4.9.18

Settembre 1948. Luigi Longo contro Riccardo Lombardi

Riccardo Lombardi con Pietro Nenni

Dopo la sconfitta del Blocco del Popolo il 18 aprile del 1948, nell'annuale congresso del Psi svoltosi a fine giugno ottenne la maggioranza una inedita alleanza tra la corrente di “Riscossa socialista” guidata da Riccardo Lombardi, composta soprattutto da giovani della Resistenza, e quella di destra, “Autonomia socialista”, che faceva capo a Romita e raggruppava soprattutto notabili del riformismo prefascista. Lombardi immaginava un'opposizione dura alla DC e al governo De Gasperi, ma distinta da quella del Pci e tendeva a prendere le distanze dal Pci sulle questioni di politica internazionale. I romitiani aspiravano invece a ricompattarsi con i socialisti governativi del Psli guidati da Saragat, alleati della Dc.
Il veto dei romitiani fece sì che la segreteria del Psi fosse assegnata ad Alberto Jacometti mentre a Lombardi fu affidata la direzione dell'“Avanti”. Restava Lombardi, in ogni caso, il protagonista del dibattito politico a sinistra e soprattutto contro di lui si appuntarono gli attacchi dei “frontisti” guidati da Nenni e Morandi, che nel Congresso del 1949 riuscirono a riconquistare la guida del partito. Nel 1950 i sovietici conferirono a Pietro Nenni il Premio Stalin per la pace. A Lombardi, fino al 1956, toccò il ruolo di minoranza critica nel suo partito.
L'articolo che segue mostra come contro Riccardo Lombardi e le sue ambizioni autonomiste venissero attacchi pesanti anche da parte del Pci. Quello qui pubblicato porta una firma particolarmente autorevole, quella di Luigi Longo che, al tempo, reggeva la segreteria come vice di Palmiro Togliatti, ancora in ospedale per il postumi dell'attentato di luglio. (S.L.L.)

Luigi Longo in un comizio a Milano nel 1950

SOCIALISTI E COMUNISTI
L’URSS e i popoli dei paesi borghesi
Abbiamo veduto che il compagno Riccardo Lombardi concepisce soltanto come un dovere di solidarietà e di aiuto verso l’URSS i rapporti che devono intercorrere tra l'Unione Sovietica e i popoli dei paesi borghesi; egli non h intende come una esigenza e un interesse di tutte le forze democratiche e socialiste, se esse vogliono portare, nazionalmente e internazionalmente, a vittoriosa conclusione la loro battaglia per la creazione di una società e di un mondo nuovi, fondati sulla libertà e sul lavoro.
Posta così la questione, il compagno R. Lombardi si chiede:«L'esercizio di tale dovere... deve tradursi in un impegno ad assecondare la politica che per la difesa e l’incremento dell'Unione Sovietica decidono, volta per volta, i suoi organi di governo?». A questa domanda, dice il compagno Lombardi, «rispondiamo francamente no... i partiti socialisti non devono isterilirsi in una mera opera di assecondamento della politica dello Stato sovietico».
Concetti e parole, come si vede, che riecheggiano i concetti e le parole che stanno alla base di tutta la campagna anticomunista dei nemici della democrazia e del socialismo: i partiti comunisti, dicono costoro, sono dipendenze dell’apparato statale sovietico, sono pedine di uno stato straniero, ecc. ecc.
Ma chi chiede, chi ha mai chiesto, chi sostiene e chi ha mai sostenuto che i partiti comunisti o socialisti devono «isterilirsi in una mera opera di assecondamento della politica dello Stato sovietico », di una politica elaborata e derisa da altri, cioè dagli organi di governo dell’URSS?
I partiti comunisti e i partiti socialisti, e i partiti o movimenti democratici devono elaborare e decidere la loro politica in piena indipendenza, in base non a ordini immaginari, ma a una valutazione concreta di ogni particolare situazione nazionale e internazionale e agli obiettivi posti. Stia sicuro il compagno Riccardo Lombardi, da Mosca, né dagli organi del Governo sovietico né dagli uffici del Partito bolscevico partono ordini ai partiti comunisti. A Mosca si fa, sul piano nazionale e internazionale, la politica della classe operaia al potere, la politica di un paese che è la sesta parte del mondo, che da trent’anni s'è liberato dalla schiavitù capitalistica, ha costruito il socialismo e l’ha difeso e fatto trionfare contro tutti i nemici interni cd esterni. Da Mosca si fa la politica di redenzione sociale, di pace e di libertà che conosciamo oramai da trent’anni.
Non sono gli immaginari ordini che arriverebbero dal Cremlino, ad orientare la solidarietà e la ammirazione di tutti i popoli e, in particolare, degli sfruttati e dei proletari di tutti i paesi verso l'Unione Sovietica, verso la sua politica e le sue conquiste: ma sono il sentimento e la coscienza popolari che fanno riconoscere, in quella politica e in quelle conquiste, esempi da seguire, posizioni da conquistare e da difendere, aiuti preziosi per la marcia di ciascun popolo verso un avvenire di democrazia e di socialismo.
È nel giudizio che viene dato della realtà, delle conquiste e della politica dell'URSS che si rivela non solo la capacità di analisi storica e politica, ma anche la natura politica di un partito. Non è per caso che i reazionari di ogni colore e di ogni latitudine hanno solo parole di odio e propositi di fuoro contro l'URSS. Ma i lavoratori, i democratici onesti e i sinceri socialisti e chi vede veramente nella abolizione dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo la mèta socialista della liberazione dell'umanità, non possono non sentire ammirazione per quanto si è fatto in URSS e riconoscenza per l’aiuto che le conquiste e la politica di quel paese danno al progresso e alla liberazione di tutti i popoli del mondo, umiltà di discepolo per tutti gli insegnamenti che da quella esperienza si possono elaborare e trarre, con piena aderenza alle esigenze e alle situazioni particolari e nazionali per la propria lotta liberatrice.
Il compagno R. Lombardi, invece, vede in tutto questo un’alienazione della libertà di giudizio e di azione, un insterilirsi in una mera opera di assecondamento della politica dello Stato sovietico. Per giustificare un'«esigenza socialista», che egli definisce di libertà e di autonomia politica nei confronti dell'URSS, in contrasto con un’«esigenza comunista», che egli definisce di semplice assecondamento della politica che per la difesa dell’Unione Sovietica decide, di volta in volta, il governo dell'URSS, il compagno R. Lombardi, che pure aveva incominciato riconoscendo il carattere socialista dello Stato sovietico, arriva a conclusioni arbitrarie e assurde. Basa la sua «esigenza socialista» su casi che egli stesso deve definire retorici e un poco paradossali, su un'ipotesi — solo un’ipotesi, non una realtà, non una prospettiva — un'ipotesi, ripetiamo, di conflitto fra gli interessi permanenti di classe e gli interessi del paese in cui la classe operaia è al potere. Troppo poco, e nemmeno serio per giustificare una esigenza socialista in contrasto con un’esigenza comunista — esigenza socialista poi che renderebbe possibile, secondo il compagno Riccardo Lombardi, l'unificazione con tutti i socialisti, anche con quelli saragattiani evidentemente, mentre escluderebbe ogni idea di fusione, sotto qualsiasi forma, dei partiti socialisti e comunisti.
Queste conclusioni politiche e organizzative vanno molto lontano, come si vede. Per meglio dimostrarne l'arbitrarietà e l'assurdità esamineremo ancora l’ipotesi e l'esempio addotti per giustificare l’esigenza socialista in contrasto con la supposta esigenza comunista, e diremo in che cosa consista la «guida », la «funzioni dirigente» dello Stato sovietica nella lotta per la pace, la democrazia e il socialismo, che tanto preoccupano il compagno Riccardo Lombardi.
LUIGI LONGO

L'Unità, 1° settembre 1948

Charles Dickens a Genova (Luca Panichi)

Genova. Le campane del Duomo di San Lorenzo

La tradizione del Grand Tour in continente, nell'Ottocento era radicata presso i letterati inglesi. Dopo circa otto anni di lavoro assiduo e non sempre gratificante, Dickens decise di effettuare un viaggio in Italia con la sua famiglia, dal luglio del 1844 al giugno del 1845, compiendo un itinerario tra Genova, la prediletta, Venezia, Verona, Firenze, Roma e Napoli. La decisione non scatura solo da una voglia di vacanza, dal bisogno di sfuggire alle continue richieste di denaro, o alla ricerca di nuovi spunti e arricchimenti, ma dalla determinazione di interrompere per qualche anno la produzione di romanzi per ripresentarsi al pubblico con la reputazione di aver visto molte cose e la speranza di una rinnovata presa sui lettori. Dickens incaricò l'amico Fletcher, scultore ormai residente da tempo in Italia, di affittargli una villa a Genova da tenere come punto di riferimento per le possibili escursioni successive. Il 16 luglio 1844 Dickens arriva a Genova e si sistema a Villa Bagnarello, in via S.Nazaro ad Albaro (oggi chiamata Villa Barabino sulla quale nel 1894 venne infissa una lapide sopra la porta per ricordarne il soggiorno), che lui stesso definiva una Pink Jail (Prigione Rosa). Ma non è una vita da recluso quella che fa Dickens a Genova. Magari si sente esiliato, senza saperne bene il perché. Il 23 settembre 1844 i Dickens si traferiscono nel Palazzo delle Peschiere (Villa Pallavicini). Le sue occupazioni, quando non scrive sono di andare «a zonzo...in tutti i buchi e gli angoli del vicinato...», tuttavia la prima impressione non fu delle migliori: «...ci vuole un pò di tempo e di abitudine per superare la sensazione di depressione che, all'inizio, nasce da tanta rovina e da tanta trascuratezza...». Poi cominciano pian piano a emergere le qualità positive della città. L'attenzione di Dickens quindi non è rivolta all'arte, ma alle sensazioni suscitate dall'ambiente e dall'elemento umano. Il cielo azzurro sopra Genova e il blu del mare davanti al golfo «più bello d'Italia», danno subito luce e dolcezza al suo sguardo colto sulla penisola. In questo periodo indirizzò frequenti lettere agli amici inglesi e ad una quantità di persone con cui aveva rapporti più o meno profondi, documentando il divertimento, gli stupori e le sue perplessità. Il distacco dall'Italia, infine è una dichiarazione d'amore: «Non posso dimenticare nulla di questo paese. Vivo nel passato, ora, in composta tristezza». Quando rientrò in patria, Dickens, fece una faticosa operazione di recupero delle sue lettere presso i vari destinatari, egli intendeva rimescolare e rielaborare quella materia per il pubblico. Prima per i lettori del Daily News, il quotidiano da lui fondato, diretto e subito abbandonato nel 1846, poi per la realizzazione di un libro di viaggio: Pictures from Italy. Il libro uscì il 18 maggio del 1846, venne recensito duramente e, oscurato dalle opere maggiori, presto dimenticato.
Durante il suo soggiorno a Genova, Dickens scrive Le Campane, uno dei suoi cinque Racconti di Natale, al quale comincia a lavorare da ottobre, vivendo in uno stato di «furiosa eccitazione». Dickens dichiara di non aver mai esitato tanto prima di iniziare un racconto. Nel momento in cui si era seduto al tavolo con la ferma intenzione di lavorare, era salito dalla città un tale frastuono di campane da farlo impazzire. Il vento gli aveva portato tutti i rintocchi dei campanili di Genova e le sue idee si erano messe a vorticare fino a perdersi in un turbinio di irritazione e stordimento. Scrive: «...specialmente nei giorni festivi, le campane delle chiese suonano incessantemente; non in armonia, o in qualche conosciuta forma sonora, ma in un orribile, irregolare, spasmodico den den den, con una brusca pausa ogni quindici den o giù di lì; una cosa da impazzire.». Sarà poi, paradossalmente, quello stridente concerto a fornirgli lo spunto e il titolo per il racconto di Natale. In una lettera a John Forster rivela di svegliarsi alle sette e di lavorare, dopo un bagno freddo e la colazione, fino alle tre del pomeriggio: «...avere trovato il titolo e sapere come sfruttare lo spunto delle campane è una gran cosa. Che mi assordino pure da tutte le chiese e conventi di Genova, ormai: non vedo altro che la cella campanaria di Londra in cui le ho collocate...».
Nell'ottobre del 1853, Dickens visitò nuovamente Genova. Alloggiò all'albergo Croce di Malta (vico dei Morchi). Il suo intento era quello di tornare sui luoghi di un tempo. Molti erano fondamentalmente immutati, Albaro, i vicoli, ma la sua villa preferita al mondo, le Peschiere era diventata un collegio femminile, i dipinti di divinità pagane erano stati censurati e i giardini lasciati all'incuria. Comunque sia Dickens rimane del suo parere iniziale che, in quanto a bellezza pittoresca e carattere, nessuna città d'Italia, seconda solo a Venezia, può competere con Genova.

dal sito F.O.S.C.A. dell'Università di Genova

A colloquio con Vallanzasca. Addio bel René, la vecchia mala ormai non c' è più (Carlo Bonini)

Renato Vallanzasca al tempo del suo primo arresto
Un'intervista secondo me assai ben costruita, che risale al 2009. Vallanzasca si rivela, nonostante tutto, persona non banale, capace di intelligenza delle cose.
Dopo, l'“epopea” criminale di Vallanzasca, che già a quel tempo presentava aspetti patetici, s'è arricchita di nuovi episodi: le semilibertà ottenute e poi perse per le sue trasgressioni fino all'ultimo farsesco arresto, nel 2014, quando “il bel René” fu sorpreso a taccheggiare in un supermercato. Refurtiva: due paia di mutande.
Sic transit gloria mundi. (S.L.L.)

Vallanzasca in una foto recente
Sorride Renato Vallanzasca. Ma non scherza affatto. «Sai che ti dico? Che ne ho le balle piene e non vedo l' ora di liberarmi del mio mito. Il Bel René... La banda della Comasina... Ma andassero un po' tutti a cagare».
E sarà per la giacca di buon taglio e la cravatta blu a pois, per lo smarrimento, dopo trentanove anni di galera, nel vederlo «libero» seduto al tavolino di un bar, o sarà perché i capelli si sono fatti radi, le rughe profonde e di guascone sono rimasti ormai solo quegli occhi azzurri che non smettono di frugare nell'interlocutore, ma davvero, per dirla con Wikipedia, «Renato Vallanzasca (Milano, 4 maggio 1950), criminale italiano» non c' è più. Come si possa divorziare da se stessi quando un libro che racconta la tua vita torna in libreria dopo dieci anni dalla sua prima edizione e mancano poche settimane al ciak di un film sulla tua epopea di bandito che avrà la mano di Michele Placido e il volto di Kim Rossi Stuart, si fa fatica a comprenderlo. Ma al tipo nato in via Porpora e cresciuto tra Lambrate e il Giambellino, quattro ergastoli e sei omicidi (per cinque dei quali si è riconosciuto responsabile) più un numero di rapine e sequestri che raggiunge le due dozzine, le cose dritte non sono mai piaciute. «È proprio perché ho chiuso dodici anni fa, decidendo di raccontare la mia vita con un libro, che posso dire di aver seppellito quel Renato Vallanzasca. E ora che sono vecchio come il dattero, posso finalmente chiedermi se sono io ad essere cambiato o questo mondo che mi circonda. Probabilmente l'uno e l'altro. Forse, soprattutto questo mondo».
Alza la voce nel dire «questo mondo». Guadagnando l' attenzione distratta e passeggera di una pattuglia a piedi della polizia. Uno sguardo. Niente di più. «Vedi? Neanche le guardie sanno più chi sono. Solo andando all'Ikea ho trovato uno che sembrava sapesse tutto di me. Un tassista che mi fa: «Grande René, corsa pagata». E io: «Grande René un cazzo. Ma chi sei?»».
In giugno, quando è uscito di galera per un provvedimento di differimento pena necessario ad operarsi a un' anca spezzata un tempo dai proiettili e mai tornata come era, si è voluto affacciare alla Comasina, dove la sua «batteria» era stata battezzata. «Ci credi se ti dico che non ci sono riuscito? Arrivo lì e trovo una gimcana della Madonna: sensi unici, isole pedonali. Chiedo a un vigile: «Per piazza Gasparri»? E quello mi fa: «Parcheggi nelle strisce e vada a piedi». Ho rinunciato».
Chiede un limoncello e accende una Marlboro rossa. «Oggi, se facessi il bandito, vivrei tre giorni. Perché o troverei uno che mi ammazza direttamente o che mi fa ammazzare per cento euro. Ma ti rendi conto? Bruciano i barboni per noia. Mandano a battere le bambine o le schiave. Per il grano o per un tiro di quella merda che manda in pappa il cervello, sono disposti a tutto. La malavita non esiste più. Oggi esiste la mala-vita. Niente regole, niente onore, niente amicizia, niente rispetto. La violenza è dappertutto ed è insensata. E ti assicuro che ce ne vuole a dirtelo, perché io pure ho ucciso. Ma io saltavo i banconi e lo mettevo nel conto. Se andava male, sapevo che sarebbe toccata o a me, o alle guardie che mi inseguivano sparando. Oggi chiè lo scemo che rapina una banca?». Eppure anche lui, nella Milano dei primi anni Settanta, pensionò a suo modo i vecchi banditi che si facevano qualche cassetta di sicurezza e qualche villa di San Siro. «Come no. Quando avevo vent'anni, un vecchio ladrone cui ero affezionato mi disse: «Anca ti te se cadù così ' n basso». Avevo messo su un' industria dei sequestri lampo e per i banditi di una volta era una bestemmia. Ma almeno io il codice della mala non lo avevo tradito. Niente donne, niente bambini, niente poveracci, soprattutto».
Provi a dire che la «modernità criminale» della sua «batteria»è stata in fondo anche quella della banda della Magliana, ma è il modo migliore per farlo andare fuori dai gangheri: «Non confondiamo la merda con il cioccolato. Io a differenza di quelli lì non ho mai avuto a che fare con servizi segreti e divise, neppure quelle dei tranvieri». Ora torna a sorridere. «Come diceva Bertold Brecht? È un crimine più grande fondare una banca o rapinarla? Bene, io a quella domanda come tutti sanno ho dato una risposta. Ma guardandomi intorno oggi, sai cosa mi colpisce? Che quarant'anni fa, Milano era più cupa, più sporca. Ma ad avere paura era solo chi aveva il grano. Le porte delle case restavano aperte. Gli operai che tiravano la lima alla Marelli lasciavano i ragazzini alla vicina o in cortile. Oggi chi ha il grano paura non ne ha più. La paura è dei disgraziati. Paura di essere scippati, violentati, accoltellati. E sai cosa trovo ancora più incredibile? Che a dire «al lupo, al lupo», però, sono rimasti sempre quelli che hanno il grano. Oggi uno che fa una rapina prende quindici anni. Chi manda sul lastrico qualche decina di migliaia di famiglie succhiandosi i loro risparmi, va bene se fa un mese ai domiciliari. Il senso della comunità è andatoa farsi fottere. E se non c'è comunità, non c'è mito. Guardia o ladro che tu sia».
Dei quindici della sua batteria sono rimasti vivi in quattro, Vallanzasca compreso. Non ha più rivisto nessuno. Né li cercherà. «Non avrebbe senso. Se non per farsi un pianto e scoprire che volevamo metterla in quel posto alla vita, mentre è successo esattamente il contrario». E persino i suoi segreti, giura, «oggi, non valgono più nulla». «Caduti in prescrizione». A meno di non voler considerare ancora tale quello per cui, nel 1977, prima del sangue di Dalmine (due poliziotti della stradale vengono uccisi quando intercettano la banda durante un sopralluogo nel Bergamasco), nella margherita dei possibili obiettivi di un sequestro di persona «effettivamente c' era un ancora giovane Silvio Berlusconi».
Non c' è più molto tempo. E resta una domanda. Che Vallanzasca conosce e per questo non lascia neppure concludere. Perché non chiedere perdono? Perché, alla fine di questi trentanove anni, appellarsi a una grazia che è stata negatae non bussare invece alla porta delle vittime? «Perché il perdono è un sentimento privato. Per chi lo chiede e per chi lo concede o lo rifiuta. Il mio modo di chiedere perdono pubblicamente è stato scontare il castigo che mi è stato inflitto, assumermi la responsabilità dei disastri che ho combinato, chiedendo solo di non morire in carcere. La grazia la voleva chiedere la mia vecchietta, ma non avrei sopportato che si dicesse che mi nascondevo sotto la sottana di mammina e così ci ho messo la faccia. Non mi è stata data e la cosa è finita lì. Posso solo dire che quando arriverà il giorno in cui chiedere perdono, e arriverà, non ci saranno né fanfare né pennivendoli a registrare l'evento».
Squilla il cellulare. Vallanzasca prende nota. «Ti sembrerà strano, ma sono impegni di lavoro. Don Mazzi, la Cooperativa il Gabbiano. Come si dice? Lavoro nel sociale. Qualche sbarbato in meno nella malavita».

“la Repubblica”,14 ottobre 2009

Tayeb Salih: duello arabo fra grazia e bellezza. Un romanzo del più importante scrittore sudanese (Vermondo Brugnatelli)

La vicenda sta tutta nel titolo (Le nozze di al-Zain): l'eccentrico e sgraziato al-Zain (in arabo: «la bellezza»), macchietta del paese, che per anni ha favorito i matrimoni di tante fanciulle dicendosene innamorato e attirando così su di esse l'attenzione di pretendenti più adeguati, finisce davvero per sposarsi. Impalmerà Ni'ma («la grazia»), la ragazza più bella ma anche quella dal cuore più buono e incline alla compassione. L'esile trama, però, non è altro che un pretesto per presentare al lettore un vivace e accattivante bozzetto di vita di villaggio nel Sudan di cinquant'anni fa. Un brillante saggio di scrittura da parte di un degno erede dell'antica tradizione delle maqamàt arabe.
L'autore, lo scrittore sudanese Tayeb Salih - nato nel 1929 e morto nel 2009 - unanimemente riconosciuto come il maggiore esponente della letteratura del suo paese, ha composto le sue opere di maggior successo in un arco temporale assai ristretto, intorno alla metà degli anni '60: un romanzo lungo, La stagione della migrazione a nord (1966), e un romanzo breve Le nozze di al-Zain, pubblicato prima in una rivista (1961) e poi in volume insieme ad alcune novelle. Il romanzo maggiore, tra i primi che affrontarono in modo esplicito la tematica della difficile integrazione nella società europea da parte di chi vi emigrava provenendo dai paesi ex-coloniali (lo stesso autore era stato tra i primi della sua generazione a completare gli studi in Inghilterra), è stato già stato pubblicato in italiano da Sellerio (1992, 2011), che oggi propone anche la versione italiana di Le nozze di al-Zain (traduzione di Lorenzo Declich e Daniele Mascitelli) insieme a due novelle, Una manciata di datteri e Il dum di Wad Hamid, anch'esse ambientate nel mondo rurale sudanese.
Pur nel contesto quasi da favola del racconto, la vita del villaggio di Zain, prototipo di tanti centri rurali sudanesi lontani dal mondo cittadino, viene tratteggiata con molta freschezza e precisione. I singoli personaggi, ciascuno con il proprio carattere e il proprio modo di vivere, interagiscono secondo logiche ben collaudate, e i diversi gruppi che si fronteggiano (l'autore fa spesso riferimento a essi col termine militare «guarnigioni», mu'aska-rat) ricordano molto le fazioni rivali, caricaturali sì ma emblematiche di un'epoca, del paese di Peppone e Don Camillo. Qui abbiamo da una parte l'imam con i suoi fedeli, anziani e bigotti, dall'altra i giovani contestatori (ma tra loro si trova anche un poeta settantenne), e tra i due il gruppo degli uomini di mezza età, anch'essi poco inclini alle cose religiose, ma moderati e detentori della ricchezza e del potere reale.
Anche qui come nella Brescello del dopoguerra, il governo centrale appare lontano e indecifrabile. Addirittura è una creatura «considerata simile ad un somaro ostinato». E se qualche innovazione come la creazione di un ospedale e di due scuole viene vista con favore per il vantaggio che arreca alla comunità, il villaggio, per molti versi simile, in cui è ambientato Il dum di Wad Hamid, si ribella invece a ogni tentativo di ingerenza: «se tagliate il dum combatteremo il Governo fino alla morte del nostro ultimo uomo». E come nel caso dei personaggi di Guareschi si tratta di un mondo ormai irrimediabilmente scomparso. Erano gli anni di poco successivi all'indipendenza. Le attualità politiche che giungevano via radio riguardavano Nehru e Tito, promotori dei paesi non allineati, sullo sfondo della guerra fredda tra Russia e Stati Uniti. Il mondo arabo viveva ancora lo spaesamento del postcolonialismo, e non era ancora scosso né dal disastro della Guerra dei sei giorni, né dal progressivo affermarsi di un islamismo politico, che oggi costituisce uno dei problemi principali; in Sudan, poi, non vi era ancora traccia né del dramma del Darfur né della secessione del Sud. Gli stessi rivolgimenti politici interni, nei villaggi sonnolenti erano spesso vissuti in unmodo distante e riflesso, come emerge in modo buffo ma non lontano dal vero nelle vicende paradossali di Wad Hamid.
La lettura di questo volumetto consente così di gettare uno sguardo in quel passato nemmeno tanto lontano, quando il mondo non era ancora globalizzato e i contatti col mondo esterno, e i relativi condizionamenti, erano ridotti al minimo. Un isolamento che già dopo pochi anni comincerà a incrinarsi, come si legge nel successivo romanzo, La stagione della migrazione a nord, sempre ambientato nel villaggio di al-Zain (con cui ha in comune diversi personaggi), dove si scopre quanto siano complessi gli inevitabili rapporti col mondo «occidentale».
Tornando alle Nozze di al-Zahin, non si può fare a meno di notarne alcune manchevolezze che pur non compromettendone il valore complessivo sono spiacevolmente fuori posto in un'opera di questo tipo. Giunto alla pagina 112, infatti, il lettore sobbalza: nel sonnolento villaggio, nel pieno di una discussione sull'opportunità di costruire un attracco per i battelli, avviene un fatto inquietante. «Non ci crederai, ma in quel momento arrivò una donna e si piaz-zòlìinpiedi, inmezzo a quegli uomini, nuda come sua madre l'aveva messa al mondo, il che li colpì con uno stupore maggiore di quello che la frase precedente aveva provocato.» Il colpo di scena sembra preludere a una imprevedibile svolta boccaccesca o almodovaria-na della vicenda; ma ben presto ci si deve ricredere. Così come era apparsa improvvisamente, la donna nuda scompare dal racconto. Da lì in poi non se ne fa più menzione. In effetti, si tratta di un banale errore di traduzione. Il testo arabo originale dice più o meno: «Se in quel momento tu avessi portato e piazzato lì, in mezzo a quegli uomini, una donna nuda come mamma l'ha fatta, non avresti provocato uno sbalordimento maggiore di quanto fece quella frase.»
Infortuni di questo tipo possono capitare, la svista che ti porta a sbagliare è l'incubo di ogni traduttore; colpisce però che questo errore sia sfuggito non solo ai due traduttori ma anche agli editor della Sellerio, ai quali evidentemente l'improvvisa apparizione e sparizione di una donna nuda non è sembrata sospetta. D'altra parte, per tutto il libro si ha la sensazione che ci sia stata poca revisione della traduzione, visto che a tratti l'italiano è poco scorrevole e che non mancano imprecisioni e incoerenze nelle rese deinomi (ad esempio Halima la lattaia nella prima parte del romanzo viene chiamata Hamila). Va detto che la lingua stessa del ro-manzoè di nonfacile comprensione. Tutti i dialoghi sono in arabo dialettale sudanese, lingua dai mille trabocchetti, al punto che la frase iniziale, in cui si annunciano le prossime nozze del protagonista, è stata interpretata dai traduttori come «al-Zain non vuole sposarsi», per via di una particella, che in certi contesti ha valore di negazione ma che qui, a quanto pare, ha semplicemente valore enfatico («Pensa unpo', al-Zain sta per sposarsi»). Anche in questo caso un editor scrupoloso avrebbe notato e segnalato ai traduttori l'evidente incoerenza.
Indipendentemente da queste sbavature, bisogna comunque riconoscere il merito dell'editore che si sforza di dare al lettore italiano accesso a sempre nuovi testi della letteratura araba, incon-trotendenza rispetto a un panorama editoriale che fatica a ampliare lo sguardo verso questa parte del mondo così vicina ma anche così lontana proprio perché ignorata. D'altronde, «sol chi non fa non falla».

ALIAS DOMENICA 22 SETTEMBRE 2013

Una mostra a Parigi. Van Dongen, un olandese nel mitico Bateau Lavoir, il condominio degli artisti (Sebastiano Grasso)

Uno dei tipici ritratti di Kees Van Dongen

Agli inizi del Novecento, il Bateau-Lavoir di Parigi, ex fabbrica di pianoforti in place Emile Goudeau, viene trasformata in appartamentini (non hanno né luce né gas e l’acqua arriva solo al primo piano) destinati a studi di artisti. Fra essi, Braque, Jacob, Picasso, Léger, Matisse, Cocteau, Gris, Brancusi, Modigliani, Gauguin (reduce da Tahiti). Dal dicembre 1905 ci va a stare, per circa un anno, anche l’olandese Cornelis Theodorus Maria (Kees) van Dongen (1877-1968) con la compagna Augusta Preitnger («Guus») e la figlia Dolly. «Guus è vegetariana — scrive Dan Franck ne La favolosa Parigi d’inizio secolo — e dai van Dongen si mangiano solo.spinaci». Una volta che l’artista si separa dalla donna, va a mangiare al ristorante, sulla cui porta appare il cartello: «Dove si può vedere van Dongen mettere il cibo in bocca, masticarlo, digerirlo e fumare? Da Jordan ristoratore, 10 rue des Bons-enfants».
Al Bateau-Lavoir gli artisti fumano l’oppio comprato dai marinai provenienti dall’Indocina; oppio che a qualcuno produce strani effetti. Apollinaire, per esempio, lo fuma assieme a Picabia e crede di essere in un bordello; Picasso — che in quel periodo vive con Femande Olivier e dipinge Les demoiselles d’Avignon — ogni tanto grida che con l’avvento della fotografia, la sua arte non vale nulla: allora è meglio suicidarsi. Effetti momentanei, s’intende, che non hanno seguito.
Kees Van Dongen
Esperienze, queste al Bateau-Lavoir, importantissime per la stagione fauve di Kees van Dongen, cui Parigi, per l’anno culturale olandese in Francia, dedica al Musée de Montmartre (sino al 26 agosto) la rassegna Van Dongen et les artistes du Bateau-Lavoir, a cura di Anita Hopmans: una settantina fra oli e disegni che restituiscono un’immagine precisa di questo artista anarchico e mondano.
A Parigi, Kees arriva nel 1897: vent’anni e tanta voglia di farsi strada. Ha con sé alcuni dipinti con scene popolari eseguiti nella città natia e altri dell’iniziale soggiorno parigino del 1897 e di quello definitivo dai 1899. Nel 1904, la sua prima personale, l’incontro con Derain e la conversione al fauvismo. Per vivere, il giovane olandese fa disegni satirici per alcuni periodici, lo strillone di giornali, il fattorino ed essendo piuttosto robusto come George Braque, persino il lottatore nelle fiere.
Nella mostra di Montmartre c’è anche il ritratto di Fernande. Raccontano che nel vedere le sembianze seminude dell’amante, Picasso l’abbia presa a sberle. Lei era scappata: non solo per questo ma anche per la troppa sporcizia dello studio dell’artista spagnolo. Cosi Pablo aveva chiesto ad Apollinaire di aiutarlo a pulire ed aveva regalato alla donna profumi così forti che quando Femande era da lui, gli amici ne captavano l’odore («Madame Picasso è da queste parti», dicevano).
Se i primi nudi dipinti in Olanda avevano un aspetto «domestico», adesso Kees cerca le sue modelle nei bordelli e per le strade: prostitute, bottegaie, cabarettiste, acrobate. L’eclettismo giovanile lascia il posto a una tavolozza dai colori accesi. Le sue donne hanno occhi grandi e labbra rosso-fuoco. Sarà Lo scialle spagnolo, esposto al Salon nel 1913, a farlo notare alla Parigi che conta, un dipinto suscita scandalo, ma fa sì che sull’artista olandese si apra un forte dibattito. È l’inizio del successo. Grazie soprattutto a due nuove amanti — Jasmy Jacob, direttrice commerciale di grandi case di moda, e la marchesa Luisa Casati — e a Felix Fenelon, il critico più importante di allora. Van Dongen diventa il ritrattista del «bel mondo»: politici e cortigiane, letterati e attrici, ambasciatori e cantanti liriche, galleristi e finanzieri. Insomma, la borghesia si mette in posa.
Kees ritrae le donne non come sono, ma come vorrebbero essere; le rende desiderabili, irresistibili. Con un tratto sono selvagge, orientaleggianti, carnali, con languori di sapore baudeleriano. Il pittore coglie i patiti dell’Opera, le boutique della moda. Ritratti e ancora ritratti: per lui posano anche Leopoldo III del Belgio e l’Agha Khan. In realtà, sul piano artistico — a parte i rapporti coi fauves e alcuni espressionisti tedeschi — Kees se ne sta lontano da gruppi e correnti.
Per i temi trattati viene accostato a Degas e a Toulouse-Lautrec. Negli anni Venti, il «salto». Sino a quando, nel 1941, Amo Breker, scultore ufficiale del III Reich, lo invita in Germania. Viaggio, questo, che i francesi non gli perdonano. Al rientro a Parigi viene boicottato. Tant’è che, lasciata la Ville Lumière, va in Bretagna e, nel '47, a Montecarlo, dove comprerà una villa. Cui, in ricordo dei vecchi tempi, darà il nome di Bateau-Lavoir.

Corriere della sera, 1 luglio 2018

3.9.18

Eterno ritorno. Una poesia di Diego Guadagnino

Nel fondo della notte più proterva
memoria dell'azzurro mi sorprende.

Il vago rifiorire del ricordo
è solido presagio di futuro.

da Apocrifi, Utopia, 2008, Chiaramonte Gulfi

L’Italia di Dickens nella lanterna magica (Beatrice Andreose)


Charles Dickens arriva a Venezia l’11 novembre del 1844 e cinque giorni dopo è a Verona. Nel libro Visioni italiane si legge: «Tante e tante volte ho pensato da allora a questo strano sogno sull'acqua, un po’ curioso di sapere se si trovi ancora lì e se il suo nome sia Venezia». Sulla città lagunare ad un amico il 12 novembre scrive: «Non c'è nulla di ciò che avrai sentito a proposito di Venezia che possa trasmettere la sua magnifica e stupenda realtà. Le immagini più fantastiche delle Mille e una notte non sono niente in confronto a Piazza di San Marco e le prime impressioni dell'interno della chiesa. La bellissima e meravigliosa realtà di Venezia va oltre la più stravagante fantasia di un sognatore. L'oppio non riuscirebbe a creare un posto come questo, e un posto così incantevole non potrebbe venire fuori neppure da una visione».
Allo scrittore l’Italia ed il suo paesaggio appaiono come immagini proiettate da una lanterna magica.
Non poteva dimenticarlo l’unico museo al mondo del Precinema, la Collezione Minici-Zotti che nella sua prestigiosa sede al piano alto del quattrocentesco Palazzo Angeli in Prato della Valle a Padova, in occasione del bicentenario della nascita del geniale scrittore inglese, propone fino al 23 giugno una mostra dedicata al viaggio in Italia che Dickens fece tra il 1844 ed il 1845.
L’Italia, con i suoi paesaggi, «un distillato del mondo» secondo Guido Piovene, due secoli prima suscitò meraviglia allo scrittore vittoriano che nel capitolo «Un sogno italiano» aggiungeva: «Viaggiavo ormai da alcuni giorni e non mi ero riposato che pochissimo, soltanto la notte. Le novità che mi erano passate davanti alla svelta, una dietro l’altra, tornavano ora in me come sogni appena abbozzati; e mentre proseguivo il viaggio per una strada solitaria, una folla di cose terribilmente confuse mi vagava nella mente. Accadeva ogni tanto che qualcuna di queste si arrestasse, per cosi dire, nel suo incessante migrare e mi desse modo di guardarla ferma, coglierla in piena chiarezza. Pochi momenti dopo si dissolveva come un'immagine proiettata dalla lanterna magica; e mentre in un tratto mi appariva del tutto chiara, in un altro sbiadita e in un altro ancora nascosta, ecco che una nuova visione, uno dei tanti luoghi veduti di recente, cominciava ad insorgere indugiando dietro di essa e apparendomi subito dopo». La mostra vuole fedelmente ricreare questo senso di meraviglia esponendo oltre 200 vetrini d’epoca per lanterna magica che riproducono paesaggi e persone così come li ammirò lo scrittore inglese. Nelle bacheche si potranno apprezzare l’intera collezione di vetrini che accompagnavano The Marley’s Ghost e The Chimes, i primi due racconti di Natale di Dickens, che saranno anche proiettati in dvd, riprodotti dai vetri originali per Lanterna Magica, nel piccolo teatrino del museo. «Dickens ha riservato le sue più belle pagine a Venezia - spiega Laura Minici Zotti direttrice del museo nonché abile lanternista - in mostra esporremo 14 vedute fotografiche con effetto giorno-notte che si potranno osservare attraverso il Megaletoscopio costruito dal fotografo Carlo Ponti (niente a che fare con la Loren), uno svizzero che abita a Venezia e nel 1864 impara da un fotografo il sistema per fare uno strumento che riproduce la tridimensionalità. Così si potranno ammirare il Canal Grande, il Palazzo Ducale ma anche la festa del Redentore esattamente come le ha viste Dickens nel suo soggiorno veneziano».
In esposizione, dunque, immagini dipinte su vetro e a movimento, suggestive dissolvenze che rappresentavano un’attrazione irresistibile per gli ingenui spettatori ottocenteschi. L’inizio di una nuova forma di rappresentazione, a metà strada tra spettacolo e narrazione, che pochi anni più tardi sfocerà nei film di Méliès e nel cinema dei fratelli Lumière. Il cineasta americano David W. Griffith per spiegare il fenomeno della dissolvenza incrociata che lui nei primi anni del ‘900 usava come segno di interpunzione per introdurre o concludere un flashback, per rassicurare i suoi produttori, amava ricordare che si trattava di procedimenti già usati da Dickens nei suoi romanzi. Che Dickens scrittore, giornalista e reporter di viaggio conoscesse ed usasse la lanterna magica per accompagnare quanto diceva con le immagini dei suoi racconti, è molto probabile. Ne è certa Minici Zotti che spiega. «Sono convinta che lo scrittore, che spesso leggeva i suoi libri in pubblico, accompagnasse le sue conferenze con le immagini che illustravano i suoi libri. Ho trovato on line un disegno che lo riprende mentre ha in mano una bacchetta che sembra seguire una immagine». Nell’unico racconto scritto in Italia nell’estate del 1844 (Le campane), Dickens scrive: «Per una o due settimane riesco a scrivere benissimo in un luogo ritirato e un giorno Londra mi rimette in sesto e mi fa ripartire. Ma la fatica e il lavoro di scrivere giorno dopo giorno senza quella lanterna magica sono immensi».
Ma ritorniamo alla mostra. In esposizione ci sono vetrini che illustrano altre città italiane tra cui Padova, Genova e Roma. Alcune immagini sono a colori e rigorosamente disegnate a mano, talmente splendide da far dire a Paolo Cherchi Usai che «hanno la fiammeggiante bellezza delle miniature medievali». Ben centoventi vetrini, rarissimi ed acquistati in Inghilterra ad un’asta, illustrano i libri dello scrittore inglese, in particolare i testi de La piccola Nell e suo nonno, realizzati dalla ditta inglese E.G.Wood, 2 Queen Street, Cheapside, London.
Altri trenta vetri colorati a mano di una perfezione pittorica notevole illustrano invece il racconto Le campane. Altrettanti, datati 1880, sono riservati al racconto Marlej’s Ghost, fotografie su vetro della ditta londinese York and Son. In esposizione, ancora, vetrini con incisioni di Oliver Twist, Little Nell, Circolo Pickwick, Martin Chuzzlewit.



“alias il manifesto”, 4 aprile 2012

La poesia del lunedì. Emily Dickinson



c'è un altro cielo,
sempre sereno e bello,
e c'è un'altra luce del sole,
sebbene sia buio là
- non badare alle foreste disseccate, Austin,
non badare ai campi silenziosi -
qui è la piccola foresta
la cui foglia è sempre verde -
qui è un giardino più luminoso -
dove il gelo non è mai stato,
tra i suoi fiori mai appassiti
odo la luminosa ape ronzare,
ti prego, Fratello mio,
vieni nel mio giardino!

Da The Complete Poems of Emily Dickinson - Traduzione e note di Giuseppe Ierolli – In rete

2.9.18

Blixen, Dickinson, Woolf, Stein, le Bronte, Shelley, Yourcenar: 8 donne, 8 scritture. Rossana Rossanda sui “Nomi” di Nadia Fusini

Nadia Fusini

Il senso della scrittura, l’operazione che per suo tramite si compie, è la ricerca che Nadia Fusini compie nel suo ultimo Nomi, sottotitolo Il suono della vita di Karen Blixen, Emily Dickinson, Virginia Woolf, Gertrude Stein, Charlotte ed Emily Bronte, Mary Shelley, Marguerite Yourcenar (Feltrinelli, 1986, pp. 238, L. 20.000). Otto donne, otto scritture, chissà quante letture. Perché in questa ricerca domina la messa in guardia del continuo trasferimento: dal sé alla scrittura, che non in tutti avviene con il medesimo segno, la stessa intenzione e valenza, e dall’ulteriore trasferimento dello scritto nel silenzio di chi legge, e ne rifa esperienza, ma per dircene la cifra deve a sua volta trasferirlo in scrittura. Trasferimenti che non sono semplicemente dislocazioni, trasposizioni, ma così diversi «modi» da rendere il passaggio dall’uno all’altro sempre o imperfetto o ridondante, come un cambiamento per somiglianza, analogia, a volte allegoria: mai rispecchiamento.
Tanto che Nadia Fusini inizia dalla bellissima leggenda del dio Theut che regala ad Ammone, fra altre cose, l’alfabeto e invece di esserne ringraziato, provoca la diffidenza del faraone, il quale non soltanto teme che gli uomini, potendo affidare ai segni le cose, cessino di tenerle dentro di sé, svalutando la memoria, ma perché in questo distacco dall’«in sé» al segno le cose iscritte diventeranno altro dall’uomo, un perduto e soltanto superficialmente ritrovato come informazione, diremmo oggi; nozioni e non sapienza.
E poi tanto più fragili appaiono del discorso vivente, il solo pregnante di tutto e solo il suo significato; mentre chi potrà giudicare del vero o falso dell’interpretazione del discorso scritto? In apparenza esso è fissato per sempre; in realtà la lettura è già un terzo e problematico passaggio dopo quella seconda «oggettivazione», presa di distanza che consiste nel «dire in parole», anche se queste partecipano ancora del vivente e sono ancora «vissuto».
Ma non è lo sfaccettarsi dell’esperienza informa plurisignificante di chi parla, scrive, legge — sempre lo stesso e sempre qualcos’altro — che interessa a Nadia Fusini; ma piuttosto il contrario, la ricerca di quel quid che resta univoco, del nocciolo del messaggio, dell’ineludibile da qualsiasi interpretazione, del detto o scritto una volta per sempre, quale che sia la scrittura o la lettura in cui cade. È questo che lei chiama «il suono della vita», la nota, il registro delle otto scrittrici, in ciascuna diversa e della quale in ciascuna cerca la specificità. Cosi la preoccupazione di Ammone è in parte vanificata: l’interiorità della cosa posseduta interiormente per vera sapienza non sarà perduta nella fissità della scrittura; il crittogramma permetterà sempre di ritrovarne la traccia. Anzi è la sua decifrazione che ci rivela il nome, quel che dell’uomo resta.il suo sigillo, la sua forma ultima, il senso.
Non a caso, penso, la scelta delle scrittrici esaminate procede da Karen Blixen, nella quale la fatidicità del nome è così forte da parerla garantire dal crudele non senso della vita, che dovette avere provato nella prima metà della sua esistenza. Tutto ciò che la vita lascia aperto, elude, spreca o perde è concluso, affrontato, conquistato e conservato per sempre nel racconto, nel quale sempre (ed è la condizione per essere raccontato) si disegna «la cicogna», la forma augurale che il narrato non vede, ma è chiara al narratore. Chi diventa narratore trasformerà la sua vita in significante, recupererà ogni perdita, trasformerà il destino in scelta,o crederà, come scrive Nadia Fusini, di avere scelto il destino.
Meno consolatoria la chiave della scrittura nelle altre, anche se per tutte (per tutti, credo) essa è in qualche modo risarcimento. Ma nella Blixen occorreva non soltanto scrivere, ma trovare quella che una volta si sarebbe chiamata la «moralità» nel narrato, un significato che non è nella parole ma servito da esse, una sorta di enigma rivelabile da chi sa raccontare, perché lo ha risolto. Tutto il mondo è dunque fatto di segni, nulla è senza senso: forse le occorreva questo per sopportare il cadere di tutte le speranze, e la ferita insanabile nel corpo. Ma Emily Dickinson? In lei la parola è il doppio dell’inafferrabilità dell’altro, la cosa, il mondo, dio, unico modo per sfiorarlo; mai lo si avrà, ma dandogli nome, parola lo si vedrà prima di perderlo. La comprensione dell’oggetto comporta la sua perdita; il suo diventare da «essere», «forma». E si può capire perché in questo mettere in parola un altro da sé perpetuamente sfuggente, quando non devastante o ingannevole, poco le importasse comunicare, se non per lettera, e scrivesse per sé ; traversare l’esistenza era decifrarla in parole, fatica estenuante ma fine in sé, non diverso da quel possesso di Dio, del quale Emily farà determinatamente a meno.
In Virginia, nelle due Bronte, nella Stein, nella straordinaria Mary Shelley, nella Yourcenar lo scrivere sarà esperienza diversa: non, come è ovvio, diversa per come e quel che scrivono, ma per il senso che per ciascuna di loro ha il fruire del dono di Theut. Così, all’opposto della Blixen, per Virginia Woolf non è un riacquistare il perduto, ma il rincorrere infinitamente e senza possibile raggiungimento le cose, ciò che è reale e in qualche modo sembra il contrario di quel cadere nel silenzio che è la sua malattia. Un reale peraltro del tutto diverso da quello della Dickinson, che ha natura metafisica; quello di Virginia è un reale che altri hanno, e non lei. Non Emily, ma lei ne muore. Il suo è un dolore che dal quale la parola non salva, perché la sua radice ultima, differentemente dalla Dickinson, non è così astratta da lasciarsi mettere in forma.
Ma queste letture di Nadia Fusini portano lontano, con sé e per cammini devianti: invitano a tradire la sua lettura, che è un modo bellissimo di moltiplicare le chiavi di interpretazione. Come se invitasse, nel rincorrere «il suono della vita» di queste donne ad ascoltare più volte una nota, annunciata e ritessuta in altre su una tastiera, quella nota di quella donna che le pagine ti riportano accanto, e che costituisce il filo che ne lega la problematicità, il segno, il disegno ultimo. Quel «nome» nel quale si tocca l'irripetibilità dell’altro, cosa o persona: e lo si tocca, ci ricorderà Nadia Fusini alla fine, non per scienza ma in un improvviso schiarirsi della conoscenza in illuminazione: è così, questa è la domanda, o, più raramente, la risposta iscritta in quelle pagine. L’identità, diremmo oggi fra donne; e non può sfuggire alla confessione neppure la riluttante Gertrude Stein.

“la talpa giovedì il manifesto”, ritaglio senza data, ma 1986

Culti letterari. Colette, la scandalosa che meritò il paradiso (Leo Merumeci)


«Mi chiamo Claudine, abito a Montigny, dove sono nata nel 1884; probabilmente non ci morirò». Mente, mente già come un’autentica scrittrice. In verità, ha undici anni in più della sua eroina, è nata nel 1873 a Saint-Sauveur-en-Puisaye e si chiama Sidonie Gabrielle Colette: e sta iniziando con queste parole una carriera di scrittrice che la condurrà dal dilettantismo alla gloria.
Oggetto di un culto diffuso e mai trascurato nel tempo, Colette (che si spense a Parigi il 2 agosto 1954) conosce oggi un ulteriore clamoroso rilancio editoriale. Nella mitica collana Plèiade esce in Francia il primo tomo delle opere complete, e, sempre da Gallimard, sta per apparire un album fotografico, Colette-Pléiade, che invaderà rapidamente il mercato in 40 mila esemplari.
Da noi, a parte qualche sporadica edizione (Mondadori, Rizzoli, Guanda), le opere di Colette vengono ora pubblicate sistematica-mente da Adelphi. Nell’80 è uscito Il puro e l’impuro, l’anno seguente Il mio noviziato e “in questi giorni” l’attesissimo Chéri, il romanzo che inaugura nel 1920 la stagione più felice ai questa autrice. «Dopo Chéri sarà la volta della Fine di Chéri», informa Roberto Calasso, che dell’Adelphi è direttore editoriale. «E poi avanti, un libro all’anno, fino a esaurimento dei titoli».
Le quattro Claudine sono l'asse portante del primo dei quattro volumi di Opere previsti nella Plèiade. In questo primo tomo, Colette è ancora giovanissima: tutti sanno che, non appena la ragazza ultimava un suo quaderno scolastico, suo marito, Henry Gautier-Villars detto Willy, lo sequestrava e se ne attribuiva la paternità. Dei manoscritti di Claudine à l'ècole e di Claudine à Paris si è persa ogni traccia. L’infame Willy li bruciò nel 1907, dopo la loro separazione, perché nessuno si accorgesse che non li aveva scritti lui.
Eppure, in questa storia assai romanzata, i ruoli vanno riconosciuti per intero. E va detto, allora, che questo vecchiaccio terribile che sposò una giovane e deliziosa provinciale senza dote fu probabilmente la molla di tutto. Ascoltandola mentre lei parlava di felicità, di infanzia, delle sue amicizie particolari il marito le consigliò di mettere sulla carta, per gioco, quelli che erano già ricordi. Gabrielle ci si mise d’impegno, ma senza gioia, da cui il tono deliziosamente scolastico di Claudine à l'ècole. Willy, poi, aggiunse le sue spezie erotiche a un intrigo pressoché inesistente. Claudine à l’école uscì nel 1900, a firma del solo Willy. Grazie a un'entusiastica recensione di Charles Maurras, ebbe un successo scandaloso.
Un trionfo, più che un successo. Quarantamila copie in due mesi. Una vera e propria moda che contagiò tutto: colletti da camicia, cravatte, lozioni, perfino stuzzicadenti. Willy rimise subito Colette al lavoro e fu la volta del mediocre Claudine à Paris, (1901). Seguì Claudine en ménage. L’officina sembrava marciare a pieno ritmo. Ma Colette si ribellò, e Claudine s'en va, nel 1903, segnò la fine di Claudine «con» Willy. Nel 1922, per dimostrare un talento ormai provato, Colette scriverà La maison de Claudine, opera a sé stante che non ha ancora la sua collocazione cronologica in questo volume della Plèiade.
Ma questa collana prestigiosissima si addice a Colette? È giusto chiederselo. I quaderni così leggeri ed effimeri, sui quali Gabrielle scriveva con la sua penna veloce, mal sopportano d’essere scolpiti nel marmo biblico della Plèiade. Le Claudine sono una suite deliziosa di quadretti che non possiedono una loro coerenza interna. Bisogna sgranare gli occhi per intuirvi la futura grande Colette, visto che Willy li ha certamente alterati con la sua zampa di romanziere sboccato.
Paul d’Hollander, uno dei presentatori dell’opera, cerca di raccapezzarsi in questo patchwork letterario, ma la scrittura mantiene i suoi segreti. Così come non si sa l’anno esatto in cui Gabrielle incontrò Willy. Sembra comunque che i due furono felici insieme, nonostante in seguito tutti si siano adoperati a dimostrare il contrario. Con lui, Colette si accostò a Proust, Anatole France, Alfred Jarry, Marcel Schwob, i Guitry, Jules Renard, tutto un mondo, insomma, che la figlia del capitano Jules Colette (esattore in pensione e senza una gamba) non avrebbe mai potuto conoscere.
Nella sua notevole prefazione Claude Pichois (che, dopo Nerval e Baudelaire, introduce Colette nella Plèiade), osserva giustamente che in questa officina letteraria delle Claudine la scrittrice rischiò di perdere la propria identità. E le occorse senz’altro un vero coraggio per sottrarsi a Willy e alle sue inquietanti attenzioni per affrontare, con il divorzio, la solitudine. Divenne «scandalosa» esibendosi in teatro con solo qualche velo indosso, ma finalmente libera di abbandonarsi a quel saffismo che le era del tutto naturale. Le sue avventure con donne scossero la società perbenista della Belle Epoque. La si riteneva persa alla letteratura. E invece stupì tutti pubblicando La retraite sentimentale, nel 1907 (un amalgama di due cose rubatele da Willy), L’ingénue libertine (1909) e, soprattutto, Les vrilles de la vigne (1908), dove traspare la sensibilità di uno scrittore che si risveglia al mistero delle parole.
Fermandosi con questo primo volume delle Opere al 1910, i curatori seguono le peripezie della inquieta vita di Colette, che da Claudine passa per il famoso Dialogue de Bétes per approdare all’esperienza rigorosa de La vagabonde: il suo primo «vero» romanzo, dove Willy viene maltrattato come si merita e dove, soprattutto, la scrittrice, finalmente sola, diventa quella straordinaria narratrice del piacere che resterà per sempre.
«Scrivo su dei tavolini zoppicanti, seduta di sbieco su sedie troppo alte, un piede calzato e l’altro nudo, col foglio nel vassoio della prima colazione e la mia borsa aperta fra spazzole, boccette di profumo e cavatappi», scrisse nel 1910, ne La vagabonde. Aveva trentasette anni. Si era salvata dal music-hall, dai vecchi magnaccia, dalla futilità.

“L'Europeo”, 9 giugno 1984

Viaggi. Da Roma a Milano meglio l'Intercity dell'Eurostar (Luciano del Sette)

Un articolo molto bello su un'esperienza che per tanti era fonte di gioia e sta diventando piuttosto rara, il viaggio in un treno comodo ma non troppo veloce. I treni Intercity non sono più gli stessi e il più delle volte non hanno gli scompartimenti di cui l'autore scrive e forse anche i percorsi non sono più gli stessi per lunghi tratti. Sembra prevalsa l'idea che i trasporti su rotaia per le lunghe percorrenze siano riservati a treni veloci, pubblici o privati, in cui l'esperienza del finestrino è complicata da tante diavolerie. Gli Intercity, peraltro, non sono certo “pieni di signori” come i treni del primo Novecento cari alla musa di Francesco Guccini, ma – se non prenotati con largo anticipo – hanno costi più pesanti di un tempo, il che rende più efficace la concorrenza degli autobus. Ciò nonostante il viaggio qui suggerito, in un treno non troppo veloce e con alcune fermate intermedie, non è ancora del tutto impossibile. Magari non negli scompartimenti a 6 e con tratti più lunghi in galleria, ma si può ancora fare. E dai finestrini lo spettacolo è assicurato. (S.L.L.)


Meglio l’intercity dell’eurostar. Un’ora e mezza in più di viaggio, ma vuoi mettere i sei posti dello scompartimento, contro le lunghe file dei sedili open space? Vuoi mettere il silenzio dello scompartimento quando chiudi la porta, contro i bombardamenti dei cellulari e delle voci melliflue (registrate e non) che escono in continuazione dagli altoparlanti? E poi i finestrini: grandi, con un’apertura in alto per far entrare una boccata d’aria non condizionata. I finestrini attraverso i quali puoi vedere paesi e paesaggi, scoprire particolari altre volte sfuggiti, dare libertà ai pensieri stimolati dalla pace dello scompartimento.
Meglio l’intercity dell’eurostar, se vuoi che un viaggio, per esempio da Roma a Milano, sia davvero tale. Perché l’intercity conosce anche la lentezza e ti permette di guardare, mentre l’eurostar dissolve ogni immagine o quasi in una strisciata che fa somigliare il mondo esterno a un quadro astratto. L’importante è compiere il viaggio con la luce del giorno e con l’ovvia accortezza di chiedere un posto finestrino. Stazione Termini, Roma, ore 8 e 47, binario 6, arrivo previsto a Milano 14 e 50, 12 fermate intermedie ad attraversare Lazio, Umbria, Toscana, Emilia Romagna e un pezzetto di Lombardia. Sali, occupi il tuo posto, disponi giornali, libro, bagagli come se volessi delimitare un territorio temporaneamente tuo. Una piccola scossa, il treno si avvia. Le uscite (o le entrate) dalle stazioni si somigliano tutte: uffici e depositi con alle spalle o davanti condomini consumati da un’eterna povertà: facciate sporche, finestre cui sono appesi panni e antenne televisive.
Fino a Orte nulla di speciale, il tempo può scorrere leggendo il giornale. Ma da Orte in poi gli occhi devono guardare oltre il vetro. Perché il Lazio dissolve nell’Umbria e l’Umbria nella Toscana. Spettacolo reso ancor più piacevole da lunghi tratti dove i cellulari tacciono per assenza di segnale. I vagoni dondolano tra spazi verdi con sfondi di colline pettinate a vitigni, scorrono regalandoti in lontananza la visione di paesi in cima a un’altura, oppure sfilano a poco più di un passo da poderi e borghi.
Un rumore sordo e improvviso si accompagna al buio totale.
La prima di tante gallerie come passaggi frequenti dalla notte al giorno. Rallenta, il treno. E devi alzare lo sguardo per incontrare la rocca di tufo su cui è aggrappata Orvieto. Anche dal basso, è l’imponenza del duomo la prima cosa che noti.
La stazione è ai piedi della rocca. Sono strane creature urbane, le stazioni. Sembrano costruite e disegnate quasi per impedirti di immaginare cosa si nasconda oltre l’uscita e, così, invitarti a scendere e a scoprire. Di essere entrato in Toscana, nel Senese, hai la certezza non appena la presenza dei cipressi si fa costante, elemento principe della terra che contempli dal finestrino insieme alle grandi distese di vigne, all’ordine delle architetture rurali, dei poderi, delle case nobiliari: un ordine che qualcuno ha definito persino lezioso, ma che non può non incantare. Si dice, della Toscana, che rappresenti la prima operazione di marketing turistico compiuta quando ancora il turismo non esisteva. Otto secoli fa. Forse, con più propensione al sentimento, si può invece dire che l’unicità di questa regione sia nata da un rapporto d’amore speciale che tutta la sua gente, di qualunque ceto e mestiere, ha avuto e continua ad avere con lei.
Chiusi, porta d’ingresso a una Chianciano Terme in lenta decadenza da quando i “fanghi” e la “cura delle acque” la mutua non li passa più; universo dove alberghi e pensioni sembrano in maggior numero rispetto alle case, ammantati di una malinconia congenita, scandita dai passi lenti di una clientela anziana. Arezzo e poi Firenze. Qui l’intercity sosta un quarto d’ora. C’è il tempo per scendere e fumarsi una si-garetta, e in quei pochi minuti contemplare il viavai ininterrotto di turisti che scendono dai treni, corrono, guardano i tabelloni degli orari, chiedono informazioni.
Turisti, a decine di migliaia tutto l’anno. Benedizione economica ma, non sono pochi i fiorentini ad affermarlo convinti, popolo che rende la città invivibile.
Il passaggio per Prato, regno delle stoffe, degli indumenti riciclati, di una delle prime e più grandi comunità cinesi in Italia, l’arrivo a Bologna. Un’ora di distanza da Firenze, due mondi contrapposti. Bellissima, la città di San Petronio. Eppure una manciata di turisti, perché qui non interessano. Qui si va di commercio, di fabbriche sperse nella Bassa, di proventi che arrivano dal popolo universitario.
Strana città, Bologna. Ci avverti calore, cordialità, simpatia.
Ma se ti capita di viverci da “straniero” ti accorgi di quanto sia difficile concretizzare tutto ciò in un rapporto che meriti tale nome.
Resti sospeso sul filo di un accento dal quale ti aspetteresti di più.
Tortellini, mortadella, prosciutto, parmigiano. Cioè Modena, Reggio Emilia, Parma, Fidenza. Sul cartello di ciascuna stazione potresti scriverci il nome della specialità che ha reso celebre il posto, tanto i passeggeri saprebbero di essere arrivati. La Bassa dal finestrino. Sembra un paradosso, ma se la guardi con il sole ti infonde persino un po’di tristezza. Se l’attraversi con la nebbia, non puoi far altro che constatare come tutto ciò che si è detto a proposito di questa ovatta padana abbia pieno diritto a non venir tacciato di retorica.
La nebbia: sommerge i casoni agricoli, trasforma in fantasmi gli uomini e le donne in bicicletta lungo i sentieri di campagna, si miscela con il sole creando una luce irreale, fa scomparire tutto per restituirlo d’improvviso secondo i suoi capricci. La nebbia che ti culla e ti induce al sonno. Dal quale ti scuote il capotreno, il terzo: accento lombardo dopo quello fiorentino ed emiliano. Stazione centrale di Milano, grattacielo Pirelli, metropolitana, campanello della casa di un amico. Dallo schermo del televisore, acceso durante la cena per vedere un TG, ecco Roma. Sei ore soltanto di distanza, ma incredibilmente lontana.

Da Le mille e una rotta, Supplemento viaggi de “il manifesto”, dicembre 2004

Con Lenin. Una poesia di Nazim Hikmet

Nazim Hikmet


Immerso nella vita
come ci s'immerge l'estate nella luce del giorno

perché sono nato
perché vivo
trovare la risposta

essere giovane come i giorni che vengono
essere giovane con i giorni che vengono
essere giovane

una terra verde
una bandiera rossa
una colomba bianca

essere con Lenin della stessa canzone
dello stesso fiume
della stessa trincea
dello stesso cantiere.

1960


In Poesie, Newton 2005, Traduzione Joyce Lussu

1.9.18

Tayeb Salih: Duellanti arabi fra grazia e bellezza. Un romanzo del più importante scrittore sudanese (Vermondo Brugnatelli)


La vicenda sta tutta nel titolo (Le nozze di al-Zain): l'eccentrico e sgraziato al-Zain (in arabo: «la bellezza»), macchietta del paese, che per anni ha favorito i matrimoni di tante fanciulle dicendosene innamorato e attirando così su di esse l'attenzione di pretendenti più adeguati, finisce davvero per sposarsi. Impalmerà Ni'ma («la grazia»), la ragazza più bella ma anche quella dal cuore più buono e incline alla compassione. L'esile trama, però, non è altro che un pretesto per presentare al lettore un vivace e accattivante bozzetto di vita di villaggio nel Sudan di cinquant'anni fa. Un brillante saggio di scrittura da parte di un degno erede dell'antica tradizione delle maqamàt arabe.
L'autore, lo scrittore sudanese Tayeb Salih - nato nel 1929 e morto nel 2009 - unanimemente riconosciuto come il maggiore esponente della letteratura del suo paese, ha composto le sue opere di maggior successo in un arco temporale assai ristretto, intorno alla metà degli anni '60: un romanzo lungo, La stagione della migrazione a nord (1966), e un romanzo breve Le nozze di al-Zain, pubblicato prima in una rivista (1961) e poi in volume insieme ad alcune novelle. Il romanzo maggiore, tra i primi che affrontarono in modo esplicito la tematica della difficile integrazione nella società europea da parte di chi vi emigrava provenendo dai paesi ex-coloniali (lo stesso autore era stato tra i primi della sua generazione a completare gli studi in Inghilterra), è stato già stato pubblicato in italiano da Sellerio (1992, 2011), che oggi propone anche la versione italiana di Le nozze di al-Zain (traduzione di Lorenzo Declich e Daniele Mascitelli) insieme a due novelle, Una manciata di datteri e Il dum di Wad Hamid, anch'esse ambientate nel mondo rurale sudanese.
Pur nel contesto quasi da favola del racconto, la vita del villaggio di Zain, prototipo di tanti centri rurali sudanesi lontani dal mondo cittadino, viene tratteggiata con molta freschezza e precisione. I singoli personaggi, ciascuno con il proprio carattere e il proprio modo di vivere, interagiscono secondo logiche ben collaudate, e i diversi gruppi che si fronteggiano (l'autore fa spesso riferimento a essi col termine militare «guarnigioni», mu'aska-rat) ricordano molto le fazioni rivali, caricaturali sì ma emblematiche di un'epoca, del paese di Peppone e Don Camillo. Qui abbiamo da una parte l'imam con i suoi fedeli, anziani e bigotti, dall'altra i giovani contestatori (ma tra loro si trova anche un poeta settantenne), e tra i due il gruppo degli uomini di mezza età, anch'essi poco inclini alle cose religiose, ma moderati e detentori della ricchezza e del potere reale.
Anche qui come nella Brescello del dopoguerra, il governo centrale appare lontano e indecifrabile. Addirittura è una creatura «considerata simile ad un somaro ostinato». E se qualche innovazione come la creazione di un ospedale e di due scuole viene vista con favore per il vantaggio che arreca alla comunità, il villaggio, per molti versi simile, in cui è ambientato Il dum di Wad Hamid, si ribella invece a ogni tentativo di ingerenza: «se tagliate il dum combatteremo il Governo fino alla morte del nostro ultimo uomo». E come nel caso dei personaggi di Guareschi si tratta di un mondo ormai irrimediabilmente scomparso. Erano gli anni di poco successivi all'indipendenza. Le attualità politiche che giungevano via radio riguardavano Nehru e Tito, promotori dei paesi non allineati, sullo sfondo della guerra fredda tra Russia e Stati Uniti. Il mondo arabo viveva ancora lo spaesamento del postcolonialismo, e non era ancora scosso né dal disastro della Guerra dei sei giorni, né dal progressivo affermarsi di un islamismo politico, che oggi costituisce uno dei problemi principali; in Sudan, poi, non vi era ancora traccia né del dramma del Darfur né della secessione del Sud. Gli stessi rivolgimenti politici interni, nei villaggi sonnolenti erano spesso vissuti in un modo distante e riflesso, come emerge in modo buffo ma non lontano dal vero nelle vicende paradossali di Wad Hamid.
La lettura di questo volumetto consente così di gettare uno sguardo in quel passato nemmeno tanto lontano, quando il mondo non era ancora globalizzato e i contatti col mondo esterno, e i relativi condizionamenti, erano ridotti al minimo. Un isolamento che già dopo pochi anni comincerà a incrinarsi, come si legge nel successivo romanzo, La stagione della migrazione a nord, sempre ambientato nel villaggio di al-Zain (con cui ha in comune diversi personaggi), dove si scopre quanto siano complessi gli inevitabili rapporti col mondo «occidentale».

Tornando alle Nozze di al-Zahin, non si può fare a meno di notarne alcune manchevolezze che pur non compromettendone il valore complessivo sono spiacevolmente fuori posto in un'opera di questo tipo. Giunto alla pagina 112, infatti, il lettore sobbalza: nel sonnolento villaggio, nel pieno di una discussione sull'opportunità di costruire un attracco per i battelli, avviene un fatto inquietante. «Non ci crederai, ma in quel momento arrivò una donna e si piazzò lì in piedi, in mezzo a quegli uomini, nuda come sua madre l'aveva messa al mondo, il che li colpì con uno stupore maggiore di quello che la frase precedente aveva provocato.» Il colpo di scena sembra preludere a una imprevedibile svolta boccaccesca o almodovariana della vicenda; ma ben presto ci si deve ricredere. Così come era apparsa improvvisamente, la donna nuda scompare dal racconto. Da lì in poi non se ne fa più menzione. In effetti, si tratta di un banale errore di traduzione. Il testo arabo originale dice piào meno: «Se in quel momento tu avessi portato e piazzato lì, in mezzo a quegli uomini, una donna nuda come mamma l'ha fatta, non avresti provocato uno sbalordimento maggiore di quanto fece quella frase.»
Infortuni di questo tipo possono capitare, la svista che ti porta a sbagliare è l'incubo di ogni traduttore; colpisce però che questo errore sia sfuggito non solo ai due traduttori ma anche agli editor della Sellerio, ai quali evidentemente l'improvvisa apparizione e sparizione di una donna nuda non è sembrata sospetta. D'altra parte, per tutto il libro si ha la sensazione che ci sia stata poca revisione della traduzione, visto che a tratti l'italiano è poco scorrevole e che non mancano imprecisioni e incoerenze nelle rese dei nomi (ad esempio Halima la lattaia nella prima parte del romanzo viene chiamata Hamila). Va detto che la lingua stessa del romanzo è di non facile comprensione. Tutti i dialoghi sono in arabo dialettale sudanese, lingua dai mille trabocchetti, al punto che la frase iniziale, in cui si annunciano le prossime nozze del protagonista, è stata interpretata dai traduttori come «al-Zain non vuole sposarsi», per via di una particella, che in certi contesti ha valore di negazione ma che qui, a quanto pare, ha semplicemente valore enfatico («Pensa un po', al-Zain sta per sposarsi»). Anche in questo caso un editor scrupoloso avrebbe notato e segnalato ai traduttori l'evidente incoerenza.
Indipendentemente da queste sbavature, bisogna comunque riconoscere il merito dell'editore che si sforza di dare al lettore italiano accesso a sempre nuovi testi della letteratura araba, in controtendenza rispetto a un panorama editoriale che fatica a ampliare lo sguardo verso questa parte del mondo così vicina ma anche così lontana proprio perché ignorata. D'altronde, «sol chi non fa non falla».

ALIAS DOMENICA 22 SETTEMBRE 2013

29.8.18

Cristo non essenza ma persona. Una lettera a Walter Binni (Aldo Capitini 1962)

Una lettera che ottimamente illustra l'interesse di Capitini per il cristianesimo. E tuttavia la sua “religione aperta” (“Cristo concretamente moltiplicato per tutti gli esseri nati”) non è solo una soluzione originale del problema filosofico della divinità, ma anche una destrutturazione della religione formalizzata e gerarchizzata, e dunque delle forme storiche in cui il cristianesimo si è cristallizzato: la Chiesa cattolica e molte chiese protestanti che vedono la salvezza nel “rapporto a due”. (S.L.L.)


Perugia, 4 novembre 1962
Caro Walter,
Dico seguitando che, per me, non si tratta di teismo o ateismo.
Pensa a quello che accadde ai cristiani quando si trovarono davanti non un’idea filosofica, un'essenza, ma una persona vissuta nel mondo, che pensarono crocifissa e risorta. Per qualcuno erano degli “atei”. Ma, naturalmente, si accorsero che potevano innestare tanto di teologico su quell’essere vissuto concretamente, a cui stavano aperti con la fede.
La stessa cosa faccio per la compresenza di tutti gli esseri nati, e quindi passati per la concretezza del mondo. Non si tratta di discutere su Dio o non Dio fuori di questa concretezza a cui ci si può aprire. Se la discussione si fa fuori di questa apertura, temo che ci si trovi in una posizione nietzscheana-tartagliesca. Invece su quell’apertura alla compresenza (Cristo concretamente moltiplicato per tutti gli esseri nati) si possono impostare categorie religiose, e si può trovare molto di Dio nella parte della compresenza, escludendo però il vecchio tipo del rapporto a due con Dio, che produce l’idea della salvezza di alcuni, e della proprietà privata come cose assolute.

Agli amici. Lettere 1947 - 1968, Edizioni dell'asino, 2011

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