5.8.18

Questo non è grido di vittoria. Una poesia di Franco Fortini


Questo non è grido di vittoria né grido di vinti
Il clamore che odo è di gente ubriaca.
Chiunque è per l'eterno venga con me.
Ciascuno uccida il fratello ciascuno l'amico ciascuno il vicino.


da Una volta per sempre. Poesie 1938 - 1973, Einaudi 1978

A una passante – À une passante. Una poesia di Charles Baudelaire nella mia traduzione con il commento di Giuseppe Scaraffia

Orchidee

Assordante la strada intorno a me urlava.
Lunga, magra, in gran lutto, dolore maestoso,
passa una donna, che con la mano fastosa
alza e fa dondolare il merletto e l'orlo;

agile e nobile, con gamba statuaria.
Intanto io bevevo, contratto come un pazzo,
nel suo occhio, livido cielo che cova uragani,
la dolcezza che affascina e il piacere che uccide.

Un lampo … poi la notte! - Fuggitiva bellezza
il cui sguardo mi ha fatto d'improvviso rinascere,
io non ti vedrò più, da qui all'eternità?

Altrove, via da qui! E tardi, forse mai!
Perché io ignoro dove fuggi e tu non sai dove vado,
o tu, che avrei amata, o tu, che lo sapevi!


La rue assourdissante autour de moi hurlait.
Longue, mince, en grand deuil, douleur majestueuse,
Une femme passa, d’une main fastueuse
Soulevant, balançant le feston et l’ourlet ;

Agile et noble, avec sa jambe de statue.
Moi, je buvais, crispé comme un extravagant,
Dans son œil, ciel livide où germe l’ouragan,
La douceur qui fascine et le plaisir qui tue.

Un éclair… puis la nuit ! – Fugitive beauté
Dont le regard m’a fait soudainement renaître,
Ne te verrai-je plus que dans l’éternité ?

Ailleurs, bien loin d’ici ! trop tard ! jamais peut-être !
Car j’ignore où tu fuis, tu ne sais où je vais,
O toi que j’eusse aimée, ô toi qui le savais !

Da Les fleurs du mal
E. Manet - Donna che legge il giornale al Caffé

Tra la folla
Alta e sottile, vestita in nero, la donna fatale baudelairiana attraversa la fiumana anonima delle strade con il suo passo maestoso. Il suo lutto è quello di chi ha perso ogni compagno degno di esserlo. La bellezza, ritrattasi dall’immediatez-za della vita moderna, assume un fascino fine a se stesso, che la trasporta nell’ambito delle opere d’arte. La sua gamba statuaria fende la folla vociante, che si ritrae al passaggio di quell’immagine divina e diabolica ad un tempo. Nella sua pupilla, carica di un piacere misterioso e distruttivo, s’affaccia una dolcezza indisponibile al singolo, ma estesa ai passanti, con il peso trasparente di una benedizione. L’immagine che sta trascorrendo ha la stessa mesta grandezza di un sovrano in esilio, di un passato che ancora indugia in un presente ormai estraneo. Il suo passo elegante e solenne è irraggiungibile, ma il dominio che la sua comparsa instaura sull’uomo non è meno terribile per il fatto di durare pochi istanti. La statua di carne resuscita, con il fastoso gesto della mano che solleva la gonna, un tempo trascorso, il ricordo di una possibilità ormai irraggiungibile, come la sua persona. L’illuminazione subitanea accesa dalla sua comparsa svela il buio confuso che circonda il suo osservatore intento, privato dall’estasi di ogni pudore, a cogliere nello sguardo della sconosciuta qualcosa che non potrà mai appartenergli. Il riconoscimento istantaneo, quasi una muta agnizione, operatasi tra i due, esclude ogni contatto. La legge dei grandi affollamenti urbani vieta ed inibisce le soste ed i riconoscimenti. Il moltiplicarsi dei volti sconosciuti abitua l’attenzione a concentrarsi sugli aspetti meno familiari dei visi che incrocia. Lo sguardo innamorato dell’osservatore rompe le regole, svelando un’impossibile, ma non per questo meno vertiginosa, prossimità con il suo mobile oggetto, cui è rivelata la possibilità d’amore dell’occhio che lo fissa. L’immagine, colpevolmente sottratta al regno urbano delle ombre senza volto, si riimmerge, con il suo passo sicuro, nell’indistinta tenebra della folla, trascinando nel pozzo del suo sguardo l’amore del poeta, che non può che renderlo più fondo. L’incontro impossibile, lo sfioramento di un corpo ridotto ad anima dall’impossibilità di essere tale, diventa l’unica modalità possibile di rapporto con la donna fatale. Ma forse il flaneur, disperato e disperso, è più simile ad un provvisorio Orfeo, sospeso tra la folla dei vivi da un’ambigua e luttuosa Euridice che, accumulando su di sé tutti i fascini della morte, rende impossibile la vita di chi resta al di là della linea d’ombra.
L’osservatore rimane imprigionato tra la folla fluttuante, soggetta al sussulto meccanico della storia. Egli non ha più il coraggio, né la forza di seguire la donna fatale, di vivere il suo destino. Egli ormai può solamente guardare il trascorrere del fato, il passo elegante dell’umano fantasma, tra i passanti anonimi. Nell’impossibilità di vivere direttamente, lo sguardo del flaneur si trasforma in una bacchetta magica, che tramuta ogni cosa che sfiora in ricordo. L’impraticabilità del futuro lo converte in passato; la delusione della speranza la converte, come l’acqua in vino, in nostalgia. Quanto non è stato vissuto confluisce, confondendovisi, nell’immenso territorio di quanto non sarà mai più vissuto, nel quale la disillusione individuale si traduce in ricordo collettivo. In questo movimento la speranza ritorna alle sue radici e, nel farlo, riconosce nel passato la propria sorgente e, nel ricordo della specie, la luce riflessa nello specchio delle sue aspirazioni. In Baudelaire si manifesta il conflitto di chi si trova in bilico tra l’orrore della modernità, lo smarrimento dell’identità, e dell’aureola, tra la folla indistinta delle metropoli, ed una natura, la donna fatale, trasformata in mostro sanguinario dalla sua espulsione dalla società. Tra la massificazione e la perdizione, cui viene indotto chi indulge alla passione nella realtà ottocentesca, il poeta sceglie un cammino tortuoso e difficile. L’arte è lo scudo di specchio con cui egli affronta la sua fascinosa Medusa. In essa, come nella luce trascinante del fato, ogni cosa brilla per se stessa e comunica con le altre senza smarrire la propria identità. Ad essa guarda l’artista privo di guida, per non farsi prendere dal «piacere che uccide», e, al medesimo tempo, per non dimenticarlo. L’opera d’arte si rivela allora per un’impronta reificata del fato, un suo fossile, in cui rimane imprigionata la tensione della passione, tesa nel suo libero gioco, sul filo che separa ed unisce la vita e la morte. Nella donna fatale Baudelaire riconosce ed onora la divinità pagana, bestiale e divina, innocente e crudele. Gli abiti ondeggianti intorno ai corpi femminili sono tenui travestimenti, sottili garze, poste a velare lo splendore della carne, sulla quale i gioielli sono le offerte votive di un popolo adorante, la pietrificazione fastosa degli sguardi d’amore posatisi su di essi.
Lo sguardo maschile, affondato in quello della bellezza luttuosa che fende la folla, non potrà mai esprimersi compiutamente in un dialogo, se mai parleranno, ancora muti, i corpi, nel loro disumano linguaggio. L’arte può soltanto ritrarre questo meraviglioso scacco, la sconfitta irrimediabile che, nel mondo moderno, anche la più intensa esperienza nasconde, tra le pieghe profumate degli abiti femminili.

Da Giuseppe Scaraffia, La donna fatale, Sellerio, 1987

Magistrati e avvocati (Luciano Bianciardi)

Tra le poco retribuite attività di Luciano Bianciardi da Grosseto, negli ultimi tempi della sua vita, tra il settembre 1970 e il settembre 1971, vi fu quella di “tenutario” della rubrica di corrispondenza sul “Guerin Sportivo”.
Vi era stato chiamato da Gianni Brera, che dirigeva il settimanale torinese e gli affidò per quasi un anno la cura della “posta” in terza pagina, in sua sostituzione. Quando Brera riprese la sua rubrica, Bianciardi continuò la sua collaborazione in una sorta di “salotto” in cui conversava – rispondendo alle loro lettere – con personaggi dello sport e dello spettacolo.
Nelle lettere dei lettori come nelle risposte di Bianciardi si parlava soprattutto di calcio, ma non mancavano riferimenti a vicende della società, della letteratura, dello spettacolo. Mi ha colpito in una risposta del 1971, a un lettore di Roma (Guido Scandroglio) un giudizio quasi distruttivo sull'esercizio della giustizia in Italia. In verità esso riguarda il sistema giudiziario allora vigente, quando la faticosa conquista di una effettiva indipendenza da parte della magistratura italiana era ancora agli inizi; a quel tempo gli intrecci con il potere dei politici, dei grandi redditieri, delle corporazioni professionali erano la regola piuttosto che l'eccezione.
Pertanto la rappresentazione icastica di Bianciardi può aiutarci a vigilare: se lasciamo fare il potere politico (quello emergente, in particolare), quei tempi infelici potrebbero tornare. Se ne avverte qua e là qualche segno. (S.L.L.)

Per quanto ne so io, la maggior parte dei processi italiani, non si fanno m aula ma nei corridoi, e talvolta nei salotti. Non potrebbe essere diversamente. Avvocati e magistrati nascono dalla stessa matrice, si conoscono, si frequentano, parlano, concordano, dirimono e decidono, alle spalle del giudicato, essendo essi i giudicanti. Il gatto e la volpe, il sedere e la camicia, il do ut des. Poi a volte qualcuno sciorina i panni sporchi, e allora viene fuori lo scandalo, e tutti (loro) fanno finta di scandalizzarsi. Dove andrà a finire il nostro Paese, mi chiede. Stia tranquillo, ci è già andato da un bel pezzo.

da "Guerin Sportivo", 14 giugno 1971, ora in Il fuorigioco mi sta antipatico, Stampa alternativa 2006

Consigli alle donne (dalle "Memoires de Suzon, soeur de Dom Bougre, portier de Chartres", romanzo libertino)

Le Memoires de Suzon, soeur de Dom Bougre, portier de Chartres, sono un romanzo libertino anonimo del XVIII° secolo, uno di quei libelli che popolarono a lungo gli “inferni” delle grandi biblioteche, séguito della Histoire de Dom Bougre, portier des Chartreux, anch'essa anonima, ma attribuita a un Jean-Charles Gervaise de Latouche (1715-1782), che gli uffici della polizia letteraria e le curie vescovili di Francia giudicavano “un mostro nella società e un pubblico impostore”.
Con risultati letterari altalenanti i due libri rappresentano il versante più dichiaratamente “illuministico” della letteratura libertina del secolo: il sesso praticato, guardato e rappresentato è fatto mezzo a liberare gli animi dalle superstizioni religiose.
Il brano che segue, tratto dalle Memoires è ripreso da una intrigante raccolta di citazioni, il Breviario dei libertini che Riccardo Reim compilò nel 1997 per gli Editori Riuniti: si tratta di un paradossale consiglio di una donna alle donne. Una gravure che rappresenta Suzon e il suo amico Saturnino, disegnata per l'Histoire de Dom Bougre, la si trova in rete, nel sito della Biblioteque nationale de France ( http://classes.bnf.fr/essentiels/grand/ess_1264.htm ). Io per non incorrere inella follia dei censori ho preferito illustrare il breve testo con la foto di un cagnolino. (S.L.L.)


Donne, abbandonatevi pure, se il vostro temperamento lo richiede, a tutto ciò che l'amore ha di più piccante; ma, sempre, salvate le apparenze! Se il vostro ambiente non può offrirvi un uomo che, per scelta o per necessità, sia di sicura discrezione, addestrate piuttosto un cagnolino.

4.8.18

Sera d’estate. Una poesia di Antonio Rinaldi (Potenza 1914 – Firenze 1982)


Fu lungo il giorno: ardeva
ai limiti dell'ombra; or nella sera
di nuovo fresca la casa fiorisce
e alla quiete del sonno si desta
mentre per acque profonde vanisce
brusìo diffuso, rumore di festa.

Poesie, Mondadori, 1958

1.8.18

Quando dài l'acqua al vaso di gerani. Una poesia di Franco Fortini



Quando dài l'acqua al vaso di gerani
è la sera, la gente sta alla porta
e aspetta il fresco, fischiano lontani
i treni alla campagna, e nella corte
sento l'acqua che sgocciola.

So che hai solo il grembiule nero addosso
e dove sei vorrei piano salire
e toccarti, lo sai, baciarti addosso,
ma senza dirti nulla. E poi guardare
con te i tetti e la notte.

Dopo la mezzanotte il fresco viene
dai campi e per le vie si leva il vento
e se ne vanno via tutte le pene
e tutto sembra nuovo per incanto
e noi vaghi e leggeri.

Quando dài l'acqua al vaso di gerani
penso come sei nuda, fina e liscia
e non vorrei venisse mai domani.
Ma tu ti scalzi e vai sola a dormire.
E io rimango, che il sonno mi lascia.

Da Quartieri in Versi primi e distanti (1937 - 1957), All'insegna del pesce d'oro, 1987

Natura e storia: il “biologico” e il “sociale” (Sebastiano Timpanaro)

Sebastiano Timpanaro

La polemica storicistica contro l’«uomo in generale», giustissima finché nega che siano proprie dell’umanità in generale certe caratteristiche storico-sociali come la proprietà privata o la divisione in classi, diventa errata quando trascura il fatto che l’uomo come essere biologico, dotato di una certa (non illimitata) adattabilità all’ambiente esterno, dotato di certi impulsi all’attività e al raggiungimento della felicità, soggetto a vecchiezza e a morte, non è una costruzione astratta e non è nemmeno un nostro antenato preistorico, una specie di pitecantropo ormai superato dall’uomo storico-sociale, ma esiste tuttora in ciascuno di noi e con tutta probabilità esisterà anche in futuro. Cambiano, certo, in conseguenza dello sviluppo della società, i modi di sentire il dolore, il piacere e le altre reazioni fisio-psichiche elementari; non c’è probabilmente nell’uomo odierno più nulla di «puramente naturale», che non sia stato arricchito e riplasmato dall’ambiente sociale e culturale. Ma tuttavia quegli aspetti generali della «condizione umana» rimangono, e le caratteristiche specifiche introdottevi dalle varie forme di vita associata non sono state tali da sovvertirli completamente. Sostenere che, siccome il «biologico» ci si presenta sempre mediato dal «sociale», il «biologico» è nulla e il «sociale» è tutto, sarebbe, ancora una volta, un sofisma idealistico. Se lo accettiamo, come ci difenderemo da chi, a sua volta, sosterrà che, siccome ogni realtà (compresa quella economico-sociale) è conoscibile solo attraverso il linguaggio (o attraverso il pensiero pensante), il linguaggio (o il pensiero pensante) è l’unica realtà e tutto il resto è astrazione?
Abbiamo parlato dell’importanza che il livello biologico ha nella determinazione dei caratteri della condizione umana in generale. Ma bisogna aggiungere che, se il livello biologico ha un’importanza praticamente nulla riguardo alla determinazione di caratteri comuni a grossi gruppi umani (non esiste, per esempio, nessuna correlazione tra l’appartenenza a una razza e il possesso di certe doti intellettuali o morali), ha invece, di nuovo, un peso cospicuo nella determinazione dei caratteri individuali. L’umanità non è fatta di individui tutti uguali per costituzione fisio-psichica, differenziantisi solo per l’ambiente sociale in cui vengono a trovarsi. Accanto alle differenze di formazione sociale-culturale (differenze che, a loro volta, dovranno pur tradursi in determinati «caratteri acquisiti» del cervello e del sistema nervoso) entrano in giuoco differenze «costituzionali» dovute a molteplici altri fattori biologici. Il grottesco semplicismo e le estrapolazioni razzistiche della scuola lombrosiana e di altre tendenze affini possono certo indurci ad accantonare i tentativi di interpretazione «biologica» di questo o quel personaggio storico, in attesa che lo studio dei rapporti tra fisiologia e psicologia e sviluppo intellettuale sia molto più progredito di ora. È evidentemente più scientifico rinunciare, per mancanza di dati attendibili, ad una spiegazione scientifica, che abbandonarsi alla fantascienza. Non dimentichiamo però che si tratta di un accantonamento non definitivo, poiché ogni negazione di principio dell’esistenza di quei rapporti significherebbe un ritorno al concetto di « anima » con tutte le sue assurdità. Né bisogna dimenticare che, al limite, la natura influisce sulla storia umana attraverso la morte dei vari attori di tale storia. Non ci si converte al culto degli «eroi», non si abbandona il marxismo dicendo che la morte di Lenin, dovuta a malattia, ha avuto un notevole (anche se non preminente) influsso su certe degenerazioni del Partito bolscevico e della Russia rivoluzionaria; e questo, in misura minore, è vero anche per ciascuno dei personaggi minori e minimi del dramma umano. La storia umana è continuamente intersecata da accidenti «naturali» (che, naturalmente, non sono soltanto le morti). Lo so: a questa osservazione si può rispondere che il protagonista della storia è lo Spirito assoluto (o la Specie umana, o le classi) e che gli individui empirici non hanno vera realtà. Ma è anche risaputo che questa concezione rende trascendente l’Io assoluto rispetto ai soggetti empirici, cioè restaura un dualismo platonico tra apparenza sensibile e vera realtà proprio nell'atto in cui proclama con grande enfasi il monismo.

Da Considerazioni sul materialismo in “Quaderni piacentini” n.28, settembre 1966

Dal Cinquantasei al Sessantotto. La crisi del Psi, la sinistra socialista e la parabola del Psiup (Lucio Libertini)

Lucio Libertini

… un ruolo importante l’ebbe il partito socialista. Esso alla metà degli anni cinquanta entrò in una delle crisi più gravi della sua storia tormentata. Ciò accadde quando, dopo il breve ma intenso periodo della gestione di Morandi, una parte del partito, guidata da Nenni, propose un radicale mutamento di strategia, addirittura di collocazione nel movimento di classe, prendendo spunto da due ordini di fatti. Il primo, interno, era la crisi del movimento operaio nelle fabbriche più grandi (era il periodo della tremenda sconfitta nella Fiat) e il nuovo slancio espansivo di cui sembrava dare prova il sistema capitalistico. Il secondo, internazionale, era la crisi dello stalinismo, la morte di Stalin, quello che seguì, il XX Congresso del Pcus, il crollo di miti, convinzioni, illusioni.
La scelta compiuta dalla destra socialista mirava alla separazione dai comunisti e all’alleanza con la Dc, attraverso il centro-sinistra. Ma alla sua base vi era una matrice più generale; la convinzione profonda che il movimento operaio vivesse due fallimenti decisivi, di portata storica. Un clamoroso fallimento veniva giudicata l’esperienza dei paesi socialisti. Ma, più ancora, si diffuse in quei compagni la sensazione che gli sviluppi storici mettessero in discussione la dottrina marxista, e più precisamente la funzione dirigente della classe operaia, la sua capacità di essere, nell’area capitalistica avanzata, protagonista di un reale processo rivoluzionario che partisse dalla sua condizione specifica. Cominciarono allora i discorsi sull’inevitabile integrazione della classe operaia nella logica del capitale nell’epoca della grande industrializzazione. E questi discorsi, che iniziarono da destra, dall’ala riformista riecheggiarono poi a sinistra, nelle prime avvisaglie dei gruppi minoritari che concentravano le loro speranze messianiche nel Terzo mondo. Fra quello il periodo nel quale si realizzarono per la prima volta in Italia i consumi di massa, la produzione di massa. Fu coniato il termine «neocapitalismo», ed esso venne usato come una spiegazione decisiva dell’arretramento del movimento di classe proprio nelle grandi fabbriche, e della fatale crescita di una socialdemocrazia di massa simile a quelle che da anni sono radicate in altri paesi europei. Nenni parlò allora di una «stanchezza delle masse» (e si era a pochi anni dal sessantotto!): e non di una stanchezza fisica o sindacale egli parlava, ma di una stanchezza storica, e dunque della necessità di trovare soluzioni democratiche al di fuori della funzione rivoluzionaria della classe operaia.
In quelle circostanze venne fuori anche l’idea che la società italiana potesse essere liberata dalle arretratezze attraverso un’alleanza tra classe operaia e capitale avanzato, sulla base di un’esaltazione delle virtù razionalizzatrici e progressive della tecnica e della scienza. Furono queste le posizioni assunte da Giolitti, il quale passò perciò nelle file del partito socialista prima nella sua sinistra e subito dopo nella sua destra.
Queste posizioni suscitarono nel Psi una violenta reazione e opposizione, nella quale confluirono però due tendenze diverse. Una di esse si rifaceva alla vecchia tradizione massimalista, serratiana, ed era in sostanza dominata da una concezione di fedeltà alla politica unitaria. Si trattava di una posizione sana, al cui fondo c’era un serio istinto di classe. Del resto credo che sotto questo profilo oggi s’imponga una più generale rivalutazione del massimalismo, senza che perciò si taccia sui suoi limiti e sui suoi errori. Ma era anche una posizione passiva, a rimorchio, senza prospettiva, senza un’analisi adeguata della realtà in movimento; passiva non solo rispetto al partito comunista, ma in rapporto al dibattito stesso interno al partito comunista, assai vivace in quel momento. Di qui l’accusa che l’ala riformista mosse alla sinistra, di sostenere in fondo che ai comunisti spettasse discutere e decidere, e ai socialisti seguire.
Ma nella sinistra socialista era presente e crebbe continuamente anche un altro orientamento. Questo gruppo di compagni difendeva sino in fondo la politica unitaria con i comunisti, ma non credeva che alle scelte dell’ala riformista si potesse rispondere solo con un no, nell’immobilismo, ignorando rincalzare di nuovi giganteschi problemi e le necessità del rinnovamento e di una analisi adeguata e spregiudicata.
La fedeltà non bastava; le nuove generazioni potevano riconoscersi solo in un’indicazione valida per il futuro. La stessa politica unitaria non doveva essere considerata come un’intoccabile arca santa o come un bagaglio, a volte pesante, da trascinarsi dietro per un elementare senso dell’onore; ma doveva essere una costruzione, non la giustapposizione degli schieramenti, e un rapporto vivo e creativo tra partiti e classe.
Questa componente della sinistra socialista, nel tentativo di ridefinire una posizione del partito socialista nel nostro tempo, propose quattro esigenze, collegate tra loro. La prima esigenza era quella di aggiornare l’analisi dello sviluppo capitalistico e della società italiana. Alla luce della grande espansione economica che aveva luogo in quegli anni, dello sviluppo di una produzione e di un mercato di massa, aveva ancora senso presentare il capitalismo italiano come il prodotto di una rivoluzione borghese mancata, e strozzata in fasce? Era ancora possibile fare delle sue indubbie arretratezze il terreno di lotta fondamentale ed esclusivo del movimento operaio, riducendo il suo compito a quello di realizzare la rivoluzione borghese incompiuta, di raccogliere e di portare al traguardo «le bandiere che la borghesia aveva lasciato cadere per terra»? Forzando un poco la realtà, e certo con una buona dose di schematismo, noi (di quell’orientamento faceva parte chi scrive) ponevamo in rilievo gli elementi di avanzamento e di sviluppo del sistema capitalistico italiano, l’intreccio tra le contraddizioni che derivano dalla arretratezza e quelle che derivano dallo sviluppo, e sostenevamo che occorreva accentuare e mettere in primo piano gli elementi di socialismo da introdurre nella società italiana perché risultavano proprio dalla sua trasformazione oggettiva e dal nuovo livello delle contraddizioni. Su questo terreno, ovviamente, lo scontro con la destra socialista, tutto chiuso nelle posizioni neoriformiste che ho indicato, fu durissimo e frontale; ma una discussione vivace si apri anche con il partito comunista, pur se in realtà essa si mescolò poi con un dibattito analogo che autonomamente si era aperto tra i comunisti. Al convegno dell’Istituto Gramsci del 1962 sulle tendenze del capitalismo italiano si ebbe un momento assai elevato e vivo di questo dibattito unitario, al quale peraltro la destra socialista si sottrasse sostanzialmente, proiettata com’era al rovesciamento delle alleanze e alla costruzione di un rapporto nuovo con la De.
Da questa premessa di analisi si faceva discendere il secondo tema, quello della centralità operaia. Si poneva in rilievo la grande debolezza dei partiti di sinistra nelle grandi fabbriche — che la sconfitta alla Fiat aveva, per così dire, messo a nudo — si mostrava la contraddizione tra questo fatto e i principi e la natura stessa dei comunisti e dei socialisti; e si facevano risalire le cause di questa crisi a una politica che si era lasciata «sorpassare» dallo sviluppo capitalistico, e che, tutta impegnata nello sviluppo degl'istituti di democrazia borghese, si era distaccata dalla concretezza della condizione operaia e aveva messo in ombra il ruolo dei lavoratori delle fabbriche. Di qui nasceva l’esigenza di una svolta nella strategia della sinistra, che doveva riportare al suo centro il ruolo della classe operaia, partendo dalla centralità della fabbrica nella società capitalistica; e il tentativo di individuare le condizioni e le ragioni per dare spazio a una politica di alternativa e di rinnovamento che partisse dalla condizione specifica della classe operaia. Solo cosi — ci sembrava — era possibile sconfiggere la rassegnazione dei riformisti e l’accettazione di una logica di integrazione nel sistema che si voleva fare apparire fatale e ineluttabile.
Le due prime esigenze sfociavano nella grande questione della democrazia e del suo rapporto con il socialismo. Nel momento in cui si apriva la discussione sui regimi comunisti, sull’Unione Sovietica, sui limiti di questa esperienza storica, a coloro che su questi fatti esercitavano una critica da destra, nel tentativo di ricondurre una volta per tutte il movimento operaio italiano nell’alveo esclusivo della democrazia borghese, questa parte della sinistra socialista opponeva una critica da sinistra, che ridesse spazio e fiducia a una prospettiva di democrazia socialista. Si intendeva così riproporre la funzione creativa della classe operaia, l’esigenza di lotta per una società nuova, per un nuovo livello di democrazia. Con la proposta di una strategia del controllo operaio, dell’autogoverno, della partecipazione si intendeva assumere che nuovi contenuti sociali esigono parallelamente la costruzione di un nuovo Stato, diverso organicamente dalla democrazia borghese. In questa concezione, si badi bene, non c’era affatto il rifiuto della storia precedente, la velleità di ripartire da zero: vi era anzi l’idea, molto ferma, che si dovessero recuperare tutti i valori democratici contenuti nella democrazia borghese, e non restringere in alcun modo, ma solo allargare la democrazia, rompere i limiti che al suo sviluppo erano frapposti dall’ordine proprietario. Il socialismo — si affermava — non è la giustizia che, in una semplice sommatoria, si aggiunge alla democrazia esistente; è una nuova struttura della società e quindi del potere statale, e lo sviluppo della società socialista comporta il deperimento del potere statale in nuove forme più avanzate di autogoverno.
La conclusione politica di questo ragionamento era — per ciò che riguardava la prospettiva del movimento operaio — il rifiuto di ritenere permanente e ineliminabile la divisione tra socialisti e comunisti. Se nel presente occorreva portare avanti la politica di unità nutrendola di comuni iniziative di lotta e di un aperto confronto, tutto ciò doveva servire a promuovere la riunificazione della sinistra in un unico grande partito della classe operaia, fondato sul rifiuto della socialdemocrazia e del dogmatismo. Dalla scissione di Livorno sono passati mille anni fu il titolo significativo che “Mondo nuovo”, giornale della sinistra socialista, dette a una discussione sullo stato dei rapporti tra socialisti e comunisti e sulla loro prospettiva futura: come dire che troppa acqua era passata sotto in ponti della storia, e che i partiti e le loro politiche si dovevano misurare sul presente e sul futuro, e non alla stregua delle più antiche polemiche.
Ripensando a quelle posizioni, a quel dibattito e a quella lotta, io debbo oggi riconoscere che nelle nostre tesi vi era certamente semplicismo, alcune schematizzazioni eccessive, e una sottovalutazione della necessità di condurre il movimento operaio, contro le radicate e ricorrenti tendenze del massimalismo, a farsi carico del problema dello Stato e del potere, della gestione complessiva della società italiana. Ma ritengo che l’essenza di quelle idee fosse giusta, e non solo esprimesse l’unico modo possibile di lottare contro il tentativo di inglobare la sinistra dentro la logica del sistema capitalistico e di mantenere aperta una prospettiva socialista, ma fosse poi anche una risposta assai pertinente alle inquietudini, agli interrogativi, alle nuove tendenze che emergevano dalla società italiana e che sarebbero venute in piena luce alcuni anni dopo.
A quelle posizioni è toccata una sorte contraddittoria, e per certi versi strana. Da un lato esse sembravano essere quelle di una piccola minoranza, priva di peso. Non solo la destra socialista fece muro, ma difficoltà serie sorsero in seno alla sinistra socialista, e da parte comunista, tutto sommato, le chiusure furono maggiori delle aperture, anche se in pratica solo con i comunisti riuscimmo a discutere sul serio. Nel 1961 Panzieri, con il quale avevamo appunto scritto le tesi sul controllo operaio, lasciò il Psi e la sinistra socialista: l’occasione della rottura fu il dissenso sulla possibilità di continuare il nostro discorso nell’ambito del movimento operaio organizzato. Panzieri aveva maturato una sfiducia radicale a questo riguardo, io e la maggior parte dei compagni eravamo di diverso avviso: anche se poi, naturalmente, lo sviluppo del dissenso fece venire in luce altre differenze teoriche, che riguardavano il significato ultimo da dare alla posizione inizialmente comune sulla centralità della classe operaia.
D’altra parte, invece, gli anni sessanta hanno visto una diffusione assai vasta di quelle posizioni; anzi, semmai, vi è stata una moltiplicazione delle loro interpretazioni, e in molti casi uno svisamento dei contenuti originari (e a Giorgio Amendola, con il quale avemmo ripetute e franche discussioni, debbo rimproverare d’avere troppo spesso sbrigativamente confuso in un solo fascio l’una e l’altra cosa). Dal distacco di Panzieri dal partito socialista nacquero la rivista “Quaderni rossi” e il gruppo che si raccolse attorno a lui a Torino, e che storicamente credo si possa definire la prima organizzazione della sinistra extraparlamentare, per usare una terminologia rozza ma chiara. Da quel ceppo crebbero poi molti rami e tendenze, e tutto ciò alimentò per mille rivoli l’emergere della contestazione di massa del sessantotto.
Ma nel frattempo la sinistra socialista, sconfitta per un piccolo margine all’interno del Psi, rifiutando di farsi sostegno anche indiretto della nuova socialdemocrazia unificata, si scisse e si costituì in partito, nel Psiup: e intorno al Psiup crebbe, soprattutto dopo il 1965, l’adesione di vasti strati di giovani, studenti, impiegati, operai che si riconoscevano nella politica del controllo operaio, e che rifiutavano un’interpretazione del Psiup e della sua funzione nella chiave della sola fedeltà unitaria. Non si hanno certo strumenti di misura a questo proposito, ma mi pare di poter dire che nel 1968, quando i socialisti di unità proletaria ottennero un milione e mezzo di voti alle elezioni politiche, il nerbo dei militanti attivi era in prevalenza composto di questo orientamento.
Nel bene e nel male, per i contenuti e i contributi positivi come per gli errori e per le distorsioni che si ingenerarono, il Psiup tenne a battesimo il movimento del sessantotto, lo stimolò, ne animò le prime spinte, offri i temi e le prime parole d’ordine di lotta.
L’invasione della Cecoslovacchia da parte delle truppe sovietiche e del patto di Varsavia determinò una crisi verticale del Psiup e di quella che era stata la sinistra socialista. Quell’avvenimento drammatico, che di per sé apriva una discussione di fondo sulla democrazia, sul socialismo, sui paesi del socialismo reale, fece emergere l’equivoco irrisolto della sinistra socialista, nella quale, al di sotto di posizioni di intransigenza teorica e politica e a volte di massimalismo, coabitavano tendenze cosi diverse, che andavano dal rinnovamento più spinto sino alla conservazione dogmatica. Le ambiguità, le incertezze, le indecisioni del Psiup in quella occasione determinarono una dispersione e un crollo della sua forza. Moltissimi giovani si allontanarono, i più confluendo nei movimenti estremisti che sorgevano, qualcuno persino entrando nel partito comunista — che sulla Cecoslovacchia aveva preso una posizione critica del tutto limpida, e che si stava aprendo alla tematica e alla realtà delle nuove lotte operaie — altri appartandosi dalla lotta.

Da La generazione del Sessantotto, Editori Riuniti 1979

Da una canzone dei primi del secolo. Una poesia di Franco Fortini

O vita, o vita mia,
o cuore di questo cuore,
come sono corse le nostre ore,
come lunga la via!

Se parole dico ancora, se
guardo e non so più che cosa,
la prima e l'ultima sarai pe me,
mia ansia amorosa.

da Composita solvantur, in Tutte le poesie, Mondadori 2015

Nicola Maldacea e l'invenzione della “macchietta” (Rodolfo De Angelis)



Conoscevo Rodolfo De Angelis come autore e interprete di canzoni umoristiche, tre delle quali sono – nel genere – dei gioiellini, Ma cos'è questa crisi? (parapapapapa, del 1930), Bravo bravo, ma come parla bene! (in cui taluni videro uno sfottò al Duce, analogo a quello del “Bravo bis!” del Petrolini-Nerone), e Sanzionami questo! (del 1936, dopo le sanzioni della Sociatà delle Nazioni e peculiarmente inglesi all'Italia per l'aggressione all'Etiopia del Negus). Ero anche a conoscenza di una sua attività di giornalista brillante. Perciò domenica, al mercatino del “modernariato” che si tiene a Perugia ogni ultimo weekend del mese, mi sono lasciato tentare da un suo libretto sulla storia del “café-chantant” lì esposto. Non l'ho comprato neanche tanto caro e non mi sono pentito. Contiene molte curiosità, anche grazie alla diretta conoscenza dell'ambiente da parte del De Angelis. Ne posterò diverse pagine, cominciando da questa sull'inventore della “macchietta”, il celebre Maldacea. (S.L.L.)



A Napoli teatrini sorsero in ogni palazzo gentilizio, ne’ collegi, ne’ conventi, persino nelle stanze di modeste abitazioni.
Queste feste di famiglia si dissero «periodiche» (trattenimento a giorno fìsso). Nelle famiglie nobili funzionava il buffet freddo. Dalle «mezze-calzette» frittelle e rosoli di fabbricazione casalinga. Nelle case dei poveri: «tarallucce» (piccole ciambelle) e vino.
Recitare, cantare, suonare, era per la Napoli d’allora, forse un bisogno inconscio, per dimenticare i crucci, le miserie, le asperità della cotidiana esistenza. Un sistema filosofico spicciolo per rendere la vita quella che dovrebb’es-sere: un godimento e non una espiazione.

* * *

In una di queste «periodiche» altolocate (siamo al 1891), si fa notare un canzonettista comico, che ha già affrontato il pubblico nelle compagnie del celebre «sciosciammocca» Eduardo Scarpetta e di Gennaro Pantalena.
Un «soffietto» su un giornale da parte di un giornalista che è intervenuto al trattenimento frutta al giovine una scrittura per il «Salone Margherita» a dieci lire serali. Il programma di questo «café-chantant», dopo qualche giorno, porta fra gli altri anche il suo nome: Nicola Maldacea.
Quando Maldacea apparve per la prima volta sul palcoscenico del «Salone Margherita», dove fin allora vi aveva posto piede nel ruolo di «vedette», maschile soltanto un francese: il Paulus (che le cronache ci dipingono in frak rosso, calzoni corti di raso nero e scarpe di coppale con fibbie, avvertendoci inoltre che egli eseguiva inappuntabilmente canzoni patriottiche (à), il repertorio era ancora quello delle «periodiche». Il successo fu pronto e cordiale. Ma, don Nicolino (e qui sta il suo grande merito) si accorse ben presto di essere molto meno comico di quegli «habitués» che lo acclamavano; tutti nobiloni dai nomi ingombranti e roboanti, affetti da podagra e da tic nervoso, che ai tanti spassi con i quali allietavano la loro futile e inutile esistenza, avevano aggiunto ora quello d «café-chantant». E, con l’ausilio di poeti umoristici e musici bizzarri, ne volle diventare lo specchio. Nacque cosi quel genere che fu detto della «Macchietta», e la proverbialità del Maldacea, che i manifesti indicavano dopo l'affermazione, quale «comico satirico-sociale». Una delle prime di queste «macchiette», dovuta alla «verve» di Ferdinando Russo e musicata da Vincenzo Valente satireggiava appunto un «viveur». In essa è riflessa, sia pure in tono caricaturale, la vita che effettivamente conducevano a quell’epoca, come dire?, i «conservatori», i possessori di blasoni e di terre e di tutti quei privilegi sanciti dal cosiddetto «codice civile», in omaggio e in difesa dei diritti precostituiti. S'intitola:

L’ELEGANTE
La sera rado al circolo
il giorno a via Caracciolo,
sono il conte Mammocciolo
y de Cavaturacciolo.
Non bado, sa, allo spicciolo,
mille, duemila, che!...
Sono sciocchezze, inezie!
Oh! ciao, addio, Marché!...

La caricatura di questi dorati fannulloni, più che nelle parole della canzonetta, era nell’abbigliamento e nella mimetica del canzonettista. Pensate un po’ a un tipo che vi apparisse dinnanzi impettito, il passo cauto, gli occhi esprimenti sufficienza e il naso insopportabilità; in capo una mezza tuba color cenere, soprabito dieci centimetri più corto della sottostante «redingote», pantaloni a quadri, fiore bianco all’occhiello, monocolo provvisto di fettuccia di seta nera, guanti giallo-canarino e canna con pomo dorato.

* * *

Trovata la formula, tutta una galleria di tipi fu presentata al pubblico dal comico «satirico sociale», in garbate caricature; dal deputato allo spazzino, dal «camorrista» al «mezzano», dal reduce delle Patrie battaglie al maldicente, dal tenentino conquistatore al vetturino cicerone, dal pompiere di teatro alla «cocotte» intellettuale. Ma anche le nuove idee, i nuovi ritrovati della scienza, della tecnica, diventavano oggetto di satira. Le «macchiette», alla lettura oggi, riflettono quello che era allora il gusto del pubblico che frequentava i «café-chantant»: la pornografia. Doppio senso, scurrilità e salacità, infioravano questi brevi componimenti. Gli è che forse, gli altri pregi non sarebbero bastati a promuovere l’ilarità degli spettatori che andavano in quei luoghi più con disposizioni erotiche che con ansie di divertimento..

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Al successo del nuovo genere contribuirono poeti e scrittori. Da Salvatore di Giacomo a Trilussa da Ferdinando Russo a Ernesto Murolo, da Rocco Galdieri a Ugo Ricci, da Carlo Veneziani a Giovanni Capurro, da Eduardo Nicolardi a Mimì Albin; e musicisti come Mano Costa, Eduardo di Capua (l’autore di «’O Sole mio!») Giuseppe Di Gregorio, Francesco Dongiovanni; nonché, per la massima parte, quel Vincenzo Valente che seppe in quel genere creare piccoli capolavori d’umorismo musicale.
Anche allora, il «distinguo» fra socialisti e collettivisti (così si dicevano i comunisti), era in disputa. Maldacea calca sul capo un cappello a larghe tese, annoda al collo una svolazzante cravatta rossa, appiccica al viso mustacchi e pizzo, e avanza alla ribalta:

IL «COLLETTIVISTA»
Forzosamente vogliono
chiamarmi Socialista!
Non san quel che si dicono,
io son Collettivista,
cioè sono discepolo
di Marx, genio immortale!
Ed ho studiato “funditus”,
e adoro il Capitale.

Ah! il tuo non è più tuo;
il mio non è più mio;
se producete voi,
debbo produrre anch’io?
Avete dei risparmi? /
Embé, mettite ccà...
Bisogna riconoscere
la Collettività!

E, più innanzi, sul libero amore:

L’amor dev’esser libero,
vi ha dritto ogni persona...
Non posso morir tisico
se tua sorella è bbona!

Qui c’entra il Procuratore del Re non come integerrimo magistrato e tutore della legge, bensì come autore della poesiola. Si chiamava Giuseppe Lustig; e, pur celandosi sotto varii pseudonimi, gradiva molto si sapesse di questo suo diletto.

* * *

Posatori del calibro di Gabriele D’Annunzio non sfuggirono alla caricatura maldaceiana; e fu ancora il Lustig, quando la teoria nietzschiana del superuomo parve si attagliasse al vate d’Abruzzo, a fornire il componimento che s’intitolò, appunto:

IL SUPERUOMO
Signori, io non son uomo, nè sono un gentiluomo,
nè sono un galantuomo, io sono un superuomo!
Perchè nel protoplasma del padre mio che fu
Del tipo antropologico c’era qualcosa in più!

E, dopo la enumerazione delle più importanti facoltà, concludeva :

E pur! non mi conoscono, perché?... perché, si sa,
il superuomo sdegna la popolarità!

* * *

Immaginarsi la sera che al «Salone Margherita» di Roma (gemello di quello di Napoli, e gestito dagli stessi proprietari) il cav. Gabriele D’Annunzio, prese posto in una poltrona di prima fila per godersi la satira! Dovett’essere tale il successo personale (di lui D’Annunzio, si capisce), che dopo qualche sera Maldacea fu invitato con cortese biglietto del poeta, a replicare la « macchietta ».

* * *

Le precipue doti di don Nicolino furono: la fissità comica dei suoi atteggiamenti, il porgere composto e signorile, una dizione pastosa e intelligente, la scrupolosità del trucco, il senso della caricatura, la cura dei particolari.
Il suo nome, salito ai fastigi della celebrità, costituiva per gli impresari il più sicuro richiamo. Durante le sue apparizioni al «Margherita» il manifesto giornaliero, anziché elencare i molti numeri del programma, se la sbrigava con tre parole :

QUESTA SERA MALDACEA

Fu e restò in quel genere un capo-scuola. A lui spetta la qualifica di capostipite della famiglia dei comici del varietà. Guadagnò molto, relativamente a quei tempi, ma la disposizione a costituire varie famiglie, e il gioco del lotto (passione e speranza di ogni buon napoletano), lo ridussero nell’età tarda a comparire in qualche film in parti secondarie, per modo che quando lasciò questa terra (un anno prima della fine del conflitto mondiale N. 2, nessun notaio ebbe a scomodarsi.

Storia del café-chantant, Il balcone, Milano, 1946



“Ci vuole orecchio”. Il fascista Salvini e la nuova Resistenza. Una lettera al “Fatto” di Tomaso Montanari.

Tomaso Montanari

Caro direttore,
Roberto Saviano ha invitato a rompere il silenzio sulla politica e la retorica sostanzialmente fasciste di Matteo Salvini. Ho dedicato un piccolo libro (Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’Italia senza verità, Edizioni del Gruppo Abele) al dovere di – sono parole di Bobbio – non lasciare il monopolio della verità a chi ha già il monopolio della forza: e lì ho indicato proprio in Saviano uno dei non molti intellettuali liberi, e disposti a schierarsi. Su Salvini, poi, ho preso la parola in ogni sede: scrivendo, tra l’altro, la prefazione al libro che Antonello Caporale e Paper First hanno dedicato al “ministro della paura”.
Ma rompere il silenzio non basta. Racconta Emilio Lussu di un comizio in cui, quando un ascoltatore reclamò: “voce!”, si sentì rispondere: “orecchio!”. Per battere questa destra orrenda serve più orecchio che voce. Ci vuole ascolto, per capire perché (oltre al tessuto ricco, e talvolta razzista, del Nord che da anni si riconosce nel potere della Lega) anche i poveri, gli ultimi, gli “scartati ” (come li chiama papa Francesco) hanno votato in massa per le forze che si sono saldate in questo governo. E perché, nonostante tutto, continuano a sostenerle.
Se non lo capiamo, rischiamo di maledire un sintomo (Salvini) senza curare la malattia. È un problema di credibilità, certo: nessuna voce contro Salvini è sincera se non ha detto, o non dice, che Marco Minniti ha fatto di peggio, anche se lontano dalle telecamere. O se non dice che il Dario Nardella che si fa riprendere mentre spiana con le ruspe un campo rom a Firenze è un sintomo della stessa malattia. E così via.
Ma c’è qualcosa di terribilmente più profondo. Come si fa a chiedere agli italiani sommersi e sfruttati di stringersi intorno ai valori della Costituzione proprio mentre Sergio Mattarella, massimo garante della Carta e del suo primo articolo, si genuflette di fronte a un Sergio Marchionne? Questi è stato un formidabile campione della anti-costituzione materiale per cui lavoro e diritti non sono compatibili: se vuoi il primo, devi rinunciare ai secondi. Come si fa a non vedere che tra la canonizzazione di Marchionne e il consenso a Salvini c’è un nesso strettissimo?
Come possiamo pensare che gli italiani in difficoltà ascoltino i nostri appelli antifascisti se essi sono sostenuti dallo stesso establishment che esalta Marchionne, il quale non ha voluto restituire all’Italia, e a ciò che resta del suo stato sociale, nemmeno i soldi delle tasse sul proprio gigantesco patrimonio? Come sperare che vengano ascoltati giornali e partiti nei quali Marchionne è esaltato come un super-uomo, in vita e in morte lontano anni luce dai sotto-uomini che muoiono sul lavoro, il corpo oscenamente sfranto in pubblico, o affogano aggrappati al relitto di una barca, sotto l’occhio delle telecamere?
Tutto l’establishment che chiama al conflitto contro Salvini è quello che diceva e dice che non è possibile alcun conflitto sociale: che è invece lo strumento per creare giustizia sociale, ed è stato disinnescato proprio dal Partito Democratico e dai suoi sostenitori. Quando Salvini dice “prima gli italiani”, nessuna risposta è credibile se non afferma la necessità di un conflitto invece “tra gli italiani”: tra i poveri e i ricchi, che “non vogliono le stesse cose” (Tony Judt). Alla sinistra dei politici, professori, giornalisti paghi di appartenere alla ristretta cerchia dei salvati, disinteressati a cambiare il mondo e capaci solo di parlare di “austerità” e “responsabilità”, è subentrata una destra con una visione terribile e propagandistica, sanguinosa e fasulla. Salvini sa benissimo che non potrà cambiare in meglio la vita degli italiani: ed è per questo che accende la miccia della caccia al nero.
Ma nessuna risposta capace di erodere questo disperato consenso può fermarsi alla proclamazione delle ragioni dell’umanità. Carlo Smuraglia ha di recente ricordato che “ben pochi giovani sarebbero stati disposti a prendere le armi e a cacciare i fascisti solo per tornare allo Statuto albertino: quello in cui il sovrano concedeva, di sua iniziativa, i diritti al popolo”.
Ebbene, davvero pensiamo di convincere gli italiani a una nuova (e ovviamente diversa) resistenza, solo per tornare all’Italia del Pd (e che sia il Pd di Renzi o Zingaretti davvero poco cambia), dell’inutile e distruttivo Tav, del Jobs Act, e di tutto il resto?
Bisogna saper vedere, e saper dire, che Salvini è il sintomo terribile, e finale, della malattia che ha devastato questo Paese anche “grazie” a ciò che chiamavamo “sinistra”. Bisogna saper indicare un’altra strada per costruire giustizia, eguaglianza, inclusione.
Rompiamo il silenzio con tutta la forza che abbiamo, d’accordo: ma, per capire cosa davvero dobbiamo dire, bisogna prima saper ascoltare il Paese. Mai come oggi “ci vuole orecchio”.

“Il Fatto quotidiano”, 30 luglio 2018

Orrori giudiziari. I ciarlatani della scienza e la medicina in tribunale (Arnaldo Benini)

Luigi Di Bella

Alla fine degli anni ’90 l’industria Sandoz di Basilea, confluita poi nella Novartis, spedì a tutti i medici svizzeri (non so se anche ai medici in Italia) un messaggio per informarli che il suo medicamento Somatostatina era efficace solo contro il tumore benigno dell’ipofisi, che produce in eccesso l’ormone della crescita, e contro i carcinoidi dell’intestino. Malattie rare.
Il messaggio, senza riferimento al medico Luigi Di Bella, che imperversava in Italia con la terapia di tutti i tumori maligni con Somatostatina, era un ammonimento e una esplicita presa di distanza. Un gesto saggio della Sandoz, che in Italia non fece effetto. Nel 1996 la Commissione Oncologica Italiana aveva dichiarato la cura Di Bella inefficace. Ciononostante, a furor di popolo e per imposizioni di magistrati ordinari e amministrativi, la cura era libera e praticata in alcuni ospedali pubblici. La reazione negativa di oncologi e scienziati fu forte, ma non unanime.
Il famoso oncologo Umberto Veronesi, sollecitato dai colleghi ad esprimere un parere che avrebbe avuto molto peso, scelse di tacere. Il silenzio fu interpretato come tacito consenso. Una commissione internazionale di oncologi confermò l’inefficacia completa della cura e documentò che parecchi pazienti, morti durante il trattamento, avrebbero vissuto più a lungo con la chemio e radioterapia.
Il libro dell’avvocato romano Luca Simonetti, (La scienza in tribunale. Dai vaccini agli Ogm, da Di Bella al terremoto dell’Aquila: una storia italiana di orrori legali e giudiziari, Fandango, Roma) esamina in ogni dettaglio cantonate e incertezze della Magistratura in vicende di valutazioni scientifiche, non solo mediche. Inizia con la vicenda Di Bella, rievocando la prassi, esclusivamente italiana, secondo la quale magistrati avevano l’ultima parola su eventi, come malattie e cure, che richiedevano conoscenze che non avevano. Di Bella ebbe campo libero a lungo.
Per Simonetti il ciarlatano, «è un personaggio che [...] si presenta sempre come portatore di un segreto: una scoperta [...] che rifiuta [...] di sottoporre all’esame e al controllo» della comunità scientifica. Di Bella e il farmacista Davide Vannoni con le cellule staminali (altra tragedia con aspetti allucinanti, anch’essa minutamente trattata nel libro), sono fra i ciarlatani italiani più famosi. Della libertà e protezione che Vannoni ha goduto di praticare in ospedali pubblici, si è occupata, incredula e sgomenta, la stampa scientifica internazionale. La credulità e la disperazione in cui cadono molti dei colpiti da un tumore maligno impongono alle istituzioni di proteggerli dagli imbroglioni, anziché proteggere la malapratica.
In Svizzera, Germania e Austria trova consenso la Neue Germanische Medizin del ciarlatano di turno, il medico tedesco Ryke Geerd Hamer. I tumori maligni, secondo lui, sarebbero causati da un trauma psicologico, e quindi l’unica cura è psicologica e con medicamenti naturali. Nel 2016 c’è stata una vittima anche in Italia, una diciottenne morta di leucemia. I genitori, seguaci di Hamer, rifiutarono la chemioterapia, ritenuta inutile e dannosa. La Magistratura di Padova ha assolto ora i genitori, che il pubblico ministero aveva inviato a giudizio per aver sottratto la figlia alla chemioterapia, che avrebbe forse potuto guarirla. L’accusa era omicidio colposo. La motivazione dell’assoluzione è di un’insigne sprovvedutezza: credere nella scienza non è obbligatorio. La libertà di pensiero vale per l’autodeterminazione delle terapie. La giovane era convinta, su istigazione dei genitori, di sopravvivere solo con le demenzialità di Hamer. La compassione per genitori che hanno perduto una figlia non può e non deve far dimenticare che essa è morta per la loro irragionevolezza.
È la stessa stortura giudiziaria che, in nome della libertà di scelta, protegge, contro la legge, il rifiuto delle vaccinazioni, di cui il libro parla a lungo. Nel 1998 il prestigioso periodico medico “The Lancet” pubblicò uno dei falsi più clamorosi della letteratura scientifica, l’articolo dell’inglese Andrew Wakefield e 12 collaboratori sulle conseguenze delle vaccinazioni contro morbillo, parotite e rosolia. In 8 di 12 bambini le vaccinazioni avrebbero provocato gravi disturbi intestinali e modificato carattere e comportamento nel senso dell’autismo. L’articolo causò il rifiuto delle vaccinazioni in tutto il mondo. Il lavoro di Wakefield era un falso. Nel 2010 a Wakefield fu ritirata la licenza di praticare in Inghilterra. Non esiste rapporto causale fra vaccini e autismo. Sentenze italiane, in un confuso vortice di perizie e controperizie, di cui il libro riporta diversi esempi, sostengono invece il principio della «ragionevole probabilità» del rapporto causale. Un rapporto causale si deve dimostrare, non affermare a lume di naso. Il rischio grave, anche mortale, della mancata vaccinazione è il morbillo.
Gli altri “orrori” giudiziari trattati nel libro sono: la condanna di 7 geologi per omicidio colposo della Corte d’Assise dell’Aquila per non aver previsto il terremoto del 6 aprile 2009, assolti (tranne uno) in Corte d’Appello e dalla Corte di Cassazione perché un terremoto e la sua magnitudo non sono prevedibili; la condanna, a livello politico, degli OGM (organismi geneticamente modificati) e la vicenda, ancora aperta, del disseccamento degli ulivi in Puglia. Fare il giudice è gravoso. In ogni campo della scienza ci sono esperti seri per aiutare i magistrati ad evitare errori. Occorre scegliere le persone giuste e non fidarsi troppo di sé stessi.

"Il Sole 24 Ore - Domenica", 26 marzo 2018

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