9.6.14

Ebrei di Galizia (Elie Wiesel)

Forse Elie Wiesel, che nel 1986 vinse il Premio Nobel per la Pace per il suoi impegno civile contro razzismo e violenza, avrebbe poi dovuto riconsegnarlo, considerato il suo sistematico allineamento con le scelte dei governi israeliani, perfino in quelle pratiche di colonizzazione che neppure il più benevolo degli osservatori può interpretare come autodifesa. In verità Wiesel non è stato né il primo né l'ultimo vincitore di Nobel a smentire le speranze in lui riposte da chi assegna il premio. La paginetta di memorie che qui recupero da un vecchio “Europeo” mi pare comunque assai bella, rievocazione di un mondo perduto su cui si è abbattuta una immane tragedia. (S.L.L.)

Non ho mai incontrato Joseph Roth. Morì nel 1939 a Parigi, quando io ancora andavo a scuola nella mia cittadina natale inselvata qua o là fra i Carpazi in Transilvania. Ma conosco la sua opera di romanziere e l'ammiro. II suo universo mi è familiare, il suo paesaggio mi è vicino. Mi ci muovo come per le strade polverose e assolate della mia infanzia. Ci ritrovo le foreste e i loro fantasmi, le fiere paesane e i loro odori, i mendicanti e le loro canzoni; ci ritrovo anche gli ebrei, giovani e vecchi, sorridenti e malinconici, che ancora oggi al di là della loro morte seguitano a sconvolgermi, tanto suggerisce disfatta e abbandono quel loro destino fatto di preghiera e di speranza. Sono gli ebrei dell'Europa centrale, e non si può adottare verso di loro un atteggiamento indifferente. O li si ama o li si detesta. Ma io li amo. Li amo perché troppo li hanno detestati e in troppi e per troppi motivi e per troppo tempo. Li amo perché loro non sono più di questo mondo: inghiottiti da una tempesta di cenere.
Li amava anche Joseph Roth. Malgrado il suo augurio di essere definito «ebreo assimilato». Suo malgrado. Per rendersene conto basti leggere e rileggere il suo Ebrei erranti. Nella prefazione, manifesta per loro più che affezione. Tutto il libro è un canto d'amore per quegli ebrei di Galizia o di Romania che certi spiriti cosiddetti illuminati trattavano con sprezzo imperdonabile, rimproverandoli di essere «sporchi». Ma non per quelli aveva scritto il libro. Diceva: «Nutro la folle speranza che esistano ancora i lettori dinanzi ai quali non occorre stare a difendere gli ebrei dell'Europa orientale, i lettori che hanno stima per il dolore, per la grandezza umana e per la sporcizia che accompagna dappertutto la sofferenza». Sporchi? Preferisco dire «poveri».
Già, erano ben poveri quegli ebrei nei loro paesini e cascinali dimenticati. Lo ignoravo allora; oggi lo so. Me ne sono reso conto molto più tardi, quando sono rientrato nella mia città vent'anni dopo che ne ero uscito. Ho rivisto le case degli amici: tuguri umidi e bui. Ho rivisto le botteghe dove speziali e sarti, pescivendoli e rilegatori si erano dati da fare dalla mattina alla sera o fino a notte per poter sopperire ai bisogni delle loro famiglie sempre troppo numerose. Ho rivisto la casa di mio padre: mi si spezzava il cuore. E io che avevo creduto fossimo ricchi... No, da noi i ricchi erano semplicemente meno poveri dei poveri, niente di più. Con la differenza che i poveri erano consapevoli della loro povertà, i ricchi no. Alla fine hanno conosciuto la stessa sorte. Tutti scomparsi. Il nemico non voleva nessuno di loro nel suo regno su cui sette volte è scesa la maledizione e sette volte il maleficio. Loro lo disturbavano. Doveva sbarazzarsene. Provo spesso il bisogno irresistibile di rivederli. Chiudo gli occhi come rispondendo a un appello nostalgico e me li evoco alla mente. Per rivedere loro vivi? Per rivedere me in vita. Dopotutto, a loro devo molto. Devo la mia memoria. Che cosa sarei senza la memoria? Che cosa sarei senza di loro?


“L'Europeo”, 9 maggio 1987

8.6.14

Orologi nella storia (Valerio Castronovo)

L'orologio astronomico di Praga
«Se si installa un orologio pubblico, i mercanti verranno più numerosi alle fiere, la comunità vivrà più lieta e contenta e condurrà un'esistenza più ordinata, e la città ne guadagnerà in bellezza», asseriva una petizione presentata nel 1481 al Consiglio comunale di Lione. Da «tempo della Chiesa», quando i primi rudimentali esemplari dell'orologio meccanico (comparsi alla fine del Duecento) servivano soprattutto ad avvertire i fedeli delle «ore canoniche» legate agli uffici religiosi, la giornata si era ormai secolarizzata, trasformandosi in «tempo del Mercante», per usare una felice espressione di Jacques Le Goff. E in un'epoca in cui nessuno o pochissimi possedevano un orologio portatile, era naturale che si avvertisse l'esigenza di un orologio pubblico, piazzato al centro dell'abitato, il cui suono potesse essere udito a grande distanza da tutti.
Ma l'utilità pratica non costituì l'unico motivo della crescente diffusione, fra il XIV e il XV secolo, degli orologi da torre: che, oltre a battere, cominciavano a indicare le ore incise sulla ruota oraria. C'era da soddisfare anche l'orgoglio municipale, lo spirito d'emulazione; più che della precisione ci si preoccupava della preziosità degli orologi, della ricchezza e della varietà dei loro motivi ornamentali. Ma un punto d'onore altrettanto importante per le singole municipalità era costituito dal possesso di meccanismi sempre più complessi e ingegnosi, tali da mostrare anche i movimenti celesti del sole, della luna e dei pianeti, i segni dello zodiaco, in grado perciò di soddisfare la curiosità popolare sul corso degli astri. E non importava se questi apparecchi sempre più ingombranti, venivano a costare, fra spese d'acquisto e di manutenzione, un autentico patrimonio, che le finanze comunali stentavano spesso a mettere insieme.
La storia dell'orologio, insomma, non è solo la storia della prima macchina di precisione (messa a punto nel secolo XVII con i perfezionamenti apportati alla regolazione del moto grazie al principio del pendolo), ma anche la storia di una certa evoluzione della mentalità e del costume collettivo. Nato agli esordi della civiltà urbana e mercantile per misurare le cadenze del lavoro, per «iniziare i viaggi e altre cose necessarie in questo mondo», impostosi all'immaginazione popolare con i suoi astrolabi e «calendari mobili», l'orologio contribuì ad accentuare i tratti scientifici e meccanicistici della cultura che l'aveva espresso: anche se, entrato nell'uso privato a cominciare dal secolo XVI, conservò a lungo un'importanza più decorativa che funzionale, quale suppellettile delle dimore aristocratiche o come ornamento della persona.
In un saggio tanto lineare quanto piacevole (Le macchine del tempo, II Mulino, pagg. 141, lire 8.000) Carlo Maria Cipolla attribuisce alla concezione meccanicistica dell'universo, di cui l'orologio fu una delle espressioni più tangibili (al punto che Domineddio fu sovente raffigurato come un orologiaio d'eccezione), il primato conquistato dall'Occidente europeo sul resto del mondo nel corso dell'età moderna. Non soltanto perché la scoperta e l'applicazione di strumenti scientifici sempre più efficaci permisero l'espansione del commercio su grandi distanzee e lo sviluppo della navigazione oceanica, ma anche perché l'introduzione di ogni macchina concorse a creare le condizioni sociali e culturali per la sua stessa diffusione e per la produzione di altre macchine. In sostanza, furono il gusto per le innovazioni, la vocazione al cambiamento, l'assiduità nell'esperienza pratica a porre le basi della continua accumulazione di nuove cognizioni e opportunità che consentirono all'Europa di annullare prima la sua inferiorità scientifica nei confronti del mondo arabo e, successivamente di far valere la propria supremazia tecnologica sull'Oriente e sull'Asia.
E' significativo a questo riguardo il genere di reazioni suscitate dalla comparsa dell'orologio in un paese come la Cina, che pure era stato sempre affascinato dai problemi del tempo e dell'astronomia. Ancora alle soglie dell'Ottocento, dopo quasi tre secoli dalla sua prima introduzione ad opera dei Gesuiti (che se ne erano serviti per accedere al Palazzo imperiale di Pechino), l'orologio continuava ad essere generalmente considerato come un giocattolo, una divertente stranezza, non molto dissimile da altre bizzarre novità meccaniche piovute casualmente dal cielo con l'arrivo degli europei. In Cina non era il mondo cittadino del commercio e degli affari a scandire il tono e gli sviluppi della cultura, ma un'élite di letterati e mandarini nutriti all'arte e alla filosofia, mentre i contadini misuravano il tempo in termini di giorni e di anni, non di minuti o di ore.
Ma anche in Europa le vicende connesse all'evoluzione dell'orologio recano il segno di precise cadenze culturali, politiche e sociali. Nel tardo Medioevo e nel primo Rinascimento, lo sviluppo dell'orologeria meccanica era avvenuto soprattutto in Italia, nelle Fiandre, in alcune città francesi e tedesche, di pari passo con l'affermazione della società comunale, con l'espansione dei traffici commerciali e delle corporazioni di mestiere. Più tardi, la decadenza politica della penisola, le guerre di religione e la controriforma contribuirono a spostare altrove l'epicentro della produzione. Dalla seconda metà del Cinquecento, una folta schiera di artigiani e imprenditori che avevano aderito alla Riforma protestante prese la via dell'Olanda, dell'Inghilterra e della Svizzera, e da questa diaspora politica e religiosa ebbero origine le fortune di Ginevra; ma per lungo tempo anche Londra riuscì ad annoverare, grazie all'insediamento di numerosi rifugiati ugonotti, un numero importante di manifatture specializzate nella produzione di orologi e congegni di misurazione d'ogni genere.
Lo sviluppo di una fiorente orologeria meccanica nel corso del Sei e del Settecento non dipese soltanto dalla formazione di nuclei artigianali stabili (a differenza che nei secoli precedenti quand'era la manodopera, più che la merce, a spostarsi di luogo in luogo), ma anche dai progressi della cultura scientifica, dall'affermarsi di un clima e di un ambiente sociale permeato di empirismo e di spirito utilitarista. Di fatto, il crescente interesse per le macchine che si era diffuso nelle Accademie e in vari cenacoli di studiosi, preannunciò (non meno della produzione in serie di orologi composti di pezzi intercambiabili per più ampie fasce di pubblico) 1'avvento della rivoluzione industriale. t
In altre parti d'Europa — in Francia e in Germania — fu l'iniziativa dei sovrani riformatori e di alcuni scienziati e filosofi illuministi a riportare in auge, nella seconda metà del Settecento, l'industria dell'orologio, che nel frattempo era divenuta una delle poste più vantaggiose dell'attività commerciale. Nel 1770, aprendo una propria fabbrica di orologi a Verney, dove s'era ritirato a continuare la sua lotta contro l'assolutismo e l'intolleranza, Voltaire si trovò ad avvalorare, in modo emblematico, la vicenda di tanti altri «horlogers» che in seguito all'Editto di Nantes del 1685 avevano dovuto abbandonare il loro paese in cerca della libertà religiosa.


“la Repubblica”, ritaglio senza data, ma 1981

Lo scrigno di Alessandro Magno (Lidia Storoni)

Da quando, percossa e attònita, l'armata che lo aveva seguito fino all'India apprese la sua morte (323 a.C.), la figura di Alessandro si trasferì dalla storia nella leggenda. Adunandosi per deliberare sulle guerre in corso e sulla spartizione dei territori conquistati, i suoi compagni si disposero attorno al trono vuoto del re, presenza invisibile ma ancora imperiosa. Quel trono vuoto perdura nell'iconografia cristiana, simbolo dell' imminente ritorno di Cristo Giudice. Nei ritratti, il volto di Alessandro subì l'adeguamento ai connotati psichici che gli erano stati attribuiti: assorto, trasognato, il capo reclino in ascolto di voci soprannaturali, la capigliatura a ciocche scomposte. Particolare, quest'ultimo, imitato da quei sovrani di ambizioni teocratiche, come Caligola e Nerone, che cercavano di assomigliargli: Nerone si cospargeva perfino la testa di polvere d'oro (i tradizionalisti romani invece, "gente togata", tutti codice e concretezza, stavano belli dritti, capelli corti, rughe e verruche al loro posto; e, come tutti i conservatori, aborrivano capelloni e omosessuali. Che Alessandro lo fosse, o fosse addirittura impotente, può spiegare la sua mirabile continenza verso le regine catturate).
Col tempo, la figura del re si dilatò fino a diventare un modello ossessivo. Cesare pianse nel ricordare quante imprese aveva già compiuto Alessandro alla sua età; Tito Livio, come rileva in un famoso brano Piero Treves in Il mito d' Alessandro e la Roma d'Augusto, cercò di ridimensionare quell'eroe troppo celebrato: se Alessandro, scrive Treves, anziché volgere le armi contro i persiani si fosse diretto a Occidente, avrebbe trovato la barriera infrangibile delle legioni romane e i loro condottieri, che non gli erano affatto inferiori. Riconosciamo quell'immagine ispirata e sognante non solo in ritratti famosi, sparsi nei musei di tutto il mondo, ma perfino nella testina d'avorio trovata, tra le armi e le urne cinerarie d'oro massiccio, nella tomba creduta di Filippo il Macedone, recentemente scoperta a Vergina. Non poteva presentarsi come un comune mortale colui che non conosceva limiti né ostacoli e che l'oracolo di Ammone, in Egitto, aveva chiamato "Figlio di Dio". Un assiduo lavorìo mitografico, assimilando le gesta di Alessandro a quelle di Eracle e Dioniso, contribuì a collocarlo tra gli dèi mentre era ancora in vita; poi, ogni generazione, ogni popolo lo vide attraverso il prisma delle sue scelte politiche. Nella ricerca inquieta della propria identità, egli si riconobbe in quelle due divinità e in Ciro, il condottiero persiano, questo è quanto sostiene Pietro Citati, di cui Rizzoli ristampa in questi giorni la poetica biografia del re (Alessandro Magno. Apparato critico e fonti a cura di Francesco Sisti, pagg. 261, più illustrazioni e indici, lire 25.000). La molteplicità delle leggende che riguardano Alessandro, delle versioni iconografiche nelle quali fu raffigurato - a fianco di Buddha, sull'Olimpo, oltre le Colonne d'Ercole, in fondo al mare - stupì i visitatori della mostra di Salonicco del 1980, Alla ricerca di Alessandro. Ancora oggi, scrive un altro suo biografo, lo storico inglese Robin Lane Fox, in un bel volume pubblicato da Einaudi nell'81, durante le notti tempestose i pescatori di Lesbo gridano al mare: "Dov'è Alessandro il Grande?", e si rispondono a vicenda, per rassicurarsi: "Alessandro vive e regna...". Alla storiografia odierna, che nega l'influenza dell'individuo sugli avvenimenti, all'interrogativo plutarchiano (Virtus o Fortuna?), Fox risponde che alla personalità di Alessandro è dovuta la grande rivoluzione politica, culturale e ideologica che si verificò al suo tempo.
Quella personalità ha costituito per secoli un mito, un tema retorico e un enigma. Aveva avuto un precettore insigne, Aristotele; ma si discostò dal suo ammonimento di trattare da uomini soltanto i greci, gli altri alla stregua di animali. Alessandro, al contrario, si fece portatore d' un messaggio di fratellanza universale, prima che Zenone, come afferma Tarn, facesse di questo principio il cardine della dottrina stoica. E' esatto dirlo animato da precisi disegni politici? In effetti, la vastità smisurata dei territori da lui conquistati sconfiggendo via via tutti gli eserciti che incontrava, e la varietà dei costumi dei popoli soggiogati, gli imponevano di ostentare una volenterosa adozione dei loro usi, via via che avanzava. Fa parte di questo atteggiamento il suo matrimonio con Roxane e l'episodio del convito nel corso del quale avrebbe invitato i commensali macedoni a brindare con i nemici vinti, i persiani. Ponendosi al di sopra delle nazioni, Alessandro assumeva quella sovranità mondiale - quell'assolutismo - che aveva appreso appunto dai nemici secolari della Grecia, quei persiani che voleva sconfiggere per vendicare le antiche offese; e questo intento aveva persuaso molti greci a seguire i re macedoni. L'incendio spettacoloso del palazzo reale a Persepoli, si disse, fu voluto da Alessandro per vendicare la distruzione del Partenone di centocinquant'anni prima. Ma intanto egli adottava dai persiani non solo l'abbigliamento e le armi, ma il lusso e quell'etichetta servile tanto invisa ai suoi veterani: la genuflessione.
Nell'immenso Stato sovranazionale, la pòlis venne sommersa. La parificazione etnica, la pace universale furono dunque un'idea utopica perseguita consapevolmente sin dagli inizi, o una necessità politica gradualmente intuìta? Oppure gli fu attribuita retrospettivamente da storici imbevuti di dottrine egalitarie? Non lo sapremo mai. Tutto ciò che riguarda Alessandro è favoloso e irreale, ad onta dell'esistenza di documenti che Citati ha pubblicato a seguito della sua biografia per imprimere validità scientifica alle proprie pagine. I testi, tradotti e autorevolmente commentati dal grecista Francesco Sisti, appartengono ad autori posteriori al Macedone di quattro o cinque secoli (Curzio Rufo, Arriano, Plutarco). Questi autori ebbero certamente la possibilità di consultare fonti per noi scomparse - diari di guerra, lettere, narrazioni di contemporanei storicamente noti. Ma queste stesse fonti possono essere il prodotto di alterazioni interessate ai fini dinastici dei re titolari delle monarchie in cui fu diviso l' immenso territorio conquistato; gli storici antichi non si facevano scrupolo di condensare in discorsi o lettere fittizie il pensiero dei personaggi storici (lo hanno fatto senza scomporsi anche Livio e Tacito). Queste contraffazioni, del resto, hanno il merito di farci intendere come fu visto e interpretato il protagonista da chi lo conobbe. Non manca la condanna da parte di pensatori umanitari e pacifisti di quell'eroe irrequieto e insaziabile: flagello dei popoli, bandito, nefasto al genere umano, lo definirono Seneca e Lucano. Fu certamente indecifrabile per le sue contraddizioni: a volte mite, rispettoso dei vinti, continente, generoso; altre volte, preda del vino e dell'ira, feroce, come lo fu distruggendo Tebe e massacrandone gli abitanti che non volevano sottomettersi ai re macedoni. Allevato da un padre che per il primo aveva fatto d'un aggregato di feudi un regno, d'una molteplicità di milizie private un esercito e aveva chiamato in un paese rozzo e incolto intellettuali e artisti eccelsi - una visita al Museo di Salonicco lascia sbalorditi -, figlio d'una donna epirota, Alessandro portava con sé in uno scrigno la cosa più preziosa che avesse: l'Iliade. Sentiva forse che per opera sua la cultura greca si sarebbe diffusa in paesi molto più lontani di quel che il sogno panellenico ateniese avesse mai previsto. Nella sua essenza fondamentale, lo spirito greco era l' opposto della monarchia universale che fu attuata da Alessandro: lo sentì Demostene, opponendosi a Isocrate, sostenitore di Filippo come capo di tutta la Grecia nella crociata contro la Persia. La caratteristica della "politeia" greca è la democrazia: parola inventata appunto dai greci. Alessandro cercò di instaurarla nelle settanta città da lui fondate. Ma quelle idee, da lui esportate nel mondo, erano state spente per sempre a Cheronea.


“la Repubblica”,16 novembre 1985  

Il romanzo di Telemaco nell'Odissea di Omero (Attilio Bertolucci)

Forse perché l'ho tradotto in prima liceo, il secondo canto dell'Odissea mi è rimasto dentro, dolcissimo, integrato a un mio tempo personale in cui vita e poesia si confondevano in un seguirsi di dissolvenze e sovrimpressioni simili a quelle che aprono l'Aurora di Murnau, l'altra mia esperienza inebriante, in quegli anni, il cinema, il caro, il bel cinema muto nel suo morire...
Non ho mai dimenticato, mi è sempre tornato quasi alle labbra, il verso 188 (nella traduzione di Privitera suona «II sole calò e tutte le strade s'ombravano») ogni volta che l'ora lo suggeriva. Erano, quelli della mia prima lettura del secondo canto, gli anni che mi inoltravo nella Recherche: così leggevo l'Odissea, ne coglievo le epifanie in chiave proustiana. Ulysses con tutte le sue rispondenze, i suoi rimandi sapienti al poema antico, si dimostrò inservibile, per me se mai più consono a quelle mie operazioni di apprendistato letterario tanto impuro quanto innocente, il Joyce giovane dei Dubliners.
Ora mi sono riletta, per intero, la Telemachia, probabile pannello necessario all'economia del gran libro inserito in limine da chi, avendo sistemato il tesoro del materiale odisseico orale precedente, possiede già la forza della «written composition», della scrittura cioè, come apprendiamo dalla lucida prefazione di Alfred Heubeck. A questo punto, letto il secondo nella sequenza dei quattro canti che formano la Telemachia, mi viene di pensare che ancora una ragione di quella mia appassionata partecipazione a un libro impostomi dalla scuola, al di là del reperimento di fulgenti anticipi della letteratura nuova che andavo scoprendo, stesse nel fatto suggerito dalla commentatrice Stephanie West: che la Telemachia sopporta una lettura in chiave di Bildungsroman oppure, oserei scrivere (ma non facciamo simili violenze quando, ammirando gli impasti di Tiziano vecchio, mormoriamo «sembra un Renoir»?) che la Telemachia potrebbe anche considerarsi, prendiamo in prestito da Goethe, «Gli anni di viaggio e di apprendistato» del figlio di Odisseo.
Possibile che nell'inconscio mi specchiassi in quel lontano coetaneo che, stanco della prepotenza dei pretendenti la madre, voglioso di riavere un padre (giusta la terapia freudiana) decide di partire per mare? E va bene. Atena gli sta sempre vicina a consigliarlo, mutata nel sembiante, meno negli occhi saettanti e nello, scatto delle apparizioni, in quel saggio valentuomo di nome Mentore. Ma non è la dea che consiglia il giovane Telemaco quando egli, in segreto, si rivolge alla nutrice Euricléa (Odisseo non era mai andato a letto con lei per non ingelosire Penelope, l'abbiamo appreso soltanto ora, rallegrandoci dell'imprevista malizia omerica) al fine che appronti le provviste necessarie al viaggio per mare, e si raccomanda con parole venute dal cuore profondo «...di non dirlo alla madre — prima che sia l'undicesimo o dodicesimo giorno — o che lei stessa mi cerchi e oda che sono partito — perché non sciupi il bel viso, piangendo».
Qui il poema si fa «romanzo», getta un fascio di luce su di una Penelope che, come tutte le eroine del «romanzo», non deve sciuparsi il bel viso, ancora tale seppure già in prima sfioritura. Il figlio, come tutti i figli è innamorato della madre, non vuole che per colpa sua si sfiguri, e molto se ne preoccupa mentre già l'attendono un periglioso viaggio, l'insidia dei pretendenti.
Altro tratto della delicata, anche se irrobustentesi, personalità di Telemaco, e dunque altra spia dell'evoluta sottigliezza del nostro presunto «autore della Telemachia», il riserbo del giovane, il suo silenzio quando Menelao racconta con lodi e rimpianto di Odisseo. E lui, che è arrivato sin lì per avere notizie del padre, zitto. Deve rivelarlo Pisistrato, suo compagno di viaggio...
Nessun evento troppo favoloso arricchisce, né d'altra parte sovraccarica (Odisseo ha spalle ben più forti del figlio, che pure è in via di maturare egregiamente) il breve Bildungsroman che è la Telemachia. Anche i racconti nel racconto, come l'orribile crimine di Egisto, sono scorciati a dovere, mai straripanti.
Dunque il giovane Telemaco, cui forse, segno certo della crescita, si è fatta più piena la voce, parla franco e, duro ai rovinosi pretendenti, prepara le vettovaglie, sceglie i compagni della sua non grandiosa ma coraggiosa impresa, assolve al suo compito con assoluta correttezza e con un pudore che tutto è suo. E noi lo lasciamo alla ricca mensa di Menelao cui, a un certo punto, curiosa, s'aggrega la sposa infedele, la bella Elena loquace e al momento opportuno dispensatrice di tranquillanti ai convitati. Imparino da lei, le padrone di casa.
Lo lasciamo, Telemaco, che ne sa un po' più sul padre: ad esempio viene fuori la storia di Calipso. E lo scaldano l'affettuosa ospitalità e i vini di Menelao, la fraterna assistenza di Pisistrato che lo ricondurrà a Pilo sabbiosa per il ritorno a casa con i compagni di Itaca. Dove, intanto...
Con abile montaggio Omero (possiamo chiamarlo così?) torna sui pretendenti indaffarati a preparare un agguato mortale a Telemaco, su Penelope la quale, era ora, s'accorge dell'assenza del figlio e piange piange, sciupandosi forse il bel viso. L'ultima inquadratura è perfetta per procurarci suspense. «In mezzo al mare v'è un'isola, petrosa — tra Itaca e Same irta di rocce: — Asteride. Non grande, ma vi sono porti gemelli — per navi: gli Achei aspettavano là, in agguato». Sembra di vederne gli occhi svegli assassini.
D'ora innanzi non sarà più la Telemachia che leggeremo, sarà la gloriosa Odissea. A noi questo indugio nel prologo, rivisitato oggi con intermittenze del cuore del tempo di quella prima lettura, è stato assai caro; ma pensiamo che possa esserlo per tutti.


“la Repubblica”, 20 ottobre 1981

Telemaco alla ricerca del racconto. Italo Calvino rilegge l'Odissea

Telemaco e Ulisse nell'Odissea televisiva RAI del 1968
Le avventure marinare di Ulisse, concentrate in quattro libri centrali dell'Odissea, rapida successione d'incontri con esseri fantastici (che compaiono nelle fiabe del folklore d'ogni tempo e paese: l'orco Polifemo, i venti rinchiusi nell'otre, gli incantesimi di Circe, sirene e mostri marini) contrastano col resto del poema, in cui dominano i toni gravi, la tensione psicologica, il crescendo drammatico gravitante su un fine: la riconquista del regno e della sposa insidiati dai Proci. Anche qui s'incontrano motivi comuni alle fiabe popolari, quali la tela di Penelope e la prova di tiro all'arco, ma siamo su un terreno più vicino ai criteri moderni di realismo e di verosimiglianza: gli interventi soprannaturali riguardano soltanto le apparizioni degli dèi olimpici, di solito celati sotto spoglie umane.
Dato che le avventure fiabesche sono contenute nella narrazione in prima persona che Ulisse fa al re dei Feaci, siamo tentati di pensare al nostro eroe come a un fantasioso contaballe; però le stesse avventure (soprattutto quella con Polifemo) vengono ricordate anche in altri luoghi del poema, dunque Omero stesso ne dà conferma; non solo, ma gli dèi stessi ne discutono nell'Olimpo. Non ci resta che attribuire le diversità di stile fantastico a quel montaggio di tradizioni di diversa origine, tramandate dagli aedi e confluite poi nell'Odissea omerica, che nel racconto d'Ulisse in prima persona rivelerebbe il suo strato più arcaico.
Più arcaico? Secondo Alfred Heubeck, professore a Norimberga, prefatore del primo volume d'un'edizione critica dell'Odissea che viene pubblicata con un ricco apparato di note filologiche e storiche dalla Fondazione Lorenzo Valla, le cose potrebbero essere andate in modo addirittura opposto.
Ulisse prima dell'Odissea (Iliade compresa) era sempre stato un eroe epico, e gli eroi epici, come Achille e Ettore nell'Iliade, non hanno avventure fiabesche di quel tipo, a base di mostri e incantesimi. Ma l'autore dell'Odissea (che per Heubeck è 1) un autore singolo e originale, non un arrangiatore di materiali preesistenti, e 2) non è la stessa persona dell'autore dell'Iliade, ma qualcuno che viene subito dopo, il secondo poeta che affronta l'impresa d'un poema interamente scritto, il che pone problemi compositivi del tutto nuovi rispetto all'epica orale degli aedi) deve far stare Ulisse lontano da casa per dieci anni, scomparso, irreperibile per i familiari e gli ex compagni d'arme. Per far ciò lo deve far uscire dal mondo conosciuto, passare in un'altra geografia, in un mondo extra-umano, un al di là (non per nulla i suoi viaggi culminano nella visita agli Inferi). Per questo sconfinamento fuori dai territori dell'epica, l'autore dell'Odissea ricorre a tradizioni (queste sì più arcaiche) quali le imprese di Giasone e degli Argonauti, le quali (e questo era già noto) hanno in comune molti episodi con i viaggi d'Ulisse.
Dunque è la novità dell'Odissea l'aver messo un eroe epico come Ulisse alle prese «con streghe e giganti, con mostri e mangiatori d'uomini», cioè in situazioni d'un tipo di saga più arcaica, le cui radici vanno cercate «nel mondo dell'antica favola, e addirittura di primitive concezioni magiche e sciamaniche».
E' qui che l'autore dell'Odissea manifesta, secondo Heubeck, la sua vera modernità, quella che ce lo rende vicino e attuale: se tradizionalmente l'eroe epico era un paradigma di virtù aristocratiche e militari, Ulisse è tutto questo ma in più è l'uomo che sopporta le esperienze più dure, le fatiche e il dolore e la solitudine. «Certo anch'egli trascina il suo pubblico in un mitico mondo di sogno, ma questo mondo di sogno diviene l'immagine speculare del mondo in cui viviamo, nel quale dominano bisogno e angoscia, terrore e dolore, e nel quale l'uomo è immerso senza scampo».
La tesi è attraente e si è tentati di lasciarci subito convincere; Heubeck mette bene in rilievo la coerenza strutturale dell'Odissea e la funzionalità d'ogni sua parte a questa idea poetica e morale unitaria. Invece Stephanie West, docente a Oxford (che nello stesso volume della Fondazione Valla firma le introduzioni al testo e ai quattro primi canti, nonché un commento fittissimo di dati interessanti) sottolinea tutte le contraddizioni e incompatibilità tra le diverse parti del poema. Infatti questa studiosa segue una tesi opposta (almeno in parte) a quella di Heubeck, insistendo sulla stratificazione delle fonti orali a cui l'autore dell'Odissea avrebbe attinto, organizzandole in un mosaico composito. Ma anche per questa via, è la struttura compositiva, il disegno generale, la strategia narrativa che fa sì che l'Odissea sia l'Odissea; e sono proprio i primi quattro libri (i viaggi di Telemaco) che lo provano.
Il volume uscito ora (Odissea, Vol. I, Libri I-IV, Fondazione Lorenzo Valla, Mondadori) è una buona occasione per rileggere questi primi quattro libri, cioè la «Telemachia», nella traduzione di G. A. Privitera dell'Università di Perugia, e tenendo d'occhio per quanto si può il testo greco a fronte. Trent'anni fa Rosa Calzecchi Onesti era stata la prima a rendere il sapore arcaico dei poemi omerici. Su questa linea di fedeltà alla lettera e al sapore del testo, la traduzione di Privitera ha ritmo e incisività sia nei lampi di quella poesia del dettaglio preciso che è la sempre sorprendente qualità omerica, sia nelle ripetizioni di formule ed epiteti. (Questo repertorio di clichés convenzionali è l'eredità della composizione orale: infatti con essi gli aedi riempivano i vuoti e davano una continuità alla loro improvvisazione).
Nella Telemachia Ulisse è assente, ma, proprio attraverso la propria assenza domina sempre la scena, con un procedimento «in negativo» di grande efficacia narrativa. Per di più egli è ricordato in due flash-back sulla guerra di Troia, da cui risulta una delle sue qualità principali: l'astuzia contraffattrice. Nei due episodi egli si trova d fronte Elena, che nel primo (quando Ulisse penetra travestito nella città assediata) sembra collabori coi Greci, nel secondo (quello stupendo del cavallo con dentro gli Achei nascosti e Elena fuori che cerca di farli parlare) sembra lavori per il controspionaggio troiano; questa contraddittorietà del ruolo di Elena aggiunge una luce ambigua ai due racconti.
La Telemachia è tante cose: è la descrizione della confusa situazione politico-economica a Itaca coi Proci che dilapidano i beni del re assente (non si sa in forza di quale di ritto o costume; tutto l'aspetto «istituzionale» non è chiaro, ma su questa oscurità si fondano le cose più belle del poema, come l'esilio agreste del re Laerte); è il contrasto con le visioni da età dell'oro delle corti visitate da Telemaco, quella austera di Nestore e quella affluente di Menelao; è la rassegna degli alti «nostoi» ossia racconti del ritorno da Troia degli eroi achei (e su tutti si proietta l'ombra tragica di quello d'Agamennone, che torna per essere ucciso da Egisto); è anche il romanzo dell'educazione di Telemaco, sebbene uno sviluppo in questo senso non sia molto evidente, ma certo all'inizio Telemaco è un ragazzo incerto su tutto, più ancora di Amleto (sembra gli manchi pure la certezza d'essere figlio d'Ulisse!) mentre, attraverso le notizie raccolte nel viaggio, l'immagine del padre gli appare concreta e può identificarsi con lui.
Ma soprattutto la Telemachia è la ricerca d'un racconto che non c'è, quel racconto che sarà l'Odissea. Il cantore Femio alla reggia d'Itaca sa già i «nostoi» degli altri eroi; glie ne manca solo uno, quello del suo re; per questo Penelope non vuole più sentirlo cantare. E Telemaco parte alla ricerca di questo racconto presso i veterani della guerra di Troia: se trova il racconto, finisca esso bene o male, Itaca uscirà dall'informe situazione senza tempo e senza legge in cui si trova da tanti anni.
Come tutti i veterani, anche questi hanno molto da raccontare: ma non il racconto che Telemaco cerca. Finché Menelao non se ne vien fuori con un'avventura che potrebbe situarsi tra quelle d'Ulisse della serie più fantastica: camuffatosi da foca, Menelao catturò il «vecchio del mare», cioè Proteo dalle infinite metamorfosi, e lo costrinse a raccontargli il passato e il futuro. Proteo certo conosceva già tutta l'Odissea per filo e per segno: comincia a raccontarla dallo stesso punto in cui attacca Omero, con Ulisse nell'isola di Calipso; poi s'interrompe. A quel punto Omero può dargli il cambio e seguitare il racconto.
L'Odissea è un contenitore d'Odissee una dentro l'altra. Alla corte dei Feaci, Ulisse ascolta un aedo cieco come Omero che canta le vicende d'Ulisse; l'eroe scoppia in lacrime; poi si decide a raccontare a sua volta. In questo suo racconto, egli giunge fino all'Ade a interrogare Tiresia, e Tiresia gli racconta il seguito del suo racconto. Poi Ulisse incontra le Sirene che cantano; che cosa cantano? Ancora l'Odissea, forse uguale a quella che stiamo leggendo, forse diversissima.
Arrivato a Itaca sotto mentite spoglie, Ulisse racconta, prima al pastore Eumeo, poi al rivale Anti-noo e alla stessa Penelope le avventure che l'hanno portato fin lì da Creta (patria del personaggio fittizio che lui dice d'essere), aggiungendo ogni volta nuovi dettagli. E' un'altra Odissea, tutta diversa, una storia di naufragi e di pirati molto più verosimile del racconto che lui ha fatto al re dei Feaci. Chi ci dice che non sia questa la «vera» Odissea? Il cretese nei suoi viaggi aveva incontrato Ulisse: ecco dunque Ulisse che racconta d'un Ulisse in viaggio per paesi dove l'Odissea non l'aveva fatto passare. Sarà là che s'apre la «vera» Odissea?
Qui Stephanie West fa un'ipotesi interessante: che vi sia stata un'Odissea alternativa, un altro itinerario del ritorno, precedente a Omero. Omero (o chiunque egli fosse, e qui l'ipotesi della West si salda bene con la tesi di Heubeck) trovando questo racconto di viaggi troppo povero e poco significativo, l'avrebbe sostituito con le avventure favolose, ma serbandone traccia nei viaggi dello pseudo-cretese. Difatti nel proemio c'è un verso che si presenta come la sintesi di tutta l'Odissea: «Di molti uomini vide le città e conobbe i pensieri». Quali città? Quali pensieri? Questa sintesi s'adatterebbe meglio al racconto dei viaggi dello pseudo-cretese...
Però, appena Penelope l'ha riconosciuto, nel talamo riconquistato, Ulisse torna a raccontare dei Ciclopi, delle Sirene... Non è forse l'Odissea il mito d'ogni viaggio? Forse per Ulisse-Omero la distinzione menzogna-verità non esisteva, egli raccontava la stessa esperienza ora nel linguaggio del vissuto, ora nel linguaggio del mito, così come ancora per noi ogni nostro viaggio, piccolo o grande, è sempre Odissea.


“la Repubblica”, 20 ottobre 1981

Il mio Aldilà (Luciano Folgore)

Particolare da una foto di Dani Purcaru
Se morissi una notte all'improvviso
no, non vorrei salire in paradiso.
Il paradiso è un sito
troppo fuori di mano,
un infinito pieno d'infinito,
un lontano lontano, assai lontano.
Giunti lassù si perde la nozione
delle cose terrestri e vi si oblia
oltre il dolore e la malinconia
i fatti, le disgrazie, le persone,
che ci han rotto le scatole e avverrebbe
ch'angeli o santi si perdonerebbe
coloro che ci diedero fastidio
fino al delirio o fino al suicidio.
Invece io chiedo in premio dei miei mali
non la beatitudine, ma il modo
di vendicarmi a fondo di quei tali.
Vorrei morto di fresco entrare a un tratto
nel corpo del mio gatto,
del mio gatto siamese,
dal muso nero e gli occhi di turchese,
che passa tutto il giorno
ad acciuffar le mosche
che gli ronzano intorno.
Perché dentro le mosche prigioniere,
ci stan l' anime perse dei noiosi
che turbarono sempre i miei riposi.
Ah che rara fortuna, oh che piacere
dar la caccia alle mosche dopo morto!
Spero che Dio, supremo giustiziere,
se ne ricordi e non mi faccia torto.
1927

Da una nota fb di Marco Fulvio Barozzi


Walter Benjamin. Una vita mutilata (Carlo Saletti)

La finta tomba di Benjamin nel cimitero di Port Bou
Nel 2010 “alias” pubblicò come anteprima l'Introduzione di Carlo Saletti a Fine terra. Benjamin a Portbou, un volume collettaneo sugli ultimi giorni di vita e sui misteri della morte di Walter Benjamin edito Ombre Corte/Documenta. La riprendo qui perché mi pare documentare ottimamente il momento cruciale della tragedia del Novecento europeo. (S.L.L.)
Walter Benjamin nell'estate 1938
Osservando le fotografie di Wallter Benjamin negli ultimi anni della sua vita – quella dell'estate 1938, ad esempio: in maniche di una camicia bianco candido, i pantaloni scuri alti in vita, la cravatta, l'arco della catena dell'orologio a cipolla sul fianco destro, la figura intera con le mani ancora in tasca – ciò che colpisce e quello che colpì l'amico di una vita Gershom Scholem quando, incontrandolo a Parigi alla fine del febbraio di quello stesso anno, lo descrisse come noi lo percepiamo oggi: «Erano undici anni che non lo vedevo, e il suo aspetto esteriore era alquanto mutato. Si era appesantito, aveva qualcosa di più trasandato nel contegno, portava baffi molto più folti. I suoi capelli si erano notevolmente ingrigiti». All'epoca in cui l'istantanea fu scattata, Benjamin era ospite di Bertolt Brecht nell'abitazione danese di Svendborg e, ma solo noi lo sappiamo, aveva soltanto due estati davanti.
L'intellettuale, che per la profondità del proprio pensiero aveva suscitato l'ammirazione dei contemporanei, continuava a vivere da freelance, senza un reddito sicuro, trascorrendo la buona stagione tra San Remo, dove la ex moglie Dora gestiva una pensione, e la Danimarca. Il solo sostegno economico su cui poteva contare gli veniva dall'Istituto per la ricerca sociale, diretto da Max Horkheimer, trasferitosi nel frattempo a NewYork. Il suo esilio era iniziato nel marzo del 1933. Via da Berlino e dalla Germania, aveva scelto Parigi come città che lo avrebbe adottato, anche se era ancora in attesa di naturalizzazione. E ben presto, privato della cittadinanza tedesca, sarebbe piombato nella condizione dell'apolide.
Nato il 15 luglio 1892, il geniale quarantaseienne era, in quella estate del 1938, un uomo pingue. Ora, c'è un'idea che ha espresso Stefan Zweig, il letterato austriaco che un tempo era stato amico e collaboratore di Richard Strauss. Zweig, per spiegare cosa fosse il mondo europeo che lo aveva preceduto e che la grande guerra si era portato via, aveva fatto ricorso alla fisicità dei padri:
Se io tento di rievocare nella loro precisa immagine le figure degli adulti che circondarono la mia infanzia, constato con stupore che moltissimi fra di essi erano precocemente corpulenti. Mio padre, gli zii, i maestri, i commessi dei negozi, i suonatori d'orchestra, tutti a quarant'anni erano uomini già piuttosto pingui e dignitosi. Camminavano lenti, parlavano pacati e discutendo si accarezzavano le barbe ben curate e spesso già volte al grigio. I capelli grigi del resto erano un segno di dignità ed un uomo posato evitava di proposito, come sconvenienti, i gesti e la baldanza della gioventù.
Lo aveva chiamato die Welt von Gestern, il mondo di ieri, e Benjamin corrispondeva perfettamente alla descrizione che Zweig dava di chi lo aveva preceduto. Pur essendo uno dei più lucidi critici della propria contemporaneità - certo, era molteplice, sociologo dei media, filologo erudito, critico d'arte e di teatro, traduttore, filosofo della storia, analista letterario, cacciatore di preziose pietre imprigionate tra gli scaffali delle biblioteche che, opportunamente lucidate, prendevano splendore sotto forma di citazione, cartografo della memoria e sottile esploratore del paesaggio urbano, collezionista di edizioni per l'infanzia, ecc. -, Benjamin era legato, perlomeno per il fisico, al mondo di ieri. E, tuttavia, per lui la catastrofe doveva ancora venire.
Le cose incominciarono a precipitare (che significa: a non andare più come si erano presentate il giorno prima), quando la Germania decise che era giunta l'ora. Dapprima, della Polonia. Entrare il primo settembre 1939 in quel paese e, en passant, provocarne lo smembramento, dal momento che ad oriente l'Unione sovietica non aveva tardato a mettere le mani sulla sua parte del bottino, aveva obbligato la Francia, per gli effetti di un accordo transitivo sottoscritto con il paese invaso, a dichiarare guerra alla Germania, il 3 settembre. La qualcosa aveva prodotto uno smottamento, in forza del quale gli antinazisti che avevano trovato rifugio in territorio francese, le migliaia di tedeschi, d'austriaci, socialdemocratici, comunisti o ebrei che fossero, o entrambe le cose, furono definiti «stranieri indesiderabili» e, come tali, raccolti e internati nella vastissima rete dei campi di cui la Repubblica si era lestamente dotata. Benjamin non sfuggì alla regola e finì circondato dal filo spinato. Fu più fortunato di altri, poiché aveva amici che lo stimavano enormemente e uno di questi, la poetessa Adrienne Monnier, aveva una conoscenza influente presso il ministero degli Esteri - Henri Hoppenot, si chiamava - che l'aiutò e aiutandola diede una mano al pover'uomo. Qui, l'espressione dare una mano andrebbe intesa nel suo senso letterale, di tendere la mano verso qualcuno per trarlo a sé e toglierlo, in questa maniera, dal guaio in cui è finito. Si stava entrando nell'inverno e nei campi si sprofondava nel fango. «La mia liberazione è stata una delle prime a essere decisa», scrisse da Parigi all'amico Scholem, non appena poté riprendere l'abituale corrispondenza, il 25 novembre 1939, «ho avuto la fortuna di essere liberato nello stesso giorno in cui il tempo, laggiù, volgeva al freddo. Sono dimagrito, ma sto bene». Fisicamente, si stava riallineando al proprio tempo.
Poi, fu la volta dell'Olanda, del Belgio e della Francia. Tre paesi in un colpo, dal 10 maggio 1940. Il 14 giugno, le truppe del Reich erano già a Parigi. Dal fronte, la notizia riempì Hitler di una gioia immensa, debitamente ritratta dai camerieri al seguito. Come spesso accade per i sentimenti, si può coglierla in un frammento di movimento, colto in quei giorni da una macchina da presa: quel piccolo passo di marcia sul posto - quando il Fuhrer alza la gamba sinistra e con essa chiude come un compasso il braccio corrispondente, per poi scaricare la gioia a terra, battendo il piede - con cui lo vediamo commentare la notizia attorniato dai suoi generali.
Benjamin non vide i suoi connazionali di un tempo sciamare per le vie della capitale, se n'era andato uno, due giorni prima. Come non li vide un altro esule, Victor Serge, che pure era in città e che scrisse di quelle ore:
La fine di Parigi è la fine del mondo; si ha un bell'essere lucidi, come ammetterla? Domenica 9, vedo i ministeri sgomberare. Delle automobili coperte di materassi e sovraccariche di bagagli filano verso le porte del sud. Dei negozi si chiudono. La Parigi delle ultime sere è splendida. I suoi grandi boulevard deserti entrano nella notte con una nobiltà straordinaria. Una calma di potenza addormentata regna sulle piazze spente.
Il corso degli eventi militari si era disposto in modo tale che la profezia espressa quindici mesi prima da Scholem, «tutto il futuro diventa così sinistro e inquietante, che la fantasia si rifiuta di tenere dietro alla realtà (di domani e dopodomani)», si stava realizzando. Dal nord, gli esuli scendevano verso il sud della Francia, dichiarata dal trattato armistiziale «zona libera». Si produsse, dunque, uno spostamento di popolazione che, in epoca più recente, si avrebbe preso l'abitudine di chiamare una catastrofe umanitaria. Anche su quella parte d'Europa erano giunti tempi oscuri: «Ricevo lettere cui si dovrebbe rispondere con un pacco di veronal o di un altro veleno efficace, unico consiglio che si possa dare a quei disgraziati...», osservava Zweig dal suo luogo d'esilio. Cos'altro suggerire, a chi ancora sopravviveva intrappolato nell'Europa continentale, se non di procurarsi un veleno infallibile? Di ciò si era iniziato a discutere, apertamente, tra esuli. Quando, nella seconda metà del settembre 1940, Benjamin incontrò a Marsiglia Arthur Koestler, i due affrontarono l'argomento. Finì che si divisero equamente la dose che Benjamin aveva con sé. Solo qualche mese prima passavano le serate, in rue Dombaste a Parigi, giocando a poker - sì, era vero, in Spagna i franchisti non avevano ancora finito di sotterrare i rossi, c'era pur stata l'Austria, i tedeschi avevano cancellato la Cecoslovacchia dalla carta geografica, ma, insomma, il mondo stava ancora in piedi! - ed eccoli, ora, discutere come farmacisti della quantità necessaria...
A Marsiglia, Benjamin era arrivato dopo una sosta di circa due mesi a Lourdes, dove era riuscito a ritrovare la sorella Dora, affetta da una grave malattia, che non le aveva comunque evitato un certo periodo di internamento nel campo di Gurs, distante una sessantina di chilometri dalla città dei miracoli. A Benjamin occorrevano i documenti per poter abbandonare l'Europa - problema comune alle migliaia di individui messi al bando. La Francia, tradizionale terra d'asilo, aveva cessato di esserlo. Finalmente, agli inizi d'agosto gli era stato comunicato della disponibilità di un visto di entrata per gli Stati Uniti, da ritirarsi a Marsiglia.
La città era diventata, in quelle settimane, la capitale della fine di quel mondo. Era lì che si concentravano le speranze, perché era lì che si cercavano i permessi, presso una burocrazia investita del potere incondizionato di decidere sui casi umani - le vite degli altri. Bisognerebbe rifletterci: da una parte il fruscio di fogli, il tonfo secco di un timbro che cala su una fotografìa formato tessera, lo stridio del pennino sulla carta, dall'altro il cigolare delle porte e il tintinnare delle manette...
Era arrivato luglio, era arrivato agosto, il tempo trascorreva nell'attesa. E l'attesa era tempo prezioso che scivolava via, allontanando i fuggitivi dalla salvezza. «Il mio timore è che il tempo a nostra disposizione possa essere assai più limitato di quanto pensassimo», scriveva il 7 agosto.
Verso la fine di settembre, Benjamin aveva finalmente raccolto la maggior parte dei documenti necessari per toglierlo dai rischi a cui è esposto ogni clandestino. Gli mancava il permesso d'uscita dal territorio francese. A quel punto, non importava. Ripresa la fuga, scese in treno sino al confine spagnolo, ai piedi dei Pirenei, con l'idea di valicarli. Cosa che gli riuscì il giorno 25. Come in una storia dall'epilogo triste, una volta giunto in Spagna venne fermato e gli fu detto che sarebbe stato riconsegnato alle autorità francesi. Gli venne concesso di fermarsi per la notte e fu accompagnato in un albergo del primo paese al di là della frontiera, Portbou. Considerato ormai unanimemente un pensatore maggiore del novecento, Benjamin finì nell'inghiottitoio, come tanti altri nelle sue condizioni, quella notte stessa.
Il fascino che emana dal suo pensiero, in misura sempre maggiore; non è disgiunto dalla consapevolezza che vi è per quella fine. Per certi versi, Benjamin lo aveva intuito in un suo saggio del 1936, quando scriveva: «Un uomo che muore a trentacinque anni», - ha detto una volta Moritz Heimann, - «è in ogni punto della sua vita un uomo che muore a trentacinque anni». Nulla di più dubbio di questa affermazione. Ma questo solo perché si serve di un tempo inadatto. Un uomo - è la verità cui essa allude - che è morto a trentacinque anni, apparirà al ricordo inferiore, in ogni punto della sua vita, come un uomo che muore a trentacinque anni. In altri termini: l'affermazione, che non ha senso per la vita reale, diventa inoppugnabile per la vita ricordata.
Il suo drammatico decesso, per nulla accidentale e che sopraggiungeva a qualche ora da una morte sfiorata - l'attraversamento dei Pirenei, per lui afflitto da una grave cardiopatia, era stata una roulette russa -, rimase tuttavia avvolto in un alone di mistero, così come rimase sconosciuto il luogo ove il corpo era stato sepolto.
A partire dagli anni Ottanta, nuove testimonianze e la lettura di importanti documenti ritrovati a Portbou hanno permesso di approfondire la conoscenza sulle circostanze della morte e della successiva sepoltura. Tanto le testimonianze, quanto i documenti d'archivio rafforzavano,. in pari misura, ciascuna delle due versioni che circolavano sulla causa del decesso: suicidio o morte naturale. Il racconto di una misteriosa borsa di pelle nera che Benjamin avrebbe avuto con sé in quelle ore, e del manoscritto in essa contenuto, riaccese l'interesse attorno alla vicenda. Furono avviate ricerche per capire dove fosse finito, mentre iniziava ad emergere nel paese catalano la memoria di quel passaggio. La finta tomba, mostrata ai visitatori sin dagli anni Sessanta era stata smantellata e avrebbe lasciato il posto, di lì a qualche tempo, a un cenotafio in sua memoria. Una targa era stata apposta sul muro di cinta del cimitero comunale. Con l'avvicinarsi del centenario della nascita, fu avviato il progetto di un monumento-memoriale, affidato all'artista israeliano Dani Karavan, che destinava lo sperduto villaggio catalano a entrare nelle mete di quel turismo della memoria, che proprio in quegli anni andava affermandosi in Europa.
Ripercorrere l'intera vicenda e rispondere agli interrogativi che ne sono nati è il compito che si è dato questo libro: quando morì, precisamente, Walter Benjamin e in quali circostanze? Quale fu la causa del decesso? Perché fu sepolto, lui ebreo, nel settore cattolico del cimitero di Port-Bou? Cosa ne fu delle sue spogliemanoscritto che alcuni testimoni sostengono avesse con sé e cercasse, assieme alla sua vita, di mettere in salvo?
Per mettere ordine alle domande e alle risposte che sono state date, il libro ha raccolto alcuni contributi, in parte apparsi sul testo collettaneo Fur Walter Benjamin. Dokumente, Essays und ein Entwurf, con cui nel 1992 l'AsKI (Associazione tedesca degli istituti di cultura autonomi) di Bonn ne volle ricordare il centenario della nascita. Curato dagli storici tedeschi Ingrid e Konrad Scheurmann, che si ringraziano per averne autorizzato la traduzione e la pubblicazione, il libro costituisce uno dei più importanti contributi sull'argomento. In particolare, vengono presentate le interviste al Lisa Fitko, la passatrice che accompagnò Benjamin nel suo passaggio di frontiera, e a Dani Karavan, a cui si deve il progetto del monumento che in sua memoria è stato realizzato a Portbou (sulla spianata del cimitero dove, da qualche parte, sono finite le sue spoglie), e il lungo saggio che Ingrid Scheurmann ha dedicato all'analisi dei documenti della municipalità di Portbou ritrovati nei primi armi Novanta, la cui conoscenza ha apportato diversi chiarimenti su quanto avvenne tra il 26 e il 28 settembre 1940 in quella località. L'intervento conclusivo, redatto in forma di dizionario, vuole essere un invito a recarsi a Portbou e a sostare dinanzi a queflo che, oggi, è divenuto un luogo di memoria.
Il memorial Walter Benjamin a Port Bou
Gli anni francesi di Benjamin e l'epilogo della sua esistenza non sono che una tessera dei più vasto fenomeno dell'esilio europeo nel Novecento. La sua è stata una di quelle «vite mutilate» - secondo la definizione che ne ha dato l'amico Adorno - di cui è costellata la miseria morale in cui piombò il continente. L'esilio politico e di classe, l'esilio civile, l'esilio «razziale», l'esilio intellettuale si sono succeduti nel corso del secolo come altrettante varianti di un processo che portò alla negazione del diritto di cittadinanza per quote di popolazione considerate in eccesso. A ciò, in definitiva, riconducono le ore passate da Benjamin a Portbou. Lo splendido memoriale che Karavan realizzò nel 1994 è dedicato, oltre che al suo nome, a quello di tutti gli esiliati tra il 1933 e il 1945. Spesso, tuttavia, ciò che è stato vero per il passato, lo è anche per il presente. Non a caso, Enzo Traverso ha osservato, qualche anno fa, che «questo monumento ricorda anche le migliaia di sans-papiers che ogni anno muoiono cercando di raggiungere le coste spagnole, spesso in fuga da paesi africani devastati dalle guerre e dalla violenza, o i clandestini di cui si raccolgono i cadaveri sulle coste del sud dell'Italia, spesso in fuga da altre guerre, da altri fascismi».


Pubblicato in anteprima su “alias – il manifesto”, 25 settembre 2010

6.6.14

“Tavula longa” ovvero Saltamontone (S.L.L.)

Tra i giochi della mia infanzia ce n'era uno non competitivo ma cooperativo, senza pegni o punizioni, tranne forse la reazione un po' seccata nel caso che qualcuno sbagliasse o venisse meno all'impegno preso. Non lo definisco perché ne ho trovata una descrizione precisa in un vecchio libretto dei tascabili Longanesi, la Guida ai giochi a cura di René Alleau (1976), quando parla del saltamontone, con un nome che a suo dire viene dalla Francia ove il gioco è chiamato sautemouton.
Eccola:
Numerose incisioni del XVI secolo mostrano bambini che saltano al di sopra di un loro compagno che se ne sta con le gambe flesse e la schiena curva, facendo rientrare la testa nelle spalle il più possibile. Il nome di questo gioco è forse un omaggio a Rabelais che, in Pantagruel, racconta la vendetta di Panurgo: dopo una lite con un mercante di pecore, Panurgo acquista da lui la più bella tra le sue bestie e la getta in mare; alla vista di ciò gli altri montoni le si gettano dietro, sotto lo sguardo costernato del proprietario. Il saltamontone non può essere propriamente definito un gioco, piuttosto un divertimento, che consiste esclusivamente nel salto. I giocatori, in una fila senza fine, si dispongono uno dietro l'altro: il primo abbassa la testa e curva la schiena, appoggiando le mani al suolo o sulle ginocchia; quello che gli si trova dietro gli appoggia le mani sulla schiena e gli salta dall'altra parte. Si mette quindi nella stessa posizione del suo predecessore, mentre il terzo della fila si appresta a saltare tutti e due, uno alla volta; e così via, finché la fatica non ha la meglio.

Non ho trovato in rete le incisioni secentesche di cui Alleau scrive, ma lo schizzo protonovecentesco che correda questo post. Al mio paese, che aveva strade lunghe e diritte, il gioco (o divertimento, se si preferisce) si chiamava tavula longa, giacché la fila dei giocatori costruiva una sorta di asse che a rotazione continua si allungava. Per noi chiazzaruoli, (“piazzaioli”), abitanti nella piazza centrale e nelle vie adiacenti, la sfida consisteva, partendo dalla bottega di mio padre, accanto al municipio, nel fare durare la serie dei salti fino alla Chiesa nova, oggi conosciuta come Addolorata. Se si era in numero congruo, almeno 6 o 7, non era un gran problema. Ma ci si provava anche quando si era in tre. E allora accadeva che qualcuno s'arrendesse prima dell'arrivo, con suo e altrui disappunto.

Dio affittacamere (Antonio Gramsci)

Sotto la Mole era il titolo di una rubrica dell'edizione piemontese dell' “Avanti!” curata da Antonio Gramsci. Si trattava di un trafiletto, di un “corsivo” di polemica politica e culturale, opera quasi sempre dallo stesso Gramsci, scritto "di piede", cioè senza rinunziare agli strumenti della satira, l'ironia e il sarcasmo, la parodia, l'invettiva, l'aneddotica, la citazione a sorpresa, ma quasi sempre con una grande lucidità argomentativa. La rubrica uscì quasi tutti i giorni dal 1° gennaio 1916 al 31 dicembre 1917. Negli anni 1918 – 20 non ebbe più una sua presenza regolare e si diradò fino a scomparire nel novembre 1920, due mesi prima della scissione di Livorno. Il pezzo che qui riprendo è di satira antireligiosa e anticlericale, assai divertente, antico e sempre attuale. La speranza espressa nel finale, di una imminente scomparsa delle credenze cristiane e delle connesse (e interessate) pratiche superstiziose s'è rivelata illusoria. Ci vorrà molto più tempo, forse. (S.L.L.)

Bazzicavo una volta una brigata di fiorentini e di pisani, gente allegra e spregiudicata, facile allo scherzo grasso ed alla bestemmia immaginosa. Quante ne ho sentite. E quale varietà! Altro che il monotono motto torinese!... Madonna... Cristo... Dio... C'era da far morire di sdegno tutta la Lega contro la bestemmia e il turpiloquio, che, tra parentesi, si è costituita l'altra sera nella nostra città, ed ha nominato un presidente e due vicepresidenti, dei quali uno per la sezione industriale. Che diavolo vogliano industrializzare la bestemmia?
Ma ritornando ai miei toschi spiriti bizzarri, ce n'era uno che aveva un intercalare tutto suo: Dio affittacamere!!! e lo ripeteva ogni momento, in ogni occasione, con una costanza invidiabile. Me lo son ricordato leggendo il Bollettino del Santuario della Madonna del Selvaggio, celebre santuario tra i monti di Giaveno, che è meta di pellegrinaggi e centro di ritrovi spirituali, anche se da qualche tempo deve, come la Madonna della Consolata, subire la concorrenza della Madonna di Lourdes, la cui devozione, non dirò industria, fu importata recentemente a Torino da congressisti francesi espulsi, e che sembrano fare ottimi affari... Nel Bollettino — raccomando ai miei lettori di dare sempre un'occhiata agli innumerevoli fogli e foglietti che i parroci, i canonici fanno circolare fra i fedeli delle varie chiese: è il miglior mezzo per perdere anche quella poca fede, che, per una combinazione qualsiasi, fosse loro rimasta — nel Bollettino, dico, c'è un padrone di casa che manda quaranta lire dichiarando di aver fatto voto, ogniqualvolta rimaneva con un appartamento vuoto, di dare l'importo del primo mese di fitto alla Madonna, e di essere così sempre riuscito ad affittare immediatamente, e raccomandando quindi il sistema agli altri colleghi proprietari.
Dio affittacamere... Oh! Buon vecchio Dio, come ti hanno mal ridotto i tuoi fedeli! Oh, Zeus formidabile nelle collere e tenero negli amori! Jehova, terribile ed inesorabile giustiziere, quale degenerazione! Il successore vostro è buono a tutti gli usi. Gestisce l'ufficio di collocamento per le serve, affitta le camere, magari ad ore, protegge contro le punture delle zanzare...
Ed è a questa religione, imbastardita ed incretinita, a questa fede, incapace di sollevare l'animo al disopra d'ogni bassura, a questi riti diventati abitudini passive, superstizioni grottesche che si vorrebbe ancora che l'umanità affidasse il suo avvenire.
Per quanta barbarie ancora ingombri l'animo degli uomini, anche mentre pare debba dileguarsi ogni speranza nella ragione umana, noi sentiamo che siamo ormai liberi dei ceppi del cristianesimo.
Morirono Api, e Zeus, e Jehova; è morto Cristo e non risuscita più!


"Avanti" edizione piemontese, 29 aprile 1916

Facile e difficile (Antonio Gramsci)

Quel che segue è la prima parte di un articolo del “Grido del Popolo”, il settimanale dei socialisti torinesi di cui Antonio Gramsci era redattore capo e talora unico. La data è il 25 maggio 1918, il contesto è dunque quello della Grande Guerra, con i parlamentari socialisti, di orientamento riformista, impegnati a collaborare con lo sforzo bellico dell'Italia e a moderare l'opposizione sociale e politica al governo regio. La polemica è pertanto diretta contro Prampolini, che del socialismo parlamentare era tra i massimi esponenti. E tuttavia l'oggetto della polemica è rimasto a lungo attuale e, forse, lo è tuttora. Nel movimento operaio italiano riformisti e stalinisti concordi, hanno sempre pensato paternalisticamente che nella stampa di partito diretta a proletari e a popolani si dovesse usare - come fanno i preti - un linguaggio “facile” - e hanno sistematicamente polemizzato contro l'incomprensibilità degli “intellettuali”. L'argomentazione di Gramsci ha due livelli: primo, non sempre è possibile usare parole generiche per problemi specialistici; secondo, i lettori proletari hanno il diritto-dovere di migliorare la loro preparazione culturale, la loro capacità di critica nei confronti della cultura borghese. (S.L.L.)

La «Giustizia» di Camillo Trampolini, offre ai suoi lettori una rassegna delle opinioni espresse dai settimanali socialisti sulla polemica tra la direzione dell'«Avanti!» ed il gruppo parlamentare. L'ultimo capitolo della rassegna è spiritosamente intitolato Gli interpreti del proletariato e spiega:
“La «Difesa» di Firenze e il «Grido» di Torino, i due esponenti più rigidi e culturali della dottrina intransigente, svolgono larghe considerazioni teoriche che ci è impossibile riassumere e che ad ogni modo sarebbe poco utile riprodurre, perché - quantunque quei due giornali affermino di essere genuini interpreti del proletariato e di avere con sé la grande massa — i nostri lettori non sarebbero abbastanza colti per capire il loro linguaggio”
E l'implacabile « Giustizia », perché non si dica che « faccia della maligna ironia », riporta quindi due passi staccati di un articolo del «Grido», per concludere: «Più proletariamente chiari di cosi non si potrebbe essere ».
Il compagno Prampolini ci offre lo spunto per trattare una questione di non piccolo momento nei riguardi della propaganda socialista.
Ammettiamo che l'articolo del « Grido » fosse il non plus ultra della difficoltà e della oscurità proletaria. Avremmo potuto scriverlo in altra maniera? Esso era di risposta a un articolo della «Stampa», e nell'articolo della «Stampa» si faceva uso di un preciso linguaggio filosofico, che non era una superfluità né una posa, poiché ogni indirizzo di pensiero ha un suo particolare linguaggio e un suo particolare vocabolario. Nella risposta dovevamo rimanere nel dominio di pensiero dell'avversario, dimostrare che anche, anzi proprio per quell'indirizzo di pensiero (che è il nostro, che è l'indirizzo di pensiero del socialismo non acciabattone né fanciullescamente puerile), la tesi collaborazionistica era un errore. Per essere facili avremmo dovuto snaturare, impoverire un dibattito che versava su concetti di massima importanza, sulla sostanza più intima e più preziosa del nostro spirito. Far questo non è essere facili: significa frodare, tal quale il vinattiere che vende acqua tinta per barolo o lambrusco. Un concetto che sia diffìcile di per sé non può essere reso facile nell'espressione senza che si muti in una sguaiataggine. E d'altronde fingere che la sguaiataggine sia sempre quel concetto è da bassi demagoghi, da imbroglioni della logica e della propaganda.
Perché dunque Camillo Prampolini fa della facile ironia sugli «interpreti» del proletariato che non si fanno comprendere dai proletari? Perché il Prampolini, con tutto il suo buon senso e la sua praticoneria, è un astrattista. Il proletariato è uno schema pratico, nella realtà esistono i proletari singoli, più o meno colti, più o meno preparati dalla lotta di classe alla comprensione dei più squisiti concetti socialisti. I settimanali socialisti s'adattano al livello medio dei ceti regionali ai quali si rivolgono; il tono degli scritti e della propaganda deve però sempre essere un tantino superiore a questa media, perché ci sia uno stimolo al progresso intellettuale, perché almeno un certo numero di lavoratori esca dall'indistinto generico delle rimasticature da opuscoletti, e consolidi il suo spirito in una visione critica superiore della storia e del mondo in cui vive e lotta...

da Scritti giovanili, Einaudi 1958


La disciplina (Antonio Gramsci)

Più leggo (o rileggo) Gramsci, più mi convinco della straordinaria forza di un pensiero che si fa parola e progetto, del grande vigore letterario oltreché filosofico e politico delle sue riflessioni, perfino di quelle giovanili e occasionali, sollecitate da polemiche giornalistiche o da esigenze di propaganda. Queste, sulla disciplina, erano inserite in quel numero unico, “La città futura”, che Gramsci curò per la federazione giovanile piemontese del Partito socialista. Mi ricordano alcuni brani dello "Zibaldone": al livello di Gramsci nella modernità vedo solo Leopardi. (S.L.L.)
In una delle Novelle della Jungla Rudyard Kipling mostra in atto ciò che sia la disciplina di un forte Stato borghese. Tutti obbediscono nello Stato borghese. I muli della batteria al sergente di batteria, i cavalli ai soldati che li cavalcano. I soldati al tenente, i tenenti ai colonnelli dei reggimenti; i reggimenti a un generale di brigata; le brigate al viceré delle Indie. Il viceré alla regina Vittoria (ancor viva quando Kipling scriveva). La regina dà un ordine, e il viceré, i generali, i colonnelli, i tenenti, i soldati, gli animali, tutti si muovono armonicamente e muovono alla conquista. A uno spettatore indigeno di una parata militare il protagonista della novella dice: «Poiché voi non sapete fare altrettanto, siete nostri sudditi». La disciplina borghese è l'unica forza che mantenga saldo l'aggregato borghese.
Bisogna a disciplina contrapporre disciplina. Ma la disciplina borghese è cosa meccanica ed autoritaria, la disciplina socialista è autonoma e spontanea. Chi accetta la disciplina socialista vuol dire che è socialista o vuole diventarlo più compiutamente, inscrivendosi al movimento giovanile se è un giovanetto. E chi è socialista o vuole diventarlo non ubbidisce: comanda a se stesso, impone una regola di vita ai suoi capricci, alle sue velleità incomposte. Sarebbe strano che mentre troppo spesso si ubbidisce senza fiatare a una disciplina che non si comprende e non si sente, non si riesca a operare secondo una linea di condotta che noi stessi contribuiamo a tracciare e a mantenere rigidamente coerente. Poiché è questo il carattere delle discipline autonome: essere la vita stessa, il pensiero stesso di chi le osserva. La disciplina che lo Stato borghese impone ai cittadini fa di questi dei sudditi, che si illudono di influire sullo svolgersi degli avvenimenti. La disciplina del Partito socialista fa del suddito un cittadino: cittadino ora ribelle, appunto perché avendo acquistato coscienza della sua personalità, sente che questa è impastoiata e non può liberamente affermarsi nel mondo. 

da «La Città futura», numero unico della Federazione giovanile socialista piemontese, febbraio 1917; ora in Scritti giovanili 1914-1918, Einaudi 1958

4.6.14

Un'inezia. Poesia di Erich Fried

Erich Fried

a Catherine

Non so cosa sia l'amore
ma forse
è qualcosa come:

Se lei
ritorna a casa da un paese straniero
e mi dice con orgoglio: «Ho visto
un topo d'acqua»
e io mi ricordo di queste parole
quando la notte mi sveglio
e il giorno dopo al lavoro
e ho nostalgia
di ascoltarla
ripetere queste parole
e poi
che pronunciandole
mi appaia esattamente come quando
le pronunciò -

È forse questo, penso, l'amore
o qualcosa di non molto diverso.


da È quel che è, Einaudi, 1988 – Traduzione di Andrea Casalegno

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