3.6.16

Quando la Silicon Valley batteva bandiera sovietica (Gabriele Catania)

Ricercatori del MESM nel 1951
Se le cose fossero andate diversamente, forse oggi il mondo della tecnologia non parlerebbe inglese ma russo. Bill Gates si sarebbe specializzato all’Istituto di Cibernetica di Kiev, e Steve Jobs avrebbe sognato di iscriversi a un campus universitario in Siberia. Alla fine degli anni ’60 la misconosciuta scienza informatica sovietica sembrò sul punto di rivoluzionare non solo l’apparato tecnologico russo, ma persino i meccanismi dell’economia pianificata.
Dopo la Seconda guerra mondiale l’Unione Sovietica aveva conquistato non solo un impero, ma una posizione molto avanzata a livello scientifico e tecnologico. Il Paese era da ricostruire, ma nel 1949 esplodeva la bomba atomica sovietica, e l’anno dopo, alla periferia di Kiev, iniziava a funzionare il primo calcolatore elettronico dell’Europa continentale: il Mesm. Come i celebri cervelloni americani, anche il Mesm era un colosso di 6 mila valvole lungo otto-dieci metri e alto due. Responsabile del progetto era Sergei Alekseevich Lebedev, ingegnere visionario convito che i computer sarebbero presto diventati «importanti quanto l’energia nucleare».
Al regime stalinista i calcolatori elettronici non piacevano. La logica era appannaggio dei lavoratori umani, non delle macchine, e non si poteva asservire il proletariato a quella che era, in sintesi, una perversione tecnologica borghese. La morte di Stalin, e l’arrivo al potere del tecno-entusiasta Nikita Chruscev, spalancò la strada allo sviluppo della scienza informatica sovietica. Il Mesm divenne presto una star: risolveva problemi sulla progettazione della bomba all’idrogeno, il lancio di missili e le orbite dei satelliti.
Dopo il Mesm Lebedev si trasferì a Mosca, dedicandosi ai Besm, computer mainframe che negli anni seguenti avrebbero contribuito in maniera decisiva alla conquista dello spazio (nel 1975, in occasione del progetto di cooperazione americano-sovietica Apollo-Soyuz, il Besm 6 batté in velocità i computer statunitensi). Furono anni di grande eccitazione per gli informatici sovietici. Gli americani rimasero stupefatti dai progressi russi, e al presidente John F. Kennedy arrivarono preoccupatissimi memorandum sull’«assoluto impegno sovietico nella scienza cibernetica».
Fu in quegli anni, come racconta magnificamente Francis Spufford nel suo saggio-romanzo L’ultima favola russa (484 pagine, Bollati Boringhieri), che si valutò sul serio l’ipotesi di migliorare con i computer il sistema dei prezzi dell’economia centralizzata sovietica. In fondo era stato Chruscev in persona a invocare un maggior ruolo della cibernetica nella produzione industriale, nella gestione dell’economia e nell’amministrazione dello Stato.
Alcuni scienziati della gloriosa Armata Rossa arrivarono persino a proporre la creazione di una rete cibernetica per lo scambio di informazioni. Un network accessibile non solo ai militari, ma anche ai civili.
Uno dei paladini delle riforme cibernetiche era il pioniere Victor Glushkov. Grazie a lui e ai suoi allievi, nella seconda metà degli anni Sessanta fecero la loro apparizione i Mir. Si trattava dei primi personal computer sovietici, così avanzati da far dire al grande informatico Andrey Petrovych Ershov che se Glushkov avesse continuato a progettarli, l’Urss si sarebbe ritrovata con i migliori pc al mondo.
Nel 1969 il Cremlino commise però uno dei maggiori errori della storia della tecnologia sovietica. Ordinò l’alt alla scienza informatica, colpevole di troppa autonomia e ambiguità ideologica. Del resto Chruscev era stato deposto cinque anni prima, e la nuova nomenklatura aveva obiettivi più concreti da perseguire. Una volta tanto, bisognava guardare agli Stati Uniti, e per la precisione alla tecnologia Ibm.
Copiare il Big Blue fece perdere anni preziosi agli informatici sovietici. Che, nell’affannoso tentativo di imitare gli americani, persero sul serio il treno dell’innovazione. Alla fine degli anni Ottanta l’informatica sovietica era la pallida ombra di se stessa. Certo, il nuovo signore del Cremlino, Michail Gorbacev, caldeggiava ogni tipo di innovazione tecnologica. Il tempo a disposizione però era scaduto. Oggi quel che resta del grande sogno informatico sovietico è Tetris. Videogame inventato nel 1984 da un ricercatore russo, Alexey Pazitnov, che amava il tennis e i rompicapo.


Pagina 99, 7 maggio 2016

Pornosesso solidale (Pietro Pruneddu)

La pornostar Michelle Ferrari in un abbigliamento castigato
Primavera del 1963. In coda al suo secondo album, The Freewheelin, Bob Dylan inserisce la scanzonata I Shall be Free. In una strofa racconta un’ipotetica telefonata in cui il presidente Kennedy gli chiede consigli su come far crescere gli Usa. «My friend John», risponde il cantautore, «Brigitte Bardot, Anita Ekberg, Sophia Loren. Il Paese crescerà». Il suggerimento dylaniano per la Nuova Frontiera era, tra le righe, un’erezione collettiva, un’eccitazione di massa, trasformare i sogni erotici in business.
Gli Stati Uniti sono diventati nei decenni seguenti la più florida industria pornografica del pianeta. I ricavi annuali del settore oscillano intorno ai 13 miliardi di dollari nei soli States, più di quanto fatturi Hollywood, più di quanto valgano la musica dal vivo e lo sport professionistico messi assieme. Non è così strano, quindi, che a diverse persone sia venuto in mente che una fetta di questa enorme torta, forse, potrebbe essere destinata alla beneficenza. Il porn for charity è un fenomeno sfaccettato: numerose le iniziative per reperire fondi per nobili cause, tantissimi i rifiuti delle associazioni che non accettano la provenienza di questi soldi o di vedere il proprio logo accostato a corpi nudi e materiale pornografico.
Uno dei modelli ideati è quello di Hump the Bundle, un sito che vende lotti di foto e video hard lasciando la possibilità all’utente di scegliere che percentuale del prezzo destinare in beneficenza. «Vendere porno al giorno d’oggi è difficile perché si trova gratis ovunque», ha spiegato il ceo del progetto che si cela dietro lo pseudonimo di Humpty Leftnut. «Ma la cosa più complicata è far accettare ai beneficiari i soldi provenienti da materiale per adulti. Hanno paura di perdere i loro grandi donatori». La pornostar (ed ex ingegnere aerospaziale) Mercedes Carrera ha invece lanciato Porn Charity, mescolando filantropia, diritto all’istruzione e performance sessuali. Insieme a cinque colleghe attrici si è esibita via webcam su una piattaforma streaming e tutto il denaro ricavato (11 mila dollari in due settimane) è stato devoluto a una borsa di studio Stem, destinata agli studenti di prestigiosi atenei scientifici statunitensi che non possono permettersi le esorbitanti tasse universitarie. «Accetterei i soldi da Hitler in persona, se servissero per qualcosa in cui credo», ha commentato Carrera per difendere la sua iniziativa.
L’ufficio marketing più geniale del settore è senz’altro quello del colosso PornHub. Lo scorso 13 febbraio, in occasione del World Whale Day, la Giornata mondiale delle balene, il sito ha annunciato la campagna Save the Whales. Nelle successive due settimane, per ogni 2 mila video visti ha devoluto 1 centesimo alla Moclips Cetological Society, un’associazione senza fini di lucro che tutela i cetacei. La cifra raccolta ha superato i 26 mila dollari. Qualche anno fa, lanciarono invece Save The Boobs, un cent per ogni 30 visualizzazioni nelle categorie “big-tits” e “small-tits”. Fu un successo, ma il destinatario scelto a fine iniziativa, la fondazione Susan G. Komen per la lotta al cancro al seno, rifiutò i 30 mila dollari raccolti dalla piattaforma porno. A PornHub si deve anche l’idea di piantare un albero ogni cento video visti in una specifica sezione del sito. Ne furono piantati 15 mila.
Sul versante del porno dal cuore ecologico ecco anche Fuck for Forest, gruppo berlinese che vende film sul proprio sito o si esibisce live in performance pubbliche. Il ricavato va alle popolazioni indigene delle foreste sudamericane per aiutarle a salvaguardare flora e fauna di quegli ecosistemi. La ong dal 2004 ha raccolto 100 mila dollari, ma molte organizzazioni (tra cui Rainforest Foundation Norway) hanno rifiutato le loro donazioni. In Giappone ha invece avuto buon riscontro la Boob Aid, iniziativa in cui alcune porno-dive hanno accettato una palpata al seno in cambio di una donazione benefica a favore della ricerca contro l’Aids. In 24 ore hanno portato a casa 4 milioni yen (30 mila euro).
In Italia il fenomeno è quasi inesistente. L’unico esperimento di un certo rilievo risale ad alcuni anni fa, quando due intraprendenti trentenni hanno lanciato un crowdfunding per creare Come4, una piattaforma no profit dove gli utenti potevano caricare contenuti erotici amatoriali da condividere con gli iscritti. I ricavi di pubblicità e banner andavano a cause benefiche. La raccolta fondi per creare il sito permise di ottenere 15 mila euro. La campagna pubblicitaria aveva dei claim basati su doppi sensi notevoli come: «Cosa faccio per il bene del mondo? Una sega». Il progetto però, spiega uno dei fondatori, al momento è congelato e attualmente Come4 non esiste più, ma il sito è ancora online e chiede ai visitatori di aiutarli a far partire insieme la rivoluzione del porno. «I tentativi sono pochi perché il nostro è un settore ghettizzato», spiega a “pagina99” la pornostar Michelle Ferrari, una delle attrici hard più importanti del panorama italiano. «Sembra che ci siamo macchiati di chissà quale reato, dobbiamo pagare le tasse ma non ci è permesso di fare beneficenza. Tante ragazze partecipano a eventi di solidarietà per mostrare che il porno può fare del bene sociale, ma la buona volontà viene spesso delusa perché qualcuno ha paura di sporcarsi il nome ricevendo soldi da questo mondo».
Varie organizzazioni e onlus contattate in merito spiegano però di non conoscere questa particolare forma di fundraising e di non aver mai ricevuto proposte in tal senso. Alcune hanno specificato che, in ogni caso, nemmeno le accetterebbero. «In Italia è una modalità poco diffusa», spiega l’ufficio stampa di un’importante associazione animalista che ha chiesto di restare anonima. «Il tema suscita curiosità e ritrosia, ma fa fatica a uscire dal tabù per i retaggi culturali. Non abbiamo pregiudiziali sul porno, ma non sarebbe comunque nel nostro stile».
Una delle poche iniziative solidali nel settore, decisamente più casta degli esempi americani, è l’Hot Star Team, una sorta di nazionale di attori e attrici del cinema per adulti, che viene invitata a partite benefiche di calcio e calcetto. Ma anche in questo caso i precedenti sono poco incoraggianti: qualche anno fa l’ospedale pediatrico Gaslini di Genova declinò i 3 mila euro raccolti. Il solo possibile accostamento tra pornografia e beneficenza è considerato al limite del controverso. Una parziale eccezione è rappresentata da Rocco Siffredi, testimonial di alcune aste nel sito Charity Stars, piattaforma che mette in palio oggetti appartenenti a vip o la possibilità di incontrarli di persona, per raccogliere fondi destinati interamente a cause solidali. Un utente ha rilanciato fino a 1.500 euro per una cena con l’attore, altri si sono aggiudicati alcuni oggetti da lui usati durante l’Isola dei Famosi per poche decine di euro, che son serviti ad aiutare un’associazione di volontariato per il soccorso sanitario. Insomma, niente che possa lontanamente rimandare al mondo del porno. Per tante realtà, però, il 5 per mille non basta e un aiuto di questo tipo potrebbe risultare utile. Eppure beneficenza e porno ancora non riescono a piacersi. Sembra proprio come cantava Venditti: non c’è sesso e non c’è amore.


Pagina 99, 14 maggio 2016

2.6.16

Un durantino a Perugia. Ritratto di Cristiano Piccolpasso (Pietro Scarpellini)

Pietro Scarpellini
Di Pietro Scarpellini ogni tanto qualcuno si ricorda: una targa, un articolo, una citazione. In più di un caso si tratta di “indebita appropriazione”. Tale mi pare, per esempio, quella messa in atto nella commemorazione fatta a novembre da “Italia Nostra”, la cui sezione perugina egli aveva fondato e a lungo diretto. A ricordarlo erano i suoi successori: un avvocato che ha usato le sue benemerenze ambientaliste e protezioniste per diventare vicesindaco e che, da vicesindaco, si distingue soprattutto per aver esasperato la privatizzazione e il degrado degli spazi civici del centro cittadino, ove ormai non è più possibile un tranquillo passeggiare data l'invasione permanente dei tavolini e quella semipermanente dei baracconi; un architetto che di fronte a tutto ciò (e a molto altro) balbetta. 
Altra tempra Scarpellini, che non fu solo un difensore strenuo e disinteressato della bellezza e del bene comune di fronte a cementificazioni e mercantilismi, ma fu grande studioso dell'arte italiana e scrittore dalle doti non comuni. 
Ne è testimonianza la raccolta (in digitale) dei suoi articoli su “Il Mondo” e su “Il Ponte”, curata nel 2012 dalla deputazione perugina di storia patria, dei quali m'è accaduto di scrivere su “micropolis” (di cui fu collaboratore assiduo nell'ultimo tratto della sua bella vita). Si tratta, in generale, di scritti civili, collegati a battaglie che l'intellettuale Scarpellini sentiva di dover fare o di scritti “professionali”,cioè di interventi su temi d'attualità o recensioni di libri e di mostre da parte dello studioso. 
Quella che segue è però, nonostante l'apparenza della recensione, una pagina diversa, di alta letteratura illuministica, non dissimile da quelle che, con lo stesso tono basso e senza tromboni, usava riempire Leonardo Sciascia, quando – da erudito – si dedicava a figure del passato, ai più semisconosciute. Nel testo di Scarpellini sul volume recensito (il Ritratto dell'Umbria di Cristiano Piccolpasso, edito in quel 1965 dall'Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell'Arte) si danno informazioni attendibili e utili, ma ancora di più viene costruito con affetto, ironia e grazia il ritratto del suo autore, che ne risulta figura interessante e simpatica. Ne scaturisce senza pedanteria una lezione etica, l'etica della libertà. Il tutto in un magnifico eloquio, aulico e leggibilissimo, nel quale non manca quello scarto dall'ordinario che fa di un artista un artista. Grande Scarpellini. (S.L.L.)
La Chiesa di S.Angelo della Pace a Porta Sole
Il nome del gentiluomo durantino Cipriano Piccolpasso è rimasto fin oggi legato ad una operetta di notevole risonanza nel campo degli studi sulla ceramica. I Tre libri dell’Arte del vasajo nei quali egli descrisse i procedimenti delle officine cinquecentesche con particolare riguardo per quelle della graziosa Castel Durante, oggi Urbania, che fu la sua patria, sono stati più volte pubblicati, studiati e commentati in questi ultimi due secoli. Tuttavia il Piccolpasso, se pur intrattenne qualche diretto rapporto con la tradizione del paese, mettendo forse a profitto dei ceramisti la sua abilità nel disegno e fornendo loro modelli, non fu un uomo del mestiere. Ed anzi nella prefazione del suo trattato (scritto intorno al 1548 quando era sui ventiquattro anni) egli confessa di essere sostanzialmente un profano; mentre alla fine del secondo libro dichiara di aver preso la penna soprattutto con l’intenzione di cercare un diversivo ai pensieri ed alle pene d’amore. Ove forse altro non è da vedere se non un vezzo letterario per ingentilire e nobilitare il soggetto.
Ma le aspirazioni di Cipriano dovevano andare ben oltre un’esistenza tranquilla tra i figulinei in riva al Metauro, tra i negozi dell’amministrazione locale e qualche sfizio letterario per passatempo e scarico d’estro. Egli aveva un ingegno sveglio ed un carattere assai vivace; la sua educazione era notevole per il luogo e per i tempi. A Padova, dove era stato paggio del Patriarca alessandrino, aveva frequentato i corsi dell’Università, con particolare attenzione per quelli letterari e scientifici. Sembra dunque assai naturale che il giovane cercasse di lasciare luoghi, i quali, per quanto a lui cari, non potevano più dar soverchia soddisfazione alle sue ambizioni. Tuttavia i documenti sulla sua attività e sulla sua vita tacciono per circa un decennio. Solo nel 1558 lo ritroviamo a Perugia come Provveditore di fortezza, ufficio di una certa importanza, cui era connessa la direzione dei lavori pubblici in città ed in campagna.
Il momento in cui in Nostro arrivava in Umbria non era davvero dei più favorevoli: il governo del Papa vi si era installato dopo la guerra del sale e da poco la Rocca Paolina gettava la sua ombra sui luoghi che avevano visto insieme alla protervia dei Baglioni, anche le ultime confuse aspirazioni alla grandezza e alla indipendenza. Per Perugia si iniziava allora quello che lo storico Bonazzi chiama il «riposo della servitù»; un riposo forzato, amaro, lunghissimo, che durerà più di tre secoli. Ma specie in quegli anni di assuefazione al nuovo regime, gravava sulla città un atmosfera torbida e inquieta: i nobili, vinti ed avviliti, andavano rimuginando nelle sventure recenti; i vincitori stessi mentre facevano le prove della loro politica (nella quale alle blandizie si alternavano le repressioni più severe) erano pieni di sospetti.
Quali furono, in quei frangenti i pensieri del Nostro? Certo egli non doveva nutrire soverchia simpatia per i nuovi padroni. Ma pure fu con loro ossequiosissimo; mentre d’altro canto si rendeva ben accetto alla società perugina riscuotendo successi in tutti gli ambienti, specie in quelli della cultura e dell’arte. Quanto agli incarichi che gli vennero attribuiti, egli li assolse con zelo e competenza, come quando, nel 1565, fu spedito per espressa volontà di Pio IV, a far ricognizione delle varie città e castelli dell’Umbria e trarne una particolareggiata relazione storico-topologica: il Papa desiderava un quadro il più preciso ed il più esatto possibile di quei suoi dominii sempre così torbidi e così inquieti. Dette ordine, per esempio, che si facesse ben attenzione «se gli uomini sono industriosi o otiosi, se bellicosi o agricoltori, se fattiosi o quieti» e principalmente «se affetionati alla Sede Apostolica o a signori o a principi esterni o famiglie nobili».
Il viaggio si iniziò il 12 aprile 1565 e terminò il 21 giugno di quell’anno stesso. Periodo di tempo troppo breve perché veramente si potesse eseguire tutto il lavoro richiesto; riesce anzi sorprendente come il Provveditore sia riuscito a visitare, a dorso di cavallo o di somaro, quasi tutte le località più importanti della regione, prendendo nota, sia pur sommariamente, del loro aspetto, del numero e carattere degli abitanti, dell’economia del paese, misurando le mura, facendo il computo dei materiali da guerra esistenti nelle rocche e fornendo un buon numero di disegni, alcuni dei quali molto belli. Fatto sta che dopo avervi aggiunti certi suoi ragionamenti tra i quali uno assai notevole sulla battaglia del Trasimeno presentò il tutto a Sua Santità, la quale, a quel che pare, ne rimase soddisfattissima.
Ma pel Piccolpasso quell’indagine non fu un puro e semplice atto d’ufficio, una pratica tra le molte del suo lavoro di sopraintendente. Il viaggio e la relazione diventarono per lui un canovaccio sul quale poter poi rielaborare il vario e vivo materiale di esperienze accumulate nei diciassette anni della sua permanenza in Umbria. E difatti lasciata Perugia e ritornato a Castel Durante (per le tristi vicende di cui diremo tra poco) il Piccolpasso riprese negli ultimi anni di sua vita, l’argomento, lo ampliò in altri due testi non solo assai più estesi, ma anche diversi rispetto alla stesura primitiva.
Sono i due manoscritti oggi nella Biblioteca Vaticana e nella Biblioteca Augusta di Perugia: il qual ultimo è stato recentemente pubblicato con i disegni e con la prima redazione (che si trova nella Vittorio Emanuele di Roma) in un’ottima edizione critica (Cipriano Piccolpasso, Le piante e i ritratti delle Città e terre dell’Umbria, a cura di Giovanni Cecchini, Istituto Nazionale di Archeologia e Storia d’Arte, Roma, Dicembre 1963, pp.307 con 65 tav.).
Si tratta di un libro prezioso per le interessanti e spesso inedite notizie di storia, di economia e d’arte; prezioso anche quale documento della Storia dell’Umbria sulle soglie di una delicatissima fase di involuzione politica-sociale. Ma non è possibile adesso entrare nei particolari di un’opera così complessa (e per il lettore che ne volesse essere informato segnaliamo l’eccellente saggio introduttivo del Cecchini stesso). Converrà solo accennare che soprattutto nel codice perugino, il Piccolpasso mise in piena luce la sua interessante personalità. Difatti non più legato da precisi compiti investigativi e dagli impegni di funzionario di governo egli poté esprimersi con maggior libertà. Mescolò con gran disinvoltura gli argomenti più disparati; le dissertazioni scientifiche di dati economici, le note tecniche a quelle erudite, la storia alla cronaca. Certo tra tanto affastellamento di cognizioni diverse è facile coglierlo in fallo: notare le incertezze della sua preparazione scientifica, lo scarso ordine mentale, la superficialità ed il semplicismo con cui affronta spesso questioni difficili e complesse. Ma in fondo tutto ciò non incide nel valore singolare che prende la sua descrizione dell’Umbria. Una descrizione che non deriva (come nelle consimili opere del tempo) delle fatiche di un letterato di professione o dalle ricerche di un erudito: ma che nasce dall’ingegno aperto di un geniale dilettante e di un vivace temperamento d’artista.
Per questa ragione, malgrado le divagazioni e l’eterogeneità stessa della materia, c’è in queste pagine un carattere unitario e quasi un filo interno: ravvisabile non solo nella diretta partecipazione dell’autore ad ogni piccolo episodio, ma anche nel giudizio morale che movimenta e colorisce, se pur con discrezione, tutto il racconto. In un contesto del genere anche l’aneddoto più semplice può acquistare un’importanza decisiva.
Come, ad esempio, nel Discorso sopra le cose di Perugia, è il fatto del bastaio di Porta Sole, il quale citato in giudizio dal suo principale, cominciò a difendersi in latino: «et cum tanta facilità» dice il Piccolpasso, «con uno stile tant’alto et tanto elegante, che tutti quei dottori rimanevano stupidi... Riprendendo anche Monsignore a costui che a servizio sì vile attendesse, offerendoli Monsignore la casa, da vivere et honesta provvisione come facevano anco molti di quei dottori, costui ringraziava tutti e diceva che la libertà era troppo gran ricchezza et che servire era troppo gran peso...».
Libertà: questa parola suona improvvisa, quasi drammatica nello sfondo di una Perugia così grigia e malinconica. E nel mentre usciva dalla penna dell’autore, acquistava un doloroso sapore autobiografico. Il 23 Gennaio 1575, il Piccolpasso, uscito di fortezza con due soldati, s’imbatté, per sua sfortuna, in un giovane, tal Leandro Sori, il quale era solito dileggiarlo. Forse quella mattina il Provveditore era d’umor nero: fatto si è che preso «un bastoncello in una bottega di falegname lì vicina diede due o tre baghettate» al fastidioso motteggiatore. Una cosa da nulla. Ma essa bastò a far intervenire il Governatore, Monsignor Valenti. Era costui uomo duro e sospettoso: per le rimostranze della famiglia del giovane offeso e più ancora per la sua particolar disposizione a veder dappertutto lo spirito di ribellione, avvertì immediatamente Roma. E da Roma venne l’ordine di dare un esempio. Fu così che al Provveditore vennero inflitti tre tratti di corda in pubblico ed una multa di cinquecento scudi. E poiché non poté pagarla fu bandito da Perugia e dall’Umbria.
Il povero Piccolpasso cacciato così brutalmente dalla città che era diventata la sua patria d’elezione, non si riprese più. Ricoperse, è vero, altri pubblici uffici prima a Massa di Carrara, poi di nuovo a Castel Durante, ove tornò definitivamente nel 1578; ma alla fine, avvilito ed anche malandato di salute, lasciò tutti gli incarichi e ritornò, nell’ultimo anno di sua vita, alle dilette carte perugine. Allora la storiella del latinista bastaio piuttosto che servitore e famulo del governo di Monsignore, prese il valore di un apologo, diventò l’amara morale della sua esperienza di vita.


Il Mondo 29 giugno 65, ora in Pietro Scarpellini (a cura di Attilio Bartoli Langeli), Perugia, 2012

1.6.16

Pulcinella era un falegname perugino (Camillo Albanese)

[…] Pare più realistica la tesi sostenuta da Ulisse Prota-Giurleo. Secondo questa abitava in Napoli in via Cavallerizza un falegname perugino, di nome Mariotto Polecenella, deriso da tutti sia per le proporzioni del suo naso, sia per il licenzioso comportamento della moglie che lui accettava con rassegnazione. Pare che, in coincidenza con le scappatelle della consorte, intensificasse l’attività lavorativa e maneggiasse il martello con tale vigore e conseguente fracasso da disturbare le recite di attori che si esibivano in un vicino teatro.
L’impresario della compagnia, Lutio Fedele, stufo delle lamentele degli attori e del pubblico, chiese a Silvio Fiorillo, famoso comico della commedia dell’arte, nato a Napoli nella metà del XVI secolo e che impersonava con gran successo la maschera di Capitan Mattamoros (caricatura del militare spagnolo), di cambiare per una volta il suo ruolo. Gli fece indossare un camice bianco da falegname, gli ricoprì il viso con una maschera di cuoio dal naso grosso e gibboso e uno sproporzionato neo sulla fronte, allusione a un incipiente corno. Con questa maschera il Fiorillo avrebbe dovuto interpretare le disavventure coniugali di Polecenella. La gente del rione, saputo della nuova interpretazione di Fiorillo, conoscendo bene mastro Mariotto e soprattutto la disinvolta vita della moglie accorse in massa ad assistere allo spettacolo.
Il debutto fu strepitoso e gli incassi risultarono senza precedenti, ma il povero Mariotto Polecenella per la vergogna lasciò la casa di via Cavallerizza e partì con la moglie per destinazione ignota. La conclusione di questa vicenda fu che l’impresario si era liberato dei fastidiosi rumori provenienti dalla falegnameria e che Fiorillo cominciò, da allora, a portare in giro, con gran favore del pubblico, la maschera di Pulcinella fino al giorno della morte, avvenuta nel 1632.

da Storie della città di Napoli, Newton Compton, 2006

L'Internazionale di Fortini (Walter Cremonte)

Alla metà di marzo, appena prima dell’inizio di quest’altra guerra maledetta, ad una festa per il tesseramento di Rifondazione a Casa del Diavolo abbiamo potuto riascoltare la chitarra e la voce (e altri strumenti di “improvvisazione povera”) di Paolo Ciarchi.
Paolo Ciarchi è stato uno dei migliori esponenti della nuova canzone politica tra gli anni sessanta e settanta: un pezzo della nostra storia culturale su cui davvero varrebbe la pena ormai di tornare a lavorare più a fondo. L’esibizione di Casa del Diavolo, generosa e coinvolgente, ha riproposto diversi “classici”, compresi alcuni canti della tradizione antimilitarista e pacifista più che mai dolorosamente attuali. Ma il momento più emozionante è stata l’esecuzione dell’Internazionale di Fortini, un pezzo insieme antico e nuovissimo (dato che il testo di Franco Fortini, nella sua stesura definitiva, è del 1994). Si conosce la storia di questa versione, a cui il poeta aveva lavorato a partire dal 1969 (e qualche parte di quel primo progetto si ritrova in una Internazionale proletaria fatta propria da Lotta Continua) fino ad arrivare alla lezione completa realizzata appena prima della morte e consegnata poi dalla vedova, Ruth, a Ivan della Mea, che la incise nella variante “ad una sola voce”. E in questa forma, voce e chitarra, l’abbiamo riascoltata da Paolo Ciarchi, riproposta direi con rigore filologico.
La prima cosa che colpisce è il nuovo ritornello: “Questo pugno che sale / questo canto che va / è l’internazionale, / un’altra umanità. / Questa lotta che uguale / l’uomo all’uomo farà / è l’internazionale / fu vinta e vincerà”. Colpisce la distanza dall’impostazione teorica e sentimentale della vecchia versione del Bergeret (quella che conosciamo tutti): al posto del “futura umanità”, che ci torna automaticamente alla memoria, qui c’è “un’altra umanità”: che significa, da una parte la radicale, irriducibile alterità di questa umanità che si riconosce nell’internazionale; dall’altra, che questa umanità è già qui ora (se la sottrazione dell’attributo “futura” vuol dire qualcosa; in poesia anche la sottrazione ha importanza, almeno quanto l’aggiunta): non è “un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi”, un futuro da conquistare, mettendo magari il mondo a ferro e fuoco... E colpisce la forte sottolineatura dialettica: “fu vinta e vincerà”, che richiama il Brecht amato (e tradotto) da Fortini: “Chi ancora è vivo non dica mai! (...) Chi è perduto, combatta! (...) Perché i vinti di oggi sono i vincitori di domani...”. (Parole che si rileggono volentieri, in tempi, come questi, disperanti). Il senso è: l’internazionale potrà vincere, proprio perché ha perduto (nelle sue forme fino ad ora storicamente date). Ma il punto più nuovo e più alto mi pare che sia nell’ultima strofa: “Noi non vogliamo sperare niente / il nostro sogno è la realtà / da continente a continente / questa terra ci basterà...”.
In questi versi severi, che rifiutano il sogno e ogni illusoria speranza, ogni inganno e auto-inganno, circola qualcosa che richiama alla mente la grande Ginestra di Leopardi (per la quale il poeta Gianni D’Elia ha riformulato l’espressione “comunismo reale”, dove è chiaro che l’aggettivo non ha proprio niente a che fare con quello che la nostra pigrizia continua a pensare): c’è aria, c’è acqua per tutti (è possibile); c’è da mangiare per tutti (è possibile); c’è forse anche un po’ di gioia, da prendere, per tutti (è possibile). Credo che con le parole nuove di Franco Fortini questo canto antico “che va”, così leopardianamente libero da ogni novecentesca volontà di potenza, ci potrà accompagnare ancora.


“micropolis”, aprile 2003

Odessa. La città cosmopolita narrata da Babel e Ejzenštein (Giuliano Battiston)

Odessa - La scalinata "Potëmkin"
Alcuni luoghi hanno una particolare carica simbolica. A Odessa è la scalinata dove nel 1925 Sergej Ejzenštein ha girato la celebre scena de La corazzata Potëmkin. Per generazioni di cinefili, viaggiatori e commercianti, l’immagine della città fatta costruire da Caterina di Russia alla fine del Settecento è passata per queste scale, oggi discretamente occupate da cacciatori di turisti e coppie in fuga d’amore.
Odessa - Monumento a Richelieu
Sulla sommità, su un piedistallo di marmo, c’è una statua di bronzo, rivolta verso il Mar Nero. Raffigura il duca di Richelieu, governatore di Odessa all’inizio del diciannovesimo secolo. Nato a Parigi, di casa a Versailles, aristocratico non privo di coraggio, a Odessa il duca di Richelieu era uno straniero. Non era il primo, e non sarebbe stato l’ultimo. 
Odessa, Teatro dell'Opera
Odessa, infatti, è una città cosmopolita, dall’atmosfera aperta e liberale. Alla sua origine – ricorda Rossana Platone nell’introduzione ai "Racconti di Odessa" di Isaak Babel (edizioni Bur, 2012) – «c’è un intraprendente avventuriero ispano-napoletano russificato José de Ribas». È lui, membro di una famiglia della piccola nobiltà spagnola, protagonista delle guerre russo-turche, a proporre «che il porto militare e commerciale voluto da Caterina di Russia» sia situato proprio qui, sul mar Nero, nella terra compresa tra l’estuario del Dnepr e la foce del Dnestr, dove all’epoca sorgeva Khadjibey, un semplice villaggio con una fortificazione turca. In un secolo, dal 1797 al 1897, la popolazione di Odessa «passa dai 3.455 abitanti ai 404.000, divenendo una delle più popolose città dell’impero russo». 
Sono italiani, greci, russi e ucraini, ebrei (annoverati tra gli stranieri), imprenditori, commercianti, avventurieri. Avrebbero dato vita a un esperimento sociale e architettonico peculiare: un pezzo di Mediterraneo nel Mar Nero, l’alternativa “meridionale” alla San Pietroburgo del Nord. La sua storia, dalla fondazione alla fine della seconda guerra mondiale, la racconta con dovizia di particolari Charles King nel libro Odessa. Splendore e tragedia di una città di sogno (Einaudi), che dedica molte pagine proprio al grande Babel, nato a Odessa nel 1894.

Pagina 99, 30 aprile 2016

Contro la dispersione. Una poesia di Walter Cremonte

Intensità va con semplicità
il troppo stroppia e ci s'imbroda

tu ci sei, così bella, e Nicolino
i miei di casa
il mio amico che mi aspetta nella quiete

se secco è il pruno
inutile addobbarlo

va bene così

da me ne andavo guardando come tutto è bello, Perugia, 1986

Unicredit ha un piede in paradiso. Grandi banche e offshore (Giovanna Faggionato)

Banchieri di fine Ottocento
«Noi crediamo che tutte le informazioni siano correttamente riportate in bilancio». Così rispondeva l’amministratore delegato di Unicredit, Federico Ghizzoni, a un piccolo azionista che, durante l’assemblea dei soci convocata in una giornata di metà aprile nell’imponente sede dell’Eur, chiedeva maggiore trasparenza sulle partecipazioni offshore della banca. Entrambi avevano le loro buone ragioni per pronunciarsi in quegli esatti termini. Da documenti rilasciati dalla stessa Unicredit, che “pagina99” ha potuto consultare, risulta infatti che al 31 dicembre 2015 il gruppo di piazza Gae Aulenti ha partecipazioni in almeno una trentina di società basate in località considerate paradisi fiscali extra Ue. Ma è in buona compagnia. Tra i primi cinque gruppi bancari italiani tutti hanno controllate in Delaware, lo Stato americano con le leggi fiscali più vantaggiose e meno obblighi giuridici, dove sono basate il 60% delle aziende quotate nel Fortune500 di Wall Street e dove esiste una forma di società, la Limited liabilities company (Llc), che delega quasi tutta la regolamentazione di impresa a un accordo tra le parti e a un unico indirizzo possono essere ricondotte centinaia di società anonime.
Solo a guardare gli albi e gli elenchi della vigilanza, nello Stato americano hanno sede undici società di Unicredit, sei di Mps, due di Intesa, e altrettante di Banco popolare e Mediobanca. L’offshore is the new normal, direbbero dall’altra parte dell’Atlantico, e l’opacità è connaturata ad alcune delle architetture finanziarie più comuni.

Dalle Canarie a Jersey
Ma per Unicredit, il secondo gruppo bancario italiano, i documenti interni dicono qualcosa di più: elencano diciannove società a Wilmington, due a Dover, due a Newark, per un totale di ventitre società in Delaware. E poi una partecipata a Hong Kong, una a Taiwan, una immobiliare a Puerto della Cruz , nelle Isole Canarie, una società messa in liquidazione nel bailato di Jersey, paradiso fiscale dell’Isola della Manica e ancora due alle Bermuda e cinque alle Isole Cayman.
Da quello che è stato possibile ricostruire, l’elenco comprende hedge fund, cioè fondi di investimento speculativi, trust o fondi fiduciari, società di emissione di certificates create alla fine degli anni ‘90 e per lo più dipendenti dal ramo tedesco e austriaco di Unicredit; alcune hanno un capitale sociale di appena mille dollari, sono in sostanza dei semplici veicoli per investitori terzi, altre ancora si occupano di operazioni immobiliari. Le ultime due nate – anno 2015 - sono società di gestione di patrimoni di lusso. Ma i rischi legati a investimenti in Paesi con controlli laschi sono numerosi e spaziano dall’eventuale elusione fiscale al celare il vero stato di salute di una istituzione finanziaria fino ai veri e propri illeciti. La stessa Unicredit, si può leggere nel bilancio 2015, e diverse sue controllate dirette o indirette (la Pioneer Alternative Investments Ltd con sede a Dublino e la controllata di Unicredit Austria, BA Worldwide Fund Management Ltd, con sede nelle Isole Vergini), «sono state soggette ad azioni legali o ad indagini a seguito di uno schema di Ponzi messo in opera da Bernard L. Madoff». E non a caso nella relazione del consiglio di sorveglianza si raccomanda di innalzare «l’attenzione sulle entità legali operanti in paesi periferici».
«UniCredit», risponde il gruppo bancario interpellato sull’opportunità e la natura delle sue partecipazioni offshore, «sia in materia fiscale che in ambito regolamentare, applica le norme rispettandone la lettera e lo spirito. Questo, ovviamente, anche quando opera in Paesi cosiddetti periferici. È importante sottolineare che le società in questione sono tutte segnalate al fisco italiano e tassate adeguatamente, con imposte applicate in Italia. Le società furono costituite per operatività in fondi di investimento, assicurazioni ed emissione di strumenti finanziari in generale».

Così fan tutti
Del resto Ghizzoni aveva ragione quando diceva che le informazioni sono a bilancio, perché le controllate nei Paesi offshore sono tutte consolidate nei conti della capogruppo. Ma solo alcune risultano nella struttura societaria dell’istituto di credito e ancora meno – una sola partecipata in Delaware - sono quelle che compaiono nella lista allegata al bilancio. I regolamenti di Banca d'Italia, infatti, obbligano a elencare solo le controllate in via esclusiva.
L’acquisto di partecipazioni di controllo o influenza notevole (cioè partecipazione diretta o indiretta superiore al 20%) «in banche, imprese finanziarie, strumentali e assicurative» in Paesi extracomunitari, precisa la stessa Bankitalia a “pagina99”, deve essere autorizzato dall’autorità di vigilanza. Che può negare l’autorizzazione laddove l’operazione sia in contrasto «con la sana e prudente gestione della banca o del gruppo bancario». Ma solo se si tratta di uno Stato extracomunitario «diverso da Stati Uniti, Svizzera, Canada e Giappone». Quindi, le partecipazioni alle Bermuda o alle Cayman hanno ricevuto il semaforo verde da via Nazionale. Quelle in Delaware non ne hanno nemmeno bisogno.
Per un piccolo azionista è difficile orientarsi in una tale mappa del tesoro e non porsi dei dubbi sulla liceità di queste operazioni, ma non solo per lui. «Le Bermuda non sono nella black list dell’Ocse, ma non hanno nemmeno normative adeguate a quelle europee, le Cayman hanno norme antiriciclaggio, ma la vigilanza è praticamente assente, ma anche restando al Delaware che comunque è un paradiso giuridico, viene da chiedersi: perché ho bisogno di controllare più di venti società?», osserva con “pagina99” Ranieri Razzante, direttore dell’Osservatorio sul riciclaggio e il finanziamento del terrorismo e docente di Legislazione antiriciclaggio all’Università di Bologna, concludendo: «Mi sembra una questione di opportunità». Ma la prospettiva cambia radicalmente mettendo la lista in mano a un professionista del mondo bancario, una trentina di anni di esperienza nel settore: «Non capisco cosa dovrei dire, cosa c’è da dimostrare, che le banche aiutano le multinazionali e i loro clienti a fare transfer pricing (cioè a delocalizzare i loro profitti dove sono meno tassati, ndr), questo è noto e lo fanno tutti».
Ecco, distillata in due risposte, tutta l’ambiguità del fenomeno. Legalissimo fino a prova contraria. Discutibile dal punto di vista dell’equità fiscale. Banale per gli habitué della finanza, i detentori e i custodi di patrimoni da far fruttare sfruttando la vastità del globo e la varietà delle sue giurisdizioni, ma anche per i loro controllori. Non servivano, insomma, i Panama Papers per scoprire il mondo dell’offshore.

Società schermate
Ma i documenti rivelati dall’International Consortium of investigative journalists (Icij) hanno dimostrato un altro aspetto ancora: che gli istituti di credito possono anche rivestire il semplice ruolo di intermediario, aiutando i propri clienti a creare società schermate. Molte delle consulenze e dei contatti con lo studio Mossack e Fonseca, secondo i leaks, passavano infatti dai rami svizzeri e lussemburghesi degli istituti di credito. Ubi Banca, che secondo i leaks ha collaborato con lo studio per la creazione di 35 società offshore basate a Panama e alle Seychelles, ha dichiarato di «non avere controllate in quelle località». Ne ha invece tre in Lussemburgo, la più rilevante e nominata nei papers è la Ubi International Sa: il 28 aprile, nemmeno un mese dopo la pubblicazione dell’inchiesta, la ex banca popolare ne ha annunciato la cessione alla svizzera Efg International Ag. «L’operazione», hanno fatto sapere dall'istituto di credito, «fa parte del programma di cessioni del gruppo bancario che intende concentrarsi sulle attività core». E il programma, a guardare i bilanci del gruppo, va avanti da anni. Nel 2009 l’istituto bergamasco deteneva sei società in Delaware. La lussemburghese Ubi International Sa controllava il 99% della Ubi Trust Company Ltd nel Jersey e l’1% della Ubi management Company Sa ancora in Lussemburgo. La società lussemburghese partecipava anche in Centrobanca che controllava a sua volta Medinvest che verrà assorbita da IwBank, la banca online del gruppo al centro di un’inchiesta per riciclaggio perché dai suoi conti sarebbero transitati 16 milioni di euro finiti in società basate alle Cayman e alle Bahamas.
Nel 2010 compare invece Ubi Leasing Spa, i cui ex dirigenti oggi sono indagati per le ipotesi di truffa e riciclaggio per presunte vendite sottocosto di beni di lusso, come per esempio il Cessna di Lele Mora, rivenduto a una società del Delaware.
Fino al 2011, poi, il terzo gruppo italiano controllava anche la svizzera Banque de dépots e de gestion a sua volta proprietaria della Bdg Singapore Pte Ltd che nel 2012 passa alla solita società lussemburghese Ubi Banca international Sa. Nel 2013 la Banque de dépots non appare più tra le controllate e vengono liquidate anche le sei società negli Usa. Nel 2014 scompare anche la controllata a Singapore. Tanto che nel bilancio di responsabilità sociale di quell'anno, l’istituto di credito rivendicava di non avere controllate in località offshore.
Interpellata sull’opportunità delle sue partecipazioni anche in merito alle indagini in corso, Ubi Banca risponde a “pagina99”: «Le inchieste e i contenziosi sono riportati in modo trasparente in bilancio, e sono in numero assolutamente contenuto».


“Pagina 99”, 14 maggio 2016

Ryanair. Sedotti e abbandonati (Lidia Baratta)

I crotonesi temono di dover tornare in massa a spostarsi sui torpedoni rossi a lunga percorrenza. Nella Sardegna nord-occidentale è partito un crowdfunding per O’Leary, il boss di Ryanair. Effetti collaterali della guerra in corso nei cieli italiani. Che da qualche mese impazza proprio attorno ai voli low cost, dominati dalla compagnia irlandese: tutti li vogliono e nessuno intende rinunciarci. E invece dovranno, se Ryanair darà corso alla sua minaccia: chiudere le basi negli aeroporti di Alghero e Pescara, e di tagliare tutti i voli da Crotone.
Una scelta obbligata, dice la compagnia di O’Leary, dopo l’aumento delle tasse aeroportuali da 6,50 a 9 euro a passeggero. Il rincaro sui biglietti è destinato a finire dritto dritto nel fondo per la cassa integrazione degli ex dipendenti di Alitalia. Nella partita tra compagnie low cost e governo si inseriscono sindaci e comunità locali, in piena sindrome da abbandono. Pur di tenersi quegli aerei gialli e blu - che per un po’ hanno connesso col mondo territori prima difficilmente raggiungibili - sono pronti a elargire fior di denari al vettore irlandese.
Il balletto va avanti da mesi. Unica condizione per evitare la ritirata di Ryanair è la cancellazione entro giugno dell’incremento fiscale. E il ministero dei Trasporti ha annunciato subito marcia indietro. A rischio - dicono le compagnie interessate - ci sono più di 600 posti di lavoro e oltre 800 mila passeggeri.
Il tavolo è ancora aperto, ma dopo l’incontro con l’amministratore delegato di Ryanair Michael O’Leary, il governo si è detto disposto a ridurre «in tempi certi» l’incremento della tassa. Nel frattempo, i governatori di Calabria, Abruzzo e Sardegna hanno incontrato i vertici della compagnia. E i sindaci di Alghero e Sassari, che hanno puntato sulla compagnia low cost per il rilancio turistico dell’area Nord Ovest dell’isola in alternativa alla ricca costa Smeralda, sono volati fino a Dublino per rassicurare O’Leary sulle intenzioni del governo italiano.
Al centro della diatriba c’è l’addizionale comunale sui diritti d’imbarco: inizialmente tre euro in più a passeggero, diventati 5 nel 2013, 6,50 nel 2015, per raggiungere i 9 euro nel 2016. Nonostante il nome, la tassa non finisce nelle casse dei Comuni per i disagi dovuti alla presenza degli aeroporti. Dei 9 euro, 7,50 sono destinati all’Inps per il finanziamento del Fondo speciale per il trasporto aereo (Ftsa), che ogni anno preleva 220 milioni dalle tasche dei passeggeri. Diventato strategico dal 2008 per pagare la lunga cassa integrazione in deroga degli oltre 5 mila lavoratori in esubero della vecchia Alitalia, il fondo per il 98% è sostenuto dall’addizionale sui biglietti. Grazie alla quale si erogano prestazioni che nel caso degli ex piloti Alitalia si avvicinano anche ai 30 mila euro al mese. «È come se alla cassa del supermercato ci facessero pagare 50 centesimi per il fondo dei metalmeccanici», dice Dario Balotta, presidente dell’Osservatorio nazionale liberalizzazione infrastrutture e trasporti. Un controsenso per le low cost, che dei prezzi bassi hanno fatto il loro cavallo di battaglia. E infatti Easyjet è ricorsa al Tar del Lazio, che ha ordinato la sospensione della tassa per i primi due mesi dell’anno, in attesa di decisioni definitive entro il 30 giugno 2016 (anche se la gabella a gennaio e febbraio è stata riscossa). Da Dublino invece è arrivato il comunicato di addio: «A Ryanair non è stata lasciata altra scelta se non spostare aeromobili e posti di lavoro fuori dall’Italia verso altre basi Ryanair in Spagna, Grecia e Portogallo, dove non vengono addebitate tali tasse».
L’annuncio è tuonato nei cieli italiani. E tutti sono corsi ai ripari. «È Ryanair a dettare le regole perché di fatto ha una posizione dominante e fornisce un servizio nazionale che l’obsoleta Alitalia ormai non dà più», spiega Balotta. Soprattutto per i piccoli aeroporti, la compagnia «è ormai come una bella donna: tutti la vogliono». A qualsiasi costo. Perché i voli low cost sono vitali per scali periferici come Crotone, Pescara e Alghero, dove gli altri vettori non fanno a gara per atterrare. Ma da solo, spesso, il business non starebbe in piedi. Infatti i bilanci dei piccoli-medi aeroporti non sono quasi mai in utile. A Crotone, la società che gestiva lo scalo è addirittura fallita nel 2015, e da allora si lavora proroga dopo proroga in attesa del bando dell’Enac, che dovrebbe affidare la gestione alla newco costituita dalle istituzioni locali. Che hanno puntato tutto su Ryanair, considerata da Nord a Sud una garanzia per lo sviluppo dell’economia e del turismo locale.
Tanto che per convincere O’Leary a volare sui propri cieli, Comuni e Regioni ormai da anni mettono mano al portafoglio attraverso i cosiddetti “sussidi di comarketing”, di solito erogati sotto forma di contratti per la promozione turistica con la società che gestisce la pubblicità sul sito web di Ryanair. Secondo uno studio Enac/Kpmg, ogni euro speso per le compagnie low cost corrisponde a 70 euro di entrate sul territorio. La stima è che la compagnia incassi in Italia circa 100 milioni di euro all’anno di sussidi. Lo stesso studio stima che il finanziamento pubblico di una rotta low cost sia attorno al 12% del costo del biglietto. Funziona così anche nel resto d’Europa, e una sentenza della Corte europea relativa all’aeroporto Charleroi di Bruxelles nel 2008 ha stabilito che gli accordi non costituiscono aiuto di Stato illegale.
Ma la Regione Sardegna è finita comunque nel mirino dell’Ue, che ha avviato una procedura di infrazione per sospetti aiuti di Stato. I sussidi ora rischiano di non essere più erogati. Ecco perché non pochi sull’isola sospettano che Ryanair abbia approfittato del rincaro della tassa aeroportuale per fare i bagagli da Alghero (com’è già successo in passato). Tanto che persino gli imprenditori locali si sono dati da fare, lanciando una campagna di crowdfunding (Destinazione Sardegna) per trovare i soldi e convincere O’Leary a non volare via.
Ora però resta lo scoglio delle tasse aeroportuali. Da Dublino sono stati chiari: rimaniamo solo se Roma elimina i 2,50 euro in più. E già che c’erano, hanno chiesto pure una revisione delle linee guida per sostenere i piccoli aeroporti. Il governo ha tempo fino a giugno. Quando Ryanair definirà le rotte della stagione invernale, con o senza gli aeroporti italiani.

SCHEDA
L’impatto dell’addio
Voli a poco prezzo, e turisti assicurati. Le compagnie low cost significano guadagni per alberghi, ristoranti e negozi. Oltre che un’alternativa economica a treni, bus e navi, e ai salati biglietti aerei degli altri vettori. «Se le istituzioni non fanno qualcosa, per il prossimo inverno torniamo agli amati pullman rossi», commentano preoccupati i crotonesi. L’aeroporto più vicino è a quasi due ore di distanza. Ma Crotone è diventato lo scalo di riferimento anche per la fascia ionica catanzarese e cosentina, tagliate fuori dalle principali linee ferroviarie.
Nel 2015, dopo l’arrivo di Ryanair, dall’aeroporto Sant’Anna sono passati quasi 300 mila passeggeri, con un incremento del 445% in un solo anno (il più alto di tutta Italia). E durante l’estate, tutte le strutture hanno registrato numeri record.
«Lo scalo è un volano per l’intero territorio calabrese», dice Matteo Ambrosio, presidente della Sagas, la newco costituita dal comune e dalla Regione per salvare l’aeroporto. Anche a Pescara incrociano le dita. «L’arrivo di Ryanair ha facilitato gli spostamenti e ha fatto aumentare le presenza turistiche straniere», spiega Giacomo Cuzzi, assessore al Turismo del comune. Non solo: «L’aeroporto è il punto di riferimento anche per i molisani e i foggiani». Per i quali raggiungere lo scalo abruzzese è più semplice che arrivare fino a Bari.
Ad Alghero, dall’arrivo di Ryanair in soli otto anni il traffico è raddoppiato toccando 1,4 milioni di passeggeri annui. Se lo scalo dovesse chiudere, oltre 300 mila persone dovrebbero fare un viaggio di oltre un’ora e mezza per raggiungere l’aeroporto più vicino. Secondo i calcoli della Camera di commercio locale, solo con il dimezzamento delle rotte si perderebbero 400 milioni di euro. E in effetti, con il taglio dei primi voli, da aprile gli albergatori della zona lamentano un calo delle prenotazioni del 60 per cento. Ma «a risentirne sono anche i sardi», racconta uno studente. «Se con Ryanair per andare e tornare da Barcellona spendevo 60 euro, ora con Alitalia devo pagare 180 euro solo per l’andata».

Pagina 99, 14 maggio 2016



Riflessioni alla luce della crisi brasiliana (Raúl Zibechi)

Le classi dominanti del mondo hanno deciso, in tempi relativamente recenti, di sferrare una guerra contro i popoli, al fine di rimanere al potere in un periodo di acuti cambiamenti.
Hanno deciso che, per scatenare questa guerra, le democrazie sono un ostacolo e hanno la necessità, qualunque sia il modo, di neutralizzarle, metterle al loro servizio, così come i governanti eletti. Su questo punto non ammettono il minimo impedimento.
Per ragionare sul pensiero strategico di quelli che stanno in alto bisogna mettersi al loro posto, visto che non sono soliti formularlo in maniera aperta. Dobbiamo chiederci cosa faremmo se facessimo parte dell’uno per cento che si è assicurato il dominio.
La prima risposta è che nel mondo ci sono troppe persone e che il pianeta non ammette tanta popolazione se tutti volessero vivere non già come quell’uno per cento, ma, per esempio, con un livello di reddito superiore del 20-30 per cento. Il mondo concepito per il dominio dell’uno per cento tollera a malapena la metà dell’attuale popolazione del pianeta. Il resto è di troppo e non serve più neanche per produrre plusvalore, perché il sistema accumula rubando. La questione è: quali politiche derivano da questa constatazione.
La seconda risposta è che l’uno per cento ha abbandonato lo stato sociale (o surrogati simili come quelli che abbiamo avuto in America Latina) e non rientra nei suoi piani farlo rivivere. Pertanto, le democrazie che conosciamo non sono più né necessarie né utili per il tipo di sistemi politici funzionali all’accumulazione per mezzo di esproprio/spoliazione/furto che stiamo subendo. Il loro posto viene occupato dalla crescente militarizzazione delle zone povere, come le periferie urbane, e da tutti quegli spazi che le grandi multinazionali colonizzano, cacciando intere popolazioni.
Naturalmente l’uno per cento giura fedeltà alla democrazia e a i suoi valori, perché ha bisogno di illudere una buona parte de los de abajo sull’importanza del voto e del sistema dei partiti. Tuttavia, esige innanzitutto un’accolita di persone che agiscano come rappresentanti e che fungano da intermediari tra loro e il resto della popolazione. Come sottolinea Immanuel Wallerstein, il dominio è stabile quando si basa su tre parti ed è instabile quando ce ne sono solo due. I settori intermedi sono elemento chiave, per il sistema: dalle classi medie fino al mondo accademico, passando per i politici e per i grandi mezzi di comunicazione.
Di conseguenza, occupare i gradini più alti dell’apparato statale presuppone la gestione dell’attuale modello di accumulazione/guerra contro i popoli. Per inciso, conviene ricordare che questo è uno dei principali insegnamenti che i governi progressisti ci lasciano: dato l’attuale rapporto di forze su scala mondiale, i governi si sono limitati a gestire l’estrattivismo, deviando (nel migliore dei casi) risorse verso i settori popolari senza intaccare le basi del modello stesso.
Il terzo grande obiettivo dell’uno per cento è quello di neutralizzare ogni movimento di resistenza che gli si opponga, dai partiti di sinistra e progressisti fino ai movimenti antisistemici. Anche se nei periodi precedenti dominava la contrattazione con i sindacati e si tollerava che le sinistre socialdemocratiche salissero al governo, nella nuova fase in cui viviamo [a quelli dell’uno per cento] pare necessario serrare le file ed evitare deviazioni dai suoi piani e progetti di tenere a bada quelli de abajo.
Quando arrivano al governo partiti o persone che – per il loro percorso o per gli obiettivi dichiarati – potrebbero uscire dal copione estrattivista, [quelli dell’uno per cento] creano le condizioni per neutralizzarli. Questo avviene in due modi. Uno è l’addomesticamento, mediante l’inserimento dei nuovi governanti nelle élites, cosa che non è molto difficile conseguire, visto che il sistema ha molti modi per cooptare/comprare quelli che gli oppongono resistenza. L’altro è la destituzione dei governanti, possibilmente senza far ricorso ai classici golpe, bensì ricorrendo a forme legali, quantunque illegittime.
In questi giorni, in Brasile, possiamo vedere una combinazione di entrambe le strategie. Prima si è addomesticato, poi si destituisce. Il PT ha governato per dodici anni, alleato con le multinazionali brasiliane impegnate in attività di super sfruttamento (come le grandi imprese di costruzione), che hanno finanziato le sue campagne elettorali, i viaggi dei suoi dirigenti e numerose prebende.
Verso i movimenti vengono applicate politiche sociali che cercano di rabbonire los de abajo con piccoli trasferimenti di denaro che incidono sulla povertà, ma non sulla disuguaglianza, ed evitano la realizzazione di riforme strutturali. Il PT ha distribuito ai contadini meno terre di quanto ha fatto il governo neoliberale di Fernando Henrique Cardoso perché ha dato priorità all’alleanza con l’agrobusiness che ora occupa il Ministero dell’Agricoltura.
Quali dovrebbero essere le strategie dei movimenti antisistemici, vista questa situazione e alla luce delle esperienze degli ultimi 15 anni?
In primo luogo, pensare a lungo termine. Le poche forze che abbiamo devono essere utilizzate in senso strategico, non per vantaggi momentanei e immediati. Se riteniamo che stiamo subendo una guerra contro los abajos, dobbiamo pensare a come logorare il sistema ed evitare che esso ci logori. È evidente che il ciclo progressista,ha indebolito i movimenti.
In secondo luogo, essere convinti che la peggiore strada che possiamo intraprendere è quella di gestire le difficoltà del sistema. Non ho alcun dubbio che a un certo punto bisognerà puntare allo Stato (per conquistarlo o distruggerlo, a seconda delle diverse posizioni esistenti in mezzo a noi), ma fintanto che il sistema è forte, il governo è sinonimo di gestione dell’accumulazione per esproprio o guerra contro i popoli.
Credo che l’urgenza strategica maggiore sia quella di comprendere il modello estrattivo per spoliazione. Su questo abbiamo commesso grossi errori (iniziando da chi scrive), poiché abbiamo evidenziato solo i problemi ambientali derivanti e lo abbiamo affrontato a partire dall’economia e non dalla politica. Se davvero siamo di fronte a una guerra, gestire alcuni aspetti del campo di concentramento non è la strada migliore, perché deve essere distrutto, giacché non è riformabile.

Articolo pubblicato su La Jornada con il titolo Reflexiones al hilo de la crisis brasileña
Traduzione per Comune: Daniela Cavallo


da “Sinistrainrete”, 23 maggio 2016

Capolarato. Il bollino etico fa flop in campagna (Giuliana De Vivo)

Manifestazione dei braccianti Sikh a Latina
«Quando si parla di lavoro agricolo si pensa spesso che dietro ci sia qualcosa di losco; io mi sono iscritto per dare un messaggio di trasparenza, per dire: “Venite pure a controllarmi, sono tranquillo”». Franco Allegrini, titolare di un’azienda vinicola da circa 100 ettari nella Valpolicella, con 120 dipendenti fissi oltre agli stagionali – «assumo anche polacchi, con contratto a tempo determinato, non coi voucher» –, è uno dei 220 imprenditori agricoli italiani in possesso del bollino etico contro il caporalato. E uno dei pochi che accetta di parlarne mettendoci la faccia. Ai possibili vantaggi, dice, «non ci ho neanche pensato». Ma la mancanza di meccanismi di premialità è tra le principali ragioni del flop.
Uno su mille, 220 su una platea potenziale di quasi 200 mila: anche a voler essere pessimisti, è impossibile pensare che siano gli unici imprenditori puliti. In realtà la Rete del lavoro agricolo di qualità, come si chiama tecnicamente, si è incagliata tra buone intenzioni, burocrazia e scarsa informazione. Pochi sanno della sua esistenza; quelli che la conoscono sono diffidenti, e persino le mosche bianche che vi hanno aderito non nascondono lo scetticismo sulla sua efficacia. Dall’altro lato ci sono i lavoratori sfruttati: ogni tanto qualcuno alza la testa, come hanno fatto lo scorso 18 aprile, per la prima volta, i braccianti agricoli sikh della provincia di Latina. E intanto il caporalato, nei confronti di italiani e stranieri, continua a crescere: 430 mila le vittime stimate nel terzo rapporto dell’osservatorio Placido Rizzotto di Flai-Cgil, presentato venerdì 13 maggio. Circa 50 mila in più rispetto all’anno prima, mentre 100 mila sono i lavoratori in Italia in condizioni di sfruttamento e grave vulnerabilità. Con un danno economico, nel settore agricoltura, che oscilla tra i 3,3 e i 3,6 miliardi di euro.
Per capire come il bollino etico abbia finito per scontentare tutti bisogna riavvolgere il nastro fino al 21 agosto del 2014, data in cui entra in vigore la legge n.116, che ne prevede la nascita. Adesione aperta, su base volontaria, alle imprese agricole che negli ultimi tre anni non abbiano avuto condanne o non abbiano procedimenti in corso «per violazioni della normativa in materia di lavoro e legislazione sociale e in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto» e che siano in regola col versamento dei contributi. È la prima misura del governo Renzi contro il caporalato...
Le prime richieste di registrazione alla Rete attraverso il sito dell’Inps – che la gestisce e ne presiede la cabina di regia composta anche da rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro – partono un anno dopo, a settembre del 2015, perché mancavano i decreti attuativi. Ma già nella formulazione dei requisiti necessari si celano i primi intoppi: «Basta un semplice inadempimento formale, per esempio un ritardo nel pagamento dell’Iva per determinare il rigetto della richiesta», sottolinea Roberto Caponi, direttore dell’area sindacale di Confagricoltura. Oppure «un ritardo di un giorno nella comunicazione della chiusura di un rapporto di lavoro», gli fa eco Romano Magrini, responsabile lavoro di Coldiretti. Che osserva un altro paradosso, quello per cui «in teoria, mentre questi elementi sono ostativi all’ingresso nella Rete, per com’è scritta la norma non accadrebbe lo stesso a un’azienda condannata per mafia».
A oltre otto mesi dalla partenza effettiva le domande respinte sono 50. Altre 700, presentate tra ottobre e novembre, sei mesi dopo sono ancora in via di disamina. Le verifiche incrociate da parte di Inps, Agenzia delle Entrate e agenzie territoriali per il lavoro prendono tempo. «Abbiamo fatto due richieste, una per noi e una per la cooperativa di produttori di cui facciamo parte: hanno accettato solo la prima, per la seconda non abbiamo avuto risposta. Ma non abbiamo insistito perché ci siamo accorti che non serve a nulla», dicono da una ditta del siracusano che produce limoni. Fanno riferimento soprattutto all’articolo 6.6 della legge, secondo cui il ministero del Lavoro e l’Inps «orientano l’attività di vigilanza nei confronti delle imprese non appartenenti alla Rete», ma «fermi restando gli ordinari controlli in materia di tutela della salute e della sicurezza dei luoghi di lavoro». Tradotto: che un’azienda si iscriva o meno, cambia poco dal punto di vista dei controlli. E questi, fanno capire, sono una spada di Damocle anche per chi è a posto, «perché vuol dire che si blocca tutto il lavoro per un giorno intero: non basta mostrare i fascicoli dei contratti di assunzione dei lavoratori, ciascuno di loro viene interrogato e poi ispettori e carabinieri devono redigere il verbale», spiegano, chiedendo di restare anonimi proprio per timore di subire conseguenze.
Anche Allegrini ammette che, a parte le procedure «un po’ prolisse come tutte quelle che riguardano siti istituzionali», così com’è il bollino etico ha più che altro un valore simbolico: «Serve a mettere insieme i “buoni”, ma anche a me cinque anni fa sono state contestate irregolarità: ho vinto la causa nei tre gradi di giudizio, spendendo però seimila euro per l’avvocato».


Pagina 99, 14 maggio 2016

Gender gap. All'Università più donne che uomini (Andrea Luchetta)

Quel panda dello studente maschio
Effetti collaterali dell’emancipazione femminile: nelle università americane i ragazzi si fermano al 43% del totale. «In quel 40%», diceva al New York Times una studentessa piuttosto contrariata, «forse prenderemmo in considerazione solo la metà dei ragazzi, e in quel 20% la metà ha già la fidanzata. Siamo tutte in lotta per lo stesso 10%». Risultato: le donne «competono per gli uomini secondo criteri maschili», spiegava la sociologa Kathleen Bogle, alludendo alla predilezione per le avventure da una sera sulla storia romantica.
Uscendo dal romanzo d’appendice, il gender gap nelle università – sbilanciato a favore delle femmine in buona parte dei Paesi Ocse (media del 56% di studentesse) – è un fenomeno che sta crescendo a velocità fulminea. Restiamo in America: negli anni ’70 gli studenti maschi erano il 58%; oggi le proporzioni sono pressoché invertite, con le ragazze al 57. Nel 2014 si è consumato il sorpasso sui diplomi: il 32% delle donne possiede una laurea, contro il 31,9 degli uomini. Spread destinato ad aumentare a ritmi da debito greco, se è vero che il 60% dei nuovi laureati negli Usa oggi è femmina, aspettando l’elezione del primo presidente donna nella storia degli States. L’Italia è perfettamente in linea con la media Ocse: le ragazze nei campus rappresentano il 56% del totale. E nella fascia di popolazione tra i 30 e i 34 anni, il 30,8% delle donne ha una laurea, contro il 20% degli uomini. Nel 2002 la differenza era di soli due punti (14,2% a 12).
La questione è particolarmente sentita in Gran Bretagna, dove le studentesse pesano per il 56%. Nell’ultimo anno, la differenza ha toccato le 36 mila matricole: ragionevolmente, lo stesso numero di futuri lavoratori mancati nella knowledge economy, scrive “The Atlantic”. Il Servizio per le ammissioni a Università e College ha lanciato l’allarme: senza misure ad hoc, la differenza tra i sessi nei campus rischia di pesare ancor più di quella tra ricchi e poveri.
Ma è l’incrocio del genere e della provenienza sociale a preoccupare di più Londra: la categoria meno rappresentata nelle università britanniche è quella dei ragazzi bianchi della working class, col rischio di bloccare a metà strada l’ascensore sociale. Solo un maschio su dieci tra i bianchi che vivono nei quartieri più poveri sceglie di iscriversi all’università – o riesce a farlo –, contro il 52% delle ragazze con le stesse radici.
Nessun segmento etnico ha una media altrettanto disastrosa. Al contrario, il quinto più povero degli studenti di origine cinese ha il 10% di chance in più di diventare matricola del quinto più ricco degli studenti bianchi. Segno di un’esclusione che travalica i soli confini di genere.
Le origini di questo fenomeno sono oggetto di infiniti dibattiti. Banalmente, ma forse senza discostarsi dal vero, il presidente dell’Università di Liverpool Janet Beer spiega che per i maschi «studiare duro dopo gli 11 anni diventa una cosa da sfigati». Come testimoniano i risultati dei test condotti nei Paesi Ocse: le ragazze tendono a ottenere voti ben più brillanti dei compagni di classe. A 15 anni i maschi hanno un vantaggio in matematica stimato in tre mesi di programma, ma il ritardo sulla lettura pesa già per un anno. Gli studenti che praticano attività extracurriculari come la musica o il teatro raccolgono risultati migliori, ma sono tutti svaghi considerati poco maschili. In due parole, spiegano Thomas DiPrete e Claudia Buchmann – autori di The Growing Gender Gap in Education and What It Means for American Schools – i risultati deludenti dei ragazzi a scuola «hanno a che vedere con le norme sociali sulla mascolinità». Chiosa Hanna Rosin, autrice di The End of Man : «E se semplicemente l’economia postindustriale fosse più adatta alle donne che agli uomini?».


Pagina 99, 14 maggio 2016

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