Tonino Pintacuda)

Bagheria, Corso Umberto
La nonna ci tirava su ad acqua fresca e tre gocce di zammù, l’anice che la ditta Tutone imbottigliava ininterrottamente dal 1813, da quando Bolivar s’era preso Caracas e tutto il Venezuela, dove il nonno aveva due fratelli e tre cugini che erano andati a cercar fortuna lì, sognando di divenir ricchi tanto da farsi il pediluvio e il bidè col petrolio.
Quando la fame rummuliava negli stomaci il beccuccio dell’oliera d’acciaio tracciava generose scie d’oro sul pane appena scaldato sulla piastra della cucina economica che divorava ciocchi d’ulivo e di limone. Dopo la merenda c’era il riposino obbligatorio che durava sino all’ora di Dallas da vedere in ossequioso silenzio che l’alternativa era la mitragliata di sculacciate col battipanni di canapa intrecciata.
Gli anni dello zammù e di Dallas sfumano tra quello che veramente ricordiamo e quello che le nostre madri ci hanno raccontato tra il dolce e il caffè in occasione delle sempre più rare rimpatriate
familiari. Perché siamo andati tutti a cercar lavoro in mezzo al nulla, in quei posti dove la nebbia ti si appiccica addosso e non ti lascia più sorridere.
La casa del Corso la sentivamo più nostra delle rispettive abitazioni, il collante di tutto era la nonna che si faceva il tuppo e poi incominciava la sua giornata inzuppando e facendoci inzuppare gli acitusi frolsi in tazzoni di latte intero che gli portava un vero vaccaro, gli altri lo fecero quando ci fu Chernobyl e l’incubo radioattivo, la nonna l’aveva sempre fatto e sempre lo fece sino a quando chiuse gli occhi all’Ospedale Civico.
Ricordavamo ancora ogni nicchia: ecco la scala da cui era ruzzolato per chiamare la nonna quando arrivò la notizia che il nonno era morto nell’officina sotto un’alfetta cercando inutilmente di avvitare l’ultimo bullone della sua vita; e poi su, sino alla terrazza in cui la nonna teneva le galline a cui tirava il collo con le lacrime agli occhi per fare il brodo, quando erano troppo vecchie per le uova; ecco poi la poltrona di pelle in cui la nonna cuciva col ditale smaltato sul medio, punto dopo punto; e la zia Caterina che s’asciuga i capelli nella terrazza in pieno sole, salutando gli amici che vede passare in strada negli abiti buoni della festa. Le caramelle alla carrubba erano sempre lì, sulla mensola più alta dove la nonna teneva la moka e lo zucchero di canna. La pendola del soggiorno segnava le ore con costanza e dal finestrone la luna sembrava una caciotta gonfia e madida, pronta per essere affettata e mangiata col pane buono di paese.
L’ultima immagine è di lei sulla sedie a rotelle una domenica di una ventina d’anni fa, con i capelli per la prima volta sciolti, ancora più grigi sotto il neon e lunghi sino alle spalle, con le ciabatte rosse come fichi d’india appena sbucciati.
Si mangiò ammucciune nella sala d’aspetto una sfincia di San Giuseppe, se la mangiò di gusto sapendo che era davvero l’ultima della sua vita.
Al funerale ci andarono solo i cugini grandi, noi eravamo troppo piccoli per capire che ci portavano via la nonna per sempre. Restò la bisnonna e il suo Alzheimer a chiamar tutti indistintamente con il nome della figlia perduta.
Nessuno ebbe il coraggio di dirlo alla bisnonna e lei, che aveva già seppellito un marito e un fratello, ci aiutò chiudendosi in quel mondo tutto suo e parlò per il resto della vita come un oracolo, piano piano come le foglie della vite nel vento. Chiamava e aspettava i suoi cari ogni sera sull’uscio, sino a quando la zia le diceva che avevano appena chiamato e che restavano a Palermo dalla zia Ninicchia. Quando ci vedeva piangere diceva sempre che solo alla morti non c’è rimedio. E giù lacrimoni peggio di prima. Sapevamo bene che uno da solo non è buono manco per mangiare e così passavamo ancora più tempo assieme per vincere quel lutto che si masticò la nostra infanzia e tutto quello di buono che c’era stato nella casa del Corso.

dalla rivista on line “Pupi di Zuccaro – contro un inarrestabile svanire”

Mulinciani ammuttunati. Una ricetta di Vicé (Vincenzo) Vasile

Sono necessarie le melenzanine nere.
Si fa un sugo molto denso di pomodoro passato. Lo so che ci sono le bottiglie nei supermarket, ma è altra cosa.
Si praticano buchi non molto profondi nelle melanzane che a Palermo si chiamano melenzane. E dentro si mettono pezzetti di aglio, pezzetti di caciocavallo e molte foglioline di menta.
Il sugo deve coprire le melenzane nella casseruola, cuocere a fuoco lento mezz'ora o qualcosa di più (attenti a che non si attacchino!).
Ammuttunatu vuol dire imbottito e per caciocavallo in Sicilia s’intende un gustoso formaggio vaccino a forma di parallelepipedo. Il più pregiato è quello ragusano.
Per questa ricetta deve essere piuttosto fresco, non molto stagionato.  
Si possono mangiare come piatto unico. Oppure condirci la pasta, volendo: ma è una barbarie.
Piatto unico con pane fresco, o addirittura caldo!

da fb

"forse un giorno mio figlio..." Una poesia di Luigi di Ruscio

Luigi di Ruscio con il figlio nel 1960
forse un giorno mio figlio racconterà a mio nipote
che il nonno era comunista e questa frase
acquisterà un sapore assurdo
come se mi avessero detto che il mio bisnonno
era giacobino e regicida
comunque io non ho fatto che scrivere versi
ho messo carta davanti alla belva
e quando scrissi una lunga poesia per un parto
improvvisamente avvenuto in vicolo borgia
una lunga poesia di cui rimane solo un verso
i tuoi piedi che ancora non hanno toccato la terra
questo verso potrai adoperarlo


da Firmum Edizioni Pecqod, 1999

Luigi di Ruscio: ritratto di un poeta (di Angelo Ferracuti)

Stavo sopra un tram a Mala Strana, la città vecchia di Praga, quando un sms ha raggiunto il mio cellulare: «Forse già saprai la cattiva notizia ... zio Gigi è morto stamattina alle 4».
Era sua nipote Letizia che scriveva. Negli ultimi tempi «questo vecchio», così come si definiva a volte il mio amico scrittore Luigi Di Ruscio, mi è stato più vicino che mai, e io a lui, voglio sperare. Pensarlo malato ad Oslo mi angosciava parecchio. La condizione di emigrato la esprimeva così: «La mia cittadinanza italica è intatta, ho nostalgia dell'Italia quando sono in Norvegia e la nostalgia del giardino botanico di Oslo con gli odorosissimi cespugli in Italia». Quando tornava a Fermo, nella città che aveva raccontato per tutta la vita, aveva sempre l'aria spaesata dell'emigrato, e camminava parecchio per le vie e i vicoli andando a rivedere certi luoghi che ormai erano cambiati moltissimo e che non riconosceva più, così come a volte non riconosceva le persone, o le scambiava per altre. Una volta, parlando di un intellettuale molto noto che viveva qui, un fotografo, mi disse: «Sembra lui l'emigrato»; il tizio in questione secondo lui sembrava non sapere niente di quello che succedeva dove stava vivendo. Come se lui, invece, da quelle lontananze scandinave tenebrosissime di Oslo, ne conoscesse di più: cose venute a sapere dagli amici che gli scrivevano o lette in internet, dove teneva d'occhio quasi in tempo reale la stampa locale.
Pensare che in Norvegia ci era andato per raggiungere i miei zii Cesare e Dina alla fine degli anni '50, con in tasca il suo primo libro di versi Non possiamo abituarci a morire, uno degli esempi più alti del neorealismo in versi. Era un sottoproletario del Vicolo Borgia, e se ne andò da qui perché si sentiva fuori posto, come spesso accade ai giovani di diverse generazioni, o ai giovani e basta. Comunista di base e poeta, muratore e scrittore, persino ammirato da Fortini e Quasimodo, una bestemmia nella provincia papalina di allora, ancora oggi plumbea, massonica e d'un cattolicesimo invalidante per le coscienze libere, come se per coazione a ripetere antica in questa nostra città ogni gesto di liberazione si autosoffocasse già nell'incubazione. Zia Dina, che lavorava in una sartoria importante, quella che serviva i Reali, ci mise parecchio per trovargli un primo lavoro come lavapiatti. Se lo ricorda molto timido, impacciato, un extracomunitario ante litteram. Anche se questa in realtà era la sua forza, quella naturale, inclassificabile dell'esule. Il proprietario, che non era ben disposto, leggendo le referenze di una ragazza di bell'aspetto e dalle forme giunoniche, nerissima di capelli, le disse: «Senta signora, se lei riesce a fargli ottenere il permesso di lavoro lo prendo», ma era come se stesse assumendo lei in realtà. Mio zio Cesare prima di tornare in Italia gli lasciò il suo vestito di nozze e il posto che aveva nella fabbrica di chiodi, la Christiania Spigerverk, dove poi Luigi fece l'operaio sulle trafilatrici per quarant'anni, scrivendo di notte sulla sua Olivetti meccanica.
Nel luglio del 1987 feci un viaggio in Scandinavia. Così, trovandomi una mattina a Oslo, mi venne in mente di cercarlo. Oslo è una grande città, non è così facile spostarsi da una parte all'altra. Non sapevo come fare per rintracciarlo, e pensavo che sarebbe rimasto solo un mio desiderio mancato. Invece entrando in un grande edificio, credo una specie di centro informazioni per turisti, e con l'aiuto della mia prima moglie che parlava perfettamente inglese e francese, riuscii a farmi consegnare dagli impiegati una guida del telefono. Il nome Di Ruscio c'era veramente, mi sentii improvvisamente fortunato, così lo chiamai e mi rispose subito molto cortesemente all'altro capo del filo, anche sorpreso che io potessi stare in carne ed ossa da quelle parti. Tanto che mi diede appuntamento per il pomeriggio stesso proprio all'indirizzo dove gli scrivevo le mie lettere appassionate, Aasengata 4.
Sono passati tanti anni, e solo con l'aiuto delle fotografie riesco a ricordarmi il suo appartamento con un tinello largo dove c'era un divano con delle poltrone, e più avanti una portafinestra che dava su un balcone dove lui, in lontananza, mi indicò la fabbrica dove lavorava. «Lì si produce una quantità infinita di chiodi» disse Luigi. Sua moglie Mary non riuscimmo a incontrarla, disse che era timidissima, si era nascosta da qualche parte, forse in camera da letto. Luigi ci preparò un caffè, ricordo, poi passammo insieme un intero pomeriggio visitando, tra le altre cose, il Vigeland Park, davvero un posto molto bello, interamente costruito da questo scultore che per tutta la vita lo ha arricchito con i suoi lavori sul ciclo della vita. Ricordo un obelisco fatto di corpi aggrovigliati che credo avesse a che fare con l'idea delle generazioni, e riguardando adesso le foto di Luigi che passeggia insieme a noi mi rendo conto che sono passati trent'anni. Andammo anche al cimitero ebraico e a quello monumentale dove c'erano le tombe di Munch e di Ibsen, ed io e Patrizia restammo sorpresi e incantati per l'assoluta semplicità di queste pietre sepolcrali che non erano in realtà monumentali come quelle italiane, ma essenziali e scarne al massimo.
Luigi era quello che avevo visto a Fermo durante i suoi fugaci rientri: camicia militare, tascapane in spalla. Allora fumava ancora tosto e rollava le sue sigarette lavorando con le dita il tabacco, che se non sbaglio era un Samson. Mi fece vedere il suo "fortino" dove in una scrivania stracolma di fogli la faceva da padrona la Olivetti lettera 44, forse era una 22 non ricordo. Si trattava di un piccolo studio senza finestre: il bunker dove progettava i suoi versi e le prose fluviali.
Ultimamente lasciava messaggi nella mia casella di posta quasi tutti i giorni. «Se faccio un altro libro si allunga la vita», questo era il tenore di una delle tante mail che ci scambiavamo di continuo. Ma negli ultimi giorni non rispondeva più. Avevo letto le sue "Poesie operaie" (Ediesse) a Jesi durante la "Notte rossa", al picchetto della Fiom davanti alla fabbrica Fiat, mentre i giovani operai che non conoscevano questo loro Antenato di Oslo ascoltavano attentissimi, glielo avevo voluto far sapere a Luigi. Lessi la celebre poesia del porco: «Chiudere un porco vero nel reparto/non un porco normale/un porco insomma un maiale insomma/ chiuderlo nel reparto per otto ore/ vediamo come reagisce l'associazione protezione animali/vediamo come reagisce a questa estrema crudeltà un il maiale/ schianta strozza impazzisce si indemonia/vediamo se è ancora commestibile» (...) «apri il suo cervello vedi cosa medita/misura la sua rabbia aspettatati che scoppi».
«Caro Angelo, grazie, veramente grazie, una piccola prova della persistenza della mia poesia, tante volte ho il sospetto che tutto quello che ho scritto non vale niente. Invece la mia poesia viene adoperata in una situazione giusta, nelle lotte operaie, è una notizia molto bella, un forte abbraccio Luigi» mi rispose il 31 gennaio. Le frasi delle ultime mail erano smozzicate, ridotte ai minimi termini, non c'era più l'allegria, le sue impennate comiche, caustiche contro i potenti e la vita. L'anno scorso avevamo fatto un libro insieme da Transeuropa per ricordare i nostri compleanni, "50/80", ci eravamo divertiti a metterlo insieme. Conservava anche a ottant'anni lo spirito meravigliato di un bambino. La visceralità e la capacità di mantenere intatta una percezione primaria, che è quella della meraviglia, quella di apprendere sempre al presente e all'improvviso mentre scriveva, aggregando tutto in questo verbale infinito che in prosa o in versi sembra sempre ricominciare e mai finire. Mi attraeva la sua lingua inimitabile, la capacità di creazione del dettato, il ritmo vertiginoso e l'interrogarsi su se stessa, sul suo farsi, contemporaneamente, e poi la capacità di inglobare tutto, presente e passato, le storie e con loro l'epica della Storia, fino all'ultimo episodio della vita privata, l'attimo. Insomma, ero attratto da una specie di "ordigno" letterario che appariva sempre sul punto di esplodere, e in questo modo riusciva a mantenere una continua tensione.
Quando uscì Poesie operaie, che curai insieme a Massimo Raffaeli, lo accompagnai a Roma dove, con Andrea Cortellessa, presentammo il suo libro alla Casa delle Letterature e poi, insieme, a Radio3. Lo misero nello studio a leggere cinque poesie, quella era la consegna, ma credo ne lesse alla fine una quarantina, commentandole ogni volta in modo molto «concreto», divertito, pieno di aneddoti, ridendo a più non posso come un bambino felice, e fuori c'era assiepato un pubblico di redattori, tecnici, conduttori, e lui non finiva mai.
Una volta, durante una delle nostre passeggiate tra i vicoli di Fermo, mi aveva detto quasi con scherno, ridendo e pensando forse alla sua storia letteraria di eterno outsider, quella di un infinito "caso": «E che se Leopardi non pubblicava con l'Einaudi non era Leopardi?» Aveva ragione, ci ripenso spesso. E suona come un paradosso del destino adesso il fatto che dopo anni di clandestinità aveva consegnato un romanzo a Feltrinelli. «Chissà se riuscirò a vederlo» mi aveva scritto malinconico un paio di mesi fa. Sapeva che gli restava poco da vivere.

“il manifesto”, 27 febbraio 2011

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