
Venerdì sera su Rai3, prima del tempo per via dello sciopero dei tg, la trasmissione di Lucarelli su Salvatore Giuliano. Bella e rigorosa come sono in genere le trasmissioni di Lucarelli: ritmo incalzante, informazioni attendibili, testimonianze autorevoli e soprattutto la capacità di centrare l’attenzione sulle domande più inquietanti, quelle che spingono il telespettatore a non contentarsi della pappa pronta che qualcuno ammannisce ed a cercare ancora, magari per proprio conto. Così, ad esempio, su Portella della Ginestra, sulla dinamica dei fatti, sulla inattendibilità delle versioni ufficiali, sui mandanti, sui complici: un mistero certo, ma un mistero su cui si sono aperti alcuni squarci. Così sulla morte del bandito su cui si accavallarono diverse (e tutte incredibili) “versioni ufficiali” e su cui opportunamente Lucarelli cita un celebre articolo di Tommaso Besozzi su “L’Europeo”: Di sicuro c’è solo che è morto.
Alcuni aspetti della vicenda mi pare siano stati colti in maniera originale: la costruzione del “mito” cui lo stesso Giuliano con coraggio e intelligenza coopera, il ruolo della stampa nella sua fabbricazione, l’utilizzazione spregiudicata che diversi potentati fanno sia dell’uomo che del mito. C’è anche il tradimento finale. E poi la fine, drammatica, del traditore, quel Gaspare Pisciotta cugino e luogotenente del bandito che al processo di Viterbo gridò: “Siamo un corpo solo, banditi, polizia e mafia, come il Padre, il Figlio e lo Spirito santo”.
L’immagine poliedrica di Giuliano (il vendicatore dei poveri contro la “sbirraglia”, il combattente per la libertà e l’indipendenza della Sicilia, il fuorilegge galante e gentiluomo, il Robin Hood che toglie ai ricchi per dare agli indigenti) e la sua biografia romanzata diventano tema di lunghe ballate. Erano in molti i cantastorie siciliani che avevano in repertorio una “vera storia di Turiddu Giulianu” (ciascuno la sua), la più bella e la più celebre fu quella del grande Ciccio Busacca (Turiddu ca nun c’era abituatu ni li muntagni a fari lu banditu), piena di episodi sorprendenti. Su Giuliano, eroe locale rimasto emblematico di una subcultura popolare usata ed emarginata dai potenti, non vennero film italiani del genere avventuroso: solo l’asciutto (e bellissimo) Salvatore Giuliano di Rosi, un capolavoro della cinematografia impegnata e civile.

P.S. Per un approfondimento su Jesse James si veda il post immediatamente seguente
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