10.3.15

Una scodella chiamata Graal (Italo Calvino)

Quando il re Artù sta per morire ordina che la sua spada magica Excalibur sia gettata in fondo a un lago, perché nessuna mano indegna se ne impossessi. Il fedele Girflet non se la sente di perdere la spada reale: per due volle fa finta di gettarla nel lago, ma in realtà la nasconde e butta in acqua prima la propria spada, poi il fodero. Entrambe le volte Artù comprende l'inganno, perché Girflet non dice d'aver visto qualcosa di speciale. Finalmente Girflet si decide a obbedire, ma prima che la spada tocchi l'acqua, dal lago esce una mano, un braccio (ma il corpo cui appartengono non si mostra), e la mano afferra la spada per l'impugnatura, la brandisce in aria, e con essa scompare nel profondo del lago.
Questo è il finale del Lancillotto in prosa. Anche nel finale della Ricerca del Santo Graal appare una mano senza che si veda a chi appartiene, ma questa scende dal cielo per afferrare il Graal e portarlo con sé sopra le nubi. Le due mani, quella celeste e quella che emerge dal profondo,l'una che rientra nell'iconografia religiosa più nota, l'altra bel più sorprendente e suggestiva, sembrano rappresentare i due aspetti delle leggende del ciclo bretone, quello della simbologia cristiana e quello del paganesimo druidico: le due chiavi con cui oggi leggiamo le avventure della Tavola Rotonda.
Secondo la definizione di Leo Spitzer «l'avventura è una situazione singolare, straordinaria, imprevista, che viene dal di fuori dell'uomo, che "avviene" e deve essere da lui superata con coraggio e acume, in una vittoria che rappresenta una prova morale di se stesso». Nel romanzo cavalleresco medievale il termine «avventura» si presenta continuamente e talora con significati più vasti ancora, che esorbitano dal vissuto individuale per diventare situazione eccezionale d'un luogo, o d'un oggetto, o d'un seguito di fenomeni, deroga dalle norme della natura, incantesimo. E' «avventura» la desolazione che ha colpito la Terre Gaste, la sterile e selvatica landa in cui si svolgono le imprese di Perceval.

La proposta del falegname
«Dopo la morte del re Uterpendragon padre del buon re Artù, gli uomini prodi furono impoveriti, diseredali, rovinati a torto, le loro terre devastate...». Questo senso di vita larvale e precaria d'una cavalleria raminga per contrade deserte e ostili, con l'imperativo di restaurare un passato dei cui splendori s'è cancellata ormai ogni memoria, accompagna tutto il ciclo dei romanzi arturiani.
La poesia epica, a ben guardare, si nutre più del pathos della sconfitta che di quello della vittoria (neanche l'Iliade fa eccezione, raccontando un momento d'impasse e di crisi degli Achei) e questo confermerebbe le ipotesi sulle remote origini storiche delle leggende sul re Artù. Sia lo si voglia collegare alle lotte dei Britanni del VI secolo contro i Sassoni sia a quelle dei Brètoni del X secolo contro i Normanni, questo ciclo sarebbe la celebrazione d'un'ultima stagione gloriosa dei Celti e la promessa d'una riscossa (col ritorno di Artù dall'isola beata in cui egli viene accolto dopo la morte).
Quanto alle origini della Tavola Rotonda in quanto oggetto, la tradizione sia gallese che irlandese e anche bretone vuole che Artù la facesse costruire perché nessuno dei suoi baroni potesse vantare un posto privilegiato sugli altri. (Ricordiamo le discussioni sulla forma del tavolo prima dell'inizio della trattativa di pace tra americani e vietnamiti a Parigi). Un simbolo d'eguaglianza, dunque: in un poema inglese del XIII secolo ma riferentesi certo a tradizioni molto più antiche, è un falegname della Cornovaglia che propone a Artù (per metter fine alle contese che infierivano tra i cavalieri) di fabbricargli una tavola in cui potessero sedere milleseicento uomini senza che vi fossero dispute per i posti d' onore. La più grande tavola rotonda medievale che si sia conservata è quella di Winchester, alla quale possono sedere venticinque persone. Le tradizioni cristiane invece fissano a dodici il numero dei posti, più uno vacante: la Tavola Rotonda come replica di quella dell'Ultima Cena e della prima mensa eucaristica di Giuseppe d'Arimatea.

Ingenuità selvaggia
Ma il cerchio è anche simbolo di totalità cosmica, legato al culto solare (e lunare): nella civiltà celtica primitiva è caratteristico non solo degli oggetti magici ma anche dell'architettura. Un commentatore di oggi identifica la Tavola Rotonda con la forma circolare di Stonehenge.
Ciò che conta comunque — qualsiasi ne siano le origini — è che la fortuna del ciclo romanzesco comincia con un poeta del secolo XII di grande freschezza in ogni dettaglio e finezza psicologica e grazia nella versificazione a rime baciate e fascino nell'evocazione d'un passato misterioso: Chrétien de Troyes. Trovarne sul mercato buone edizioni nel testo originale è difficile, perché si direbbe che in Francia oggi il francese medievale, ispido ma pieno di sapore, lo leggano solo gli specialisti: nelle collezioni più diffuse di «livres de poche» Chrétien si trova solo in trascrizioni in prosa in francese moderno. (E' un po' come se noi traducessimo in italiano moderno Dante e Boccaccio).
In italiano è uscita proprio ora una buona traduzione in prosa di Angela Bianchini di due romanzi di Chretien e di parecchi altri testi del ciclo bretone nel volume Romanzi medievali d'amore e d'avventura (Garzanti, «I Grandi Libri»). Il volume ripete, aggiornandolo nell'ampia introduzione, un'edizione Casini di parecchi anni fa. Dalla prefazione che Spitzer aveva scritto apposta per questo lavoro della sua ex-allieva Bianchini, proviene la citazione che ho fatto più sopra.
Il capolavoro di Chrétien è, sebbene incompiuto, il Perceval, in cui il personaggio fanciullesco è tratteggiato con un humour sorprendente nei dialoghi e nel comportamento, nella ingenuità selvaggia che lo rende invincibile, e seguito nel suo sviluppo attraverso un vero e proprio percorso d'iniziazione. La cavalleria da cui sua madre invano ha voluto tenerlo lontano è scoperta da lui come una realtà dai contorni di sogno; possiamo dire che l'avventura cavalleresca fa il suo ingresso nella letteratura già con quest'aura di mito. E anche con una punta di parodia, dato che le imprese dei cavalieri le vediamo miniate dallo spirito innocente di questo ragazzo cresciuto nei boschi. Possiamo dunque dire che la letteratura cavalieresca nasce e muore con due casi di follia sublime; Perceval e Don Chisciotte.
Perceval prende tutto alla lettera: prima i consigli della madre, poi quelli del valentuomo che lo arma cavaliere: è insieme un gaffeur e una forza della natura, ma è anche un puro, un illuminato, quasi un monaco zen.

Lancia insanguinata
La sua visita al castello del Re Pescatore è piena di misteri: qual è il segreto del re invalido? cosa significano i tre oggetti portati in processione: la lancia insanguinata, il piatto e la scodella detta «graal»? Perché Perceval non domanda spiegazioni? E perché il non aver posto domande e una colpa che avrà gravi conseguenze? lì romanzo incompiuto non ci spiega nulla e da questa incertezza nasce tutta una biblioteca di «continuazioni» in varie lingue (quella tedesca sarà poi ripresa felicemente da Wagner nel suo Parsifal), dove s'intrecciano le avventure di Perceval e di Gauvain e di Lancillotto (il cui adulterio con la regina Ginevra, moglie di Artù, è un'altra colpa dalle funeste conseguenze). Sarà Galaad, il cavaliere vergine, a porre fine all'incantesimo del Graal, e non Perceval che è un felice fornicatore, sia pur in tutta innocenza.
La continuazione più elaborata è quella mistica di Robert de Boron in cui il graal diventa il Santo Graal, il calice in cui bevve Gesù nell'Ultima Cena e in cui il suo sangue fu raccolto da Giuseppe d'Arimatea. Tutto questo in Chrétien de Troyes non c'era, ma già egli sembra mettere sulla strada della simbologia cristiana, dicendo (per bocca del Re Eremita) che il graal contiene un'ostia che da sola basta a nutrire il Re Pescatore. Qualsiasi fossero le intenzioni di Chrétien, è probabile che la simbologia del Graal si colleghi anche a riti celtici sul ciclo della vegetazione e della fecondità, come molti studiosi moderni hanno voluto vedere. (La ferita del Re Pescatore è testualmente «in mezzo alle gambe»).
Ma i misteri del romanzo incompiuto non si fermano lì. Il defunto padre di Perceval aveva subito una ferita simile a quella del Re Pescatore (o dei Re Pescatori, perché anche costui ha un padre invalido). Poi Perceval incontra una cugina che gli rivela un legame di parentela con quella dinastia sfortunata. Ma da parte di padre o da parte di madre? Tutte le possibili genealogie che si ricavano dalle indicazioni di Chrétien sono ingarbugliate e contraddittorie.

Una sene di incesti
Solo negli ultimi anni, un poeta che è anche un matematico, Jacques Roubaud, è riuscito a formulare una proposta d'albero genealogico che collega Perceval al Re Pescatore, anzi alle varie generazioni di Re Pescatori. Così si rivela .un'ipotesi inedita di spiegazione del segreto attorno a cui ruota tutto il ciclo. C'è di mezzo un incesto, anzi una serie d'incesti, figlio-madre e padre-figlia (mentre un incesto fratello-sorella è alle origini dei guai nella famiglia del re Artù).
L'interpretazione incestuosa non contrasta con quella mistica. Tutt'altro. Lo schema genealogico della famiglia dei Re Pescatori sarebbe lo stesso di quello della famiglia d'Adamo, non solo ma, perfino di quello della famiglia di Gesù, così come (secondo Roubaud) vennero ricostruiti da Gioacchino da Fiore!
Non solo questo si trova nel libro che mi duole di non aver qui spazio per riassumere più ampiamente (Jacques Roubaud, Graal fiction, Gallimard, 1978), traboccante d'immaginazione e d'erudizione, e d'idee che vanno dall'interpretazione d'un indovinello gallese in cui ai cacciatori (nobiltà guerriera sconfitta) succedono i pescatori (guerriglia popolare), a quella del graal come libro.
L'idea centrale è questa: attraverso Bleddri o Blaise, bardo gallese dell'XI secolo che dal Galles invaso dai Normanni si sposta in Francia alla corte di Poitiers, la cultura celtica ormai dispersa nelle foreste e nelle brughiere trova la via della sua sopravvivenza immettendo proprio nella culla della poesia provenzale, dell'amor cortese, dell'idealismo cavalleresco, la passione carnale e bruciante delle storie di Tristano e Isotta e di Lancillotto e Ginevra. E' carica di questo fermento sovvertitore che la «materia di Bretagna» arriva fino a Dante, per il quale il romanzo dell'adulterio alla corte di Re Artù è quello che sospinge gli occhi e scolora il viso di Paolo e Francesca, fino al bacio della bocca tutta tremante che decide le sorti future della letteratura occidentale.


La Repubblica, 31 maggio 1981

L'addio al mondo del mago Merlino (Jacques Roubaud)

Qualche giorno prima di sparire, Merlino venne a dare il suo addio a Blaise. Dopo aver regolato alcune questioni in sospeso con il papa, lasciò Roma per la terra di Northumbria che raggiunse in meno di una giornata. Arrivato che fu disse a Blaise che veniva a vederlo per l'ultima volta, che se ne andava ad abitare con la sua amica e non gli sarebbe stato più possibile lasciarla e spostarsi a bell'agio. “Se le cose stanno così, perché ci vai?” dise Blaise addolorato. Ma se Merlino aggiunse qualcosa non siamo in grado di saperlo.


Da Graal fiction, Gallimard 1978 – Traduzione Salvatore Lo Leggio

Al rispetto dei posteri, annuente il proprietario. Una lapide a Loano

Loano, foto di Davide Papalini
Mario Rapisardi scrisse (e pubblicò nei Poemetti, 1885) la seguente epigrafe per Rosa Raimondi, la madre di Giuseppe Garibaldi: 
DANTE 
solo poeta degno di te,
o GARIBALDI, 
saluta con un suo verso
la madre tua
ROSA RAIMONDI
che ebbe il natale in questo paesello
sorriso dalla natura
e illuminato dalla tua gloria:
"Benedetta colei che in te s’incinse".

Ma ai Loanesi non dev'essere punto piaciuto il "paesello", tant'è che, quando decisero di fare una lapide commemorativa, scartarono senza riguardi l'enfatico testo rapisardiano e adottarono il seguente, poco visibile nella foto in alto:
Perché al rispetto dei posteri
fosse indicata questa casa
dove nacque
il 22 gennaio 1776
MARIA ROSA NICOLETTA RAIMONDI
madre
del Generale Giuseppe Garibaldi
i Loanesi
annuente i proprietario
P.P.
il III GIUGNO MDCCCLIIIVI

Jean Jaurès. Un socialista contro la guerra mondiale (Mimmo Mastrangelo)

Posto, tratto da “A – Rivista anarchica”, questo breve profilo di Jaurès nell'anno in cui in Italia si ricorda il “maggio radioso” che segnò l'entrata dell'Italia sabauda nella Grande Guerra. Lo integro con un riferimento all'interpretazione socialista della Rivoluzione francese, sviluppata nei primi quattro volumi della Histoire socialiste de la République française 1789-1900, gli unici da lui curati, che ebbe larga eco nella storiografia successiva. (S.L.L.)
Da mesi in Francia, specie negli ambienti della sinistra, è tutto un brulicare di iniziative per ricordare quell'eccezionale pensatore, politico e giornalista dell'emancipazione degli ultimi che fu Jean Jaurès, di cui il 31 luglio ricorreva il centenario della morte. Riconosciuto nel “vulcano che vomita ghiaccio” per la sua oratoria dirompente e ammaliante, il fondatore del Partito Socialista francese e dello storico quotidiano "l'Humanité" (oggi testata del Partito Comunista francese) fu un inflessibile sostenitore della trasformazione della proprietà individuale capitalista in proprietà sociale, i suoi sagaci articoli (scrisse anche per la "Depéche de Toulouse" e "La petite République") declinavano all'incitamento di una lotta che portasse alle realizzazione di un progetto mutualistico e cooperativo di umanità. 
A parte alcune bieche speculazioni politiche che si sono verificate nel recente passato – alle elezioni europee del 2010 il partito dei Le Pen fece stampare dei manifesti con su scritto “Jaurès avrebbe votato per il Fronte Nazionale” - ancora oggi il suo pensiero politico e filosofico rimane tra i prediletti e i più discussi nella sinistra francese. Jaurès partiva da una base politica, diciamo, marxista, ma il suo umanesimo riponeva profonde radici nel mondo classico. A lui bisogna riconoscere lo sforzo compiuto per tracciare il percorso (non facile) che portasse all'unificazione dei socialisti francesi e ad erigere quella repubblica sociale in cui dovevano trovare sintonia le correnti rivoluzionari con le componenti riformiste. 
Nato nel 1859 a Castres, nel Sud della Francia, Jaurès si laurea in filosofia e diventa professore all'Università di Tolosa, qui si distingue per le due doti di “inesauribile parlatore”, nel 1885 viene eletto per la prima volta al Parlamento, sarà deputato socialista nel 1893 grazie ai consensi dei minatori di Carmaux che trovarono in lui un referente affidabile per le loro lotte. Perde il seggio di parlamentare nel 1898 (ma lo riconquisterà quattro anni dopo) per aver denunciato gli intrighi di potere intorno al caso Dreyfus in cui fu acerrimo sostenitore della tesi innocentista. Oltre a battersi per l'affermazione di un socialismo riformista, dalle pagine dell'"Humanitè" la sua penna diventerà il megafono per un mondo di pace, e per tale obiettivo guarderà con interesse e costanza all'amalgama tra spiritualismo e cristianità. Fortemente radicato nel suo territorio d'origine, Jaurès unì all'irrefrenabile lavoro di giornalista e politico quello di saggista: tra le sue opere vanno ricordate Azione socialista (1899), Storia socialista (1901), Studi socialisti (1902). Allo scoppio della prima guerra venne fuori fortemente il Jaurès antimilitarista, tant'è che il 14 luglio del 1914 fece adottare al congresso della Sfio (Sezione francese dell'Internazionale Operaia) un ordine del giorno per proclamare uno sciopero dei socialisti europei contro i venti di guerra. Fu questo l'ultimo grido di battaglia del “Jaurès umanista intransigente”, infatti il 31 luglio 1914 venne assassinato mentre cenava con degli amici al Cafè du Croissant di Parigi da Raoul Villain, un giovane nazionalista sostenitore dell'entrata in guerra della Francia contro la Germania. Una delle ultime e più belle canzoni di Jacques Brel è dedicata proprio a Jaurès: e senza voler confezionare nessun santino, il cantautore belga si chiede cosa hanno guadagnato gli assassini nell'ammazzarlo? Canta Brel: “Pourquoi ont-ils tué Jaurès?” (Perché hanno ucciso Jaurès?). E ancora: “Pourquoi ont-ils tué Jaurès?”.


A – Rivista anarchica n.392 – ottobre 2014

9.3.15

La poesia del lunedì. Gianni Rodari (1920 - 1980)

Walter Chiari e Peppino De Filippo nel film "Un giorno in pretura"
Esercizio n.17

Guadavamo i fiumi gialli,
sospettati di bronchite,
nascondendo nei cavalli
borotalco e dinamite.

Eravamo sette e sette,
tutti giovani e gagliardi,
coi pennini nelle ghette
per illudere i ghepardi.

Eravamo sette od otto,
senza un solo dente guasto,
con in tasca né un cerotto
né una pianta del catasto.

Tutti arditi, tutto ardore,
o l'ardente gioventù!
Non c'è prete né pretore
nei deserti di laggiù.

Non c'è prato, non c'è proto
e non c'è pronto soccorso.
Dopo l'alba cala il vuoto.
Ogni notte muore un orso.

Vien sepolto tra le foglie,
segnalibro forestal.
Or ci insegna nostra moglie
che chi muore si fa mal.

da Il cavallo saggio, Einaudi, 2011

8.3.15

Ospite degli operai. Una iscrizione di Mario Rapisardi

A GIUSEPPE GARIBALDI
che la notte.del 18 agosto 1862
ospite degli operai
pronunziava da questa casa
le storiche parole
«Roma o Morte»
il popolo catanese
dedicava questa lapide
il 2 giugno MDCCCLXXXIII
primo anniversario
della morte dell’Eroe,
a gloriosa memoria del fatto,
ad abborrimento perpetuo
di usurpatori, di sacerdoti,
di reggitori codardi.

Curiosità censorie
Come si nota il testo della lapide differisce nel finale da quello proposto da Rapisardi e da lui fatto pubblicare in appendice ai Poemetti dall'editore palermitano Sandron nel 1907. Lo stesso editore, nelle riedizioni d'epoca fascista, censurò il testo rapisardiano: lasciò il riferimento ai sacerdoti, ma tolse "ospite degli operai".

7.3.15

La vecchia Dc sta tornando (Gianfranco Rotondi)

Gianfranco Rotondi, di Forza Italia, già paladino del Governo-Ombra contro Renzi, ex-DC, ha rilasciato nel gennaio scorso un’intervista al quotidiano ‘Il Tempo’ che analizza gli scenari politici e che ha come titolo La vecchia Dc sta tornando. L'intervista precede l'elezione del presidente della Repubblica, che non ha visto Berlusconi partecipe, ma la cosa non ha mutato il quadro e potrebbe perfino favorire l'evoluzione che Rotondi ipotizza e si augura. Posto qui la parte che su Newspedia ne ha ripresa Annalisa Rossi. (S.L.L.)
Se l’incontro di un anno fa al Nazareno fu un fidanzamento, oggi si può dire che Silvio e Matteo sono promessi sposi. Il salto di qualità è dato dal prezzo che i due leader pagano all’intesa. Proviamo a far di conto: a Matteo l’intesa costerà un nemico a sinistra, poco importa se avrà la barba di Cofferati o il profilo del giovane Civati. Si potrà obiettare che Renzi corre da Berlusconi appunto per non trattare con la sua sinistra interna, ma è pure questa una scelta e dunque un prezzo che il premier paga. Quanto a Berlusconi, il prezzo è in parte già stato pagato: la caduta elettorale di Forza Italia nasce dall’allergia degli elettori moderati all’intesa con la sinistra. Anche la Dc pagò dazio elettorale al centro-sinistra e alla solidarietà nazionale.

Sul versante di Renzi il disegno mi è chiaro: vuol liberarsi del condizionamento di una sinistra interna che gli rallenta le decisioni nel Palazzo e gli impaccia la sovrapposizione della sua immagine moderata e riformista alla cifra del Pci-Pds-Ds-Pd. E per far questo Renzi paga il prezzo di un abbraccio con Silvio? Sissignori, perché Renzi applica alla lettera l’insegnamento berlusconiano di trarre da un male un bene: per lui Silvio non è solo una panacea per approvare la riforma elettorale e per chiudere senza sorprese la partita del Quirinale. L’abilità di Renzi sta nel trasformare il suo dialogo con Berlusconi in un ponte levatoio per dialogare con quella gente che ha creduto in Silvio e si incuriosisce del primo leader di sinistra che non lo demonizza, anzi lo porta a una intesa. Di più: Renzi più di Berlusconi sa che l’Italicum porterà il Pd verso una dinamica centrista, forza di governo incalzata da una destra sveglia alla Salvini e una sinistra che Renzi sta quasi fecondando in vitro. Agli occhi dello sveltissimo premier un Berlusconi indebolito nel consenso e per età non più competitivo potrà paradossalmente divenire il patrocinante e non l’oppositore del disegno renziano.

E il Cavaliere, perché ci sta? Per due ragioni, una nobile, l’altra comprensibile. Quella nobile è che l’intesa realizza un bignamino delle riforme inseguite vanamente per tre decenni. E la firma della riforma sarà di Berlusconi. L’altra ragione è che il centro destra non c’è più. Teoricamente Berlusconi potrà usare il premio di lista per riaggregare una alleanza alternativa a Renzi. Anzi sono sicuro che ci proverà. Ma non ad ogni costo. In altre parole, Berlusconi non sarà costretto a dividere il comando con Salvini, a dirigere il traffico tra Alfano e Fitto, a mettere a tavola Cesa e Storace. Lo farà se ne avrà voglia, se sarà necessario.Altrimenti avrà davanti la prateria del neo-centrismo renziano in cui riversare i talenti di un berlusconismo fuori conio ma prezioso per stabilizzare il nuovo sistema. La domanda d’obbligo è: sta nascendo una nuova Dc? La mia risposta istintiva è: magari! Del resto per due decenni ho cercato di convincere Berlusconi a rifare la Dc, mi sta bene pur se la realizza con Renzi. È presto però per questa valutazione: sono ancora troppe le incognite, prima fra tutte la capacità dei contraenti di portare a casa i risultati in un parlamento sempre più difficile da controllare.


Newspedia, 21 gennaio 2015

Caccia allo straniero (S.L.L.)

Catia Polidori, deputata umbra di FI
A Città di Castello qualcuno ha sporcato di cacca la maniglia e lo sterzo della macchina di Rotondi, già capogruppo di Casini e ministro di Berlusconi, e scritto sul vetro un vaffanculo, con la stessa materia. Una deputata del posto, quella Catia Polidori, che dopo aver organizzato il meeting scissionista di Fini a Bastia Umbra, passò a Berlusconi insieme a Scilipoti e Barbareschi, ha rilasciato una dichiarazione di fuoco contro l'orribile attentato. Così conclude la testa pensante del forzismo altotiberino: "Da tifernate sono certa che i responsabili non siano membri della nostra comunità, da sempre attenta ai valori di civiltà, ospitalità e accoglienza". Insomma l'autore non può essere di Castello. Dev'essere per forza forestiero. Un extracomunitario, magari; o uno della bassa Italia. Ma va!

stato di fb, 2 marzo 2015

A Giordano Bruno. Un'epigrafe di Mario Rapisardi

All’ipocrisia volpeggiante
fra la scuola e la sagrestia,
ai conciliatori della scienza col sillabo,
all’imbestiato borghesume,
che tutto falsando e trafficando,
d’ogni sacrificio eroico
beatamente sogghigna,
le coscienze, cui sorride ancora la fede
nel trionfo di tutte le umane libertà,
lanciano oggi ad una voce dalle università Italiane
una sfida solenne
a gloria della tua virtù,
a vendetta del tuo martirio

o GIORDANO BRUNO.

Per la libertà di pensiero (Stefen Zweig)

Stefan Zweig, nato a Vienna nel 1881 da famiglia ebraica, fu soprattutto biografo, forse il più grande del Novecento, certamente il più famoso e letto della prima metà del secolo. Il suo libro più celebre è però un libro di memorie, Il mondo di ieri, in cui, attraverso il ricordo dell'adolescenza e della giovinezza, è rappresentata la mitteleuropa asburgica nel tempo del suo declino e della sua deflagrazione, quello che per Zweig era stato il “tempo della sicurezza”.
Alcune delle sue biografie di maggiore successo, tra le quali quella di Fouché, il giacobino che divenne ministro di polizia di Napoleone, di Montaigne, di Maria Antonietta, sono state di recente ripubblicate dall'editore Castelvecchi, a cui si deve in questo 2015 l'edizione, per la traduzione di Franca Parini, di Castellio contro Calvino. Una coscienza contro la forza, la cui lettura vivamente consiglio.
Al tempo della sua stesura e prima pubblicazione (1936), stava consolidandosi il regime di quei nazisti che già nel 1933 avevano fatto un rogo dei suoi libri. Il libro dalla cui introduzione è tratto il brano che segue è una esaltazione della libertà di coscienza contro un potere brutale e criminale e un'implicita denuncia dell'abdicazione ai loro doveri di molti intellettuali di lingua tedesca. Costretto ad emigrare già nel 1934 dall'Austria verso Londra e poi verso New York, si suicidò nel 1942, in una con la giovane moglie, a Petropolis, in Brasile, ove si era da un anno trasferito. (S.L.L.)


Quando nella frenesia dei tempi i dissidenti sono puniti con la tortura e le cacce, come si fa col bestiame, è un rischio, un rischio di vita e di morte, schierarsi apertamente a fianco di un uomo che rimane impavido; alzare la propria voce a favore di quei diseredati e asserviti e, muovendo dal singolo caso, contestare una volta per tutte ai potenti della Terra il diritto di perseguitare, per la sua fede, un qualsiasi uomo di quella stessa Terra! Un uomo che, in uno di quei spaventosi momenti di oscuramento spirituale che talvolta si abbattono sulle nazioni, osa preservare uno sguardo limpido e umano, e chiamare con il loro vero nome questi pii massacri - anche se compiuti in nome di Dio -, definendoli come assassini, assassini e ancora assassini. Un uomo che, sentendosi violentato nel più profondo senso della propria umanità, non è più capace di sopportare il silenzio, e urla fino al ciclo la sua disperazione, per tanta disumana barbarie, lottando da solo per tutti, e solo contro tutti. Quest'uomo, che eleva la sua voce contro i despoti e i potenti del momento, non osi sperare di ottenere seguaci, nell'immortale bassezza della stirpe umana.  

6.3.15

La giovane zia Frida (Rossana Rossanda)

...ancora la vedo mentre dà l'ultima occhiata alla gran tavola preparata all'ammiragliato - l'abito di seta scivolato sui fianchi e un'alta fascia dorata sui capelli - e lo zio si affaccia in alta uniforme. Fu questione d'un certo servizio di Boemia, lui chiedeva perché non era in tavola. Perché mancava un pezzo. Come, mancava? S'era rotto. Chi l'aveva rotto? Succede, eludeva nobilmente la zia, continuando l'ispezione. Tuoni e fulmini di lui, esasperato da quella calma. Finché lei, tranquilla, sollevò una brocca di cristallo, la tenne alta un attimo e la lasciò cadere sul pavimento. «Adesso, - aggiunse quella donna filosofica, - hai di che gridare». Scena ammirevole, mai scordata. Lo zio divenne blu e uscì, penso, per non compiere gesti irreparabili.


Da La ragazza del secolo scorso, Einaudi 2005

5.3.15

Le veline di Elio. La Resistenza nelle fabbriche milanesi (Nunzia Augeri)

Agenore Vallini detto Elio
“Conosci la carta velina?” “Veline? Sì, le conosco bene. La televisione ce le mostra ogni giorno. Ma le veline di carta non sapevo che esistessero.” Così potrebbe risponderci un nostro giovane, ormai uso a TV, computer e sms. Ma chi – come noi – ha qualche anno in più, la “carta velina” se la ricorda bene. La definizione ormai non si ritrova più neppure nei dizionari della lingua italiana, ma si trattava di un foglio sottilissimo di carta praticamente trasparente, che posto sotto la “carta carbone” – altro reperto archeologico e sconosciuto – serviva a riprodurre i testi che si scrivevano a mano o con la storica “macchina da scrivere”.
Perché ricordarla qui? Perché riteniamo che non sia sufficientemente conosciuta l’importanza che questa carta ebbe nell’antifascismo militante: la carta, ben definita dall’aggettivo “velina”, poteva essere molto facilmente accartocciata e ingerita, quando l’antifascista venisse eventualmente arrestato, evitando così che i messaggi e gli appunti della sua militanza finissero in mano ai nemici.
E così è appunto sulla carta velina che anche Elio scriveva i suoi “appunti di lavoro di un rivoluzionario”. Elio, cioè Agenore Vallini, era responsabile del lavoro di massa del PCI di Milano e perciò dirigente politico degli scioperi che si svolsero in città e in provincia fra il 1944 e il 1945.
La storia dei grandi scioperi operai e del loro impatto sulle sorti del regime fascista e della guerra è stata ben studiata e divulgata. Ma quello che esce dalle “veline” di Elio, fortunosamente ritrovate dal figlio Edio, è la storia delle lotte minute e quotidiane che non erano propriamente scioperi ma uno stillicidio continuo di azioni di opposizione, provocato dalla situazione difficilissima in cui si trovava allora ogni italiano.
L’inverno di guerra 1944-45 era stato durissimo: su una popolazione già indebolita da anni di guerra, di paure e privazioni, si era abbattuto un inverno molto rigido, con temperature che arrivavano fino a 15 gradi sotto zero. Non solo mancava combustibile per il riscaldamento, sia nelle case che per le famiglie rimaste senza tetto per i bombardamenti, ma mancava cibo sufficiente a restaurare le forze per affrontare il freddo.
Le tessere alimentari, che disciplinavano la distribuzione dei generi più indispensabili, prevedevano una dieta che non arrivava a 1000 calorie per persona adulta. Secondo una inchiesta condotta dal professor Luzzatto Fegiz dell’Università di Triste, già nel 1942 circa 10 milioni di persone soffrivano la fame nel pieno senso fisiologico della parola e altrettante avevano un vitto insufficiente (come riporta Miriam Mafai nel suo Pane nero). Nel 1945 la razione di pane è scesa a 100 grammi al giorno a persona, ma si tratta di un pane scuro, umido e pesante, dove insieme con (poca) farina, si trova di tutto, segale e ceci e perfino segatura.
Una insegnante di scuola media riferisce: “Sono sempre più frequenti i casi di ragazze che si sentono male. Io stessa mi sento molto debole e salgo al secondo piano della scuola solo quando vi è assoluta necessità. Prima lo facevo anche venti volte al giorno”. Un medico nota un grande aumento della tisi della pubertà fra le ragazze fra i tredici e i sedici anni, mentre la mortalità infantile ha un’impennata che, secondo l’anagrafe milanese, raggiunge il 20% e i piccolissimi muoiono con tragica facilità.
Nelle città semidistrutte dai bombardamenti e percorse da una popolazione macilenta, composta soprattutto di donne e minori, si scatena una nuova guerra. Non si tratta di bombe o di attentati. Sono manifestazioni di protesta disperata, lotte per ottenere la distribuzione regolare almeno delle razioni previste dalle tessere alimentari, o qualche grammo in più di burro o di pasta, o qualche chilo di legna o carbone. E sono lotte condotte soprattutto dalle donne. Nelle fabbriche, costrette a volte, per la mancanza di materie prime, a funzionare con orari ridotti, si organizzano mense interne per dare agli operai (e alle operaie) la forza minima per svolgere i loro compiti. E anche qui le manifestazioni di protesta, le fermate improvvise che non sono tecnicamente scioperi ma incidono sulla produttività aziendale, sono dettate per la maggior parte dalle rivendicazioni di razioni giuste, di un salario meno misero che permetta l’acquisto di alimenti che pure al mercato nero si trovano, ma a prezzi stellari.


Ed è qui che risultano preziose le veline di Elio: in una di queste fragili pagine sono segnate, giorno per giorno, le fermate effettuate nelle fabbriche milanesi. E’ il febbraio del 1945: di 32 manifestazioni che siamo riusciti a decifrare nella grafia minuta scritta a matita dal dirigente comunista, 13 sono esplicite rivendicazioni di miglioramenti per i viveri o la mensa, una è una richiesta di sale, le altre chiedono miglioramenti salariali; alle Manifatture di Monza si fa una fermata improvvisa per difendere gli operai destinati al trasferimento in Germania; alla Pracchi si lotta conto il licenziamento di alcuni dipendenti, alle Trafilerie per la sospensione di un operaio.
Sulla stessa velina sono segnate altre 11 manifestazioni senza indicazione di data precisa, che coinvolgono le maggiori fabbriche milanesi – Borletti, Brown Boveri, Alfa Romeo, Magneti Marelli, Innocenti, Caproni, Montecatini – mentre altre 10, riportate con abbreviazioni, risultano oggi indecifrabili.
Si raggiunge però un robusto risultato di 53 manifestazioni in un solo mese: si tratta di forme di lotta che lasciano incerte le autorità fasciste e gli occupanti tedeschi, che non riescono a decifrare fino a che punto le proteste siano spontanee oppure organizzate. Le autorità sanno bene che fra le centinaia di persone che vi partecipano c’è sicuramente qualcuno legato al movimento clandestino di resistenza. Ma come individuare gli attivisti fra una folla di gente disperata per il freddo e la fame?
Quelle manifestazioni, lanciate dai pochissimi organizzatori antifascisti, non incontravano grande difficoltà a ottenere risposta fra una popolazione già più o meno consciamente decisa a dire “basta” al regime fascista, e anche i maggiori gerarchi ne erano a conoscenza fin dagli scioperi del marzo 1943, quando Farinacci scriveva a Mussolini: “Se ti dicono che il movimento ha assunto un aspetto esclusivamente economico, ti dicono una menzogna… Dovunque, nei tram, nei caffè, nei teatri, nei cinematografi, nei rifugi, nei treni, si critica, si inveisce contro il Regime e si denigra non più questo o quel gerarca ma addirittura il Duce. E la cosa gravissima è che nessuno più insorge”.
Per il dirigente politico del PCI, quelle azioni costituivano come le note che compongono una complessa sinfonia: Elio sa bene che ogni manifestazione è un passo avanti verso l’insurrezione generale; anche le stelle – egli usava dire – sono fatte di atomi. La sua stella è la liberazione dal nazifascismo, i suoi atomi sono queste azioni quotidiane che logorano il potere degli occupanti. Si può sconfiggere una brigata partigiana, si può imprigionare, torturare e annientare un militante antifascista: ma di fronte a centinaia di donne che vogliono qualche grammo di burro, che cosa possono fare i fascisti e i nazisti? Le stragi vengono compiute nei villaggi fra le montagne, ma nelle città non si osa travolgere la popolazione civile e nelle fabbriche la manodopera è troppo preziosa. Se si tratta di scioperi dichiarati non è possibile alcun dubbio: operai e operaie vengono deportati in Germania. Ma lo stillicidio quotidiano di proteste, di fermate, di rivendicazioni corrode in maniera impercettibile ma sicura il potere nero che incombe sulla città.
Le veline di Elio, nella loro apparente fragilità, rivelano tutta la loro forza: non solo sono sopravvissute intatte per quasi settant’anni, ma ci riportano l’atmosfera quotidiana di quei giorni di ordinaria tragedia e di freddo furore. Sulla città distrutta, sulla folla disperata arriverà l’aprile, la primavera rossa di sangue e di bandiere. Con una sola speranza: che sia, questa volta e per sempre, la pace.


Dal sito “ANPI 25 Aprile Milano”, 19 giugno 2012

25 Aprile. Una poesia di Alfonso Gatto

Chissà se e come saranno celebrati i settant'anni della Liberazione. Io comincio subito, con questa poesia di Alfonso Gatto, secondo me assai bella. (S.L.L.)

La chiusa angoscia delle notti, il pianto
delle mamme annerite sulla neve
accanto ai figli uccisi, l'ululato
nel vento, nelle tenebre, dei lupi
assediati con la propria strage,
la speranza che dentro ci svegliava
oltre l'orrore le parole udite
dalla bocca fermissima dei morti
"liberate l'Italia, Curiel vuole
essere avvolto nella sua bandiera":
tutto quel giorno ruppe nella vita
con la piena del sangue, nell'azzurro
il rosso palpitò come una gola.
E fummo vivi, insorti con il taglio
ridente della bocca, pieni gli occhi
piena la mano nel suo pugno: il cuore
d'improvviso ci apparve in mezzo al petto.


La storia delle vittime. Poesie della Resistenza, 1966

Cartesio. La morte a Stoccolma (Graziella Pulce)

Quello di Cartesio era il secolo delle lettere, che attraversavano l’Europa e tenevano in costante collegamento gli individui facendo fluire idee, scoperte e riflessioni. La vita intellettuale si alimentava pienamente di quegli scritti organizzati e stilati con perizia tecnica e varietà di registri oggi difficilmente eguagliabili. Cosicché quando Raffaele Simone ha messo mano alla stesura del suo primo romanzo (Le passioni dell’anima, Garzanti), ha trovato nell’epistolario cartesiano magnifici tasselli da incastonare in una storia che fa luce sugli ultimi mesi di vita dell’autore del Discorso sul metodo, e lo fa con un linguaggio finemente lavorato, in grado di restituire tanto l’ampiezza delle campate del pensiero cartesiano quanto la sottigliezza ammirabile delle sue analisi.
Dopo essere stato lungamente blandito dalla regina Cristina, il 1° settembre del 1649 Cartesio lascia l’Olanda diretto in Svezia, dove l’11 febbraio successivo troverà la morte. La storia si costruisce per
intreccio di documenti e invenzione: lettere autentiche interpolate con testo che l’autore forgia in forma di pagine di diario, minute di lettere o relazioni, espediente che vale a rendere più esplicito ciò che accadde in quei mesi in una Stoccolma assediata da uno dei suoi inverni più rigidi. Nella finzione narrativa il filosofo acconsente a quel viaggio che si rivelerà fatale per un atto di vanità. Ma come in un quadro eseguito con la tecnica del pointillisme, l’occhio di chi si avvicina è sorpreso da una fitta rete di sgranature. La corte svedese appare dapprima (e da lontano) come un angolo di paradiso, nel quale si coltivano la dottrina e l’amore per la cultura, le lingue antiche e moderne, la filosofia, l’arte. Tuttavia man mano che l’occhio dell’osservatore si approssima, il castello reale si rivela luogo della doppiezza e dell’insidia, dove tutto viene ascoltato, duplicato, falsificato, e la regina che appare dotta e amante della filosofia svela un profilo imprevedibile: non tratta Cartesio come un precettore, ma come una preda catturata da esibire. Sullo sfondo la Guerra dei Trent’anni, la Guerra Interminabile, in cui spicca il ricordo del saccheggio di Praga e della Wunderkammer appartenuta a Rodolfo II.
Nel romanzo l’episodio assume un significato emblematico: la regina ha ordinato e pianificato quella spoliazione per adornare di quei cimeli e di quei capolavori la propria reggia. I Correggio assumono anch’essi lo statuto di prede esemplari e le loro velature un elaborato artificio efficace in pittura e in politica. Questa la scoperta sconcertante che amareggia il filosofo che aveva fatto proprio l’ovidiano bene vixit qui bene latuit: aver lasciato la tranquillità dei propri studi per finire nel novero delle meraviglie esibite da un sovrano con il penchant e i furori del collezionista.
Raffaele Simone come un ebanista ha collocato le varie tarsie in modo da costruire un testo sfaccettato sul quale la luce andasse a rifrangersi così da rilevare le diverse angolature che l’intreccio delle relazioni umane va a configurare. Queste tarsie concorrono a realizzare un oggetto complesso che si comporta come un meccanismo nel quale agisce un elaborato sistema di ingranaggi. Prima di partire Cartesio aveva consegnato al tipografo Le passioni dell’anima, un trattato dedicato alla sua più fine interlocutrice, la principessa Elisabetta di Boemia; egli lascia gli studi per affrontare un viaggio lungo e disagevole che lo porta in un paese dal clima artico, dove gli uccelli cadono stecchiti sui davanzali delle finestre, dove le più morbide pellicce non impediscono l’insinuarsi astuto del freddo e dove aprire una finestra vuol dire farsi trafiggere da una lama di gelo. Il viaggio mette in moto una serie di conseguenze, rappresentate dall’autore sotto forma appunto di passioni. Passioni varie che vengono a insorgere, oltre che nel filosofo stesso (che deve modificare alcune precedenti asserzioni sull’anima), nella famiglia che lo ospita (la moglie dell’ambasciatore francese si innamora di lui), nei cortigiani di Cristina (assaliti da invidia e gelosia, in primis l’infido Saumaise). Nel romanzo aleggia il sospetto che Cartesio sia stato assassinato perché la sua fama oscurava gli uomini dell’entourage regale. Quattro anni dopo quella morte, Cristina abdica e intraprende un viaggio la cui meta finale sarà la Roma di Alessandro VII.
Insomma Cartesio, ‘uscito’ da una condizione meridiana che gli ha consentito l’elaborazione di opere in cui vengono contemplate le ragioni dei fenomeni, si avventura in un territorio che gli risulta evidentemente poco familiare, quello ben più concreto della materia, della politica e della pratica. L’impatto è traumatico e l’estrema difficoltà nel fronteggiare le asprezze del clima che lo porteranno alla polmonite e alla morte diventa il segnale eloquente di una drammatica insufficienza a fronteggiare le prove che la materia e la politica pongono al matematico. Come se la limpidezza del suo sguardo si fosse improvvisamente congelata, alla sua mente si ripresentano ricordi lontani, mentre sui suoi pensieri soffia un nuovo alito sentimentale. Di fatto Cartesio a Stoccolma non riesce
ad applicarsi ai suoi studi. Le idee disertano le sue pagine e nelle lettere si affacciano echi di quanto acquisito in precedenza. Su tutto regna una sorta di stupore malinconico.
Della nettezza del suo pensiero è rimasta una struttura vuota, resa percepibile dalla cura e dal decoro con cui mantiene la propria persona. Un profumo floreale e un lindore contraddistinguono la sua figura all’interno della corte, alla quale egli resta profondamente estraneo. Con l’amico Antonio Machado, pittore e poeta, per la prima volta apprezza il Don Chisciotte, eppure da quando ha messo piede in Svezia si è sentito prigioniero. La servitù alla quale si è deliberatamente assoggettato coincide con il suo ingresso nella ‘polpa’ del mondo che gli è alieno, quando si è lasciato alle spalle il suo mondo, sul quale aveva dominato in piena libertà, quello dei punti, delle linee e delle figure geometriche, mondo infinito e infinitamente contemplabile.
Questo viaggio insomma vale come estensione del trattato sulle passioni e la ragione del romanzo consiste nel mettere in evidenza la portata intellettuale di quello che è stato un evento biografico. L’invenzione letteraria di fatto induce a intendere nella scelta del viaggio il passaggio necessario che porta a sviluppo e compimento un procedimento fino ad allora restato sul piano teoretico. Il viaggio dal cuore tiepido dell’Europa cristiana fino alla luteranissima Svezia è allegoria di un processo sperimentale che Cartesio conduce con un intento non meno filosofico che morale. Educare una regnante desiderosa di accostarsi ai principi della filosofia è un’occasione irripetibile per condurre quei principi astratti sul piano della concreta realtà politica. Ciò apre la strada alle eventuali implicazioni di questo testo, il cui autore, linguista e saggista, è intervenuto pubblicamente su questioni attuali e scottanti relative alla trasmissione del sapere e al ruolo della cultura nello stato, nonché sui costumi dell’Italia del pressappoco.
Ma se il romanzo può essere letto secondo questa direttrice, e dunque inteso come il frutto di una riflessione sul ruolo pubblico dell’intellettuale e sulle possibilità che gli studiosi hanno di intervenire positivamente nei confronti della politica, la conclusione disegnata dall’autore sembra essere sostanzialmente pessimistica e priva di speranze concrete. Il sovrano resta lontanissimo, intento com’è al perseguimento di fini puramente particolari e insofferente ai richiami dei filosofi e dei loro ammonimenti volti alla considerazione di prospettive di natura più generale.


ALIAS N. 40 - 22 OTTOBRE 2011

Frittata di ossimori. Un bilancio per Zanzotto (Roberto Galaverni)

Andrea Zanzotto
«Siccome un bel tacer non fu mai scritto / un bello scritto non fu mai tacere»: scrive così Andrea Zanzotto al termine del suo ultimo libro di poesia, Conglomerati (2009), con cui adesso si chiude la corposissima edizione di Tutte le poesie, uscita in occasione dei suoi novant’anni a cura di Stefano Dal Bianco (Oscar Mondadori).
Zanzotto è sempre stato un poeta di notevole auto-consapevolezza critica, sempre più che generoso nel proporre definizioni o immagini esatte e molto produttive per la comprensione della sua scrittura poetica. Lo è stato a tal punto non dico da togliere la parola di bocca ai suoi lettori e interpreti – si è anzi scritto sempre molto sulla sua poesia –, ma da metterci la propria in quella bocca. Perché al riguardo ha già detto tutto o quasi tutto lui. E lo ha detto bene. La sua poesia del resto è stata anche questo: una spiegazione e una giustificazione continue, agli altri ma anche a se stesso, della propria fecondità creativa, della ricchezza della sua vegetazione poetica. Come una madre che trovandosi in un presunto, continuo e conclamato rischio di sterilità, a ogni primavera dovesse poi mostrare e rendere ragione, non senza pudore, dei suoi tanti e sanissimi figli nuovi. La spiegazione fondamentale, la prima e ultima questione di poetica di Zanzotto, allora, non riguarda tanto i modi e la natura della poesia, ma il fatto stesso dell’esserci di quella poesia, la familiarità della Musa con la sua cameretta, la confidenza con l’arte del verso, la prosperità costante della sua vena, la sua incredibile salute.
Così, tornando agli endecasillabi di Parola, silenzio che ho ricordato all’inizio, e prendendo questi versi che suggellano l’opera di Zanzotto come un viatico alla sua lettura (anch’io partecipo volentieri al gioco, come si vede), direi che la domanda base posta dalla sua poesia non riguardi né il come né il cosa, ma il perché: perché la poesia, perché in sostanza la parola, e così ininterrotta e «facile», così tanta, così troppa perfino, anziché il silenzio, proprio quando tutto, è Zanzotto stesso a insistere su questo, sembrava motivarlo, dalla natura alla storia, dal patimento fisico al male di vivere e tutto il resto.
C’è poco da fare, ma il silenzio rimane la cattiva coscienza di tutto il percorso poetico di Zanzotto. Che in chiusa alla sua opera, riprendendo un detto che appartiene insieme alla letteratura alta e al repertorio popolare, il poeta abbia messo ancora una volta le mani avanti, cioè indietro, proprio su tale punto, testimonia senz’altro del rovello radicale sulla legittimità della sua poesia, un interrogativo sempre presente che non solo accompagna ma risulta esso stesso un elemento decisivo della sua intrinseca costituzione. Che senso ha avuto questa strepitosa traversata di poesia? Che cos’è stata, che cos’è la poesia per Zanzotto? A mo’ di compendio il poeta è ancora lì a provare a spiegarselo. Fuga, inadempienza, «canta che ti passa», vacanza paradisiaca e non autorizzata rispetto alla verità delle cose e della vita; oppure trasgressione strategica, percorso non allineato e trasversale necessario a sostenere e ad affrontare con più forza la realtà e il suo male, come lo chiamava Leopardi? Poesia come «droga fonica» o poesia come vincolo antropologico; principio del piacere o «principio resistenza», per ricordare due auto-definizioni ormai celeberrime?
Sempre nell’ultimo libro si trova un verso che mette insieme le due opposte possibilità, come tra volontarismo e abbandono: «l’ostinazione di quell’ipnosi chiamata poesia». In Parola, silenzio la modulazione del motivo è più materiale, ma sostanzialmente non cambia: «Dell’ossimoro fatta la frittata», scrive Zanzotto, «si diè inizio a una torbida abbuffata». Se si prende fino in fondo Zanzotto, la sua poetica dell’ossimoro, se cioè ne rispettiamo davvero la lettera, dovremmo concludere che la sua poesia è entrambe le cose, e che, soprattutto, non è l’una senza l’altra. Zanzotto ha deciso comunque di scrivere (è un poeta proprio per questo, aggiungo senza preoccuparmi della tautologia; e ben sapendo, del resto, che tautologia fa spesso rima con poesia), di prendere la strada del «bello scritto» e del «mai tacere», di poetare malgrado l’ossimoro, anzi sopra e dentro l’ossimoro, di farne non solo la premessa ma la condizione stessa della sua poesia. «Divergevano due strade in un bosco, e io… / Io presi la meno battuta, / E di qui tutta la differenza è venuta», ha scritto Robert Frost nella sua La strada non presa (la traduzione è di Giovanni Giudici). Bene, credo che il mattutino del patto-scelta tra parola e silenzio Zanzotto debba averlo rinnovato ogni santo giorno della sua vita, a ogni nuova poesia, girandosi indietro e poi ripartendo sempre daccapo, riprovandoci o ricascandoci ogni volta come fosse la prima. Bisogna dunque prenderne atto, constatando soltanto che quale sia stata la pressione negativa la forza d’espansione e di generazione contraria investita nella poesia, o che grazie alla poesia lo ha investito, è stata non solo equivalente ma maggiore dell’altra. Missione e/o piacere che sia, la voce della poesia è stata più forte. La frittata è fatta. Ed è questa, fortunatamente.
«Il perpetuo ribollimento del calderone delle streghe»: così nella sua recensione alla Beltà (1968), senza dubbio uno dei pezzi più sicuri e importanti scritti su Zanzotto (un intervento davvero rabdomantico, servendomi di un aggettivo zanzottiano), Montale aveva colto esattamente la natura composita e fortemente materica del suo dettato poetico. L’immagine è perfetta nel configurare non solo la poesia ma anche il particolare procedimento poetico del mago di Pieve di Soligo tutto preso nel comporre i suoi intrugli poetici nella casetta al margine del bosco. «A lui tutto serve», diceva Montale; ossia: qualsiasi ingrediente può andar bene per una buona frittata poetica, o anche, che è lo stesso, nel grande calderone della poesia tutto fa brodo.
E davvero quello che più colpisce in Zanzotto è l’invenzione, poiché di questo si tratta, di uno stile poetico capace di trangugiare e amalgamare qualsiasi cosa, rendendola un carburante comunque congeniale al grande motore dell’intensità e dell’efficacia espressiva. Poeta onnivoro e inclusivo quant’altri mai, Zanzotto non ha mai voluto precludersi nulla escludendolo dal proprio orizzonte poetico. È anzi posseduto da una specie di patologia della totalità, che potrebbe essere l’altra faccia di quella che dal punto di vista della conoscenza delle cose affiora continuamente nei suoi versi come la condizione-ossimoro, proprio come si è visto per la relazione parola-silenzio. Direi che l’ossimoro rappresenta per lui non solo una specifica situazione storico-esistenziale, ma il dispositivo base del funzionamento della realtà, dunque anche e soprattutto della poesia. Se si volessero elencare le contrapposizioni e contraddizioni, dunque le oscillazioni quasi simultanee e reversibili su cui s’impiantano i suoi versi, si sarebbe costretti a ricalcarli dall’inizio alla fine: lingue minime e massime, latino e dialetto, grammatica e petèl (secondo papà Pascoli, come sempre), profondità telluriche e cosmo, viscere e galassia, i discorsi della nonna e i seminari di Lacan, scienza e visione, malattia e salute, natura e storia, lingua e linguaggio, poesia e poetica, comunicazione e autismo, vita e letteratura, Petrarca e Dante, Mallarmé e Pasolini, codificazione e informale, sorgente e buco nero, poeta actus e poeta agens, onnipotenza e impotenza, naturale e artificiale, senso e nonsenso…
Davvero si potrebbe non finire mai, tanto più che a tutto, a partire dalla poesia stessa, andrebbe aggiunto il prefisso iper- o extra- o super- o anche meta-, tanto l’atmosfera poetica in Zanzotto è carica, sovraeccitata, al quadrato, anche coi relativi rischi di saturazione espressiva (satura: la parola è di Zanzotto almeno quanto dell’ultimo Montale coi suoi ossimori concettualizzati).
La soddisfazione insieme percettiva e intellettuale che deriva dalla lettura di una poesia di Zanzotto, o meglio dall’entrata in una sua poesia, visto che davvero il suo testo è un luogo, deriva proprio da questa pienezza di significazione e di significati in forma di musica, o di canto.
Il discorso poetico di Zanzotto, questo discorso dai mille occhi che ha sempre ragione lui, intriga e cattura, possiede qualcosa come un potere sciamanico di seduzione e d’incantamento, fino a costringerti a giocare un gioco che è il suo, con le sue regole e le sue ragioni. E ad esso, a questa irresistibile forza poetica, ci si abbandona volentieri, talora persino con troppa facilità, tante sono l’autorevolezza e l’intelligenza benevola di quel suo fiume verbale sempre in piena (Zanzotto è un mago buono). Certo è che non pochi suoi risultati sono davvero alti e incontestabili, basti pensare anche solo alla cosiddetta pseudo trilogia – Il Galateo in Bosco, Idioma e Fosfeni – che costituisce un episodio senza dubbio fondamentale del nostro Novecento poetico (tanto più col Galateo, che vale come l’autentico correlativo oggettivo della sua poesia).
Zanzotto è più di altri un poeta della parola; certo anche della lingua, ma della lingua intesa come rilancio ed espansione delle singole cellule verbali. È la parola il primum. La sua poesia nasce come iterazione, proliferazione, come somma e moltiplicazione, ecolalia, balbuzie di fonemi, non come discorso. Allo stesso modo il discorso non appare mai un’unità compiuta, un individuo, diciamo così, adulto e irriducibile, ma resta formato (quando pure è formato) da uno sciame di girini che non rinunciano a essere tali, alla loro libertà e alla loro divertita e un po’ sghemba follia. A imporsi è sempre il flusso verbale costruito da queste particelle in continua auto-rigenerazione. Anche per questo Zanzotto è un poeta di grandi poesie più che di grandi versi memorabili. Nella sua poesia vince la parola, vince la-lingua. Da qui la grande differenza rispetto a suoi compagni di strada come Giudici, Sereni, ma anche Montale.
Poeta per eccellenza della contraddizione e della reversibilità, Zanzotto non può essere per sua intrinseca costituzione un poeta del verso-sentenza, del verso incontrovertibile. Ogni sua parola o soluzione, infatti, contempla sempre l’occorrenza reciproca e opposta. Non progressione, ma oscillazione e alternanza. Nonostante la presenza sostanziosa di Dante, dal testo-bosco della vita, dalla selva del canzoniere, non se ne esce. «Ammessa conversione a U / ovunque», recita una poesia del Galateo, che può valere per noi anche più di una mezza speranza.


ALIAS IL MANIFESTO - 22 OTTOBRE 2011  

“Degnatevi!”. La mula di don Abbondio e l'ideologia italiana (Sergio Luzzatto)

L'articolo, che prende le mosse dall'attualità, utilizza il Manzoni per un sondaggio sulla “ideologia italiana”passata e presente. Il risultato è sconfortante. (S.L.L.)
Indignatevi!: nel corso del 2011 l'appello di un grande vecchio d'oltralpe, Stéphane Hessel, non è rimasto confinato alla Francia, ha raggiunto l'Italia e il mondo come un caso editoriale. Editoriale? Ben più di questo, se è vero che cammin facendo l'imperativo di Hessel ha generato un soggetto collettivo, ha battezzato un movimento esteso ormai a gran parte dell'Occidente. Tradotta in spagnolo o in ebraico, in greco o in americano, «indignazione» si è rivelata la parola decisiva - la più risonante, la più importante, la più mobilitante - nella creazione di un esperanto della protesta planetaria: si voglia poi qualificare quest'ultima come una protesta essenzialmente civile o intrinsecamente politica, prettamente ideale o fondamentalmente sociale, genericamente democratica o esplicitamente anticapitalistica.
Viviamo oggi circondati dalla retorica dell'indignazione. Ma viviamo anche circondati dal monito che l'indignazione non è tutto. Un altro grande vecchio, italiano questo (Pietro Ingrao, n.d.r.), ce lo ha ricordato dalla copertina di un suo libretto: Indignarsi non basta. Quand'anche la parola «indignazione» sia valsa a raccogliere nelle piazze del pianeta un movimento che si definisce, tra cartelli scritti a mano e slogan lanciati a voce, come quello del «99%» - il 99% dei non privilegiati, un nuovo Terzo Stato riunito non già nella Versailles del 1789 ma nell'Occidente del 2011 contro i privilegi di una nuova aristocrazia e di un nuovo clero - risulta chiaro come l'indignazione da sola non possa bastare. Tanto è vero che contro la retorica dell'indignazione ha preso piede una retorica opposta, che non è riuscita a riempire le piazze di Madrid né di Atene, di Roma né di New York, ma che è riuscita a occupare larghi spazi politici e mediatici: è la retorica dell'insufficienza dell'indignazione.
Impossibile provare qui a sciogliere questo nodo, il nodo gordiano della necessità come dell'insufficienza dell'indignazione. Più praticabile un obiettivo altrimenti modesto, e più consono a chi di mestiere fa lo storico: cercare nel passato - qui, nel passato italiano - tracce pregresse del significato e del valore della parola, «indignazione», così improvvisamente (e sorprendentemente) assurta agli onori delle nostre cronache. E motivata la scelta di cercare tali tracce non in un libro qualsiasi di un autore qualsiasi, ma nel libro più letto dell'autore che autorevoli critici considerano lo scrittore più rappresentativo, o comunque un interprete fra i più sensibili, di qualcosa come il nostro carattere nazionale: nei Promessi sposi di Alessandro Manzoni.
È una ricerchina semplice semplice, per compiere la quale non occorre neppure rileggersi tutto il romanzo, non occorre sciropparsene i trentotto capitoli da cima a fondo. Compiici i database e i motori di ricerca, una ricerca del genere ha bisogno appena di pochi clic sul mouse del computer. Eppure l'esercizio può trascendere la soglia del divertissement. Nella misura in cui Manzoni, il grande scrittore, è stato anche un antropologo dilettante, che ha voluto rappresentare nei personaggi principali del suo romanzo altrettanti tipi umani (più esattamente: altrettanti tipi italiani); e nella misura in cui il grande scrittore antropologo dilettante è stato anche un ideologo, che ha voluto produrre un'interpretazione politica dell'italianità, allora i pochi clic sopra un'edizione digitale dei Promessi sposi promettono di riuscire discretamente istruttivi.
Mi sono dunque preso la briga di cercare nel romanzo italiano per antonomasia la parola chiave del nostro tempo, «indignazione». Anzi, più precisamente: «indegnazione». Perché in questo modo, con la «e», Manzoni scrive la parola nei Promessi sposi. Scelta in se stessa notevole, perché lo scrittore la fa entrare così in risonanza con un'altra parola che, letteralmente, vale da suo contrario: «degnazione». Beninteso, può anche darsi che Manzoni non ci abbia pensato affatto. Può darsi che scrivendo «indegnazione» (mentre «la gente colta - spiegava un suo contemporaneo, Niccolo Tommaseo, nel Dizionario della lingua italiana - dice il più sovente "indignazione"») Manzoni non abbia inteso far entrare in risonanza un bel nulla, tanto più che nel romanzo entrambe i lemmi sono presenti con il contagocce. Sia come sia, al computer le ricerche di parole in automatico possono schiudere orizzonti non intravisti in precedenza. Nel caso in questione, partire alla caccia dell'«ind(e)gnazione» nei Promessi sposi mi ha portato dritto dritto sulle tracce della «degnazione», che - a conti fatti - si rivela essere nella semantica manzoniana una parola tutt'altro che banale.
Il gioco della degnazione e dell'indegnazione è forse un gioco a somma zero, dove il guadagno dell'uno corrisponde aritmeticamente alla perdita dell'altro. Di sicuro, al nostro orecchio di moderni la parola «degnazione» suona relativamente rara, sicché vale la pena di evocarne qui il significato. Nel suo famoso Dizionario Tommaseo la definiva come segue: «Modo di riverenza più o meno sincera, e particolarmente [verso] gl'inferiori». Cioè (leggendo Tommaseo fra le righe): la «degnazione» come via di mezzo fra un omaggio sottolineato e una malcelata compiacenza. Al giorno d'oggi, piuttosto che il sostantivo noi usiamo il verbo: «degnare» qualcuno di uno sguardo, «degnarsi» di fare qualcosa. Si tratti di sostantivi o di verbi, per capire l'Italia di Manzoni - e soprattutto per capire l'Italia di oggi - guardare al mondo della degnazione è altrettanto necessario che guardare al mondo dell'indegnazione.
Nei Promessi sposi la parola «indegnazione» compare sei volte, e rimanda spesso (tre volte sulle sei) a quella che un lettore particolarmente acuto del romanzo, Ezio Raimondi, ha definito «la morale di fra Cristoforo». Nel capitolo IV, è l'«indegnazione santa» che Manzoni attribuisce al padre cappuccino quando questi apprende del sopruso di don Rodrigo ai danni della giovane Lucia. Nel capitolo VI, è l'indegnazione «trattenuta a stento» e poi «traboccante» dello stesso fra Cristoforo al cospetto di don Rodrigo, dopo che quest'ultimo ha osato invitare il frate a porre Lucia sotto la sua protezione. Nel capitolo IX, è l'indegnazione riflessa che Manzoni attribuisce al padre guardiano del convento di Monza mentre legge il biglietto di fra Cristoforo che lo prega di ospitare Lucia. Nel capitolo XXI, è l'«indegnazione disperata» di Lucia stessa davanti all'Innominato, prima della conversione di quest'ultimo. Nel capitolo XXV, è l'indegnazione dell'opinione pubblica del territorio di Lecco verso le malefatte di don Rodrigo, un'in degnazione resa timida dal calcolo e muta dalla paura. Nel capitolo XXIX è l'indegnazione dell'Innominato, dopo la conversione, verso le sue proprie colpe di ex uomo malvagio.
Anche la parola «degnazione» compare sei volte nei Promessi sposi (quasi a confermarci nell'idea che questo sia un gioco a somma zero), e appartiene essenzialmente a quello che Ezio Raimondi ha chiamato «il codice di don Abbondio». In effetti, se pure Manzoni impiega il lemma tre volte nella sua qualità di narratore - nel capitolo IV, per definire l'atteggiamento del fratello di colui che Lodovico (il futuro fra Cristoforo) aveva ucciso in una disputa; nel capitolo VII, per qualificare la «degnazione contegnosa» degli altri signorotti di Lecco verso la figura di don Rodrigo; nel capitolo XVIII, per definire i riguardi del conte duca verso il conte zio - quando sceglie di attribuire la parola «degnazione» al discorso diretto di un personaggio, Manzoni la mette in bocca unicamente al suo curato, a don Abbondio. E gliela mette in bocca in tre luoghi strategici del romanzo.
Nel capitolo XXIV, è la degnazione che don Abbondio riconosce all'Innominato dopo che questi si è provvidenzialmente convertito, ha deciso di proteggere Lucia, e aiuta il curato a salire sulla mula: «"Oh che degnazione!" disse questo; e montò molto più lesto che non avesse fatto la prima volta». Nel capitolo XXXVIII, è la degnazione che don Abbondio imputa a don Rodrigo, dopo la morte di questi a causa della peste: «Non lo vedremo più andare in giro con quegli sgherri dietro, con quell'albagìa, con quell'aria, con quel palo in corpo, con quel guardar la gente, che pareva che si stesse tutti al mondo per sua degnazione». E nel medesimo capitolo - l'ultimo del romanzo - è la degnazione che don Abbondio riconosce sia all'inarrivabile cardinal Federigo sia al «signor marchese» (l'erede del potere di don Rodrigo), per averlo mandato a salutare: «Oh che degnazione di tutt'e due!».
Non stupisce riscontrare nei Promessi sposi una contrapposizione così netta tra il mondo dell'indegnazione e il mondo della degnazione: riesce normale, dal momento che la degnazione rappresenta - almeno lessicalmente - il contrario dell'indegnazione. Piuttosto, colpiscono da un lato la tonalità stilistica, dall'altro la cifra ideologica che Manzoni riserva alle due parole. Quanto alla tonalità, è significativo il fatto che la parola «indegnazione» risulti, in tutte e sei le sue occorrenze, una parola del narratore; che non appartenga cioè al discorso diretto di nessuno dei personaggi, ma sia sempre parola di Manzoni come voce fuori campo. Sotto tali condizioni, peraltro, l'indegnazione viene immancabilmente riferita a figure positive del romanzo: il più delle volte, al personaggio ultrapositivo di fra' Cristoforo. La parola «degnazione» risulta invece, nella metà dei casi, un "virgolettato". E in ciascuno di tali casi è parola diretta di don Abbondio, il quale (ha notato ancora Raimondi) rappresenta il personaggio in assoluto più "dialettale" dei Promessi sposi, cioè quello da cui il narratore tiene a prendere un massimo di distanza critica.
Siccome il cuore di Manzoni batte evidentemente per la figura di padre Cristoforo, non certo per quella di don Abbondio, dovremmo forse concludere che il cuore di Manzoni batte per l'indignazione e non per la degnazione? Nulla di meno sicuro. Perché un conto è la tonalità stilistica dei Promessi sposi, altro conto è la cifra ideologica. Senza dire che l'intreccio del romanzo, il plot, conterà pur qualcosa... Conterà pur qualcosa il fatto che alla fin fine padre Cristoforo muore, mentre don Abbondio sopravvive. Come a suggerire - anche questo è «sugo di tutta la storia» - che nella vita (o almeno nella vita di quaggiù, nella vita terrena se non nella vita eterna) l'indegnazione non premia, la degnazione sì. E lo scrittore antropologo ideologo Alessandro Manzoni non ci trova, in ultima istanza, niente da ridire. Che il gioco sia a somma zero, e che l'indegnazione perda, sembra rientrare agevolmente nella sua concezione provvidenzialistica del mondo e della storia. Cattolicamente provvidenzialisti-ca, e politicamente conservatrice.
Così, se il mio piccolo esercizio di lettura ha un senso, se la centralità ottocentesca di Manzoni dice qualcosa dell'Italia di allora e annuncia qualcosa dell'Italia di oggi, il gioco dell'indegnazione e della degnazione nei Promessi sposi ci interpella: parla anche a noi, e di noi. Appunto perché il criterio di giudizio di Manzoni è ancora il nostro, o comunque è quello di tanti italiani intorno a noi. L'onore delle armi a fra Cristoforo, l'onore della vittoria a don Abbondio. A fra Cristoforo la parola accorata, a don Abbondio la parola finale.
Forse, l'Italia è il paese in cui la morale di fra Cristoforo deve ancora e sempre cedere il passo al codice di don Abbondio: un codice - un criterio - che giudica in negativo la degnazione del potente verso gli inferiori soltanto a corpo morto (soltanto quando don Rodrigo è stato «scopato» via dalla peste), mentre la giudica in positivo finché il potente è vivo: sia questo l'Innominato o l'arcivescovo o il signor marchese. L'Italia è il paese in cui una minoranza più o meno virtuosa risponde all'appello Indignatevi!, ma dove una maggioranza più o meno silenziosa continua a chiedere ai potenti - siano questi politici della Repubblica o presuli del Vaticano - niente più che una parola di circostanza, o un gesto di etichetta. Chiede insomma ai potenti un omaggio di maniera, che nasconde (o piuttosto non nasconde) l'asimmetria della forza.
Degnatevi! L'Italia è il paese di chi, come don Abbondio, pretende dai potenti giusto di essere mandato a salutare, oppure - al massimo - di essere aiutato a salire sulla mula.


«MicroMega», dicembre 2011 ora in Storia comune. Nuovi interventi, manifestolibri, 2014

In viaggio con Terracini (Alberto Menichelli)

Nel sito di Alberto Soave ho trovato il racconto qui postato, che Soave considera esempio tangibile della “diversità comunista”. 
Il libro da cui è tratto, In auto con Berlinguer. Quindici anni con il segretario del Pci, è di Alberto Menichelli, che fu per lungo tempo autista e accompagnatore di Enrico Berlinguer, ma l’episodio non riguarda il segretario del Pci, ma Umberto Terracini (Genova 1895 – Roma 1983), uno dei fondatori del partito, imprigionato insieme a Gramsci e, dopo undici anni di carcere, confinato a Ponza e Santo Stefano; poi, dopo la Liberazione, presidente dell’Assemblea Costituente, parlamentare e dirigente comunista di primo piano. (S.L.L.)

Molto presto assunsi un altro ruolo. Subentrai, infatti, all’autista di Umberto Terracini, Mario Gramaccini, che era stato vittima di un incidente d’auto al ritorno da Genzano. Durante gli accertamenti riguardo la dinamica dello scontro nel quale aveva perso la vita una persona, gli ritirarono la patente, mettendolo in difficoltà al lavoro. Noi della vigilanza non eravamo dei veri autisti, ma fummo comunque tenuti in considerazione nella valutazione del possibile sostituto. Alla fine venni scelto io, che accettai con un pizzico di incoscienza. A pensarci bene, al tempo, ma anche ora, a sentir nominare Terracini mi venivano i brividi, provavo un senso di soggezione di fronte a un uomo di quel calibro, che era stato relatore e firmatario della Costituzione, eroe della Resistenza e dell’antifascismo oltre che dirigente del Pci. Mi spettava, dunque, un compito molto importante che mi rendeva responsabile di fronte a Terracini e all’intero partito.
Il primo impatto con lui fu positivo. Non era solo un gran politico ma anche un grande signore, distinto ed elegante, che sapeva mettere a proprio agio chi gli stava davanti. La nostra prima uscita fu a Firenze nel 1966. La città era stata colpita da un’alluvione e l’Italia intera si era mobilitata per salvare le opere d’arte. Partimmo da Roma e arrivammo in tarda mattinata, dove ad attenderci al casello autostradale c’era il segretario regionale della Toscana che lo mise al corrente della drammaticità della situazione. A causa delle pessime condizioni in cui verteva la città pernottammo a Fiesole, dove i compagni toscani ci avevano riservato una stanza.
Il problema fu il letto: era matrimoniale. Io mi sentivo imbarazzatissimo e allo stesso tempo terrorizzato dall’idea di condividerlo con Terracini: temevo di disturbarlo durante la notte, e di non farlo riposare perché, devo ammetterlo, russo.
Quella sera arrivammo tardi in albergo per via dei numerosi incontri in Prefettura e in altri luoghi, fu una giornata davvero pesante, eravamo stanchi e affaticati. Nonostante ciò non credevo di potermi addormentare, o almeno di poterlo fare così velocemente. Nel giro di qualche minuto invece, dopo aver indossato il pigiama ed essermi raggomitolato sull’orlo del letto, caddi in un sonno profondo.
La mattina seguente, prima ancora di aprire gli occhi, sentii un profumo di caffè. Mi svegliai con un colpettino sulla spalla che mi fece sobbalzare, mi alzai di scatto e mi trovai davanti Terracini che mi disse: “Buongiorno Alberto, ti ho portato il caffè”. Rimasi senza parole, avevo davanti un eroe dell’antifascismo che mi portava il caffè a letto. Quando raccontai questo episodio a mio padre per poco piangeva dall’emozione perché lo ammirava e stimava moltissimo.

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