

7 novembre 1967
Quando cinque o sei anni fa, ebbi occasione di parlare per la prima volta con Sklovskij, fra le memorabili storie che mi volle raccontare, una rammento meglio delle altre: Majakovskij, poco prima della sua morte, avrebbe lasciato a un fioraio una somma in denaro e una quantità di biglietti scritti di suo pugno perché ogni anno, alla ricorrenza di un medesimo giorno, una donna da lui molto amata continuasse ad avere notizie del poeta. Cosa che sarebbe puntualmente avvenuta dopo il colpo di rivoltella del 1930.
L’aneddoto mi colpì perché cosi poco somigliava alla figura convenzionale di Majakovskij e tanto, invece, a una sua meno visibile e profonda. E oggi m’è occorso di pensare che quella stagione della cultura rivoluzionaria, anzi di quella rivoluzione, sia davvero morta; si sia suicidata, o sia stata suicidata come Majakovskij. Forse in quel medesimo momento. Ma seguiti a mandarci, di anno in anno, per tutta la nostra vita, al ritmo degli anniversari, i suoi fiori, la memoria dell’amore che la mosse e i suoi autografi innumerevoli, perché in un nuovo amore noi meglio si sia capaci di riconoscere la verità di quello scomparso; e di intenderne il senso.
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