21.8.18

Sii la mia notte. Una poesia di Josip Pupačić (Croazia 1928-1971)



Vieni, tu che sei mia
nella mia notte.
Crea, tu che sei mia
la mia notte:
quieta questa quiete.
Calma questa calma. Annega
questa morte. Dilata
questa stanza. Distruggi questo muro.
Innalza questo cielo. Da' la pace
a queste ombre. Falcia
questa pioggia. Fa' musica
queste lacrime. Fai fiorire
queste mani.
Mura queste parole. Guarisci
questi occhi. E la mia
notte diventa.
Sii
la mia notte.

“Poesia”, anno I n.11, Novembre 1988 - Traduzione Suzana Glavaš

Mi porto dietro la mia libertà. L’eretico Servet (Eduardo Galeano)

La lapide del monumento a Michel Servet ad Annemasse (francia)

Quattro secoli e mezzo fa, Miguel Servet fu bruciato vivo, con legna verde, a Ginevra. Calvino lo mandò sul rogo, perché Servet credeva che nessuno dovesse essere battezzato prima di arrivare all'età adulta, aveva dei dubbi sul mistero della Santissima Trinità ed era così testone che nelle sue lezioni di medicina si ostinava a insegnare che il sangue passa per il cuore, ma si purifica nei polmoni.
Le sue eresie l’avevano condannato a una vita vagabonda. Prima che lo catturassero, aveva cambiato molte volte paese, casa, mestiere e nome.
Servet bruciò, molto lentamente, insieme ai libri che aveva scritto. Sulla copertina di uno dei suoi libri, un incisione mostrava Sansone che portava sulla schiena una porta molto pesante. Sotto, c’era scritto: Mi porto dietro la mia libertà.

“il manifesto”, ritaglio senza data, probabilmente 2000 - Traduzione di Marcella Trambaioli

Il ragioniere a dondolo. Una filastrocca di Gianni Rodari (1920 - 1980)

Illustrazione di Bruno Munari (1907 - 1998)

Conosco un ragioniere,
un ragioniere a dondolo.
In banca fa il cassiere,
in tram legge il giornale,
non è un tipo speciale,
bassotto, un po' pelato,
con pancetta e panciotto,
ce n'è di ragionieri
piu belli per il mondo,
dottori ed altra gente
dall'aspetto imponente,
ma che ne sa la gente
se uno è solamente
un ragiornere, oppure
ragioniere a dondolo?
E' in casa che si vede
se uno ha un bimbo biondo
che si arrampica in groppa
al suo bel babbo a dondolo,
e insieme galoppano
fra il tinello e il salotto
senza darsi pensiero
dell'inquilino del piano di sotto.

Filastrocche in cielo e in terra, Einaudi, 1960

20.8.18

La poesia del lunedì. Gary Soto (Fresno, California, 1952)

Stelle
All'imbrunire le prime stelle affiorano.
Nessun dito ansioso le segnala.
Più tardi si sparpagliano con la notte
E una luna arancione si leva
Per condurle come un pastore verso l'alba.

In "Poesia", N.138, Aprile 2000

19.8.18

Dopo il combattimento. Una poesia di Alfred Lichtenstein


Nel cielo più non crepitano gli obici,
i cannonieri accanto ai pezzi riposano.

Smonta ora le tende la fanteria
e lenta sorge la scialba luna.

Sui campi gialli in rosse braghe restano
francesi inceneriti da polvere e morte a espiare.

In mezzo accovacciati stanno gl’infermieri tedeschi.
Più grigio il giorno diviene; più rosso il sole.

Fumano cucine da campo. I villaggi sono in fiamme.
Carri giacciono spezzati a bordo strada.

Accaldati ciclisti oziano ansanti
su uno steccato mezzo bruciato.

E i soldati d’ordinanza già cavalcano
dal reggimento alla divisione.

da “Incroci”, n. 34-2016, Traduzione di Claudia Ciardi

Si ricorda di te l’umida terra... Una poesia di Edna St. Vincent Millay (Rockland, 1892 – Austerlitz, 1950)

Edna St. Vincent Millay

Si ricorda di te l’umida terra
di primavera, con tutti i suoi fiori,
le strade polverose, i cardi, e il lento
crescere della tonda luna, e tutte
le gole che cantarono d’estate,
le ali in partenza, i nidi, i rami spogli,
i venti che soffiarono a ogni tempo
e le tempeste di quattro stagioni.
Tu non vai più col tuo passo di gloria
sui sentieri dell’alba e della bruma,
non vegli al vento, non ascolti il palpito
d’invisibili ali alte nell’aria.
Qualcosa in più che giovane e gentile
eri tu: l’anno intero ti ricorda.

L'amore non è cieco, Crocetti, 2001 – Traduzione Silvio Raffo

Precetti per le donne: completa dedizione e cieca ubbidienza (Ban Zhao, Cina, II sec. d. C.)


Come conquistare l'affetto del marito. Come gestire i rapporti con i parenti acquisiti. Come sbrigare le faccende domestiche. Quale la condotta appropriata da tenere nelle diverse situazioni. All'inizio del II secolo d.C. Ban Zhao, figlia e sorella di famosi letterati, scrive un trattatello di comportamento rivolto alle donne. Per la prima volta nella storia della Cina una donna si rivolge direttamente ad altre donne su questi temi. Lei stessa fu la prima donna a ottenere grandi onori letterari presso la corte imperiale: fu storica di corte o consigliera dell'Imperatrice. E i suoi Precetti hanno aperto la strada a numerosi altri trattati di comportamento scritti da donne, quasi un genere letterario di ambito confuciano. Ban Zhao è strettamente legata al confucianesimo, ai suoi principi morali, all'idea di un'armonia generale da perseguire con de terminazione, contro ogni istanza egoistica e individuale. L'educazione, fondata sul rispetto rigoroso delle gerarchie e sull'obbedienza, per il confucianesimo era il primo fondamentale passo verso la costituzione di una società armoniosa e pacifica.
Ban Zhao trasferisce l'ideologia confuciana in un libro di divulgazione popolare, mostrandone inconsapevolmente i tratti di violenza. I capitoli che qui riprendo, il 5 e il 6, sono da questo punto di vista emblematici. Quando Mao, che si proponeva come l'Anticonfucio e in modi classicheggianti diffondeva un pensiero eversivo rispetto alla tradizione (“Ribellarsi è giusto” era il suo motto), lanciò l'immagine delle donne “altra metà del cielo” per sostenere la liberazione femminile alludeva a trattati come questo dove esplicitamente si proclama che “solo il marito è il Cielo”.

COMPLETA DEDIZIONE
I Riti sanciscono il principio secondo cui un marito può riprendere moglie, ma non esiste una norma che permetta invece a una moglie di risposarsi; per questo si dice che il marito è come il Cielo: come non si può sfuggire al Cielo, cosi non si può di certo lasciare un marito. Se con il nostro comportamento disobbediamo alle divinità, allora il Cielo ci punisce; se una donna trasgredisce le tradizionali norme rituali di comportamento, allora il marito la disprezza. Pertanto le Norme per le donne dicono: «Conquistare le attenzioni di un uomo è quel che si dice un risultato durevole, perdere le attenzioni di un uomo è quel che si definisce eterna sconfitta».
Per questi motivi una donna non può esimersi dal cercare di conquistare il cuore del marito. Tuttavia chi cerca di conquistare il cuore del proprio marito non deve ricorrere a lusinghe e moine per guadagnare intimità; a tale scopo, non c’è decisamente nulla di meglio che dedicarsi a lui con completa dedizione e tenere un comportamento corretto. Che la donna conduca un’esistenza onesta nel rispetto delle norme rituali e della rettitudine morale, che le sue orecchie non prestino ascolto a discorsi o musiche indecenti, che i suoi occhi non si soffermino a osservare spettacoli disdicevoli; che per uscire non si vesta e si acconci in maniera vistosa, in casa non trascuri il suo aspetto, non si ritrovi in gruppo con altre compagne per ridere e scherzare, non stia sulla soglia a guardare fuori: questo è quel che si dice avere completa dedizione e tenere un comportamento corretto. Quanto a una donna che si comporti in modo frivolo e incostante, che osservi e ascolti in modo distratto, che in casa abbia i capelli in disordine e un aspetto sciatto, che fuori assuma un atteggiamento seducente, che pronunci parole inappropriate, che guardi spettacoli sconvenienti: questo è quel che si dice non avere completa dedizione e non tenere un comportamento corretto.

CIECA UBBIDIENZA
«Conquistare le attenzioni di un uomo è quel che si dice un risultato durevole, perdere le attenzioni di un uomo è quel che si definisce eterna sconfitta». Questo detto auspica che una donna consolidi la propria volontà e abbia una completa dedizione nei confronti del marito. In questo modo come potrebbe mai perdere l’affetto dei suoceri? Ci sono casi in cui l’amore può portare a differenze di opinione, e in cui il dovere può portare alla rottura di un rapporto. Sebbene il marito ami qualcuno, questa persona però non piace ai suoceri: è quel che si dice un caso in cui il dovere porta alla rottura di un rapporto. Se le cose stanno così allora come si può fare con i sentimenti dei suoceri? Non c’è sicuramente niente di meglio che la cieca ubbidienza.
Se la suocera dice di non fare qualcosa e in questo ha ragione, la nuora deve ubbidire immancabilmente ai suoi ordini; se la suocera dice di fare qualcosa, anche se ha torto in ogni caso la nuora deve immancabilmente ubbidire ai suoi ordini. La nuora non dovrebbe contestare i suoceri in merito a ciò che è vero o falso, o discutere su ciò che è giusto o sbagliato. Questo è proprio ciò che si dice cieca ubbidienza. Per questo motivo le Norme per le donne recitano: «La moglie è come un’ombra o un’eco, come si potrebbe non elogiarla?»

Precetti per le donne, a cura di Laura Indraccolo, Einaudi, 2011

Nazionalismo (Bertrand Russell)

Bertrand Russell

Bisognerebbe distinguere tra aspetti culturali e aspetti politici del nazionalismo.
Dal punto di vista culturale, una delle cose piuttosto tristi da dire a proposito del mondo moderno è la sua straordinaria uniformità. Se si va in un albergo costoso, non c’è assolutamente niente che riveli in quale continente o in quale parte del mondo ci si trovi; sono tutti esattamente uguali in tutto il mondo, e ciò rende piuttosto scialbo viaggiare in condizioni agiate, quando addirittura non lo privi completamente di interesse. Se si vogliono conoscere i paesi stranieri, bisogna viaggiare con pochi soldi in tasca.
Ci sono tantissime cose da dire a favore del nazionalismo e del fatto che esso mantiene le diversità, nella letteratura, nell’arte, nel linguaggio e in tutto ciò che riguarda la cultura. Ma quando si tratta di politica, penso che il nazionalismo sia soltanto un male. Non penso che esista una sola cosa che possa essere detta in suo favore. Esso radica nella mente del cittadino l’idea che il proprio paese sia degno di gloria e che si sia sempre comportato bene in tutto, mentre gli altri paesi..., beh, come dice il signor Podsnap in Dickens: «I paesi stranieri, mi dispiace dirlo, fanno quello che fanno». Non ritengo sia giusto considerare i paesi stranieri in questo modo. In uno dei miei libri ho scritto: «Esiste, chiaramente, una nazione che possiede tutte le maggiori virtù che ogni nazione, con arroganza, si attribuisce. Quella è la nazione cui appartiene il mio lettore». Ho ricevuto una lettera da un polacco che diceva: «Sono felice che lei abbia riconosciuto la superiorità della Polonia».

Pensieri, Newton Compton, 1997

Londra nel 1737 (Giorgio Manganelli)



Nel 1737 Londra non era soltanto un luogo di rapinosa vitalità, il gran palcoscenico della vita. Era una città torva e sordida, incredibilmente sporca - giacché ancora non esisteva servizio municipale di nettezza urbana -, male illuminata; non pavimentate le strade, e prive di marciapiedi; mancavano fognature, condotti di scarico, così che ogni sozzura si accumulava e rifluiva nel centro delle strade; i rapporti del tempo insistono specialmente sui gatti e cani morti.
La popolazione vi era già assai fitta, oltre mezzo milione di abitanti, sui circa sei di tutta l’isola; ed era gente rissosa, manesca, villana, litigiosa; quando Johnson fece un breve viaggio a Lichfield, poco dopo il suo trasferimento a Londra, la madre gli chiese se lui, a Londra, era di quelli che si attenevano al muro o che camminavano in mezzo alla strada: giacché pare che le risse per questioni di precedenza fossero frequenti e violentissime. Grande era la miseria, per cui i suoi bassifondi brulicavano di ladri e prostitute; la Moll Flanders di Defoe, di circa vent’anni prima, ci mostra una città di piccoli delinquenti, miserabili e sventurati, che la gremivano in ogni suo quartiere, illustre o povero; il gin era pressoché l'unica e rovinosa letizia di quella gente poverissima e incanaglita; la mortalità era assai alta, ma in confronto degli inizi del secolo già cominciava a diminuire: per la fine del secolo sarà calata dal 5 al 2,5%. Ma vaiolo, dissenterie, tifo imperversavano tutto l’anno, e la mortalità infantile era altissima. Il traffico era intenso, rapido, pericoloso: le gazzette del tempo dànno pacato resoconto di sciagure stradali: carri si rovesciavano, si scontravano, si sfasciavano: e la gente moriva. Capitava di tanto in tanto che animali imbizzarriti, tori, mucche, percorressero la città di Londra; frequenti i cani idrofobi; la brutalità popolare si sfogava in risse, tumulti, non di rado linciaggi: una donnetta che vendeva uova guaste venne buttata nel Tamigi.
Vigeva allora in Inghilterra un codice di giustizia di stolta ferocia: furti anche modesti venivano puniti con l’impiccagione, per cui da un lato il ladro era esortato a divenire assassino, ogni qualvolta l’omicidio gli desse anche solo una speranza di maggior sicurezza; dall’altro il derubato che avesse traccia di pietà in cuore, preferiva patire un danno, piuttosto che farsi complice di un supplizio inevitabile ed assurdo. Frequente era la pena della gogna, che toccava in special modo ai calunniatori: nella quale categoria rientravano anche i libellisti, i polemisti temerari, i giornalisti litigiosi; toccò anche al Defoe, e poteva essere mortale, per la licenza che si faceva alla plebe di bersagliare lo sventurato con sassi e legni, oltre che con meno letali verdure; e qualcuno morì in quella morsa, solo per l’affanno, la vergogna, e la molestia del sole e della pioggia.
Della sordida sporcizia londinese lo stesso Johnson ci lasciò testimonianza, sebbene a nessuno più che a lui fosse cara l’enorme città: “Delle descrizioni che i viaggiatori ci dànno delle nazioni più selvatiche, niente è più nauseante della mancanza di pulizia: cosa di cui in nessuna parte del mondo si fa maggior scialo che per le strade della capitale inglese; città insigne per ricchezze, e traffici, e prosperità, e ogni sorta di civiltà e cortesia, ma che abbonda di tanto sudiciume, che anche un selvaggio lo riguarderebbe con stupore ... Chi ha trascorso anche un solo giorno in questa grande città, ben sa che l’attuale negligenza nella pulizia delle strade, e la mancanza di pavimentazione, non è cosa che si possa più oltre sopportare; né tollerare che in ogni luogo buche impreviste sorprendano e insidino il passeggero, o gli intralcino il cammino montagne di rifiuti; e che questa generale lagnanza non abbia ancora trovato soddisfazione, è prova bastevole che, al presente, non v’è funzionario o magistrato capace di ottenere tanto”.

Vita di Samuel Johnson, Adelphi, 2008

18.8.18

Dalla Cina a Facebook prove di controllo totale (Cecilia Attanasio Ghezzi, Federico Gennari Santori)


Fatevi una fotografia e mettetela online tramite un’applicazione gestita dall’amministrazione locale. Basterà poi aggiungere il numero del documento di identità e, se siete a Shanghai, in ventiquattr’ore il governo spedirà sul vostro smartphone tutte le informazioni che ha su di voi.
Scuole frequentate, situazione contributiva, multe, stato di famiglia e chi più ne ha più ne metta. Se siete stati bravi e avete tutte le carte in regola, riceverete anche un premio: un buono sconto per l’acquisto di un biglietto aereo o l’accesso alla lounge di lusso di determinate sale d’attesa. E se invece siete stati cattivi?
Ancora non lo sappiamo. Ma con ogni probabilità l’anno prossimo potremmo puntare l’obiettivo del nostro smartphone sul nostro vicino di casa e sapere tutto di lui. O almeno saperne quanto ci vorrà far sapere il governo. Già oggi, con la stessa applicazione – il cui nome potrebbe tranquillamente tradursi “Shanghai onesta” – possiamo conoscere gli standard di igiene dei ristoranti di quartiere e la reputazione delle aziende che operano sul territorio.
La sperimentazione, iniziata lo scorso novembre su base volontaria, non è unica. In giro per la Cina sono almeno trenta i governi locali che stanno cercando di raggiungere prima e meglio l’obiettivo fissato da Pechino per il 2020: il “credito sociale”, un sistema che valuti con ogni strumento disponibile il comportamento di ogni persona fisica o giuridica che risiede nella Repubblica popolare. Per quella data, secondo il governo cinese, «la fiducia regnerà sotto il cielo perché sarà difficile per chi è stato screditato compiere anche un singolo passo». D’altronde sempre nel 2020, dovrebbe essere ultimata la «costruzione di una società moderatamente prospera». O meglio, questi sono i piani della leadership.

La Cina è vicina
Sappiamo cosa state pensando: la Cina è diversa da noi. Ma le tecnologie per il controllo totale dei cittadini che le autorità cinesi stanno sperimentando con la collaborazione delle aziende digitali locali, sono un modello per i colossi della Silicon Valley. Certo, esiste una differenza: in Cina a progettare e costruire il sistema è uno Stato autoritario, mentre in Occidente è un oligopolio di aziende private. Ma la strategia del governo di Pechino ci indica le possibilità che le nuove tecnologie digitali offrono nel plasmare una società.
Quello cinese è di fatto il più ambizioso esperimento di controllo digitale nel mondo e, se tutto va secondo i piani quinquennali, in meno di tre anni coinvolgerà quasi un miliardo e quattrocento milioni di persone. Come sottolinea Larry Catá Backer, professore di legge e affari internazionali dell’Università statale della Pennsylvania, «le implicazioni del “credito sociale” sulla gestione delle informazioni e delle scelte di individui, aziende e organizzazioni, sono troppo potenti per essere ignorate dal resto del mondo». Ma «è troppo presto per esprimere qualcosa che sia di più di una mera speculazione perché ancora non è chiaro come questo sistema funzionerà e su quali algoritmi lavorerà».
Prima ancora che a Shanghai, il “credito sociale” è stato sperimentato su scala più piccola e in forma più grossolana nella contea di Suining, 1.500 chilometri più a ovest. Dal 2010 il governo locale dà e leva punti ai suoi cittadini sulla base dei loro comportamenti. Chi ottiene i punteggi più alti, è facilitato nell’ottenere una promozione o una casa popolare. Nella pratica l’esperimento è stato un disastro che persino i media di Stato hanno criticato. Si è visto che i punteggi ottenuti hanno a che fare più con l’obbedienza che con la qualità delle persone. Chi si lamenta per un torto subito dalle autorità va indietro nella graduatoria, ma non è detto che il sistema produca efficienza.
Niente di nuovo per uno Stato totalitario ossessionato dalle liste. Il sistema evoca quello delle dang’an, i dossier con cui il partito comunista ha sempre tenuto traccia del comportamento dei “suoi” lavoratori. Ma nell’era del web 2.0, la quantità di dati a cui è possibile accedere è notevolmente più alta. Soprattutto quando si prendono in considerazione le abitudini di spesa degli utenti-cittadini.

Vite ridotte ad algoritmi
La strada l’ha tracciata la branca finanziaria del gigante di commercio elettronico Alibaba. Si chiama Zhima xinyong fen: «punteggio sesamo». Si tratta di un complesso intreccio di algoritmi ideato al fine di tracciare le abitudini di spesa degli internauti cinesi e valutarne l’affidabilità per ottenere un eventuale prestito. I punteggi, però, non sono calcolati solo sulla base del denaro speso online da un singolo individuo, ma anche del comportamento dei suoi “amici virtuali”.
Il sistema è nato da un’esigenza reale: cercare di orientarsi in un mercato in forte crescita. In Cina crediti, finanziamenti, mutui, pagamenti online e carte di credito sono esplosi improvvisamente: oggi più del 30 per cento dei cinesi possiede una carta di credito, il doppio rispetto ad appena cinque anni fa. Così, all’inizio del 2015, la Banca centrale cinese ha autorizzato otto aziende a sviluppare progetti pilota per valutare i cittadini. L’obiettivo dichiarato è quello di creare un metodo utilizzabile a livello nazionale entro il 2020 che, oltre alla solvibilità, possa valutare i cittadini attraverso i loro comportamenti online. Letteralmente il sistema dovrà «accrescere l’onestà mentale e i livelli di credibilità dell’intera società». Questo vale anche per le aziende, che dovranno «autoregolamentarsi» per assecondare i dettami governativi.
Secondo Flora Sapio – membro del consiglio direttivo della Fondazione per la legge e gli affari internazionali (Flia, una non profit che ha sede a Washington) che si sta occupando proprio di esplorare le sue implicazioni globali di questo sistema – «se implementato correttamente, il “credito sociale” potrebbe contribuire al miglioramento del mercato e al controllo dei comportamenti scorretti da parte di cittadini e aziende».
Zhu Shaoming, presidente della stessa Fondazione, aggiunge che «quando il sistema per definire il “credito sociale” verrà definito e accettato, diventerà un modello per il resto del mondo». Per questo «è estremamente importante stabilire sin d’ora come i dati verranno gestiti e protetti. E quali saranno gli spazi di privacy non monitorati». Perché – a parer suo – dovranno esserci. Ma non è affatto detto.

Il modello WeChat
Tencent, che è un altro dei giganti digitali a cui è stata accordata la licenza della Banca centrale cinese per i progetti pilota di valutazione, ha sviluppato un sistema simile al “punteggio sesamo”. Il suo prodotto di punta è WeChat che, nato come un sistema di messaggistica, è una super-app progettata per fare in modo che gli utenti non sentano la necessità di uscire dall’applicazione.
Oggi WeChat ha quasi 900 milioni di utenti attivi e il 45 per cento di loro ha smesso di portarsi dietro contante per pagare esclusivamente via smartphone. Che cosa? Tutto. Con il portafoglio virtuale di WeChat si può fare la spesa online e offline. Ma si possono anche scambiare soldi tra utenti, pagare le bollette, il taxi o i biglietti del treno. Questo significa che Tencent conosce perfettamente le abitudini di oltre 400 milioni di cinesi. Sa dove e a che ora si svegliano, quali notizie controllano mentre fanno colazione, con quale mezzo di trasporto vanno a lavoro, e quanto tempo impiegano. Sa cosa mangiano in pausa pranzo, chi sono i colleghi di lavoro, le persone con cui interagiscono di più, quelle a cui mandano foto e video. Sa dove abitano, se comprano farmaci o se per il fine settimana vanno fuori città. Sa se fumano, se fanno la spesa per figli o genitori, se viaggiano, se quando viaggiano hanno incontri occasionali e, eventualmente, anche con chi. Ma sa anche se chattano di politica e se condividono contenuti «non armonici al sistema».

Una vita in streaming
Quella realizzata da WeChat è una condizione non molto diversa da quella immaginata da Dave Eggers nel romanzo Il Cerchio (Mondadori, 2014), da poco divenuto anche un film. Lo scrittore statunitense ipotizza una società dominata da una gigantesca azienda privata (Il Cerchio: più potente di Google, più penetrante di Facebook e più coinvolgente di Apple) che ha conquistato il monopolio dell’attività in rete a tal punto da indurre ogni “cittadino-utente” a vivere in una sorta di streaming permanente della propria vita. Il giudizio in diretta del resto della società costringe chiunque a un’esistenza artefatta, condotta in funzione dei propri spettatori online.
TrueYou, questo il nome del social network totalizzante nato dalla fantasia di Eggers, è frutto di una distopia che a Pechino si sta avvicinando pericolosamente alla realtà. Come nel romanzo, infatti, in Cina mancano gli anticorpi dell’opposizione tra privati e Stato e della libera concorrenza, che in tante situazioni hanno “salvato” il mondo occidentale. Un anno e mezzo fa le grandi aziende della Silicon Valley si opposero strenuamente alla richiesta avanzata da un giudice federale ad Apple perché fornisse alle autorità l’accesso (backdoor) a un iPhone utilizzato da un terrorista. Una scelta – pur criticata da molti politici, tecnici e giornalisti –, che dimostra comunque come le aziende digitali occidentali possano opporsi allo Stato. Ma che, di fronte alla minaccia del terrorismo, potrebbe essere messa in discussione anche nel “mondo libero”.
In molti stanno lavorando per arrivare a una conoscenza sempre più minuziosa della vita delle persone, con obiettivi diversi. In generale i privati mirano a una pubblicità sempre più pervasiva, mentre le istituzioni sono alla ricerca di una sorveglianza sempre più efficiente in nome della sicurezza.

Intelligence e privacy
Se analizziamo i dati raccolti dal governo cinese per la creazione del “credito sociale” troviamo immediatamente analogie con la ricerca di informazioni utili che l’Agenzia per la sicurezza statunitense (Nsa) ha condotto spiando, illecitamente, cellulari e conversazioni di milioni di persone in tutto il mondo. “Shanghai onesta” presenta inquietanti analogie anche con i sistemi “pre-crimine” utilizzati da Fbi e diversi tribunali americani per individuare e catalogare i potenziali sospetti. Ne sono esempi il modello computerizzato con cui la polizia di Chicago ha stilato un elenco di 1.400 soggetti con elevate probabilità di essere coinvolti in una sparatoria (Stategic Subject List) o l’algoritmo che nella cittadina di Broward in Florida valuta il rischio di recidività dei criminali (Compas: Correctional Offender Management Profiling for Alternative Sanctions).
Diverse associazioni per i diritti civili e il sito di giornalismo investigativo ProPublica hanno criticato questi software perché nell’attribuzione dei famigerati punteggi avrebbero discriminato i soggetti coinvolti per sesso, religione e colore della pelle. Bisogna inoltre considerare che la quantità di dati a cui ha accesso un governo democratico non è nulla se confrontata a quelli posseduti dai giganti del web.

Tracciare i pagamenti
Questi ultimi – in Occidente – dichiarano di combattere i metodi dello Stato autoritario, ma non sembrano immuni dalla tentazione di scavalcare le garanzie sulla privacy per accedere a numero sempre maggiore di dati. E su questa strada stanno compiendo passi da gigante. Per dimostrare che la pubblicità online influenza anche lo shopping tradizionale, Google ha stretto accordi con società esterne per monitorare gli acquisti offline del 70 per cento delle carte di credito attive negli Stati Uniti. Ma tutte le grandi aziende digitali americane hanno avviato tentativi di raccolta di dati analoghi e introdotto sistemi di pagamento sulle loro piattaforme. Apple e Samsung Pay permettono di utilizzare lo smartphone invece della carta di credito per pagare nei negozi. Snapchat, Messenger e WhatsApp consentono lo scambio diretto di denaro attraverso la messaggistica istantanea, una funzione che in Italia non è ancora disponibile. Google, come WeChat, è attivo su entrambi i fronti con Android Pay e Wallet. Amazon, forte delle sue radici nell’e-commerce, sta mettendo a punto un’applicazione simile a PayPal per permettere ai suoi utenti di utilizzare il loro account anche per comprare su altri siti. Il modello è Alipay, il portafoglio elettronico creato dal suo omologo cinese Alibaba. L’idea è quella di fare concorrenza a PayPal – ad oggi l’unico sistema di pagamento online alternativo a quello bancario divenuto maistream – e di agevolare e “disintermediare” gli acquisti, eliminando cioè il passaggio gestito dalle banche. Certo, è ancora necessario possedere una carta di credito o una prepagata ma il rischio che gli istituti di credito tradizionali perdano importanza e considerevoli margini di profitto sulle transazioni dell’economia reale è concreto (Vedi scheda).

Verso un’app unica
Se vi state chiedendo per quale ragione Apple, Google e gli altri stanno cercando di aggiungere questo tassello al loro complesso mosaico, la risposta è semplice: espandersi al punto di evitare che gli utenti escano dalle loro applicazioni per utilizzare quelle dei concorrenti. Proprio come WeChat, l’idea è quella di offrire un pacchetto di servizi e di esperienze che sia totalizzante. Se su Facebook, oltre a seguire gli aggiornamenti dei miei amici e chiacchierare con loro, posso anche vedere una pubblicità e acquistare l’oggetto in questione senza dover fare passaggi intermedi o aggiungere codici, perché mai dovrei uscire dall’universo creato da Mark Zuckerberg? Inoltre, gestendo i pagamenti, i colossi It avranno accesso a un nuovo pozzo del petrolio dell’epoca contemporanea: i big data.
È anche questa la ragione per cui i colossi della Silicon Valley stanno investendo miliardi sull’intelligenza artificiale (I.A.). Oltre a ottimizzare tempi e passaggi, l’I.A. all’interno dei nostri smartphone, registra cosa facciamo e come lo facciamo in ogni momento della nostra vita. A cosa servono se non a questo i sistemi di geo-localizzazione, gli assistenti vocali e le applicazioni di realtà aumentata per la fotocamera, che attraverso tecnologie di riconoscimento dei volti e degli oggetti mostrano ai server centrali dei colossi del web esattamente ciò che stiamo inquadrando? È un modo per raccogliere informazioni ancora più diversificate su interessi, gusti e potere d’acquisto degli utenti e sviluppare forme di pubblicità e targhettizzazioni ancor più mirate. Per offrirci quello che vogliamo, il Grande Fratello digitale deve guardare attraverso i nostri occhi e sentire attraverso le nostre orecchie. Deve divenire parte integrante della nostra esistenza, eliminare le distinzioni tra mondo digitale e reale e personalizzare al massimo i servizi offerti tarandoli sulle esigenze dei singoli individui.
In sostanza, l’aspirazione ultima di Apple, Google, Amazon e Facebook è l’onniscienza. Per conseguirla devono essere onnipresenti nelle nostre vite e monopolizzare i processi che avvengono in rete. Esattamente quello che stanno tentando di fare insieme Tencent e il governo cinese. E il motto potrebbe essere proprio quello del distopico TrueYou del romanzo Il Cerchio: «Se non sei trasparente, cos’hai da nascondere?».

pagina 99, 16 giugno 2017

Ieri qui a Genova (Antonio Paolacci)


Ieri qui a Genova è stata una giornata ignobile.
L’abbiamo passata a cercarci al telefono, a ripensare all’ultima volta che siamo passati su quel ponte, a quante volte abbiamo rischiato la vita.
Faceva male, fa male, tanto che solo stasera riesco a scriverne.
Non è stato un incidente, non una catastrofe naturale. E nemmeno un attentato terroristico.
È stata una tragedia nazionale, e in più di un senso.
Se crolla un ponte che è arteria di una delle principali città di una nazione, uccidendo persone innocenti e ignare, quella nazione dovrebbe stringersi nel dolore e poi chiedersi cosa sia diventata.
Invece l’Italia ha mostrato definitivamente di essere dominata dalla cultura dello sciacallaggio.
Sciacalli al governo. Sciacalli all’opposizione. Sciacalli i giornalisti. Sciacalli i cittadini con le loro tifoserie ossessive.
Noi - e non solo noi di Genova - abbiamo visto esploderci in faccia l’offesa.
E di sicuro l’apice lo ha raggiunto il ministro dell’interno, che ha osato senza vergogna chiamare “triste” un evento epocale e tragico come pochi dal dopoguerra a oggi, e permettendosi di *rincuorarsi* da questa “tristezza” con la sua meschina vittoria crudele: non aver accolto un centinaio di persone disperate.
E, quando i cittadini offesi gli hanno risposto, i moltissimi commenti di sdegno che gli sono piovuti addosso sui social sono stati cancellati in buona parte. Cancellati. Per nascondere il dissenso.
E ancora. Nell’accorgersi di aver fatto un errore strategico, il ministro ha cercato di mostrarsi finalmente partecipe, ma non ha trovato niente di meglio che fare il bullo, sbraitando di punizioni esemplari contro i colpevoli.
Niente di più. Niente di meno.
Voglio essere molto chiaro su questo punto, perché è cruciale.
Per decenni ci hanno raccontato di nemici appostati negli angoli, spaventando la gente su pericoli come il terrorismo islamico, i neri, i rom, mentre noi veniamo massacrati da alluvioni, ponti che crollano, stupide piogge che fanno cedere infrastrutture costruite speculando e favorendo le mafie.
Non è questione di punizioni o premi per una o due persone, esecrabile ministro.
La questione è vivere in un Paese che va a pezzi letteralmente, per mano di criminali evidenti, di criminali enormi, del crimine stesso fatto sistema.
E lei, che dovrebbe combatterlo, il crimine vero, lei preferisce colpire gli indifesi che cercano un porto per sopravvivere, e chi vende salvagenti sulle spiagge.
Prima di invocare punizioni bambinesche ai danni di un qualunque capro espiatorio, lei avrebbe il dovere di rispettare il dolore e il terrore del popolo che rappresenta.
Lei non è una guida, non è un predicatore né un venditore di pentole.
Lei è un servitore dello Stato.
E nessun suo collega, nemmeno Erdogan, nemmeno Trump, avrebbero mancato di rispetto a una città in lutto, solo per vantarsi di un proprio atto inutile e crudele.
Nemmeno il peggior piazzista di pentole avrebbe fatto qualcosa di così stupido senza fingere, almeno fingere, di sapere che il buon governo di una nazione civile è altra cosa dal bullismo in chiacchiere ai danni di quattro poveretti, e non si misura con il successo (pure taroccato) di una stupida pagina Facebook.

Stato fb, 15 agosto 2018

Ogni volta che torno (Vincenzo Consolo)

Una chiesetta a Naro (Ag)

Io non so che voglia sia questa, ogni volta che torno in Sicilia, di volerla girare e girare, di percorrere ogni lato, ogni capo della costa, inoltrarmi all’interno, sostare in città e paesi, in villaggi e luoghi sperduti, rivedere vecchie persone, conoscerne nuove.
Una voglia, una smania che non mi lascia star fermo in un posto. Non so. Ma sospetto sia questo una sorta d’addio, un volerla vedere e toccare prima che uno dei due sparisca.

Comiso, in Le pietre di Pantalica, 1988

Fantasmi (S.L.L.)


Cerco di evitare i telegiornali. Sempre, ma ancora di più dopo una catastrofe come quella di Genova, la cui evidente origine umana moltiplica e intensifica le possibilità di sciacallaggio politico e mediatico. Non ho potuto evitare ieri sera tardi la notizia dell'attacco di Di Maio ai Benetton della Società che gestisce le Autostrade, giudicati colpevoli prima ancora di essere imputati e segnati a dito come finanziatori della campagna elettorale del PD.
Ho sentito anche la replica di Matteo Renzi che sdegnato parla di menzogna, di notizia falsa.
A me in verità non pare importante sapere se, quando, in quale forma i Benetton abbiano finanziato questo o quel partito.
Forse la notizia è del tutto falsa, come dice Renzi, e Di Maio sarà costretto a una di quelle mezze smentite cui siamo abituati. Intanto però avrà messo in pratica la massima di Goebbels "Calunniate, calunniate mentendo, qualcosa resta" e nulla rischierà, protetto da immunità, impunità e fanatismi.
Ma perfino se nell'affermazione ci fosse un qualche elemento di verità, se emergesse un qualche sostegno finanziario alla campagna elettorale PD da parte del gruppo industriale Benetton, che rapporto potrebbe avere tutto ciò con la catastrofe del ponte?
Io non so se quella di Di Maio sia criminale superficialità o espressione di una logica consapevole e perversa, di un disegno, è certo che a me cose così mettono i brividi e popolano la mia testa di fantasmi.
Ho pensato all'incendio del Reichstag e continuo a pensarci. Sono allucinazioni dovute all'eccesso di senso storico?

(stato di Fb 17 agosto 2017)

17.8.18

Libertad Lamarque. La stella fugace (Eduardo Galeano)


Alcune sere, nei caffé, la competizione diventava feroce:
- A me, nell’infanzia, un leone mi pisciò addosso, diceva uno, senza alzare la voce, come per negare importanza alla sua tragedia.
- A me piaceva camminare sulle pareti. In casa non mi lasciavano, confessava un altro, come se la sua prodezza proibita fosse una cosa da nulla.
E un altro:
- Io, da ragazzo, scrivevo poesie d’amore. Le persi in un treno. E chi le trovo? Neruda.
E scuotendo la testa, sorrideva, come se fosse incapace di rancore contro chi gli aveva rubato le sue chiavi dell’Olimpo.
Ma don Arnaldo, di professione odontoiatra, non si lasciava intimidire. Con i gomiti sul bancone, buttava lì un nome:
- Libertad Lamarque.
Lasciava che facesse effetto, e poi.
- Vi suona?
E allora evocava il suo incontro con la Fidanzata d’America.
Don Arnaldo non mentiva. Una mattina presto, nei lontani anni Trenta, l'attrice e cantante argentina Libertad Lamarque stava subendo un duro castigo in un hotel di Santiago de Chile. Il marito le stava dando della puttana, non per ciò che era, ma per quello che avrebbe potuto diventare, mentre la prendeva a sberle, come d’abitudine, perché é meglio prevenire che curare. Sotto i colpi Libertad gridò:
- Basta, l’hai voluto tu.
E si buttò in picchiata dalla finestra del quarto piano. Rimbalzò su un tendone e andò a schiacciare l’odontoiatra, che, proprio in quel momento, stava passando sul marciapiede, di ritorno da una visita alla madre. Libertad rimase illesa e illeso rimase anche il suo pigiama di seta rossa con dragoni cinesi ricamati, ma lo sfortunato don Arnaldo fu portato, in ambulanza, all’ospedale.
Quando gli si ricomposero le ossa e gli tolsero le bende da mummia, don Arnaldo iniziò a raccontare la storia che in seguito continuò a raccontare, fino alla fine dei suoi giorni, nei caffè e in tutti i luoghi dove ci fosse qualche orecchio: dal cielo, dall’alta nube dove abitano le dee del cinema e del tango, quella stella fugace si era lasciata cadere sulla terra, e fra milioni di uomini aveva scelto lui, si, lui, ed era precipitata fra le sue braccia per non morire da sola.

“il manifesto”, nella rubrica Finestre – Trad. Marcella Trambaioli
Ritaglio senza data, ma 2000

Il bianco inizio. Dal romanzo autobiografico “Il primo dio” (Emanuel Carnevali)

Emanuel Carnevali nasce a Firenze il 4 dicembre 1897 e morì a Bazzano (BO) l’11 gennaio 1942.
Ebbe il destino di un poète maudit: dopo una difficile infanzia trascorsa in parte in collegio, e in parte nella nuova famiglia che il padre si era fatto a Bologna, risposandosi dopo la morte della madre di Emanuel, partì appena sedicenne per gli Stati Uniti, che dovevano diventare, il luogo simbolico della sua vita e della sua letteratura. Passò attraverso numerosi e umili mestieri, finché lo si ritrova nella cerchia degli scrittori americani di punta in quegli anni. Ezra Pound, William Carlos Williams, Sherwood Anderson, Robert McAlmon lo accolsero come uno dei loro, con ammirazione e insieme sconcerto dinanzi a questo difficile e imprendibile personaggio, e inclusero subito testi suoi nelle loro celebri antologie e riviste. Carnevali scriveva in inglese, la sua unica lingua era quella dell’esilio imparata a orecchio, e portava così nella poesia americana un soffio selvatico, di cui fu avvertita la novità. Nel 1922 fu colpito da encefalite e dovette tornare in Italia. Trascorse in un ospedale vicino a Bologna gli ultimi anni della sua vita, e lì ancora lo raggiungevano le lettere dei suoi amici americani. Morì nel 1942 a Bazzano, in provincia di Bologna.
“Il primo dio” è una sorta di romanzo autobiografico, scritto in inglese, tradotto dalla sorella Maria Pia Carnevali e pubblicato da Adelphi nel 1978 di cui riprendo qui il primo capitolo. (S.L.L.)
Emanuel Carnevali
Ricordo una stanza bianca, con bianca luce di sole che filtra da alte finestre: in essa mia madre e una vecchia signora, una vecchia signora tutta bianca, stanno chine su di me. Potevo avere dai due ai tre anni. Tutto ciò a Firenze, che avevo lasciata quando avevo meno di un anno, lasciata per la campagna, in seguito a una tremenda broncopolmonite che mi portò quasi alla tomba. Questo povero essere, dalla testa grossa e dalle spalle strette, costò a sua madre molti guai e molti dolori. Per tenermi al mondo mi davano latte d'asina, mi pare, e il latte d'asina è assolutamente imbevibile. Non sono, però, molto pratico in materia. Penso che tutti i guai che ho causato si sarebbero potuti evitare, se fossi morto. E che liberazione sarebbe anche stata!
C'era un fossato, in cui le rane cantavano, la notte, le loro rauche canzoni e c'era una strada bianca dove, un giorno, caddi e sanguinai dal naso tanto abbondantemente, che mi spaventai a morte. C'era la casa di un contadino, con dei buchi al posto delle porte, dove viveva la mia vecchia bambinaia. Poi c'era una villa grande e piacevole, che mia madre e mia zia avevano preso in affitto. Il mio cuginetto se ne andava per le vigne, a prendere cicale e a mangiarle: ali, membrane e tutto. In questa grande villa, che era in campagna, mia madre emia zia tenevano molti polli e galli e pulcini: il contadino che abitava vicino a noi mise il veleno dove andavano a bere, e restammo senza neanche un pollo. Una sera la domestica andò al pozzo a prendere l'acqua e, poiché improvvisamente da dentro la casa la richiamarono, mi diede da tenere la corda fino al suo ritorno. Capitò che il secchio fosse più pesante di me stesso e io ero così ligio alla consegna, che non mi sognai nemmeno di lasciare andare la fune. Ero già con i piedi sollevati da terra, quando tornò la domestica e mi salvò da una morte prematura.
Ero la bestiolina più docile del mondo, e senza mai protestare lasciavo che mio cugino mi picchiasse per ogni benché minimo motivo.
Una volta mia madre perse una spilla e le venne il sospetto che l'avessi presa io (non rubata, s'intende). Me la chiese. Improvvisamente mi alzai e con una vanga, o con un altro arnese del genere, cominciai a scavare in un angolo del giardino; dopo breve fatica trovai la spilla e la riportai a mia madre. Lettore, se non erro, anche questo episodio era ‘Bianco'.
Ma più vivide di tutte mi sono rimaste in mente le avventure sessuali. Dormivo con Maria, una ragazzona di quindici anni, e talvolta lei prendeva la mia manina e... Un'altra volta, correndo dietro a una bambina e avendola presa, caddi su di lei e provai un momento di intenso piacere.
Vedo queste cose come se mi fossero ancora davanti agli occhi. Ma l'avventura con Maria non finì lì. Avevo quattro anni e già provavo piacere a quel giochetto, tanto che divenni magro e mia madre, che doveva aver subodorato qualcosa, finì col separarci.
Un'altra villa era triste e plumbea, a parte il glicine che cadeva dal muro del giardino. Contribuivano a renderla più pittoresca anche alcuni olivi che crescevano lì presso. Era tenebrosa, quella villa, come se fosse stata abitata da fantasmi, fantasmi di gente che aveva vissuto una vita tenebrosa. Frattanto il denaro delle due sorelle era giunto quasi alla fine, così andammo a vivere a Pistoia, una città piccola e senza vita. Poi un bel giorno lasciammo la Toscana per il Piemonte, precisamente per Biella, detta la Manchester italiana, terribilmente industriosa e variamente industriale. Durante il viaggio vidi il mare. Vidi il mare per la prima volta, per la prima volta sentii il sapore della salsedine. Vidi il mare che è tanta parte dell'Italia. Passammo sotto un numero infinito di gallerie, negli intervalli tra l'una e l'altra, c'era il mare, il mare pulsante, il mare di Ulisse e di Herman Melville, un mare scherzoso di tante piccole onde, e gli spruzzi che ci sputava in faccia, tutto nello spettacolo del mare, nel grande spettacolo del mare, volubile mare che cambia vestito tante volte. Il mare di quel borghese di Conrad, e il mio proprio mare, fabbricato dalla mia immaginazione e dalla sua presenza. E, per ingenuo contrasto, alcuni pescatori sulla spiaggia, che stendevano o riparavano le reti, miseri tormentatori di un tale immenso padre. Ma era con una grande condiscendenza che il mare sorvegliava questi miseri tormentatori, salvo a diventare tutto a un tratto serio e terrificante.
Ci fermammo a dormire a Vercelli e il giorno dopo prendemmo il treno per Biella.


Il primo dio – Poesie scelte – Racconti e scritti critici, Adelphi, 1978

Fuga in lilla. Una poesia di Alejandra Pizarnik (Buenos Aires, 1936 – 1972)



Bisognava scrivere senza perché, senza per chi.

Il corpo si ricorda di un amore come un accendersi la lampada.

Il silenzio è tentazione e promessa.


Da La figlia dell'insonnia Crocetti Editore 2015 - traduzione di Claudio Cinti

Il rifiuto. Una poesia di Velimir Chlebnikov


È molto più gradevole per me
Guardare le stelle
Che firmare
Una condanna a morte.
Ascoltare le voci dei fiori
Bisbiglianti: "È lui!" –
Mentre piegano la testolina,
Quando passo per il giardino,
È molto più gradevole per me
Che vedere i fucili scuri
Della guardia, che ammazza
Quelli che vogliono
Ammazzare me.
Ecco perché io mai,
No, mai sarò un Governante!
Gennaio, aprile 1922


"Poesia" n. 328 Luglio/Agosto 2017 - Traduzione di Paolo Galvagni

Gandhi, la verità e l'India. Le differenze con Tagore (Marco Restelli)

Tagore e Gandhi

«Spero di essere abbastanza umile per arrivare alla verità, qualsiasi sia la fonte da cui provenga» scriveva Gandhi nel 1928 in una lettera dal suo ashram di Sabarmati. La ricerca della verità e della nonviolenza, del suo significato sul piano religioso, morale, sociale e politico, la ricerca della sua praticabilità nella vita quotidiana fu il vero filo conduttore della vita del Mahatma, tanto che intitolò l’autobiografia Storia dei miei esperimenti con la verità. Poche figure del XX secolo sono altrettanto note e altrettanto fraintese del Mahatma; in Italia poi parlare di Gandhi senza far parlare Gandhi è stato uno dei numerosi malvezzi della cultura nazionale (con pochissime eccezioni, fra cui la vecchia e benemerita antologia einaudiana Teoria e pratica della nonviolenza a cura di Giuliano Pontara). Nonostante ciò il nucleo dell’universo gandhiano - la nonviolenza - permane di incandescente attualità in tutte le sue implicazioni -come dimostra per esempio la recente polemica su «Gandhi e gli ebrei» fra Vigevani e Pontara su “Micromega” e “Linea d’ombra”.
Difficilmente Gandhi può essere parcellizzato o fruito in pillole (a meno che non gli si voglia far dire tutto e il contrario di tutto): il pensiero forte gandhiano, straniero ai più in quest’epoca debolista, richiede un approccio olistico, rispettoso della sua ricca dialettica interna. Per questi motivi va accolta come un autentico evento editoriale la pubblicazione del primo volume della grande antologia gandhiana La forza della verità. Scritti etici e politici.
Un piccolo editore torinese, Sonda, in collaborazione con il movimento nonviolento e con i più attenti gandhisti italiani (oltre al citato Pontara, Gianni Sofri e Enrico Fasana) si è impegnato nella pubblicazione della più prestigiosa edizione europea di scritti gandhiani, quella curata per la Oxford University Press da Raghavan Iver (che risulta curatore anche dell'edizione italiana). I Collected Works del Mahatma Gandhi sono stati pubblicati in India in novanta volumi, l’antologia italiana sarà costituita da tre corposi tomi rappresentativi della sua produzione più significativa sul piano religioso e politico. Il primo porta come sottotitolo Civiltà, politica e religione; i prossimi due saranno intitolati Verità e nonviolenza e Resistenza nonviolenta e trasformazione sociale.

Sulla nonviolenza nessun trattato
Va notato che Gandhi scrisse in realtà pochissimi libri; l’antologia raccoglie quindi soprattutto i luoghi più consueti di espressione del pensiero gandhiano, cioè i numerosi articoli sulle riviste da lui stesso fondate e dirette, e l’enorme epistolario, che tenne con corrispondenti di tutto il mondo. «Scrivere un trattato sulla scienza dell’ahimsa (la nonviolenza, ndr.) va oltre le mie facoltà. Non sono fatto per scritti accademici. Il mio campo è l’azione» scrive Gandhi con la consueta umiltà nel 1946. Impegnato a fondere costantemente pensiero e azione, raramente Gandhi trovò il tempo per scrivere sistematizzazioni di ampio respiro: una di quelle rare occasioni fu il lungo viaggio in nave compiuto dall’Inghilterra all’India nel 1909, durante il quale scrisse Hind Swaraj (L’autogoverno dell’India); l’opera, inclusa nel volume antologico, costituisce un «manifesto d’accusa» contro la civiltà occidentale e una delle più evidenti manifestazioni della convinzione gandhiana riguardo alla superiorità dei valori espressi dalla civiltà indiana.
È in base a questa convinzione che Gandhi, a differenza degli altri leader nazionalistici, si batte contro gli inglesi per fare dell’India non solo un paese libero ma soprattutto un paese diverso dall’Inghilterra: «l’Hindustan non deve diventare un Englistan». Gandhi, che da giovane era stato avvocato, si scaglia in Hind Swaraj contro gli avvocati, i medici, i notabili indiani anglicizzati. Il lungo soggiorno londinese della sua gioventù gli è servito per capire tutto ciò che non vuole.
Oltre a Hind Swaraj l’antologia presenta cinque gruppi di scritti raccolti tematicamente, a cominciare dalle opinioni di Gandhi su se stesso e la propria missione. Vi è poi una sezione dedicata alle influenze culturali esercitate su Gandhi dai libri letti (soprattutto in carcere; Sandhi utilizzava infatti le frequenti incarcerazioni «negli alberghi di Sua Maestà» come occasioni per dedicarsi alla lettura), e costituisce certo un motivo di interesse per il lettore notare la varietà degli apporti che concorrono alla formazione del pensiero gandhiano: dalla Bhagavad Gita al nazionalismo mazziniano (Mazzini e Garibaldi furono assai studiati dai nazionalisti indiani), da Tolstoj (con cui Gandhi tenne una fitta corrispondenza) a Ruskin, a Thoreau, di cui Gandhi ripeteva sempre la massima «il governo migliore è quello che governa meno». Una terza sezione è dedicata agli scritti sulla civiltà occidentale e quella indiana: la quarta e la quinta sono dedicate invece alle considerazioni sulla religione e sulla natura di Dio.
Religione, moralità, impegno sociale e politico sono assolutamente inscindibili in Gandhi, poiché in ciascuno di essi si rivela uno dei volti della verità, che è nonviolenza, il dharma, o legge morale, che si esprime nello spirito di tutte le religioni. «Le religioni sono strade diverse che convergono nello stesso punto» scrive in Hind Swaraj. Da qui il suo costante sforzo di far superare agli indiani le loro divisioni (come l’ostilità fra hindu e musulmani]; unirete la perenne preoccupazione del Mahatma. Anche nei confronti degli avversari politici il Gandhi unitario è contemporaneamente ferreo ed elastico: non considera suoi nemici gli inglesi bensì il loro modello di civiltà, perciò si dichiara disposto (al contrario degli altri nazionalisti) ad accettare perfino che gli inglesi rimangano in India... purché siano disposti a vivere secondo i valori morali della tradizione indiana. Il ruolo centrale della religione (ma dovremmo dire: religiosità) nel pensiero di Gandhi non significa che egli sia disposto ad accettare le forme di oppressione di derivazione religiosa; lo testimonia la lotta che per tutta la vita lui, profondamente hindu, condusse contro tradizioni hindu come il matrimonio infantile o la prostituzione nei templi, e a favore della promozione sociale degli harijan, gli intoccabili, destinati dal sistema castale hindu a vita miserrima. La sua opera come la sua vita si possono osservare correttamente solo con un punto di vista olistico, lo stesso che lo animò nell’approccio a qualsiasi tematica, problema culturale o battaglia politica. Valga come esempio quanto scriveva nel 1926: «Per quanto mi riguarda la parola politica è inclusiva. Non separo le diverse attività - politica, sociale, religiosa, economica - in scompartimenti a tenuta stagna. Li considero tutti come un insieme indivisibile, ognuno confluisce negli altri e li influenza».
In base allo stesso approccio, Gandhi nega con risolutezza che il fine giustifichi i mezzi: non vi può essere separazione fra l’uomo, la sua morale, la sua condotta privata, le sue battaglie politiche. Il nostro traguardo è in noi: «Se noi cerchiamo la giustizia, dovremo essere giusti con gli altri» scrive ancora in Hind Swaraj.
Per una felice combinazione, l’approccio gandhiano è confrontahile ora con quello di un suo grande interlocutore, Tagore, di cui Bollati Boringhieri ristampa una serie di saggi politici in un’antologia (da anni introvabile) curata dall’Ismeo e intitolata La civiltà occidentale e l’India. Si tratta di articoli e testi di conferenze in cui il grande poeta bengalese (premio Nobel per la letteratura nel 1913) esprime la propria visione universalistica dell’uomo e si pronuncia a favore di una crescita prima morale e poi politica dell’India, spesso scendendo in polemica con Gandhi che com’è noto si rifiutava di separare le due cose. I due si conoscevano personalmente e si stimavano assai (fu Tagore a chiamare Gandhi Mahatma, cioè «grande anima»), ma molto li divideva sul piano politico. Così, la lettura in parallelo dei libri dei due maestri morali del risorgimento indiano può risultare utile anche per fare reciproca luce.

Letture parallele
Entrambi pensano che l’India sia caduta in mano agli occidentali perché ha abbandonato la propria cultura e le proprie tradizioni, entrambi considerano indispensabile il risveglio morale del proprio popolo, ma già qui i due si dividono: Gandhi vede nell’azione politica lo strumento di questo risveglio, Tagore no (il che non gli impedirà di compiere talvolta gesti politici, ma di valore solo simbolico). Gandhi considera la civiltà occidentale intrinsecamente basata sulla violenza e la condanna senza appello, Tagore pensa invece che gli indiani possano imparare molto dal liberalismo europeo (ma si ricrederà, deluso, quando l’Europa cadrà in mano al nazifascismo).
Gandhi lancia campagne di boicottaggio delle stoffe occidentali, invita gli indiani a bruciare nelle piazze gli abiti inglesi e a filare da sé le proprie stoffe con l'arcolaio. Tagore considera foriera di violenza questo tipo di politica, teme che Gandhi venga strumentalizzato da chi non capisce la sua legge dell amore e della nonviolenza, e inoltre non comprende la visione mistica di Gandhi secondo cui il lavoro di filatura all’arcolaio è anche un esercizio di meditazione spirituale.
Leggendo gli articoli contenuti nelle due antologie, il duello a distanza fra Gandhi e Tagore appare affascinante: in esso si rispecchiano non solo un’epoca e una civiltà ma due concezioni diverse del rapporto fra teoria e prassi, fra pensiero e azione. Resta la straordinaria attualità della pratica nonviolenta gandhiana, della sua lezione sul legame fra fini e mezzi, e la necessità di una riflessione sul satyagraha, la «forza della verità» che è alla base dei metodi di lotta non-violenta.
Resta l’attualità di un’utopia che Gandhi esprimeva così nel 1940: «La strada della violenza è antica e stabilita. Non è così difficile operare delle ricerche su di essa. La strada della nonviolenza è nuova. La scienza della nonviolenza sta ancora prendendo forma. Non siamo ancora consapevoli di tutti i suoi aspetti. C’è un vasto campo di ricerca e di sperimentazione in questo settore. Voi potete applicare tutto il vostro talento in ciò. Per me la nonviolenza è un qualcosa da evitare se è una virtù privata. Il mio concetto di nonviolenza è universale. Appartiene alle masse e io sono qui per servirle. Tutto ciò che non può arrivare alle masse non fa per me [...] Noi siamo nati per provare che la verità e la nonviolenza non sono solo regole di condotta personale. Esse possono diventare la politica di un gruppo, di una comunità, di una nazione. Non abbiamo ancora provato questo, ma solo questo può essere lo scopo della nostra vita».

“La talpa libri – il manifesto”, 29 novembre 1991

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