10.9.18

Uno dei dieci giorni che sconvolsero il mondo (John Reed)


Nel primo anniversario dell’ottobre, all'incirca 100 anni fa, John Reed rievocò, in un articolo pubblicato sulla stampa americana, il secondo giorno della rivoluzione, che doveva in seguito narrare nel suo celebre libro, I dieci giorni che sconvolsero il mondo. L’articolo è comparso su “La Città futura”, il mensile dei giovani comunisti nel n.8 del marzo 1965, nella traduzione non firmata che qui riprendo. (S.L.L.)
Secondo congresso panrusso dei Soviet (San Pietroburgo 7-9 novembre 1917)
La seduta del secondo Congresso panrusso dei Soviet si svolge nell’ex salone da ballo ed aula magna dell’istituto Smol’nij che durante il vecchio regime era una famosa scuola alla quale avevano accesso esclusivo le fanciulle nobili, sotto gli auspici dello zar in persona. È un immenso salone bianco con due file di massicce colonne, illuminate da due lampadari di un bianco accecante, riccamente ornati e forniti di centinaia di lampadine elettriche; in fondo alla sala vi è un palco sul quale troneggiano due alti candelabri carichi di lampadine e, dietro, un’immensa cornice dorata dalla quale è stato tagliato via il ritratto dell’imperatore. Qui nei giorni di festa e alla fine dell’anno scolastico si riunivano gli ufficiali nelle loro divise rilucenti, il clero nei suoi paramenti sfarzosi, gli intimi della granduchessa.

Lo spazio fra le colonne è coperto da file di seggiole, ve ne sono circa mille. La maggioranza dei delegati ha l’uniforme di soldato semplice. Gli altri vestono le semplici bluse nere degli operai e qualche variopinta giubba contadina. Ci sono alcune donne. Qua e là balenano rare spalline rosse e oro degli ufficiali e qualche colletto bianco. Dappertutto all’intorno fra le colonne, sui davanzali, su ognuno dei gradini che portano al palco, e persino sui bordi del palco è seduto il pubblico, costituito anch’esso di operai, contadini e soldati. Tra il pubblico qua e là si ergono delle baionette.
Delle guardie rosse esauste coi nastri delle cartucce a bandoliera dormono sul pavimento presso le colonne.
La sala è riscaldata solo dal calore umano e sui vetri delle alte finestre si forma la brina. L’aria è azzurra per il fumo delle sigarette e il fiato della gente. Attraverso questa cortina azzurra centinaia di volti guardano la scena sul fondo nella quale sono raccolte bandiere rosse con scritte dorate.
Volti semplici, uguali, aperti e decisi, volti anneriti dal gelo delle trincee, zigomi alti, molte barbe e, alle volte, volti affilati, grifagni di abitanti del Caucaso o del Turkestan, molti di essi con radi baffi tartarici. Sono tutti rivolti in una direzione con una espressione di ingenuo interesse infantile. Non si sente disagio, probabilmente a nessuno viene in mente che ciò che avviene è qualcosa di eccezionale, tutto si svolge come se si fossero riuniti dei contadini profondamente interessati ad un nuovo meraviglioso raccolto.
La seduta era stata fissata per le sei di sera : sono già le dieci e non è ancora iniziata.
Oggi è il sette novembre, il secondo giorno dell’insurrezione bolscevica. Il decreto sulla terra è già stato approvato, il Palazzo d’inverno è stato preso. Nella sala della Duma municipale si riuniscono le forze della controrivoluzione: i menscevichi e i socialisti-rivoluzionari, i cadetti, i monarchici, l’unione degli ufficiali. Dicono che Kaledin si muova verso il nord e Kerenskij si avvicini dal fronte con cinque divisioni cosacche.
Al tavolo della stampa è seduto un giovane intellettuale, ben vestito, interessante, un seguace di Kropotkin che per molti anni è stato nell’emigrazione a Parigi. Egli osserva la folla rozza, e tesa con un sogghigno e un atteggiamento un po’ distaccato lanciando di tanto in tanto delle osservazioni spiritose. Gli sembra incredibile che questa gente zotica, maleducata, osi pensare di poter dirigere la grande Russia.
«Andiamo — mi dice in francese. — Mi sono seccato. Autonominiamoci comitato per la ricerca della presidenza perché questo spettacolo possa cominciare». Mentre stiamo uscendo aggiunge: «Comunque non c’è fretta. Tra quarantott’ore scapperanno a rompicollo».
Ora, a dodici mesi di distanza ricordo spesso quest’osservazione.
Camminiamo lungo il corridoio a volta debolmente illuminato, pieno di enormi figure indistinte di operai e di soldati che si muovono in fretta, e disperatamente freddo. A destra e a sinistra vi sono delle porte sulle quali sono indicati gli innumerevoli aspetti dell’attività dei Soviet: sezione internazionale, sezione soldati, la redazione delle Izvestia, il settore stampa, l’unione dei militari democratici, i sindacati, i comitati di fabbrica, la direzione dei vari partiti politici. Attraverso la porta della stanza 28 dove sono runiti i socialisti-rivoluzionari di sinistra si sentono voci di gente che discute in tono altissimo: la porta è sbarrata. La camera 18 al pianterreno è il settore di Lenin; in questa camera si accalcano alcune centinaia di bolscevichi. Sembra che non importi a nessuno che noi entriamo o no. Quando chiediamo a che ora finirà la riunione i presenti si stringono nelle spalle con impazienza. Tutti sono in preda all’entusiasmo, negli occhi di tutti c’è un’espressione decisa e trionfante. Hanno l’aspetto di gente che da molte settimane non dorme, ma gli occhi brillano.
Al piano superiore in una piccola stanzetta giorno e notte è in riunione il Comitato militare rivoluzionario, centro dell’insurrezione che si è estesa largamente. Entrano ed escono correndo delle staffette. Da questa camera giunge a noi il suono di voci basse e decise.
Andiamo nella sala dove si deve tenere la seduta.
I socialisti-rivoluzionari di sinistra sono già qui, stanchi ma eccitati. Alla loro testa sono Kamkov, Maria Spiridonova, Karelin, Kolegaev. Un attimo dopo entrano i bolscevichi che formano un gruppo compatto attorno a Lenin. Dopodiché sale sul palco la presidenza, con Aleksandra Kollontai, Martov per i menscevichi-internazionalisti, Trotzkij, alcuni menscevichi, i socialisti-rivoluzionari, Abramovic per il Bund, Kramarov che è temporaneamente presidente del gruppo Novaja Zhizri. Il presidente legge l’ordine del giorno composto, come d’abitudine, dalla presidenza. Oggi il congresso deve esaminare la questione della guerra e della pace, la formazione del governo e la difesa della capitale da Kerenskij. Ma, com’è ovvio, ci si attiene all’ordine del giorno solo in modo molto approssimativo. Iniziano lunghissimi interventi degli oratori più diversi: i soldati delegati salutano il congresso a nome dei propri reggimenti al fronte, gli ufficiali e gli intellettuali protestano contro l’insurrezione, i contadini ricchi maledicono i bolscevichi perché questi hanno arrestato il ministro Maljantovic: «è un socialista anche lui».
Con rabbia e con accanimento protestano contro l’arbitrio dei bolscevichi i rappresentanti di vari partiti politici, persino i socialisti-rivoluzionari di sinistra. Karelin racconta come le guardie rosse si sono impadronite della tipografia del giornale Znamja truda ed hanno chiuso il giornale.
Per tutta la notte la riunione con applausi e con urla esprime la sua approvazione o la sua ira: la sala mugghia come il mare in tempesta. Più volte viene proposto di limitare il tempo a disposizione degli oratori, ma tutte queste proposte vengono bocciate a maggioranza. I delegati di vari partiti protestano contro la composizione della presidenza affermando che la schiacciante maggioranza bolscevica non deve imporre tutto lo svolgimento del congresso, che la presidenza dovrebbe essere più generosa e dare anche alla minoranza la possibilità di esprimersi.
I bolscevichi hanno messo in moto ciò che noi americani chiamiamo il rullo compressore. Nelle riunioni politiche in Russia tutto il lavoro vero viene condotto fuori dalla sala, nelle riunioni private dei capi partito delle diverse frazioni. I bolscevichi sono in maggioranza. Essi non possono privare la minoranza della parola: non ci sono regole secondo le quali si può interrompere la discussione. Ma i bolscevichi hanno preso la decisione dell’insurrezione armata del popolo; essi sanno che le masse di Pietrogrado li seguono; essi sono convinti che tutta la Russia li segua; ed essi tirano diritto spietatamente e fiduciosamente.
Molto dopo la mezzanotte Lenin con voce tranquilla legge il suo appello ai popoli di tutti i Paesi belligeranti sull’armistizio e la pace. La sala ascolta tesa: le fronti degli ascoltatori sono in sudore, tanto rabbiosamente essi vogliono la pace. Lenin ha terminato. Si levano delle proteste, alcune di esse vengono accolte con un mugghio furibondo e delle grida: «Basta. Chiudi il becco!». Si vota. Persino i «moderati», i socialisti-rivoluzionari di sinistra e il gruppo Novaja Zhizri, votano a favore. Uno solo vota contro. Un’esplosione di rabbia e di risate lo costringono ad abbassare la mano.
In un unico slancio, con un unico pensiero, senza una sola parola ci alziamo in piedi, tutti, fino all’ultimo, e cantiamo l’Internazionale. Il canto si fa strada attraverso l’aria piena di fumo, straripa al di là delle pareti e vola su tutto il mondo in preda alla guerra. Vi è chi si abbraccia, le lacrime scorrono sui visi induriti, barbuti, ci colpisce un sentimento di profondissimo entusiasmo. La pace! La pace e il potere del popolo a tutta l’umanità. L’inizio della rivoluzione universale, la fine dell’ingiustizia, la nascita di un mondo nuovo! «Non dimentichiamo chi ha dato la sua vita per questa notte!» — grida una voce quando finiscono di echeggiare le ultime note.
E noi cantiamo «Siete caduti vittima», la marcia funebre, quest’inno solenne e vittorioso che tanto dice al cuore di ogni russo. Si impadronisce di noi la convinzione profonda che non si tratti di un semplice erompere di emozioni ma della manifestazione suprema del vero potere politico. Abbiamo la sensazione che forse il popolo ha veramente vinto. Ascoltate Lenin: «La rivoluzione è appena iniziata. Noi ci siamo impadroniti di Pietrogrado. Domani noi vinceremo Kerenskij. Dopodomani spezzeremo la resistenza della borghesia».
Viene proclamato il nuovo governo, «governo che poggia sui Soviet dei deputati operai, contadini e soldati». Dalla tribuna viene annunciata la composizione del Consiglio dei commissari del popolo, ed ogni nome viene salutato da applausi a seconda dei meriti rivoluzionari di chi lo porta: il nome di Trotzkij suscita un forte, disordinato battimani, e il nome di Lenin una tempesta ininterrotta di ovazioni. Ma il fatto stesso della proclamazione del governo che in occidente sarebbe il punto culminante della rivoluzione qui viene accolto come qualcosa di ovvio. Qui è il popolo che è al potere. Non hanno importanza le persone singole, è importante solo la rivoluzione.
Sono già le cinque passate quando infine usciamo. In paesi più meridionali ad oriente l’aurora sarebbe già rossa, qui ancora per quattro ore sarà notte nera. Non c’è ancora la neve ma il fango nero che copre le strade è gelato. Agli incroci, attorno a falò fiammeggianti stanno accoccolati piccoli gruppi di guardie rosse. Vedendoci ci gridano: «Viva la Russia libera»; hanno gli occhi ardenti e le loro voci sono piene di un’emozione inesauribile.
Aspettano i tram pronti a portarci per la città. Molto tempo prima, alle undici di sera, nelle strade di Pietrogrado era cessato il traffico tramviario, ma il sindacato dei ferrotranvieri manda dei vagoni con dei conduttori volontari che attendono presso lo Smol’-nij la fine della seduta del congresso dei Soviet. Ci accalchiamo sulle vetture continuando a discutere ed a gesticolare...
Lontano echeggiano a caso degli spari. Ci muoviamo e alle nostre spalle resta l’immenso Smol’nij fiammeggiante di luci e ronzante come uno sciame di api.

La poesia del lunedì. Bertol Brecht (1898 - 1956)


Tempi grami per la lirica

Lo so bene: solo chi è felice
è amato. La sua voce
la si ascolta volentieri. Il suo volto è bello.

L'albero tutto storto nel cortile
addita il suolo cattivo, ma
i passanti gli danno dello storpio
e hanno ragione.

I battelli verdi e le allegre vele del Sund
non vedo. Di tutto
vedo soltanto la rete sdrucita dei pescatori.
Perché parlo solo di questo:
della bracciante che a quarant'anni cammina tutta curva?
I seni delle ragazze
sono caldi come una volta.

Nel mio canto una rima
mi parrebbe quasi un atto protervo.

Dentro di me si affrontano
l'entusiasmo per il melo in fiore
e l'orrore per i discorsi dell'imbianchino.
Ma solo il secondo impulso
mi spinge alla scrivania.

Poesie 1936-1956, Einaudi 1992 - Traduzione di Roberto Fertonani

9.9.18

Le intolleranze linguistiche italiane: falsi eufemismi e vero razzismo (Guido Vitiello)


L’idea che le cose brutte diventino meno brutte se le ribattezziamo con un nome grazioso, architrave del politically correct americano, non ha attecchito più di tanto in Europa. O almeno così sosteneva Robert Hughes in un libro dei primi anni Novanta, La cultura del piagnisteo: «In Francia nessuno ha pensato di ribattezzare Pipino il Breve Pépin le Verticalement Défié, né in Spagna i nani di Velázquez danno segno di diventare las gentes pequeñas». Hughes credeva che il politicamente corretto fosse figlio di un’abitudine tutta americana alla circonlocuzione cortese. Di certo sottovalutava la nostra lunga consuetudine con le caritatevoli astruserie dell’eufemismo burocratico, dove il povero diventa impossidente e il malato cronico lungo degente. E forse avrebbe potuto dare un’occhiata a un vecchio film di Marco Bellocchio, Sbatti il mostro in prima pagina, in cui Gian Maria Volonté, direttore di un giornale benpensante, impartisce a un suo redattore una lezione di linguaggio giornalistico, smontando parola per parola il titolo che questi aveva dato al suo pezzo: «Disperato gesto di un disoccupato. Si brucia vivo padre di cinque figli». Il disperato si addolcisce in drammatico, il disoccupato in rimasto senza lavoro e il padre di cinque figli — siccome il poveretto è calabrese — diventa semplicemente un immigrato, «una parola sola che contiene implicitamente il disoccupato e il padre di cinque figli ma dà anche un’informazione in più.
Immigrato è una delle parole che il linguista Federico Faloppa, da anni studioso dell’intolleranza che si annida nel linguaggio, prende in esame nel libro Razzisti a parole (per tacer dei fatti), pubblicato da Laterza. Non che immigrato sia di per sé una parola razzista, beninteso. Ma usata pigramente dalla stampa o nel parlare comune, come quando chiamiamo alunni immigrati dei bambini nati in Italia, si porta dietro un sottinteso sgradevole, che non è di forma ma di sostanza: l’idea che una condizione per definizione transitoria — la migrazione, lo spostarsi da un luogo all’altro — diventi un marchio indelebile che si trasmette tra le generazioni. Lo stesso vale per clandestino, un aggettivo lentamente trasformato in sostantivo, quasi a designare una seconda natura, che nel linguaggio giornalistico si associa a tutto un lessico da invasioni barbariche: orde, eserciti, sbarchi, ondate. Ogni parola è come un fazzoletto sporgente dal cilindro di un mago: tirane un lembo e ne uscirà fuori un mondo. Etnico, per esempio. Parola dalla lunga storia che s’intreccia con il colonialismo e lo studio dei popoli extraeuropei, e che finisce per designare vezzosamente, nell’uso comune, ristoranti e mode vestiarie; oppure, al contrario, scontri e pulizie. Che cosa indichi esattamente non è chiaro, ma forse ci risentiremmo se un ristorante italiano fosse definito etnico (mica siamo africani) o se l’aggettivo fosse speso per l’ambizione dei nostri padani a separarsi dagli etruschi.
Faloppa cita studi e ricerche, analizza a campione articoli di giornale, conversazioni informali su Internet, dichiarazioni di politici, documenti governativi. Non è un fanatico, sa bene che dal razzismo delle parole non si passa necessariamente alle vie di fatto. Sa anche, però, che un ponte c’è. «Studiate a memoria il Dizionario dei sinonimi e vi assicuro l’impunità per i nove decimi delle bricconate, che l’uomo può fare in questa valle d’ipocrisia», scriveva più di cent’anni fa Paolo Mantegazza. E così, la creazione di classi separate per i figli di immigrati diventa, nella mozione proposta alla Camera nel 2008 dal leghista Roberto Cota, «discriminazione transitoria positiva». Altre volte Faloppa è costretto a constatare che il galateo del discorso pubblico è andato a farsi benedire, e che nessuno si stupisce più di tanto se un editoriale di Vittorio Feltri sui fatti di Rosarno porta il titolo «Stavolta hanno ragione i negri». A pensarci, è la via anomala al «politicamente scorretto» di un Paese che non ha conosciuto la correttezza politica se non nella forma dell’evasività democristiana. Poi, quando abbiamo preso a scimmiottare la moda americana, i fronti si sono divisi: da un lato l’isteria linguistica di certo bigottismo progressista, dall’altro le intemperanze di quanti hanno colto al balzo il pretesto per dare sfogo alla loro beceraggine, recuperando il piacere proibito di urlare negri, froci e terroni (o anche, tra certi qualunquisti abusivamente accampati a sinistra, nani, ciccioni…).
Ma guai a sopravvalutare il potere delle parole. Perché, diceva ancora Hughes, «i teppisti che una volta pestavano i froci adesso pestano i gay».

La lettura – Corriere della sera, 11 dicembre 2011

7.9.18

I “sollevati” e gli “esposti”. L'abbandono dei bambini nella Roma imperiale (Paul Veyne)


La nascita di un Romano non è solo un fatto biologico. I neonati non vengono al mondo, o piuttosto non vengono accolti nella società, se non in virtù di una decisione del capofamiglia; la contraccezione, l’aborto, l'esposizione dei bambini nati liberi e l'infanticidio perpetrato nei confronti del bambino di una schiava sono pratiche usuali e perfettamente legali. Saranno guardate di malocchio, e diventeranno poi illegali, solo dopo che si sarà diffusa la nuova morale, chiamata per brevità stoica. A Roma un cittadino non «ha» un figlio: lo «prende», lo «solleva» (tollere); il padre, appena il bambino è nato, esercita la prerogativa di sollevarlo da terra, dove la levatrice lo ha deposto, per prenderlo nelle sue braccia e dimostrare così che lo riconosce e rifiuta di esporlo. La madre ha appena partorito (stando seduta in una speciale poltrona, lungi da qualunque sguardo maschile), oppure è morta durante il travaglio e il bambino è stato estratto dal suo utero mediante incisione: tutto questo non basta a decidere della venuta alla luce di un rampollo.
Il bambino che il padre non ha sollevato sarà esposto davanti alla porta di casa o su uno scarico di rifiuti; lo raccolga chi vuole. Ugualmente sarà esposto se il padre assente ha ordinato di farlo alla moglie incinta; i Greci e i Romani sapevano che era una peculiarità degli Egiziani, dei Germani e degli Ebrei di allevare tutti i loro figli e di non esporne nessuno. In Grecia si esponevano più spesso le femmine che i maschi; nell’anno 1 a. C. un Greco scrive alla moglie: « Se (tocco ferro) avrai un bambino, se è maschio, lascialo vivere, se è femmina, esponila». Ma non è per niente certo che i Romani si siano ispirati alla medesima parzialità. Loro esponevano o annegavano i bambini deformi (non per rabbia, ma per riflessione, dice Seneca: «bisogna separare ciò che è valido da ciò che non può servire a nulla») o anche i figli della figlia che era caduta in «colpa». Ma soprattutto l’abbandono dei figli legittimi aveva come causa principale la miseria degli uni e la politica patrimoniale degli altri.
I poveri abbandonavano i figli che non potevano sostentare; altri «poveri» (nel senso antico del termine, che noi tradurremmo con «classe media») esponevano i loro «per non vederli degenerare a causa di una educazione mediocre che li porrebbe al disotto della dignità e del livello sociale», scrive Plutarco; la classe media, i semplici notabili, preferivano per ambizione familiare concentrare i loro sforzi e le loro risorse su un piccolo numero di rampolli. Nelle provincie orientali i contadini si dividevano amichevolmente i rampolli; una coppia, con quattro figli, aveva già fatto il pieno delle bocche da sfamare; nacquero altri tre maschi: furono dati ad amici che accolsero volentieri questi futuri lavoratori e il considerarono come «figli propri». I giuristi non arrivavano a decidere se bambini così, di cui ci si era fatto carico (threptòi) erano liberi o se erano diventati schiavi di coloro che li allevavano. Ma anche i più ricchi potevano non volerne sapere di un rampollo indesiderato, se la sua nascita veniva a sconvolgere disposizioni testamentarie già decise in rapporto alla spartizione successoria. Una regola di diritto diceva: «La nascita di un figlio (o di una figlia) annulla il testamento» redatto in precedenza, a meno che il padre non si sia rassegnato in precedenza a diseredare il rampollo che eventualmente possa nascergli; forse si preferiva non sentirne parlare più piuttosto che diseredarlo.
Che accadeva ai bambini esposti? Raramente sopravvivevano, scrive lo Pseudo-Quintiliano che introduce una distinzione: i ricchi desideravano che il bambino non ricomparisse più, mentre i poveri, costretti solo dalla povertà, facevano tutto il possibile perché il bambino avesse delle possibilità di essere raccolto. A volte l’esposizione era solo una finta: la madre, all’insaputa del marito, affidava il bambino a vicini o dipendenti che lo tiravano su in segreto, dopodiché diventava schiavo o, eventualmente, schiavo affrancato dei suoi educatori. In questi rarissimi casi il bambino poteva un giorno far riconoscere di essere nato libero; tale fu la storia della moglie dell’imperatore Vespasiano.
Decisione legittima e meditata, l’esposizione poteva assumere il carattere di una manifestazione di principio. Un marito che sospetta d’infedeltà la moglie esporrà il bambino che ritiene adulterino; la figlioletta di una principessa fu così abbandonata alla porta stessa del palazzo imperiale, «completamente nuda». Poteva anche essere una manifestazione politico-religiosa: alla morte di un principe amatissimo, Germanico, la plebe, manifestando contro il governo degli dèi, lapidò i loro templi e certi genitori esposero ostentatamente i figli in segno di protesta; dopo l’assassinio di Agrippina per opera di suo figlio Nerone, uno sconosciuto «espose in pieno foro il suo bambino con un cartello dove aveva scritto: Non ti allevo: ho paura che tu scanni tua madre». Dato che l’esposizione era una decisione privata, cosa impediva che, in determinati casi, potesse diventare pubblica? Un giorno una voce infondata si diffuse tra la plebe: il Senato, apprendendo dagl’indovini che in quell’anno sarebbe nato un re, voleva obbligare il popolo ad abbandonare tutti i bambini che sarebbero nati in quell’anno lì. E come non pensare alla strage degl’innocenti (che, sia detto per inciso, è probabilmente un episodio autentico, non una leggenda)?
La «voce del sangue» a Roma parlava ben poco; ciò che faceva sentire di più la sua voce era il nome di famiglia. Ora, i bastardi prendevano il nome della madre, e la legittimazione o il riconoscimento di paternità non esistevano; dimenticati dal padre, i bastardi non hanno avuto quasi nessuna parte sociale o politica nell'aristocrazia romana. Non così gli schiavi affrancati, spesso ricchi e potenti, che a volte elevavano i loro figli all'ordine dei cavalieri, e anche al Senato: l’oligarchia dirigente si riproduceva attraverso i figli legittimi ed i figli dei suoi antichi schiavi... Perché i liberti prendevano il nome di famiglia del padrone che li aveva liberati dalla schiavitù; ne continuavano il nome. Infine ci si spiega così la frequenza delle adozioni: il bambino adottato prendeva il nome di famiglia del suo nuovo padre.

Da Aa.VV. La vita privata dall'Impero Romano all'anno Mille, Laterza 1986

Cesare come Al Capone. Amore, poesia e racket nella Roma imperiale. Intervista a Paul Veyne (Laura Xella)


Una vecchia, bella intervista a un grande antichista francese, i cui studi restano fondamentali.
Vi si illustrano i temi di uno dei suoi libri più importanti, sull'elegia latina, e si anticipano al lettore italiano i criteri del primo volume di una Storia della vita privata, curato da Veyne e al tempo pubblicato solo in Francia e tradotto per Laterza nel 1985. (S.L.L.)

Paul Veyne nel 2008
Studioso del mondo greco e romano, ex collaboratore di Michel Foucault, Paul Veyne è una delle personalità più in vista dell'attuale storiografia francese. Lo abbiamo incontrato al Collège de France dove quest'anno tiene corsi su Nerone e su Sparta. Cuu lo humour e l'irruenza polemica che si ritrovano nei suoi libri ha acconsentito a rispondere ad alcune domande, non solo su La poesia, l'amore, l'occidente — il saggio dedicato all'elegia erotica latina uscito di recente in traduzione italiana presso Il Mulino — ma anche su altri temi connessi alla sua ricerca: dalla sociologia della letteratura alla morale dei Romani, dai nuovi orientamenti della scuola storica francese alla grande Histoire de la vie privée diretta da Georges Duby con l'apporto di eminenti specialisti. Di Paul Veyne sono stati tradotti in Italia anche i volumi Come si scrive la storia (presso Laterza), I greci hanno creduto al loro miti? e Il Pane e il circo (presso Il Mulino). (l.x.)
Paul Veyne da giovane
— Il suo libro sull'elegia erotica latina ha sconvolto vecchi e diffusi schemi di lettura ed ha suscitato vivaci reazioni anche in Italia. Dobbiamo davvero rinunciare all'idea che Cinzia, Corinna, Delia siano le belle crudeli oggetto di passioni realmente vissute? Dobbiamo considerarle creature fittizie di un puro gioco letterario?
«La vecchia idea che le opere d'arte riflettano la società implica due cose molto diverse, la prima delle quali è falsa. Di solito, si da per scontato che quando un poeta romano parla d'amore lo descriva cosi come era praticato realmente a Roma. Si dimentica che la letteratura ha una funzione essenzialmente di evasione e che in generale non c'è nessun rapporto tra l'arte o la letteratura di un'epoca e la realtà di quella stessa epoca. Il secondo aspetto della questione riguarda il ruolo della fantasticheria. Lo spirito, la mentalità di una determinata epoca sono un elemento molto leggero. E noi siamo portati a pensare che le infrastrutture pesanti lo attirino a sé, plasmando l'immaginazione. Invece lo spirito è qualcosa di molto volatile e, lungi dall'essere plasmato sulla realtà, evade nelle direzioni più diverse. La letteratura, insomma, svolge più una funzione di evasione che una funzione di "riflesso". Ma la tendenza diffusa è di supporre che, per esempio, i trovatori descrivano le abitudini amorose del loro tempo. Non è assolutamente così: quella che i loro testi ci offrono è pura fantasticheria. Allo stesso modo, i romanzi cosiddetti picareschi evocano determinati comportamenti, ma ciò non significa che in Spagna al tempo di quei romanzi ci fosse più malavita di prima. Sarebbe come credere che la moda del romanzo poliziesco, dal 1900 in poi, corrisponda a un aumento della criminalità».

— Nei suoi libri lei ha preso apertamente posizione contro la sociologia della letteratura. A chi è rivolta in particolare questa critica?
«Soprattutto a Lukàcs. Ma bisogna intendersi. Un atteggiamento antisociologico porta a sottolineare nella letteratura l'elemento di gioco immaginario, che nel caso degli elegiaci romani è un libero contratto con il lettore. Al lettore viene detto: faremo finta di credere che esista un ambiente caratterizzato da una grande libertà di costumi. Crederemo allora che esso esiste e ci divertiremo, a livello immaginario, di fronte all'evocazione di questo mondo di abitudini libertine, di risse, di tradimenti, di avventure notturne, di costumi facili. Ciò non significa che a Roma imperversasse una estrema libertà di costumi, ma che tra autore e lettore è stato stipulato il contratto di crederci. Su questo punto, un sociologo, Jean Claude Passeron, mi ha fatto notare, a ragione, qualcosa che non contraddice le mie posizioni, ma piuttosto le integra. "Nelle tue analisi — mi ha detto — hai finito per recuperare la sociologia". Non si tratta però, evidentemente, della sociologia tradizionale; è vero, infatti, che, perché ci sia gioco con il lettore, questi deve capire e accettare le regole del gioco. Ma se il lettore non è più in grado di capire, se cambiamo secolo, si produrranno enormi malintesi. Qui sta la dimensione sociologica della letteratura: i contratti immaginativi a distanza di secoli non vengono più compresi. Proprio come nel caso del romanzo picaresco, che oggi rischia di essere inteso come rappresentazione di un mondo reale. Forse, di qui a qualche secolo, i film gialli americani, i romanzi polizieschi saranno scambiati per quadri veritieri della nostra epoca. In sostanza, la sociologia della letteratura non può consistere nello spiegare gli autori attraverso il contesto sociale, nel credere che il romanzo rifletta realmente la società. Alla sociologia dell'autore o dell'opera bisogna sostituire una sociologia del lettore. A chi dimentica le nozioni di patto, di regola del gioco su cui si basa ogni evento letterario, si potrebbe ricordare la storiella di quell'uomo che non aveva mai visto un incontro di calcio e che, di fronte a due gruppi di persone in lotta per il possesso di un pallone, diceva: "Basterebbe dare loro due palloni per farli contenti". La comprensione dell'opera è un contratto con la società: occorre decifrarlo».

— Per tornare agli elegiaci, se tutto nella loro poesia rinvia a una dotta convenzione letteraria, quale è il posto di ciò che noi chiamiamo passione nella vita dei Romani?
«Ebbene, c'erano, come oggi, delle persone che provavano intense passioni. Non c'è motivo di credere che fosse diversamente. Il problema è sapere in che termini se ne parlava. La passione esisteva, come in ogni altra epoca, è ovvio. Ma innanzitutto se ne poteva parlare in termini positivi o in termini negativi. Di qualcuno che era innamorato si poteva dire per esempio "ha perduto la testa per una donna", e biasimarlo per questo. Anche nella nostra società, del resto, ci sono ambienti in cui la passione è ammessa e altri, come quello militare, in cui è malvista. A Roma si parlava della passione un po' come se ne parla oggi nei nostri ambienti militari. Si preferiva l'amore coniugale; la passione ispirava diffidenza. C'è poi un secondo problema, molto più sottile. Penso che in ogni epoca gli uomini abbiano provato più o meno gli stessi sentimenti. Ma sentimenti anche estremamente violenti possono passare completamente inosservati. Un esempio: è solo da una trentina d'anni che si è preso atto del rilievo delle relazioni omosessuali. Ma un'altra categoria, statisticamente altrettanto importante, quella delle relazioni sadomasochistiche è sottoposta a interdetto: difficilmente se ne parla».

— Qual è allora lo sfondo di norme morali che regola i comportamenti amorosi a Roma?
«Primo: l'amore a Roma è una cosa seria ed è ammesso come argomento di conversazione solo se è coniugale. Secondo: finché si tratta di una passione unicamente sensuale — e se non si perde la testa — si chiudono gli occhi. Terzo: i giovani godono di una grande libertà fin dall'età di quattordici anni (solo i maschi, naturalmente). Quarto: nell'alta società la libertà di costumi degli uomini e anche delle matrone è molto ampia. Non per liberalismo, ma per emanazione di orgoglio aristocratico. Un po' come accade nel XVIII secolo. Solo Cesare ha potuto pretendere che la virtù di stia moglie fosse al di sopra di ogni sospetto».

— Il problema della sincerità in letteratura va ricondotto secondo lei a un concetto di pragmatica. Quali sono le sue fonti in questo senso?
«Fondamentalmente i Formalisti russi. A differenza di Lukàcs, che non ha dimostrato alcuna autentica inventività e ha finito per fare del marxismo scolastico, 1 Formalisti russi hanno aperto la strada a tutta la critica attuale, alla semiotica, alla narratologia. È probabilmente Il più grande contributo della cultura russa alle scienze umane».

— In contrapposizione al manierismo e allo humour degli elegiaci lei traccia un rapido profilo della «estetica dell'intensità», propria della tradizione poetica moderna e contemporanea. Quale è il suo atteggiamento di fronte ai poeti dell'intensità, come René Char per esempio?
«Tra i poeti italiani ce n'è uno che amo molto: Montale. Mi sembra — ed è un elogio — un liquore concentrato ad un grado mai raggiunto in precedenza. Quanto a Char, sto scrivendo un libro su di lui; è un amico. Lo considero il più grande poeta vivente. Mi affascina l'oscurità favolosa dei suoi testi».

— Colpisce nel suo libro la ricchezza di riferimenti a testi letterari anche lontani dal suo ambito di studi. Quali sono le sue abitudini di lettura?
«Le farò una confidenza: non leggo mai romanzi. Amo molto la poesia. Quando ci si occupa di storia, è facile avere un rifiuto per i romanzi».

— Forse trova nella storia la dimensione romanzesca?
«Sì, è così. Prenda il caso di Zola: tutta la parte non "estetica", non "poetica" della sua opera svanisce al contatto con la storia».

— Vuole dirci qualcosa sull'«Histoire de la vie privée», l'imponente impresa storiografica di cui è uscito da poco il primo tomo da lei curato, relativo al periodo «Dall'Impero romano all'anno mille»? «L'idea è partita da Philippe Ariès, l'autore dei saggi sulla storia della morte in Occidente, scomparso l'anno scorso. Si può dire che questa iniziativa sancisca due cose: da un lato l'esaurirsi della tradizione delle Annales, dall'altro l'emergere nella scuola storiografica francese di una tendenza storicistica che va ricollegata, direttamente o indirettamente, al lavoro di Michel Foucault. Gli storici francesi hanno finalmente cessato di essere cartesiani».

— Come va intesa la nozione di «privato»? Non si tratta, suppongo, solo di una storia della vita quotidiana.
«Occorre partire da due idee: 1) Gli uomini, a differenza degli animali, sono esseri che hanno un'idea di se stessi e che la organizzano. È quello che si definisce lo "stile di vita". 2) È possibile cominciare a trasformare le relazioni umane senza aspettare una rivoluzione più generale. Spesso i piccoli dettagli fanno vacillare le grandi strutture: sono come il granello di sabbia che blocca l'ingranaggio».

— Un'ultima domanda: l'indagine sul privato dei Romani ha rivelato particolari nascosti o inattesi? 
«Abbiamo potuto osservare il ruolo enorme, gigantesco della corruzione. L'impero romano, come l'impero turco, come l'impero cinese, si fonda sul backehich (la bustarella) e sulla estorsione. Ma ciò non era recepito in modo apocalittico: era ammesso. L'eccezione, semmai, è il funzionario integerrimo quale lo vorrebbe l'occidente moderno. In tutti gli Imperi antichi ciò che oggi chiamiamo Amministrazione era in effetti un racket. L'amministrazione romana, di cui spesso si vanta l'efficienza, e una mafia che invece di essere perseguita dalla polizia è utilizzata dal potere centrale, con relativa spartizione dei profitti. In epoca moderna c'è stato un equivalente molto preciso: Al Capone, padrone onnipotente di Chicago, durante la crisi del '29 distribuiva cibo alla gente e intratteneva ottimi rapporti con il sindaco della città. L'Impero romano non è altro che questo».


l'Unità, 8 gennaio 1986

Un giorno che alla terra abbandonavo. Una poesia di Sandro Penna (1906 - 1977)



Un giorno che alla terra abbandonavo
ogni calmo desio – e rispondeva calmo
il vento che dal mare risaliva
a noi del verde colle –
io nel sole un’umana figura
riguardavo dormire. Indi m’accorsi
che un vero iddio guardava quella forma.

Tutte le poesie, Garzanti, 2000

Dare corpo all'utopia. Un ricordo di Clara Sereni (Salvatore Lo Leggio)


Sul finire di luglio ci ha lasciato Clara Sereni. Posto qui il pezzo che allora ho scritto per “micropolis on line” con l'intento di testimoniare un dolore, un affetto e una stima grandissima. Sabato 15 settembre alle 16,30 ci ritroveremo per ricordare Clara nella sala del commiato del cimitero monumentale di Perugia. Spero che si sia veramente in tanti. (S.L.L.)


È morta Clara Sereni, che non vedevo da qualche anno e mi dispiace moltissimo di non aver potuto salutare.
Clara – non credo che mi facciano velo i sentimenti di amicizia – è stata una scrittrice grande, più di quanto non dica il successo dei suoi libri. È probabile – come una volta affermò – che la spinta a scrivere le venisse dalla volontà di capire, di chiarire le cose a se stessa prima che agli altri e che questo sforzo le procurasse patimento; ma a me pare certo che la sua capacità di mescolare generale e particolare, toni bassi e toni alti, ironia e pietà, documenti e sentimenti diano alle sue scritture una ricchezza comunicativa rara, quella che si ritrova solo nei grandi scrittori.
Da Casalinghitudine (1987) al Gioco dei Regni (1993), da Passami il sale (2002) a Via Ripetta 155 (2015), per ricordare solo i titoli a mio avviso più importanti, la sua è una ricognizione che parte sempre dal sé, dalla storia di una famiglia speciale, di una giovinezza da sessantottina inquieta e ribelle, di una madre alle prese con l’handicap del figlio, di una donna di sinistra impegnata a cambiare il mondo e mai rassegnata; ma sia il montaggio, quasi sempre felice e probabilmente legato ai rapporti con il cinema, sia le risonanze letterarie e linguistiche che animano lo stile quasi sempre trascendono l’esperienza privata e danno alle sue scritture una dimensione pubblica non meramente documentaria, ma creativa, poetica.
Casalinghitudine, libro dal titolo felicissimo, in cui molte donne si sono ritrovate e si ritrovano, lancia una formula destinata a un grande successo: le ricette di cucine (Clara era appassionata gastronoma e cuoca eccellente) connesse a una narrazione, in questo caso per frammenti, di storie personali, familiari o di gruppo e centrate sull’affermazione del sé in una donna, sempre faticosa, anche quando si tratti di donna relativamente privilegiata. Il gioco dei regni è una saga familiare in cui si proietta la grande storia: il padre ebreo romano che passa da un sionismo molto religioso al comunismo vissuto come una religione, uno zio che resta sionista impegnato a costruire la nuova patria d’Israele, una mamma russa che sembra accettare un ruolo subalterno e una nonna materna molto rivoluzionaria. In questo mondo l’ideale non di rado diventa retorica e confligge con le miserie della quotidianità. Passami il sale è il romanzo dei due o tre anni in cui Clara fece parte della giunta comunale a Perugia, dai toni apparentemente più dimessi, in prevalenza ironici, ma le piccole vicende amministrative di una città media diventano nella sua scrittura critica della politica, anche della grande politica, del suo persistente maschilismo, dei suoi riti, dei suoi ingorghi, della sua indifferenza alla vita reale. E infine il controverso Via Ripetta 155, per me molto più che un “memoir” o un romanzo “generazionale” sul Sessantotto, ma una grande costruzione letteraria, in cui confluiscono non solo esperienze ma tradizioni.
Sotto traccia sempre, ma non troppo, un tema profondamente politico accompagna le narrazioni: è una domanda di senso e di impegno che scaturisce dalla stessa storia familiare: che fare dopo il comunismo, che è stato insieme liberazione e oppressione, verità e menzogna, sogno e incubo. La fine un po’ ingloriosa del tentativo novecentesco di cambiare la società e la vita è rappresentata in maniera classica dalla decadenza fisica e intellettuale di Emilio Sereni, dal suo chiudersi in se stesso, che trova l’acme nelle pantomime familiari che accompagnano il romanzo di formazione in Via Ripetta e più ancora nel trasferimento della grande biblioteca nel Gioco dei regni: “Privo del muro di carta che per tanti anni lo aveva rinchiuso e difeso fu ad un tratto vecchio, assai più degli anni che aveva. Silenzio. Ordine e disciplina comandamenti vuoti, via via più staccati da un progetto. Un dolore che dilagava, una solitudine feroce. Fino all’ultimo”. Ma c’è nel racconto di Clara Sereni anche la volontà indomabile di dare comunque gambe e corpo all’utopia (parola che amava molto, mentre trovava respingente “ideologia”), in un progetto che procede per tentativi ed errori, ma senza rese. Così si legge nel finale di Via Ripetta: “Tutto era pronto per un nuovo passo in avanti. Con tutte le speranze e utopie ancora – colpevolmente – intatte”. Finale “riformista” forse, ma irriducibile: la lotta continua sempre, seppure con altri mezzi.
Ho voluto, per questo ricordo in pubblico, valorizzare com’era giusto la scrittrice rispetto all’amica, alla compagna, ma non posso fare a meno di ricordare le battaglie concrete che Clara condusse a Perugia e tra esse quelle che la videro al nostro fianco, a fianco della redazione di “micropolis” e dei compagni di “Segno Critico”.
Clara aveva scelto di abitare a Perugia e tra le ragioni di questa scelta, nei primi anni 90, c’era la qualità della vita che era – al tempo – ancora abbastanza alta sotto il profilo dei servizi e della vivacità culturale. Accettò pertanto volentieri di far da assessore a Maddoli, il sindaco venuto dalla “società civile”, come si diceva allora, un professore di storia greca legato al mondo cattolico. Convinta che alle difficoltà dello stato sociale di dovesse reagire con un movimento di solidarietà dal basso, di nuova mutualità sorretta dalle pubbliche istituzioni, si impegnò in quella che le appariva una battaglia esemplare, la “Banca del tempo” attraverso cui le persone si sarebbero scambiate del tempo da dedicare ad attività di cura, e in particolare al sostegno ai più deboli e fragili. Non funzionò. Forse non poteva funzionare.
Non funzionò neanche il tentativo suo e di altri assessori, forse dello stesso sindaco, di resistere alle logiche di una “macchina amministrativa” che mal si conciliava con utopie o ideali, e che era a quel tempo tesa a promuovere sviluppo e affari, soprattutto nel campo delle costruzioni.
Clara si dimise molto prima della fine del mandato, ma non cessò il suo impegno. Nei primissimi anni Duemila nella battaglia interna del Pds si schierò a fianco di Cofferati e del “correntone” di Giovanni Berlinguer, le cui attività coordinò a Perugia. Con una idea fissa: uscire dal chiuso delle sedi di partito e lanciare una battaglia culturale nella società, per la difesa dei diritti del lavoro, per il rilancio dello Stato sociale, per il sostegno agli ultimi, per la pace.
In questo si incontrò con noi. Per un anno intero organizzammo iniziative in comune, tra “micropolis” e “Aprile” l’associazione culturale legata al “correntone”. Ricordo la sua occasionale, ma significativa, collaborazione al giornale, ma ricordo soprattutto cene, incontri, chiacchierate per preparare iniziative. Era generosissima Clara: partecipava alla lotta politica, scriveva e intanto seguiva il figlio Matteo e lavorava per la “Città del Sole”, la fondazione senza scopo di lucro che nel 1998 aveva promosso per aiutare i disabili psichici.
Due delle iniziative comuni che al tempo (2002) promuovemmo la videro protagonista con impostazioni originali. Per la presentazione del suo Passami il sale, in una sala di Palazzo Penna affollatissima e caldissima, si stufò dei complimenti che in tanti le rivolgevano, prese il microfono e disse: “ora parliamo di politica, del che fare per la sinistra!”. Volle poi partecipare con Nemer Hammad alla presentazione del Diario segreto dell’esponente palestinese, al tempo ambasciatore dell’OLP e di Arafat in Italia, curato da Alberto La Volpe. L’incontro si svolse in una sede ufficiale della Regione, a Palazzo Cesaroni, ma i palestinesi per i politici di mestiere, anche di sinistra, non erano più di moda e nella sala Brugnoli piena, se ne contarono pochissimi. La presidente della Regione Lorenzetti, che in passato si era dichiarata amica personale di Nemer Hammad oltre che di Arafat, si disse impegnata nell’altra ala del palazzo regionale. Clara, ebrea, con una parentela israeliana e sionista, con ottimi personali legami in Israele, non solo intervenne, ma seppe esprimere con semplicità e intensità la sua partecipazione alle sofferenze dei palestinesi. La sera, in una indimenticabile cena al Deco, ove da anfitrione faceva Maurizio Mori, Clara seppe vincere con la sua umana simpatia, le diffidenze dei palestinesi che accompagnavano Hammad. Finì con abbracci commoventi.

Micropolis on line ( www.micropolis.umbria.it ), 28 luglio 2018

6.9.18

Campione della pace e della liberazione dei popoli. L'Unità in morte di Andrej Zhdanov



Con profonda commozione diamo ai lavoratori italiani la notizia della morte del compagno Andrej Zhdanov. Il dolore per la sua scomparsa va oltre i confini della terra sovietica e colpisce il cuore dei lavoratori del mondo intiero, i quali perdono nel compagno Zhdanov un grande campione della lotta per la pace e per la liberazione dei popoli da ogni oppressione.
I lavoratori di tutto il mondo conoscono l'opera valorosa del compagno Zhdanov per la redenzione della sua terra dallo sfruttamento capitalista e per la edificazione di un nuovo glorioso regime di giustizia. La lotta che Egli ha combattuto, negli anni della Rivoluzione e per una vita intiera, contro le forze della reazione e per la vittoria del socialismo, l'attività instancabile che Egli ha dato alla costruzione del Partito bolscevico e dello Stato sovietico sono nella memoria di tutti i socialisti e di tutti gli amici della libertà come un esempio di fedeltà estrema alla causa della felicità del popolo lavoratore. 1 lavoratori e i democratici del mondo intiero ricordano con particolare gratitudine la parte eroica che il compagno Zhdanov ha avuto nella difesa di Leningrado e della terra sovietica contro l'invasione nazista e il contributo decisivo che Egli ha dato in questo modo alla salvezza dell'Europa dalla furia delle belve hitleriane.
Ma i lavoratori italiani e di tutto il mondo piangono oggi nel compagno Zhdanov prima di tutto il campione della lotta contro l'imperialismo, l'animatore del movimento democratico internazionale, che, alla luce della dottrina di Lenin e di Stalin, aveva dato un contributo altissimo al rafforzamento politico e ideologico del Fronte unico socialista e antiimperialista. Le indicazioni preziose contenute nello storico rapporto alla prima Conferenza dei nove Partiti comunisti non morranno, poiché sono nel cuore e nella mente di milioni di uomini, i quali, in tutti i Paesi, si schierano contro la guerra e per la libertà dalle catene imperialistiche. La fiducia nelle forze della pace espressa in quel rapporto ha dato lena e speranza ai costruttori di un mondo nuovo e alle schiere degli oppressi sotto il regime capitalista.
Inchiniamo le nostre bandiere dinanzi alla salma del compagno Andrej Zhdanov, Segretario del Comitato Centrale del Partito bolscevico dell'U.R.S.S., campione della pace e della liberazione dei popoli. Esprimiamo al grande compagno Stalin, ai popoli sovietici e ai fratelli del Partito bolscevico la costernazione dei lavoratori e di tutti i compagni italiani. Promettiamo di continuare, nel nome del compagno Zhdanov, con più vigore la lotta per la sconfitta piena e irreparabile dell'imperialismo oppressore del nostro Paese e fomentatore di nuove guerre nel mondo.

l'Unità, 1 settembre 1948

Due libri sul lavoro (Sergio Pasquandrea)



Giorgio Falco, Ipotesi di una sconfitta, Einaudi, 2017
Francesco Dezio, La gente per bene, Terra Rossa, 2018

Apparentemente simili, in realtà diversissimi questi due libri.
Simili, perché simile è il tema: il lavoro, quello precario, polverizzato, risorse umanizzato dei giorni nostri. E simile anche il modo di svolgerlo, narrando in prima persona una sequela di lavori svolti dall'autore. Diversissimi invece gli ambienti, gli stili, i punti di vista.
Ipotesi di una sconfitta si apre con un lungo capitolo dedicato al padre del protagonista, siciliano emigrato a Milano (e quindi milanese al quadrato), impiegato per quarant'anni nell'azienda municipale dei trasporti (il vecchio, mitologico posto fisso), infine morto di tumore, proprio in coincidenza con la dismissione della stessa azienda.
Segue il resoconto dei tanti mestieri, più o meno improbabili, svolti da Falco: addetto al confezionamento di spillette con volti celebri, da Bruce Springsteen a Papa Woityla a Gesù (ma Gesù gratis, perché “con lui si va in perdita”); tabulatore di dati sui supermercati per conto di una rivista; venditore porta-a-porta di abbonamenti per la consegna domiciliare di un quotidiano; commesso in un negozio di abbigliamento; piazzista di scope in saggina; magazziniere; allenatore di basket; affissore di manifesti; fino alla discesa agli inferi: impiegato per un'azienda di telefonia mobile.
L'itinerario è una catabasi verso un lavoro sempre più alienante, disumanizzante, psicotizzante. L'ambiente è quello delle periferie milanesi, o del Veneto, o (per qualche pagina) delle borgate romane ai confini del Grande Raccordo Anulare: un panorama sempre più devastato, sfregiato, cementificato, invivibile. Un movimento discendente che non si arresta nemmeno di fronte all'ultima svolta: la scelta di dedicarsi alla scrittura e guadagnarsi da vivere con le scommesse calcistiche.
Tutto, in realtà, si svolge all'ombra di un tramonto: quello del Novecento, rappresentato dalla figura del padre. Il secolo è morto, insieme a tutti i suoi miti, e Giorgio Falco (classe 1967) appartiene alla generazione che ha vissuto quell'agonia.
Prendo in prestito le parole di Daniele Giglioli (da Le parole e le cose): “C’è un [...] mito a cui il secolo scorso ha sacrificato. [...] Era il mito secondo cui la vera vita è appunto l’arte, la letteratura, redenzione di quella che ci sfugge nello scialo dei giorni. [...] Quel mito tenta forse anche Falco, che però non gli cede. Il lettore non troverà da nessuna parte la volgarità terra terra del “ce l’ho fatta”, né quella tanto più volgare del “che importa, in fondo, se tutto ciò ha fatto nascere una scrittura?” Ci sono scrittori per i quali, di qualsiasi cosa parlino, fa premio comunque su tutto il ribaldo, avventuroso, amorale piacere di esprimersi. Falco è troppo onesto per questo. Tra cosa e stile la fusione è senza resti. La bellezza, la verità di questo libro, il lettore deve guadagnarsela a sue spese. Dentro, ma anche fuori dal libro”. Non c'è traccia di autofiction in Ipotesi di una sconfitta, ma una sincerità e un realismo senza remore, serviti da uno stile compatto, implacabile.

Apparentemente simile, dicevo, La gente per bene. Anche qui abbiamo uno scrittore nato nell'ultimo scorcio del Novecento (1970), che fa i conti con un lavoro trasformato in sfruttamento senza più alcuna possibilità di riscatto.
Lo scenario, stavolta, è il Sud: in particolare, il Sud della Murgia barese, terra di capannoni, piccole ditte a gestione familiare, discariche clandestine, palazzinari, padroni arricchitisi sullo sfruttamento spregiudicato degli operai. E anche Dezio racconta la propria odissea nel lavoro: il diploma all'Industriale, le esperienze come grafico addetto ad Autocad e SolidWorks, l'economia rampante dei divanifici Natuzzi che, negli anni Ottanta e Novanta, sembrava aver trasformato quel lembo di Puglia nella Svizzera del Meridione, il fallimento non solo personale, ma di un'intera società.
Tuttavia, il libro è quanto di più diverso si possa concepire, rispetto a quello di Giorgio Falco. Perché Dezio sceglie una forma ibrida, volutamente disomogenea, anzi trae la propria forza proprio dalle fratture nel tessuto stilistico e narrativo. E così, ogni capitolo sembra prendere una direzione diversa dal precedente, rendendo La gente per bene un oggetto letterario di difficile collocazione: autobiografia? autofiction? romanzo d'inchiesta e di denuncia? Lo stile incorpora il parlato, il dialetto, ma anche il linguaggio burocratico, le copie dei CV e delle lettere di licenziamento.
Alla fine, una vaga speranza sembra intravvedersi, ma sta solo nella fuga da un Sud che, dopo sessant'anni, ancora offre ai suoi figli l'unica strada dell'emigrazione.

Eppure, lo si sarà capito, qualcosa di simile i due libri ce l'hanno: dipingono in maniera spietata lo sfacelo ineluttabile del mondo occidentale contemporaneo. In questo, i capannoni della Brianza somigliano tragicamente a quelli delle Murge.

Dal sito “Ruminazioni” giovedì 10 maggio 2018

Novecento russo. Per amore di dada (Cesare G. De Michelis)

Igor Tarant'ev, Trattato di totale oscenità

"Taci, taci,/ (femmina, nelle sue braccia/ delirasti una notte così)...": così scriveva, all'inizio degli anni Venti, Ada Negri, scrittrice già dai fieri sentimenti populisti, e come tale di buona popolarità anche in Russia. E contemporaneamente, pressappoco, ecco come un personaggio di nome Ada Negri parlava in una bislacca operetta drammatica di Nikolaj Shalimov del 1922, L'amore equatoriale ovvero la terribile vendetta di una negra: "Agiu l'chuva/ chuljanam/ pingiaru ragiuljum/ giufcha raspere...", spingendosi nel contesto dell'improbabile parlata meridionale fino a vaghe allusioni falliche: "palla polla palla/ coriambo/ cine banda/ ban ban ban/ Why son come l'ibis/ lingam fallas/ Diplodok".
Ebbene, sì: questo è il dada russo, del quale Marzio Marzaduri ci offre ora un'antologia ragionata, che è il primo contributo complessivo volto a intendere questa pagina certamente minore, ma sin troppo negletta, dei movimenti sperimentali: Dada russo. L'avanguardia fuori della Rivoluzione (Il Cavaliere azzurro, pagg. 258, lire 15.000). Sul perché "fuori della Rivoluzione" torneremo subito; ma intanto vale la pena di avanzare qualche considerazione sul rutilante intrecciarsi, e talora confondersi, dei molti gruppi e gruppuscoli dell'avanguardia russa, destinati spesso a una esistenza effimera e periferica. In proposito si può ricordare un episodio forse marginale, ma emblematico come pochi altri: c'è un testo poetico del pittore Vasilij Kandinskij, Vedere ("Azzurro. Azzurro s'innalzava, s'innalzava e precipitava. / Acuto. Sottile fischiava e si conficcava..."), le cui peregrinazioni sono ghiottamente tortuose. Apparso dapprima in tedesco nella raccolta Klange (1912), venne annoverato tra i primi testi dell'espressionismo letterario; a distanza di un anno ricomparve in russo (nella traduzione di David Burljuk) sull'almanacco Schiaffo al gusto del pubblico, e venne pertanto catalogato tra gli archetipi del cubofuturismo russo. Nel 1916 fece ancora in tempo per riapparire in tedesco su Cabaret Voltaire a Zurigo, tra i testi del nascente movimento dada. Espressionismo, futurismo, dadaismo: la storia della poesia di Kandinskij sembra fatta apposta per convalidare la nozione indistinta degli "...ismi contemporanei", di cui aveva già parlato trent'anni prima Luigi Capuana. Ma siccome l'indagine scientifica procede non già dal distinto all'indistinto, ma precisamente all'inverso, eccoci al quesito da cui prende le mosse lo stesso Marzaduri: in buona sostanza, se sia esistito un dada russo, e nel caso di risposta affermativa, perché esso si ponga non occasionalmente, ma strutturalmente, "fuori della Rivoluzione" (non contro, o accanto: semplicemente fuori). La domanda appare sensata, se non altro perché nelle svariate ricognizioni che sono state compiute sul fenomeno dell'avanguardia russa (tanto per restare in Italia, ricorderemo almeno Le poetiche russe del Novecento di Giorgio Kraiski, del 1969, e L'avanguardia russa di Serena Vitale, del 1978), di un dada russo non si fa nemmeno menzione. Tuttavia, i filoni culturali cui si rifà anche questa rassegna antologico-critica, sono ben conosciuti e presenti: in particolare, transmentali (zaumniki) e nullisti (nicevoki). Ha senso dunque convogliare gli uni e gli altri (e altri ancora) sotto la comune etichetta di dada? Il modo di procedere di Marzaduri appare in proposito sensato, anche se non dimostrativo: "L'autore - scrive - assume come plausibile la categoria di un dada russo, o transmentale. L'affermazione non è comprovabile filologicamente (...), ma appare tuttavia giustificata da una seria tradizione". In sostanza si tratta del fatto che dal tronco vigoroso del futurismo russo s'è sviluppato - tra gli altri - un ramo assai particolare, quello dello zaum' (o lingua transmentale), coltivato già prima della guerra e della Rivoluzione da Chlebnikov e Kruciònych. Trapiantato a Tbilisi (in Georgia), ebbe l'apporto di altri scrittori e pittori, russi e georgiani, dando vita alla compagnia del 41, che si fregiò, oltre quello di Kruciònych, dei nomi di Il'ja e Kirill Zdanevic, nonchè di Igor' Terent'ev.
Questo ramo dell'avanguardia russa, pur se ben noto, è rimasto piuttosto in ombra, in patria e all'estero, per il concorso di circostanze eterogenee: la sua breve esistenza, la quasi programmatica intraducibilità (o perfino illeggibilità) dei testi che produceva, la commistione di cultura russa e di cultura (e lingua) georgiana: ad esempio, il numero unico più prossimo al "dada assoluto", H2SO4 apparve nel 1924 in georgiano. L'altro ramo dell'avanguardia russo-sovietica che può legittimamente esser avvicinato al dada zurighese, è come abbiamo detto quello dei nullisti, di Rostov sul Don, che promulgarono il loro manifesto nel 1920, e ai quali fu vicino il giovane Grigorij Shil' tjan (Sciltian), prima di divenire nell'emigrazione convinto assertore della restaurazione. Episodio minore e provinciale, s'esaurì esso pure nei primi anni Venti; ha ragione insomma Marzaduri a sostenere che "tra la primavera e l'autunno del 1923 finisce il dada russo". Episodi successivi d'un'avanguardia estrema e nichilistica, pur se accusati di "dadaismo" (come fu il caso, nel 1927, degli Oberiuty di Leningrado: Charms, Vvedenskij, in parte Vàginov e Zabolotskij), escono di fatto dal quadro del fenomeno ora ricostruito e documentato da Marzaduri. L'avanguardia fuori della Rivoluzione. Episodio nato negli anni convulsi della guerra civile (e in particolare nella repubblica "socialdemocratica" di Georgia), quando il potere sovietico prese definitivamente piede, si dissolse per gran parte nell'emigrazione (le dra, quasi illeggibili, di Zdanevic, vennero proposte a Parigi); quelli che rimasero in Unione Sovietica, o finirono dimenticati (come lo Shalimov, dal quale abbiamo preso le mosse), o continuarono sempre più isolati - è il caso di Krukiònych - a coltivare una sorta di "antiquariato nostalgico" dell'avanguardia. O ancora, come lo sventurato Terent'ev finirono in un lager, a costruire il Canale del Mar Bianco: e con una epistola in versi indirizzatagli da Kruciònych si conclude anche l'antologia: davvero, "triste tombeau del dadaismo russo".

“la Repubblica”, 29 agosto 1985

Libia, Italia, USA. Sovranismo senza sovranità (Manlio Dinucci)


Il polverone politico-mediatico sollevato dallo scontro tra «europeisti» e «sovranisti» nasconde quella che invece è la realtà: un europeismo senza Europa e un sovranismo senza sovranità.
A innalzare strumentalmente la bandiera dell’europeismo è in questo momento il presidente Macron, per far avanzare la potenza francese non solo in Europa ma in Africa.
La Francia, promotrice con gli Usa della guerra Nato che nel 2011 demolì lo Stato libico (nella quale l’Italia svolse un ruolo di primo piano), cerca con tutti i mezzi di controllare la Libia: le sue ricche risorse – enormi riserve di petrolio, gas naturale, acqua fossile – e lo stesso territorio libico di grande importanza geostrategica. A tal fine Macron appoggia le milizie che combattono il «governo» di Fayez al-Serraj, sostenuto dall'Italia che con l’Eni mantiene grossi interessi nel paese.
Questo è solo uno degli esempi di come l’Unione europea, fondata sugli interessi delle oligarchie economiche e finanziarie delle maggiori potenze, si stia sgretolando per contrasti di natura economica e politica, di cui la questione dei migranti è solo la punta dell’iceberg.
Di fronte al predominio di Francia e Germania, il governo 5 Stelle-Lega ha fatto una precisa scelta: accrescere il peso dell’Italia legandola ancora più strettamente agli Stati uniti. Da qui l’incontro del presidente Conte col presidente Trump, a cui i media italiani hanno dato scarso rilievo. Eppure in quell’incontro sono state prese decisioni che influiscono notevolmente sulla collocazione internazionale dell’Italia. È stato anzitutto deciso di creare «una cabina di regia permanente Italia-Usa nel Mediterraneo allargato», ossia nell’area che, nella strategia Usa/Nato, si estende dall’Atlantico al Mar Nero e, a sud, fino al Golfo Persico e all’Oceano Indiano. La regia in realtà è in mano agli Usa, in specifico al Pentagono, mentre all’Italia spetta qualche compito secondario di assistente alla regia e genericamente il ruolo di comparsa. Secondo Conte, invece, «è una cooperazione strategica, quasi un gemellaggio, in virtù del quale l’Italia diventa punto di riferimento in Europa e interlocutore privilegiato degli Stati uniti per le principali sfide da affrontare». Si annuncia così un ulteriore rafforzamento della «cooperazione strategica» con gli Stati uniti, ossia del ruolo «privilegiato» dell’Italia quale ponte di lancio delle forze statunitensi, anche nucleari, sia verso Sud che verso Est.
«All’Italia l’amministrazione americana riconosce un ruolo di leadership come paese promotore della stabilizzazione della Libia», dichiara Conte, annunciando implicitamente che l’Italia, e non la Francia (meno affidabile agli occhi di Washington), ha avuto dalla Casa Bianca l’incarico di «stabilizzare» la Libia. Si tratta di vedere come.
Non basterà la Conferenza internazionale sulla Libia, che dovrebbe svolgersi in autunno in Italia, prima delle «elezioni» libiche sponsorizzate dalla Francia che dovrebbero tenersi in dicembre. Occorrerà da parte italiana un impegno militare direttamente sul campo, dai costi umani e materiali e dagli esiti imprevedibili.
La scelta «sovranista» del governo Conte riduce quindi ulteriormente la sovranità nazionale, rendendo l’Italia ancora più dipendente da ciò che decidono a Washington, non solo alla Casa Bianca, ma al Pentagono e alla Comunità di intelligence, composta da 17 agenzie federali specializzate in spionaggio e operazioni segrete.
La vera scelta sovranista è l’attuazione reale del principio costituzionale che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.

il manifesto, 4 settembre 2018

La voce dell'angelo. Una poesia di Christian Morgenstern (1871 – 1914)



“Se tu sapessi come si altera il tuo viso,
quando nello sguardo calmo e puro
che ti lega a me
all’improvviso ti perdi e ti allontani!
Come un paesaggio luminoso che si oscura,
mi escludi da te.
Allora io aspetto. In silenzio attendo,
a volte per lungo tempo.
Se fossi umano, come te,
il mio amore trascurato diventerebbe dolore mortale.
Ma una pazienza infinita mi è stata donata dal Padre
e con fede incrollabile attendo il momento
in cui vorrai ritornare a me.
E questo lieve rimprovero, lo capirai,
non è un rimprovero, ma un messaggio discreto.”

dalla rete

5.9.18

Versi al risveglio. Una poesia di Christian Morgenstern (1871 – 1914)

Christian Morgenstern nl 1913

Alle piccole membra di questi versi ancora
pende rugiada notturna.
Dalla muta sorgente, a cui i cavalli
abbevera il mattino,
li ho tratti.
Tremano ancora, come appena desti.
L’occhio vacilla ancora, come privo di senso,
se non quello dello strano, oscuro potere,
che laggiù, nell’abisso, vive.

Dal sito “Ruminazioni” - Traduzione di Sergio Pasquandrea

4.9.18

Guerra e denaro. Totò nei "Due orfanelli"

Totò e Carlo Campanini in "I due orfanell". Regia M. Mattoli. Seceneggiatura Age e Steno
Il denaro fa la guerra, la guerra fa il dopoguerra, il dopoguerra fa la borsanera, la borsanera rifà il denaro e il dinaro rifà la guerra. Guerra era un corridore ciclista, perciò gridiamo in coro: "Viva Girardengo, viva Edison che - scoprendo la bussola - disse: 'Eppur si muove' ".

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