13.8.19

Ecologie del passato. Invenzioni e stratagemmi antichi per risolvere i problemi dell’abitare (Simone Gozzano)

Costruzioni biologiche antiche. Un "nuraghe" di Barumini (foto R. Sigismondi)

Le tribù indiane che, nel 1200 circa, decisero di insediarsi nei territori di Mesa Verde, in Colorado (Stati Uniti), non potevano certo immaginare di aver aperto la strada a una tecnica di costruzione architettonica dal nome affascinante. Eppure è così. La vicenda inizia, in un certo senso, con l’umana esigenza di vivere a temperature moderate e la tecnica si chiama “architettura bioclimatica”. E gli indiani?
Mesa Verde è un’enorme sgrottamento, una frattura orizzontale in una parete di calcare verticalissimo. Una specie di rientranza naturale di notevoli proporzioni che guarda a sud. All’interno di questa spaccatura, gli indiani Anasazi costruirono il loro villaggio. Abitazioni realizzate in pietra a secco e depositi di granaglie, viottoli che serpeggiano e salgono in mezzo a questi piccoli parallelepipedi di roccia e grandi cisterne per l’acqua, il tutto affastellato come in un mosaico tridimensionale. In effetti la grande roccia offre un riparo particolarmente fortunato.
Durante l’inverno il sole, basso sull’orizzonte, illumina per molte ore al giorno le piccole costruzioni incastrate a mezza parete. La forma del “guscio” roccioso trattiene il calore per rilasciarlo, lentamente, nel corso della notte. D’estate invece, con il sole alto, la grande parete sovrastante, con l'allungarsi della sua ombra, difende le casette indiane da un attacco solare diretto e le abitazioni risultano più fresche. Completa il tutto un sistema di circolazione dell’aria assolutamente naturale. Il trucco “bioclimatico” di Mesa Verde è tutto qui, ma vale la prima pagina nelle citazioni storiche. L’insediamento indiano nel Colorado, tuttavia, è solo il primo capitolo di una ipotetica ricostruzione delle vicende bioclimatiche nell’architettura umana. Qualche anno fa, l’Enea realizzò una mostra sulle tecniche e la storia di questa architettura, e di casi ne vennero fuori parecchi. Dalle terme di Ostia antica a Ghardaia, in Algeria, fino alle Logge Vaticane di Raffaello, che utilizzò lo stesso principio di Mesa Verde, gli esempi di soluzioni architettoniche che sfruttano le caratteristiche climatiche e naturali del territorio come parti integranti nella realizzazione di edifici o insediamenti abitativi, costituiscono una vera e propria collezione delle meraviglie. Ma la serie è ricca anche di casi semplici, quotidiani.
«I principi generali sono piuttosto elementari» dice Livio Dalla Ragione, direttore del Museo della civiltà contadina di Città di Castello. «Le case più importanti sfruttavano grandi mura al cui interno veniva formata un’intercapedine con cenere e materiale di riempimento. In questa maniera risultavano più isolate rispetto all’esterno, e l’umidità non filtrava. Ma anche nelle case povere si sfruttavano soluzioni in qualche modo analoghe. Ad esempio la calce e le paste che venivano stese sui muri erano poco igroscopiche. Questo significa che si asciugavano rapidamente. L’uso del cemento, che invece assorbe molta umidità per ‘trasportarla’ all’interno della casa, ha creato un problema che per molti secoli non si era presentato». 
Ma di soluzioni “povere ma efficaci” solo nel nostro paese se ne trovano a decine. Ci sono i trulli, le piccole costruzioni di pietra della Puglia, che garantiscono una protezione efficacissima dal caldo estivo, e i dammusi, loro cugini realizzati sull’isola di Pantelleria, mentre al nord, nelle malghe delle vallate dolomitiche, il “larin”, il focolare, è il nucleo attorno al quale si costruisce la casa. E ancora le “case torri” dell’Abruzzo, dove la stalla è al piano terreno e sopra, divisa solo da un doppio solaio in legno, c’è la cucina che sfrutta il calore che sale. Sopra la cucina, infine, la stanza da letto. Le ‘astuzie’ bioclimatiche però, non facevano parte solo dell’inventiva personale, ma avevano radici anche nel gruppo e nella cittadina.
Molti insediamenti di epoca medioevale, mostrano la tipica soluzione delle case a “schiera”. La funzione, com’è noto, era doppia: realizzare una fortificazione difensiva e creare una barriera contro il vento e, in certe zone, il freddo. Se la schiera era a nord poi, le finestre dovevano avere piccole dimensioni eccetto, se mai, quelle superiori che potevano meglio sfruttare l’irraggiamento solare. Legata al sole c’è, naturalmente, la questione dell’illuminazione. Anche in questo caso esistono da tempo ingegnose soluzioni.
Il sociologo e urbanista Lewis Mumford, ad esempio, descrivendo un’annunciazione cinquecentesca ad opera di Joos van Cleve, nota che le finestre dell’epoca erano divise in tre pannelli. Solo quello superiore era fisso e di vetro, mentre i due inferiori erano costituiti da persianette apribili. Questa struttura venne sostituita, nel tempo, dalla finestra a tutto vetro sempre chiusa che rappresentò, a giudizio di Mumford, un passo indietro. Il vecchio modello infatti, oltre a garantire una continua illuminazione anche in caso di cattivo tempo, consentiva, a persiane aperte, sia il passaggio dei raggi ultravioletti per uccidere i batteri che una maggiore ventilazione della casa. Circolazione dell’aria, un’altro dei problemi tipici dell’architettura bioclimatica.
Una delle tecniche più affascinanti è quella sviluppata nella costruzione delle Ville di Costozza, nei pressi di Vicenza. Realizzate a partire dal 1550, queste residenze sfruttano come sistema di raffreddamento e circolazione dell'aria la presenza di grotte e scavi, parzialmente artificiali, esistenti qualche metro al di sotto della superficie. Queste cavità, chiamate “covoli”, hanno diversi ingressi. Per ragioni fisiche, l’aria fredda entra dagli ingressi alti e, percorrendo vie sotterranee, scende fino ai pavimenti sottostanti le ville. Qui, attraverso una serie di grate, le correnti ritornano in superficie, regolando naturalmente la temperatura delle ville vicentine. Tuttavia la capacità di sfruttare le correnti d’aria non è appannaggio “dell’architettura bioclimatica” del Rinascimento.
Nelle terme di Ostia era stato sviluppato un sistema di circolazione dell’aria che permetteva di riscaldare i diversi ambienti proprio nelle ore di punta. Gli edifici terminali avevano grosse aperture che guardavano ovest. Queste consentivano, attraverso l'ingresso di aria riscaldata, di sfruttare al meglio l’irraggiamento solare del pomeriggio, ora di massimo affollamento. Una volta messa in moto, questa circolazione facilitava anche la distribuzione del calore proveniente dal sistema di riscaldamento centralizzato dell epoca, la fornace, e diramato dall'ipocausto, una rete di condotte al di sotto dei pavimenti.
Dopo Ostia l’Iran, territorio ricco di trovate per lo sfruttamento dell’irrequietezza, ventosa, della natura. Vengono chiamate Torri del Vento. Sono grandi torri aperte sostenute da colonne allineate. Per mezzo di condotte coperte sono in contatto d’aria con le grandi residenze reali o con le moschee più importanti. Durante il giorno l’aria calda che si forma nelle stanze tende a scappare da questi enormi camini mentre, di notte, l'aria fredda viene riscaldata dall’inerzia termica delle pareti e, al tempo stesso, spinge le sacche di aria calda verso il basso, riscaldando le zone abitate. Il tutto viene raffinato attraverso un complesso sistema di aperture e chiusure che consentono di scegliere se e quanto vento fare entrare e da quale, direzione. Un esempio di soluzione adatta per un luogo.
Espedienti come quelli adottati nel caso delle Torri del Vento, ma lo stesso vale per i trulli e i dammusi, mettono in luce una concezione diversa della casa, intesa più come organismo da adattare all’ambiente nel quale “vive” che non come barriera difensiva per salvaguardarsi da un territorio nemico. Un modo di concepire la casa, questo, che venne definito “architettura organica” e che con l’affermarsi delle tecniche bioclimatiche sembra essere meritorio di una riscoperta. Riscoperta dunque, non scoperta.

"Arancia Blu", Anno II n.6, Giugno 1991

12.8.19

La poesia del lunedì. Pablo Neruda

Pablo Neruda a Capri
Il vento nell'isola
Il vento è un cavallo:
sentilo come corre
per il mare ed il cielo.

Vuol trascinarmi: ascolta
come attraversa il mondo
per portarmi lontano.

Fra le braccia nascondimi
per questa notte sola,
mentre la pioggia rompe
contro il mare e la terra
la bocca innumerevole.

Ascolta come il vento
mi chiama galoppando
per portarmi lontano.

Fronte sulla mia fronte,
la bocca sulla mia,
legati i nostri corpi
all’amor che ci brucia,
lascia che il vento passi
senza potermi prendere.

Lascia che il vento corra
coronato di spuma,
che mi chiami e mi cerchi
galoppando nell’ombra,
mentre, sommerso, io
sotto i tuoi grandi occhi,
per questa notte sola
riposo, amore mio.
---
El viento en la isla
El viento es un caballo:
óyelo cómo corre
por el mar, por el cielo.

Quiere llevarme: escucha
cómo recorre el mundo
para llevarme lejos.

Escóndeme en tus brazos
por esta noche sola,
mientras la lluvia rompe
contra el mar y la tierra
su boca innumerable.

Escucha como el viento
me llama galopando
para llevarme lejos.

Con tu frente en mi frente,
con tu boca en mi boca,
atados nuestros cuerpos
al amor que nos quema,
deja que el viento pase
sin que pueda llevarme.

Deja que el viento corra
coronado de espuma,
que me llame y me busque
galopando en la sombra,
mientras yo, sumergido
bajo tus grandes ojos,
por esta noche sola
descansaré, amor mío.

dal sito "Poemas del alma" - Traduzione S.L.L.



11.8.19

'Mpistari - 'Mpistatu - 'Ngiuria (S.L.L.)


"Mpistari" vale contaminare, appestare. Vi era però, almeno a Campobello, un uso particolare e, francamente, orribile del partIcipio. 'Mpistata era la ragazza nubile non più vergine. 'Mpistatu era il ragazzo che aveva subito sodomia. Per un mio coetaneo, nonostante la denuncia e la condanna del pedofilo (se non ricordo male un anno e mezzo di carcere senza sconti), rimase a lungo un marchio d'infamia che prolungava gli effetti del crimine subito. Lo chiamarono "lu 'mpistatu" per buona parte dell'adolescenza, poi prevalse la "ngiuria" (il soprannome) di famiglia, per cui non provò mai fastidio.

Creare un mito (S.L.L.)



Ho notizia dalla rete, immagino con qualche ritardo, della performance canora di Salvini in una nota spiaggia di Milano Marittima. Non mi meraviglio. Cose così servono a creare un mito. Anche quell'altro, dopo aver falciato "a torsolo nudo" nella battaglia del grano, cantava sull'aia Giovinezza e canti rurali.

Stato fb, 7 agosto 2019

La rabbia, il canto e il sorriso del popolo (S. L L.)


Sto aggiustando la traduzione di una poesia d'amore dell'uruaguagio Mario Benedetti, che voglio "postare" nel blog che alimento e si intitola Bienvenida (Benvenuta). C'è un passaggio che fa "sonrìe y rabia y canta como pueblo": "Rabiar" vuol dire "arrabbiarsi, infuriarsi, sbraitare, protestare ecc". Cercherò la traduzione più opportuna, ma voglio qui comunicare un pensiero laterale, una riflessione amara.
Nel nostro povero paese il popolo continua ad urlare di rabbia, ma non canta e non sorride. Sì è incupito ed incattivito e perciò non sa più né cantare né sorridere. Piuttosto, spinto ad odiare, odia. Odia i migranti, gli stranieri, per esempio, e spesso aggiunge all'odio il pregiudizio di razza. Odia, spesso ancora di più, i politici, i sindacalisti, gli intellettuali di sinistra, nella sua rappresentazione tutta gente che ha la vita comoda tra agi, viaggi ed amori, e niente sa della fatica e della guerra quotidiana del guadagnare. Alla base di quest'odio c'è la disperazione, nel senso proprio della mancanza di speranza, la convinzione che in pochi ce la fanno ("uno su mille" dice la canzone). Tutto il contrario dei tempi in cui molti popolani pensavano che "il popolo unito non sarà mai vinto" e che sulla forza dei popolani che facevano massa fondavano la speranza di un avvenire migliore per se stessi e per tutti gli altri.
Questa mi pare, almeno qui da noi, la situazione. C'è chi la riconduce allo sviluppo per certi aspetti mostruoso di un capitalismo che ha saputo spezzare solidarietà, cancellare diritti e tutele, chi la attribuisce agli imprenditori dell'odio che, soprattutto in politica, lo alimentano per ricavarne potere e ricchezza, chi la fa risalire alle doppiezze e ai cedimenti dei politici e dei sindacalisti del socialismo, agli apparati delle sinistre popolari, i cui esponenti nell'opinione di tantissimi popolani avrebbero strappato per se agi e privilegi senza per nulla curarsi delle sofferenze dei ceti più deboli trascinati nella dipendenza e nell'incertezza, lasciati senza speranza.
Non credo che a questo punto conti granché stabilire quale di questi processi sia stato più decisivo. Certo mi pare che dei popoli che odiano e che si odiano non portano bene a sè stessi e a tutti gli altri. Le loro urla senza canti e sorrisi sanno di barbarie, di regressione.
Chi di ciò è consapevole, se non è impedito dalla sferza del bisogno, potrebbe e secondo me dovrebbe operare come gli apostoli del socialismo ottocentesco: non dedicarsi alla politica o al sindacalismo come una carriera, ma lavorare a rendere consapevoli gruppi sempre più ampi del popolo lavoratore, sfruttato e privato di strumenti di conoscenza e di potere. In tutti i modi possibile, dal doposcuola alla costruzione di battaglie sociali sui temi del lavoro, della salute, del sapere, dell'assistenza, dell'ambiente, del territorio ecc: campagne universali per diritti universali come fu al tempo quella delle otto ore e contro sciagure universali concrete o potenziali, mutamenti climatici, disastri ambientali, guerre, corse al riarmo ecc; e anche lotte locali di città, territori, gruppi anche piccoli. Bisogna riconquistare e far riconquistare la coscienza che "uniti siamo forti", che ci sono ottime ragioni per sperare, lottando con rabbia certo, ma anche cantando e sorridendo. Il sole del socialismo o della socialità o comunque lo si voglia chiamare, può continuare a rischiarare l'avvenire, che resta luminoso, nonostante tutte le tortuosità del cammino, nonostante le sconfitte e gli arretramenti del popolo lavoratore.

stato fb 7 agosto 2019

Un grande onore (S.L.L.)


Mi feci avanti con una formula stravagante, ma tutto sommato credibile per chi conosce la mia timidezza: "Sei una delle pochissime donne a cui l'ho chiesta ...". Rispose: "Ti sono grata per l'onore davvero grande che mi fai..." Si capiva che tergiversava e propendeva per il no.
L'interrompo: "Puoi raggiungere un onore ancora più grande. Sono ancora meno le donne che me l'hanno data".
Sorrise per la trovata, ma si negò.

10.8.19

Pablo Neruda: Soneto XCIV (da “Cien sonetos de amor”). Con il commento di Antonio Skármeta

Pablo Neruda con l'ultima moglie matilde Urrutia

Se muoio sopravvivimi con tanta forza pura
da svegliare la furia del pallido e del freddo,
da sud a sud alza i tuoi occhi indelebili,
da sole a sole suoni la tua bocca di chitarra.

Non voglio che vacillino il tuo riso e i tuoi passi,
non voglio che muoia la mia eredità d'allegria,
non bussare al mio petto, non ci sono.
Vivi nella mia assenza come in una casa.

È una casa così grande l'assenza
che ci entrerai attraversando i muri
e appenderai i quadri nell’aria.

È una casa così trasparente l'assenza
che io senza vita ti vedrò vivere
e se soffri, amore mio, io morirò di nuovo. 

---

Si muero sobrevíveme con tanta fuerza pura
que despiertes la furia del pálido y del frío,
de sur a sur levanta tus ojos indelebles,
de sol a sol que suene tu boca de guitarra.

No quiero que vacilen tu risa ni tus pasos,
no quiero que se muera mi herencia de alegría,
no llames a mi pecho, estoy ausente.
Vive en mi ausencia como en una casa.

Es una casa tan grande la ausencia
que pasarás en ella a través de los muros
y colgarás los cuadros en el aire.

Es una casa tan transparente la ausencia
que yo sin vida te veré vivir
y si sufres, mi amor, me moriré otra vez.

dal sito “Poesia en español” ( https://www.poesi.as/ ) - Trad. S.L.L.

Arriva la gioia (Antonio Skármeta)
Matilde Urrutia con Pablo Neruda
Benché quasi tutte le poesie di Cento sonetti d’amore siano gioielli delicati offerti alla riflessione, alla biografia e alla celebrazione di Matilde, la forma elegante del sonetto si rivela molto adatta al tono di questo amore maturo che in precedenza aveva giocato con il fuoco vivo nei Versi del Capitano.
Pablo e Matilde sono adesso padroni assoluti del loro destino e il libro traccia una sorta di bilancio. Senza omettere i momenti amari che la coppia ha vissuto, il passato si giustifica attraverso l’amore che è stato inevitabile, e il poeta argomenta la propria difesa dalle aggressioni proclamandosi un uomo buono («Io ripagai la viltà con colombe»), ben disposto, ispirato dalla visione effusiva di un amore che si farà in altre bocche bacio e materia, il poeta affronta un futuro che, per quanto si prefiguri glorioso, dovrà ormai fare i conti con la morte.
Neruda vede in Matilde non solo colei che gli sopravvivrà e porterà avanti l’amore in completa solitudine, ma anche la donna che deve perpetuare l’universo. Se si presagisce la morte, è ora di fare testamento: per questo i Cento sonetti d’amore assumono una grande importanza, perché è il poeta in persona che seleziona i beni da lasciare, che sono, in sostanza, i suoi sentimenti e la sua lotta. […]
Se tutti i sonetti sono belli, in questa mia antologia personale scelgo il XCIV perché lo sentii recitare da Matilde in un momento di particolare intensità. Era il 1983, e la repressione di Pinochet era ancora in atto. Non c’era tregua per il movimento democratico, che avanzava a passi da gigante.
Dovevamo commemorare i dieci anni dalla scomparsa del poeta e volevamo farlo con una manifestazione di massa. Il suo nome era un vessillo comune per molte persone che potevano anche pensarla diversamente ma che si ritrovavano unite come un sol corpo e una sola anima contro la dittatura.
Non si potè evitare l’evento «culturale», che si celebrò al Caupolicàn, un enorme stadio circolare che si riempì dei polmoni di migliaia di partecipanti, i quali, malgrado fosse stata imposta una certa cautela perché l’omaggio potesse svolgersi sino alla fine, non smisero un attimo di gridare all’unisono «assassini, assassini!» agli scagnozzi di Pinochet.
L’ultima a prendere la parola fu Matilde che, nell’atteggiamento fiero della vedova, con naturalezza, interpretò come un testamento di lotta le parole che il sonetto XCIV le aveva lasciato. Disse: «Io sono stata e sono la compagna di Pablo». E dopo una breve introduzione andò al nocciolo del suo discorso:
Se muoio sopravvivimi con tanta forza pura
da svegliare la furia del pallido e del freddo...
E il climax del finale mise la gente, mortificata da una dittatura che pensava invincibile, nello stato d’animo che nel 1988 portò i democratici cileni a sconfiggere Pinochet con una campagna né cupa né lacrimosa, ma libera da rancori e di buon auspicio per il futuro: «Lui amava la gioia. Per questo, io non ho nessuna intenzione di chiedere, adesso, un minuto di silenzio per ricordarlo. No! Vi chiederò piuttosto un minuto di gioia, di baccano e di applausi fragorosi!»
Il momento è documentato in un vibrante filmato del regista Carlos Flores, e ogni volta che lo vedo mi commuovo come allora.
Molte persone, non solo i cinici e gli scettici, affermano che la poesia non serve a niente, e io, umilmente, cerco di correggerle dicendo che la poesia non serve «quasi» a niente.
La miglior dimostrazione? Il 5 ottobre 1988, contro tutti i pronostici che davano il dittatore Pinochet come vincitore del plebiscito destinato a proclamarlo presidente del Cile a vita, la maggioranza della gente votò contro di lui e lo estromise dal governo.
L’intensa campagna elettorale che aveva portato a questo trionfo aveva uno slogan: Cile, arriva la gioia. 

In La magia in azione, Guanda 2006 

Mutamenti climatici. Se la canicola fa rallentare la locomotiva tedesca (Sandro Orlando)


Il titolo Se la canicola ecc. è quello della rassegna stampa del Corsera, donde ho tratto il pezzetto che ha come fonte il “Die Zeit”, un diffuso e autorevole settimanale tedesco. Mi pare indicativo di una mentalità, di una ideologia al momento vincente, nella quale la “crescita” economica, che dà profitto al capitale, viene al capitale precede ogni esigenza e ogni bisogno umano. Titolo emblematico e discutibile insieme, ma articolo interessante e utile a capire che il mutamento climatico non è cosa che non ci riguardi tutti. (S.L.L.)


Passau, Bassa Baviera, domenica scorsa: la nave da crociera Emerald Sky termina anticipatamente la sua navigazione, facendo scendere a terra 140 turisti che avrebbero voluto arrivare a Vienna seguendo il Danubio. Il livello dell’acqua è troppo basso per proseguire. Königsbrück, Sassonia, una settimana fa: Frédreric Robert Kasper guarda preoccupato l’acqua dell’Elba che continua a scendere, in certi punti ormai è appena sopra i 20 centimetri, perché senza il trasporto fluviale la sua azienda di mattoni si ferma. Lohne, Bassa Sassonia, lo scorso venerdì: nonostante Stephanie Dreux apra al massimo i rubinetti, esce solo un filo d’acqua, e di notte neanche quello. Per 300 famiglie non è possibile allora neanche tirare lo sciacquone del bagno, fare la doccia o cucinare. Tre situazioni diverse che descrivono bene, in questa caldissima estate 2019, lo stato generalizzato di stress idrico che sta vivendo la Germania, come racconta il settimanale Die Zeit. Una nazione che può contare su 7.647 chilometri di vie d’acqua, navigate ogni anno da circa 2 mila imbarcazioni cargo, che trasportano qualcosa come 2,5 milioni di tonnellate di merci. Una movimentazione resa sempre più difficile dal basso livello di fiumi come il Reno, il Danubio, l’Elba, la Weser, ma anche il Meno, la Mosella, la Neckar, la Oder e tutti gli altri corsi d’acqua che attraversano la Germania. Perché è piovuto pochissimo quest’inverno, e anche le falde acquifere si sono ridotte di molto. Il danno per il made in Germany è enorme, perché per sostituire una nave cargo occorrono mediamente 150 Tir. Ma questa (relativa) scarsità d’acqua si sta traducendo anche in una conflittualità più alta, tra amministrazioni locali, aziende e privati cittadini, a livello di controversie in tribunale. «La Germania è ancora un Paese ricco d’acqua — osserva Jörg Rechenberg, dell’Ufficio per l’ambiente di Dessau — ma in alcune regioni è già in corso una competizione destinata ad aumentare, ad ogni nuova estate calda».

La gioia e la fatica d'ogni giorno (Tomaso Montanari)

Firenze, San Lorenzo - Donatello, Pulpito della resurrezione (1465), particolare 

Forse un artista più grande di Donatello non ha mai camminato per le vie dell’Italia. Di sicuro nessuno ha mai usato meglio la propria libertà: una libertà conquistata faticosamente, pezzo a pezzo. Da vecchio, a ottant’anni, Donatello può fare quello che vuole. Può immaginare la storia più famosa del mondo - quella di Gesù - come nessuno ha osato fare fino a lui. E può fermare queste sue fantastiche e liberissime immaginazioni non in un disegnetto schizzato a lapis, come accade a tutti gli artisti, ma nel più nobile dei materiali: il bronzo.
Lo fa in una serie di rilievi che formano due pulpiti per la sua amatissima Basilica di San Lorenzo, nel cuore di Firenze.
La scena più impressionante racconta l’episodio che da solo dà senso a tutta la religione cristiana: la resurrezione di Cristo. E cioè il fatto che Gesù, all’alba del terzo giorno che trascorreva nella tomba, dopo esser morto in croce, tornò alla vita. Il più grande trionfo della storia dell’umanità: la sconfitta della morte. «O morte, dov’è la tua vittoria? Dov’è ora il tuo pungiglione?», griderà poi san Paolo, con la voce di tutte le generazioni.
Dunque, quando un artista - non importa se pittore o scultore - doveva rappresentare la resurrezione, raffigurava Gesù come un condottiero vincitore, come un atleta che era arrivato primo, come un ginnasta che schizza fuori dal sepolcro mentre i soldati romani dormono ignari. Un Gesù che sembra non esser mai stato morto: quasi che fosse stata tutta una messinscena.
Donatello no. Il suo Gesù è vero uomo, oltre che vero dio. Come vero dio è risorto davvero: ma come vero uomo era morto sul serio. Donatello ce lo mostra appena uscito dal sepolcro. Ancora completamente coperto dal sudario e dalle bende funebri: una specie di mummia che cammina, come nei nostri film dell’orrore. Morire e risorgere: una fatica terribile. Tutta la sofferenza del mondo, tutta la stanchezza del mondo: e ora non ha nemmeno la forza di sbendarsi. Prima deve riprendere fiato, con un piede appoggiato al suo sarcofago. Chiunque, vedendo questo Cristo fragile e umanissimo, può credere che la resurrezione lo riguardi personalmente.
Quella carne stanca è la nostra carne stanca. Quell’affanno è il nostro affanno. Nulla di bello riesce senza fatica, al mondo: nemmeno la resurrezione.
E, su un incredibile sfondo di architetture di vimini, i soldati dormono come pupi siciliani caduti dal chiodo. Chiusi nelle loro armature non si accorgono di nulla. Proprio come noi.

L'ora d'arte, Einaudi 2019

7.8.19

Benvenuta - “Bienvenida”. Una poesia di Mario Benedetti (Uruguay 1920 - 2009)


Mi viene in mente che tornerai diversa
non esattamente più bella
né più forte
                     né più docile
                                            né più cauta
soltanto tornerai diversa
come se questo tempo senza vedermi
abbia sorpreso anche te
forse perché sai
come ti penso e ti cito

dopotutto la nostalgia esiste
anche se non piangiamo sui binari fantasmatici
né sui cuscini del candore
né sotto il cielo opaco

io nostalgio
tu nostalgi
e mi viene anche il sospetto che lui nostalgi

il tuo viso è l'avanguardia
forse arriva per primo
visto che lo dipingo sulle pareti
con tratti invisibili e sicuri

non dimenticare che il tuo viso
mi guarda come popolo
sorride e protesta e canta
come popolo

e ciò ti dona un fuoco
                                    inestinguibile

ora non ho più dubbi
tu tornerai diversa e con segnali
con notizie
                    con profondità
                                             con franchezza

io so che ti amerò      senza domande
io so che mi amerai       senza risposte.


Bienvenida
Se me ocurre que vas a llegar distinta
no exactamente más linda
ni más fuerte
                       ni más dócil
                                             ni más cauta
tan sólo que vas a llegar distinta
como si esta temporada de no verme
te hubiera sorprendido a vos también
quizá porque sabes
como te pienso y te enumero

despues de todo la nostalgia existe
aunque no lloremos en los andenes fantasmales
ni sobre las almohadas de candor
ni bajo el cielo opaco

yo nostalgio
tú nostalgias
y como me revienta que él nostalgie

tu rostro es la vanguardia
tal vez llega primero
porque lo pinto en las paredes
con trazos invisibles y seguros

no olvides que tu rostro
me mira como pueblo
sonríe y rabia y canta
como pueblo

y eso te da una lumbre
                                      inapagable

ahora no tengo dudas
vas a llegar distinta y con señales
con nuevas
                   con hondura
                                          con franqueza

sé que voy a quererte       sin preguntas
sé que vas a quererme       sin respuestas.

Dal sito “Poesia en español” ( https://www.poesi.as/ ) - Trad. Salvatore Lo Leggio

La tv dei primitivi (Achille Campanile)

Achille Campanile

I primi tentativi di trasmissione delle immagini a distanza risalgono effettivamente all’epoca delle caverne, o età della pietra che dir si voglia. Com’è noto, a quell’epoca le immagini si disegnavano sulle rocce, o pietre. Queste venivano trasmesse mediante lancio o rotolamento. Le stazioni trasmittenti stavano su alture, a pie’ delle quali collocavansi i telespettatori, che talvolta venivano accoppati dalle trasmissioni. Da allora ad oggi la situazione non è molto mutata. Molte trasmissioni di oggi sono più pesanti dei macigni di allora, e come allora i teleutenti sono da esse accoppati.

La televisione spiegata al popolo, Bompiani 2003

5.8.19

Perché il potere ha tolto le parole ai nostri ragazzi (Gianrico Carofiglio)

L'articolo che segue, dello scrittore Giancarlo Carofiglio mi pare cogliere ottimamente alcuni nessi, quello tra povertà di linguaggio e violenza, per esempio; ma non mi convince del tutto. 
Mi pare che salti qualche passaggio; non spiega, ad esempio, perché, soprattutto in campo politico (forse non è lì il vertice del potere, è comunque un potere importante), la povertà linguistica non impedisca a taluni di raggiungere posizioni di primo piano. Con gente come Trump, Salvini o Di Maio si ha addirittura l'impressione che l'ignoranza sia un vantaggio. (S.L.L.)


Un numero enorme di ragazzi non è capace di comprendere un comune testo in lingua italiana. È un'incapacità che certo dipende dalle carenze del sistema scolastico ma che affonda le sue radici in un terreno più vasto. Quello della progressiva perdita di senso del dibattito pubblico, dell'esibito disprezzo che taluni politici e talune forze hanno per la responsabilità connessa con l'uso del linguaggio.
Sembra concretizzarsi nel nostro Paese l'inquietante fenomeno che Humpty Dumpty illustra ad Alice in un passo celebre di Attraverso lo specchio. "Quando io uso una parola" disse Humpty Dumpty in tono alquanto sprezzante, "questa significa esattamente quello che decido io... né più né meno".
"Bisogna vedere" disse Alice "se lei può dare tanti significati diversi alle parole".
"Bisogna vedere" disse Humpty Dumpty "chi è che comanda... è tutto qua".
Quando si ha a che fare con le parole - dice l'interlocutore di Alice - una cosa sola importa: chi comanda, chi è il padrone. L'impressionante inettitudine messa in luce dai risultati dei test Invalsi è a un tempo causa ed effetto di questo fenomeno: giovani incapaci di capire il significato di discorsi elementari sono i destinatari ideali per la propaganda dei demagoghi e dei populisti di ogni risma. E la propaganda volgare, violenta, carica di disprezzo per i significati, caratterizzata da una programmatica povertà del lessico è uno degli acceleratori dell'ignoranza, dunque dell'inadeguatezza democratica. In nessun altro sistema di governo le parole sono importanti come in democrazia: la democrazia è discussione, è ragionamento comune, si fonda sulla circolazione delle opinioni e delle convinzioni.
La ricerca scientifica ha dimostrato un'inquietante rapporto fra povertà del linguaggio e assenza di possibilità: i ragazzi più violenti possiedono strumenti linguistici scarsi e inefficaci, sul piano del lessico, della grammatica e della sintassi. Non sono capaci di gestire una conversazione, non riescono a modulare lo stile della comunicazione - il tono, il lessico, l'andamento - in base agli interlocutori e al contesto, non fanno uso dell'ironia e della metafora, non sanno nominare le proprie emozioni. Spesso, non sanno raccontare storie. Mancano della necessaria coerenza logica, non hanno abilità narrativa: una carenza che può produrre conseguenze tragiche nel rapporto con l'autorità, quando è indispensabile raccontare, descrivere, dare conto delle ragioni, della successione, della dinamica di un evento.
Quando, per ragioni sociali, economiche, familiari, non si dispone di adeguati strumenti linguistici; quando mancano le parole che dicono la paura, la fragilità, la differenza, la tristezza; quando manca la capacità di nominare le cose e le emozioni, allora manca un meccanismo fondamentale di controllo sulla realtà e su se stessi.
La violenza incontrollata è uno degli esiti possibili, se non probabili, di questa carenza. I ragazzi sprovvisti delle parole per dire i loro sentimenti di tristezza, di rabbia, di frustrazione hanno un solo modo per liberarli e liberarsi di sofferenze a volte insopportabili: la violenza fisica. Chi non ha i nomi per la sofferenza la agisce, la esprime volgendola in violenza, con conseguenze spesso tragiche.
Nelle scienze cognitive questo fenomeno - la mancanza di parole, e dunque di idee e modelli di interpretazione della realtà, esteriore e interiore - è chiamato ipocognizione. Si tratta di un concetto elaborato a seguito degli studi condotti negli anni Cinquanta dall'antropologo Bob Levy. Nel tentativo di individuare la ragione dell'altissimo numero di suicidi registrati a Tahiti, Levy scoprì che i tahitiani avevano le parole per indicare il dolore fisico ma non quello psichico. Non possedevano il concetto di dolore spirituale, e pertanto quando lo provavano non erano in grado di identificarlo. La conseguenza di questa incapacità, nei casi di sofferenze intense e (per loro) incomprensibili, era spesso il drammatico cortocircuito che portava al suicidio. L'abbondanza, la ricchezza delle parole, il loro essere munite di significati è dunque una condizione del dominio sul reale: e diventa, inevitabilmente, strumento del potere politico.
Per il filosofo John Searle le società vengono costruite e si reggono, essenzialmente, su una premessa linguistica: sul fatto, cioè, che formulare un'affermazione comporti un impegno di verità e di correttezza nei confronti dei destinatari. Non osservare questo impegno mette in pericolo il primario contratto sociale di una comunità, cioè la fiducia in un linguaggio condiviso.
Le società nelle quali prevalgono le asserzioni vuote di significato, nelle quali i politici (e soprattutto i politici al governo) non hanno alcuna percezione dei doveri connessi all'uso del linguaggio, sono in cattiva salute: in esse, alla perdita di senso dei discorsi, consegue una pericolosa caduta di legittimazione delle istituzioni e in definitiva un grave pericolo per la democrazia.
L'analfabetismo funzionale di tanti ragazzi è un effetto di molte cause e rischia a sua volta di diventare la pericolosa premessa di uno svuotamento della democrazia. Occuparsi del linguaggio pubblico e della sua qualità non è dunque un lusso da intellettuali, una questione da accademici, un problema di chi si occupa delle politiche e delle pratiche dell'educazione. È un dovere cruciale della politica e dell'etica civile.

“la Repubblica”, 12 luglio 2019

Geografie dell'immaginario. Il Tex nel deserto (Antonio Peduzzi)



La linea di confine è labile, immaginaria. A nord e a sud deserto: cactus, mesquite, serpenti a sonagli, avvoltoi roteanti su qualche carogna. il deserto è spazio di agguato e di sorpresa. Le terre di Tex Willer sono essenzialmente deserto, stilema di paesaggio e di individui che è alla base della semplificazione assoluta. terre aspre: come il painted desert, il deserto dipinto, o il deserto di sonora, o quello di mohave. come l’inaccessibile rifugio di Cochise, il capo Chiricahua. Terre bellissime agli occhi dei popoli che su esse si affacciano. «Bella come un’alba nel deserto dipinto» è, nelle parole di un Hopi, la strega che ha affascinato i giovani da quando ha scoperto il segreto della giovinezza nei fiori che crescono nelle terre dell’abisso (nn. 46-47).
Le terre calde, così sono chiamate in un titolo della storia di Tex (n. 263), linee di orizzonte su cui è disegnato il disinteresse per la città. Già anomala la scelta dal grande maestro Galep e da Gianluigi Bonelli, i padri di Tex: il sudovest come baricentro della storia.
Non semplice West, ma area di terre calde e di popoli irriducibili, Apaches e Navados anzitutto. Genti dure e povere, pastori e feroci guerrieri, riottosi fino all’ultimo all’avanzata dell’uomo bianco. Il sudovest è New Mexico, Colorado, Arizona e dintorni. Territori scarsamente popolati con qualche corso d’acqua. Colorado, Rio Grande, Gila, Pecos. Con un sistema precario di centri urbani: Tucson, Phoenix, Flagstaff, Santa Fe, Gallup, Tombstone.
«Estate, posto militare di San Carlos, ai margini della riserva degli indiani Apaches» (n. 164). I colori sono quelli, sempre. Gli eroi come Tex fuggono le città, ma spesso devono tornarvi. Quando tuttavia vanno in città vere e proprie, Los Angeles, Frisco o Washington, la prospettiva narrativa subisce una torsione. Nelle città californiane si va se chiamati a risolvere conflitti; nella capitale federale a dipanare un complotto.
In generale, gli spostamenti geografici cui gli autori hanno voluto sottoporre negli anni i quattro pards pongono spesso evidenti limiti narrativi e producono slittamenti. In California diventano semplici poliziotti (n. 63); se dalla California s’imbarcano perii Pacifico (nn. 155-158) ne escono storie fuori asse, che vedono Tex e i suoi pards naufraghi. Devono vedersela con il «tiranno dell’isola» e con i «cacciatori di teste». Quando sono costretti a recarsi a Washington devono svolgere la parte di detective politici (nn. 323 e seguenti): si tratta di salvare la vita del presidente. Il panorama è di palazzi ministeriali, carrozze, intrighi su cui svolazzano sinistramente strani uccelli aquila-falco addestrati a uccidere. La rottura del panorama è metafora della politica.
Se sono proiettati in Sudamerica la storia appare del tutto pretestuosa, come nel n. 250, in cui i pards vanno a Panama, dove sono in corso le prospezioni per il taglio dell’istmo. Molto meglio la storia del n. 61, che vede Tex e Carson sulle tracce di Butch Cassidy fino in Bolivia. Storia e cinema a parte, la plausibilità del viaggio imposto da Bonelli ai pards deriva dalla scelta di Cassidy: andare in Sudamerica ad assaltare banche piuttosto che rimanere in un un West ormai cambiato.
Gli spostamenti narrativi di Tex funzionano meglio verso nord o verso sud, Canada o Mexico. L’idea è quella della frontiera in entrambi i casi. Gli stati settentrionali del Mexico sono risucchiati nel sudovest, il Canada è frontiera. La linea di frontiera a nord e a sud è sottile, non è come quella tra sudovest e città. Verso nord le storie sono bianche. Verso sud, sole, sabbia, mesas: deserto.
A sud sono storie magiche. Valga per tutte la storia dei nn. 228-9, in cui Tex incontra Rakos (anagramma di Sokar) in Chihuahua; sacerdote di Iside condannato per sacrilegio, nell’antico Egitto, all’esilio, e che vive in Messico da secoli nella sua piramide. A nord sono strane storie. Nei fascicoli 75- 75 i pards si trovano in Alaska, dove scoprono il «popolo delle lunghe barbe»: russi rimasti tra ghiacci e vulcani, discendenti di deportati spediti al confino dagli zar, ormai cittadini americani senza saperlo. O incontrano, in Canada, ribelli dal nome francese (nn. 122 e seguenti). Alla direttrice del nord appartiene anche rincontro con Sasquatch, l'uomo-scimmia dei Klamath che abitano nell’Oregon, indiani che portano baffi. A volte la forza di attrazione dei luoghi di Tex porta nelle terre calde popoli inconsueti: evidente forzatura che consiste nel far muovere gli altri attorno al baricentro narrativo. Nei nn. 372-3 Tex e Carson trovano in una enclave del deserto una tribù di ex-schiavi nei fuggita e isolatasi da generazioni. Nei nn. 312-3 incontrano in Florida, tra giungle e paludi, i Thugs con i loro lacci di seta con cui strangolano i nemici. Per non parlare dei «fantasmi nel deserto” (nn. 177-8): guerrieri tuareg insediatisi con cammelli e mezzelune in territorio apache.
La distesa desertica è tutto, il centro abitato «uno sputo nel deserto», «covo di pulci e vagabondi». Deserto che incombe come universo e come limite, soprattutto quando si tratta di attraversarlo: per sfuggire a un nemico o per inseguirlo; per lasciarsi alle spalle Yuma, come fa un gruppo di evasi (nn. 87- 88); o per abbandonare il mortale penitenziario di Vicksburg sapendo che all’inseguimento si sono messi i feroci Mohaves incaricati di catturare e torturare i fuggiaschi ma che si sentono onorati di salvare la vita al capo Navado finito dietro le sbarre a causa di un complotto (nn. 143-144). Il deserto del Sudovest è centro di tutto. «Un indiano forse potrebbe salvarsi, ma non quel bianco», dice un Hopi rivolto a Tex quando lascia nel deserto uno dei butterati carnefici della gente navado (n. 105). Tex gli lascia una borraccia e una colt. L’acqua, se vorrà lottare per salvarsi; la colt, dice, «se capirai che il destino ti sta spingendo su una pista che non avrà mai fine (...) non imprecare sulla tua sorte».
Il deserto è terra di feroci contrasti che spiegano la dura semplicità dei ragionamenti. Ma terra di amore e di resistenza fino all’ultimo uomo. È l’Apacheria, l’area dai cui ridotti inaccessibili vigila il grande Cochise, il capo dei Chiricahuas il cui prestigio s’irradia su tutte le genti apaches. È per questo suo carattere di terra di resistenza che il Sudovest è stato pensato come luogo di Tex. Sulle terre calde le genti indiane hanno a lungo resistito ed hanno imparato lo stile di guerra. Quando vuole fare guerriglia, Tex desertifica (nn. 51-52). «Per Manito - dice un capo - un apache se dovrà morire morrà combattendo. Ma se dovrà combattere lo farà da una posizione di vantaggio». Mai l’inganno, l’agguato sempre.

Da “il manifesto mese” supplemento al quotidiano, maggio 1994

La poesia del lunedì. Mario Benedetti (Uruguay 1920 - 2009)


Ogni città può essere un'altra
quando l'amore la trasfigura
ogni città può essere tante
quando gli amorosi la percorrono

l'amore passa per i parchi
quasi senza vederli ma li ama
tra la festa degli uccelli
e l'omelìa dei pini

ogni città può essere un'altra
quando l'amore dipinge i muri
e tra i volti che indugiano
uno è quello dell'amore

l'amore viene, va e ritorna
e la città è testimone
dei suoi abbracci e crepuscoli,
dei giorni belli e delle sue tempeste

e se l'amore se ne va e non torna
la città accetta il proprio autunno
giacché le restano solo il lutto
e le statue dell'amore


L'amore, le donne e la vita, Nottetempo 2019, traduzione S.L.L.

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